sabato 8 luglio 2017

La crisi migratoria tra farse e tragedie

La strategia dei “gesti eclatanti” adottata dall’attuale governo per gestire il problema dell’immigrazione sta prendendo una piega preoccupante. Si sperava fosse solo un po’ di bailamme per propiziare la prossima campagna elettorale, invece in questi giorni si è visto davvero di tutto: Gentiloni che minaccia il “blocco navale”, Renzi che usa slogan ormai snobbati pure da Salvini (“aiutiamoli a casa loro”, “no al buonismo”), la Boldrini che parla di “questione africana” e “destabilizzazione da fenomeno migratorio”…
Il cambiamento è impressionante: si è passati dallo psicoreato per chiunque si azzardasse a definire un migrante “immigrato”, “straniero” o “clandestino”, a toni da “Fortezza Europa”.
Nonostante si tratti della degna conclusione di una legislatura disastrosa, si rimane comunque attoniti nel constatare, col senno di poi, quanto poco “idealismo” o “buonismo” ci fosse in tutto questo, ma solo squallidi calcoli politici. L’ipotesi più benevola è che una parte della nostra classe dirigente abbia voluto provocare una crisi migratoria per mettere gli altri partner dell’Unione di fronte al fatto compiuto, costringendoli così ad accelerare la cosiddetta “integrazione europea”. Chiaramente non si può escludere dietro tale scelta una qualche complicità con interessi stranieri, o anche la pura e semplice incompetenza (il volto del precedente premier in effetti dice molto): ciò che però colpisce sopra ogni cosa è l’incredibile cinismo, che ora obbliga a “scaricare” i migranti in vista delle prossime elezioni, senza tema di scatenare la famigerata “guerra tra poveri”, vellicando gli istinti più bassi delle classi subalterne (le uniche, in fondo, realmente danneggiate dal fenomeno).

A pensarci bene, tutte le misure di cui adesso farneticano i rappresentanti “democratici”, si sarebbero potute mettere in atto in qualsiasi momento durante la “crisi”, approfittando di uno a caso degli innumerevoli pretesti che la stessa Unione ha offerto negli ultimi anni. Qualche mese dopo l’inizio dell’“invasione”, era infatti già chiara la volontà dell’“Europa” di abbandonare l’Italia al proprio destino, dunque un’azione unilaterale in tal senso sarebbe stata immediatamente giustificata; dopo un anno di sbarchi ininterrotti, la situazione insostenibile dava tutto il diritto di attuare i respingimenti; con l’insorgere dell’epidemia di ebola, sarebbe stato più che legittimo sigillare i confini, come peraltro hanno fatto gli Stati africani colpiti dall’emergenza sanitaria (ricevendo addirittura il plauso delle organizzazioni internazionali); poi, con l’escalation degli attacchi terroristici, se l’Italia non avesse fatto passare più nessuno, ci saremmo risparmiati qualche attentato; dopo due anni di “emergenza”, con il peso dell’immigrazione scaricato sugli strati sociali più disagiati, sarebbe stata una mossa lungimirante fermare i flussi per “non alimentare il populismo”; dopo i miliardi versati alla Turchia per bloccare la rotta balcanica (che metteva in difficoltà la Germania), sarebbe stato opportuno pretendere un impegno equivalente anche per la chiusura di quella mediterranea; infine, lo scandalo della collusione tra organizzazioni non governative e scafisti avrebbe rappresentato un perfetto casus belli per vietare l’attracco nei porti italiani alle navi straniere.

Questi i primi alibi che mi vengono in mente: sicuramente ve ne sono molti altri, ma non è necessario elencarli tutti, poiché sarebbe bastata davvero una scusa qualunque, se pensiamo, tra le altre cose, che persino le famigerate “sanzioni” ventilate contro gli Stati che rifiutano di rispettare l’inconsistente piano di redistribuzione non siano state ancora nemmeno quantificate. 
Per fare un altro esempio, qualche settimana fa Ted Malloch, uno degli uomini di fiducia di Trump (e probabile prossimo ambasciatore per l’Ue), ha suggerito apertis verbis al governo italiano di mettere in conto alla Nato le spese sostenute per l’immigrazione, in modo da aggirare gli assurdi parametri europei (che, ça va sans dire, siamo gli unici a rispettare).
Per farla breve, esistevano miriadi di giustificazioni per affrontare gradualmente il problema, piuttosto che ridursi fino al punto di non ritorno, quando, per “negoziare meglio” (parola di Minniti), si è reso necessario proporre le soluzioni più drastiche.

A dirla tutta, i piddini li preferivo prima, quando sostenevano che centomila africani all’anno avrebbero salvato le finanze pubbliche, pagato le pensioni, rafforzato il nostro sistema immunitario, ripopolato la Sardegna, eccetera. Si poteva ancora coltivare l’illusione che ci credessero sul serio, che davvero avessero intenzione di migliorare la nostra società, farla diventare più multiculturale e solidale, anche secondo il modello delle vecchie pubblicità della Ringo in cui una mano bianca batteva il cinque a una nera.

Non era una risorsa, l’immigrazione? Com’è possibile che nel giro di un fine settimana sia diventato non solo il problema principale del Paese e l’unico tema su cui impostare una campagna elettorale, ma addirittura un fenomeno “destabilizzante”, o per usare le parole di Renzi, «un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico»?
Ci chiediamo a quale livello il governo sia disposto ad arrivare, per giunta in una situazione sociale esplosiva: quanti ballon d’essai saranno necessari per racimolare qualche voto che probabilmente è perso per sempre? Che almeno si fermino prima di superare il limite che separa la farsa dalla tragedia, anche per rispetto delle migliaia di persone morte a causa di tutta l’assurda propaganda per coprire scelte sconsiderate e accordi inconfessabili.

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