giovedì 2 giugno 2016

Il grande e irreprensibile Erdoğan


La Turchia è a un passo dall’ingresso in Europa ma le condizioni in cui vi entra non sono certo le migliori: non soltanto per le numerose crisi interne e internazionali in cui il Paese è invischiato, ma anche per il modo in cui il premier Erdoğan è stato ridotto dal sistema mediatico a “bestia nera”. Ormai il presidente turco viene accostato con sempre meno scrupoli direttamente ad Adolf Hitler: di recente un gruppo di artisti tedeschi ha dato una rappresentazione plastica di tale paragone (che tanto appassiona i nostri giornalisti) proiettando sui muri dell’ambasciata turca di Berlino la sua immagine accostata a quella del dittatore nazista. Le mistificazioni si susseguono incessantemente: l’ultima, in ordine di tempo (ma il computo va aggiornato giorno per giorno), è quella sul Don Giovanni di Mozart censurato “per non indispettire Ankara”. La notizia, inventata di sana pianta (la “Taz” le riconosce una paternità interamente italiana) è stata pubblicata da “Il Fatto Quotidiano” e -ovviamente- da “Il Giornale”. La bufala è servita giusto in tempo per esaltare il trionfo di umanità e bellezza del concerto di Palmira organizzato dai russi in contrapposizione alla barbarie censoria islamista.
 
Gli attriti tra Mosca e Ankara rappresentano in effetti uno dei nodi più rilevanti della questione: dopo lo scontro con Putin, la popolarità di Erdoğan è letteralmente precipitata sia in Europa sia negli Stati Uniti. Non solo perché i russi sono da sempre bravissimi nelle “pubbliche relazioni” (basta pensare che per cinquant’anni hanno fatto credere al mondo che il massacro di Katyń fosse opera dei nazisti), ma anche perché nei rapporti internazionali vale la regola stabilita da un proverbio turco, “Quando il pazzo vede un altro pazzo, nasconde il bastone” (Deli deliyi görünce sopasını saklarmış), ovvero quando uno scalmanato incontra uno come lui è bene che si dia una calmata. Riportato alla situazione geopolitica, ciò significa che se in campo russo è il formidabile Sergej Lavrov (uno Schwarzenberg redivivo[1]) ad aver permesso al suo leader di “nascondere il bastone” (soprattutto dopo la scomparsa di Evgenij Primakov, vero mentore di Putin), in quello turco fino a qualche settimana fa era l’altrettanto indispensabile Ahmet Davutoğlu a svolgere un ruolo analogo. La decisione di farlo fuori, presentata dalla nostra stampa con i soliti toni bonari (si fa per dire) – vedi sul “Corriere” Franco Venturini: «I nuovi Sultani invece della scimitarra per decapitare usano le dimissioni per emarginare» – ha indiscutibilmente deteriorato l’autorità di Erdoğan (e consentito ai media di attaccarlo con più forza). Del resto è soprattutto grazie alla pacatezza di Davutoğlu se lo scontro tra Ankara e Mosca non è degenerato, nonostante Lavrov abbia sempre trattato, per ovvie ragioni istituzionali, con il suo omologo turco Mevlüt Çavuşoğlu (anche lui una sagoma).

Ora il buon Ahmet è sparito dalle scene ed è probabile che di lui non se ne sentirà più parlare: a quanto pare il Presidente turco ha fatto valere il noto principio “Io ti ho creato e io ti distruggo”. Tuttavia, al di là delle distorsioni mediatiche, per farsi un’idea dei punti principali di contrasto sarebbe utile consultare la lista del “rapporto Pelican” (Pelikan dosyası) divulgato da un gruppo di attivisti pro-Erdoğan: a parte le scaramucce su nomine e candidature, la rottura è sostanzialmente maturata a causa sia della controversa riforma presidenzialista sia, per quanto riguarda la politica estera (che Davutoğlu stava modellando secondo i principi del neo-ottomanesimo, di cui è il più illustre teorico), sui negoziati con le varie organizzazioni curde (compreso il famigerato PKK).
Come successore di Davutoğlu, Erdoğan ha imposto Binali Yıldırım: pur essendo una scelta scontata, essa dimostra comunque la scaltrezza dell’uomo politico. L’immagine di Yıldırım, che per più un decennio ha ricoperto quasi ininterrottamente la carica di Ministro dei Trasporti, è infatti legata ai successi politici ed economici dell’AKP, essendo egli il fautore dell’urbanizzazione estrema che negli ultimi anni ha consentito una crescita costante del PIL e – dettaglio troppo spesso trascurato – il saldo dei debiti col FMI nel 2013 (un “record” che pochi Paesi possono vantare). Con tale scelta Erdoğan spera di portare a termine il cammino verso il presidenzialismo nel modo meno accidentato possibile, affinché il popolo turco non giudichi il processo come già ha fatto l’opposizione, cioè un “golpe di palazzo”.

È vero che il fine giustifica i mezzi, e bisogna dar atto a Erdoğan di non esser stato così temerario da prorporre come premier il marito di sua figlia Berat Albayrak (che è rimasto Ministro per l’Energia); nondimeno il chiodo fisso per il presidenzialismo in un periodo così angosciante per il Paese potrebbe  spingerlo a fare il fatidico “passo più lungo della gamba”. A dirla tutta, l’opzione presidenzialista di per sé non sarebbe una soluzione sbagliata per la Turchia: il progetto era stato accarezzato da Turgut Özal durante il suo mandato presidenziale (1989-1993) per risolvere quello squilibrio tra potere politico e militare che ha funestato la recente storia turca, e un osservatore imparziale potrebbe considerare tale iniziativa come un progresso nel processo di democratizzazione.
Tuttavia non accorgersi dell’attuale mancanza di condizioni per portare a termine il progetto potrebbe rappresentare un errore fatale per Erdoğan. Infatti non è solamente la situazione interna a metterne a rischio la leadership: quello che accade al di là del confine dovrebbe essere ancor più preoccupante. Oltre la Siria e tutto il resto (non dimentichiamo le recenti fiammate tra Armenia e Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh), anche i presupposti con cui la Turchia entra in Europa, per tornare al punto da dove abbiamo iniziato, sono davvero poco entusiasmanti: togliendo di mezzo Davutoğlu, Erdoğan ha vincolato in modo definitivo il proprio destino politico a figure decadenti quali Angela Merkel e Barack Obama. Anche lo scenario più benevolo per lui, ovvero l’elezione di Clinton negli Stati Uniti e il rinvio dell’inevitabile crollo dell’egemonia tedesca nell’Unione Europa, non potrà comunque risparmiargli il rischio di diventare un capro espiatorio: se già il presidente turco viene dipinto come un mostro, i media non dovranno fare alcuno sforzo per imputargli (proprio come fanno ora!) la guerra civile siriana, la crisi immigratoria, l’ascesa dell’Isis, il terrorismo ecc…

Ancor più penoso immaginare cosa accadrebbe con l’avvento coordinato al potere di personaggi come Donald Trump e Marine Le Pen (che, a differenza degli avversari, suscitano enorme entusiasmo nei propri sostenitori): la Turchia da confine orientale dell’UE e della NATO potrebbe addirittura venir ridotto a Paese ostile? Non è impossibile crederlo, considerando ancora l’avversione che il tandem Merkel-Erdoğan provoca negli europei. Eppure l’ingresso della Turchia potrebbe ritardare la fine del progetto, o addirittura dargli nuova linfa attraverso la stabilizzazione dei Balcani, la risoluzione della crisi siriana, la conclusione della questione cipriota e molto altro. Purtroppo ciò non accadrà, perché i nostri mondi si stanno inesorabilmente distanziando (o magari stanno semplicemente crollando): gli Stati Uniti non sono più in grado di immaginare un ordine internazionale che li contempli ancora come dominanti, mentre l’Unione Europea è un castello di carte basato sull’inganno e la depredazione. Un destino del genere, nonostante tutto, non lo meriterebbe nemmeno la Turchia “mostruosa” dipinta dai nostri media. Come dicono da quelle parti: Allah düşmanıma vermesin.



[1] Tanto per ricordare lo stile di Felix Schwarzenberg, Ministro degli Esteri dell’Impero austriaco, pubblichiamo la sua risposta a Lord Palmerston, 4 dicembre 1848:
«Il governo imperiale non si cura certo di giustificare le misure delle sue autorità in Lombardia dinanzi al tribunale del Foreign Office. Lord Palmerston si crede un po’ troppo l’arbitro dei destini d’Europa. Per conto nostro, non siamo affatto disposti a lasciargli recitare in casa nostra la parte di Divina Provvidenza. Non ci passerebbe mai per la testa di imporgli i nostri consigli sulle faccende d’Irlanda; ci risparmi i suoi su quelle di Lombardia. A guardar le note, i dispacci, le comunicazioni che ci prodiga, si direbbe che nulla gli stia più a cuore della felicità e del benessere del nostro impero.
Trova che l’Austria sta crollando, e come rimedio escogita di farla a pezzi del tutto. Ecco dove mirano i suoi consigli, ecco lo scopo di ogni suo sforzo. Confesso francamente che ne abbiamo abbastanza delle sue insinuazioni, del suo tono ora protettore ora dottorale, ora ingiurioso e provocante, sconveniente sempre. Siamo decisi a non tollerarlo più oltre. Lord Palmerston ha detto una volta che se vogliamo la guerra l’avremo; gli rispondo che se vuole la guerra l’avrà. Non so se egli applichi a se stesso il motto di Luigi XIV, e identifichi l’Inghilterra con se stesso. Se anche fosse cosi, non cambierei una virgola di quel che ho detto».

1 commento:

  1. Complimenti! Blog interessantissimo. Di questi tempi è estremamente raro trovare chi non si accodi supinamente alla propaganda anti-turca. Andrea

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