venerdì 30 giugno 2017

Viva il Rouge!


Esiste in Italia un certo feticismo, a volte inconfessato, nei confronti di Enrico Ruggeri; anche da queste parti lo coltiviamo assiduamente, ma non per quelle tendenze fighette emerse negli ultimi anni. A noi (a noi!) Ruggeri piace solo in quanto camerata immaginario: da questo punto di vista, è uno dei pochi che non delude mai. Nemmeno nell’ultima autobiografia, Sono stato più cattivo, dove non risparmia aneddoti scorrettissimi sulla Milano degli anni ’70, i “miliardari comunisti”, i compagni che lo minacciavano di morte e tutto il resto, roba che al confronto Francesco Storace sembra Nichi Vendola. No, a parte gli scherzi, ditemi se qualcuno, nonostante il grillismo, il “fuffarismo” e tutto il resto (userò l’espressione “e tutto il resto” diecimila volte in questa recensione) avrebbe ancora oggi il coraggio di scrivere cose del genere:
«Il programma di filosofia, superato Hegel, si concentrava su Carletto Marx, mentre Nietzsche e Schopenhauer non venivano nemmeno nominati. La disamina sulla letteratura italiana del Novecento, una volta liquidate le beghe tra pescatori di Giovanni Verga, era interamente concentrata sulle Lettere dal carcere di Gramsci: il futurismo e D’Annunzio, per i professori del Berchet, non erano mai esistiti. Il Movimento studentesco era l’unico organo riconosciuto che avesse potere decisionale, almeno fino all’entrata in scena di Avanguardia operaia (nome curioso, visto che tra i leader c’erano molti figli dell’alta borghesia milanese)» (p. 66-67).
Un camerata lo si riconosce a chilometri di distanza: non ti fa l’elogio dell’“impegno” anni ’70, non usa la jerga marxista per sembrare intelligente, è diretto come un punk polacco contro Gomulka. Non è questo peraltro l’unico passaggio che testimonia il cameratismo del Rouge; dopo poche pagine l’atmosfera si fa ancora più tesa:
«Per chi voleva suonare a Milano erano tempi duri: solo pochi mesi prima avevo assistito al Palalido all’assalto degli autonomi al palco di Lou Reed, accusato di essere nazista, dato che si vestiva di nero e aveva i capelli tinti di biondo (dimenticavano che era ebreo), e di lì a poco De Gregori avrebbe subito, sempre al Palalido, un vergognoso processo, accusato di essere una “emanazione della borghesia”. Il clima era quello. In quei giorni Sergio Ramelli veniva ucciso a sprangate per un tema non gradito che era stato esposto nella bacheca della sua scuola. Non aveva ancora compiuto 19 anni» (p. 73).
Sergio Ramelli! Anche “Il Secolo d’Italia” se n’è accorto: Ruggeri cita d’Annunzio e Ramelli. Ma ’sti cazzi, e Morsello ve lo siete dimenticato oppure non avete finito di leggere il libro? Nelle ultime pagine, il Nostro non si vergogna di ricordare una storia dimenticata da anni (gli ultimi a parlarne furono nel lontano 2003 Lanna e Rossi in Fascisti immaginari), ovvero i suoi rapporti con “Massimino” Morsello, dai giornali conosciuto come il “De Gregori nero” (da non confondersi con Morselli Demo, che compare in Enrico VIII – anche lui un camerata, credo):
«Venni invitato da MTV Europa in un castello nel Leicestershire per registrare un piccolo special (erano ancora anni in cui MTV si occupava di musica e non del testosterone dei ragazzini). […] Prima di tornare a casa mi raggiunsero dei ragazzi italiani che avevano una proposta da farmi: volevano organizzare tre concerti a Londra, all’Hammersmith Palais, la sala più piccola del mitico Hammersmith Odeon. Ovviamente non aspettai nemmeno che finissero di parlare. Uno di loro, però mi avvertì: “Prima di darmi una risposta è bene che tu sappia chi sono io. Mi chiamo Massimo Morsello e ora vivo qui. Ho avuto problemi con la giustizia italiana, sono stato un militante di destra. Mi piaci come artista e non ho nessuna intenzione di strumentalizzarti”.
La sua franchezza mi piacque: “La musica non ha colore” gli risposi, “e chi ama la mia musica è mio amico. Mi devi solo promettere che il concerto non sarà occasione di propaganda: niente scritte, bandiere, vessilli. Non devi mettermi niente per iscritto, mi basta la tua parola d’onore”.
I concerti vennero fissati per la metà di giugno. Pochi giorni prima partirono attacchi furibondi da parte di alcuni giornali, primo fra tutto “l’Unità”. I titoli erano del tipo: Ruggeri a Londra con i fascisti. I miei manager tentarono di convincermi a rinunciare, mi procurarono in certificato medico, mi dissero che in un periodo già delicato la mia scelta avrebbe potuto compromettere la mia carriera. Io però avevo dato la mia parola, e io per mantenere la mia parola posso anche rischiare la vita. Erano discorso che ovviamente loro non potevano capire, ma non cambiai idea.
[…] Ebbi anche modo di conoscere meglio Morsello, una persona di grande spessore umano. Rimanemmo in contatto. Quando fu prosciolto dalle accuse tornò in Italia, stava combattendo contro un tumore che lo avrebbe ucciso. Parlammo a lungo della morte, evento al quale si stava preparando» (pp. 218-220)
La parola d’O N O R E, capite? Onore! Per non dire dell’accenno a MTV, che in cauda venenum diventa una rete “filo-americana” che si rifiuta di trasmettere Nessuno tocchi Caino poiché dedicata a Leroy Orange, «un uomo che dopo aver ingiustamente trascorso diciannove anni nel braccio della morte era stato graziato dal governatore dell’Illinois».

Più di così, non si può. Tutto intorno non resta che il rumore dei nemici (Ruggeri cita anche Mourinho…), e l’unica cosa che chiede il Nostro è di poter ancora «respirare il rancore e l’invidia dei perdenti». No, non è la solita sbobba autobiografica che il cantante italiano propina ai suoi fan, giusto perché si accapiglino su questioni da pederasti, come chi ha inventato quel memorabile accordo oppure chi ha prodotto quell’enigmatico rumore in sala di registrazione. Qui siamo a un livello superiore, e persino le frasi fatte nell’insieme acquistano un taglio provocatorio, di sfida aperta. Per esempio, “La musica non ha colore” (v. supra) avrebbe potuto dirlo anche quel tale affetto da sigmatismo (no, non Vendola, quell’altro che canta), davanti a un giovane artista senegalese che alterna allo spaccio qualche colpetto sui bonghi; di certo non al cospetto di un Morsello che canta Sul cemento un fiore nero nascerà

Una nota conclusiva: nel volume non si è parlato di Vecchia Europa, la canzone che negli ultimi anni di inutili carneficine tra Parigi, Londra e Berlino, è diventato il nostro Palästinalied; il Rouge ne accenna indirettamente chiamando in causa la strofa in latino di A Song for Europe dei Roxy Music, che a sua volta ha ispirato l’inossidabile Tenax di Diana Est: «Decisi che sarebbe stato divertente far ballare i ragazzi con la lingua più contestata, considerata un inutile retaggio del passato» (p. 141).

Anche per questo, gli rendiamo grazie: Viva il Rouge!

domenica 25 giugno 2017

Che cessi (l’immagine)

L’altro giorno sono stato con mio cugino in uno di quei falansteri che raccolgono materiali di qualsiasi genere, dai battiscopa alle salopette da lavoro, dai sanitari alla segnaletica cantieristica.
Ho notato che la dimensione di questi luoghi aumenta esponenzialmente quanto più ci si addentra in provincia, raggiungendo profondità inaspettate anche per i tempi che corrono.
Quello in cui ci siamo recati rappresentava in effetti uno dei casi estremi, modellato inconsciamente sull’idea celeste di un’inesauribile cornucopia dell’utensileria. Solo un animo prosaico, come quello di un qualsiasi poeta odierno, sarebbe rimasto indifferente alla magnificenza degli ambienti, che superano in qualità e disposizione qualsiasi museo di arte contemporanea.

Avrei voluto immortalare alcuni angoli di questo superbo magazzino, ma forse non sarebbe parso un atteggiamento opportuno, nonostante persino mio cugino nutrisse un animo altrettanto sensibile da cogliere, per esempio, la mise en abyme di una sequenza di porte il cui ultimo esemplare apre su di uno specchio da bagno. Giunti infatti al reparto sanitari, la tentazione è diventata irresistibile: lo spettacolo dei cessi allineato ha invocato una testimonianza fotografica che col senno di poi appare davvero come un furto d’anima, poiché non rende l’effetto (e)scatologico che liquida cent’anni di ready-made duchampiano ricollocando, almeno teoricamente, l’archetipo di cessità nel suo luogo d’elezione, l’iperuranio o “mondo delle idee”.


In verità non ci sarebbe neppure bisogno di spingere il discorso a un livello eccessivamente astratto o concettuale: anche chi ha dei gusti più elementari, se non pacchiani, può comunque godere di alcuni squarci adatti a coinvolgerlo, come il reparto da illuminazione di esterni allestito come una festa paesana ridondante di addobbi e “parature”.  

Ad ogni modo, è il colpo d’occhio di decine di cessi che si inseguono ad avermi ispirato il titolo per una specie di mostra itinerante da replicare in ogni punto vendita: Che cessi (l’immagine); cioè che l’immagine smetta di rappresentare un ostacolo tra l’arte e la vita, e che finalmente la nostra epoca scopra la sua essenza più intima senza bisogno di alcuna mediazione. 

Crollano i favorevoli allo ius soli

Sulla prima pagina del “Corriere” di oggi, Nando Pagnoncelli registra un crollo degli italiani favorevoli allo ius soli, la cui percentuale è passata dal 71% del 2011 al 44% del 2017.


Il fenomeno era abbastanza prevedibile, non solo per la crisi migratoria, ma anche per le modalità stesse in cui se n’è finora discusso, con un’impostazione ormai divenuta ordinaria: affrontare un problema che influenzerà le vite degli italiani per molti anni a venire in situazione di emergenza, con un approccio esclusivamente sentimentale ed escludendo ogni traccia di imparzialità o equilibrio dal dibattito.

Ciò che irrita particolarmente nelle circostanze attuali, al di là delle idee che ognuno può avere (anche se ci si dovrebbe interrogare sui motivi per cui cosa l’opinione degli italiani sia cambiata in così poco tempo), è il modo in cui taluni “italofobi” sono riusciti su due piedi a ribaltare il proprio giudizio negativo, trasformandola all’istante l’italianità in un valore non solo da difendere, ma addirittura da promuovere.

In tutti gli altri casi, l’opinione dell’elettore medio di centro-sinistra è decisamente meno esaltante: a suo parere gli italiani sono dei cafoni sottosviluppati (a parte lui, ovviamente); la cultura italiana è inferiore a quella di qualsiasi altro Paese del mondo, dal Gabon al Kazakistan; i valori italiani sono il femminicidio, gli spaghetti, l’omofobia, il calcio (e la figa); la lingua italiana è poco “competitiva” e il suo uso (anzi, abuso) toglie spazio all’apprendimento dell’inglese (da qui la polemica sul doppiaggio, mentre invece le civiltà ariane, come quella estone o svedese, usano i sottotitoli).

Non credevamo possibile che bastassero centomila immigrati all’anno per risvegliare questo ardore patriottico: il “miracolo”, non appena si allarga un po’ più la prospettiva, rivela infatti tutta la sua inconsistenza. L’afflato europeista di chi è andato a votare Renzi alle primarie perché “Matteo pensa da una prospettiva europea e non italiana”, si estingue proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno: ecco perché la questione della cittadinanza, a differenza di tutte le altre (come quelle relative, per esempio, alla difesa o all’economia), viene affrontata con un approccio completamente unilaterale, senza nemmeno uno straccio di modello al quale ispirarsi.

Se tale stillicidio fosse perlomeno bilanciato da una parallela discussione a Bruxelles, ci si potrebbe illudere di esser rappresentati da persone che hanno minimamente a cuore le sorti nazionali. Al contrario, l’iniziativa sembra più rispondere alle esigenze di quei Paesi egemoni intenzionati a sfruttare la posizione geografica dell’Italia per introdurre il principio non scritto dell’accoglienza “selettiva” all’interno della Kerneuropa.

Tutto ciò si verifica per giunta in un contesto in cui l’Italia è al primo posto in Europa per concessione di cittadinanza agli stranieri: come nota l’“Ansa”,
«L’Italia è prima in Europa per la concessione della nazionalità ai migranti. Le tre nazionalità che più si sono viste riconoscere quella italiana sono albanesi, marocchini e romeni. È quanto emerge dai dati Eurostat per il 2015, che indicano a livello Ue una tendenza costantemente in calo, con 840mila persone contro le 890mila del 2014 e le 980mila del 2013. L’Italia, nel 2015, ha concesso la cittadinanza a 178.035 persone, di cui il 19,7% albanesi, il 18,2% marocchini e l’8,1% romeni».
Lo ius soli rappresenta tutto fuorché una “emergenza sociale”: smettiamola quindi di prenderci in giro. Peraltro trovo ancora valide le obiezioni formulate nel 2011 (quando si cominciò a parlare di una riforma delle leggi sulla cittadinanza) dall’allora capogruppo della Lega in Toscana, l’italo-brasiliano Antonio Gambetta Vianna (“Frontiere News”, novembre 2011)
«La maggior parte dei Paesi europei adotta lo ius sanguinis, essendo, quest’ultimo, più confacente alle caratteristiche storiche, culturali e, quindi, sociali delle popolazioni europee. […] Non dobbiamo assolutamente mettere sullo stesso piano l’Italia con gli Stati Uniti d’America, visto che gli Usa sono nati proprio per creare una nuova razza, un uomo nuovo dal minestrone dovuto all’immigrazione di tutte le popolazioni del mondo. Negli Stati Uniti, però, lo ius soli ha determinato una forte presenza di comunità e quartieri chiusi, i ghetti, dove povertà e criminalità regnano sovrane. […] Alla base della mia posizione non vi è assolutamente un ragionamento di stampo razzista, bensì identitario. A molti figli degli immigrati non interessa diventare italiani tanto che non fanno nemmeno domanda per la cittadinanza al compimento del 18° anno di età. Bisogna tutelare anche queste persone che, nonostante siano nate nel nostro Paese, hanno deciso di abbracciare la sola identità di sangue e sognano di tornare presto nel Paese dai quali provengono i propri genitori e i propri avi».
Infine, come è stato evidenziato di recente da Marco Taradash (ex-radicale, ora nel “Nuovo Centro Destra”), lo ius soli presenta un problema particolare per il nostro Paese, riguardante la sua posizione geografica rispetto all’Europa. Noi siamo, infatti, “terra di sbarco”, e anche chi desidera facilitare ulteriormente il conseguimento della cittadinanza italiana dovrebbe avere sempre ben presente tale condizione.

Penso non ci sia altro da aggiungere, se non che era ampiamente prevedibile che il combinato disposto di ius soli e vaccinazioni di massa facesse sorgere la paranoia del “grande complotto” per ridurre il nostro Paese a un immenso campo profughi, in cui l’unico metodo possibile di governo è appunto la coercizione, estesa inevitabilmente anche a livello sanitario. D’altro canto, le dichiarazioni (come quella qui sotto) dell’attuale Ministro della sanità non aiutano di certo a placare gli animi...

mercoledì 21 giugno 2017

Morirete tutti in un attentato

L’altra notte, in un distretto di Londra un 47enne di origine gallese ha investito un gruppo di fedeli mussulmani all’uscita dalla moschea dopo la preghiera per il ramadan, uccidendo una persona e ferendone una decina. A differenza di quanto accade regolarmente da due anni a questa parte dopo ogni attentato, stavolta le istituzioni e i media non hanno avuto alcuna remora a parlare di “terrorismo”: in tal caso non è parso opportuno ridurre l’attentatore a un semplice “lupo solitario” (nonostante non fosse iscritto ad alcun partito o associazione né avesse pianificato l’attacco con altri complici) e neppure considerarlo uno “squilibrato” isolato (anche se a tutti gli effetti di questo si tratta).
Sembrava ormai d’obbligo la kermesse di politici e opinionisti interessati esclusivamente a placare un’evanescente reazione “islamofoba”, a invitare le persone a “tirare avanti” senza cambiare in nulla il proprio stile di vita, a non rispondere all’odio con l’odio, ma solo con canzoni, candele e gessetti colorati: eppure è bastato che per una volta le parti apparissero invertite, per entrare immediatamente in un clima di paranoia, accuse collettive e desiderio di vendetta verso i “seminatori” di idee contrarie alle proprie.

Non era difficile prevedere che un’azione del genere sarebbe stata strumentalizzata all’estremo, dato che la filastrocca era già stata imparata a memoria per essere recitata alla prima occasione: il terrorismo islamico non esiste, ma quello “islamofobico” adesso sì; non tutti i mussulmani sono terroristi, ma se un autoctono fuori di testa fa una strage davanti a una moschea, allora il crimine va ascritto all’intera compagine dei maschi bianchi eterosessuali e cristiani.      
Tuttavia questa jacquerie dall’alto, questa colossale orgia del politicamente corretto, si è interrotta sul nascere quando, nel pomeriggio della stessa giornata, agli Champs-Elysées un tizio di origine tunisina si è lanciato contro una camionetta della polizia con la sua auto, a bordo della quale sono stati poi ritrovati pistole, kalashnikov, esplosivi e persino una bombola del gas.

L’aggressione (fallita) è stata comunque rivendicata dall’Isis (o da chi per esso): col senno di poi, apporre il proprio “marchio” su un’impresa che ha letteralmente “guastato la festa” agli apologeti in loco, è stata senza dubbio una mossa sbagliata, sintomo di miopia strategica. Almeno per una volta, avremmo potuto assistere all’inedito spettacolo di una condanna netta e inequivocabile del terrorismo: è chiaro, solo contro quello “islamofobico”; ma sarebbe stata comunque un’iniziativa originale, una “svolta”, seppur selettiva, nell’affrontare il problema.
Invece neppure per un giorno è stato possibile far la voce grossa contro gli assassini (anche perché il “doppio standard” sarebbe risaltato in maniera troppo lampante). È una situazione decisamente grottesca: l’ignavia impedisce persino di invocare una reazione in nome di quegli ideali di solidarietà, uguaglianza, accoglienza, tolleranza, che a parole saremmo disposti a difendere fino alla morte. Neanche in nome del politicamente corretto, è più consentito condannare il terrorismo: deve essere per forza tutto così sfumato, ambiguo, strisciante (per non dire ipocrita e farisaico).

Ad onta dei reiterati appelli all’unità, è sin dall’attacco di Charlie Hebdo che manca una risposta efficace, realmente in grado di far sentire tutti parte di una collettività, di un identico destino: si prosegue nella parcellizzazione della società in nome del rispetto delle “culture” altrui, si creano dei ghetti ormai estesi oltre l’ambito urbano, interiorizzati nella mentalità stessa di frange che desiderano solo annientare la società in cui sono cresciuti.
Man mano che si procede nel cammino di auto-distruzione, diventa sempre più evidente come gli unici davvero interessanti alla sopravvivenza della società di cui stiamo parlando, sono poi gli stessi che vengono additati come sabotatori delle sue magnifiche sorti e progressive, coloro i quali finora si sono semplicemente limitati a invocare una lotta al terrorismo senza doppiezza né equivoci. Spesso mi domando quando arriverà il punto in cui anche i rappresentanti di quest’ultima bistrattata “resistenza”, ossessivamente ridicolizzati con ogni sorta di epiteto (razzisti, xenofobi, populisti), se ne laveranno le mani, o magari verranno costretti a farlo per l’introduzione di nuovi reati d’opinione.
È probabile che tutto ciò accadrà molto presto, in maniera imprevedibile. Sarà forse come nell’ultimo romanzo di Houellebecq, Sottomissione, nel quale si prefigura una via di fuga dalla modernità attraverso l’islam? Ricordo che il libro uscì in Francia un attimo prima degli attentati alla redazione di Charlie Hebdo, paradossalmente offrendo anche alla “destra” la possibilità appunto di “lavarsene le mani”, di riconoscere la superiorità della reazione islamica rispetto a quella lepenista e mettersi il cuore in pace: in quei giorni lo stesso Jean-Marie Le Pen, di fronte alla marea che marciava per le strade proclamandosi “Charlie” senza crederci nemmeno un po’ (altrimenti non saremmo giunti a questo punto), rifiutò di solidarizzare col giornale definendolo “anarco-trotskista”, e scaricando la responsabilità dell’assalto ai servizi segreti.

In fondo i terroristi che ci attaccano, quelli che si rifanno all’Isis (o al suo “mito”), non colpiscono le chiese né le sedi dei partiti “populisti”: nel primo caso perché, a differenza che in Medio Oriente o in Africa, attacchi di questo tipo non susciterebbero alcun clamore nell’opinione pubblica (lo sgozzamento di un sacerdote ultraottantenne a Rouen non era stato evidentemente “concordato” con le centrali che guidano gli attacchi in Europa); nel secondo caso, non solo perché si correrebbe il rischio di un contraccolpo (i fondamentalisti, a differenza di quanto sostengono più o meno tutti, non desiderano la guerra civile poiché non sono così sicuri di vincerla), ma soprattutto perché ciò darebbe l’impressione alla parte di società che hanno identificato come nemica di poter giungere a una sorta di “trattativa”, di composizione del conflitto.

Invece i terroristi islamici non danno tregua proprio a quelli che puntualmente proclamano la capitolazione: alla fine sono i “buoni” gli unici a morire realmente negli attentati. Anche perché, considerando che i media già fanno fatica a nominare le vittime (persino quando sono bambini, come a Nizza o Manchester), qualora iniziassero a morire solo i “cattivi” immagino che il silenzio stampa diventerebbe lo standard. Peraltro tale fenomeno in parte già si verifica nei confronti dei poliziotti uccisi o feriti: tra tutti, l’unico di cui si è trovato il tempo di parlare è quello colpito a Parigi nell’aprile scorso (sempre agli Champs-Élysées), solo perché è saltato fuori che era omosessuale: il terrorista ovviamente non aveva idea della sua vita privata; ma l’evenienza ha almeno offerto ai media l’occasione di far diventare “buono” persino un poliziotto.

Chi non rispetta almeno uno dei nuovi canoni necessari all’approvazione sociale, perde la qualifica di “vittima” ed è automaticamente escluso dai ludi funebri, ridotto al ruolo di danno collaterale la cui scomparsa ha forse senso solo per parenti e amici.
Perché, per concludere nel modo più chiaro possibile, l’unico motivo per cui il terrorismo non si è ancora perfettamente incastrato nella nostra routine è proprio la presenza di persone che si rifiutano di accettarlo come prezzo da pagare per la società aperta, tollerante, multiculturale ecc… Ma quando questo piccolo resto si consumerà, non rimarrà più alcuna “parte maledetta”, nessun diaframma in grado di separare i buoni dai cattivi. Come conseguenza, l’illusione che la prima causa del terrorismo sia il maschio-bianco-eterosessuale cristiano e populista che discrimina il povero immigrato di fede islamica, si rivelerà come tale proprio quando sarà completamente livellata dal logorio mediatico e politico.
Sarà quello il momento in cui davvero “il lupo dimorerà con l’agnello”: ma più che a un paradiso in terra assomiglierà a un’immensa “festa crudele”, una tragedia collettiva dove le vittime si riconosceranno completamente nel ruolo di capri espiatori, ospiti d’onore del banchetto sacrificale. Per questo, alla lunga, sarete solo voi, a morire tutti in un attentato.

lunedì 19 giugno 2017

La lingua di legno

In questo periodo sto diventando ultra-paranoico; credo sia una sensazione ciclica, che mi prende in  alcuni momenti della mia angusta esistenza. È come avere il sospetto di esser rimasti una delle poche persone normali rimaste in circolazione, uno dei pochi “libri aperti” che girano per strade invase da sfruttatori, ladri, drogati, assassini, vigliacchi (per citare la tassonomia di Travis Bickle).

Forse questo sgradevole sentore è dovuto anche al fatto che negli ultimi mesi mi sono trovato a interagire con categorie di persone i cui appartenenti sembrano fuoriusciti dalla stessa macchina clonatrice: sto parlando dei cosiddetti “addetti alla selezione del personale”, dei venditori porta a porta e dei giornalisti. Nel primo caso, ho avuto a che farci per il semplice motivo che sono perennemente in cerca di un nuovo lavoro (come tutti); nel secondo caso, perché me li ritrovo sempre sulla porta di casa; e nel terzo – stendiamo un velo pietoso.

Costoro, messi uno accanto all’altro, sembrano parlare tutti la stessa identica “lingua di legno”: un eloquio fatto di “piuttosto che” esclusivamente in senso disgiuntivo, delle “criticità”, della “implementazione”, del “quant’altro” e dell’al-netto-di… 
Ecco, dopo un po’ questa specie di linguaggio cifrato che dovrebbe comunicare “professionalità”, questo pseudo-burocratese mascherato di managerialità (di recente mi ha impressionato un “movimentare” come sinonimo di “spostare”), finisce per mandarti fuori di testa.

A dirla tutta, non è nemmeno un cruccio recente: un certo modo di parlare mi ha sempre suscitato diffidenza immediata, come se mi trovassi di fronte a qualcuno intenzionato a nascondere chissà quale mostruosa doppia vita. In effetti ogni volta che mi imbatto in frasi fatte sparate a macchinetta, non posso fare a meno di pensare alla “maschera” del protagonista di American Psycho di Ellis, il professionista posato e competente che poi la notte fa a pezzi le persone. Esempio pacchiano, lo riconosco, ma comunque efficace. Potrei anche citare il Michele Apicella di Bianca, la versione nannimorettiana del serial killer, ma non vorrei scadere così in basso. Peraltro ho ritrovato uno stesso identico carattere nel film Nightcrawler (2014), la storia di un tizio che riprende scene violente e poi le vende ai giornali, e che proprio per dimostrare di essere “professionale”, si esprime come se avesse imparato Wikipedia a memoria.

È lo stesso atteggiamento che, come dicevo, ho riscontrato nelle categorie di cui sopra; anche se ormai inizia a suscitarmi perplessità persino chi indugia un po’ troppo in “tecnicismi”, soprattutto quando tratta di argomenti come la gastronomia. Per esempio, se qualcuno inizia a spiegarmi come si prepara una pietanza (di solito senza che io gli abbia chiesto nulla, perché la cucina è roba da femmine – vedi che sono l’unico normale?!), e a un certo punto butta lì una frase del tipo: “In tal modo l’alimento conserva tutte le sue proprietà nutritive”, io mi metto subito sulla difensiva. Nel caso si trattasse poi di uno con cui sono in confidenza, allora difficilmente riuscirei a nascondere lo sconcerto; di solito infatti la mia reazione standard è: “Ma non è che per caso me stai a pija’ per culo?”. Lo sgomento aumenta nel constatare che l’interlocutore usa quelle espressioni perché è convinto che davvero abbiano un senso. E così tutto si trasforma in un’inquietante monodia sul “mangiar sano”, finché alla fine del discorso mi rimane un dubbio di fondo: non è che ’sto qui passa le notti in giro ad ammazzare prostitute, oppure, nel migliore dei casi, a spiare la vicina col binocolo?

No, sul serio, cominciano a preoccuparmi un po’ tutti. È vero, omnia munda mundis, ma se uno si esprime come un fottutissimo dépliant mi viene il dubbio che sia proprio lui a dividere la sua vita tra il “puro” e l’“impuro”. Come minimo, dopo il solito “discorsetto” l’addetto alle risorse umane corre a vantarsi coi colleghi di aver umiliato l’ennesimo sfigato, il venditore a porta a porta di aver plagiato l’ennesima casalinga e il giornalista di aver scritto l’ennesima balla. Chissà poi la sera, quando ritornano nel loro appartamento e la porta si chiude… mi vengono i brividi solo a pensarci.

Magari poi si scopre che il maniaco sono io... Ma no, sono davvero la persona più trasparente di questo mondo. Quello che dico è quello che sono. Altro che i cripto-razzisti, i puritani che si fingono libertini, gli “omofili” coi figli degli altri: io lo ammetto apertamente, di essere uno stronzo (per gli standard della società contemporanea, intendo). Se poi vogliamo introdurre qualche nuovo reato d’opinione, ne deriveranno nuove forme di bigottismo: il gioco è, come sempre, a somma zero. Non è l’hate speech a spaventarmi, ma il sussiego di chi ha il timore di ricadere in questa particolarissima forma “americana” di reato (che spero non prenda mai piede nel Vecchio Continente, anche se sta già accadendo): cosa nasconde, il parlare “depurato”? Perché mi dici che vuoi “aprire un tavolo per implementare la discussione” invece di un banale “boh dai ne parleremo forse”? Va bene, non sei un maniaco, non sei un predatore sessuale, non pratichi strani rituali né sei un cultore segreto del sadomasochismo, ma… ti sei lavato le mani dopo esser andato in bagno? Vuoi cercare di nascondere l’impurità dei polpastrelli mondando le tue parole? Ah, ti ho scoperto! (Purtroppo ti ho già stretto la mano, mi hai fregato ancora).

giovedì 15 giugno 2017

Donare il sangue diventerà politicamente scorretto?


Ieri, per la “Giornata mondiale del donatore di sangue”, i quotidiani hanno lanciato l’allarme: i giovani sono talmente poco interessati alla faccenda, che è a rischio il “ricambio generazionale” tra volontari. Il Ministero ha persino annunciato una “campagna di sensibilizzazione”, che di certo passerà completamente inosservata a meno che non riesca a urtare la suscettibilità di qualche minoranza (ricordo le accuse deliranti contro la “campagna per la fertilità”).

Pur facendo parte della sparuta schiera 18-35, di quelli che forse potrebbero permettersi di “festeggiare” due volte, ho trovato l’iniziativa un po’ imbarazzante, sia perché non riesco più a sopportare tutte queste “giornate mondiali” che si moltiplicano di anno in anno (anche se da qualche tempo sembra siano dedicate solo agli immigrati), sia perché mi pare che ci sia troppa ipocrisia intorno all’argomento, non solo da parte della stampa (questo è prevedibile), ma anche da tutti quelli che hanno voluto intervenire a vario titolo (dai rappresentanti delle associazioni ai donatori stessi).

Le scuse accampate sono imbarazzanti: c’è chi dice che è colpa “del precariato” e “della tempistica”, perché i giovani non riescono a far coincidere l’orario di lavoro (che non hanno) con quello degli ospedali (puoi andare ogni mattina di qualsiasi giorni dell’anno, ma forse non è abbastanza); c’è chi invece afferma che le famigerate “campagne” (ancora) non siano troppo accattivanti (in realtà è esattamente il contrario: tutta la comunicazione è pensata esclusivamente per i giovani). Eccetera eccetera.

Qualcuno però ha trovato il coraggio di avanzare timidamente un problema autentico: per donare è necessario non drogarsi. Per fortuna è stato detto tra le righe, confondendo a bella posta droghe leggere con anabolizzanti, così i giornalisti non sono andati fuori di testa.
Perché ormai donare il sangue sta diventando un qualcosa di politicamente scorretto. A partire dal primo passo, cioè il famigerato “questionario anamnestico”. Da quello infatti non si scappa: ti fai le canne? Non puoi donare. Sei un alcolizzato? Niente da fare. Fai sesso non protetto? Arrivederci (no, non ti do il numero di telefono). Ti fai un tatuaggio o un piercing all’anno? Ne riparliamo (forse).

Sono domande talmente dirette che quasi mi stupisce non sia ancora stata organizzata una manifestazione anti-sessista davanti agli ospedali, magari sollecitata dagli stessi giornali che oggi fanno la sceneggiata: sono convinto che se tra i donatori ci fossero tanti “professionisti dell’informazione”, probabilmente la sicurezza sanitaria verrebbe compromessa, perché diventerebbe appunto “sessista” (oppure “omofobo”, a seconda dei casi), chiedere se si abbia mai avuto “rapporti occasionali e non protetti”. E che dire del divieto a donare imposto a quel povero ragazzo che non resiste all’idea di farsi scarabocchiare compulsivamente la pelle ogni tre mesi: non sembra questa una grave violazione dei diritti umani?

Si scherza, ma fino a un certo punto: è già un miracolo che in Italia non sia ancora giunta da oltreoceano la paranoia del fat-shaming, cioè l’idea che quando un dottore dice al paziente di dimagrire in realtà lo sta insultando e umiliando psicologicamente. A essere sincero anche al sottoscritto, durante la visita che precede il prelievo, capita regolarmente di essere rimproverato per il leggero (anzi leggerissimo) sovrappeso: devo dire che non mi sono mai sentito offeso, nonostante talvolta i toni usati siano stati drastici (“Se non dimagrisce ora tra qualche anno sarà costretto a prendere pillole su pillole per pressione e colesterolo”). Questo solo per dire che non mi sto vantando di non fare sesso occasionale o non avere nemmeno un tatuaggio: del resto, chi si vanterebbe oggi di roba del genere? Come scrive Guareschi in uno dei sui racconti postumi (dall’eloquente titolo È di moda il ruggito della pecora): «È la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente d’essere considerati onesti. Oggi gli onesti tentano disperatamente d’essere considerati disonesti». Certo, l’idea che il mio (leggero) sovrappeso possa garantirmi l’appartenenza a una “minoranza oppressa” finora non mi era mai passata per la mente, ma a lungo andare credo dovrò pensarci, poiché la tendenza mi sembra ormai quella di concedere il diritto di parola solo a chi riesce a presentarsi come “vittima” (ma a questo punto meglio chiatto che altro, dico bene?).

Ad ogni modo, se i “modelli” proposti dagli stessi quotidiani che oggi moraleggiano sui “giovani scapestrati” sono quelli che conosciamo, c’è poco da lamentarsi: peraltro la questione non si riduce a quelli che si tatuano dalla testa ai piedi o si accoppiano a caso. I nostri tempi ci hanno infatti regalato una nuova strabiliante specie, che ho visto chiaramente emergere dagli interventi degli scorsi giorni: quello del “bravo ragazzo”, a suo dire talmente o-ne-sto da non voler contribuire in alcun modo a un’istituzione corrotta come la sanità pubblica. Non sto esagerando: questa gente viene fuori dalle fottute pareti, non ce ne siamo ancora resi conto: avete idea dei ventenni e trentenni che non vanno a donare perché (testualmente) “c’è troppa burocrazia” e “la sanità non funziona”? Alla faccia delle canne: c’è chi è andato in overdose di informazione (perché l’alibi gliel’hanno ancora offerto i pubblicisti di cui sopra). Ecco quindi un altro motivo per cui donare il sangue diventa doppiamente scorretto: non solo contro zecche e sgualdrine, ma pure contro i “liberisti all’amatriciana”.

*

AGGIORNAMENTO (19 giugno 2017):

Oggi, nella rubrica dei lettori del “Corriere”, è comparsa lettera che mi ha fatto sobbalzare sulla sedia. Si tratta della indignata missiva di una ex-donatrice che, “pur riconoscendo l’importanza della sicurezza”, si lamenta delle “regole ferree” con le quali vengono selezionati i donatori (a suo dire ormai obsolete):


Le rimostranze della lettrice si arrestano pudicamente ad argomenti “neutrali” (quali l’utilizzo di medicinali o il tabagismo), ma tra le righe si capisce che il riferimento alle “cose che fanno i giovani” riguarda temi più “piccanti” (non di certo il viaggiare – che peraltro non si traduce automaticamente in una sospensione, a differenza di quanto sostiene l’ex-donatrice indignata).

Mi auguro che si tratti solo di un intervento isolato, perché qui ci sono già tutti gli elementi per creare un “effetto valanga” e trasformare dei blandissimi criteri di selezione in “fascismo”. La grande stampa infatti non minaccia invano: in pratica ha appena preparato il terreno per far scoppiare uno “scandalo” ad arte. Si comincia con un innocuo articolo in cui ci si lamenta che la carenza dei donatori è dovuta al fatto che la sanità italiana non capisce i “bisogni dei giovani”; poi si dosa scientificamente qualche letterina per dare l’idea che il “Paese reale” sia tormentato dall’idea che un trans che si è appena fatto una canna non possa donare; infine, spuntano fuori titoloni del tipo Per donare il sangue dobbiamo diventare tutti come Salvini?, e la frittata è fatta.

Tuttavia spero, come ho detto, che questo non accada, che non sarò costretto ad assistere all’ennesimo dibattito psicodrammatico riguardo uno degli ultimi argomenti sul quale, almeno fino a un momento fa, si poteva andare tutti d’accordo. Non è per odio nei confronti dei giovani, né per bigottismo, razzismo, sessismo, omofobia o “salutismo”, che i medici sono costretti a porre domande imbarazzanti: è solo per tutelare donatore e pazienti. È davvero così difficile da capire?

Del resto nessuno può obbligarti a rispondere onestamente al questionario anamnestico; questo però non cambia la “verità effettuale della cosa”: hai solo fatto perdere una mattinata a te e agli altri (e Dio non voglia che tu abbia messo in pericolo la vita di un’altra persona solo perché sei un idiota).

Quindi, lo ripeto per l’ultima volta, non iniziamo una guerra civile anche sul tema delle donazioni. No, il dibattito, no: se il “Corriere” la chiude qui, fa un piacere a tutti. Perché prima o poi anche Dracula morirà di sete

Il Pizzagate e l’immaginario americano

Non so se avete seguito il famigerato “Pizzagate”, probabilmente la “teoria del complotto” più fantasmagorica del secolo, secondo la quale la Fondazione Clinton, con l’appoggio dei potentissimi fratelli Podesta (due lobbisti legati a Hillary), avrebbero organizzato un traffico internazionale di minori avendo come base... una pizzeria di Washington.
Durante la campagna elettorale americana l’attenzione sullo “scandalo” ha raggiunto i picchi massimi, per poi scemare anche a seguito dell’impresa di uno squilibrato che a dicembre del 2016 decise di “investigare” sparando qualche colpo di fucile nel locale, fortunatamente senza ferire nessuno (ovviamente per i complottisti si è trattato di un false flag per insabbiare lo scandalo).
Personalmente mi ero interessato al caso solo per l’incredibile interesse suscitato nella stampa turca, tuttavia negli ultimi giorni ci sono tornato, complice soprattutto una fastidiosissima infezione intestinale che mi ha inchiodato a letto. Dato che ho già letto tutta la RechercheMoby Dick e il libro Cuore, cosa c’è di meglio che non spararsi video complottisti a raffica fino a quando non si va fuori di testa e la paranoia combinata all’effetto dei medicinali consente finalmente di cadere in deliquio?


Comunque, ho visto tutto quello che c’era da vedere (ai lettori interessati ad approfondire consiglio la ricostruzione in italiano qui sopra, senza dubbio la più completa), e ho tratto qualche conclusione, chiaramente partendo dal presupposto che questa storia sia una bufala colossale.

La prima è che effettivamente i fratelli Podesta sono troppo potenti per essere “al di sopra di ogni sospetto”. Il fratello più giovane, John, oltre a esser stato Capo di gabinetto della Casa Bianca durante la presidenza Clinton e Presidente della campagna elettorale di Hillary, ha addirittura tentato di organizzare una “rivoluzione” in Vaticano su modello delle “primavere arabe” (mica c’è riuscito, tranquilli!).
Il maggiore dei Podesta, Tony, è anch’egli lobbista di fiducia (superlobbyist, anzi) dei democratici e a Washington è considerato una sorta di arbiter elegantiae: la sua casa viene paragonata dai grandi giornali a un museo, nonostante i gusti alquanto “controversi” (questa è uno dei punti che ha eccitato le fantasie dei complottisti).

Venendo al nocciolo, penso che i media abbiano dedicato scarsa attenzione alle email dei Podesta pubblicate da Wikileaks: è un atteggiamento che difficilmente si può considerare onesto, pensando soprattutto al caos ora sollevato per l’altrettanto fantomatico “Russiagate”.
In particolare, è evidente che in alcuni messaggi i fratelli stiano usando un codice (a meno di non pensare che usino la parola “pizza” a caso perché sono di origine italiana): da qui a dedurre che stiano parlando di violentare bambini ce ne passa, però un qualche interessamento forse non guasterebbe, soprattutto in un periodo in cui si tende a distinguere tra “complottismi” buoni (anti-Trump) e cattivi (anti-Clinton).

La seconda conclusione riguarda il proprietario della pizzeria, tale James Alefantis. Gli “sbufalatori” hanno avuto buon gioco nell’evidenziare l’assurdità di credere che un locale in cui si gioca a ping pong mentre si aspetta da mangiare sia al centro di un traffico internazionale di bambini. Il che è sicuramente vero; tuttavia non stiamo parlando di una pizzeria qualsiasi: pur essendo un posto piuttosto mediocre, sporco, rumoroso, con le piastrelle divelte e le pareti scarabocchiate e piene di buchi (negli ultimi tempi i complottisti hanno fatto diverse incursioni con telecamere nascoste, vedi per esempio qui e qui), è comunque considerato al di sopra della media, proprio per gli agganci che il titolare ha con i pezzi grossi del Partito Democratico.
Lo stesso Alefantis è una figura decisamente ambigua: da una parte, è il classico “gay istituzionale”, che ha avuto tra i suoi fidanzati ufficiale David Brock (uno dei giornalisti più vicini a Hillary, descritto come una sorta di “crociato clintoniano”) e che ama presentarsi come il gestore un po’ eccentrico di un “locale per famiglie”; dall’altra parte però costui sembra attratto da quel sottobosco orgiastico che faceva parte della cultura omosessuale prima che la monogamia diventasse uno dei suoi dogmi: come è emerso dal suo profilo Instagram (scandagliato in tutti i modi finché non lo ha reso privato), il pizzaiolo preferito dai Podesta apprezzava foto di uomini truccati ricoperti di sangue, fotomontaggi da film pornografici gay con una pizza al posto dei genitali e tante altre amenità. Roba che alla fine non scandalizzerebbe più di tanto nemmeno il pubblico italiano, dopo anni di programmi pomeridiani destinati a rimodellare standard e tabù; decisamente meno accettabili, però, le battutine sulla pedofilia, che hanno contributo ad amplificare le paranoie: sì, tale Alefantis postava su Instagram foto di bambini e faceva allusioni sessuali su di esse.

Tale sgradevole evenienza ci conduce alla terza conclusione, la più importante: Alefantis, nonostante i suoi intrallazzi, nonostante fosse culo e camicia (no pun intended) con i Clinton e i Podesta, nonostante le riviste lo considerassero una delle persone più influenti di Washington, credeva di essere ancora underground. Tanto da aver organizzato, dietro al “locale per famiglie”, una backroom (il “retrobottega”) dove far esibire gruppi di musica punk sperimentale: un posto che in Italia sarebbe considerato al di sotto del livello di un centro sociale, ma che a Washington diventa affascinante e alternativo. Il problema è che (come potete apprendere dal video segnalato all’inizio) sul “retro” suonavano gruppi che, credendosi anch’essi underground, scherzavano un po’ troppo sulla pedofilia. Nei filmati si può vedere una tizia col passamontagna rosso e la voce distorta che fa battutine sulle “preferenze” sessuali, mentre nei suoi video mostra immagini di bambini torturati e uccisi; un altro gruppo poi sfoggia uno dei presunti “simboli dei pedofili” (la spirale a forma di triangolo) evidentemente anche questo allo scopo di “provocare”.

Non è peraltro inusuale, per un certo tipo di sottocultura, l’atteggiamento “goliardico” nei confronti della pedofilia . I motivi sono piuttosto evidenti: dal momento che non rimangono più molti tabù da infrangere per épater le bourgeois, perché l’omosessualità è diventata una virtù, la pornografia è roba da seconda serata (a volte anche da prima), il cannibalismo è stato sdoganato nei reality show e persino l’omicidio ha goduto della spettacolarizzazione dei serial killer, una delle poche cose ancora in grado di sbigottire resta proprio la pedofilia. Ecco perché, quando i complottisti hanno individuato il bersaglio nei gruppi che suonavano sul retro della pizzeria, non han dovuto far altro che cogliere fior da fiore...

Lo stesso discorso vale per gli artisti indirettamente coinvolti dal fatto che le loro opere siano appese alle pareti di casa Podesta: in particolare la pittrice serba Biljana Đurđević, che pur non meritando ancora una pagina Wikipedia, in compenso ha avuto il privilegio di apparire sulla “Pizzagate Wiki” per i suoi ritratti di bimbi appesi che tanto piacciono al lobbista clintoniano.
E, soprattutto, Marina Abramović, una delle protagoniste più prestigiose dell’affaire: se fin qui ho evitato accuratamente di nominarla, è perché il mio livello di Schadenfreude avrebbe superato il buon gusto. Ammetto infatti di aver goduto nel vedere questa faccendona tenuta in palmo di mano dal gotha, trasformarsi in una sacerdotessa lesbo-satanica a capo di una cricca internazionale di pedofili e assassini (della faccenda del cosiddetto Spirit Cooking avevamo già discusso a suo tempo). Mi ha anche divertito il fatto che la Abramović sia uscita di testa, reagendo come tutti quelli coinvolti nel complotto immaginario (“Stavo solo scherzando”).

Sarò limitato, ma non riesco a capire quelli che passano la vita a “provocare” e poi, una volta che il pubblico li prende finalmente sul serio, corrono a piangere da giornalisti e avvocati. Ci troviamo di fronte a un fenomeno curioso, perché sembra che gli iconoclasti vogliano esser considerati tali solo dal “potere costituito”, dall’“istituzione”: perciò passano il tempo ad aspettare una reazione “dall’alto” (con la consapevolezza che non arriverà mai); quando però invece questa si presenta “dal basso”, restano completamente spiazzati. Come a dire: dopo una vita passata a combattere la “destra religiosa” o roba del genere, a farti chiudere i battenti è il complottista della porta accanto.

In generale è una situazione imbarazzante, anche perché il provocateur in fondo è convinto di agire per il bene dell’umanità, dato che pensa che qualsiasi convenzione sociale sia una creazione del patriarcato o dei preti. Poi un bel giorno sbatte contro il senso comune che, come ho detto, è altra cosa rispetto al buon senso, ma è una forza con la bisogna sempre fare i conti: probabilmente d’ora in avanti sarà costretta a farli anche la povera Marina, alla quale forse non resta che tornare a esibirsi coi suoi amici bulgari come ai bei tempi.

Tutto ciò assomiglia a una specie di contrappasso: non posso dire che sia meritato, però l’atteggiamento di fingersi underground e al contempo trescare con le sfere più alte dell’establishment mi pare abbia fatto il suo tempo. Per certi versi, tutto ciò potrebbe rappresentare una “apocalisse” dell’underground, l’estinguersi della contraddizione che appunto consente a certe sottoculture di considerarsi “alternative” nonostante non lo siano più da tempo. Andy Warhol sosteneva che “non c’è migliore pubblicità della cattiva pubblicità”, ma in tal caso è evidente che gli artisti coinvolti avrebbero preferito rimanere nel loro orticello di perversioni e provocazioni, piuttosto che “emergere” come complici di un’immaginaria gang di pedofili. Tanto che nessuno di loro ha poi fatto nulla per alimentare le ambiguità sul falso scandalo; eppure oggi sono finalmente “famosi”, nel senso che sono tutti registrati negli schedari dei complottisti e i loro video hanno fatto il pieno di visualizzazioni (e di commenti negativi).

Il senso comune ha dunque consumato la sua vendetta: è vero che raramente esso coincide col buon senso, ma è una feroce forza che il mondo possiede, e con la quale non si può mai smettere di fare i conti (neppure nel proprio retrobottega).

Infine, vorrei concludere con qualche appunto sulle circostanze politiche e mediatiche in cui è potuta prosperare una leggenda di tal fatta.
Partiamo dallo scorso febbraio, quando il grande James Woods (ora diventato ultra-conservatore), ha iniziato a prendere di mira John Podesta proprio sul Pizzagate. In un suo tweet ha addirittura chiamato in causa il presunto “linguaggio cifrato” che i due fratelli Podesta avrebbero utilizzare per gestire il traffico di minori dal retro di una pizzeria (peraltro citando una delle email più “innocue”, dove Podesta sta parlando proprio di… spaghetti alle noci, an amazing Ligurian dish).
Ciò che stupisce è che nel 1995 lo stesso Woods recitò in un film per la tv sul celebre “caso McMartin”, una vicenda di isteria collettiva che coinvolse lo staff di un asilo, accusato di violenze di gruppo sui bambini. La cosiddetta “isteria sugli abusi negli asili” (day-care sex-abuse hysteria) fu in effetti un fenomeno molto diffuso nella società americana tra gli anni ’80 e i ’90 del secolo scorso: esso peraltro rientra nella più ampia Satanic ritual abuse hysteria, in cui appunto confluisce anche il Pizzagate.

Sicuramente esistono migliaia di studi sull’argomento, ma anche dalla prospettiva di osservatore superficiale e piuttosto disinteressato nei confronti del cosiddetto “complottismo” (pure per le sue implicazioni culturali, psicologiche o sociologiche), posso dire di essermi imbattuto decine di volte nel cosiddetto élite pedophile ring. È un’accusa che, per motivi intuibili, risulta particolarmente efficace per demolire il proprio avversario: ricordo che durante la presidenza di Bush Sr. divenne una sorta di leitmotiv, tanto che nel novembre del 1991 un bollettino australiano arrivò ad accusare l’allora Presidente americano di essere il “leader mondiale dei pedofili”; più recentemente, la famigerata spia-dissidente Litvinenko ha affermato di possedere fotografie di Putin mentre violenta una bambina.

A volte purtroppo queste “leggende” si rivelano fondate: per esempio, i sospetti sul “lassismo” delle autorità belghe nell’affrontare il caso Dutroux, si sono dimostrati legittimi una volta emerse le coperture ad altissimi livelli; oppure il terribile scandalo che ha coinvolto due dei volti più noti della BBC, i quotatissimi presentatori Jimmy Saville e Stuart Hall. E, per rimanere nel Regno Unito, l’affaire che ha investito addirittura l’intero Parlamento britannico, in occasione del quale si era parlato di una vera e propria lobby dei pedofili (peccato che poi la stampa abbia smesso di interessarsene).
Tornando negli Stati Uniti, ultimamente stanno affiorando incessanti rivelazioni sull’“epidemia” di pedofilia che affligge da sempre Hollywood: si veda il documentario An Open Secret (2014), nel quale si dimostra come i molestatori di ragazzini nell’industria dello spettacolo siano protetti da una diffusa omertà. Quando, per esempio, si scopre che uno dei protagonisti di un programma televisivo per bambini è un pedofilo, la prassi è quella di pagare le vittime per il loro silenzio e poi “spostarlo” da altre parti (vedi il caso, purtroppo non isolato, di Brian Peck).
Insomma, non è solo perché siamo tutti svitati che le leggende metropolitane si trasformano in isterie collettive: sembra che nelle “sfere alte” la pedofilia sia come minimo considerata un “peccato veniale”, da insabbiare senza remore di alcun tipo (stendiamo un velo pietoso su quanto accaduto all’interno della Chiesa cattolica, anche da quando c’è un Papa “simpatico” si è smesso di parlarne; tuttavia è un peccato che i media non abbiano dirottato l’attenzione su altri ambiti, come appunto lo spettacolo, oppure lo sport, l’associazionismo eccetera…)

Per restare sul Pizzagate, era prevedibile che queste accuse finissero per coinvolgere anche i Clinton, non soltanto per l’evidente incapacità del vecchio Bill di controllarsi. Ci sono un paio di “affari” nei quali Hillary Clinton si è di recente trovata in mezzo, che ovviamente sono stati ingigantiti dalla campagna elettorale.
Il primo riguarda le fondazioni a lei indirettamente legate che hanno cominciato a operare ad Haiti dopo il terremoto: parliamo in particolare di un gruppo di missionari battisti che è finito sotto processo nel 2010 per aver sottratto trentatré bambini haitiani ai propri genitori. La leader del gruppo, Laura Silsby, nonostante avesse promesso di condurli in un orfanotrofio ancora da costruire, venne comunque scagionata su interessamento dell’allora Segretario di Stato (la Clinton, ça va sans dire): in pratica avrebbe rapito i fanciulli in “buona fede”, cioè credendo che lontano dal loro Paese devastato avrebbero avuto una vita migliore.
Un altro “caso” che ha fatto da sottofondo ai mesi convulsi delle elezioni riguarda Anthony Weiner, il marito dell’assistente della Clinton (l’onnipresente Huma Abedin), il cui passatempo preferito era quello di inviare messaggi e foto imbarazzanti a qualsiasi donna gli capitasse a tiro (compresa una quindicenne): la vicenda è stata ridotta a gossip, ma se Weiner non avesse patteggiato avrebbe rischiato un processo per pedopornografia.

Inevitabile che tutto ciò si condensasse in una “narrativa” coerente e spendibile a livello elettorale. A questo punto dovremmo interrogarci sul ruolo di Donald Trump: è corretto affermare che il candidato repubblicano ha cavalcato l’onda del Pizzagate?
Dal momento che non ne ha mai fatto menzione, la risposta dovrebbe essere senza dubbio negativa. Ciò nonostante, qualcuno ha creduto di individuarne un’allusione in una battuta fatta durante il famoso Al Smith Dinner, il pranzo di beneficenza dove i candidati si punzecchiano a vicenda: Trump, evocando il titolo di una biografia della Clinton, It Takes a Village (che richiama quel famoso motto pseudo-africano, “Per crescere un bambino ci vuole villaggio”), ha affermato che la Clinton giù ad Haiti ne ha “presi molti” di quei villaggi (she’s taken a number of them), giocando sull’ambivalenza del verbo to take. In questo caso sembra pacifico che il repubblicano si stesse riferendo alla poco accurata gestione dei fondi per la ricostruzione dell’isola (che la Clinton ha perlopiù dirottato verso le imprese del fratello, Tony Rodham). Certo, se poi i complottisti sfoderano un filmato in cui Hillary passeggia per le vie di Haiti nientedimeno che con… George Soros, allora la “pizza” è servita.


Per chiudere sempre su Trump, un dato interessante (ma come al solito trascurato) è il fatto che egli abbia voluto immediatamente “consacrare” la sua presidenza al contrasto al traffico di minori. Così infatti ha proclamato non appena insediatosi alla Casa Bianca: «La mia amministrazione si concentrerà sulla lotta all’odioso crimine del traffico di esseri umani, […] che negli ultimi anni negli Stati Uniti ha raggiunto livelli “epidemici”».
I sostenitori di Trump ovviamente ne hanno tratto una “narrativa” adeguata nella prospettiva dei numerosi arresti verificatesi negli ultimi mesi (vedi “Sputnik”: While Mainstream Media obsesses over Russia, Trump’s FBI out catching pedophiles), estendendo l’influenza del loro paladino anche a livello internazionale. Il Presidente americano sarebbe quindi ora il leader di una crociata anti-pedofilia che va dal Giappone al Ghana fino all’immancabile Haiti, dove nel febbraio scorso è stata sventata una tratta di ragazzine, peraltro pochi giorni prima che la Clinton Foundation lasciasse definitivamente l’isola: tempismo infelice (sempre dal punto di vista dell’immaginario, s’intende).

venerdì 9 giugno 2017

I sikh potranno portare il pugnale sacro

Buone notizie per i fratelli sikh: finalmente potranno indossare il kirpan, il pugnale sacro. La notizia che a uno di loro era stato proibito di farlo, pur avendo lasciato completamente indifferenti gli anti-razzisti d’ordinanza, ha comunque smosso le acque: un ex poliziotto si è finalmente vista riconosciuta la sua “invenzione”, un pugnale che non taglia. Come scrive il “Corriere” (Arriva il kirpan legale, 8 giugno 2017)
«Se il popolo con il turbante potrà continuare a portare il coltello sacro messo all’indice dalla Cassazione, dovrà ringraziare un ex poliziotto cremonese. “Ho trovato la soluzione progettando per i sikh e d’intesa con loro un pugnale inoffensivo e, quindi, perfettamente legale”, dice, non nascondendo soddisfazione e orgoglio, Roberto Rossi, 44 anni, in pensione per motivi di salute dall’ottobre 2014, dopo 23 anni complessivi di servizio. Dal 1998 è stato un agente delle Volanti. Ed è indossando l’uniforme, tra un intervento d’emergenza e l’altro, che Rossi si è imbattuto nel problema costituito dal kirpan, uno dei cinque simboli della religione sikh. “Ricordo che un giorno abbiamo ricevuto una chiamata dall’ospedale di Cremona. Era un medico preoccupato che avvisava della presenza in corsia di una famiglia di indiani, tutti con il pugnale alla vita. Arrivato sul posto con il mio collega, mi sono reso conto che non era uno strumento d’attacco ma un segno di fede”.
[…] Di prova in prova, Rossi ha messo a punto un nuovo kirpan che nel disegno è uguale a quello fuori legge, mentre cambia la lega di cui è composto. Un materiale particolare che non taglia o perfora. Una lama inoffensiva e morbida che si piega come burro. Il progetto è stato presentato, nel 2014, alla Questura di Cremona, che l’ha poi trasmesso a Roma. “E in quei cassetti si è fermato. Non sarei sincero se non dicessi che il ministero ha mostrato scarsa sensibilità e che le uniche difficoltà sono arrivate dalla lentezza della burocrazia. Mi sforzavo di spiegare che il pugnale non poteva fare male a nessuno. Risposta: lo sostiene lei”.
Rossi non si è perso d’animo e ha fatto collaudare il suo strumento al Banco nazionale di prova delle armi di Gardone Val Trompia (Brescia), l’ente certificatore. “Le verifiche non potevano che essere positive: il coltello è innocuo”. Il kirpan ha ora anche un logo e un codice identificativo sui foderi e sulla lama. L’oggetto sacro made in Cremona è stato brevettato dal suo ideatore e verrà prodotto dalla società bresciana PR Distribuzione. “Non sarà venduto nei negozi, ma dato esclusivamente ai gruppi sikh che ne faranno richiesta”. La consegna ufficiale dei coltelli a prova di legge, che hanno già ottenuto una prima benedizione dalle massime autorità religiose, avverrà a giorni nel tempio di Pessina Cremonese, uno dei più grandi d’Europa. L’ex agente pensa anche ai suoi colleghi delle Volanti. “Sarà facile distinguere il nuovo pugnale dal vecchio, il legale dall’illegale”. Basterà toccarlo.».
(Kirpan Legal Worldwide)
È insolito che debba essere un “uomo delle istituzioni” a prendersi a cuore la causa dei sikh: evidentemente tale gruppo etnico, per le innumerevoli associazioni e cooperative che abbiamo in Italia, non rappresenta una minoranza “inquadrabile”, dato che i suoi componenti passano perlopiù il loro tempo a lavorare e a pregare.
 Non è che forse questa comunità, sprovvista come tante altre di ladri, stupratori e spacciatori, si sia resa invisa agli occhi dei buonisti di turno, che preferirebbero avere a che fare con degli immigrati “ricattabili”, da manipolare a loro piacimento, piuttosto che con persone con cui trattare alla pari?

I sikh peraltro, pur mantenendo sempre un profilo basso, sono generalmente molto organizzati nell’autodifesa: a Londra questa coesione comunitaria è emersa, per esempio, in occasione dei disordini del 2011, quando a decine scesero per le strade dei quartieri della capitale inglese a evitare che i loro templi, i gurdwara, venissero profanati dalla canaglia. Ci auguriamo per loro che riescano a portare in Italia anche questo tipo di usanze, perché con l’andazzo attuale è inevitabile che la nostra società sarà costretta ad affrontare fenomeni simili.

giovedì 1 giugno 2017

Una bandiera siriana in House of Cards

L’altra sera mi sono imbattuto nelle nuove puntate di House of Cards e, lo ammetto, le ho guardate (del resto cosa avrei dovuto fare?). In verità non mi appassiona affatto: finora mi sono semplicemente limitato a “recuperare” tutte d’un fiato le stagioni precedenti solo perché i giornali continuavano a usare la serie come termine di paragone per qualsiasi evento politico mondiale, e il fatto di non saperne nulla mi ha fatto sentire un po’ obsoleto (quando superi la trentina queste cose le soffri di più, una volta non provavo alcun complesso a perdermi qualsiasi puntata di Lost o Breaking Bad).
A dirla tutta, trovo House of Cards mediocre sotto ogni punto di vista; tuttavia, se è possibile sorvolare sull’estetica in nome del de gustibus, le mie osservazioni sui “contenuti”, e in particolare la critica alla “mistica della crudeltà” (cioè la tendenza a portare all’estremo un’allegoria fino a annientarla) che pervade l’intera opera, si sono rivelate azzeccate, quando per esempio l’Iran ha mandato in onda la serie  per dimostrare quanto sono cattivi e corrotti gli americani.

Mission accomplished anche in questo caso? Non credo: al contrario, considerando proprio le meschine ragioni dietro il successo internazionale, diventerà sempre più difficile per gli sceneggiatori arrestare il declino verso la piattezza assoluta con la continua rincorsa ai “colpi di scena” (di certo esiste un termine più astruso per indicarli, ma di cinema non me ne intendo, guardo solo i film in tv), che peraltro sta diventando l’unico espediente per tenere in piedi la serie. Infatti finora erano state soprattutto le “trovate” più imbarazzanti o disgustose (la comparsata delle Pussy Riot o lo sputo in faccia a Cristo) a regalare titoli sui giornali. Lo spettatore sfortunatamente si assuefà anche al peggio, quindi neppure lo screenwriter più esperto penso riuscirà a trovare un efficace antidoto contro la noia. Che, per inciso, ora si percepisce sin dall’inizio di una nuova stagione; l’altra sera ero talmente “coinvolto” dall’intreccio che a un certo punto mi sono dimenticato che il buon Frank Underwood fosse un dem e ho iniziato a non capire più perché i repubblicani ce l’avessero tanto con lui: d’altro canto i “cattivi” in genere sono sempre loro, quindi l’associazione è sorta in automatico.

Visto che siamo già scaduti alla politica, tanto vale parlarne: non era forse l’unico tocco di originalità della serie proprio il fatto che il villain alla Casa Bianca per una volta non fosse modellato sui soliti Nixon o Reagan? Non a caso molti hanno voluto riconoscere nella coppia diabolica una versione gotica dei Clinton: considerando tutto l’immaginario sanguinario e paranoico che li circonda, ci sarebbe stato infinito materiale su cui speculare. Invece poi anche gli Underwood sono finiti nel tritacarne della propaganda, e ovviamente è saltato fuori che il protagonista era Donald Trump (“la realtà supera la finzione!”).

Alla fine però non si è nemmeno capito il motivo per cui questa serie sia stata prodotta, se partiamo dal presupposto che i registi americani accendono una telecamera solo per obbedire agli ordini di qualche oscuro committente che tiene in mano i destini del mondo. Quel che si è capito, come appena osservato, è che andrà avanti a forza di plot twist (questa l’ho trovata su Wikipedia): finti suicidi sempre più acrobatici, piani machiavellici da manuale di self-help con contorno di qualche storiaccia di “sesso brutto” (ma cosa resta? la necrofilia? o magari un presidente francese che va con una vecchia? Ah già… che gaffe).

Detto questo, veniamo al “succo” : nella prima puntata dell’altra sera, in un servizio televisivo che mostra dei manifestanti impegnati a bruciare l’effige del presidente Underwood, a un certo punto è apparsa una bandiera siriana.


La spiegazione più semplice è che anche in House of Cards gli Stati Uniti stanno combattendo in Medio Oriente, dunque è normale che in una manifestazione anti-americana compaia una bandiera dalle tinte panarabe. Nondimeno nella serie l’amministrazione democratica collabora apertamente col governo siriano contro l’Ico (la versione in technicolor dell’Isis), dunque è un po’ incongruo veder spuntare un vessillo del genere. Ad aumentare l’ambiguità della scelta, c’è anche il fatto che quella bandiera fino al novembre 2011 venne usata dal famigerato “Esercito Siriano Libero”: pur non essendo la stessa che poi è diventata il simbolo dei “ribelli” (quella verde, bianca e nera con tre stelle, risalente ai tempi del mandato francese, adottata proprio per marcare anche visivamente l’inizio di una guerra civile), fa comunque un certo effetto. Probabilmente per capire i retroscena dietro certi “indizi” servirebbe un master di complottismo applicato alla Alex Jones University. O sarà forse la versione del “colpo di scena” per quegli sfigati che si credono esperti in geopolitica? (Sfortunatamente de te fabula narratur).

PS: Tempo fa anche nei Simpson apparve una barriera siriana...