sabato 22 luglio 2017

I fratelli che vennero dalla foresta


La NATO, attraverso il suo canale di YouTube, ha pubblicato qualche giorno fa un breve documentario per celebrare i “fratelli della foresta”, quei partigiani estoni, lettoni e lituani, che resistettero all’occupazione sovietica almeno fino alla metà degli anni ’50, quando vennero quasi interamente sbaragliati dai nuovi invasori.

Il filmato, come prevedibile, ha suscitato accese polemiche da parte delle autorità russe, che non vedevano l’ora di riportare in auge le care vecchie accuse staliniane contro i guerriglieri baltici: tutto sommato la NATO ha fatto loro un piacere, tornando ai toni old school e lasciando da parte gli arcobaleni e le canzonette che durante l’era Obama avevano messo a disagio un po’ tutti.

Nulla da eccepire, sia chiaro: nel campo della propaganda la lex talionis è l’unica regola valida, anche nella forma dello “specchio riflesso” (Tu mi chiami “Stalin”? E io ti chiamo “Hitler”!).
Tuttavia, sarebbe giusto precisare, per onestà intellettuale, che le formazioni che concorsero nel formare la resistenza anti-sovietica, cioè i corpi franchi, le brigate antibolsceviche e i gruppi paramilitari, nacquero ben prima del nazismo (e anche del fascismo), in concomitanza con i primi vagiti di indipendenza delle loro patrie tra il 1918 e il 1919. Bisogna inoltre ricordare che a ispirare i nazionalismi baltici non fu soltanto l’avversione ai russi, ma anche (e in alcuni casi soprattutto) un marcato spirito anti-tedesco. Se in seguito molti dei “fratelli della foresta” fiancheggiarono le armate del Reich (e alcuni confluirono direttamente nelle SS), fu solo per motivazioni tattiche, in base al principio che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Anche i pogrom che accompagnarono l’avanzata tedesca nel Baltico non furono ispirati dall’antisemitismo nazista, ma si verificarono in continuità con le ossessioni locali, che in Estonia facevano apparire gli ebrei come quinte colonne del bolscevismo (un sospetto accresciuto dal colpo di stato tentato dall’Unione Sovietica nel 1924), mentre in Lituania (come è stato osservato da Maurice Bardèche), per quanto paradossale possa sembrare, la minoranza semita era considerata contigua all’imperialismo (e al capitalismo) tedesco.

Insomma, una situazione nella quale “il più pulito ha la rogna”: per questo non mi interessa più di tanto polemizzare con chi evidentemente pensa che di storia si possa discutere solo in termini di tifoseria. L’unica cosa che mi piacerebbe è che i miei connazionali la smettessero di idealizzare gli imperi ai quali non sono stati sottomessi, fosse solo perché (tra le altre cose) tale atteggiamento è speculare all’entusiastica adesione alla NATO da parte dei Paesi baltici (che pure viene dagli stessi ipocritamente biasimata).
È anche vero che molti italiani non hanno neppure gli strumenti culturali per comprendere cosa ha significato per estoni e lituani vivere sotto occupazione sovietica, dato che nel nostro Paese il più piccolo accenno all’argomento viene ancora considerato politicamente scorretto, se non apertamente blasfemo (da Libro nero del comunismo, per intendersi): ultimamente si sta persino diffondendo l’andazzo di bollare qualsiasi critica a Stalin o all’Unione Sovietica come “filonazista” e/o “russofobica” (state tranquilli, i russi sanno benissimo difendersi da soli!).

Se posso aggiungere My two cents (anche in Russia questa espressione sta prendendo piede, tradotta letteralmente come Мои два цента), penso che il video della NATO sia un encomio tardivo verso popoli che sono stati dati in pasto a Stalin in nome del nuovo equilibrio mondiale. Ci tengo, tra parentesi, a precisare che non sono uno di quelli che vede in Stalin il male assoluto (anzi, tutt’altro): però devo ammettere che il tiranno bolscevico suscita in me molto meno entusiasmo rispetto a quello che invece nutrirono nei suoi confronti Churchill e Roosevelt. Per ingraziarsi “Baffone”, gli Alleati infatti fecero cose che gridano ancora vendetta: pochi conoscono, ad esempio, la famigerata “Operazione Keelhaul”, attraverso la quale Roosevelt e Truman consegnarono almeno un milione di combattenti anti-bolscevichi direttamente all’Unione Sovietica. Tra di essi, cosacchi, russi bianchi e persino semplici civili che da un giorno con l’altro erano diventati cittadini sovietici. In particolare, gli appartenenti all’Esercito di Liberazione del generale Vlasov (la versione russa dei “fratelli della foresta”, seppur dal carattere più smaccatamente collaborazionista) che caddero nelle mani degli americani, vennero riconsegnati a Stalin addirittura “impacchettati”, cioè storditi con lacrimogeni e barbiturici.

La memoria dei “fratelli della foresta” è in effetti controversa su entrambi i fronti, poiché mentre gli americani si trovano ora costretti a rivalutarli, sancendo un’improponibile  continuità tra partigiani anticomunisti e forze armate lituane, quasi a certificare il fallimento del proprio progetto geopolitico (incoraggiare i revanscismi altrui rappresenta da sempre l’ultima ratio di un impero, come la storia ha dimostrato in più occasioni), al contrario i russi stanno ancora cercando di capire se Putin sia erede di Nicola II o Stalin: il dibattito tra nazionalisti da quelle parti, già particolarmente infuocato, si è acuito col conflitto in Ucraina. Le posizioni in realtà sono molto più composite di come vengono presentate da intellettuali come Aleksander Dugin, che ovviamente hanno tutto l’interesse a dipingere un’estrema destra monoliticamente «filo-atlantista, filo-americana, razzista, anti-putiniana, anti-ortodossa» (ma si pensi solo al surreale exploit di Eduard Limonov a favore dell’occupazione di Crimea e Donbass).

Da che parte oggi combatterebbero i “fratelli della foresta”, si chiedono i patriottardi russi (in attesa di diventare grandi): con i “banderisti” ucraini (perché, a seconda delle simpatie, i traditori restano traditori, o gli anti-comunisti restano anti-comunisti), oppure con gli insorti di Donetsk e di Lugansk, le milizie popolari che hanno unito filorussi, vetero-stalinisti, anarchici, nazional-bolscevichi e trotskisti?
La questione è sempre aperta, anche perché l’Armata di Liberazione (“R.O.A.” in russo) resta una componente importante dell’immaginario dei nuovi momenti nazionalistici, che negli ultimi anni si sono impossessati non solo dei suoi simboli (come la bandiera con la Croce di Sant’Andrea), ma della sua stessa eredità “morale”. Per farsi un’idea, presento qui di seguito la traduzione di uno degli inni che negli ultimi anni sono stati dedicati proprio a coloro “vennero dalla foresta”:



Выходили к лесу добровольцы,
[Vykhadili k lesu dabravol’tsy,]
Позади шумел тенистый сад,
[Pazadi šumel tjenistij sad,]
По полям звенели колокольцы
[Pa paljam zvinjeli kalakol’tsy]
И склонялось солнце на закат.
[I sklanjalos’ sontse na zakat.]

Шли они межою полевою
[Šli ani mježoju palevoju]
А над ними неба берюза,
[A nad nimi njeba berjuza,]
И с холма за речкой небольшою
[I s khalma za rechkoj njebal’šoju]
Вслед смотрели девичью глаза.
[Vsled smatrjeli djevič’ju glaza.]

Ненаглядный сердцу друг любимый
[Njenagljadnyj serdtsu drug ljubimyj]
Синеглазый парень удалой,
[Sineglazyy paren’ udaloj,]
За свободу и за край родимый,
[Za svabodu i za kray radimyj,]
Уходил на подвиг боевой.
[Ukhadil na podvig bajevoj.]

Я иду туда где враг кровавый,
[Ja idu tuda gde vrag kravavij,]
Притаил в осоке пулемёт,
[Pritail v asoke puljemiot,]
Я иду на бой святой и правый
[Ja idu na boy svjatoj i pravyj]
За свободный труд и за народ.
[Za svabodnyj trud i za narod.]

Спи спокойно мой любимый город!
[Spi spakojna moj ljubimyy gorad!]
Колосись ты, рожь, в родном краю,
[Kalasis’ ty, rozh', v radnom kraju,]
Кто сегодня смел и сердцем молод,
[Kto sivodnija smel i serdtsem molad,]
Встанет тот за Родину свою...
[Vstanet tot za Rodinu svayu...]

И летела песня в степь и дали,
[I ljetela pjesnya v step' i dali,]
И алела неба бирюза,
[I aljela njeba biryuza,]
И с холма лаская провожали
[I s khalma laskaja pravažali]
Добровольца девичьи глаза.
[Dabravol’tsa djevič’i glaza.]
I volontari vennero dalla foresta

dietro di loro il fruscio di un giardino ombreggiato
per i campi tintinnavano i fiori

e il sole calava al crepuscolo.


Camminarono attraverso i campi

Sopra di loro il cielo turchino

E dalla collina dietro il piccolo fiume

li seguivano gli occhi di una ragazza.


Un amico adorato e dal cuore sincero

Un ragazzo sveglio dagli occhi blu

Per la libertà e la sacra patria

partito gloriosamente a combattere.


Io vado laddove sta il sanguinario nemico

Nascondendo la mitragliatrice tra le fronde

Combatto una guerra giusta e santa

Per la libertà dei lavoratori e per la patria


Dormi tranquilla, oh adorata città!

Ondeggino i campi di grano della patria,

Perché chi ora ha coraggio e cuore giovane

Inciterà tutti i patrioti…


E la canzone vola alle steppe e ancor più lontano,
E il cielo si fa sempre più turchino

E dalla collina dolcemente ci seguono

Gli occhi di una giovane volontaria.

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