sabato 1 luglio 2017

Immigrazione: un’altra lezione all’Italia


Dopo la catastrofe delle elezioni comunali, che ha visto il centro-sinistra perdere le sue storiche “roccaforti”, il governo ha deciso di mettere in piedi una sceneggiata su tema dell’immigrazione, cercando di riportare alla dimensione dell’emergenza quella che fino a pochi giorni fa si era costretti a considerare la “nuova normalità”. Infatti, nonostante negli ultimi anni gli sbarchi siano aumentati in maniera graduale e costante, senza alcun “picco” che potesse sorprendere l’esecutivo, ora è stato nuovamente consentito ai media di puntare i riflettori sul sistema accoglienza, allo scopo di descriverlo per l’ennesima volta come al collasso.

In verità è da tempo che il sistema sarebbe al collasso, per il semplice motivo che non si è mai neppure tentato di fermare questa sorta di invasione “informale”. Anzi, si è cercato in tutti i modi di favorirla attraverso una persistente propaganda, rivolta specialmente contro chiunque si azzardasse a proporre anche la più blanda soluzione al problema: il paradosso è che ora, per interesse elettorale, è il governo stesso a minacciare un fantomatico “blocco navale”, questa volta col plauso delle tricoteuses terzomondiste (evidentemente una proposta del genere ora non è più considerata “nazista”).

Questa sgradevole situazione ricorda per certi aspetti la “crisi” che nacque dalla sciagurata intenzione di portare una cinquantina di profughi a Capalbio: l’onta per il gesto blasfemo fu così sentita che si dovette rimediare con un “prefetto di ferro” quale Minniti agli Interni, a garanzia che nessun africano avrebbe mai messo piede nelle mete predilette della gauche caviar. In effetti così è stato: il nuovo “piano di redistribuzione” ha semplicemente riversato ancora una volta il peso dell’immigrazione sulle periferie, tenendo i disdicevoli centri di accoglienza lontani dagli occhi della “parte migliore del Paese”.

In aggiunta alla disastrosa congiuntura interna, l’Italia ha dovuto ancora sopportare gli oltraggi degli altri Paesi europei, che tecnicamente dovrebbero “tenersela buona” anche nel caso avessero davvero l’intenzione di trasformarla nel campo profughi più grande del mondo. Invece, al vertice preparatorio del G20, di fronte a un Gentiloni in condizioni pietose, l’enfant prodige Emmanuel Macron ha chiarito perfettamente la linea francese (cioè tedesca, o “franco-tedesca” se vi piace sognare): l’80% dei migranti che arrivano in Italia sono “economici”, non sono rifugiati, dunque è più che giustificata la semi-militarizzazione della frontiera a Ventimiglia.

Il tono da pétasse di Macron mi ha un po’ stupito, devo ammetterlo: non che provi qualche pietà per chi lo ha designato sulla fiducia a proprio rappresentante in Europa; ma prendere lezioni (anzi, lezioncine) da uno che si è perso per strada tre ministri prima ancora di mettersi in posa per la foto ufficiale, è piuttosto imbarazzante, n’est-ce pas? Se almeno non gli avessero costruito attorno quell’aura di santità, a quest’ora forse i giornali italiani si sentirebbero autorizzati ad accennare alla ridicola circostanza di una crisi di governo senza governo.

D’altro canto, la vacherie di Macron non sembra del tutto ingiustificata, visto che in campagna elettorale ha spinto molto sulle “sanzioni alla Polonia”, sempre in nome dei fantomatici “valori europei”: con la distinzione tra migrante “legittimo” e migrante “economico” (una proposta che in bocca a qualsiasi altro avrebbe fatto scattare la lapidazione), il seduttore di maestrine può così bacchettare quelle nazioni che non hanno intenzione di accettare il piano di redistribuzione europeo (talmente assurdo che nemmeno la Germania, teoricamente la sua ispiratrice, si preoccupa di rispettarlo) e al contempo sigillare il confine con l’Italia.

Ovviamente senza la sudditanza complice del nostro governo, la Francia non avrebbe un così ampio margine di manovra: nell’ultimo incontro si è toccato il punto più basso di umiliazione possibile, con le minacce ormai sbattute direttamente in faccia, senza nemmeno qualche ambasciatore a fingere di non portar pena.

La domanda alla fine è sempre la stessa: Quousque tandem? (declinata in qualsiasi lingua possibile, perché adesso persino l’Estonia ha iniziato a darci lezioni…).

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