martedì 25 luglio 2017

Generatore automatico di bufale contro Erdoğan


Come è noto, l’“emergenza fake news” è quella cosa iniziata con l’elezione di Trump e conclusasi, almeno temporaneamente, con quella di Macron (che però è già diventato cattivo); infatti, fino al novembre dell’anno scorso, come si può verificare con una breve ricerca negli archivi dei principali quotidiani italiani, le formule prevalenti per indicare una “bufala” erano ancora espresse nell’idioma gentile; è con la repentina e coordinata adozione del nuovo “marchio internazionale” che si è assistito a una nuova fase, piuttosto grossolana, della psychological warfare.

In verità, se volessimo fare un conteggio meramente quantitativo delle fake news, probabilmente scopriremmo che il politico più colpito (prima dell’avvento di Trump) è stato nientedimeno che… Recep Tayyip Erdoğan: proprio lui, il Sultano che nel tempo libero, tra le altre cose, gestisce l’Isis e promuove la pedofilia (per ricordarne giusto un paio, perché contro il Nostro ne sono state sparate talmente tante che ormai è impossibile tenere il conto).

In ogni caso, ci sarebbe abbastanza materiale per stilare un “libro bianco” su questa piccola guerra mediatica (alcune storielle sono molto divertenti, come quella di Erdoğan che fa censurare il Don Giovanni di Mozart perché invidioso dei suoi successi sentimentali). Tuttavia sarebbe in primo luogo necessario capire chi dovrebbe occuparsi di tale “operazione-verità”, visto che i meno interessati a difendere Ankara dalle calunnie sembrano proprio i suoi stessi rappresentanti ufficiali: spiace dirlo, ma l’abulia con cui regolarmente gli ambasciatori transigono anche sulle panzane più clamorose, è a mio parere una delle cause della recente proliferazione delle fake news anti-turche (che laggiù traducono letteralmente come yalan haberler, oppure, con un gioco di parole legato alla prima bufala “ufficiale” della Turchia moderna, asparagas).

Prima o poi sarà necessario prendere qualche provvedimento per contrastare una tendenza che, se al momento danneggia “soltanto” l’immagine della Turchia agli occhi degli italiani (non che sia un fenomeno trascurabile, considerando anche gli effetti negativi sul turismo), a lungo andare potrebbe trasformarsi in qualcosa di più pericoloso (si pensi alla dilagante “curdomania”, foriera di ripercussioni terroristiche). Obiettivamente appare temerario lasciare l’onere di una controffensiva, che andrebbe combattuta in primis a livello istituzionale e diplomatico, esclusivamente a blog insignificanti o siti anti-bufale, che per giunta non possono limitarsi a smentire le notizie false, ma devono anche giustificarsi di continuo perché, dicendo la verità, hanno preso le difese del “gran visir di tutti i terr…oristi” (così infatti l’opinione pubblica italiana è condizionata dalla propria stampa a considerare il Presidente turco).

È chiaro che con l’andar del tempo pure gli “sbufalatori” di professione perderanno l’entusiasmo e propenderanno per argomenti più neutrali (o almeno più “politicamente corretti”), archiviando per sempre l’etichetta “Turchia”. Del resto tale eventualità si sta già verificando: alcune “leggende nere” su Erdoğan continuano a circolare senza che nessuno si preoccupi di rettificare alcunché; in fondo, perché compromettersi con un personaggio che regolarmente viene additato come causa di tutti i nostri mali (dall’immigrazione al terrorismo, dal conflitto in Siria all’avanzata del populismo, dalle primavere arabe a non so che altro)?

Per esempio, verso la fine dell’estate scorsa i giornali italiani, sulla scorta di quegli inglesi, riportarono all’unisono la notizia che le pièce di Dario Fo (insieme a quelle di Shakespeare, Cechov e Brecht) erano stati bandite da tutti i teatri turchi: i primi furono quelli de “Il Foglio”, poi rilanciati in pompa magna dal “Corriere” con tanto di intervista al premio Nobel (che un mese dopo sarebbe scomparso senza nemmeno sapere che i suoi spettacoli vanno ancora in scena!) e seguiti a ruota da tutti gli altri (“La Stampa”, “Il Fatto Quotidiano” eccetera): come volevasi dimostrare, nessun sito anti-bufale si è mai preoccupato di approfondire la vicenda (appunto per questo, ripeto, sarebbe utile capire a chi spetta di puntualizzare che una notizia è falsa, quando nessuno si fa avanti per smentirla…).

Il “caso” in questione è indicativo, poiché sarebbe bastato il traduttore di Google per capire il modo in cui la notizia è stata manipolata. In due parole, è andata così: a seguito del tentato colpo di stato dell’anno scorso, il consiglio delle compagnie teatrali nazionali (che “La Stampa” chiama Turkish State Theatres e definisce “la più importante compagnia”…?!) ha deciso di modificare i palinsesti per far sì che la nuova stagione iniziasse con opere di artisti turchi. Mossa discutibile, non c’è dubbio, ma tutto sommato un compromesso accettabile per placare gli animi di una società sull’orlo di una guerra civile. Non per questo, infatti, il governo impedirà ai suoi cittadini di assistere a uno spettacolo controverso come Morte accidentale di un anarchico (messo in scena a Smirne nel novembre dell’anno scorso, proprio in uno dei teatri “controllati dallo Stato”). Per inciso, non so quanto un’opera del genere (perlopiù espressione delle fisime personali dell’autore, ma parce sepultis) abbia da dire a un pubblico che non solo ha attraversato quella tragica stagione in circostanze quasi identiche alle nostre (con qualche golpe in più), ma che oggi è ancora costretto a fare i conti con gli “amati militari” (© Antonio Ferrari), osannati peraltro dagli stessi giornali di cui sopra, che l’anno scorso non vedevano l’ora di godersi il putsch fanta-kemalista (e adesso parlano di khomeinizzazione).

Questo è quanto. Il perfido Erdoğan, dopo aver militato nell’Isis, sterminato gli armeni, fatto piangere Putin, messo in galera Don Giovanni, aver organizzato un golpe contro se stesso, islamizzato l’Olanda e Lindsay Lohan, ha fatto pure morire Dario Fo di dolore…

Per l’ennesima volta mi domando se l’1% di frottole raccontate sulla Turchia fossero state usate contro Israele quanti “professionisti dell’informazione” sarebbero stati crocifissi (in senso metaforico, s’intende). A questo punto, tanto varrebbe creare un generatore automatico di bufale contro Erdoğan e lasciare che questo bot prenda il posto di tutti gli “inviati speciali”: se non altro il giornalismo italiano ne guadagnerebbe in lucidità e onestà intellettuale.

sabato 22 luglio 2017

I fratelli che vennero dalla foresta


La NATO, attraverso il suo canale di YouTube, ha pubblicato qualche giorno fa un breve documentario per celebrare i “fratelli della foresta”, partigiani estoni, lettoni e lituani che resistettero all’occupazione sovietica almeno fino alla metà degli anni ’50, quando vennero quasi interamente sbaragliati dagli invasori.

Il filmato, come prevedibile, ha suscitato accese polemiche da parte delle autorità russe, che non vedevano l’ora di riportare in auge le care vecchie accuse staliniane contro i guerriglieri baltici: tutto sommato la NATO ha fatto loro un piacere, tornando ai toni old school e lasciando da parte gli arcobaleni e le canzonette (che durante l’era Obama avevano messo a disagio un po’ tutti).

Nulla da eccepire, sia chiaro: nel campo della propaganda la lex talionis è l’unica regola valida, anche nella forma dello “specchio riflesso” (Tu mi chiami “Stalin”? E io ti chiamo “Hitler”!).
Tuttavia, sarebbe giusto precisare, per onestà intellettuale, che le formazioni che concorsero nel formare la resistenza anti-sovietica, cioè i corpi franchi, le brigate antibolsceviche e i gruppi paramilitari, nacquero ben prima del nazismo (e anche del fascismo), in concomitanza con i primi vagiti di indipendenza delle loro patrie tra il 1918 e il 1919. Bisogna inoltre ricordare che a ispirare i nazionalismi baltici non fu soltanto l’avversione ai russi, ma anche (e in alcuni casi soprattutto) un marcato sentimento anti-tedesco. Se in seguito molti dei “fratelli della foresta” fiancheggiarono le armate del Reich (e alcuni confluirono direttamente nelle SS), fu solo per motivazioni tattiche, in base al principio che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Anche i pogrom che accompagnarono l’avanzata tedesca nel Baltico non furono ispirati dall’antisemitismo nazista, ma si verificarono in continuità con le ossessioni locali, che in Estonia facevano apparire gli ebrei come quinte colonne del bolscevismo (un sospetto accresciuto dal colpo di stato tentato dall’Unione Sovietica nel 1924), mentre in Lituania (come è stato osservato da Maurice Bardèche), per quanto paradossale, la minoranza semita era considerata complice dell’imperialismo tedesco e contigua col suo tipo di capitalismo.

Insomma, una situazione nella quale “il più pulito ha la rogna”: per questo non mi interessa più di tanto polemizzare con chi evidentemente pensa che di storia si possa discutere solo in termini di tifoseria. L’unica cosa che mi piacerebbe è che i miei connazionali la smettessero di idealizzare gli imperi ai quali non sono stati sottomessi, fosse solo perché (tra le altre cose) tale atteggiamento è speculare all’entusiastica adesione alla NATO da parte dei Paesi baltici (che pure viene dagli stessi ipocritamente biasimata).
È anche vero che molti italiani non hanno neppure gli strumenti culturali per comprendere cosa ha significato per estoni e lituani vivere sotto occupazione sovietica, dato che nel nostro Paese il più piccolo accenno all’argomento viene ancora considerato politicamente scorretto, se non apertamente blasfemo (da Libro nero del comunismo, per intendersi): ultimamente si sta persino diffondendo l’andazzo di bollare qualsiasi critica a Stalin o all’Unione Sovietica come “filonazista” e/o “russofobica” (ma state calmi, i russi sanno benissimo difendersi da soli).

Se posso aggiungere My two cents (anche in Russia questa espressione sta prendendo piede, tradotta letteralmente come Мои два цента), penso che il video della NATO sia un encomio tardivo verso popoli che sono stati dati in pasto a Stalin in nome del nuovo equilibrio mondiale.
Per quel che mi riguarda, anche se non vedo in Stalin il male assoluto, devo tuttavia ammettere che il tiranno bolscevico mi suscita molta meno simpatia di quella nutrita nei suoi confronti da Churchill e Roosevelt. Per ingraziarsi “Baffone”, gli Alleati infatti fecero cose che gridano ancora vendetta: pochi conoscono, ad esempio, la famigerata “Operazione Keelhaul”, attraverso la quale Roosevelt e Truman consegnarono almeno un milione di combattenti anti-bolscevichi direttamente all’Unione Sovietica. Tra di essi, cosacchi, russi bianchi e persino semplici civili che da un giorno con l’altro erano diventati cittadini sovietici. In particolare, gli appartenenti all’Esercito di Liberazione del generale Vlasov (la versione russa dei “fratelli della foresta”, seppur dal carattere più smaccatamente collaborazionista) che caddero nelle mani degli americani, vennero riconsegnati a Stalin addirittura “impacchettati”, cioè storditi con lacrimogeni e barbiturici.

La memoria dei “fratelli della foresta” è in effetti controversa su entrambi i fronti, poiché mentre gli americani si trovano ora costretti a rivalutarli, sancendo un’improponibile continuità tra partigiani anticomunisti e forze armate lituane, quasi a certificare il fallimento del proprio progetto geopolitico (incoraggiare i revanscismi altrui rappresenta da sempre l’ultima ratio di un impero, come la storia ha dimostrato in più occasioni), al contrario i russi stanno ancora cercando di capire se Putin sia erede di Nicola II o Stalin: il dibattito tra nazionalisti da quelle parti, già particolarmente infuocato, si è acuito col conflitto in Ucraina. Le posizioni in realtà sono molto più composite di come vengono presentate da intellettuali come Aleksander Dugin, che ovviamente hanno tutto l’interesse a dipingere un’estrema destra monoliticamente «filo-atlantista, filo-americana, razzista, anti-putiniana, anti-ortodossa» (ma si pensi solo al surreale exploit di Eduard Limonov a favore dell’occupazione di Crimea e Donbass).

Da che parte oggi combatterebbero i “fratelli della foresta”, si chiedono i patriottardi russi (in attesa di diventare grandi): con i “banderisti” ucraini (perché, a seconda delle simpatie, i traditori restano traditori, o gli anti-comunisti restano anti-comunisti), oppure con gli insorti di Donetsk e di Lugansk, le milizie popolari che hanno unito filorussi, vetero-stalinisti, anarchici, nazional-bolscevichi e trotskisti?
La questione è sempre aperta, anche perché l’Armata di Liberazione (“R.O.A.” in russo) resta una componente importante dell’immaginario dei nuovi momenti nazionalistici, che negli ultimi anni si sono impossessati non solo dei suoi simboli (come la bandiera con la Croce di Sant’Andrea), ma della sua stessa eredità “morale”. Per farsi un’idea, presento qui di seguito la traduzione di uno degli inni che negli ultimi anni sono stati dedicati proprio a coloro “vennero dalla foresta”:

mercoledì 19 luglio 2017

Mutilazioni genitali maschili

Rituale di circoncisione degli aborigeni australiani (fonte)
Una battaglia che mi trova generalmente d’accordo con i movimenti “maschilisti” sorti all’improvviso in questi anni (specialmente in ambito anglosassone), è la richiesta di equiparazione tra circoncisione e infibulazione. Perché la questione è in effetti semplice: se consideriamo le mutilazioni genitali femminili come un fenomeno barbaro e violento, perché non possiamo far lo stesso con quelle maschili?

Per farsi un’idea delle principali argomentazioni “maschiliste”, consiglio la lettura di uno degli articoli più esaustivi sul tema: Circumcision: The double standard of genital mutilation (“A Voice for Men”, 19 agosto 2014). L’autore, oltre a darci uno spaccato del sentiment assolutamente positivo degli americani sulla questione (sono proprio i medici i primi a suggerire la circoncisione ai genitori), snocciola anche cifre interessanti sul business nascosto nato attorno alla pratica (oltre ai ricavi per le operazioni, le cliniche possono vendere i prepuzi alle università o all’industria cosmetica) e sui danni alla salute che essa comporta (nonostante in ambito scientifico vi sia una certa reticenza a fare ricerche in tale direzione).

Negli Stati Uniti oltre la metà della popolazione maschile è circoncisa (la maggior parte sin dalla nascita); inoltre, le autorità sanitarie americane propongono campagne periodiche per anti-Aids (pur non essendoci alcuna prova della reale efficacia dell’operazione nel prevenire il contagio):
«Per combattere l’Aids, la nuova arma dell’America […] è la circoncisione obbligatoria per i neonati. […] La pratica religiosa che unisce ebrei e musulmani, e che i cristiani rigettarono già con San Paolo, negli Stati Uniti, va detto, si è trasformata da più di un secolo in una operazione chirurgica così diffusa da essere quasi di routine. Le statistiche parlano del 79 per cento dei maschi, soprattutto bianchi (88 per cento) e neri (77 per cento) non ispanici. […] L’effetto-circoncisione si basa però sull’incidenza nell’Africa musulmana, dove i circoncisi riducono il rischio della metà. Ma già un documento […] rivela che “gli studi hanno dimostrato l’efficacia della circoncisione soltanto nei rapporti eterosessuali, che sono il modo di trasmissione dell’Hiv predominante in Africa, mentre la trasmissione più diffusa negli Usa è quella omosessuale”. Ma se l’efficacia è relativa perché esporre tutti i neonati a un intervento pur sempre chirurgico?» (Usa, ipotesi circoncisione di massa, “Repubblica”, 24 agosto 2009).
Il tentativo di addurre giustificazioni “igieniche” sono risibili: che dire dell’aumento dei rischi di infezione conseguenti alla rimozione del prepuzio, nonché della progressiva perdita della sensibilità al glande? Pare che, come sottolinea anche l’articolista di cui sopra, i motivi per cui negli Stati Uniti è considerato normale far circoncidere i figli siano anche “culturali”: è naturale che un popolo auto-proclamatosi “eletto” cerchi di imitare le usanze che nel proprio immaginario attestano un legame privilegiato con la divinità (e inevitabile, quindi, che una nazione fondata da puritani adotti costumi “giudaizzanti”).

In Italia non siamo in grado di quantificare la diffusione del fenomeno, poiché, come detto, non è assolutamente percepito come un problema. Al contrario, l’attenzione verso l’infibulazione non viene mai meno: il Ministero per le Pari Opportunità ha persino istituto un numero verde contro le mutilazioni genitali femminili, in linea con una campagna internazionale promossa dalle Nazioni Unite. Non pare tuttavia che l’iniziativa abbia avuto molto successo, sia perché, come è noto, per gli standard attuali la violenza degli immigrati contro le donne è solo una manifestazione della propria “identità”, che va difesa e tutelata dal colonialismo culturale delle società che li ospita; sia perché, dopo l’elezione di Trump, l’islam è entrato a far parte del bagaglio ideologico dei suoi oppositori (vedi l’hijab diventato magicamente un simbolo femminista).

Al di là di tale andazzo, l’infibulazione suscita comunque una qualche indignazione (se non altro nei giornali di destra), mentre sollevare il minimo dubbio sulla circoncisione continua ad apparire come un atteggiamento “blasfemo”. Nel nostro Paese le sentenze riguardanti la mutilazione genitale maschile si contano sulle dita di una mano e riguardano peraltro esclusivamente le condizioni in cui viene praticata, mai la “sostanza”. Poco meno di dieci anni fa il gup del tribunale di Bari, alle prese con il caso di un bambino di origine nigeriana deceduto per dissanguamento in seguito a un “intervento” casalingo, sentenziò che «la circoncisione è un rito giustificato e giustificabile perché trova la sua ragion d’essere nella stessa Carta costituzionale, ma l’espletamento di tale rito non può prescindere dalle più comuni regole poste a tutela del diritto alla salute».
La madre venne quindi condannata a un anno di reclusione per omicidio colposo (purtroppo di recente abbiamo dovuto assistere a un caso simile).
La “ragion d’essere” evocata nella sentenza risiede nell’articolo 19 della Costituzione, che sancisce: «Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume».
Ancora una volta, sfuggono i motivi per cui la circoncisione troverebbe la sua raison d’être nella stessa Costituzione che al contempo vieta l’infibulazione.

È opportuno a questo punto aggiungere che uno dei motivi principali per cui la circoncisione non verrà mai messa in discussione, almeno a livello mainstream, è ovviamente l’importanza che le attribuiscono le comunità ebraiche, le quali in nessun caso accetterebbero una campagna anti-circoncisione condotta con le stesse modalità di quelle anti-infibulazione (nemmeno se fosse ridotta a una prospettiva radicalmente “islamofobica”).
Attorno alla questione ruotano effettivamente troppi “interessi”: da una parte la religione, con l’islamicamente corretto che procede di pari passo al giudaicamente corretto (una situazione in cui forse nemmeno un Paolo redivivo riuscirebbe a districarsi); dall’altra, il femminismo che, come sottolinea ancora “A Voice for Men”, «non vuole condividere il podio delle vittime con nessuno» (per questo è passata sotto silenzio la recente “mattanza di prepuzi” a cui sono stati sottoposti dodici uomini kenioti, così come regolarmente vengono censurate le lapidazioni per adulterio maschile nei regimi islamici, dalla Somalia all’Iran).

strumenti per la circoncisione (Kenya)
Per le virtù del relativismo metodologico, così selettivo nel momento in cui si imbatte in temi che potrebbero urtare la suscettibilità di taluni o contravvenire ai dogmi del politicamente corretto, a fornire alla circoncisione una base culturale (oltre a quelle religiose e ideologiche), interviene l’antropologia. Ricordo, per esempio, un’imbarazzante apologia della mutilazione genitale maschile (per giunta in versione tribale) nel volume Contro l’identità (1996) dello studioso Francesco Remotti, nel quale l’autore non si perita di mettere sotto accusa i missionari cristiani per aver osteggiato l’usanza dei BaNande congolesi di scheggiare il pene dei pre-adolescenti con pietre appuntite. Secondo l’antropologo, i “colonizzatori” avrebbero «sgretolato una cultura insieme al suo momento più formativo e critico», negando «ogni senso educativo all’olusumba [scil. il rituale della circoncisione], facendolo così retrocedere a una mera manifestazione di superstizione, se non di barbarie».
Se nella stessa accademia la critica alla circoncisione è un tabù, risulta difficile pretendere un mutamento di sensibilità non dico da parte di rabbini, imam e dottori americani, ma dalla stessa opinione pubblica. Ecco perché poi uno finisce tra i “maschilisti”...

martedì 18 luglio 2017

Pubblicità Progresso


Una vecchia pubblicità di aspirapolvere: «Per sfuggire alla legge salgariana dell’oni-gomon, che prescrive alla vedova di immolarsi sul rogo e confondere le proprie ceneri con quelle della salma cremata, una maharani ha prontamente risucchiato i resti del caro estinto sottraendosi alla cerimonia suicida».

Credo che se non fosse stato il 1982, ci sarebbero state come minimo una inchiesta parlamentare, l’intervento dell’ambasciatore indiano, il boicottaggio dei prodotti italiani e la richiesta di pubbliche scuse. Anche se già nel 1987 i tempi dovevano essere cambiati, almeno oltreoceano, se Allan Bloom poteva scrivere nel suo “classico” La chiusura della mente americana
“If I pose the routine questions designed to confute them and make them think, such as, ‘If you had been a British administrator in India, would you have let the natives under your governance burn the widow at the funeral of a man who had died?,’ they either remain silent or reply that the British should never have been there in the first place. It is not that they know very much about other nations, or about their own. The purpose of their education is not to make them scholars but to provide them with a moral virtue -- openness.” 
(«Se faccio una domanda di routine [ai miei studenti], pensata per confutarli e farli pensare, per esempio: “Se tu fossi stato un amministratore inglese in India, avresti permesso agli autoctoni sotto la tua giurisdizione di bruciare la vedova al funerale di un uomo che era morto?”, essi tacciono oppure rispondono che, in primo luogo, gli inglesi non avrebbero dovuto trovarsi là. Non che sappiano molto delle altre nazioni, o della propria. Lo scopo della loro istruzione non è farne degli studiosi, ma conferire loro una virtù morale – l’apertura [mentale]»
PS: Come notano gli appassionati di Salgari, è singolare che lo scrittore utilizzi il termine più antico “oni-gomon” per descrivere una cerimonia che è universalmente conosciuta come “sati”.
- Fra tre giorni si compirà, sulle rive del Gange, un oni-gomon a cui devono prendere parte le bajadere e le nartachi della pagoda di Kalí ed il manti certo non vi mancherà.
- Che cos'è questo oni-gomon? - chiese Sandokan.
- Si brucerà la vedova di Rangi-Nin sul cadavere del marito, il quale era uno dei capi dei Thugs.
- Viva?
- Viva, sahib.
- E la polizia anglo-indiana lo permetterà?
- Nessuno andrà ad informarla.
- Credevo che quegli orribili sacrifici non si compissero piú.
- Il numero è ancora assai grande, non ostante la proibizione degli inglesi. Se ne bruciano ancora molte delle vedove, sulle rive del Gange.
(da Le due tigri, 1904)

sabato 15 luglio 2017

Israele è antifascista?

Il deputato del PD Emanuele Fiano è intenzionato a lasciare il segno nella storia repubblicana con un ddl che estenderebbe il reato di apologia di fascismo all’antieuropeismo, al “sovranismo”, a ogni critica all’euro, all’Europa e all’immigrazione (chi vuole può leggersi l’intervista rilasciata a “l’Unità”).

Ora, anche volendo prendere sul serio tutta questa storia, si resta un po’ a disagio nel constatare che per montare l’“emergenza” il governo non ha trovato di meglio che scagliarsi contro una “spiaggia fascista” gestita da un personaggio decisamente pittoresco (e tutto sommato innocuo). Ancor più irritante il tentativo di sfruttare un tema così importante (che rischia di reintrodurre il reato d’opinione) come pretesto per ricompattare il centro-sinistra.

Tuttavia, il punto che più mi colpisce è che anche in Italia, come in Francia, a proporre iniziative di tal fatta sia qualcuno che non esiterei a definire un “sionista sfegatato”. Non è un mistero infatti che Emanuele Fiano abbia da sempre incentrato la propria militanza politica sul contrasto al “pregiudizio anti-israeliano” che a suo dire allignerebbe nella sinistra italiana, tanto da aver creato nel 2005 l’associazione “Sinistra per Israele”, della quale è ancora segretario nazionale.

A parlare di certi argomenti si rischia, come è noto, l’etichetta di antisemita: tuttavia “Lele” Fiano non è Moni Ovadia, dunque pare legittimo criticarlo non in quanto ebreo, ma come fervente sostenitore di Israele (poi chi vuol ravvisare un atteggiamento razzista da parte mia faccia pure, ma il problema è solo e soltanto suo).
Il presupposto da cui parte Fiano è che la condotta di Israele vada difesa a prescindere, indipendentemente dai principi a cui essa si ispira. Per dirla ancora meglio, non esiste “destra” o “sinistra” per la “Sinistra di Israele”: esiste solo Israele.

Eppure, al di là delle opinioni personali sulla questione mediorientale e lo Stato ebraico, se ci limitiamo a considerare la situazione italiana, emerge che storicamente Israele ha riscosso simpatie perlopiù a destra.
Per farsi un’idea di quanto sia forte tale legame, una lettura più che consigliata è La destra e gli ebrei. Una storia italiana (Rubbettino, Catanzaro, 2003) di Gianni Scipione Rossi. Nel volume emergono numerosi particolari di tale “amicizia”, opportunamente lasciati cadere nell’oblio: per esempio, che verso la fine del 1947 «il quotidiano del MSI [“L’Ordine Sociale”] guardò con palese simpatia a quelli che chiama in un primo tempo “sionisti” e dopo qualche giorno semplicemente “ebrei”, scaricati dagli inglesi» (p. 69). 
L’Autore cita a tal proposito una frase significativa di Franz Maria D’Asaro (uno dei primi direttori del “Secolo d’Italia”), tratta da Socialismo e nazione (Ciarrapico, Roma, 1985): costui, rispondendo al suo interlocutore Enrico Landolfi (che rimproverava alla destra il passaggio «dalle drastiche negazioni del periodo prebellico ai deliri addirittura filosionisti degli anni settanta e ottanta»), ribadisce «l’ammirazione per lo spirito nazionale di un popolo che, accerchiato da tutte le parti, difende esemplarmente il suo sacrosanto diritto alla vita».

Con la guerra dei sei giorni, Israele entrò infatti ufficialmente nella pantheon missino in qualità di “baluardo d’Occidente” contro il comunismo. Giorgio Almirante, nonostante la nomea di antisemita, fu in realtà un “fedelissimo” di Israele almeno a partire dal febbraio del 1967, quando espresse alla trasmissione “Tribuna Politica” la sua “ripulsa” delle leggi razziali, e fino al fatidico 1973, anno della guerra del Kippur, che oltre a registrare l’incondizionato sostegno del MSI al fronte israeliano, vide uno scambio epistolare tra Giulio Caradonna (deputato romano e segretario provinciale della Destra Nazionale) e il rabbino capo di Roma Elio Toaff.
Caradonna offrì un “appoggio concreto” da parte dei militanti alla comunità ebraica di Roma, minacciata dagli attacchi dell’estrema sinistra. Toaff rifiutò, ma da quell’offerta nacque un “prudente” dialogo, e un breve messaggio di ringraziamento del rabbino venne portato da Almirante negli Stati Uniti come “lasciapassare” «per contrastare possibili contestazioni d’antisemitismo».
Oltre a ciò, è doveroso ricordare anche il lavorio intellettuale di Giano Accame, primo sionista “ufficiale” dell’estrema, a Gerusalemme già dal 1962 come inviato del “Borghese” (giornale ai tempi gestito da Mario Tedeschi, altro ex-repubblichino di origine ebraica). Accame registrò l’apprezzamento da parte degli ambienti di destra della figura dell’ebreo combattente e dell’istituzione del kibbutz come «idea comunitaria basata su valori sociali, nazionali e spirituali» (Rossi, p. 111).

Sarebbe complicato rintracciare aneddoti simili nella storia dei rapporti tra lo Stato ebraico e la sinistra italiana (tanto meno quella estrema). Perciò è lecito domandarsi se non sia un po’ schizofrenico continuare a sostenere che “Israele è di sinistra”, e dato che ci siamo, pure “antifascista”. E, giusto per tornare alla “legge Fiano”, come dovremmo regolarci, per esempio, con figure come quella di Fiorenzo Capriotti, incursore della Decima Mas che dopo la guerra assieme a Nicola Conte (Mariassalto) formò l’unità speciale della marina militare israeliana Shayetet 13, della quale venne poi nominato comandante ad honorem? Capriotti, nonostante non abbia mai rinnegato certi “valori” (come dimostra l’autobiografia Diario di un fascista alla corte di Gerusalemme), in Israele è comunque considerato alla stregua di un eroe nazionale.

Ecco, se proprio è necessario approvare questo benedetto provvedimento, che almeno si contempli un “salvacondotto” per tutti quei camerati che contribuirono alla gloriosa epopea di Eretz Yisrael!

venerdì 14 luglio 2017

L’Unesco dichiara patrimoni dell’umanità i muri e il fascismo

All’elenco dei patrimoni dell’umanità, l’Unesco ha appena aggiunto le mura di Bergamo e le altre straordinarie opere di difesa veneziane diffuse tra Veneto (Peschiera del Garda), Friuli (Palmanova), Zara (Croazia) e Cattaro (Montenegro), consentendo così all’Italia di riconquistare il primato nella World Heritage List (negli ultimi anni ci aveva scavalcati la Cina, ma ora la legittima supremazia è stata opportunamente ripristinata).

Le costruzioni militari che diventano patrimonio dell’umanità rappresentano una piccola vittoria contro la retorica dei “ponti contro muri”, quell’insopportabile melassa che ha finito per infastidire persino i terroristi islamici, i quali hanno risposto alla nostra arrendevolezza perpetrando i propri attentati direttamente sui ponti (e costringendo così i poveri londinesi a costruire… muri sui ponti!)

Per non farsi mancare nulla, nella nuova infornata di patrimoni l’Unesco ha incluso anche la “nostra” Asmara, in quanto «esempio eccezionale di urbanizzazione modernista» (questa la motivazione ufficiale). Il cinema Odeon, il Roma, l’Impero, l’Augustus, il bar Centro, il Moderno, il Venezia, la stazione di servizio Fiat Tagliero di Pettazzi: tutta roba che gli inglesi non sono riusciti a distruggere (si sono pure fregati la teleferica, ’sti pezzenti) e che adesso, col beneplacito delle istituzioni mondialiste, resisterà persino alla Boldrini (com’è ironica la sorte, nevvero?).



Come ciliegina sulla torta, l’agenzia delle Nazioni Unite proprio in questi giorni ha definito Israele “potenza occupante” e ha dichiarato la Tomba dei Patriarchi di Hebron “sito palestinese”.
Sarebbe interessante (fino a un certo punto) capire cosa ne pensa Emanuele Fiano, il “Gayssot dei poveri” che è intenzionato a mettere in scena il suo ridicolo teatrino antifascista per scopi puramente censori: pare quasi che l’Unesco abbia voluto rispondergli indirettamente, nel riconoscere da una parte l’importanza dell’architettura fascista al di là di qualsiasi strumentalizzazione politica, e dall’altra nel combattere una battaglia realmente degna di definirsi “antifascista”, schierandosi contro uno Stato che, se non fosse “ebraico”, difficilmente potremmo considerare “l’unica democrazia del Medio Oriente”.

Ecco, per ringraziare l’Unesco del suo coraggio (perché è davvero coraggioso denunciare ancora oggi l’occupazione israeliana, soprattutto dopo anni di hasbarà che, tra le altre cose, ha permesso che nell’immaginario sinistroide l’inesistente “causa curda” rimpiazzasse quella palestinese), farò una donazione per sostenere le sue iniziative, in nome del cameratismo, dell’art déco e della superiorità di Bergamo Alta rispetto a New York (peraltro confermata in tempi non sospetti pure da Pippo Franco e Francesco Salvi).
Onore!

giovedì 13 luglio 2017

I servizi segreti tedeschi spiano Atene da anni


Grazie a questa inchiesta della versione greca di “Vice”, stanno emergendo i particolari dell’intensa attività di spionaggio che i servizi segreti tedeschi hanno portato avanti nei confronti di Atene almeno dal 2001. Il Bnd avrebbe messo sotto controllo non solo ministeri, aziende, ambasciate (compresa quella italiana), ma anche linee telefoniche e caselle di posta elettronica personali. Il tutto con l’approvazione delle istituzioni, poiché per una peculiarità tipicamente tedesca all’intelligence è consentito fare all’estero ciò che non potrebbe fare in patria: per esempio, spiare l’intero apparato politico, amministrativo ed economico di un’altra nazione.

Uno dei dettagli più inquietanti della vicenda è che il Bnd per anni avrebbe intercettato le comunicazioni della principale compagnia telefonica greca OTE, almeno fino a quando essa non è passata dalle mani dello Stato ellenico a quelle di… Deutsche Telekom (che ne è entrata in possesso nel 2009).

Di questa notizia in Italia finora ne ha parlato solo il “Corriere della Sera” (F. Fubini, “Così i tedeschi spiarono la Grecia”, 13 luglio 2017): pare che nessuno sia ancora intenzionato a rilanciarla, men che meno le testate greche, che paradossalmente appaiono le più refrattarie a discutere dello scandalo [σκάνδαλο]. I motivi di tale imbarazzato silenzio sono forse quelli ipotizzati dallo stesso Fubini: «Gli ingredienti di un caso politico ci sono tutti. Ma la reazione del governo greco di Alexis Tsipras è stata emblematicamente tenue: sono passati i tempi della rivolta anti-tedesca, oggi Atene vuole evitare qualunque polemica che rischi di incrinare la speranza che un giorno Berlino alleggerisca il debito greco».

L’inchiesta giunge peraltro nei giorni in cui il ministero delle Finanze tedesco, in risposta a un’interrogazione dei Verdi, ha rivelato che dalla crisi greca Berlino ha guadagnato oltre un miliardo di euro, escludendo dal computo i risparmi di bilancio (che in verità superano i cento miliardi) e i ricavi delle privatizzazioni, che hanno consentito alle aziende tedesche di accaparrarsi i “gioielli di famiglia” di proprietà statale (incluso l’intero sistema aeroportuale del Paese).

Anche se il destino dei greci può lasciare indifferenti gli italiani (soprattutto per l’influenza dei media, che ci invitano da sempre a considerarli più “inferiori” di noi), tuttavia alla luce di questa vicenda dovremmo domandarci se per caso i servizi tedeschi non siano riusciti anche a ottenere informazioni con le quali ricattare i nostri politici: al di là della propaganda e dell’incapacità individuale, solo così forse si potrebbe spiegare l’assurda sudditanza di molti rappresentanti dell’attuale classe dirigente.

martedì 11 luglio 2017

Sì che Soros di voi tra voi non rida

Il World Jewish Congress è rimasto turbato dall’iniziativa del governo Orbán di tappezzare le città ungheresi con manifesti anti-Soros, giusto per ricordare agli elettori che grazie a Fidesz sono stati respinti il 99% di immigrati clandestini (99% elutasítja az illegális bevándorlást) e invitarli a “Non lasciare che Soros rida per ultimo” (Ne hagyjuk, hogy Soros nevessen a végén). Il Congresso ebraico si è anche inquietato per una scritta a pennarello comparsa su uno dei cartelloni, che etichetta il noto filantropo come Büdös zsidó (“sporco ebreo”).





La campagna è stata ovviamente bollata come “antisemita”, tuttavia quel che il Sinedrio ha dimenticato di puntualizzare è che l’ambasciatore israeliano in Ungheria, dopo una timida condanna iniziale, è stato invitato dal governo Netanyahu a rivedere le proprie posizioni. Alla fine questo è stato il suo giudizio finale sulla campagna di sensibilizzazione: «Le mie frasi non intendevano in alcun modo delegittimare le giuste critiche contro George Soros, che continua a minacciare il governo democraticamente eletto in Israele finanziando organizzazioni che diffamano lo Stato ebraico e sono intenzionate a negargli il diritto a difendersi».

In aggiunta, il buon Orbán ha invitato le comunità ebraiche del Paese a sostenerlo nel contrasto all’immigrazione islamica in Europa. Il Segretario di Stato János Lázár ha poi dichiarato che «il governo non critica George Soros per le sue origini ebraiche, ma per il suo sostegno all’immigrazione incontrollata in Europa».
Lo stesso Netanyahu settimana prossima sarà in visita ufficiale a Budapest, ma crediamo che anche in tal caso il World Jewish Congress non avrà nulla da ridire.

domenica 9 luglio 2017

Il robot che salva la bambina



Un robot creato dall’Università di Perm’ (Russia) avrebbe salvato una bambina bloccando gli scaffali sui quali si era arrampicata un attimo prima che la travolgessero. Dal momento che ne hanno parlato il “Corriere” e “Repubblica”, si è avuto l’immediato sospetto che fosse una “bufala”. E in effetti è proprio così: si tratta di una trovata pubblicitaria di un gruppo di scienziati, gli stessi che l’anno scorso avevano mandato un altro “Promobot” (il nome dice già tutto) in giro per le strade di Perm fingendo che fosse scappato dal laboratorio.

Da un’osservazione più attenta del filmato, si nota che la bambina reagisce a un’indicazione ben precisa, che gli scatoloni sono vuoti e, soprattutto, che il robot è piazzato lì proprio per eseguire quel tipo di compito. La vera “bufala”, infatti, è che  l’automa, a detta di uno dei creatori, avrebbe agito di propria iniziativa, riuscendo a intuire da solo la situazione di pericolo e salvando così l’irrequieta pargoletta. Una storiella che, per l’appunto, solo la grande stampa potrebbe creder vera (o almeno spacciare per tale).

Il discorso andrebbe esteso a tutta la paranoia sui robot che sviluppano l’autocoscienza e si mettono in testa di sottomettere il genere umano. Un tema di valore squisitamente letterario, che nasconde la banalità della questione: una macchina può funzionare o meno, e la sua “funzione” è quella per cui è stata creata. Tuttavia, dopo aver antropomorfizzato qualsiasi cosa ci capisse a tiro, era inevitabile che arrivasse il turno dei robot: di conseguenza, anche se una macchina è programmata per fare cose a cazzo, si può ormai ormai far credere a chiunque che essa sia dotata di vita propria. Da tale prospettiva si può quindi comprendere, per esempio, il clamore suscitato da un braccio meccanico che “decide” di pungere il dito di una persona: per citare ancora “Repubblica” (Ideato un robot che decide se ferire le persone, 13 giugno 2016), «l’intelligenza artificiale decide arbitrariamente se far partire un ago che punge il dito, violando in tal modo la prima delle tre regole che Asimov aveva “dettato” per i robot protagonisti dei suoi romanzi di fantascienza».

Abbiamo già discusso i motivi per cui ci piace credere a certe favole “tecnologiche”: senonché il rischio di seguitare a discutere di cibernetica attraverso le categorie del “prodigioso” o del “miracolistico”, è che prima o poi l’umanità venga davvero soggiogata dalle macchine, per il semplice motivo che sarà troppo stupida per capire come funzionano.
Tale scenario risponderebbe peraltro al classico archetipo della élite che detiene il monopolio robotico e può quindi estendere il suo potere all’intero universo. Esiste nondimeno la possibilità che, qualora diventassimo tutti scemi, anche i robot comincerebbero a “imitarci”: nella simpatica distopia Idiocracy (2006), per esempio, la tecnologia più avanzata è ridotta a condurre operazioni elementari proprio perché il quoziente intellettivo medio generale si è abbassato a livelli di ritardo mentale.

Credo, in conclusione, che chi si occupa di giornalismo scientifico dovrebbe rileggersi qualche pagina del caro vecchio Spinoza:
«Chiunque cerca le cause vere dei prodigi e si preoccupa di conoscere da scienziato le cose naturali e non di ammirarle da sciocco, è ritenuto generalmente eretico ed empio, ed è proclamato tale da quelli che il volgo adora come interpreti della natura e degli Dei. Essi sanno, infatti, che distrutta l’ignoranza, o meglio la stupidità, è distrutto anche lo stupore, cioè l’unico loro mezzo di argomentare e di salvaguardare la loro autorità».

lunedì 3 luglio 2017

È la Summa che fa il totale

Geniale pubblicità delle Edizioni Studio Domenicano (è vera!):



L’immagine è ovviamente tratta dal finale de I due marescialli (1961) di Sergio Corbucci:


(Una curiosità, che penso in realtà tutti conoscano: in questa scena sia Totò che De Sica sono entrambi doppiati da Carlo Croccolo).