mercoledì 19 luglio 2017

Mutilazioni genitali maschili

Rituale di circoncisione degli aborigeni australiani (fonte)
Una battaglia che mi trova generalmente d’accordo con tutti quei movimenti “maschilisti” sorti come funghi negli ultimi anni (specialmente in ambito anglosassone), è la richiesta di equiparazione tra circoncisione e infibulazione.
La questione in verità è molto semplice: se consideriamo le mutilazioni genitali femminili come un fenomeno barbaro e violento, perché non possiamo far lo stesso con quelle maschili
Per farsi un’idea delle principali argomentazioni “maschiliste”, consiglio la lettura di uno degli articoli più esaustivi sul tema: Circumcision: The double standard of genital mutilation (“A Voice for Men”, 19 agosto 2014)

Tuttavia, prima di addentrarci in qualsiasi “questione di genere”, è opportuno ricordare che il motivo principale per cui tale pratica non potrà mai essere messa in cattiva luce, almeno a livello mainstream, è l’importanza che le attribuiscono le comunità ebraiche, le quali in nessun caso accetterebbero una campagna anti-circoncisione condotta con le stesse modalità di quelle anti-infibulazione (nemmeno se fosse ridotta a una prospettiva radicalmente “islamofobica”).

Lasciamo però da parte le polemiche e veniamo al punto: negli Stati Uniti oltre la metà della popolazione maschile è circoncisa (la maggior parte sin dalla nascita); come se non bastasse, periodicamente le autorità sanitarie americane propongono campagne di circoncisione di massa per prevenire la diffusione dell’Aids:
«Tutti circoncisi. Per combattere l’Aids, la nuova arma dell’America […] è la circoncisione obbligatoria per i neonati. […] La pratica religiosa che unisce ebrei e musulmani, e che i cristiani rigettarono già con San Paolo, negli Stati Uniti, va detto, si è trasformata da più di un secolo in una operazione chirurgica così diffusa da essere quasi di routine. Le statistiche parlano del 79 per cento dei maschi, soprattutto bianchi (88 per cento) e neri (77 per cento) non ispanici. Ragioni storiche e culturali ne hanno facilitato lo sviluppo: dalla influenza della cultura ebraica a quella scuola di pensiero medico risalente alla fine dell’Ottocento che dall’Inghilterra attecchì in America, soprattutto perché sbandierava -nota la storica della medicina Ornella Moscucci- l’effetto anti-masturbazione.
[…] L’effetto-circoncisione si basa però sull’incidenza nell’Africa musulmana, dove i circoncisi riducono il rischio della metà. Ma già un documento […] rivela che “gli studi hanno dimostrato l’efficacia della circoncisione soltanto nei rapporti eterosessuali, che sono il modo di trasmissione dell’Hiv predominante in Africa, mentre la trasmissione più diffusa negli Usa è quella omosessuale”. Ma se l’efficacia è relativa perché esporre tutti i neonati a un intervento pur sempre chirurgico?»
(Usa, ipotesi circoncisione di massa, “Repubblica”, 24 agosto 2009).
Il tentativo di addurre giustificazioni “igieniche” sono risibili: che dire dell’aumento dei rischi di infezione conseguenti alla rimozione del prepuzio, nonché della progressiva perdita della sensibilità al glande? (Ormai non credete più nemmeno nel pansessualismo, poveri voi).
I motivi per cui negli Stati Uniti è considerato normale far circoncidere i propri figli sono perlopiù “culturali”: è naturale che un popolo auto-proclamatosi “eletto” cerchi di imitare quelle usanze che nel proprio immaginario rappresentano il legame privilegiato con la divinità (inevitabile, quindi, che una nazione fondata da puritani adotti costumi “giudaizzanti”).

In Italia non siamo in grado neppure di quantificare la diffusione del fenomeno, poiché, come detto, non è assolutamente percepito come un problema. Al contrario, l’attenzione verso l’infibulazione non viene mai meno: il Ministero per le Pari Opportunità ha persino istituto un numero verde contro le mutilazioni genitali femminili, in linea con una campagna internazionale promossa dalle Nazioni Unite. Non pare tuttavia che l’iniziativa, dal 2009 a oggi, abbia avuto molto successo, sia perché, come è noto, per gli standard attuali la violenza degli immigrati contro le donne è solo una manifestazione della loro “cultura” (o “identità”), che va difesa e tutelata dal colonialismo mentale delle società che li ospita; sia perché, dopo l’elezione di Trump, l’islam ha iniziato diventare un valore in sé (en passant, notiamo che se la sinistra “regressista” ha intenzione di andare fino in fondo col suo demenziale jihad “arcobaleno”, è probabile che tra qualche anno l’infibulazione, assieme al burqa e alla lapidazione delle adultere, diventerà una delle cose più femministe al mondo).

Al di là di questo andazzo, l’infibulazione suscita comunque una qualche indignazione (se non altro nei giornali di destra), mentre sollevare il minimo dubbio sulla circoncisione continua ad apparire come un atteggiamento “blasfemo”. Nel nostro Paese le sentenze riguardanti la mutilazione genitale maschile si contano sulle punta della dita, e si riferiscono solo alle condizioni in cui viene messa in atto, mai alla sua “sostanza”. Poco meno di dieci anni fa il gup del tribunale di Bari, alle prese con il caso di un bambino di origine nigeriana deceduto per dissanguamento in seguito a un “intervento” casalingo, sentenziò che «la circoncisione è un rito giustificato e giustificabile perché trova la sua ragion d’essere nella stessa Carta costituzionale, ma l’espletamento di tale rito non può prescindere dalle più comuni regole poste a tutela del diritto alla salute».
La madre venne quindi condannata a un anno di reclusione per omicidio colposo (purtroppo di recente abbiamo dovuto assistere a un caso simile).
La “ragion d’essere” evocata nella sentenza risiede nell’articolo 19 della Costituzione, che sancisce: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume».
Ancora una volta, sfuggono i motivi per cui la circoncisione troverebbe la sua raison d’être nella stessa Costituzione che al contempo vieta l’infibulazione.

Probabilmente è necessario allargare la prospettiva e riconoscere che, attorno alla questione, ruotano troppi “interessi”: da una parte la religione, con l’islamicamente corretto che procede di pari passo al giudaicamente corretto (una situazione in cui forse nemmeno un Paolo redivivo riuscirebbe a districarsi); dall’altra, il femminismo imperante che obbliga a ridurre ogni problematica esclusivamente al “patriarcato” (visto che abbiamo parlato di regimi islamici, non è un caso che gli adulteri maschi vengano regolarmente esclusi dall’elenco delle vittime: eppure le lapidazioni per zina valgono anche per gli uomini, dalla Somalia all’Iran).

Per le virtù del relativismo metodologico, così selettivo nel momento in cui si imbatte in temi che potrebbero urtare la suscettibilità di taluni o contravvenire ai dogmi del politicamente corretto, a fornire alla circoncisione, oltre a quella religiosa e ideologica, anche una base culturale, interviene l’antropologia. Ricordo, per esempio, un’imbarazzante apologia della mutilazione genitale maschile (per giunta in versione tribale) nel volume Contro l’identità (1996) dello studioso Francesco Remotti, nel quale il Nostro non si perita di mettere sotto accusa i missionari cristiani per aver osteggiato l’usanza dei BaNande congolesi di scheggiare il pene dei propri ragazzi con pietre appuntite. Secondo l’antropologo, i “colonizzatori” avrebbero «sgretolato una cultura insieme al suo momento più formativo e critico», negando «ogni senso educativo all’olusumba [scil. il rituale della circoncisione], facendolo così retrocedere a una mera manifestazione di superstizione, se non di barbarie».

Se nella stessa accademia la critica alla circoncisione è un tabù, risulta difficile pretendere un mutamento di sensibilità non dico da parte di rabbini, imam e luminari americani, ma dalla stessa opinione pubblica. Ecco perché poi uno finisce tra i “maschilisti”...

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