giovedì 25 maggio 2017

La festa perpetua

Come reazione all’attentato terroristico al concerto di Ariana Grande, Federica Mogherini (Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la sicurezza), ha esortato la gioventù europea a continuare a «godersi la vita insieme», esprimendo un sentimento che sembra condiviso da una parte dell’opinione pubblica, come dimostrano l’invito dell’“Indipendent” (per fare un esempio anglosassone) a «fingere che non sia successo nulla», o quello de “Linkiesta” (per restare in Italia) ad «ascoltare musica e fare l’amore».

Personalmente, di fronte a tali dichiarazioni, mi sono cadute le braccia (e non solo quelle). No, non si tratta del solito moralismo: in una prospettiva ideale, potrei pure condividere la leggerezza di questi appelli (anche se mi sembrano solo reazioni infantili, ancor più di cattivo gusto se pensiamo che nella strage sono morti dei bambini…); ma dal punto di vista pratico, non possono non chiedermi se costoro sappiano davvero di cosa parlano.

Partiamo dalle basi: “festa” è tutto ciò che è escluso dalla quotidianità, “festa” è una rottura del continuum, sia esso il continuo della routine, o della storia stessa. È per questo che si dice Semel in anno licet insanire; ma anche qualora volessimo moltiplicare i nostri carnevali all’infinito, rimarrebbe sempre uno scarto infinitesimale a ricordarci la differenza tra “festa” e “normalità”. Estendere il baccanale ininterrottamente significa quindi, per paradosso, invalidarne il carattere di “festa” e costringersi a cercare nuove esperienze in grado di rappresentare l’eccezione.

Tuttavia, se davvero volessimo accettare il gioco della “festa perpetua”, allora dovremmo pagarne il fio. Per farmi capire, sono costretto a chiamare in causa lo sputtanatissimo Michel Houellebecq, che rimane, anche col passare degli anni, uno dei “modelli esplicativi” più efficaci. Nel romanzo Piattaforma (2001), il protagonista è un puttaniere internazionale che, recatosi in Thailandia per praticare un po’ di sano turismo sessuale, si invaghisce di una donna e riesce a trovare l’equilibrio perfetto tra orgia e romanticismo. Sfortunatamente, dei terroristi islamici (manco a farlo apposta) assaltano il villaggio vacanze in cui si trova e ne sterminano gli avventori, compresa l’amata, riconsegnando così il protagonista al suo destino di cinismo e solitudine.
A differenza del solito scrittore che inserisce la tragedia per rendere la trama più interessante, Houellebecq la evoca solamente per esaltare, nel contrasto, il miraggio di una felicità possibile. Tanto è vero che, con una chiaroveggenza tipica dell’artista ispirato, immagina già come suonerebbero gli articoli di giornale nei confronti di un attentato del genere: «Davanti alle centinaia di migliaia di donne infangate, umiliate e ridotte in schiavitù in tutto il mondo, che importanza può avere la morte di qualche facoltoso libertino?». In pratica uno scontro epocale tra un Sade solitario e un Bin Laden spalleggiato da un codazzo di terzomondisti. Houellebecq però vuol godersi fino in fondo la sua “festa”, quindi per sollevare il protagonista dal proprio dolore non trova di meglio che rispolverare la cara e vecchia amoralità: «L’Islam aveva rovinato la mia vita, e l’Islam era certamente qualcosa che potevo odiare; nei giorni seguenti mi sforzai di provare odio per i musulmani. Vidi che ci riuscivo benissimo, e ripresi a interessarmi dell’attualità internazionale. Ogni volta che leggevo o sentivo che un terrorista palestinese, o un bambino palestinese, o una donna incinta palestinese, erano stati riempiti di piombo nella striscia di Gaza, provavo un brivido di entusiasmo all’idea che ci fosse un musulmano in meno sulla faccia della terra. Sì, in quel modo si poteva benissimo vivere».

Forse ora si può capire meglio quanto risulterebbe insopportabile il paradigma della “festa perpetua” da parte degli stessi che ingenuamente lo propagandano. Il godimento perfetto non è la “sana e consapevole libidine”: è un piacere im-mediato, che implica l’assoluta indifferenza nei confronti del prossimo. Non stiamo parlando della trasgressione “controllata” che appunto propinano i politici e i giornalisti di cui sopra, anche perché se non fosse “controllata” difficilmente avrebbero il coraggio di sostenerla (il conformista sotto sotto è sempre un codardo).
Anzi, proprio a causa di questo libertinismo di massa, la nostra società attualmente sta sperimentando, in versione ciclopica, i dilemmi della bohème ottocentesca. Come scriveva Marcel Prévost ne Les Demi-Vierges: «Il n’y a plus de jolies fêtes, nous sommes trop laids et tout est trop vu» [“Non ci sono  più belle feste, noi siamo troppo brutti, e tutto è troppo veduto”]. È per questo che ci ricordiamo di “continuare a divertirci” solo quando c’è un attentato: dietro l’ipocrisia dello sballo artefatto, si cela sempre il vecchio archetipo della “festa crudele” .

Ormai ogni nostro “intermezzo” ha introiettato la possibilità della catastrofe. Lo vediamo, per esempio, nei superstiti della strage di Charlie Hebdo, che oggi si limitano a sfottere i terremotati italiani protetti da un intero reparto di polizia. Anche la loro “festa” non è più tale, se non per chi confonde la satira politica col ghigno del buffone di corte. Questa è un’altra prova che gli “apostoli” di cui sopra non potrebbero reggere per più di un minuto la “festa perpetua”, ché nel migliore dei casi telefonerebbero alla polizia. Gli isterici e affettati inviti a “ballare e far l’amore” sono il controcanto della danse macabre che rimbomba sui corpi straziati.

Detto questo, non bisogna nemmeno sottovalutare la sagacia dei “festaioli” moderni: essendo dei businessman, hanno sicuramente più criterio di certi scribacchini. Penso, per esempio, a Pitbull, un cantante americano di origine cubana celebre in tutto il mondo, che con i suoi pezzi genera in media mezzo miliardo di visualizzazioni su YouTube. Uno dei più conosciuti, seppur ormai datato (risale al 2011), è International Love:


Il brano esprime fantasie che qualsiasi uomo potrebbe condividere (girare il mondo per copulare, dalla Romania al Libano, dalla Grecia alla Colombia, fino a paesi e città che non sappiamo nemmeno pronunciare – non è costui un poeta?); tuttavia, ad onta della sua semplicità, esso stabilisce un’implicita ma netta suddivisione tra il “tempo della festa” e la quotidianità. Sulla tracotanza generale infatti prevale, nel finale di ogni strofa, un’impercettibile nota di malinconia, un diminuendo che allude al necessario ritorno al continuum dell’abitualità. La parte centrale si conclude per l’appunto con questi versi: «[I’ve] been all around the world | But I ain’t gonna lie there’s nothing like Miami’s heat». Si provi a immaginare quanto suonerebbe grottesco l’assunto se a esprimerlo fosse un nativo di Casalpusterlengo o Misterbianco (insomma, siamo al di sotto de Le donne di Modena di Francesco Baccini; ma una “Miami” al giorno d’oggi sacralizzerebbe qualsiasi cosa).
La terza strofa si conclude in maniera ancor più sommessa (en Miami tengo cualquiera) Pitbull torna alla lingua materna e alla sua città natale, dove potrebbe (teoricamente) avere qualsiasi donna: il ritornello conclusivo («I crossed the globe when I’m with you baby») suggella infine un “happy ending” (stricto sensu) piuttosto languido.

Non dico che sia possibile qui rinvenire un accenno di quel che i francesi chiamano le cafard, ma, con un piccolo sforzo ermeneutico, si potrebbe comunque leggervi una più compiuta maturità del “professionista dell’intrattenimento”, rispetto a coloro che nella vita forse non hanno mai realmente festeggiato. Come è scritto nell’Ecclesiaste, esiste «un tempo per gemere e un tempo per ballare». Nella gozzoviglia collettiva, resta ancora un minimo scarto che ci impone di abbandonare il sorrisetto forzato e pensare solo a tornare a casa sani e salvi, anche dopo un concerto; ed è per questo che chi desidera festeggiare sul serio non riuscirà mai a comprarsi la vostra “festa perpetua” a buon mercato.

mercoledì 24 maggio 2017

I fiori non hanno fermato le pistole

Fino a ieri anche da queste parti si ironizzava sui “gessetti colorati” come risposta agli attacchi terroristici che hanno funestato l’Europa negli ultimi anni: una reazione d’ordinanza, divenuta quasi istintiva, assieme ai palloncini, le sfilate e Imagine di Lennon. Tuttavia, dopo l’attentato kamikaze di Manchester al concerto di una pop-star amata dai giovanissimi (che quindi ha coinvolto anche bambini), abbiamo iniziato a rimpiangere questo scampolo di liturgia, constatando con amarezza come persino i gessetti colorati siano diventati una risposta troppo “forte” alle stragi jihadiste. Se lo scopo è infatti quello di far finta che non sia accaduto nulla, allora qualsiasi tributo che rimandi al mondo dell’infanzia potrebbe diventare un ostacolo all’oblio imposto dalla politica e dai media: un solo gessetto colorato ci impedirebbe ora di dimenticare che tra le vittime c’è una bambina di otto anni.

Sarò diventato forse troppo paranoico e insofferente, ma mi sembra che le reazioni delle ultime ore segnino il punto di non ritorno nella “normalizzazione” del fenomeno; a mio parere per questo sangue, il più innocente del mondo, non ci si è indignati abbastanza. Riscontro che persino coloro i quali non perdono un’occasione per ricordare via social network la sofferenza dei bambini di tutto il mondo (ultimamente si portano molto i siriani, ma l’evergreen è sempre il bimbo africano) non ha trovato parole adatte per stigmatizzare questa carneficina.

Può darsi sia sempre la paranoia a distorcere la mia visione della realtà, ma mi pare che la “Cura Ludovico” stia cominciando a dare gli effetti voluti: sono pochi quelli ancora capaci di dare una risposta sincera, umana, al terrorismo; quasi tutti si limitano ad attendere lo spin giusto per accodarsi alla reazione “corretta”.  

Il problema è che talvolta (non sempre, è vero), l’anima si ribella ai condizionamenti e lo sdegno riemerge assieme alla paura e alla rabbia. Perciò bisogna sempre fare attenzioni agli spin che si fanno girare per manipolare l’opinione pubblica: ricordo, per esempio, che quando a Orlando vennero sterminate decine di frequentatori di un locale gay, i media puntarono tutta l’attenzione sulla matrice “omofoba” dell’attentato, per oscurare quella “jihadista” e far così ricadere indirettamente la colpa su Donald Trump. Per loro sfortuna lo spin gli si ritorse contro quando Milo Yiannopoulos, un noto rappresentante britannico della cosiddetta “alt-right” (e gay fino alle midolla), intervenne in una città blindata per timore di ritorsioni contro le moschee con un memorabile discorso in favore del candidato repubblicano: non dico che sia stato determinante per la vittoria di Trump, ma è sicuramente un caso notevole di “inversione” (dello spin, intendo).

Per quanto riguarda l’attentato di Manchester, la prima lettura “riallineante” in cui mi sono imbattuto è quella che insiste sulla composizione del pubblico del concerto, un dato che dimostrerebbe come il terrorista abbia voluto colpire “ragazze, donne e omosessuali”. L’intenzione di questo spin, sulla breve distanza, assomiglia molto a quella voluta per il massacro Orlando: distogliere l’attenzione sulla matrice islamista per addossare la colpa ai “populisti”, che oltre a essere xenofobi sono ovviamente anche machisti e omofobi. Una conseguenza non voluta, anche qui, potrebbe essere quella di far sentire tutti coinvolti e quindi di aizzare lo spirito di “crociata” in categorie che, per conformismo e ipocrisia, solitamente rimangono defilate.

Un altro spin emerso nelle ultime ore è quello del “tassista mussulmano buono” che offre passaggi gratuiti a chi fugge dall’attacco al concerto di Ariana Grande. Nell’ansia di metter da parte le vittime reali per concentrare tutta l’attenzione su un inesistente “pericolo islamofobia”, i giornalisti inglesi l’hanno fatta grossa, spacciando un tassista sikh per un muslim:

L’indignazione dei lettori, scatenata soprattutto dal fatto che non c’era alcuna possibilità di equivocare sull’identità etnico-religiosa del tassista (l’autore della foto è un importante rappresentante della comunità sikh a livello internazionale), ha costretto diverse testate, tra le qual il “Daily Mirror” e “Cosmopolitan”, a scusarsi e modificare i propri articoli. Persino le diverse associazioni sikh presenti in Inghilterra non hanno potuto trattenere l’irritazione di essere scambiati con coloro che da secoli considerano persecutori. Solitamente, infatti, gli appartenenti a questa comunità sono tra gli immigrati più mansueti e tolleranti (di recente anche in Italia abbiamo visto come non ci sia stata alcuna protesta contro la sentenza con cui un giudice ha proibito a uno di loro di indossare il pugnale sacro); tuttavia i media anglosassoni sono riusciti nell’impresa di farli infuriare.

Infine, un’ultima sconcertante “tendenza” è quella di gridare vittoria (sic!) ogniqualvolta i terroristi alzano la posta. L’intenzione, seppur squallida, è piuttosto chiara: dal momento che siamo stati abituati a credere che qualsiasi reazione ci farebbe diventare peggiori di chi ci attacca, dobbiamo perciò convincerci che la nostra strategia si stia dimostrando vincente nel momento in cui non ci ribelliamo nemmeno agli atti più crudeli e insensati.
Credo che per i prossimi attentati questa chiave interpretativa riscuoterà ancora più successo tra politici e giornalisti. Il che, lungi dal persuadere i terroristi a desistere, presumibilmente li farà diventare più sicuri e spregiudicati: che lo scopo di chi ci attacca sia quello di “farci diventare come loro”, è infatti una fantasticheria esistente solo nelle nostre teste. Ciò che vogliono è distruggerci, testare il limite massimo dell’orrore a cui possiamo abituarci prima di sferrare il colpo finale.

Per tornare all’inizio: tutto questo orrore, al quale non potrò mai abituarmi (sarò un sentimentale?), mi riporta alla mente l’imbarazzante dialogo che si svolse durante le celebrazioni del post-attentato parigino del novembre 2015, quello in cui un padre cercava di convincere l’incredulo pargolo che i fiori fossero più forti delle pistole. All’epoca il filmato fece commuovere molti di quelli che adesso fanno scena muta. Chi però non vuole auto-condannarsi al silenzio deve riconoscere che a Manchester, almeno metaforicamente, anche quel bambino è morto. I fiori non hanno fermato le pistole.

Dopo un attentato io ascolto rap polacco

È brutto sentirsi definire “europeo”: una volta mi limitavo semplicemente a considerarlo un non sequitur (come dire di un australiano che è “asiatico”, o di un persiano “arabo”), ma negli ultimi anni il suo utilizzo sempre più ridondante e inopportuno, in particolare dopo ogni attentato, ha trasformato questo aggettivo in un sinonimo di tutto ciò che un essere umano dovrebbe odiare.

Si sta ormai delineando un significato univoco del lemma: ogni volta che un terrorista ci stermina, diventiamo tutti un po’ più “europei”. A un certo punto però passa la voglia di fare sacrifici in nome del nulla, cioè dell’Europa. Prima la borsa, poi la vita. “Europa” diventa uno stigma, un’enorme € scarlatta sul petto. Avranno forse ragione i Mbendjele del Congo a utilizzare un’unica parola (putu) per indicare l’aldilà e il Vecchio Continente, così che nella loro lingua “andare in Europa” (Amu dua putu) diventa un eufemismo per indicare la morte?

Sempre per restare in tema di etnologia, sovviene un fortunato slogan di Jobbik, il partito di estrema destra ungherese (che ultimamente la stampa evita di demonizzare perché può tornar buono nel ribaltare Orbán): «Credevamo di entrare nella terra a Canaan, invece sono i suoi abitanti ad averci invaso» [A Kánaán nem jött el, csak annak lakói]. A coniarlo fu Csanád Szegedi, uno degli astri nascenti del movimento che, dopo aver scoperto le sue origini ebraiche nel 2012, si convertì al giudaismo ultra-ortodosso e andò a vivere in Israele (gli hanno pure dedicato un documentario). Com’è intuibile, la frase cadde in disuso nonostante la sua efficacia propagandistica (per “cananei” si possono intendere sia gli ebrei, cioè i giudeo-massoni, che gli immigrati mussulmani). Mi sembra però che essa conservi un certo valore documentale, a testimoniare un’epoca in cui “Europa” rappresentava un simbolo di riscatto per tutti quegli estremismi che non erano riusciti a sfogarsi durante la cuccagna anti-comunista. “Europa” del resto è stato sempre un marchio di estrema destra, anche se oggi si tende a dimenticarlo; ciò che hanno fatto i leader “europei” è stato semplicemente impossessarsene e svuotarlo dall’interno: nella pratica, costruire un’immensa nazione basata sull’anti-nazionalismo, un nuovo identitarismo ispirato all’odio verso qualsiasi forma di identità. Insomma, un esercizio collettivo di Selbsthass.

In effetti gli “europei” passano la maggior parte del tempo a piangersi addosso. Anzi, non si tratta nemmeno di un pianto come si deve, di lacrime barocche intrise d’ispirazione, ma di un piagnisteo. Gli europei piagnucolano. Tutto diventa piagnucolante, e nonostante volumi come La cultura del piagnisteo di Robert Hughes e Il singhiozzo dell’uomo bianco di Pascal Bruckner aiutino ad allargare la prospettiva sulla catastrofe, si torna sempre al punto iniziale: perché voler passare la vita a odiare se stessi, nella speranza di “diventare europei”?

Tutti piangono, dicevo; anzi, piagnucolano. È dall’attentato a Charlie Hebdo che, dopo un giro rapido sui media mainstream per farmi un po’ di sangue amaro, vado a tuffarmi nei più strampalati siti di destra per trovare una qualche consolazione, o perlomeno un consolamentum. E invece in che mi imbatto? Altri piagnistei sull’“Europa cattiva”, sull’“Occidente brutto” che per contrappasso (o karma, come si dice oggi) paga il prezzo delle sue sortite militari. La cultura del piagnisteo è penetrata così a fondo che pure la destra piange sul latte versato. Oggi invece anche da quelle parti è tutto un fiorire di analisi geopolitiche e auto-flagellazioni... Una volta la parola d’ordine era “riaccendiamo i forni”, o un più eufemistico “affondiamo i barconi” (con l’ambiguo fascino del non specificare se pieni o vuoti), ripetizioni sicuramente meno poetiche del White Man’s Burden che però muovono da un’identico sentire (che è poi lo stesso di Se, ma capisco quanto sia difficile prendersela con gli imperialismi dei vincitori).

Ciò dimostra che in “Europa” non si può nemmeno essere degli imperialisti decenti. E allora come unica consolazione ci si getta nella cosa più becera che attualmente esista: il rap polacco islamofobo. A me il genere non piace nemmeno (i rapper italiani vorrei manganellarli tutti personalmente), tuttavia apprezzo ogni espressione, anche la più grezza e ignorante, di sentimenti che ormai ci vergogniamo di provare. A volte mi diverto anche tradurre qualche pezzo (questo è uno dei miei preferiti). In fondo ognuno ha le sue manie: c’è chi recita mantra tibetani, chi scrive un messaggio di cordoglio sui social network, e chi ascolta rap polacco islamofobo. Kurwa mać!

martedì 23 maggio 2017

Genealogie plebee


La settimana scorsa “Fuori Orario” ha mandato in onda Durante l’estate di Ermanno Olmi (1971). Un capolavoro, lo so, ma l’orario era (appunto) fuori dalla mia portata e ho potuto rivederne solo un pezzettino. La trama, in due parole, è questa: un solitario insegnante milanese, appassionato di araldica, truffa la gente facendogli credere di avere un retaggio nobile, ma quando finalmente si innamora di una dolce e ingenua ragazza, viene arrestato.

Capolavoro (confermo!). Non vorrei però discutere della poetica delicatezza o della delicata poeticità del quadretto di Olmi, oppure dell’indimenticabile interpretazione di Renato Paracchi (davvero sottovalutato, se oggi non ne conosciamo nemmeno la data di nascita – figurati quella di morte, neanche Borges sapeva la sua).

Il film mi affascina per tutt’altri motivi, probabilmente distanti anni luce dalla “morale” che ha voluto dargli il regista (posso intuire: rappresentare lo smarrimento dell’uomo contemporaneo che si aggrappa a qualsiasi cosa pur di distinguersi dalla massa ecc…). No, niente di tutto ciò; dalla prima volta che l’ho visto (sempre su “Fuori Orario”, almeno dieci anni fa), l’unica “illuminazione” che ne ho tratto, e che forse mi spingerebbe a rivederlo, è questa: perché i poveracci non hanno un albero genealogico?

Sì, sembra la domanda più idiota del mondo, ma la risposta potrebbe essere meno scontata di quel che ci si aspetta. Ricordo che all’epoca, quando ero ancora un giovane di belle speranze, avevo pensato di affiancarle un’altra ricerca volta a diradare un dubbio che serbo ancora: Nel Settecento i poveracci avevano i nonni? (si intende se nei secoli passati esisteva, anche dal punto di vista culturale, il concetto di “nonno” distinto da quello di patriarca o antenato).

Poi sfortunatamente mi sono un po’ perso, ma il desiderio di approfondire è rimasto. Mentre ritrovo queste stronzateaordinarie intuizioni, mi torna in mente anche la spiegazione “mcluhaniana” che a vent’anni mi ero dato: le genealogie plebee sono sorte con la fotografia, quando è divenuto possibile conservare un’immagine del nonno a chi non poteva permettersi ritratti di famiglia. Temo che l’idea, nonostante ora la consideri poco plausibile e motivata perlopiù da un certo snobismo da villan rifatto, sarebbe piaciuta persino al McLuhan...
Guardando però la questione anche dalla prospettiva in cui mi trovo (quella che gli anglosassoni definiscono deep shit), devo constatare che i poveracci hanno cominciato a ricordarsi degli avi solo nel momento in cui costoro hanno lasciato in eredità qualcosa di più che non lacrime, sudore e sangue. A meno che questi tre elementi non si inserissero nella classica dialettica signore-servo, ipotesi avvalorata dal fatto che molte genealogie straccione risalgono, per esempio, alle campagne garibaldine.


In effetti, pensandoci bene, anche il poveraccio più colto e agiato difficilmente riuscirebbe ad andare oltre la metà dell’ottocento, a meno di non rivolgersi a qualche imbroglione come il protagonista della “fiaba metropolitana” di Olmi.
Tuttavia, ad onta del moralismo che trapela dal film (ma che potremmo mettere da parte, godendoci solo la Milano agostana), il cui “messaggio”, come abbiamo già osservato, è che la società contemporanea ci rende alienati e in cerca di identità, credo invece che il desiderio di costruirsi una genealogia (nato fondamentalmente nel “secolo breve”) sia positivo. A dirla tutta, è solo da pochi decenni che i poveracci hanno iniziato a credere che la propria storia famigliare fosse degna di essere tramandata, anche se tra Adamo e il trisavolo ci sono millenni di nulla.  
Negli ultimi anni è poi dilagato il business delle genealogie “direttamente a casa tua”: un’offerta che tuttavia sembra rispondere più a un ideale “spirito dei tempi” che non a una domanda effettiva. Perché è chiaro che questa “moda” di ricostruire il più misero dei lignaggi farà il suo tempo quando torneremo finalmente al feudalesimo e anche nell’ambito della “memoria” verranno ristabilite le gerarchie sociali.

È un problema che credo riguardi tutti (tutti i poveracci, intendo). Ogni tanto mi domando se quel che lascerò ai miei figli e nipoti in termini non solo spirituali, ma soprattutto materiali (la materia è spirito e lo spirito è materia), servirà almeno a garantirmi un posto nelle cornici digitali del futuro. Magari non potranno neppure permettersela, una cornice digitale, e dunque strapperanno la mia unica foto rimasta e ci sputeranno sopra. Non è per drammatizzare, ma mica è colpa mia se nessuno legge più Vico (uno dei primi esempi di genealogista plebeo, tra l’altro!) o perlomeno il Leopardi.

Nel migliore dei casi, cioè qualora decidessi di andarmene all’estero, mi troverei comunque costretto a “piantare un altro albero” (per riprendere la metafora vegetale): la schiatta ricomincerebbe perciò dal sottoscritto, appena sbarcato da un pianeta inospitale che vorrebbe dimenticare per sempre, con tanti saluti al nonno contadino.

Resterebbe, come extrema ratio, la soluzione suggerita da un mio lontano parente, uno di quei trickster che ogni tanto capitano nelle famiglie migliori e che meriterebbe in effetti di essere ricordato: farsi conservare imbalsamati in cantina. Con la precauzione aggiuntiva, da parte sua, di lasciarsi mummificare con una mano sul cuore e una sull’inguine, a indicare simbolicamente il messaggio da tramandare alle future generazioni: “Quando ero in vita vi ho dato il cuore; ora che sono morto non vi do più un cazzo”.

lunedì 22 maggio 2017

Symbol współczesnych Włoch

W sobotę, „Mazurka Dąbrowskiego” w wersji z 1800 r. zagrała na głównym placu Reggio Emilia Orkiestra Wojska Polskiego, dla uczczenia jego kompozytora Józef Wybicki, który 220 lat temu napisał to we Włoszech.

Niestety, podczas ceremonii odbyła się zdarzenia, której my Włosi jesteśmy przyzwyczajeni: młody człowiek afrykański pijany do nieprzytomności leży na ławce. To jest symbolem współczesnych Włoch...

Nie, Włoch już nie jest taki jakim zapamiętaliście. To jest nieudanym państwa: nie były podejmowane środki bezpieczeństwa nawet na parada żołnierska! Czy wyobrażacie sobie jak żyją zwykli obywatele?

Wstydzę się tego, co się stało. Nasi politycy niszczą swój kraj, Włochy są obecnie największym obozem dla uchodźców w Europie. Staramy się oprzeć rasizmowi, frustracji i nienawiści, ale nasze społeczeństwo zaraz eksploduje.

To jest katastrofą społeczną. To są Wlochy, Italia 2017.


Artykuły po włosku (Articoli in italiano, 21-22 maggio 2017):

Comme quoi Borges n’a jamais existé

Con un lettore (Flavio Infante) si discuteva dell’ormai celebre articolo di “Linkiesta” sull’inesistenza di Borges, “Jorge Luis Borges non esiste”. La storia, proprio grazie a questo pezzo, credo sia nota a tutti: Aníbal D’Angelo Rodríguez, il responsabile culturale della rivista di estrema destra “Cabildo”, nel luglio 1981 scrisse una lettera sotto pseudonimo affermando che Borges era un’invenzione di un gruppo di scrittori (tra i quali Marechal, Bioy Casares e Mujica). “Le Monde” ci cascò e venne sbeffeggiata dalla stessa rivista («Se io affermassi che la Francia non esiste e qualcuno prendesse questa affermazione sul serio come quella di Borges, potrebbe scatenarsi il panico»). In effetti è imbarazzante che si siano fatti ingannare proprio i francesi, probabilmente i veri inventori del “genere” col classico Comme quoi Napoléon n’a jamais existé di Jean-Baptiste Pérès (1752-1840), che tra l’altro aveva un altissimo scopo scientifico e apologetico.

Comunque, una considerazione immediata che si può fare è che ormai l’aggettivo “borgesiano” ha rimpiazzato il classico “kafkiano”. Chi può resistere alla tentazione di definire questa storia borgesiana? Nell’articolo se ne abusa fino a giungere a un “super-borgesiana”. Forse un giorno, quando faranno un remake di Chiedimi se sono felice, diventerà di moda chiedere “precisamente chi è questo Borgesian?”. 
Al momento però continuiamo ad appiccarlo a qualsiasi cosa, da un semplice déjà vu a quel “pranzo con Videla” che viene evocato anche qui come una delle cause che ha fatto perdere il Nobel a Borges.

Tornando però in tema, il lettore di cui sopra osserva che al pezzo manca un pezzo (chiedo scusa per il gioco di parole… borgesiano?!): dopo che D’Angelo Rodríguez confessa di aver inventato tutto, anche il fatto che per impersonare lo scrittore fosse stato chiamato un attore uruguaiano di serie b, Aquiles Scatamacchia, è lo stesso Scatamacchia a scrivere alla rivista, affermando che è D’Angelo Rodríguez a essere “inexistente” e che lui invece «non solo esiste, ma non è neppure un attore di seconda categoria, dal momento che nel 1936 la rivista “Caras y Caretas” ha pubblicato una sua foto come astro nascente, e nel 1938 ha recitato come comparsa nel film La Virgencita de Madera, finché non sacrificò la sua carriera per diventare Borges» (cfr. “Pagina12”; ne parlò anche “El País” nell’intervista a Borges citata nell’articolo de “Linkiesta”).

Il lettore commenta: «Credo che Borges non avrebbe saputo scrivere meglio di ciò la sua autobiografia». C’è quindi un ultimo risvolto borgesiano nella vicenda… [vedi anche la discussione qui sotto].

sabato 20 maggio 2017

White Whale, il gioco segreto che istiga i nostri giovani a “morire democristiani”


È da qualche giorno che i media italiani hanno finalmente iniziato a far luce sulla sconvolgente realtà del White Whale (“Balena Bianca”), una sorta di “gioco online” che finora pare abbia portato più di centocinquanta giovani a morire democristiani.

Si tratta di un “rituale” segreto nato sui social network, che si sviluppa tramite profili falsi o anonimi. Per partecipare, bisogna postare sui principali social network un messaggio con l’hashtag #DC e poi attendere di essere contattati in privato da un “Segretario Nazionale”, che sottoporrà l’iniziando a una serie di prove ben precise. Tali “prove” si articolano in una cinquantina di passaggi dalla pericolosità crescente, i quali sono pensati per incidere sull’aspetto psicologico del giocatore e plagiarlo completamente.

I primi passi sono molto semplici: bisogna, per esempio, incidersi sulla mano con un uniposca la scritta “DC” e invitare una foto al Segretario Nazionale, oppure alzarsi alle 4.20 e guardare il video di Amintore Fanfani che parla di Piero della Francesca.


Le regole diventano poi sempre più complesse: disegnare una balena su un pezzo di carta e colorarla perfettamente con l’introvabile uniposca bianco; guardare ogni giorno a un’ora prestabilita un documentario su Giorgio La Pira; incontrare in un luogo segreto un’altra “balena” di grado superiore indicata con acronimi inquietanti (VSON, “Vice-Segretario Organizzativo Nazionale”, oppure DUREI, “Direttore Ufficio Relazioni Esterne ed Istituzionali”). Dopo un mese, si dovranno ripetere le stesse operazioni (disegnare balene, guardare video e incontrare sottosegretari) ancora per altri venti giorni.

Alla fine, il giovane potrà accedere ai livelli segreti del “gioco”, sui quali sfortunatamente i giornalisti non sono ancora riusciti a far luce. Si vocifera di un angosciante “Livello Tambroni”, uno dei più rapidi e dolorosi, con prove intensissime che si susseguono a velocità doppia rispetto a quelle del “percorso istituzionale”.
A un grado ancora più superiore, c’è il “Patto della Trimurti”, associazione delle tre figure divine Craxi-Andreotti-Forlani in forma di teofania unica e il cui simbolo segreto è il cosiddetto “Pentapartito” (variazione esoterica del pentacolo).
Infine, c’è il GradoLI (grado cinquantunesimo), inaccessibile se non all’unico adepto capace di superare tutte le prove, che però verrà rapito e ucciso in circostanze misteriose.

Anche noi abbiamo provato a infiltrarci tra le maglie del terribile “gioco”, ma giunti al “Livello Rumor” ci siamo fermati, intimoriti dalla durezza delle prove: dopo aver sventato un golpe militare rifiutandoci di proclamare lo stato d’assedio in seguito a una strage dai mandanti incerti, siamo scampati a un attentato organizzato probabilmente dagli stessi che volevano il colpo di stato. Quando però ci è stato chiesto di difenderci da insinuazioni postume sulla nostra presunta omosessualità, abbiamo compreso che gli ideatori del White Whale volevano farci apparire agli occhi degli italiani come “deboli” ed “effeminati” e perciò abbiamo deciso di abbandonare la partita e troncare ogni contatto.

Non possiamo tuttavia negare che il gioco non abbia lasciato un segno profondo sulla nostra psiche, tanto che ancora oggi saremmo disposti, nonostante tutto, ad andare in cima a un palazzo e urlare a squarciagola: “Vogliamo morire democristiani”.

È la Summa che fa il totale

Geniale pubblicità delle Edizioni Studio Domenicano (è vera!):



L’immagine è ovviamente tratta dal finale de I due marescialli (1961) di Sergio Corbucci:


(Una curiosità, che penso in realtà tutti conoscano: in questa scena sia Totò che De Sica sono entrambi doppiati da Carlo Croccolo).

giovedì 18 maggio 2017

Polonia: meglio le sanzioni che i rifugiati


Il ministro dell’Interno dell’attuale governo polacco, Mariusz Błaszczak, ha dichiarato ieri in un’intervista radiofonica che preferirebbe che il suo Paese venisse sanzionato dall’Unione Europa, piuttosto che accettare il piano di ricollocamento dei rifugiati [Dla Polski z całą pewnością byłaby gorsza zgodna na relokację uchodźców niż kary zapowiadane przez Unię Europejską].

Gli argomenti portati in favore di questa scelta che, seppur radicale, è condivisa da altri membri dell’UE, sono numerosi. In primo luogo, il meccanismo di redistribuzione dei rifugiati potrebbe diventare un incentivo per nuove ondate immigratorie verso l’Europa.
La Polonia, obbligata ad accettare anno per anno un numero sempre più alto di “ricollocamenti”, in un decennio potrebbe andare incontro alla stessa catastrofe sociale che ha travolto una città come Bruxelles: per Błaszczak la capitale belga, divisa tra islamizzazione e militarizzazione, può a malapena considerarsi ancora una città europea.

Il problema della sicurezza è in effetti il più sentito dal governo polacco, che ha espresso in modo chiaro l’unico aiuto che ora è in grado di fornire all’Unione Europea: la sorveglianza di quella parte di frontiera esterna che coincide con la propria. Un obbligo che, del resto, sarebbe contemplato dallo stesso trattato di Schengen, nonostante molti abbiano dimenticato che l’accordo prevede l’eliminazione dei controlli solamente tra i Paesi che vi aderiscono.

Per il resto, gli argomenti sono gli stessi sostenuti dai cosiddetti “populisti”, anche se in aggiunta Błaszczak introduce nel dibattito un tema attualmente trascurato: il colonialismo. Come infatti afferma il Ministro: «L’immigrazione è soprattutto un problema dell’Europa occidentale, perché questi Paesi in passato hanno avuto delle colonie. Hanno sfruttato la ricchezza dell’Africa e dell’Asia. Ora che è arrivato il conto da pagare per quel che hanno rubato, ecco che quei Paesi vorrebbero accollare le spese alla Polonia».

Infine, è sempre presente la polemica con l’ex primo ministro Donald Tusk, ora Presidente del Consiglio europeo, che sfrutta il suo ruolo all’interno delle istituzioni europee per fare opposizione diretta contro l’attuale governo.

Il “metodo” Tusk ricorda molto quello di alcuni politici italiani, che invece di mediare tra istanze nazionali (della propria nazione, s’intende) ed europee, si accaniscono particolarmente contro il proprio Paese di provenienza, finendo per sacrificarne il benessere e la sicurezza in nome di un fantomatico “interesse superiore”.

Ciò potrebbe forse spiegare anche la durezza dei toni contro la Polonia, che sarebbe comprensibile solo se fosse l’unico membro delll’Unione a opporsi. Ma così non è, come abbiamo appena osservato: il “progetto” non piace proprio a nessuno, e a quanto pare nemmeno ai migranti... Non posso non far notare, anche solo di sfuggita, che sempre in nome di questa fantomatica “Europa” persino il desiderio di un africano (che per gli “xenofili” sarebbe un sacrosanto diritto) di raggiungere i suoi familiari in Francia o Germania passa in secondo piano: se “ce lo chiede l’Europa”, allora siamo disposti a mandarlo in Polonia anche contro la sua volontà.

Può resistere a lungo un’Unione che genera innumerevoli paradossi? La politica dei capri espiatori ha fatto il suo tempo, e a dimostrarlo in primis sono proprio le nazioni “ai margini” che rifiutano di entrare nell’elenco dei sacrificabili: se anche l’Italia non prenderà atto di tale cambiamento, finirà presto in cima a quella lista.

mercoledì 17 maggio 2017

1993


È ripartita l’“operazione nostalgia” di Sky su Mani Pulite con il seguito di 1992 (a mio parere terrificante, ma non importa), sorprendentemente intitolato 1993.
Ora, tralasciamo che gli attori (a parte i caratteristi) non sanno recitare e nemmeno farsi capire mentre parlano; sorvoliamo anche sulla piattezza della trama, che invece di riaprire il dibattito su quegli anni lo chiude definitivamente (cristallizzando la vulgata sul Di Pietro “tribuno della plebe”); dimentichiamo persino i dialoghi da telenovela mal riuscita. Va bene. Rimane però il problema principale, quello che guasta già tutta la prima serie: per dirla in breve, scopano troppo. No, non cominciamo a piagnucolare per la sessuofobia congenita degli italiani, perché la situazione è un po’ più complessa (per citare un grandissimo film di ambientazione analoga).

Provo a spiegarlo con un esempio: a gennaio dell’anno scorso, quando 1992 venne ritrasmessa su “La7”, una insegnante di liceo che conosco raccomandò ai suoi alunni di guardarlo perché il giorno dopo ne avrebbero discusso in classe. Nel pomeriggio ci sentimmo e per caso si finì per parlare della serie: quando mi informò della sua iniziativa, scherzosamente le dissi: “Spero non vi fermerete a discutere della sequenza iniziale in cui Accorsi s’inchiappetta la prima attrice che incontra”. Lei, una di quelle monache rosse che credono che il sesso sia stato inventato da Berlusconi per sfruttare l’immagine del corpo femminile, andò immediatamente nel panico: “Ma fanno vedere proprio tutto o è solo un’allusione, in un’alcova, mascherata da drappi?” “Credo sia la scena di sesso più esplicita che abbia mai visto in una fiction italiana” (anche se a dir la verità all’epoca non mi intendevo molto di fiction e di sesso). Poi non so come sia finita… in realtà mi imbarazza anche chiederglielo, perché sospetto che il giorno dopo si sia data malata e in seguito non ne abbia più fatto menzione.

Da questo punto di vista, 1993 promette di essere ancora peggio: solo nelle due prime puntate ci sono state una scena lesbo, un accoppiamento in macchina tra due sieropositivi e infine un’altra inculata (non metaforica). Per venire… al punto: a quale pubblico si rivolgono 1992 e 1993?
Non alle maestre di sinistra (perché il sesso è appunto una creazione del malvagio B.), né in generale agli appartenenti a quell’area per il semplice motivo che sono ultrapuritani, in particolare verso il sesso etero (mentre per quello omo pretendono almeno che sia post-matrimoniale).
Non a un pubblico di “destra”, che pensa che Mani Pulite sia stato un golpe o comunque non ama sentirsi colpevolizzato in quanto elettorato.
Chi rimane? Probabilmente solo i feticisti. Ciò spiega perché gli attori più bravi, come ho detto, sono i caratteristi: magari è solo perché effettivamente assomigliano a Di Pietro, Dell’Utri, Berlusconi, Miglio. Del resto va detto che le atmosfere di quegli anni sono rievocate perlopiù attraverso la riproposizione ossessiva di Please Don’t Go e What Is Love, quindi inconsciamente si cerca un contentino almeno nei volti e nelle posture degli interpreti.

Tale caratteristica genera tuttavia un altro tipo di problema: Accorsi, in tutto questo, è totalmente fuori luogo. Non è un personaggio vero, forse verosimile, ma è un volto troppo noto per non spiccare in un contesto di “facce da fiction”. Adesso che in 1993 è infine comparso il convitato di pietra Silvio B. (interpretato da un ottimo Paolo Pierobon), “Leonardo Notte” sembra diventato una specie di viaggiatore nel tempo: ricorda quasi il James Franco di 22.11.63, la miniserie americana ispirata all’ennesimo romanzo di Stephen King su un insegnante che torna negli anni ’60 per salvare Kennedy.

Certo, si potrebbe anche guardare 1993 con questo stato d’animo e lasciarsi suggestionare da una pisciatina o un viaggio in aereo col Berlusca. Così però si torna ancora al feticismo… In fin dei conti, una roba del genere potrebbe guardarla solo uno come me – che però ha sempre qualcosa di meglio da guardare.

Il pugnale sacro è il mio unico valore

Non mi convince tutta la risonanza data alla sentenza contro il diritto di un sikh a portare il pugnale sacro (il kirpan): secondo la Cassazione, questo simbolo rappresenterebbe una «intollerabile violazione dei valori della società ospitante» e la sua approvazione rischierebbe di «portare alla formazione di arcipelaghi culturali configgenti» (sic!).

Francamente non ricordo verdetti simili per i numerosi casi di omicidio o stupro di cui si sono resi protagonisti gli stranieri nel nostro Paese; ad ogni modo, non era impossibile prevedere che tali parole sarebbero state strumentalizzate: il fatto che però sia stata la grande stampa ad aver dato il via alla gazzarra (invece di silenziare come al solito le notizie non gradite), lascia intuire che la campagna elettorale sia già cominciata.
Non vorrei sembrare paranoico, ma uno sguardo retrospettivo fa sorgere il sospetto che gli ultimi “polveroni” sollevati sul diritto di sparare solo di notte, sugli stupri degli immigrati “più inaccettabili” di quelli degli italiani, sui rapporto tra ONG e trafficanti ecc… siano stati creati ad arte per consentire al Partito Democratico di fare la “faccia cattiva” in vista delle prossime elezioni.

Per tornare alla sentenza, è incredibile che a venir colpita dalla “tirannia dei valori” (rileggete Carl Schmitt) sia una delle poche etnie a non averci regalato neanche uno spacciatore, uno stupratore o un omicida ubriaco. Esiste da sempre un rapporto d’amicizia tra gli italiani e sikh, sin dai tempi della Seconda guerra mondiale, quando molti di essi combatterono nell’Ottava Armata Britannica: ancora oggi vengono ricordati, in particolare in Emilia-Romagna, per la loro correttezza e generosità verso la popolazione civile. Nessuna “marocchinata”, anzi: alcuni italiani furono salvati dalla fucilazione grazie al loro intervento (ci sono diverse testimonianze a tal proposito).

Al giorno d’oggi, in Lombardia adoriamo i sikh: fosse per noi, gli faremmo costruire un tempio in ogni capoluogo. Del resto non è possibile dimenticare la loro presa di posizione netta a favore dei due marò: sarà proprio per questo che uno di loro si è dovuto sorbire la ramanzina sui “valori”?

Stupisce davvero che in presenza di tradizioni ripugnanti “importate” sul nostro territorio, sia stata presa di mira la più innocua. Come ha dichiarato ieri Bal-raj Singh al “Corriere”, «per noi il kirpan non è un’arma, è sacro come per i cristiani il crocifisso: simboleggia la virtù della resistenza al male». Ma resistere al male è anche uno dei miei valori! Peraltro è incredibile che il passato di persecuzioni e massacri non garantisca nessun tipo di “salvacondotto” ai sikh, soprattutto di fronte a un “reato” che non esiste…


È evidente che c’è qualcosa di totalmente sbagliato nell’approccio delle nostre istituzioni al problema dell’immigrazione. Non vorrei nemmeno parlare della canea di commenti contro gli italiani scatenata dal riferimento ai “valori”: per rifondaroli e sellini, o come diavolo si fanno chiamare ora, gli italiani sono come al solito tutti stupratori, drogati, evasori, corrotti, fancazzisti, mafiosi…
Però anche questo fa parte del problema: come ho già rilevato qui e qui, c’è una parte di società italiana (numericamente irrilevante ma potentissima dal punto di vista politico e mediatico) che sostiene l’immigrazione solo e soltanto per odio verso i propri connazionali. È questa “zona grigia” ad averci regalato il primo minstrel show nazionale, con l’imitazione di un domestico filippino che per anni ha deliziato i palati antirazzisti.

Il fatto che la sentenza di cui stiamo parlando non abbia ispirato la solita sceneggiata da parte di tale “zona grigia”, mi fa appunto pensare che i sikh siano una di quelle categorie “sacrificabili” a fini della gestione del consenso (e del dissenso). Dietro i proclami di “integrazione” fa capolino sempre più spesso la pura e semplice disintegrazione. Tale ambiguità suggerisce il vero ruolo dell’immigrazione di massa nella “società multiculturale” su cui si elucubra continuamente: un mezzo di controllo delle classi subalterne, un “dispositivo” (per usare un sofisma della filosofia contemporanea) per il contenimento di chi vive nei quartieri “disagiati”, ai margini delle fortezze che i filantropi stanno edificando.

In tutto questo, forse solo gli “arcipelaghi culturali” potrebbero salvarci: fortunatamente i sikh sono così saggi e pacifici da non scatenare alcuna guerra santa per difendere un loro diritto; altrimenti risulterebbe arduo non unirsi a loro nella difesa, almeno all’arma bianca, dei nostri veri valori.

L’affaire Galimberti e la cultura di destra in Italia


A proposito del mio pezzo dedicato a Galimberti per il nuovo numero de “Il Timone”: in genere mi spiace sempre parlar male dei personaggi televisivi, però qualcosa andava detto sulle incongruenze e deliri che il Nostro ha gettato in pasto a un pubblico sfortunatamente disposto a farsi prendere in giro.

Un argomento che non ho affrontato, poiché il “materiale” a disposizione era già abbondante, è quello dei plagio. Vorrei aggiungere ora due righe a parte, unite a considerazioni più generali sul ruolo della “cultura di destra in Italia”.

Qualcuno (forse) ricorderà il clamore che nel 2011 suscitò il volume di Francesco Bucci Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale, dedicato al curioso vizio del filosofo di plagiare non solo gli scritti altrui, ma addirittura i propri. L’affaire per qualche tempo fu sollevato da “Il Giornale”, fino al prevedibile “silenziamento” (per i casi della vita, l’editore che aveva pubblicato il libro chiuse i battenti qualche mese dopo) e al rilancio immediato della figura di Galimberti come ospite d’onore di terze pagine, festival filosofici e talk show.

Non era difficile prevedere che la vicenda non avrebbe influito in alcun modo sulla fortuna accademica e mediatica del personaggio. Se tuttavia Bucci ha preferito gettare la spugna con Galimberti (non per codardia: nel 2013 ha pubblicato un volume contro Eugenio Scalfari), al contrario chi continua a denunciare le scorrettezze del filosofo è Vincenzo Altieri (il primo a lanciare il “caso” segnalando nel 2008 sempre a “Il Giornale” diversi déjà-vu emersi dalla lettura di una sua opera), che dal suo sito denuncia sistematicamente ogni nuovo plagio (la lista si è allunga con gli anni di nomi noti: Bataille, Barthes, Baudrillard, Bauman, Foucault, J. Hillman, Levinas, Marcuse...).
Di recente Luigi Mascheroni, riprendendo una lapidaria definizione di Matteo Sacchi, ha descritto Galimberti come «l’unica macchina fotocopiatrice che abbia mai ottenuto una cattedra universitaria» (nel volume Elogio del plagio appena edito da Aragno). Più che di una semplice cattedra, in realtà parliamo di un vero e proprio magistero all’apparenza inscalfibile.

Il motivo per cui tutto ciò accade è stato indirettamente confermato da un’apologia del filosofo pubblicata ai tempi da “MicroMega” (In difesa di Umberto Galimberti, 22 aprile 2011): in sinstesi potremmo dire che, almeno in ambito culturale e umanistico, nel Bel Paese vige ancora l’argumentum ab auctoritate  (e l’autorità a cui si riferisce è quella generalmente riconducibile a “sinistra”).

A causa di una implicita divisione di “ruoli” che nel dopoguerra i partiti si imposero per mantenere ordinata la novella repubblica, l’ambito del culturale finì ad appannaggio delle forze genericamente progressiste (seppur progredenti nelle tenebre), il politico alla “destra” e l’economico all’area grigia liberale e azionista. Ancora oggi gli assetti di poteri rispecchiano questo ukase, come dimostra (per fare l’esempio più facile) la composizione standard del “cast” di un qualsiasi dibattito televisivo: intellettuali di sinistra, politici di destra ed economisti liberisti.

In questo schema si inserisce il terrificante panegirico di “MicroMega” (tralasciamo che, dopo aver biasimato la “metamorfosi culturale verso il basso”, l’autore non trovi di meglio che  paragonare il proprio paladino a Maradona e Madre Teresa di Calcutta; sorvoliamo ugualmente sull’imbarazzante ripiego con cui i plagi vengono trasformati in “esigenze della divulgazione”): il punto è che la rivista di Flores d’Arcais giustamente identifica “il problema cruciale della cultura italiana” «nella pretesa di individuare nelle importanti figure che rappresentano la vera cultura della Penisola quei – veri o falsi che siano – piccoli limiti che la possono caratterizzare in totale dispregio dei fondamentali contributi che il loro pensiero, e le loro opere, hanno dato al Paese». 

Argumentum ab auctoritate, come detto. Tuttavia non dovrebbe stupire che una “cultura” tenuta all’ombra, rinchiusa nelle riserve, ghetizzata fino all’estremo dia il meglio di sé nell’acribia e nella causticità critica; semmai ciò appare come il risultato di una dinamica piuttosto elementare: quando un gruppo sociale (o solamente “culturale”) viene condannato all’invidia, è naturale che esso arrivi a farne un arte, uno stile, a proiettare il suo atteggiamento più in alto possibile, oltre ogni autorità e scuola.

La fortuna della destra italiana è di essere da sempre una delle più corrosive, fieramente orientata alla disintegrazione sistematica di ogni sistema: è per questo che il volume di Bucci, per nulla politicizzato, è ridotto suo malgrado a manufatto di un’inesistente “egemonia berlusconiana” (chissà se da quelle parti la chiamano ancora così?) e, in senso positivo, sarebbe suscettibile di trasformarsi nell’espressione di quello spirito iconoclasta che la destra è riuscita a mantenere vivo (anche se più per “cattività” che per volontà esplicita). Del resto il compito di abbattere gli idoli, nonostante la penuria di mezzi, rimane ancora uno dei più nobili...

martedì 16 maggio 2017

Come imparare trenta lingue (e perché)


In tema di poliglottismo, un lettore mi segnala un ottimo articolo, niente di meno che della BBC, dedicato a una conferenza internazionale tenutasi a Berlino nel 2014: How to learn 30 languages (D. Robson, 29 maggio 2015). Non si tratta della solita sponsorizzazione occulta di un nuovo metodo infallibile, ma di un (apprezzabile) tentativo di presentare il tema da un punto di vista scientifico. Mi stupisce come molte suggestioni ricavate solamente dall’esperienza (e discusse anche su questo blog), trovino finalmente un riscontro scientifico (sempre che questa scienza non sia la patafisica – in tal caso però si spiegherebbero molte cose).

Prima di tutto: che le teorie derivate dall’ipotesi del “periodo critico” (=si può imparare una lingua solo da piccoli), siano soltanto fanfaluche o, per dirla con la BBC, un mucchio di stronzate [a bunch of crap]. Non che ci volesse chissà quale ricerca per capirlo: se una cosa è così semplice che anche un bambino può impararla, perché non dovrebbe riuscirci un adulto?
Tutte le paranoie sull’immediato e inarrestabile invecchiamento del cervello appena usciti dall’infanzia assomigliano molto a un alibi; paradossalmente, proprio chi è convinto dell’esistenza del “periodo critico” è come se stesse mettendo in atto una sorta di self-fulfilling prophecy, precludendosi le possibilità offerte dall’apprendimento di una nuova lingua, che vanno dall’incremento della neuroplasticità alla creazione una “riserva cognitiva” in grado di rallentare l’imbacucchimento.

In secondo luogo, nell’articolo si osserva che «multilingual people often adopt different behaviours according to the language they are speaking». È esattamente ciò che ho riscontrato parlando, ad esempio, del “paraculismo” di Voltaire (in senso filosofico), consistente nel cambiare registro a seconda del proprio pubblico (quando scriveva in italiano, l’Arouet diventava papista, pudico e a tratti pure oscurantista).
Anche qui, la questione è semplice: parlare un’altra lingua vuol dire entrare in un nuovo universo, e in un certo senso diventare un’altra persona. Quando, per esempio, penso e parlo in turco, io sono turco; e quando penso e parlo in francese, io sono frocio francese. Solo così si possono costruire «barriere neurali tra le lingue» [neural barriers between the languages]. Ovviamente questo non significa che la lingua sia in grado di influenzare i comportamenti di una persona, o che esista un collegamento “naturale” tra parlare italiano e mangiare la pizza, ma solo che le divisioni artificiali create all’interno della mente necessitano in un dato momento di manifestarsi esteriormente.

Per certi versi ciò potrebbe rappresentare un incentivo a mettersi in gioco per chi non ha molta stima di se stesso e a volte vorrebbero essere un’altra persona. Come dice il Poeta: «ma se la vita all’interno ti pesa | tu la porti al di fuori» (U. Saba).  Persino l’introversione alla quale, sempre dal punto di vista culturale (ripeto: non stiamo parlando di associazioni innate) obbligherebbero alcune lingue ugrofinniche, andrebbe comunque “portata al di fuori”, per esempio nella mimesi del tipico carattere nordico incline al silenzio, alla contemplazione e al suicidio (si scherza). Chiaramente non si può ragionare solo per stereotipi: anche una maschera immaginaria, come quella dell’olandese eterosessuale, del polacco astemio o dell’arabofono rispettoso delle donne (si scherza, su) potrebbe “funzionare” a seconda della prospettiva da cui si parte. In generale però la persōna si costruisce soprattutto a contatto con i parlanti nativi, dunque assimilando e introiettando, anche involontariamente, un numero incalcolabile di cliché.

Eccetera, eccetera. Inutile tediarvi con le altre straordinarie scoperte a cui sono pervenuto, e che la science (des solutions imaginaires) ora conferma. Piuttosto veniamo al punto, vale a dire: una volta appurato che si – può – fare, perché imparare trenta lingue?
Il motivo lo spiega l’articolo stesso: «The chance to make friends and connections, even across difficult cultural barriers». Per tradurlo in italiano dovremmo usare qualche volgarissima sineddoche, quindi preferiamo dirlo ancora con un’espressione inglese: A girl in every port. L’argomento in verità è ancora oggetto di dibattito: per esempio l’irlandese Benny Lewis, una delle “star” attuali del poliglottismo, dimostra che alla fin fine non si rimedia poi granché. In effetti, non ha molto senso imparare trenta lingue per avere trenta donne, soprattutto nel caso tu sia calvo, sovrappeso e impacciato (sto sempre parlando di Lewis). È come quando, per l’identico motivo, si vuole diventare musicisti, oppure attori, o anche ragionieri (perché qualsiasi cosa faccia un uomo è sempre diretta a tale scopo). Nel caso in questione tuttavia non si vuole alludendo a un puttan tour internazionale in compagnia dell’amico di Martucci, quanto a un ideale commistione del poliglottismo con al poligamia. Tutto questo, s’intende, solo a livello di pura fantasia: nella realtà basterebbe trovare uno straccio di donna pronta ad assecondarti che il gioco è fatto (anche il buon Lewis, la prima che ha trovato se l’è sposata). Tanto per dire, a me andrebbe bene una che sappia un po’ di danese, di polacco, di lituano, d’ebraico e della lingua che parlano in Papua Nuova Guinea.

Ma perché sto parlando di ’sta roba? l’argomento non era il poliglottismo? Appunto, allora chiudiamo il cerchio: il “make friends and connections” vale soprattutto al di fuori della comunità dei poliglotti, che oltre ad annoverare pochissimi esemplari femminili, è intrisa di quel geek machismo già insopportabile in un ambiente di per sé sfigatissimo, ma aggravato dagli squilibri ormonali generati da un utilizzo intensivo di entrambi gli emisferi del cervello. Insomma, a imparare troppe lingue si diventa un po’ checche pazze – nel volume di Michael Erard Babel No More vengono citati degli studi a tal proposito (è la science che parla ancora).
Spero che tale rivelazione non freni gli amici lettori (che seguo anche personalmente) ad apprendere una nuova lingua (e poi un’altra, e un’altra ancora); era soltanto per dire che si tratta di un esercizio stimolante e intenso persino dal punto di vista “fisico”, cioè cerebrale, oltre che intellettuale. Non c’è nulla da perdere nello studio di una nuova lingua (nel peggiore dei casi è un esercizio che vale mille volte qualsiasi brain grame o videogioco “educativo”).

Per chi non idea da dove iniziare, suggerirei prima di tutto di dotarsi di una buona mnemotecnica (da un punto di vista “teorico”, sarebbe utile leggere L’arte della memoria di Frances A. Yates, mentre da quello “pratico” L’arte di ricordare tutto di Joshua Foer) e poi di seguire i consigli degli stessi poliglotti (l’articolo della BBC ne contiene alcuni, seppur banali, come esercitarsi un’ora al giorno o ascoltare musica leggera).
Il traguardo delle trenta lingue può essere raggiunto in dieci anni al ritmo di una lingua ogni quattro mesi: l’importante è cominciare da oggi. (Mi dispiace ma non sono bravo come motivatore, posso solo dirvi che se imparate almeno il polacco o l’ungherese poi potete andare in Polonia o Ungheria dove sono tutti bianchi – ve l’ho detto che non sono bravo a motivare).

lunedì 15 maggio 2017

È finita la storia della fine della storia?

Queste rapide osservazioni sulla fine della storia sono ispirate a un breve saggio di Jacob TaubesEstetizzazione della verità nella post-storia (trad. it. A. Battisti), una “nota di una nota” nella quale il rabbino cita Alexandre Kojève before it was cool, cioè un attimo prima che il filosofo franco-russo diventasse malgré lui uno dei padrini del pensiero neoconservatore. Lo “sdoganamento”, come è noto, seguì alla riduzione ad usum Delphini proposta da Francis Fukuyama nel suo fortunato saggio su La fine della storia e l’ultimo uomo.

Ciò che in realtà Taubes si limita a fare è presentare al pubblico tedesco una nota a piè pagina dell’Introduction à la lecture de Hegel, incredibilmente “saltata” nell’edizione Suhrkamp. Non ho elementi per comprendere i motivi di tale omissione, se sia volontaria o meno (?), ma è comunque sorprendente che manchino proprio i passaggi sui quali Fukuyama ha imbastito quasi tutte le sue tesi. Peraltro mi accorgo soltanto ora, proprio grazie a Taubes, come anche il politologo statunitense abbia provveduto a glissare sulle conclusioni di Kojève, fermandosi per convenienza al momento in cui il maestro sostanzialmente afferma che America e Russia per me pari sono («Se gli Americani fanno la figura di cino-sovietici arricchiti, è perché i Russi e i Cinesi non sono che degli Americani ancora poveri, anche se in via di rapido arricchimento»).

Infatti, se la memoria non m’inganna (al momento non ho il volume sottomano), ricordo che Fukuyama non accenna mai al viaggio in Giappone (1959) di Kojève, nonostante tale esperienza indusse il filosofo non solo a ritrattare le precedenti conclusioni, ma addirittura a elaborare un nuovo modello nippo-centrico (!) della “fine della storia”: «L’interazione recentemente avviata in Giappone e il Mondo occidentale sfocerà, in fin dei conti, non in nuovo imbarbarimento dei Giapponesi, bensì in una “giapponesizzazione” degli Occidentali (Russi compresi)».

Fukuyama al contrario ipotizza che Kojève individui la «istituzionalizzazione della fine della storia» (cito sempre a memoria) nella Comunità Europea, deducendolo solo dal fatto che negli ultimi anni della sua vita vi collaborò in qualità di burocrate (un dettaglio che in verità i biografi smentiscono categoricamente). È forse possibile che la “giapponesizzazione” del Vecchio Continente coincidesse, nel pensiero di Kojève, con una “burocratizzazione”, cioè una formalizzazione totale dell’agire politico? Una cosa può non escludere l’altra, ma Fukuyama elude completamente la questione; in compenso, Taubes individua senza esitazioni il nocciolo del dilemma:
«Kojève modifica il suo concetto di post-storia (1955) in seguito a un viaggio di Giappone, che gli mostra un’altra via alla post-storia: lì la nobiltà rinuncia la rischio della vita e al lavoro, senza tuttavia divenire animalesca. Essa coltiva il suo puro snobismo. Invece di rischiare la vita nella lotta, l’hanno elevata a cerimoniale, cosicché ciascuno nella propria posizione “è in grado di vivere secondo valori totalmente formalizzati, cioè completamente privi di qualsiasi contenuto umano, cioè ‘storico’”. Così si dà per Kojève una possibilità dell’esistenza nella post-storia esattamente opposta allo stile americano: invece della ri-animalizzazione, un’apoteosi conclusiva dell’ultima forma storica, senza contenuto, un’affermazione dell’apparenza rimasta della storia e della verità senza sensi di colpa, un’estetizzazione senza riguardi».
Trovo singolare che tra i sempre più numerosi esegeti di Kojève, nessuno abbia ancora provato a rileggerne l’opera  partendo da tale conclusione seconda. È vero, la visione di una definitiva omogeneizzazione tra Gog e Magog in funzione dello stato universale e omogeneo è talmente affascinante da attrarre su di sé tutte le attenzioni: la rivalità mimetica cosmica che conclude l’avventura umana quale l’abbiamo conosciuta finora, l’apocatastasi della storia, della filosofia e dell’autocoscienza e il ritorno all’arte all’amore e al gioco come pratiche puramente istintive («Dopo la fine della Storia, gli uomini costruiranno i loro edifici e le loro opere d’arte come gli uccelli costruiscono i propri nidi e i ragni tessono le proprie tele, eseguiranno concerti musicali alla maniera delle rane e delle cicale, giocheranno come giocano i giovani animali e si daranno all’amore come fanno le bestie adulte»), offrono infiniti spunti di dibattito. Certe suggestioni sono passate persino nella cultura popolare, come emerge da una fantasmagorica recensione di Full Metal Jacket  del critico Giuseppe Rausa:
«Nell’episodio conclusivo […] la donna-cecchino mostra di aver imparato che la lotta è totale e va combattuta senza esitazioni (si pensi a come infierisce sui corpi feriti delle sue vittime) mentre nel suo “bunker” si nota una bandiera del Vietnam del nord: in essa il rosso, il blu e una stella ci raccontano la stretta parentela con quella USA. Infatti la bandiera americana fu la prima ad adottare la stella come simbolo di libertà e indipendenza, nonché come segreta allusione al carattere massonico del nuovo stato […]; la stella, attraverso lunghe migrazioni, diviene anche un simbolo dell’Urss (disegnata, color oro, sul rosso fondale) e da lì, attraverso la Cina, giunge al Vietnam del nord (ancora color oro su fondo rosso e blu). Il comunismo, versione estrema dell'ideale ugualitario delle logge, è in definitiva un parente stretto, seppur radicale, e perciò fortemente illiberale, del repubblicanesimo massonico nel quale invece almeno la libertà individuale è conservata […]. Così gli Stati Uniti combattono contro regimi comunisti che costituiscono una sorta di degenerazione dei loro ideali, insomma dei “cattivi cugini”».

Tuttavia, questo non è Kojève, o perlomeno è un non-Kojève (alla pari dei “non metalli” che traggono la loro definizione da una negazione): nella conclusione seconda l’accesso alla post-storia non è più garantito dall’American way of life, «il futuro “eterno presente” dell’umanità intera», ma dal rigido ritualismo giapponese, emblema di «una società unica nel suo genere, perché è la sola ad aver fatto un’esperienza di vita lunga quasi tre secoli in epoca di “fine della Storia”, cioè in assenza di ogni guerra civile o esterna».
Certo, questa stereotipizzazione estrema della società nipponica, che ricorda l’esterofila ingenua del turista appena tornato dalle vacanze («Tutti i Giapponesi, senza eccezione, sono attualmente in gradi di vivere in funzione di valori totalmente formalizzati, cioè completamente privi di qualsiasi contenuto “umano”, nel senso di “storico”»), può forse aver fatto arricciare il naso ai chiosatori, in particolare a quelli italiani, che probabilmente hanno preferito liquidarla appunto come l’esaltazione del parente appena tornato da Londra, Barcellona o Zurigo (sì, anche Zurigo), oppure usando le parole di Pippo Franco a commento del seppuku di Yukio Mishima: «Ma che me frega a me der grande Giappone» (“Karakiri”, 1971).

Se è solo in parte giustificabile un’omissione “in buona fede”, diverso è il caso di chi continua a declinare le idee di Kojève in una dimensione esclusivamente nichilistica. Esiste un altro Kojève (potremmo definirlo, per restare in tema, un post-Kojève) il quale sostiene che il coup de grâce alla storia non verrà dato da un’artefatta discesa verso il bestiale e l’amorfo, ma dalla perfetta coincidenza tra Regno della Necessità e Regno della Libertà.
A questo punto, non pare azzardato sostenere che tale uscita “verso l’alto” dalla storia, o almeno dall’hegelismo (o da quell’hegelismo per le masse che il marxismo), abbia molti aspetti in comune con una escatologia
È chiaro che, portando Kojève all’estremo, nell’“estetizzazione” di cui parla Taubes (ancora in senso nichilista, ma di un nichilismo intellettualmente più onesto), si giunge al paradosso di un’immortalità puramente fisica, immanentistica (vedi L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares, perfetta rappresentazione plastica del dilemma).

Forse non è del tutto vero che un rituale valga l’altro, nell’impresa prometeica dell’Uomo post-storico di «staccare le “forme” dai loro “contenuti”»: altrimenti non sarebbe nemmeno saltato fuori il Giappone al momento opportuno. Salus ex Japonicis est? Non voglio nemmeno pensare a quali conclusioni sarebbe giunto il buon Taubes se avesse fatto in tempo a leggere il best-seller di Isaia Ben-Dasan (al secolo Shichihei Yamamoto), The Japanese and the Jews, dove si dimostra la perfetta corrispondenza tra i due popoli…

sabato 13 maggio 2017

Sentimento popolare & meccaniche divine


Ho tradotto per “La Bussola Quotidiana” un’intervista a padre Paweł Bortkiewicz (I miei dubbi di teologo su Amoris laetitia, 2 maggio 2017) originariamente rilasciata al portale “Fronda” (L’insegnamento di Papa Francesco solleva interrogativi e dubbi, 11 aprile 2017).
Come tutti sanno, il polaccologo ufficiale dell’ambiente è Roberto Marchesini, ma finalmente sono riuscito a soffiargli il posto giocando sull’omofonia dei nostri cognomi (che sia necessaria una commissione nazionale anti-omofonia per contrastare il fenomeno?).

A parte gli scherzi, sono sempre disponibile a tradurre qualsiasi cosa dal polacco o dalle altre lingue che conosco, soprattutto se si tratta di materiale atto a promuovere e sostenere il fondamentalismo cattolico, o qualsiasi altro tipo di fondamentalismo. I barbari di tutto il mondo possono contare su di me, anche solo come quinta colonna o utile idiota.

No, a parte gli scherzi (di nuovo), ho pensato che l’intervista meritasse di essere tradotta, perché Bortkiewicz è uno dei più autorevoli teologi polacchi e riesce a esprimere le sue perplessità sull’attuale pontificato in modo molto convincente. Anche la Polonia, del resto, è uno dei grandi centri spirituali dell’Europa, ma di quel tipo di spiritualità che l’Europa stessa ci chiede di sradicare per sempre dalle nostre terre. Quindi è una cosa doppiamente scorretta, il che la rende ancora più apprezzabile.

Ciò che trovo più interessante nelle parole di Bortkiewicz è che, nonostante il teologo parli proprio come un teologo, uno persino pronto a elogiare Ratzinger come il più eccelso dei suoi colleghi e Wojtyła come il più filosofico dei papi, in realtà mi pare riesca a farsi capire soprattutto dai “semplici”. È anche con questo intento che l’ho tradotta, seppur constatando con un po’ di malinconia che, per trovare finalmente delle parole che abbiano senso, sono dovuto andare a cercarle in Polonia.

Il problema, a esser sinceri, è che a me il pontificato di Papa Francesco non dice proprio nulla. E non parlo da intellettualoide o da pseudo-teologo (potrei riempire centinaia di pagine sul populismo religioso, sul post-modernismo pastorale e altre panzane del genere), ma proprio da cattolico, da semplice e banale fedele cattolico.
Tutto questo Porno-Teo-Kolossal messo in piedi da preti, politici e giornalisti mi lascia assolutamente indifferente: non riesco a partecipare delle ansie riformistiche, del terrore di passare per “bigotti”, della snervante rincorsa a qualsiasi rivoluzione fallita da decenni.
Mi stupisco anche che Bergoglio venga presentato come il “Papa dei giovani”: cosa c’è di giovane nelle utopie stagionate, nelle paranoie da rivista teologica sessantottina, nel tono da parroco di provincia anni ’50?

Forse ho problemi diversi rispetto alla maggior parte dei giovani cattolici. In effetti non ho molti amici “cattolici” in senso bergogliano, anche perché non riesco a stare in loro compagnia senza discutere ogni due secondi. Forse questo è l’unico punto sul quale potrei dissentire con padre Bortkiewicz: a ben vedere io non penso che l’approccio di Francesco sia così “pragmatico” come egli sostiene. Anzi, mi pare esattamente l’opposto: cervellotico, artificioso, “mediato” (se non mediatico). Ecco perché tra cattolici si discute ancora di questioni di lana caprina come la famigerata “comunione ai divorziati”. Un dibattito del genere avrebbe forse (forse) senso in una società dove la pratica religiosa registra livelli alti (o medio-alti) di partecipazione: ma di fronte al disastro pastorale che stiamo attraversando, che senso ha spaccare ulteriormente il gregge?

Dico questo anche alla luce delle sacrosante critiche che Bortkiewicz rivolge all’Esortazione Amoris Laetitia, nella quale Papa Francesco presenta il matrimonio (che tecnicamente è ancora un sacramento) come un “ideale”. Secondo le stesse parole del Pontefice (citate da Bortkiewicz), il matrimonio sarebbe «un ideale teologico […] troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono. Questa idealizzazione eccessiva, soprattutto quando non abbiamo risvegliato la fiducia nella grazia, non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario» (Amoris Laetitia, 36).

In quanto cattolico tali parole, per tornare al discorso precedente, non mi dicono proprio nulla: per quel che mi riguarda, il matrimonio non mi appare più desiderabile non perché sia un “ideale irraggiungibile”, ma semplicemente perché nessuno crede più alla sua indissolubilità.
Per certi versi, è proprio l’alternativa del “divorzio in coscienza” a renderlo ora un “ideale irraggiungibile” (a meno che anche il “finché morte non vi separi” non fosse una fantasia). Ahimè, bisogna ribaltare la prospettiva papale: è quando si accetta il divorzio come norma, che l’unico matrimonio in grado di resistere diventa quello che i coniugi riescono a tenere assieme contro tutto e tutti, solo grazie alle loro virtù sovrumane. Ma esiste situazione più chimerica e irrealizzabile di questa? I santi sposi sono pochini e per ovvi motivi non rappresentano il “cattolico medio”, che al giorno d’oggi quel poco che può aspettarsi dalla propria relazione è che non vada in pezzi alla prima difficoltà.

Il resto è solamente un parlarsi addosso, ed è qui che p. Bortkiewicz a mio parere centra assolutamente il punto, quando, riconoscendo il coraggio di papa Montini nel pubblicare l’Humanae Vitae, scrive:
«Se Paolo VI fosse stato guidato esclusivamente da necessità pastorali, egli avrebbe potuto sostenere che in talune situazioni, quando lo impongono le condizioni economiche o lavorative della famiglia, oppure quando si tratta di salvaguardare il vincolo coniugale, allora è possibile ricorrere alla contraccezione pur di salvare l’amore, dopo il discernimento con il proprio direttore spirituale. Paolo VI però non avrebbe potuto scrivere una cosa del genere, dal momento che preferì rimanere fedele allo Spirito di Verità, e non allo spirito dei tempi. Nelle questioni di fede e morale egli fu realmente anticonformista, anche se il suo atteggiamento gli costò un incredibile ostracismo, persino tra i fedeli».
Queste riflessioni fanno sorgere una domanda scontata (ma non troppo): è possibile che Bergoglio sia così ingenuo da confondere i desiderata delle agenzie culturali con quelli del “popolo” al quale si rivolge? Come può non accorgersi che quelli che lo applaudono oggi sono gli stessi (non è una metafora!) che all’epoca lapidarono mediaticamente Paolo VI? Dice bene Bortkiewicz: «La coscienza attuale può essere influenzata dalla cultura, dalla propaganda, dalla moda, dallo spirito dei tempi».
Eppure stiamo parlando di un pontefice che, oltre a essere il primo gesuita a sedere sul soglio di Pietro, a cagione delle sue origini sudamericane è anche considerato un “populista”: nonostante ciò, l’unica idea di popolo che egli ha in testa alla fin fine risulta totalmente conforme a quella offerta dai mass-media. In ciò lo “zelo pastorale” di Francesco rivela la propria inconsistenza: a conti fatti l’unico pubblico realmente entusiasta delle sue prediche ed esortazioni non è che quelli dei radical chic e dei rivoluzionari da salotto.

Potrei anche sbagliarmi: forse va bene così, forse è questo che i cattolici vogliono, e io sono l’unico fariseo a non averlo capito...
Tuttavia, si riconosca almeno che Bergoglio non è in grado di tenere assieme il “sentimento popolare” e le “meccaniche divine”, cioè la pastorale e il dogma. Nella situazione in cui si è messo, credo che egli si trovi ormai costretto ad andare fino in fondo, a sacrificare gli ultimi residui di dottrina sull’altare della visibilità, per un ultimo titolo ancora.
Non so chi abbia messo in testa ai cattolici che tutto ciò sia desiderabile, ma è quello che avranno. Sarà stato un grande affare? Potomstwo będzie oceniać, direbbe il Manzoni polacco.