mercoledì 28 giugno 2017

Viva il Rouge!


Esiste in Italia un certo feticismo, a volte inconfessato, nei confronti di Enrico Ruggeri; anche da queste parti lo coltiviamo assiduamente, ma non per quelle tendenze fighette emerse negli ultimi anni. A noi (a noi!) Ruggeri piace solo in quanto camerata immaginario: da questo punto di vista, è uno dei pochi che non delude mai. Nemmeno nell’ultima autobiografia, Sono stato più cattivo, dove non risparmia aneddoti scorrettissimi sulla Milano degli anni ’70, i “miliardari comunisti”, i compagni che lo minacciavano di morte e tutto il resto, roba che al confronto Francesco Storace sembra Nichi Vendola. No, a parte gli scherzi, ditemi se qualcuno, nonostante il grillismo, il “fuffarismo” e tutto il resto (userò l’espressione “e tutto il resto” diecimila volte in questa recensione) avrebbe ancora oggi il coraggio di scrivere cose del genere:
«Il programma di filosofia, superato Hegel, si concentrava su Carletto Marx, mentre Nietzsche e Schopenhauer non venivano nemmeno nominati. La disamina sulla letteratura italiana del Novecento, una volta liquidate le beghe tra pescatori di Giovanni Verga, era interamente concentrata sulle Lettere dal carcere di Gramsci: il futurismo e D’Annunzio, per i professori del Berchet, non erano mai esistiti. Il Movimento studentesco era l’unico organo riconosciuto che avesse potere decisionale, almeno fino all’entrata in scena di Avanguardia operaia (nome curioso, visto che tra i leader c’erano molti figli dell’alta borghesia milanese)» (p. 66-67).
Un camerata lo si riconosce a chilometri di distanza: non ti fa l’elogio dell’“impegno” anni ’70, non usa la jerga marxista per sembrare intelligente, è diretto come un punk polacco contro Gomulka. Non è questo peraltro l’unico passaggio che testimonia il cameratismo del Rouge; dopo poche pagine l’atmosfera si fa ancora più tesa:
«Per chi voleva suonare a Milano erano tempi duri: solo pochi mesi prima avevo assistito al Palalido all’assalto degli autonomi al palco di Lou Reed, accusato di essere nazista, dato che si vestiva di nero e aveva i capelli tinti di biondo (dimenticavano che era ebreo), e di lì a poco De Gregori avrebbe subito, sempre al Palalido, un vergognoso processo, accusato di essere una “emanazione della borghesia”. Il clima era quello. In quei giorni Sergio Ramelli veniva ucciso a sprangate per un tema non gradito che era stato esposto nella bacheca della sua scuola. Non aveva ancora compiuto 19 anni» (p. 73).
Sergio Ramelli! Anche “Il Secolo d’Italia” se n’è accorto: Ruggeri cita d’Annunzio e Ramelli. Ma ’sti cazzi, e Morsello ve lo siete dimenticato oppure non avete finito di leggere il libro? Nelle ultime pagine, il Nostro non si vergogna di ricordare una storia dimenticata da anni (gli ultimi a parlarne furono nel lontano 2003 Lanna e Rossi in Fascisti immaginari), ovvero i suoi rapporti con “Massimino” Morsello, dai giornali conosciuto come il “De Gregori nero” (da non confondersi con Morselli Demo, che compare in Enrico VIII – anche lui un camerata, credo):
«Venni invitato da MTV Europa in un castello nel Leicestershire per registrare un piccolo special (erano ancora anni in cui MTV si occupava di musica e non del testosterone dei ragazzini). […] Prima di tornare a casa mi raggiunsero dei ragazzi italiani che avevano una proposta da farmi: volevano organizzare tre concerti a Londra, all’Hammersmith Palais, la sala più piccola del mitico Hammersmith Odeon. Ovviamente non aspettai nemmeno che finissero di parlare. Uno di loro, però mi avvertì: “Prima di darmi una risposta è bene che tu sappia chi sono io. Mi chiamo Massimo Morsello e ora vivo qui. Ho avuto problemi con la giustizia italiana, sono stato un militante di destra. Mi piaci come artista e non ho nessuna intenzione di strumentalizzarti”.
La sua franchezza mi piacque: “La musica non ha colore” gli risposi, “e chi ama la mia musica è mio amico. Mi devi solo promettere che il concerto non sarà occasione di propaganda: niente scritte, bandiere, vessilli. Non devi mettermi niente per iscritto, mi basta la tua parola d’onore”.
I concerti vennero fissati per la metà di giugno. Pochi giorni prima partirono attacchi furibondi da parte di alcuni giornali, primo fra tutto “l’Unità”. I titoli erano del tipo: Ruggeri a Londra con i fascisti. I miei manager tentarono di convincermi a rinunciare, mi procurarono in certificato medico, mi dissero che in un periodo già delicato la mia scelta avrebbe potuto compromettere la mia carriera. Io però avevo dato la mia parola, e io per mantenere la mia parola posso anche rischiare la vita. Erano discorso che ovviamente loro non potevano capire, ma non cambiai idea.
[…] Ebbi anche modo di conoscere meglio Morsello, una persona di grande spessore umano. Rimanemmo in contatto. Quando fu prosciolto dalle accuse tornò in Italia, stava combattendo contro un tumore che lo avrebbe ucciso. Parlammo a lungo della morte, evento al quale si stava preparando» (pp. 218-220)
La parola d’O N O R E, capite? Onore! Per non dire dell’accenno a MTV, che in cauda venenum diventa una rete “filo-americana” che si rifiuta di trasmettere Nessuno tocchi Caino poiché dedicata a Leroy Orange, «un uomo che dopo aver ingiustamente trascorso diciannove anni nel braccio della morte era stato graziato dal governatore dell’Illinois».

Più di così, non si può. Tutto intorno non resta che il rumore dei nemici (Ruggeri cita anche Mourinho…), e l’unica cosa che chiede il Nostro è di poter ancora «respirare il rancore e l’invidia dei perdenti». No, non è la solita sbobba autobiografica che il cantante italiano propina ai suoi fan, giusto perché si accapiglino su questioni da pederasti, come chi ha inventato quel memorabile accordo oppure chi ha prodotto quell’enigmatico rumore in sala di registrazione. Qui siamo a un livello superiore, e persino le frasi fatte nell’insieme acquistano un taglio provocatorio, di sfida aperta. Per esempio, “La musica non ha colore” (v. supra) avrebbe potuto dirlo anche quel tale affetto da sigmatismo (no, non Vendola, quell’altro che canta), davanti a un giovane artista senegalese che alterna allo spaccio qualche colpetto sui bonghi; di certo non al cospetto di un Morsello che canta Sul cemento un fiore nero nascerà

Una nota conclusiva: nel volume non si è parlato di Vecchia Europa, la canzone che negli ultimi anni di inutili carneficine tra Parigi, Londra e Berlino, è diventato il nostro Palästinalied; il Rouge ne accenna indirettamente chiamando in causa la strofa in latino di A Song for Europe dei Roxy Music, che a sua volta ha ispirato l’inossidabile Tenax di Diana Est: «Decisi che sarebbe stato divertente far ballare i ragazzi con la lingua più contestata, considerata un inutile retaggio del passato» (p. 141).

Anche per questo, gli rendiamo grazie: Viva il Rouge!

domenica 25 giugno 2017

Crollano i favorevoli allo ius soli

Sulla prima pagina del “Corriere” di oggi, Nando Pagnoncelli registra un crollo degli italiani favorevoli allo ius soli, la cui percentuale è passata dal 71% del 2011 al 44% del 2017.


Il fenomeno era abbastanza prevedibile, non solo per la crisi migratoria, ma anche per le modalità stesse in cui se n’è finora discusso, con un’impostazione ormai divenuta ordinaria: affrontare un problema che influenzerà le vite degli italiani per decenni a venire in situazione di emergenza, con un approccio esclusivamente sentimentale ed escludendo ogni traccia di imparzialità o equilibrio dal dibattito.

Ciò che irrita particolarmente nelle circostanze attuali, al di là delle idee che ognuno può avere (anche se ci si dovrebbe interrogare sui motivi per cui cosa l’opinione degli italiani sia cambiata in così poco tempo), è il modo in cui taluni “italofobi” sono riusciti su due piedi a ribaltare il proprio giudizio negativo, trasformandola all’istante l’italianità in un valore non solo da difendere, ma addirittura da promuovere.

In tutti gli altri casi, l’opinione dell’elettore medio di centro-sinistra è decisamente meno esaltante: a suo parere gli italiani sono dei cafoni sottosviluppati (a parte lui, ovviamente); la cultura italiana è inferiore a quella di qualsiasi altro Paese del mondo, dal Gabon al Kazakistan; i valori italiani sono il femminicidio, gli spaghetti, l’omofobia e il calcio; la lingua italiana è poco “competitiva” e il suo uso (anzi, abuso) toglie spazio all’apprendimento dell’inglese (da qui la polemica sul doppiaggio, mentre invece le civiltà ariane, come quella estone o svedese, usano i sottotitoli).

Non credevamo possibile che bastassero centomila immigrati all’anno per risvegliare questo ardore patriottico: il “miracolo”, non appena si allarga un po’ più la prospettiva, rivela infatti tutta la sua inconsistenza. L’afflato europeista di chi è andato a votare Renzi alle primarie perché “Matteo pensa da una prospettiva europea e non italiana”, si estingue proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno: ecco perché la questione della cittadinanza, a differenza di tutte le altre (come quelle relative, per esempio, alla difesa o all’economia), viene affrontata con un approccio completamente unilaterale, senza nemmeno uno straccio di modello al quale ispirarsi.

Se tale stillicidio fosse perlomeno bilanciato da una parallela discussione a Bruxelles, ci si potrebbe illudere di esser rappresentati da persone che hanno minimamente a cuore le sorti nazionali. Al contrario, l’iniziativa sembra più rispondere alle esigenze di quei Paesi egemoni intenzionati a sfruttare la posizione geografica dell’Italia per introdurre il principio non scritto dell’accoglienza “selettiva” all’interno della Kerneuropa.

Tutto ciò si verifica per giunta in un contesto in cui l’Italia è al primo posto in Europa per concessione di cittadinanza agli stranieri: come nota l’“Ansa”,
«L’Italia è prima in Europa per la concessione della nazionalità ai migranti. Le tre nazionalità che più si sono viste riconoscere quella italiana sono albanesi, marocchini e romeni. È quanto emerge dai dati Eurostat per il 2015, che indicano a livello Ue una tendenza costantemente in calo, con 840mila persone contro le 890mila del 2014 e le 980mila del 2013. L’Italia, nel 2015, ha concesso la cittadinanza a 178.035 persone, di cui il 19,7% albanesi, il 18,2% marocchini e l’8,1% romeni».
Lo ius soli rappresenta tutto fuorché una “emergenza sociale”: smettiamola quindi di prenderci in giro. Peraltro trovo ancora valide le obiezioni formulate nel 2011 (quando si cominciò a parlare di una riforma delle leggi sulla cittadinanza) dall’allora capogruppo della Lega in Toscana, l’italo-brasiliano Antonio Gambetta Vianna (“Frontiere News”, novembre 2011)
«La maggior parte dei Paesi europei adotta lo ius sanguinis, essendo, quest’ultimo, più confacente alle caratteristiche storiche, culturali e, quindi, sociali delle popolazioni europee. […] Non dobbiamo assolutamente mettere sullo stesso piano l’Italia con gli Stati Uniti d’America, visto che gli Usa sono nati proprio per creare una nuova razza, un uomo nuovo dal minestrone dovuto all’immigrazione di tutte le popolazioni del mondo. Negli Stati Uniti, però, lo ius soli ha determinato una forte presenza di comunità e quartieri chiusi, i ghetti, dove povertà e criminalità regnano sovrane. […] Alla base della mia posizione non vi è assolutamente un ragionamento di stampo razzista, bensì identitario. A molti figli degli immigrati non interessa diventare italiani tanto che non fanno nemmeno domanda per la cittadinanza al compimento del 18° anno di età. Bisogna tutelare anche queste persone che, nonostante siano nate nel nostro Paese, hanno deciso di abbracciare la sola identità di sangue e sognano di tornare presto nel Paese dai quali provengono i propri genitori e i propri avi».
Infine, come è stato evidenziato di recente da Marco Taradash (ex-radicale, ora nel “Nuovo Centro Destra”), lo ius soli presenta un problema particolare per il nostro Paese, riguardante la sua posizione geografica rispetto all’Europa. Noi siamo, infatti, “terra di sbarco”, e anche chi desidera facilitare ulteriormente il conseguimento della cittadinanza italiana dovrebbe avere sempre ben presente tale condizione.

Penso non ci sia altro da aggiungere, se non che era ampiamente prevedibile che il combinato disposto di ius soli e vaccinazioni di massa facesse sorgere la paranoia del “grande complotto” per ridurre il nostro Paese a un immenso campo profughi, in cui l’unico metodo possibile di governo è appunto la coercizione, estesa inevitabilmente anche a livello sanitario. D’altro canto, le dichiarazioni (come quella qui sotto) dell’attuale Ministro della sanità non aiutano di certo a placare gli animi...

giovedì 15 giugno 2017

Che cessi (l’immagine)

L’altro giorno sono stato con mio cugino in uno di quei falansteri che raccolgono materiali di qualsiasi genere, dai battiscopa alle salopette da lavoro, dai sanitari alla segnaletica cantieristica.
Ho notato che la dimensione di questi luoghi aumenta esponenzialmente quanto più ci si addentra in provincia, raggiungendo profondità inaspettate anche per i tempi che corrono.
Quello in cui ci siamo recati rappresentava in effetti uno dei casi estremi, modellato inconsciamente sull’idea celeste di un’inesauribile cornucopia dell’utensileria. Solo un animo prosaico, come quello di un qualsiasi poeta odierno, sarebbe rimasto indifferente alla magnificenza degli ambienti, che superano in qualità e disposizione qualsiasi museo di arte contemporanea.

Avrei voluto immortalare alcuni angoli di questo superbo magazzino, ma forse non sarebbe parso un atteggiamento opportuno, nonostante persino mio cugino nutrisse un animo altrettanto sensibile da cogliere, per esempio, la mise en abyme di una sequenza di porte il cui ultimo esemplare apre su di uno specchio da bagno. Giunti infatti al reparto sanitari, la tentazione è diventata irresistibile: lo spettacolo dei cessi allineato ha invocato una testimonianza fotografica che col senno di poi appare davvero come un furto d’anima, poiché non rende l’effetto (e)scatologico che liquida cent’anni di ready-made duchampiano ricollocando, almeno teoricamente, l’archetipo di cessità nel suo luogo d’elezione, l’iperuranio o “mondo delle idee”.


In verità non ci sarebbe neppure bisogno di spingere il discorso a un livello eccessivamente astratto o concettuale: anche chi ha dei gusti più elementari, se non pacchiani, può comunque godere di alcuni squarci adatti a coinvolgerlo, come il reparto da illuminazione di esterni allestito come una festa paesana ridondante di addobbi e “parature”.  

Ad ogni modo, è il colpo d’occhio di decine di cessi che si inseguono ad avermi ispirato il titolo per una specie di mostra itinerante da replicare in ogni punto vendita: Che cessi (l’immagine); cioè che l’immagine smetta di rappresentare un ostacolo tra l’arte e la vita, e che finalmente la nostra epoca scopra la sua essenza più intima senza bisogno di alcuna mediazione. 

Donare il sangue è politicamente scorretto?


Ieri, per la Giornata mondiale del donatore di sangue, i quotidiani hanno lanciato l’allarme: i giovani sono talmente poco interessati alla faccenda, che è a rischio il “ricambio generazionale” tra volontari. Il Ministero ha persino annunciato una campagna di sensibilizzazione, che di certo passerà completamente inosservata a meno che non riesca a urtare la suscettibilità di qualche minoranza (ricordo le accuse deliranti contro la “campagna per la fertilità”).

Pur facendo parte della sparuta schiera 18-35, di quelli che forse potrebbero permettersi di “festeggiare” due volte, ho trovato l’iniziativa un po’ imbarazzante, sia perché non riesco più a sopportare tutte queste “giornate mondiali” che si moltiplicano di anno in anno (anche se da qualche tempo sembra siano dedicate solo agli immigrati), sia perché mi pare che ci sia troppa ipocrisia intorno all’argomento, non solo da parte della stampa (questo è prevedibile), ma anche da tutti quelli che hanno voluto intervenire a vario titolo (dai rappresentanti delle associazioni ai donatori stessi).

Le scuse accampate sono imbarazzanti: c’è chi dice che è colpa “del precariato” e “della tempistica”, perché i giovani non riescono a far coincidere l’orario di lavoro (che non hanno) con quello degli ospedali (puoi andare ogni mattina di qualsiasi giorni dell’anno, ma forse non è abbastanza); c’è chi invece afferma che le famigerate “campagne” (ancora) non siano troppo accattivanti (in realtà è esattamente il contrario: tutta la comunicazione è pensata esclusivamente per i giovani). Eccetera eccetera.

Qualcuno però ha trovato il coraggio di avanzare timidamente un problema autentico: per donare è necessario non drogarsi. Per fortuna è stato detto tra le righe, confondendo a bella posta droghe leggere con anabolizzanti, così i giornalisti non sono andati fuori di testa.
Perché ormai donare il sangue sta diventando un qualcosa di politicamente scorretto. A partire dal primo passo, cioè il famigerato “questionario anamnestico”. Da quello infatti non si scappa: ti fai le canne? Non puoi donare. Sei un alcolizzato? Niente da fare. Fai sesso non protetto? Arrivederci (no, non ti do il numero di telefono). Ti fai un tatuaggio o un piercing all’anno? Ne riparliamo (forse).

Sono domande talmente dirette che quasi mi stupisce non sia ancora stata organizzata una manifestazione anti-sessista davanti agli ospedali, magari sollecitata dagli stessi giornali che oggi fanno la sceneggiata: sono convinto che se tra i donatori ci fossero tanti “professionisti dell’informazione”, probabilmente la sicurezza sanitaria verrebbe compromessa, perché diventerebbe appunto “sessista” (oppure “omofobo”, a seconda dei casi), chiedere se si abbia mai avuto “rapporti occasionali e non protetti”. E che dire del divieto a donare imposto a quel povero ragazzo che non resiste all’idea di farsi scarabocchiare compulsivamente la pelle ogni tre mesi: non sembra questa una grave violazione dei diritti umani?

Si scherza, ma fino a un certo punto: è già un miracolo che in Italia non sia ancora giunta da oltreoceano la paranoia del fat-shaming, cioè l’idea che quando un dottore dice al paziente di dimagrire in realtà lo sta insultando e umiliando psicologicamente. A essere sincero anche al sottoscritto, durante la visita che precede il prelievo, capita regolarmente di essere rimproverato per il leggero (anzi leggerissimo) sovrappeso: devo dire che non mi sono mai sentito offeso, nonostante talvolta i toni usati siano stati drastici (“Se non dimagrisce ora tra qualche anno sarà costretto a prendere pillole su pillole per pressione e colesterolo”). Questo solo per dire che non mi sto vantando di non fare sesso occasionale o non avere nemmeno un tatuaggio: del resto, chi si vanterebbe oggi di roba del genere? Come scrive Guareschi in uno dei sui racconti postumi (dall’eloquente titolo È di moda il ruggito della pecora): «È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d’essere considerati onesti. Oggi gli onesti tentano disperatamente d’essere considerati disonesti». Certo, l’idea che il mio (leggero) sovrappeso possa garantirmi l’appartenenza a una “minoranza oppressa” finora non mi era mai passata per la mente, ma a lungo andare credo dovrò pensarci, poiché la tendenza mi sembra ormai quella di concedere il diritto di parola solo a chi riesce a presentarsi come “vittima” (ma a questo punto meglio chiatto che altro, dico bene?).

Ad ogni modo, se i “modelli” proposti dagli stessi quotidiani che oggi moraleggiano sui “giovani scapestrati” sono quelli che conosciamo, c’è poco da lamentarsi: peraltro la questione non si riduce a quelli che si tatuano dalla testa ai piedi o si accoppiano a caso. I nostri tempi ci hanno infatti regalato una nuova strabiliante specie, che ho visto chiaramente emergere dagli interventi degli scorsi giorni: quello del “bravo ragazzo”, a suo dire talmente o-ne-sto da non voler contribuire in alcun modo a un’istituzione corrotta come la sanità pubblica. Non sto esagerando: questa gente viene fuori dalle fottute pareti, non ce ne siamo ancora resi conto: avete idea dei ventenni e trentenni che non vanno a donare perché (testualmente) “c’è troppa burocrazia” e “la sanità non funziona”? Alla faccia delle canne: c’è chi è andato in overdose di informazione (perché l’alibi gliel’hanno ancora offerto i pubblicisti di cui sopra). Ecco quindi un altro motivo per cui donare il sangue diventa doppiamente scorretto: non solo contro zecche e sgualdrine, ma pure contro i “liberisti all’amatriciana”.

*

AGGIORNAMENTO
(19 giugno 2017)

Oggi, nella rubrica dei lettori del “Corriere”, è comparsa lettera che mi ha fatto sobbalzare. Si tratta della indignata missiva di una ex-donatrice che, “pur riconoscendo l’importanza della sicurezza”, si lamenta delle “regole ferree” con le quali vengono selezionati i donatori (a suo dire ormai obsolete):


Le rimostranze della lettrice si arrestano pudicamente ad argomenti “neutrali” (quali l’utilizzo di medicinali o il tabagismo), ma tra le righe si capisce che il riferimento alle “cose che fanno i giovani” riguarda temi più “piccanti” (non di certo il viaggiare – che peraltro non si traduce automaticamente in una sospensione, a differenza di quanto sostiene l’ex-donatrice indignata).

Mi auguro che si tratti solo di un intervento isolato, perché qui ci sono già tutti gli elementi per creare un “effetto valanga” e trasformare dei blandissimi criteri di selezione in “fascismo”. La grande stampa infatti non minaccia invano: in pratica ha appena preparato il terreno per far scoppiare uno “scandalo” ad arte. Si comincia con un innocuo articolo in cui ci si lamenta che la carenza dei donatori è dovuta al fatto che la sanità italiana non capisce i “bisogni dei giovani”; poi si dosa scientificamente qualche letterina per dare l’idea che il “Paese reale” sia tormentato dall’idea che un trans che si è appena fatto una canna non possa donare; infine, spuntano fuori titoloni del tipo Per donare il sangue dobbiamo diventare tutti come Salvini?, e la frittata è fatta.

Tuttavia spero, come ho detto, che questo non accada, che non sarò costretto ad assistere all’ennesimo dibattito psicodrammatico riguardo uno degli ultimi argomenti sul quale, almeno fino a un momento fa, si poteva andare tutti d’accordo. Non è per odio nei confronti dei giovani, né per bigottismo, razzismo, sessismo, omofobia o “salutismo”, che i medici sono costretti a porre domande imbarazzanti: è solo per tutelare donatore e pazienti. È davvero così difficile da capire?

Del resto nessuno può obbligarti a rispondere onestamente al questionario anamnestico; questo però non cambia la “verità effettuale della cosa”: hai solo fatto perdere una mattinata a te e agli altri (e Dio non voglia che tu abbia messo in pericolo la vita di un’altra persona solo perché sei un idiota).

Quindi, lo ripeto per l’ultima volta, non iniziamo una guerra civile anche sul tema delle donazioni. No, il dibattito, no: se il “Corriere” la chiude qui, fa un piacere a tutti. Perché prima o poi anche Dracula morirà di sete

venerdì 9 giugno 2017

I sikh potranno portare il pugnale sacro

Buone notizie per i fratelli sikh: finalmente potranno indossare il kirpan, il pugnale sacro. La notizia che a uno di loro era stato proibito di farlo, pur avendo lasciato completamente indifferenti gli anti-razzisti d’ordinanza, ha comunque smosso le acque: un ex poliziotto si è finalmente vista riconosciuta la sua “invenzione”, un pugnale che non taglia. Come scrive il “Corriere” (Arriva il kirpan legale, 8 giugno 2017)
«Se il popolo con il turbante potrà continuare a portare il coltello sacro messo all’indice dalla Cassazione, dovrà ringraziare un ex poliziotto cremonese. “Ho trovato la soluzione progettando per i sikh e d’intesa con loro un pugnale inoffensivo e, quindi, perfettamente legale”, dice, non nascondendo soddisfazione e orgoglio, Roberto Rossi, 44 anni, in pensione per motivi di salute dall’ottobre 2014, dopo 23 anni complessivi di servizio. Dal 1998 è stato un agente delle Volanti. Ed è indossando l’uniforme, tra un intervento d’emergenza e l’altro, che Rossi si è imbattuto nel problema costituito dal kirpan, uno dei cinque simboli della religione sikh. “Ricordo che un giorno abbiamo ricevuto una chiamata dall’ospedale di Cremona. Era un medico preoccupato che avvisava della presenza in corsia di una famiglia di indiani, tutti con il pugnale alla vita. Arrivato sul posto con il mio collega, mi sono reso conto che non era uno strumento d’attacco ma un segno di fede”.
[…] Di prova in prova, Rossi ha messo a punto un nuovo kirpan che nel disegno è uguale a quello fuori legge, mentre cambia la lega di cui è composto. Un materiale particolare che non taglia o perfora. Una lama inoffensiva e morbida che si piega come burro. Il progetto è stato presentato, nel 2014, alla Questura di Cremona, che l’ha poi trasmesso a Roma. “E in quei cassetti si è fermato. Non sarei sincero se non dicessi che il ministero ha mostrato scarsa sensibilità e che le uniche difficoltà sono arrivate dalla lentezza della burocrazia. Mi sforzavo di spiegare che il pugnale non poteva fare male a nessuno. Risposta: lo sostiene lei”.
Rossi non si è perso d’animo e ha fatto collaudare il suo strumento al Banco nazionale di prova delle armi di Gardone Val Trompia (Brescia), l’ente certificatore. “Le verifiche non potevano che essere positive: il coltello è innocuo”. Il kirpan ha ora anche un logo e un codice identificativo sui foderi e sulla lama. L’oggetto sacro made in Cremona è stato brevettato dal suo ideatore e verrà prodotto dalla società bresciana PR Distribuzione. “Non sarà venduto nei negozi, ma dato esclusivamente ai gruppi sikh che ne faranno richiesta”. La consegna ufficiale dei coltelli a prova di legge, che hanno già ottenuto una prima benedizione dalle massime autorità religiose, avverrà a giorni nel tempio di Pessina Cremonese, uno dei più grandi d’Europa. L’ex agente pensa anche ai suoi colleghi delle Volanti. “Sarà facile distinguere il nuovo pugnale dal vecchio, il legale dall’illegale”. Basterà toccarlo.».
(Kirpan Legal Worldwide)
È insolito che debba essere un “uomo delle istituzioni” a prendersi a cuore la causa dei sikh: evidentemente tale gruppo etnico, per le innumerevoli associazioni e cooperative che abbiamo in Italia, non rappresenta una minoranza “inquadrabile”, dato che i suoi componenti passano perlopiù il loro tempo a lavorare e a pregare.

Non è che forse questa comunità, sprovvista come tante altre di ladri, stupratori e spacciatori, si sia resa invisa agli occhi dei buonisti di turno, che preferirebbero avere a che fare con degli immigrati “ricattabili”, da manipolare a loro piacimento, piuttosto che con persone con cui trattare alla pari?

I sikh peraltro, pur mantenendo sempre un profilo basso, sono generalmente molto organizzati nell’autodifesa: a Londra questa coesione comunitaria è emersa, per esempio, in occasione dei disordini del 2011, quando a decine scesero per le strade dei quartieri della capitale inglese a evitare che i loro templi, i gurdwara, venissero profanati dalla canaglia. Ci auguriamo per loro che riescano a portare in Italia anche questo tipo di usanze, poiché l’andazzo attuale fa presagire che anche la nostra società sarà costretta ad affrontare fenomeni di questo tipo.

sabato 3 giugno 2017

Vodka e pancetta a colazione. Il rap anti-islamico in Polonia

Avrei voluto approfondire il tema del rap anti-islamico che in Polonia sembra esser diventato un genere a se stante, ma i pezzi stanno diventando troppi e parrebbe esagerato, oltre che superfluo, mettersi a tradurli tutti (alla fine gli argomenti sono sempre gli stessi). Non vorrei tuttavia buttar giù il solito temìno di pseudo-antropologia spicciola, poiché è uno dei tagli editoriali più irritanti in cui ci si possa imbattere nell’internet.

Parliamone tanto per parlare, quindi: i giovani polacchi stanno trasformando un genere musicale che in tutto il mondo celebra le gesta di spacciatori e… (solo spacciatori, alla fine) in un veicolo delle idee più reazionarie attualmente circolanti in Europa. Ciò accade per centinaia di motivi; i meno svegli sosterranno che è un sintomo del ritorno dello spettro dei Kaczyński, il quale minaccia assieme a Orbán l’unità dell’Unione Europea (o dell’eurozona, anche se loro ne sono fuori).

In realtà la maggioranza di questi artisti proviene dalla galassia ultras o della destra militante, perciò nessuno di loro si percepisce contiguo a qualsiasi “istituzione”, indipendentemente dal colore politico (non dimentichiamo poi che la polizia polacca è leggermente più cattiva di quella italiana).

Senza improvvisarci sociologi o politologi, possiamo affermare che il motivo principale per qui ciò accade è che in Polonia i comunisti ci sono stati per davvero, dunque nutrire poca simpatia per tutto ciò che è “rosso” non è considerato il più grave dei peccati.

Da questo punto di vista verrebbe quasi da dire, col senno di poi, che aver avuto Gomułka e Jaruzelski invece dei nostri compagni così telegenici è stato un colpo di fortuna: in tal modo si sono potuti regolare i conti col passato senza alcun alibi. Non è però il caso di perdersi in polemiche: ognuno ha quel che si merita. In fondo anche in Polonia esistono i radical chic, nonostante nessuna egemonia culturale potrebbe consentire loro di giungere alle più alte cariche dello Stato (al di là delle divisioni politiche, mi sembra si possa almeno concordare sul fatto che, affinché una qualsiasi convivenza sia ancora possibile, alcune posizioni debbano necessariamente rimanere ai margini).

Detto questo, veniamo ai nostri paladini. L’ultimo “caso” in ordine cronologico è quello scatenato dal rapper B.A.D. e dai suoi sodali, che a causa della loro poco edificante esibizione nel video “Polski Dżihad” (un inno al “Jihad polacco”), girato nei pressi di un campo profughi, sono stati arrestatiper possesso di armi e detenzione di sostanze stupefacenti:


Son cose che capitano; dopo questa retata non è assurdo credere che il mondo sia diventato un posto migliore. In ogni caso il pezzo conteneva versi memorabili come «Nadchodzącą uchodźcy, chrońcie Łodzi swoje kozy» [“Arrivano i rifugiati, Łódź proteggi le tue capre”], oppure «Wasze zachowanie i kultura rzygać się chce» [“Il vostro comportamento e la vostra cultura fanno vomitare”], per non dire del ritornello:

To jest polski dżihad,
zakładajcie bracia zbroje,
wyjdźmy wszyscy na ulicę,
bronić to co swoje.
To jest Polska, Polska, nasza Polska
i tak już zostanie
Tu się pije wódkę
i je bekon na śniadanie
Questo è il jihad polacco,
formate delle armate, fratelli,
scendiamo tutti in strada
a difendere quel che è nostro.
Questa è Polonia, Polonia, la nostra Polonia
e così deve restare
Qui si beve vodka
e si mangia pancetta a colazione

Ecco, in genere i pezzi sono tutti così, anche se i toni sono decisamente più moderati e le accuse rivolte principalmente all’Unione Europea (paragonata all’Unione Sovietica), alla Germania (con insulti irriferibili -o forse no- alla “signora Merkel”), ai mass media, al precedente governo intriso di “tuskismo” (una forma di euro-populismo che italiani e greci hanno già avuto modo di apprezzare).

Per fare un altro esempio, qui di seguito propongo un “classico” recente, Islamizacja di Basti, un poeta dialettale (che talvolta traduciamo) il quale, pur non essendo amico di Bob Dylan, è comunque un uomo di una sensibilità bestiale (cit.).



[Refren]
Chcemy spokojnie żyć według naszych zasad
Nie będziemy ginąć, 
bo ktoś posłuchał Allaha
To jest walka o byt, 
o nasz kawałek świata
Nie będziemy ginąć, 
bo ktoś posłuchał Allaha
Chcemy spokojnie żyć według naszych zasad
Nie będziemy ginąć, 
bo ktoś posłuchał Allaha
To jest walka o byt, 
o nasz kawałek świata
Nasze dzieci nie będą ginęły w zamachach!

Nie chcemy tu takiego bagna, mamy gdzieś te chore święte wojny
Oni kochają Allaha - a niech go sobie kochają, ale z dala od Polski
Nie będziemy się chować po domach, jak będzie trzeba to podejmiemy walkę
Nie będą na nasze głowy polować, nie chcemy być islamskim państwem
To nie ksenofobia, to nie rasizm, to trzeźwe spojrzenie
Na to, jakie fala imigrantów niesie zagrożenie
To nie uprzedzenie, obudź się człowieku, zobacz, co się dzieje
Islam zalewa nasze ziemie!

[Refren]

Polacy muszą zatrzymać ekspansję, co by o nas nie mówili, to my mamy rację
Obronimy kulturę i nację i nie pozwolimy na islamizację
Nie będą nas tutaj zarzynać jak bydła, nie będą nas tutaj terroryzować
Nie będą nas tutaj wysadzać w powietrze w imię swego Boga
Wszyscy na ulicę – Polska przeciw imigrantom
Nasz głośny sprzeciw może być naszą ostatnią szansą
Polska to nasz dom, my jesteśmy gospodarzem
Inaczej uważają nasze antypolskie władze!

[Refren]
[Refrain]
Vogliamo vivere in pace con le nostre regole
Non vogliamo morire perché qualcuno ha ascoltato Allah
È una lotta per l’esistenza, per il nostro pezzo di mondo
Non vogliamo morire perché qualcuno ha ascoltato Allah
Vogliamo vivere in pace con le nostre regole 
Non vogliamo morire perché qualcuno ha ascoltato Allah
È una lotta per l’esistenza, per il nostro pezzo di mondo
I nostri figli non moriranno mai in un attacco!

Non vogliamo questa feccia, ce ne sbattiamo della loro guerra santa
Amano il loro Allah – liberi di amarlo, ma lontano dalla Polonia
Non staremo nascosti in casa, se saremo costretti combatteremo
Non ci taglieranno la testa, non vogliano essere un Paese islamico
Non è xenofobia, non è razzismo, è uno sguardo lucido
Sui rischi che comporta quella marea di immigrati
Non è un pregiudizio, svegliati bello, guarda cosa sta accadendo
L’islam sta invadendo la nostra terra!

[Refrain]

I polacchi devono fermare la loro espansione, qualsiasi cosa ci diranno contro, abbiamo ragione noi
Difenderemo la cultura e la nazione, non ci lasceremo islamizzare
Non ci trucideranno come bestie, qui non ci terrorizzeranno mai,
Non si faranno mai saltare in aria in nome del loro dio
Tutti devono scendere in strada – La Polonia contro gli immigrati
La nostra protesta può essere l’ultima chance
La Polonia è la nostra casa, qui siamo noi i padroni
Ma il nostro governo anti-polacco la pensa diversamente!

[Refrain]

L’immigrato di fede islamica viene spesso definito ciapaty (dal “chapati”, tipico pane indiano) e brudas (“beduino”). Quasi nessuno fa riferimento alla propria religione, se non in senso identitario; è notevole, ad esempio, che il duo “CannabisFanatic” (sic) si esibisca in un inno patriottico con tanto di riferimento a Giovanni III di Polonia («Jan Sobieski III dziś naszym patronem» [“Giovanni III è oggi il nostro patrono”]) e al cattolicesimo («W imię Ojca, Syna, Ducha, nie “Allah Akbar”» [“Nel nome del padre del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, no Allah Akbar”]): forse aveva ragione Oriana Fallaci a identificare l’“Occidente” con tutto quello che va da Gesù alla minigonna (e viceversa); ad ogni modo questo è ciò che l’Occidente sembra essere diventato.

Il takbir, cioè il famigerato “Allahu Akbar”, è appunto un’altra ossessione di questi gruppi: «Nie chcę wychodzić na ulicę słysząc “Allah Akbar”» [“Non voglio uscire in strada per sentire urlare Allah Akbar”], canta McKubik in Imigranci, un pezzo nel quale viene stranamente usata come base la celeberrima “Hava Nagila”, forse associata a un concetto tutto personale di “musica orientale” (la voce campionata all’inizio e alla fine è dell’europarlamentare polacco Janusz Korwin-Mikke, che ha anche fondato un partito a suo nome):



[Refren]
Won stąd ciapate śmiecie!
Gdzie Wy idziecie?
Zostawcie w spokoju Nasz kraj!
Nie chcę tutaj brudasów, islamu w Polsce,
Najpierw Europa potem cały świat.

Polska to nie Niemcy, więc lepiej cofaj się już wstecz,
Jeśli brudas nie rozumie, trzeba wytłumaczyć wręcz,
Nie imigranci tacy biedni, bo tam u Nich jest tak źle,
Niby głodni, zmarnowani, wyjebują wodę i chleb.
Co jest Polsko? Obudź się, wyłącz kurwa TVN,
Po co Nam kolejny syf, skoro Polska w bagnie jest?
Gdzie pomoc dla Polaków? Gdzie te pieniądze są?
Przyjedzie brudas z Syrii i zasiłek w rękę ziom.
Dwanaście tysi wjedzie, potem rodziny całe,
Będziesz musiał uczyć dziecko, aby znało arabski alfabet,
To kurwa niebywałe, nielegalni imigranci,
Islamscy kłamcy, terroryści, z czasem będą walczyć.
Mowa o tolerancji? Dla kogo mam ją mieć?
Dla bydła, które w imię boga gdzieś wysadzi mnie?
Nie daj się nabrać na te medialne bajki,
Muszą uciekać przed wojną? Polak musiał do śmierci walczyć.

[Refren]

Lepiej brońmy swoich granic, mamy im płacić za nic?
W zamian dostaniesz prezent - karabin lub dynamit,
“Nie każdy z nich jest groźny” - powie ci premier, proste,
Unia kazała przyjąć, nie chcę meczetów w Polsce.
Wyjebanę na politykę, nasza kasa przy ich korycie,
Nie chcę tutaj śmieci ludzkich, propsy dla Korwin-Mikke,
Nie mam tolerancji dla nich, to nie rasizm a sama prawda,
Nie chcę wychodzić na ulicę słysząc "Allah akbar".
Mają być wzorem Niemcy? To powiedz, kurwa czemu?
70 lat temu Polacy radzili sobie samemu,
Więc lepiej sobie odpuść teksty o tolerancji,
Szanować trzeba bliskich, co mnie obchodzą tamci?
Władz nie obchodzi los tych co na dworcu śpią,
Biednych polskich rodzin, co nie mają na wodę i prąd,
W telewizji nie zobaczysz jak wygląda to na prawdę,
Polska dla Polaków, nie żaden kurwa Ahmed.
[Refrain]
Fuori di qui feccia negra [ciapaty]
Dove volete andare?
Lasciate in pace il nostro Paese!
Non voglio feccia islamica qui in Polonia
Prima l’Europa e poi il resto del mondo.

La Polonia non è la Germania, vi conviene tornare indietro
Se il beduino [brudas] non capisce, devi pure spiegarglielo
Non sono così poveri, se per loro stare qui è tanto brutto,
sembrano affamati, ma gettano via acqua e pane
Cos’è la Polonia? Sveglia, spegni quella cazzo di TVN
Perché abbiamo bisogno di altra feccia, quando la Polonia è già una fogna?
Dove sono gli aiuti per i polacchi? Dove sono i soldi?
Ai beduini dalla Siria sùbito i contributi in tasca
Ne sono entrati dodicimila, poi tutta la famiglia
Dovrai insegnare ai tuoi figli l’alfabeto arabo
Cazzo è incredibile, immigrati clandestini
Islamici bugiardi, terroristi, che prima o poi ci faranno la guerra
Parlano di tolleranza? Per chi dovrei averne?
Per delle bestie che mi faranno saltare in aria in nome di dio?
Non vi fate fregare dalle favole dei media
Devono scappare dalla guerra?
I polacchi hanno combattuto fino alla morte.

[Refrain]

Meglio difendere i nostri confini, altrimenti per cosa li paghiamo?
In cambio ci faranno un regalo: fucile o dinamite
“Non sono tutti pericolosi” – dirà di certo il premier
L’Europa deve accettarlo, non voglio moschee in Polonia
Me ne frego della politica, il nostro denaro è la loro mangiatoia [koryto]
Non voglio feccia umana dalle mie parti, pollice in su [propsy] per Korwin-Mikke,
Non ho tolleranza per loro, questo non è razzismo ma solo verità
Non voglio sentire urlare per strada “Allah akbar”
La Germania deve essere un modello? Per quale cazzo di motivo?
70 anni fa i polacchi hanno fatto da soli,
Quindi meglio da soli, scordati le canzonette sulla tolleranza
Rispetto solo il mio prossimo, che mi importa di quelli?
Il governo se ne frega di chi dorme in stazione
delle povere famiglie polacche che non hanno né acqua né elettricità
In tv non ti faranno mai vedere la verità.
La polonia ai Polacchi, non a qualche cazzo di Ahmed.

Non sembra sconveniente, a questo punto, ricordare che il primo “Allah Akbar” in lingua polacca (per la precisione “O Allach! Akbar Allach!”) echeggiò nel 1838 in un verso del poema Ojciec zadżumionych [“Il padre degli appestati”] del bardo nazionale Juliusz Słowacki. L’opera, composta a Firenze, narra la tragedia di un arabo che durante un viaggio dall’Egitto alla Siria assiste alla morte dei suoi sette figli e della moglie a causa di un’epidemia di peste: le sue suppliche a Dio sono uno dei punti più alti toccati dal romanticismo polacco. Słowacki aveva appreso la storia durante una quarantena nel villaggio di Al-Arish nel Sinai e l’aveva adattata alla sensibilità nazionale.

Valga soltanto questo come prova del cosmopolitismo dell’anima polacca, rinvigorito e accresciuto dalla fede cattolica: nonostante la lingua incomprensibile che vi si parla e il fortissimo attaccamento al “sacro suolo” dei suoi cittadini, Varsavia resta una città internazionale ed europea fino al midollo. Di conseguenza la propensione a difendere la patria agitando un machete, fumando marijuana e andando in coma etilico è solo la degenerazione di un’egemonia culturale ben diversa dalla nostra: in modo speculare, tuttavia, noi italiani giudichiamo positivamente il fatto che le stesse abitudini vengano messe in pratica “da sinistra” (anzi, per questo ci sentiamo persino autorizzati a scagliare la prima pietra). Da tale prospettiva, verrebbe quasi da pensare che tutti questi polacchi stiano semplicemente “trollando” la dissoluzione: se davvero fosse così, meriterebbero allora un po’ di comprensione.