domenica 16 aprile 2017

Voci dalla Turchia


Sul referendum costituzionale turco poche parole (anche perché ho già dato per quello italiano): è affar loro. Sì, ha vinto Erdoğan (che si pronuncia Erdo’an perché la “g dolce” allunga il suono della vocale precedente), ma le considerazioni che vorrei proporre sono indipendenti dal risultato.

Ho scritto spesso sulla Turchia, ma credo che a questo punto sia inutile continuare a controbattere a una stampa (quale quella italiana) che non ha alcun interesse a informare i propri lettori.
Negli ultimi giorni infatti non c’è stato un solo giornale che abbia mantenuto un minimo di obiettività nel presentare il referendum: tutti hanno fatto a gara a screditare Erdoğan a prescindere dai contenuti della riforma, e nessun giornalista ha perso un attimo per intervistare un qualsiasi sostenitore delle ragioni del “Sì”.

La cosa non stupisce, però a un certo punto ci si stanca a dover sempre ricorrere a fonti straniere per capire qualcosa di un Paese che non è così diverso dal nostro. Non è entusiasmante doversi continuamente sorbire le sonate al “pedale delle turcherie” dei principali quotidiani, impegnati solo a distorcere l’immagine della Turchia agli occhi degli italiani.

Eppure anche uno come Putin (per non dire di al-Sisi o Assad) ha i suoi difensori d’ufficio (nonostante sia convinto che nessuno di essi sia pagato per esserlo, e potrei dirlo pure per esperienza): ciò se non altro consente che persino la grande stampa talvolta esprima giudizi minimamente equilibrati sulla Russia. Con la Turchia, invece, non c’è scampo: sono sempre sarracini e ismailiti, agariti ingovernabili e incontenibili (a meno che non giunga una bella dittatura militare a tenerli a bada).

Allora i casi sono due: o non è importante discutere della Turchia, e quindi sarebbe meglio darle lo stesso peso che normalmente si dà alla Thailandia o al Messico; oppure è importante parlarne, e allora bisognerebbe offrirne una rappresentazione il più possibile obiettiva.

Per esempio, un requisito indispensabile degli “inviati” in Turchia a mio parere dovrebbe essere … la conoscenza della lingua. Sarebbe utile, no? Perché è vero che esistono gli interpreti, ma un giornalista non dovrebbe informarsi anche attraverso i giornali del Paese di cui si occupa? Oppure basta solo scopiazzare dai siti del “Telegraph” o del “New York Times” per avere una visione completa della situazione?
In questi giorni mi sono resto conto che i “nostri inviati” non sono neppure in grado di pronunciare correttamente Evet (“Sì”) e Hayır (“No”) – peraltro la stessa cosa era accaduta col referendum greco.
Non importa, per me potrebbero pure scrivere “Merdoğan” al posto di “Erdoğan”: in cambio sarebbe solo gradita un po’ più di professionalità. Per dire: il più importante giornale nazionale (non so per quanto), non può permettersi di confondere aleviti con alauiti (anche perché errori del genere denotano un’incapacità di servirsi persino solo di Wikipedia).

Se avessi un po’ più di tempo, creerei un sito, “Voci dalla Turchia”, sul modello delle “voci” che stanno nascendo contro la disinformazione sistematica dei media italiani. È un progetto sul quale sto meditando, anche se probabilmente non sarei il più adatto a iniziarlo per il semplice motivo che ormai mi sono fatto la nomea di “erdoganiano”, nonostante la maggior parte delle mie fonti turche sia “kemalista” (loro non si definiscono così, ma è per capirci – d’altronde questo è lo schematismo a cui ci hanno abituati) e io non abbia alcun interesse a difendere il “Sultano” (che non “regnerà” fino a quanto vuole lui per il semplice motivo che non è un militare golpista, né il governatore di qualche ente europeo).

Sono del resto consapevole dell’esistenza di numerosi portali e blog italiani dedicati a Istanbul e dintorni; ciò che infatti sto suggerendo non è un sito che raccolga pareri e opinioni (per quanto autorevoli) sulla Turchia, ma uno spazio che offra semplicemente traduzioni di articoli turchi. Comprendo che si tratterebbe ancora di un sito di opinioni “reificate” e perciò trasformate in fatti, ma secondo me il problema è proprio questo: manca la “materia” su cui ragionare. Perché i limiti, è vero, sono perlopiù culturali, ma è soprattutto la barriera linguistica a rappresentare l’ostacolo più arduo.

Una volta preso atto che i giornali italiani hanno come unico scopo disinformare il pubblico sulla Turchia, credo sarebbe necessario correre ai ripari. Sempre che la cosa interessi, perché, pur non volendo allargare il discorso, dobbiamo evidenziare che nessuno ha più tanta voglia di coltivare sane abitudini (o vizi) riguardo ad alcunché: anche la classe media progressivamente livellata può ormai provare verso la Turchia giusto un tenue impulso di stampo “turistico”, ricreativo-gastronomico. 
D’altro canto, i sarracini ricambiano col disinteresse nei confronti dell’unico Made in Italy che l’Europa ci lascia produrre –il cibo–, perché la pasta non è halal, il vino è haram, il formaggio “puzza di animale” (cit.) e il pesce e le olive già li hanno. Amano però altre cose dell’Italia: la moda, il calcio, la musica (le donne se le sono già prese secoli fa, quindi lasciamo perdere).

En passant, un giorno sarebbe utile anche capire perché a noi italiani hanno imposto un Kulturkampf contro tutto ciò che è turco. Fino ancora a pochi anni fa la Sublime Porta era considerata un punto di riferimento a “destra” come a “sinistra”. Il fatto che, per esempio, “Islam Punk” dei CCCP citi Istanbul, Smirne e Ankara è qualcosa più di un vezzo: anche Ferretti, come tanti negli anni ’80, fu attratto da una certa idea di islam che oggi «non ha niente a che vedere con quello che l’islam è diventato nel giro di così poco tempo» (così dichiarò in quella sua storica intervista televisiva). Questo “islam” di cui si parla era precisamente rappresentato dalla Turchia: si trattava di un’ideale «di egualitarismo, di solidarietà comunitaria, di interclassismo multi-razziale, di internazionalismo» (per citare il sociologo Allievi).
Anche sul versante cosiddetto “rossobruno”, almeno fino alla conclusione dell’era Bush, c’erano soltanto elogi non solo per il “ponte eurasiatico” turco, ma addirittura per lo stesso Erdoğan: se solo fossimo un po’ più maliziosi, potremmo rispolverare materiale molto interessanti. Invece siamo buoni e comprensivi e dunque fingiamo di dimenticare i peana elevati al “Sultano” da parte di chi oggi lo insulta continuamente, ma una volta lo pregava di spazzare via i cattivi kemalisti o addirittura di influenzare la politica “occidentalista” di Putin (“manovrato dagli americani”!). Erano altri tempi, ma spesso viene la tentazione di recuperare qualche articolo, per controbattere con le stesse parole dei “rossobruni” alle panzane che hanno sparato in questi anni sui turchi.

Sempre en passant, un altro tema degno di attenzione, che permette di aggiungere alla lista di “sinistrati” e “rossobruni” i “liberali” alla Rutte (che oggi fanno il ruggito del coniglio contro Ankara per strappare qualche voto ai “populisti”), è quello della “Turchia in Europa”. Qualcuno ricorderà quando non si poteva esprimere un solo dubbio sull’argomento senza essere travolti dagli anatemi: quelli che imponevano la censura in nome dell’islamofobia o di che altro, sono gli stessi che attualmente ripetono ormai a ritmo quotidiano che “La Turchia non può entrare in Europa”. E nonostante si riferiscano eufemisticamente a questa Turchia, non è scontato ricordare che questa Europa, da quando esiste, non ha fatto altro che trattare solo con Erdoğan (che è “nato” prima dell’UE e probabilmente le sopravviverà).

Da una prospettiva più ampia, tutto ciò è sintomo di un rapporto ormai compromesso, che necessita di essere ricostruito anche dal punto di vista culturale. Chiaramente non mi sto candidando a “massimo esperto” di cose turche (eh…), né mi interessa monopolizzare il tema come se fossi l’unico autorizzato a parlarne. Il solo contributo che posso portare è la mia conoscenza della “lingua turchesca” (che «in poche parole dice cose assai»); poi, per il resto, in Turchia non ci sono mai stato dunque lascio ad altri l’ingrato compito di dover parlare della vita vera.
Mi piacerebbe solo contribuire a ridurre l’approssimazione e lo schematismo con cui si discute di questo Paese, un atteggiamento che peraltro viene sempre censurato (non solo dalle rispettive ambasciate) quando coinvolge, per esempio, l’Olanda, il Venezuela, la Cina o la Romania (per non dire di Israele!).

Il problema esiste, e anche se non abbiamo a che fare con una vera e propria “turcofobia”, è un qualcosa che le assomiglia molto. Quando d’altronde i turchi vengono dipinti come “impalatori” a prescindere, non è soltanto un loro diritto che viene violato, ma anche quello degli italiani a essere informati nella maniera più imparziale e corretta possibile.
Ci vorrà tuttavia del tempo per sviluppare una qualsiasi iniziativa; ogni contributo è a ogni modo ben accolto, a “destra” come a “sinistra”: come al solito, l’invito è sempre quello di superare i paletti (senza rimanerci infilzati).

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