domenica 30 aprile 2017

Checco Zalone, leader del PD?


Prima scena: Durante un convegno dei MoDem (movimento di minoranza del Partito Democratico) del 22 gennaio 2011, il deputato PD Giacomo Portas afferma: «Il Paese era più sano ai tempi de La vita è bella di Roberto Benigni. Una prova del degrado a cui siamo arrivati? Guardate chi è in testa alla classifica dei film più visti: Checco Zalone. Siamo passati da Benigni a Zalone»

Seconda scena: All’assemblea nazionale del PD del 18 dicembre 2016, Matteo Renzi fa introdurre il suo intervento da una canzone di Checco Zalone, “La Prima Repubblica”.

Avevo creduto si trattasse dell’ennesima “svolta” di Renzi, l’appropriazione del comico probabilmente più odiato a sinistra dopo Martufello; invece la visione di Quo vado? (uscito un anno e mezzo fa, ma meglio tardi che mai) mi ha rivelato l’orribile verità: Checco Zalone è diventato piddino...

Il suo ultimo film è a tutti gli effetti un’opera di propaganda, come dimostrano un’infinità di elementi legati alla retorica del “nuovo corso” del Partito Democratico: la demonizzazione degli impiegati pubblici e del “posto fisso”; la glorificazione acritica di quello che Arbasino definisce “Il Prestigioso Estero”; il cosmopolitismo straccione tipico di chi non ha mai messo piede fuori dalla sua provincia (geografica e mentale); la trasformazione del precariato in una “filosofia di vita”. Alla lista va aggiunto anche un “lieto fine” basato sui buoni sentimenti che contrasta con lo “stile Zalone”.

Per analizzare nel modo più approfondito possibile l’opera, avrei forse dovuto concederle una seconda visione, ma al momento la cosa non è nelle mie corde: nonostante Zalone sia riuscito a strapparmi più di una risata (resta comunque un grande interprete) la voglia di concedere una seconda possibilità alla sua ultima opera decisamente manca.
Non è però solo un problema “politico”: ci sono pellicole di propaganda che sono capolavori e che continueremo a guardare, nonostante il loro “messaggio” (perenne perturbatore di ogni estetica) ci ripugni profondamente.
Qui la questione riguarda principalmente il “gusto”: più i film di Checco hanno perso in qualità, più è stato necessario fornirgli sostegni da ambiti “extra-artistici”, per così dire.

Ricordiamo, con un poco di nostalgia (ma senza esagerare), il suo esordio Cado dalle nubi, splendido come tutti gli esordi, che ci aveva donato l’illusione di una nuova “primavera” del cinema italiano, il rilancio del filone comico-demenziale senza il quale non avremmo avuto i capolavori degli ultimi decenni.
Al confronto degli iniziali exploit di Benigni (lo diciamo anche a favore dei piddini che evidentemente non hanno mai visto i primi capolavori di volgarità e “degrado” del loro idolo), Cado dalle nubi è obiettivamente di livello superiore: non vorremmo sembrare blasfemi considerandolo una versione ignorante di Ricomincio da tre di Troisi (peraltro la trama è quasi identica).

Poi venne Che bella giornata, ancora all’altezza del “brand” ma già intaccato dalla tirannia dei contenuti, che imposero il “lieto fine” del terronismo che trionfa sul terrorismo (per usare le parole dello stesso attore); l’unico a rimetterci fu il povero Herbert Ballerina (ma del resto lui non ci voleva nemmeno andare con quella).

Il terzo capitolo dell’avventura cinematografica zaloniana, Sole a catinelle, segna una netta caduta di stile: dopo il Molise non c’è più nulla, se non un imbarazzante autodafé per riconciliarsi con quella fetta di pubblico (peraltro rilevante solo dal punto di vista mediatico) che lo ha sempre disprezzato.

Erano dunque questi i prodromi di una crisi che si credeva estemporanea, magari provocata ad arte solo per rimediare qualche comparsata in più su Rai Tre: invece il nostro Checco ha deciso di darsi anima e corpo all’andazzo generale, offrendo con Quo vado? una sorta di sacrificio rituale del suo personaggio in nome del Brave New World che ci aspetta. 
Sorge un dubbio: era proprio necessario? Tutto il mainstream è impegnato da anni a dipingere la “pretesa” di avere un lavoro fisso come sinonimo di grettezza e codardia, a ridurre qualsiasi considerazione positiva sull’Italia a una manifestazione di chiusura mentale e populismo, a svilire il desiderio di costruirsi una famiglia come perversione da terrone sottosviluppato (a meno che non sia una famiglia gay, ché in questo caso persino le fantasie da sartina sono più che tollerate).

Sia chiaro: in tutta la commedia all’italiana il carattere predominante è quello del Suchender (per usare l’espressione del compianto Tommaso Labranca), il “cercatore” che vuol essere altro da sé e le cui tracce ritroviamo in innumerevoli pellicole, da Il vedovo di Alberto Sordi a Tre uomini e una gamba di Aldo Giovani e Giacomo.
Non è però soltanto una classica coming-of-age story, quella che gli italiani hanno voluto reinterpretare con i propri canoni (i quali non furono certo quelli dell’idillio o della fiaba), ma un’amara riflessione su quale fatica di Sisifo sia superare i propri limiti, abbandonare le certezze per l’ignoto.
Non stiamo insomma parlando di Un medico tra gli orsi, che al contrario pare proprio il modello al quale Zalone si è ispirato per distruggere il suo personaggio senza uscire mai dai limiti della (bassa) commedia: un’operazione che, almeno dal punto di vista artistico, si fatica a comprendere. Se proprio desiderava “crescere”, avrebbe potuto farsi dirigere da uno come Pupi Avati, che è riuscito a trasformare in attore drammatico persino Fabio Ferrari (il Chicco dei Ragazzi della 3ª C). Invece ha semplicemente preferito pervertire il “suo” genere e in tal modo turlupinare il suo pubblico abituale: è per questo che siamo costretti a parlare di propaganda.

Volendo affrontare en passant i contenuti della pellicola, ciò che risulta irritante più di ogni altra cosa è quel “cosmopolitismo straccione” a cui si è già accennato: un via di mezzo tra la idealizzazione del “Nord” tipica di una certa mentalità meridionale e il terzomondismo peloso che piace terribilmente ai nostri “progressisti”. Secondo questa improponibile Weltanschauung, qualsiasi luogo del pianeta, dal circolo polare artico alla savana, è considerato migliore dell’Italietta del caos, della mafia della corruzione, del bullismo e della xenofobia.
È questo uno dei sintomi del provincialismo profondo che accomuna piddini e leghisti, saltimbanchi e intellettuali, sceneggiatori e opinionisti: persone che non hanno mai messo piede nel Prestigioso Estero se non con tutte le garanzie del caso (già come semplici turisti per loro sarebbe stato un rischio troppo grande).

Sorvolando, per buon gusto, sulle piccole e grandi tragedie che compongono la storia dell’emigrazione meridionale, mi tornano in mente alcuni versi di Pavese che rappresentano il desiderio di un ragazzo di paese di sentirsi raccontare dal cugino emigrante le meraviglie della Tasmania e della Malesia: «Ma quando gli dico | ch’egli è tra i fortunati che han visto l’aurora | sulle isole più belle della terra, | al ricordo sorride e risponde che il sole | si levava che il giorno era vecchio per loro» (I mari del Sud). Per mortificare la favoletta di Zalone è vero che basterebbe anche meno di Pavese: forse nemmeno Pane e cioccolata, ma solo la prima parte di Pappa e ciccia (Lino Banfi in Svizzera) o il primo episodio di Quelle strane occasioni (Paolo Villaggio in Olanda); però rimane forte il sospetto che dietro le facezie si nasconda la volontà di manipolare l’immaginario colletivo. 

È sconcertante come lo stesso Renzi (e la stampa che lo ha sostenuto), abbia sdoganato lo stile di Checco proponendo il suo film quale sintesi delle proprie intenzione verso l’Italia che verrà. Manco a farlo apposta, proprio ieri “Repubblica” stigmatizzava l’ostinatezza degli italiani che desiderano ancora il “posto fisso”, paragonandoli con malizia a... Checco Zalone (che viceversa voleva dimostrare quanto angusta e claustrofobica sia una vita da statali):
«Si assiste a un mutamento sensibile dei progetti, professionali e di vita, tra gli italiani, rispetto agli ultimi anni. In particolare, ritorna, con forza, la richiesta del “posto fisso”, soprattutto nel settore pubblico. Checco Zalone lo aveva colto –e narrato– con efficacia, nel suo film Quo vado?, un anno e mezzo fa. Oggi quell’intuizione appare confermata dai dati di questo sondaggio. Che, a differenza del film di Zalone, non sono divertenti. L’indagine di Demos-Coop, infatti, ci racconta come, nell’ultimo anno, il clima d’opinione intorno alle professioni libere e liberali si sia sensibilmente raffreddato. La quota di persone che, per sé e i propri figli, vorrebbero un’attività in proprio o da libero professionista, infatti, è in calo. Di qualche punto. Mentre l'unica vera “ripresa” convinta, nell’ambito del lavoro e dei “lavori”, riguarda, appunto, il “posto fisso”. Sottolineato dalla crescente importanza attribuita agli Enti Pubblici. Tanto delegittimati (per non dire disprezzati), come soggetti e come istituzioni, quanto apprezzati, come sbocchi professionali».
Certi articoli stanno diventato obiettivamente incommentabili, anche per la poca onestà intellettuale di chi li stila. Ma non era Zalone a sbeffeggiare la mentalità da “Prima Repubblica” con quella canzonetta tanto amata dall’ex-premier, che avrebbe voluto inaugurare la “Terza” con una riforma costituzionale indecente e sconclusionata?

La favoletta ci è stata raccontata in tutti i modi, portando addirittura alla cannibalizzazione dei residui della commedia all’italiana; credo che sia giunto il momento che i piddini si prendano le loro responsabilità: hanno voluto lanciare un’“opa” sui cinepanettoni? Bene, se li tengano. Vorrà dire che almeno la destra potrà avere il privilegio, anche per puro spirito di contraddizione, di abbeverarsi a sorgenti più limpide ed elevate (mal che vada, resta sempre Maurizio Battista...).

Infine, al di là delle considerazioni politiche, resta il problema del cinema italiano. Grazie a Zalone, l’ignoranza aveva recuperato piena cittadinanza in esso, ma dopo questo harakiri è tornato nuovamente il vuoto: la “domanda” però non accenna a esaurirsi, se pensiamo soltanto all’iperattività di Maccio Capatonda e i suoi accoliti, oppure allo spin-off di Cado alle nubi (Non c’è 2 senza te) con i due cugini omosessuali. Potremmo quindi concludere riconoscendo un ruolo positivo dell’artista in tal senso; tuttavia le istanze politiche sono ineludibili e irritano ancora. Per dirla apertis verbis: Checco Zalone promette a tutti gli italiani che, una volta abbandonate le “superstizioni” su lavoro, casa e famiglia, la loro vita diventerà un colossale Grand Tour dove i compiti più ingrati saranno solo masturbare orsi polari e far partorire elefantesse. Assomiglia proprio all’Italia sognata dalla “nuova sinistra” di cui abbiamo avuto un assaggio (che a molti ha già provocato un’indigestione). Perché allora non suggerire a Checco di sfruttare le immense praterie che gli si sono spalancate in politica, e candidarsi alle prossime primarie del PD? Non se sarà un ruolo più nobile del buffone di corte, ma con l’esaurirsi della vena artistica è un’ipotesi che dovrebbe prendere in considerazione.

sabato 29 aprile 2017

Ai limiti del traducibile. La zoologia fantastica e le nostre canzoni preferite

Scopro ora che non esiste una traduzione inglese di Supergiovane di Elio E Le Storie Tese: sarebbe facile cavarsela con una trasposizione letterale, tuttavia credo che senza alcun apparato critico e filologico il pezzo rischierebbe di generare numerosi equivoci. In particolare risulterebbe perturbante la comparsa improvvisa del Catoblepa, creatura leggendaria la cui presenza viene “ufficialmente” giustificata con la necessità di trovare una rima per le Tepa.


L’altra sera, meditando sulle opere del poeta Pasquale Panella, con la complicità di un virus intestinale che mi ha impedito di fare alcunché, al di là di struggermi sulla vacuità dell’esistenza, ho finalmente individuato, per l’avanguardia che egli vorrebbe rappresentare, una definizione incontestabile (ricordo che lo stesso Panella espresse indirettamente il desiderio di essere etichettato: «Mi dicono che sono orfico, ermetico, dadaista, ma storicamente non posso esserlo, se lo volessi dovrei andare a cena con Tzara. Mi chiamano così perché non hanno una parola di nuovo conio»).
Ecco, Panella è un preterintenzionalista. Lasciando da parte eventuali risvolti giuridici, ciò a cui mi riferisco è una sorta di surrealismo o dadaismo o ermetismo dal taglio umanistico, nel senso che nel realizzarsi pone al contempo la necessità di essere interpretato e compreso. A differenza dell’art pour l’art, il preterintenzionalismo ha dunque uno scopo: suscitare una richiesta di senso. Se non fosse così, non si spiegherebbe, giusto per rimanere sul “caso” Panella, la smania esegetica che pervade gli appassionati del secondo Battisti, i quali sono lungi dall’adattarsi a una lettura “estetizzante” di quei testi.

Tornando a Elio e le Storie Tese, non penso che il loro stile possa essere definito preterintenzionalista; tuttavia è difficile negare che la loro opera non si presti anche a una lettura di questo tipo. Per esempio, la figura del Catoblepa rimanda al neologismo creato da Raffaele Mattioli nel 1962, catoblepismo, per indicare il circolo vizioso tra politica e finanza. Considerando che il Supergiovane combatte, oltre i matusa, soprattutto il governo, la sua relazione col Catoblepa a questo punto risulta enigmatica: com’è possibile che uno dei “giovani” condivida, almeno nel nome, una delle caratteristiche tipiche del governo? Ci troveremmo di fronte a un mimetismo dai tratti mostruosi...
Per sciogliere la tensione, riportiamo la pacifica definizione di “Catoblepa” contenuta nel Manuale di zoologia fantastica del Borges:
Plinio (VIII, 32) narra che ai confini dell’Etiopia, non lontano dalle fonti del Nilo, abita il catoblepa, “fiera di media statura e andatura pigra. La testa è di peso considerevole, e l’animale fa molta fatica a portarla; la tiene sempre chinata a terra. Se non fosse per questa circostanza, il catoblepa annienterebbe il genere umano, perché qualunque uomo gli vede gli occhi, cade morto”.
Catoblepas, in greco, vuol dire “che guarda in basso”. Cuvier stimò che fosse stato ispirato agli antichi dallo gnù (contaminato col basilisco e con le gorgoni). In una delle ultime pagine della Tentazione di Sant’Antonio si legge:
«Il catoblepa (bufalo nero, con una testa di maiale che gli ciondola fino a terra, attaccata com’è alle spalle mediante un collo sottile, lungo e floscio come un budello vuoto. Sta appiattato nel fango, le zampe appena visibili sotto la gran criniera di peli duri che gli copre il muso):
– Grosso, melanconico , fosco, me ne sto sempre così: a sentire sotto il ventre il tepore del fango. Ho la testa così pesante che m’è impossibile tenerla alzata. La muovo lentamente attorno, e, a mascelle socchiuse, strappo con la lingua le erbe velenose inumidite dal mio fiato. Una volta, mi sono divorato le zampe senza accorgermene.
– Nessuno, Antonio, m’ha visto mai gli occhi; o chi li ha visti è morto. Se alzassi le palpebre, queste mie palpebre rosate e gonfie, tu moriresti all’istante».
Ora, una lettura preterintenzionalista si imporrebbe altresì quando, in una canzone straniera, magari in una lingua che ancora non conosciamo, ci s’imbatte in un’altra creatura fantastica.
In uno dei classici della ricerca logodromica, che si impose come ascolto obbligato agli albori dei nostri studi in lingua polonica, Euforia di Pawbeats (con Quebonafide e Kasia Grzesiek), nel susseguirsi frenetico e soverchiante di rime fa capolino l’Uroboro, la cui presenza allietò i giovani giorni in cui non si masticava una parola di polacco, quasi come un caro animaletto pronto ad accogliermi al ritorno a casa.


…Blizny nie bolą, życie to uroboros, tu początek jest końcem…
«Le cicatrici non fanno male, la vita è un uroboro, dove l’inizio è la fine»


Il testo (qui una traduzione in inglese), nel quale sostanzialmente si discute di amore e droga, cioè amore e morte (connubio abusato, sul quale non val la pena spendere una parola), contiene tuttavia riferimenti complessi, tra il colto e il popolare, che per chi è alieno alla contemporaneità probabilmente sfuggirebbero anche nella propria lingua.
Per riprenderci ancora una volta dall’ennesimo scacco euristico, torniamo al Manuale di zoologia fantastica del Borges (voce “Uroboros”):
Adesso l’Oceano è un mare o un sistema di mari; per i greci, era un fiume circolare che contornava la terra. Tutte le acque fluivano da esso, ed esso non aveva foce né fonti. Era anche un dio o un titano, forse il più antico, perché il Sonno, nel libro XIV dell’Iliade, lo chiama origine degli dèi; nella Teogonia di Esiodo è il padre di tutti i fiumi del mondo, che sono tremila, e la cui lista s’apre con l’Alfeo e col Nilo. Un veglio dalla barba copiosa era la sua personificazione abituale; dopo secoli, l’umanità trovò un simbolo migliore.
Eraclito aveva detto che nella circonferenza il principio e la fine sono un solo punto. Un amuleto greco del secolo III, conservato nel Museo Britannico, ci dà l’immagine che meglio può illustrare questa infinitezza: il serpente che si morde la coda, o, come dirà acconciamente Martinez Estrada, “che comincia alla fine della coda”. Uroboros («che si divora la coda») è il nome tecnico di questo mostro, di cui poi gli alchimisti fecero spreco.
La sua comparsa più famosa si ha nella cosmogonia scandinava. Dall’Edda in prosa, o Edda Minore, risulta che Loki generò un lupo e un serpente. Un oracolo avvertì gli dèi che queste creature sarebbero state la perdizione della terra. Il lupo, Fenrir, fu messo a una catena forgiata con sei cose immaginarie: il rumore del passo del gatto, la barba della donna, la radice della roccia, i tendini dell’orso, l’alito del pesce e la saliva dell’uccello. Il serpente, Jörmungandr, “fu gettato nel mare che circonda la terra; e nel mare è talmente cresciuto, che adesso anche lui circonda la terra, e si morde la coda”.
Nello Jötunheim, o dimora dei giganti, Utgarda-Loki sfida il dio Thor a sollevare un gatto; il dio, impiegando tutta la sua forza, appena riesce a sollevargli di poco una zampa; il gatto è il serpente. Thor è stato ingannato con arti magiche.
Quando giungerà il Crepuscolo degli Dèi, il serpente divorerà la terra, e il lupo il sole.
Affrontiamo infine la fiera più estrema della nostra serie, la Manticora. Ci introduce al suo cospetto Ile mogłem [“Quanto potrei”], il capolavoro di Quebonafide (con K-Leah): lo stesso bardo che pochi mesi prima aveva invocato l’Uroboro, ora pone la fatale sfinge a guardia di un tour de force linguistico e semantico, questo sì intraducibile nei suoi arcani rimandi a una quotidianità polacca che sfortunatamente ci è inaccessibile.
Dopo l’attacco “In questo business faccio la parte del leone, Manticora…” ecco che incrociamo una “giacca Burberry su misura” [marynarę Burberry na miarę], un profumo Herrera [zapach Herrery], un “orologio Beurer” [Zegarek od Beurera], che sarebbe un sensore di attività elettronico (cioè un cardiofrequenzimetro per il fitness) e altre cose leggere e vaganti che non siamo in grado di afferrare…


(A partire da 1:40; si consiglia la visione integrale del video, girato tra Malta e Berlino):
…Ten biznes ma moją lwią część; mantykora
Skojarz, od zawsze postęp to logos
Od za małej bluzy z za dużym logo
Po luksusową marynarę Burberry na miarę, zapach Herrery
Zegarek od Beurera, bangery od Raya i Cher i cheri lady…

Anche qui, per recuperare la serenità e tornare a una dimensione a noi più consona, chiamiamo in causa Borges per l’ultima volta (voce “Manticora”):


Plinio riferisce che secondo Ctesia, medico greco di Artaserse Mnemone, “c’è in Etiopia un animale chiamato manticora, il quale ha tre ordini di denti connessi come quelli d’un pettine, faccia e orecchie d’uomo, occhi azzurri, corpo cremisi di leone, e coda terminante in aculeo come di scorpione. Corre con una somma rapidità ed è amantissimo della carne umana; la sua voce è come un concerto di flauto e tromba”.
Falubert ha migliorato questa descrizione. Nelle ultime pagine della Tentazione di sant’Antonio si legge:
«La manticora (gigantesco leone rosso, dal volto umano, con tre filari di denti):
– I marezzi del mio pelame scarlatto si confondono col riverbero delle grandi sabbie. Soffio dalle narici lo spavento delle solitudini. Sputo la peste. Mangio gli eserciti, quando s’avventurano nel deserto.
– Ho le unghie ritorte a succhiello, i denti tagliati a sega; e la mia coda roteante è irta di dardi che lancio a destra, a sinistra, in avanti, in dietro. Guarda! Guarda!
(la manticora lancia le spine della coda, che si irradiano come frecce in tutte le direzioni. Gocce di sangue piovono schioccando sul fogliame)».
Così si conclude questa retrospettiva sulla necessità non tanto di tradurre, quanto di interpretare e, se è possibile, comprendere: come sempre, a giungerci in soccorso, oltre a ecolalie, pareidolie e glossolalie, i cari vecchi archetipi che accompagnano da millenni la nostra avventura umana.

giovedì 27 aprile 2017

I diritti degli ermafroditi nel XVII secolo

«Nel 1692 un avvocato della camera elettorale del Brandeburgo, certo Jakob (sic) Möller, pubblicò un “Discorso sui diritti sessuali degli ermafroditi” [Discursus Duo Philologico-Juridici, Prior De Cornutis, Posterior De Hermaphroditis].
Stampato da Zeitler, a Francoforte sull’Oder, l’opuscolo ebbe un notevole successo per quasi vent’anni. E a ragione perché nella cultura europea mancava ancora un compendio della materia medica e giuridica ad uso degli uomini di legge. Il testo si presenta infatti come un’esposizione delle migliori ricerche cliniche condotte in funzione del lavoro che si svolge nei tribunali di fronte ai casi d’ambiguità dell’apparato genitale e come una silloge delle più importanti tesi giuridiche proposte durante il XVII secolo da chi operava nel campo del diritto.
[…] [Il merito del testo fu] quello di far discutere anche dai protestanti un quesito che sembrava moralmente improponibile alla cultura riformata: “Il matrimonio tra due persone perfettamente bisessuali rende lecito l’uso reciproco dei corpi con l’uno e l’altro organo genitale?”»
(V. Marchetti, “Problemi d’un giurista tedesco del XVII secolo”, in Paesi di cuccagna e mondi alla rovescia, cur. V. Fortunati e G. Zucchini, Alinea, Firenze, 1989, pp. 223-225)
È singolare che uno storico abbia preso sul serio un discorso Sui cornuti e gli ermafroditi: forse proprio perché troppo serio per capire che si tratta di una satira tardosecentesca, una caricatura dei barocchismi ispano-gesuitici da parte di un avvocato brandeburghese protestante?

Il buon Jacob Möller (-1693) sta infatti rabelaisianamente parodiando un testo del giurista Matheu y Sanz (Tractatus de re criminali) col quale pochi anni prima era stata proclamata la liceità del matrimonio tra due “ermafroditi perfetti”, quei casi rarissimi in cui entrambi i soggetti avessero gli organi maschili e femminili completamente sviluppati e in grado di fecondare.

In effetti il Marchetti sembra intuire che il Möller non sta facendo proprio sul serio, ma rimanda i dubbi alla cultura protestante di riferimento, la quale «invece di intravvedere nello “scandalo” intellettuale del penalista spagnolo i primi segni d’una volontà di trasformazione delle idee sul controllo delle sessualità, vi aveva forse scorto le stigmate della corruzione esistente in materia di costumi sessuali nel mondo cattolico».

Invece è proprio questo il punto: oggi diremmo che il Möller sta “trollando” il suo collega valenciano, simulandone l’acribia nell’affrontare casi estremi e suggestivi (come il “triangolo” tra un ermafrodita perfetto che sposa contemporaneamente una donna e un uomo, oppure la fecondazione simultanea tra due ermafroditi che ignoravano la loro “ambivalenza” prima di sposarsi), per poi decretarli a seconda delle circostanze contrari al diritto positivo (ma almeno non passibili della pena capitale), oppure leciti e conformi al diritto naturale.

Un altro bersaglio del Möller è l’archiatra pontificio Paolo Zacchia (1584–1659), del quale parodia le quaestiones con consigli del tipo “non sposatevi coi castrati” («Cum spadonibus et eunuchis matrimonium non est contrahendum»).

Tra le trovate dell’avvocato tedesco, c’è anche l’istituzione di una commissione permanente per rilasciare certificati agli ermafroditi e controllare il decorso dei loro matrimoni, i quali dovranno essere invalidati qualora nel soggetto osservato una natura sessuale prevalesse sull’altra («Hoc autem ut recte cognoscatur, matrimoniumque legitimum ineatur, ante omnia inspectio requiritur, priusquam Hermaphrodito facultas detur conjugium inire ac nuptias contrahere, ut nempe quis sexus praevaleat»).

Secondo Möller, l’ermafrodito “incerto” andrebbe comunque battezzato come maschio, poiché la perfezione umana tende al maschile (le femmine essendo solo dei “maschi mutilati”), ma se in un secondo momento nel soggetto dovesse prevalere il lato femminile, allora sarebbe necessario una sorta di cambio di sesso “sacramentale”, cioè un nuovo battesimo e un nuovo matrimonio.

Nel corso della lettura sorge il benevolo sospetto che anche il saggio del Marchetti sia a sua volta una burla, dato che è contenuto in una raccolta dedicata ai Paesi di cuccagna e mondi alla rovescia. D’altronde era il 1989, un’epoca in cui il conformismo degli studi di genere non aveva attecchito, e certe trovate erano ancora consentite o perlomeno tollerate. Oggi invece sarebbe obbligatorio prenderlo sul serio, non solo tra gli accademici; a pensarci bene, è quasi un miracolo che non l’abbiano scoperto i chierici moderni, ché sicuramente avrebbero trovato il modo di inserirlo tra i materiali per l’ultimo Sinodo sulla famiglia.

mercoledì 26 aprile 2017

APB, una serie trumpiana?


È da un mese ormai che Fox sta trasmettendo la serie televisiva APB – A tutte le unità, il cui copione sembra esser scritto direttamente da Donald Trump. La storia in due parole è questa: l’ingegnere miliardario Gideon Reeves (interpretato da Justin Kirk), dopo aver perso il suo migliore amico (nero) in una rapina, rileva il 13° distretto di polizia di Chicago e non bada a spese per riempirlo con le migliori attrezzature e le trovate tecnologie più all’avanguardia. Grazie ai suoi investimenti stratosferici, i peggiori criminali della città vengono sgominati e i cittadini possono finalmente tornare a sorridere.

In pratica basterebbe guardare una puntata per capire come funziona l’intera serie: eppure non ci si vorrebbe mai staccare da questa abbuffata di giustizia americana che, almeno a livello di fiction, adempie una delle promesse fatte dal Presidente nel discorso d’insediamento («And the crime, and the gangs, and the drugs that have stolen too many lives and robbed our country of so much unrealized potential. This American carnage stops right here and stops right now»).

Al di là dell’intreccio, che alla fine si rivela interessante soprattutto per i suoi risvolti “politici”, neppure la recitazione risulta convincente. Come facilmente intuibile, i caratteri sono piuttosto stereotipati: il miliardario non può non essere eccentrico e volitivo (infatti è ispirato dichiaratamente alla figura di Elon Musk, uno dei pochi imprenditori della Silicon Valley che sostiene Trump), mentre la protagonista femminile, la detective Theresa Murphy (interpretata dall’attrice di origine cubana Natalie Martinez), è la tipica madre single nonché poliziotta sottopagata nonché una di quei sudamericani buoni che non appartiene alla schiera dei bad hombres invisi al Donald.

Un tocco di originalità (e simpatia) è garantito dalla presenza dell’attore Ernie Hudson, il nero dei Ghostbuster, nelle vesti del sergente Conrad. Come ciliegina sulla torta avrebbero potuto chiamare qualche afro-americano da Scuola di Polizia, ma in effetti la scelta sarebbe potuta apparire troppo scontata.

Attualmente la serie in Italia è giunta alla quinta puntata, mentre negli Stati Uniti si è già conclusa la prima stagione. In generale sembra un crime drama anni ’80 “pompato” con ritrovati ultra-tecnologici, come droni, taser efficacissimi, occhiali per la realtà aumentata, una app per avvisare in tempo reale la polizia, una nuova macchina del caffè ecc…
Probabilmente è proprio questo il nocciolo della ricetta Trump per l’intera America: tornare agli anni ’80 per andare avanti. Dal keynesismo militare a quello “poliziesco”? Un’ipotesi rassicurante soprattutto per quest’ultimo periodo, in cui i venti di guerra hanno ripreso a soffiare.

Il giudizio sull’opera è al momento sospeso, dato che non siamo arrivati nemmeno a metà. Se dovessimo valutarla solo in base all’entusiasmo, dovremmo sicuramente dare un voto positivo, poiché assistere alla caccia al criminale con qualsiasi mezzo possibile, la cui disponibilità è garantita da un budget illimitato è obiettivamente esaltante.
Le serie tv dell’era Obama, le cui potenzialità sono state fortemente intralciate dalle esigenze del politically correct, cominciavano a diventare troppo cervellotiche e deprimenti. Finalmente ora si torna a sparare ai cattivi, a rifare nuovamente un’America grande e sana; non c’è più nemmeno tempo per le scene di sesso e nudo, perché ora la vita è solo un’incessante caccia a delinquenti e spacciatori: come in un videogioco, ma per persone normali.

Al soldo dei filantropi


Trasformare la propria passione in una professione oggi è sempre più facile e veloce: è fondamentale, in primo luogo, lavorare gratis, e poi vedere di nascosto l’effetto che fa. Un’idea potrebbe essere, per esempio, quella di aprire un blog e scrivere le cose giuste: qualora le cose che hai scritto alla fine si rivelassero davvero troppo giuste, ecco che arriva la Open Society di Soros a sostenerti. È così che si svorta na piotta, come si dice a Roma.

Si scherza, ovviamente; io poi non ce l’ho con György Schwartz (italianizzato in Giorgione de’ Sorossi), anzi per me dovrebbero farlo Papa (a meno che già non lo sia). Non amo nemmeno la sua riduzione a un Emmanuel Goldstein qualsiasi, dato che spesso quelli che lo usano come spauracchio non gli sono moralmente superiori. In fondo il suo ideale di società potrebbe essere condivisibile, da noi che (volenti o nolenti) non crediamo più in nulla, ma abbiamo comunque bisogno di un “ordine”. Riesco già a immaginare la giornata-tipo di Soroslandia: al mattino, una seduta di droghe leggere, magari una bella cannetta; al pomeriggio si va a ritirare il “reddito di cittadinanza”, o si va a “lavorare” come venditore di droghe leggere (per restare in tema), oppure graffitaro, cuoco vegano, rapper, reporter, filantropo, mediatore culturale ecc…; la sera, altra cannetta, poi un filmetto a luci rosse, e infine a letto – a meno che non si sia troppo stanchi e annoiati, e allora si entra in una “cabina per l’eutanasia” e ci si gode la dolce morte (un altro pilastro della Società Aperta prossima ventura).

Amen. Però anche volendo “arrendersi” ai proggettoni di Soros, rimane la sgradevole sensazione che il filantropo non voglia realmente razzolare quel che predica. Ciò che infatti ho notato, per esperienza personale (ma devo rimanere sul vago, perché non sono abbastanza ricco da permettermi di parlare liberamente su certi argomenti), è che i finanziamenti non arrivano mai laddove sarebbero realmente utili. Sempre per restar vaghi: perché in alcuni Paesi la mediazione culturale nei confronti degli immigrati, che magari vorrebbero sul serio integrarsi (qualsiasi cosa significhi), è praticamente inesistente (e quando esiste è svolta perlopiù a titolo gratuito)? Ecco, questo è un aspetto della vicenda che fatico a spiegarmi. È vero, potrebbe pure darsi che nella gestione della cosiddetta “accoglienza” ci siano talmente tante ruberie e truffe che non rimanga nemmeno un euro da dedicare a questa fatidica integrazione. Tuttavia lo scopo dei vari “enti filantropici” non dovrebbe essere proprio quello di sopperire alle mancanze dello Stato, e finanziare quei progetti che, pur essendo utili appaiono come impraticabili, essendo i loro promotori indipendenti e dunque impossibilitati a ottenere i fondi dai potenti di turno?
Invece qui il flusso dei finanziamenti sembra sia sempre dirottato verso chi, magari anche inconsapevolmente, o in buona fede (mah…), contribuisce a mantenere una situazione di “caos controllato”, di “emergenza perpetua”. Del resto lo stesso Soros ha ammesso che, nel migliore dei casi, i suoi investimenti “umanitari” rispondono al desiderio di “appagare l’istinto di speculatore”.

La verità è che quando c’era Lui queste cose non succedevano. Bene o male, da destra a sinistra, tutti riuscivano a svortare. Sì, sto parlando proprio di Lui, impossibile equivocare: Raffaele Mattioli.
Bisognerebbe ricostruire l’elenco di persone beneficiate dal celebre “banchiere umanista”, una lunga lista di intellettuali, scrittori e giornalisti che ricevettero un assegno mensile per mecenatismo: per esempio, nella sua ennesima autobiografia, Eugenio Scalfari racconta che negli anni ’50 Mattioli gli elargì 150.000 lire al mese in cambio di un “bollettino settimanale” su quanto accadeva negli ambienti dell’editoria e della politica (e a Tiziano Terzani, qualche anno dopo, diede uno “stipendio segreto” di mille dollari più o meno per la stessa cosa).
Per fare un altro esempio che, almeno dal punto di vista politico, possiamo considerare sul “versante” opposto, rimandiamo a quelle note dello Zibaldonedi Romano Amerio nelle quali il cattolico tradizionalista descrive l’illuminato banchiere quasi come un santo: «Fu dei rarissimi uomini che servirono il Paese senza servire i potenti del mondo»; «La religiosità di lui appare nelle sue estreme disposizioni. Volle essere sepolto all’ombra dell’abbazia di Chiaravalle milanese nell’antico camposanto dei monaci».
Anche Amerio si avvalse della generosità del banchiere, che tra l’altro fece pubblicare dalla casa editrice Ricciardi gli studi sul Campanella e lo spronò a redigere uno dei più clamorosi atti d’accusa contro il Concilio Vaticano II, Iota Unum (da un’intervista del 1988 a “Il Sabato”: «Mattioli mi difese e protesse sempre. Aveva un’inclinazione di benevolenza per me. Furono i Mattioli, il figlio in specie, ad indurmi poi a concepire e a portare a termine il mio lavoro»).

A questo punto, potremmo uscircene col solito “si stava meglio quando si stava peggio”: però è un fatto che quando i banchieri internazionali erano nazionali, c’era obiettivamente più “libertà di movimento”, garantita perlomeno dalla comune appartenenza a una stessa comunità.

Oggi, invece, mi pare che accettando finanziamento da enti che, almeno all’apparenza, sembrano legibus solutus, gli “spazi di manovra”, specialmente per un intellettuale, si riducono in maniera drastica. Anche dai documenti della Open Society recentemente hackerati, emerge un metodo che francamente ha poco a che fare col mecenatismo (si rimanda tra le centinaia di testimonianze a questa, che pur essendo controversa descrive bene lo stato effettivo delle cose: «There are a number of journalists around the world who have sold their journalistic professional credentials and credibility to the devil»).

È del resto possibile che nemmeno Soros sia così “internazionale” come vuol far credere e che le sue buone cause coincidano con quelle del Paese di cui ha voluto assumere la cittadinanza. In tal caso, c’è la minima speranza che anche la filantropia di costui riconosca i limiti stabiliti dalla national securitya cui risponde. E quindi ci domandiamo: dove bisogna mandare l’iban per ricevere un bonifico?

venerdì 21 aprile 2017

Una situazione borgesiana


Tra le pagine di Altre inquisizioni dedicate da Borges a Chesterton, all’improvviso uno sconosciuto: il curatore dell’edizione Feltrinelli, Francesco Tentori Montalto, ha confuso l’Urizen di Blake, il vecchio “demiurgo” della mitologia personale del poeta, con un certo Urizen de Blake, misterioso letterato che avrebbe ispirato addirittura Poe e Baudelaire.

Ecco il passaggio “incriminato” in originale e nella traduzione dell’ispanista:
Poe y Baudelaire se propusieron, como el atormentado Urizen de Blake, la creación de un mundo de espanto; es natural que su obra sea pródiga de formas del horror. 
[«Poe e Baudelaire si proposero, come il tormentato Urizen de Blake, la creazione di un mondo di spavento; è naturale che la loro opera sia prodiga di forme dell’orrore».]
L’ipotesi che si tratti di un refuso non persuade affatto, soprattutto perché nelle numerose ristampe seguite alla prima edizione non è mai stato corretto. Urizen de Blake, del resto, ora esiste: è uno di quegli autori che non sfigurerebbe in qualche volume della indispensabile Encyclopaedia of Tlön, assieme alla ridda di personaggi certamente sorti fra una traduzione e l’altra (a questo punto la curiosità imporrebbe di interessarsi alle recenti trasposizioni in cinese).

Chissà quanti hrönir, quante “creature casuali della dimenticanza e della distrazione” [hijos casuales de la distracción y el olvido] si celano ancora nelle edizioni estoni o coreane. E quante vite potremmo spendere a rintracciarli, se solo oggi fosse ancora possibile aprire squarci sugli universi paralleli senza il ricatto delle fake news. Attualmente, infatti, la moltiplicazione degli hrönir nella noosfera, specialmente a opera di specchi e copule, è considerata il massimo dell’abominio.

Evocare mondi possibili è un modo come un altro per vincere la noia dell’unica militanza blanquista possibile, che è forse il motivo per cui si leggerà ancora Borges tra mille anni: tout ce qu’on aurait pu être ici-bas, on l’est quelque part ailleurs.

Gli universi paralleli, come scrisse il profeta ne L’éternité par les astres (1872), non sono che l’eterno ritorno dell’uguale, che lui aveva intravisto prima e oltre Nietzsche, unendo in un’irripetibile suggestione 2001: Odissea nello spazio e la criogenizzazione, L’invenzione di Morel e la pecora Dolly.

Una noia infinita, appunto, nella quale invece il rivoluzionario francese ritrovava una sorta di epicureismo apocalittico: 
Mais n’est-ce point une consolation de se savoir constamment, sur des milliards de terres, en compagnie des personnes aimées qui ne sont plus aujourd’hui pour nous qu’un souvenir ? En est-ce une autre, en revanche, de penser qu’on a goûté et qu’on goûtera éternellement ce bonheur, sous la figure d’un sosie, de milliards de sosies ? 
(«Ma non è forse una consolazione sapersi continuamente, su miliardi di terre, in compagnia di persone amate che ormai sono per noi soltanto un ricordo? E non è un’altra [consolazione], immaginare che si è provata questa felicità, e ancora la si proverà eternamente, nella fattispecie di un sosia, di miliardi di sosia?»)
Macché... Come si potrebbe sopravvivere a tutto questo (una clonazione dopo l’altra per miliardi di anni fino allo spegnimento del sole, e forse oltre) senza universi paralleli, senza immaginare, per esempio, che un paradosso temporale costringa Napoleone ad affondare una portaerei americana al largo delle coste della Toscana, scatenando così la Terza guerra mondiale (è la trama di uno straordinario racconto di Jean-Jacques Langendorf, “Le sorprese della navigazione”)?

Dubito che nell’eternità si possa andare avanti, se non al ritmo di ucronie e memi; epperò oggi sono le istituzioni stesse a voler mettere a tacere la scienza dei futuribili, con un’indegna ipostatizzazione della verità (Правда, in russo), che ci riporta a tristi tempi in cui l’uomo era costretto a fare letteratura attraverso altri mezzi. A ciò allude lo stesso Borges in numerosi passaggi (vedi ad esempio “I teologi” ne L’Aleph, a proposito delle varie sette eretiche scaturite da un equivoco su un passaggio di Agostino):
Los histriones [...] imaginaron que todo hombre es dos hombres y que el verdadero es el otro, el que está en el cielo. También imaginaron que nuestros actos proyectan en reflejo invertido, de suerte que si velamos, el otro duerme; si fornicamos, el otro es casto; si robamos, el otro es generoso. Muertos, nos uniremos a él y seremos él. (Algún eco de esas doctrinas perduró en Bloy.) Otros histriones discurrieron que el mundo concluiría cuando se agotara la cifra de sus posibilidades: ya que no puede haber repeticiones, el justo debe eliminar (cometer) los actos más infames, para que éstos no manchen el porvenir y para acelerar el advenimiento del reino de Jesús. 
[«Gli istrioni [...] immaginarono che ogni uomo è due uomini e che il vero è l’altro, quello che sta in cielo. Immaginarono anche che i nostri atti generino un riflesso invertito, di modo che se noi vegliamo, l’altro dorme, se fornichiamo, l’altro è casto, se rubiamo, l’altro dà del suo. Morti, ci uniremo a lui, e saremo lui. (Un’eco di tali dottrine perdura in Bloy.) Altri istrioni sostennero che il mondo avrebbe avuto fine quando si fosse esaurito il numero delle sue possibilità; giacché non possono esservi ripetizioni, il giusto deve eliminare (commettere) gli atti più infami, affinché questi non macchino il futuro e per affrettare l’avvento del regno di Gesù.»]
È una deriva pericolosa che andrebbe scongiurata in tutti i modi, se non in nome di Borges, almeno per la situazione borgesiana che si è venuta a creare (anche se, precisamente, questo Borgesian non sappiamo chi sia, ma lo mettiamo comunque accanto a Urizen de Blake).

giovedì 20 aprile 2017

“Un an après l’élection” di Jean-Luc Mélenchon (Francia, 2017)


Tra i registi esordienti francesi che ultimamente ci hanno più convinto, segnaliamo il giovane Jean-Luc Mélenchon (nato a Tangeri nel 1951) che ha appena debuttato con il suo Un an après l’élection, un cortometraggio che accidentalmente funge anche da spot alla sua candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo 23 aprile.

Seppur di breve durata (7 minuti), Un an après l’élection presenta una trama complessa e fortemente connotata dal punto di vista sociale. Il film si apre con l’immagine di Karim, un imprenditore di origine magrebina che grazie la sua cooperativa può coltivare e distribuire frutta e verdura al 100% biologiche, mentre è intento a rifornire il locale di François, gestore illuminato che grazie alla transition écologique ha permesso che il salario della cameriera Sarah aumentasse considerevolmente.

I personaggi che si alternano nell’evolversi della vicenda sono le classiche maschere della comédie française: c’è Abdullah (“Abdoulaye”), un islamico africano che ha preferito le energie rinnovabili all’Isis; c’è un’altra Sarah, alla ricerca di un lavoro con la consapevolezza che le donne sono pagate meno degli uomini; c’è Fabien, poliziotto di quartiere che da quando è stata legalizzata la cannabis può tranquillamente passare le sue giornate al bar; ci sono infine gli ouvriers transalpini, così pittoreschi e pieni di vita, sempre disposti a godersi un buon bicchiere di vino e un’amichevole chiacchierata sulla superiorità dello stile di vita francese rispetto a tutti gli altri.

Nel pieno rispetto dell’unità di luogo, gli eventi si svolgono tutti all’intero del bistrot, arredato secondo le regole dell’estetica francese riconosciute internazionalmente, quel misto di luce, cibo e convivialità che anche gli italiani hanno imparato ad ammirare a Expo 2015.

Mélenchon vuole raccontare la France insoumise, un Paese che “non si sottomette” alle estetiche straniere, siano quelle del cosiddetto Neuer Deutscher Film o quelle abusatissime di Hollywood – anche se, è giusto ricordarlo, la pellicola ha ricevuto l’endorsement di molte star americane, tra le quali Danny Glover e Mark Ruffalo.

I critici, non del tutto a torto, hanno evidenziato quanto Un an après l’élection abbia poco a che fare con la Francia di oggi: eppure, nonostante il totale distacco dalla realtà, a nostro parere l’opera prima di Mélenchon riesce comunque a esprimere la quintessenza dell’exception culturelle che l’intera Europa riconosce a questa sfortunata nazione.

Ed è qui che si innesta il profondo significato politico del film di Mélenchon: una Francia che, con la sua capacità di mediare tra generi diversissimi come la comédie rurale e la fantascienza, si propone come modello ideale per l’intero continente.

domenica 16 aprile 2017

From Turkey with Love


Sul referendum costituzionale turco solo due parole (anche perché ho già dato per quello italiano): affari loro. Sì, ha vinto Erdoğan (che si pronuncia Erdo’an perché la “g dolce” allunga il suono della vocale precedente), ma le considerazioni che vorrei proporre sono indipendenti dal risultato.

Ho scritto spesso a proposito della Turchia, ma credo che a questo punto sia inutile continuare a controbattere a una stampa, quale quella italiana, che non ha alcun interesse a informare i propri lettori. Negli ultimi giorni infatti non c’è stato un solo giornale che abbia mantenuto un minimo di obiettività nel presentare il referendum: tutti hanno fatto a gara a screditare Erdoğan a prescindere dai contenuti della riforma, e nessun giornalista ha perso un attimo per intervistare un qualsiasi sostenitore delle ragioni del “Sì”.

La cosa non stupisce, però a un certo punto ci si stanca a dover sempre ricorrere a fonti straniere per capire qualcosa di un Paese che non è così diverso dal nostro. Non è entusiasmante doversi continuamente sorbire le sonate al “pedale delle turcherie” dei principali quotidiani, impegnati solo a distorcere l’immagine della Turchia agli occhi degli italiani.

Eppure anche uno come Putin (per non dire di al-Sisi o Assad) ha i suoi difensori d’ufficio (nonostante sia convinto che nessuno di essi sia pagato per esserlo, e potrei confermarlo per esperienza): ciò se non altro consente che persino la grande stampa talvolta esprima giudizi minimamente equilibrati sulla Russia. Con la Turchia, invece, non c’è scampo: sono sempre sarracini, ismailiti, agariti ingovernabili e incontenibili (a meno che non giunga una bella dittatura militare a tenerli a bada).

Allora i casi sono due: o non è importante discutere della Turchia, e quindi sarebbe meglio darle lo stesso peso che normalmente si dà alla Thailandia o al Messico; oppure è importante parlarne, e allora bisognerebbe offrirne una rappresentazione il più possibile obiettiva.

Per esempio, un requisito indispensabile degli “inviati” in Turchia a mio parere dovrebbe essere … la conoscenza della lingua. Sarebbe utile, no? Perché è vero che esistono gli interpreti, ma un giornalista non dovrebbe informarsi anche attraverso i giornali del Paese di cui si occupa? Oppure basta solo scopiazzare dai siti del “Telegraph” o del “New York Times” per avere una visione completa della situazione?
In questi giorni mi sono resto conto che i “nostri inviati” non sono neppure in grado di pronunciare correttamente Evet (“Sì”) e Hayır (“No”) – peraltro la stessa cosa era accaduta col referendum greco.
Non importa, per me potrebbero pure scrivere “Merdoğan” al posto di “Erdoğan”: in cambio sarebbe solo gradita un minimo di professionalità. Per dire: il più importante giornale nazionale (non so per quanto), non può permettersi di confondere aleviti con alauiti (anche perché errori del genere denotano un’incapacità di servirsi persino solo di Wikipedia).

È da tempo che sto considerando l’idea di un sito che raccolga traduzioni di articoli dai principali quotidiani turchi: tuttavia non credo di essere il più atto a dar via a un progetto del genere, per il semplice motivo che nel mio piccolo mi sono ormai fatto la nomea di “erdoganiano”, nonostante la maggior parte delle mie fonti turche sia “kemalista” (loro non si definiscono così, ma d’altronde questo è lo schematismo a cui siamo stati abituati) e io non abbia alcun interesse a difendere il “Sultano” (che non “regnerà” fino a quanto vuole lui, per il semplice motivo che non è un generale golpista né un eurocrate – golpista pure lui, in ultima analisi).

Sono del resto consapevole dell’esistenza di numerosi portali e blog italiani dedicati a Istanbul e dintorni; ciò a cui infatti sto pensando non è un sito che raccolga pareri e opinioni (per quanto autorevoli), ma uno spazio che offra semplicemente traduzioni di articoli turchi. Comprendo che si tratterebbe ancora di un sito di opinioni “reificate” e perciò trasformate in fatti, ma secondo me il problema è proprio questo: manca la “materia prima” su cui ragionare. Perché i limiti, è vero, sono perlopiù culturali, ma è soprattutto la barriera linguistica a rappresentare l’ostacolo più arduo.

Una volta preso atto che i giornali italiani hanno come unico scopo disinformare il pubblico sulla Turchia, credo sarebbe necessario correre ai ripari. Sempre che la cosa interessi, perché, pur non volendo allargare il discorso, dobbiamo evidenziare che nessuno ha più tanta voglia di coltivare sane abitudini (o vizi) riguardo ad alcunché: anche la classe media progressivamente livellata può ormai provare verso la Turchia giusto un tenue impulso di stampo turistico-ricreativo-gastronomico. 
D’altro canto, i sarracini ricambiano col disinteresse nei confronti dell’unico Made in Italy che l’Europa ci lascia produrre –il cibo–, perché la pasta non è halal, il vino è haram, il formaggio “puzza di animale” (cit.) e il pesce e le olive li hanno già. Amano però altre cose dell’Italia: la moda, il calcio, la musica (le donne se le sono già prese secoli fa, quindi lasciamo perdere).

En passant, un giorno sarebbe utile anche capire perché a noi italiani hanno imposto un Kulturkampf contro tutto ciò che è turco. Fino ancora a pochi anni fa la Sublime Porta era considerata un punto di riferimento a “destra” come a “sinistra”. Il fatto che, per esempio, “Islam Punk” dei CCCP citi Istanbul, Smirne e Ankara è qualcosa più di un vezzo: anche Ferretti, come tanti negli anni ’80, fu attratto da una certa idea di islam che oggi «non ha niente a che vedere con quello che l’islam è diventato nel giro di così poco tempo» (così dichiarò in quella storica intervista televisiva). Questo “islam” di cui si parla era precisamente rappresentato dalla Turchia: si trattava di un’ideale «di egualitarismo, di solidarietà comunitaria, di interclassismo multi-razziale, di internazionalismo» (per citare il sociologo Allievi).
Anche sul versante cosiddetto “rossobruno”, almeno fino alla conclusione dell’era Bush, c’erano soltanto elogi non solo per il “ponte eurasiatico” ottomano, ma addirittura per lo stesso Erdoğan: se solo fossimo un po’ più maliziosi, potremmo rispolverare materiale molto interessante. Invece siamo buoni e comprensivi, dunque fingiamo di dimenticare i peana elevati al “Sultano” da parte di chi oggi lo insulta continuamente, ma una volta lo pregava di spazzare via i cattivi kemalisti o addirittura di influenzare la politica “occidentalista” di Putin (“manovrato dagli americani”!). Erano altri tempi, ma spesso viene la tentazione di recuperare qualche articolo, per controbattere con le stesse parole dei “rossobruni” alle panzane che hanno sparato in questi anni sui turchi.

Sempre en passant, un altro tema degno di attenzione, che permette di aggiungere, alla lista di “sinistrati” e “rossobruni”, i “liberali” alla Rutte (che oggi fanno il ruggito del coniglio contro Ankara per strappare qualche voto ai “populisti”), è quello della “Turchia in Europa”. Qualcuno ricorderà quando non si poteva esprimere un solo dubbio sulla questione senza essere travolti dagli anatemi: quelli che imponevano la censura in nome dell’islamofobia o che altro, sono gli stessi che attualmente ripetono ormai a ritmo quotidiano che “La Turchia non può entrare in Europa”. E nonostante si riferiscano eufemisticamente a questa Turchia, non è scontato ricordare che questa Europa, da quando esiste, non ha fatto altro che trattare solo con Erdoğan (che è “nato” prima dell’UE e probabilmente le sopravviverà).

Da una prospettiva più ampia, tutto ciò è sintomo di un rapporto ormai compromesso, che necessita di essere ricostruito anche dal punto di vista culturale. Chiaramente non mi sto candidando a “massimo esperto” di cose turche (eh…), né mi interessa monopolizzare il tema come se fossi l’unico autorizzato a parlarne. Il solo contributo che posso portare è la mia conoscenza della “lingua turchesca”; poi, per il resto, in Turchia non ci sono mai stato dunque lascio ad altri l’ingrato compito di dover parlare della vita vera.
Mi piacerebbe solo contribuire a ridurre l’approssimazione e lo schematismo con cui si discute di questo Paese, un atteggiamento che peraltro viene sempre censurato (non solo dalle rispettive ambasciate) quando coinvolge, per esempio, l’Olanda, il Venezuela, la Cina o la Romania (per non dire Israele!).

Il problema esiste, e anche se non abbiamo a che fare con una vera e propria “turcofobia”, è un qualcosa che le somiglia molto. Quando d’altronde i turchi vengono dipinti come “impalatori” a prescindere, non è soltanto un loro diritto che viene violato, ma anche quello degli italiani a essere informati nella maniera più imparziale e corretta possibile.
Ci vorrà tuttavia del tempo per sviluppare una qualsiasi iniziativa; ogni contributo è a ogni modo ben accolto, a “destra” come a “sinistra”: come al solito, l’invito è sempre quello di superare i paletti (senza rimanerci infilzati).

venerdì 14 aprile 2017

Le minoranze cristiane in Medio Oriente

Chiesa distrutta nel convento
dei santi Sergio e Bacco a Ma'lula (fonte)
Un lettore, indignato dalle continue accuse rivolte alle “minoranze cristiane” mediorientali, mi chiede di scrivere qualcosa sull’argomento: lo ringrazio per la fiducia, ma probabilmente sono meno informato di lui. Tuttavia qualcosa so anch’io, perciò colgo l’occasione per dire due parole sulla propaganda che quotidianamente dobbiamo sorbirci (e che irrita profondamente anche me).

In primo luogo, è noto che le minoranze sotto accusa sono sempre “cristiane”, nonostante in Medio Oriente se ne contino a centinaia, sia “etniche” che “religiose”. È chiaro perché ciò viene fatto: i cristiani sono antipatici, essendo… cristiani, anche se a seconda dei casi diventano scomodi pure gli sciiti e i sunniti, per non dire di yazidi, assiri, drusi, turcomanni e chi più ne ha più ne metta (in Iraq e in Siria ci sono pure gli gnostici mandei).
Gli unici che sembrano suscitare da sempre un’innata simpatia sono i curdi, probabilmente perché sono i migliori alleati di Israele nell’area, pur non essendo affatto più “buoni” o “giusti” o “femministi” degli altri. Chissà se quando avranno creato il loro staterello a immagine e somiglianza di quello sionista, molti degli esagitati sostenitori di oggi cominceranno a darsi una calmata…

Visto che abbiamo citato Israele, arriviamo subito al punctum dolens: una delle calunnie verso i cristiani del Medio Oriente che accomuna (non troppo sorprendentemente) i filosionisti e gli apologeti dell’Isis è quella di “sostenere i dittatori”, con l’implicita accusa, da una parte, di non rifugiarsi sotto le amorevole ali di Israele e, dall’altra, di non farsi macellare in nome della “religione di pace”.

Valga un esempio più di mille parole: nel 2014 l’associazione “In Defense of Christians” organizzò alla Casa Bianca un incontro tra il presidente Obama e cinque patriarchi delle comunità cristiane perseguitate in Medio Oriente (caldei, siro-cattolici, melchiti, armeni e copti). Dopo che a porte chiuse Obama aveva ammesso con gli interlocutori di essere al corrente del fatto che “Assad protegge i cristiani”, in pubblico il famigerato senatore Ted Cruz (il fondamentalista evangelico che ha corso senza successo nelle ultime primarie dei repubblicani) non si fece problemi a prendere a pesci in faccia quelle importantissime personalità religiose. Nel suo discorso, oltre a dimostrare una profonda ignoranza sulla stessa geografia mediorientale mettendo nello stesso calderone l’ISIS e Hamas, l’Iran e Assad, in un eccesso di chutzpà (o hasbarà, dato che è pur sempre uno shabbes goy) accusò neanche troppo larvatamente i patriarchi  di odiare l’America e stare dalla parte di Hezbollah.
In tal caso, lo zelo si spiega con la fede di tanti evangelici americani nel ruolo messianico di Israele (una certo retorica “barbara” accomuna questo fondamentalismo alla forma mentis di chi vorrebbe restaurare un improbabile “califatto”); quelli che però si presentano come analisti obiettivi e razionali, dovrebbero evitare di utilizzare argomenti di tal fatta.

Per esempio, sarebbe auspicabile che si lasciasse cadere l’imbarazzante storiella della “connivenza” con i vari regimi, perché, per dirne una, anche se fino al 2011 la stessa Hillary Clinton definiva Assad un “riformatore” (no, non è una fake news), molti cristiani siriani si unirono comunque alla resistenza senza fidarsi delle “garanzie” provenienti dall’allora amministrazione americana.
Vorrei concludere proprio su questo punto: a dispetto degli schematismi con cui ragionano molti “esperti”, è un fatto che al principio della guerra civile diverse milizie cristiane si schierarono con i cosiddetti “ribelli” (alle cronache sono passati nomi pittoreschi quali “Battaglione San Giorgio” e “Brigata Gesù Cristo”).
È probabile che dopo le mattanze, le crocifissioni e le decapitazioni, qualche cristiano si sarà riscoperto “lealista”, ma nonostante ciò molte altre comunità hanno continuato a resistere e contro al-Qaeda e contro i governativi (a volte anche a fianco dei curdi).
Sono storie che tuttavia non ci vengono raccontate, per il semplice motivo che non è conveniente farlo: ma a quelli che seguitano a strumentalizzare il ruolo di tali minoranze, consigliamo (ovviamente solo se in buona fede) di andarsi a rileggere Tucidide, almeno le pagine dove descrive la feroce dinamica con cui la guerra civile obbliga a stare da una parte o dall’altra. Sono considerazioni ancora attualissime, che al di là dei dilemmi morali dovrebbero far ripensare la questione soprattutto dal punto di vista “tecnico”; ovvero: quando l’avversario ti impone di scegliere tra lo sterminio e la lotta, quale sarebbe la reazione consigliata dai giudeo-cristiani à la Cruz? Se genocidio deve essere, per il bene d’Occidente o d’Israele, che almeno concedano alle vittime la qualifica di “martiri”, piantandola per una volta di oltraggiarne la memoria.

mercoledì 12 aprile 2017

Vladimir Putin a capo dell’“esercito di stupratori”

La polemica sull’Armia gwałcicieli, l’“esercito di stupratori” sovietici che durante la Seconda guerra mondiale violentò centomila donne polacche, torna periodicamente nel dibattito pubblico nazionale.
L’ultimo caso in ordine di tempo è stato sollevato dalla rivista “Historia bez cenzury” (aprile 2017), che ha messo in copertina un soldato dell’Armata Rossa dai tratti incredibilmente simili a quelli di un noto politico russo contemporaneo:


La scelta ha ovviamente un po’ indispettito i kacapy, ma in realtà l’editoriale non aggiunge granché alla polemica: si ricorda la scultura Komm Frau di uno studente dell’Accademia delle Belle Arti, che ritrae una donna incinta violentata da un soldato russo mentre le punta una pistola in bocca, esposta nel 2013 nella strada principale di Danzica ma rimossa immediatamente dalle autorità polacche (che arrestarono pure l’artista); vengono anche rievocati il film Una donna a Berlino del 2008, basato sull’omonimo memoriale, che racconta gli stupri di massa nella Germania occupata dai russi, e la serie televisiva Le nostre madri, i nostri padri, in italiano incomprensibilmente tradotta col titolo di Generation War (?). Tra le testimonianze più conosciute di quel periodo, si cita quella di Hannelore, prima moglie di Helmut Kohl, a dodici anni stuprata ripetutamente dagli uomini dell’Armata Rossa (che poi la gettarono da una finestra) e morta suicida nel 2001.

Infine, in cauda venenum, si avanza una delle accuse più disonorevoli per l’esercito sovietico, ovvero quella di aver violentato le donne polacche non per vendetta (come fecero, oltre che con le tedesche, con le estoni, le lituane, le ungheresi, le romene, le cecoslovacche), ma come “risarcimento” per l’impegno messo nel “liberare” il Paese.

I russi, non potendo contestare più di tanto certe accuse (anche se negli ultimi anni ci sono stati tentativi di revisionismo), si impuntano non a torto sull’utilizzo di un’immagine ispirata direttamente dalla propaganda nazista:

“Volete che questo accada alle vostre donne e figlie?
Combattete con tutte le forze contro il bolscevismo!”
In verità non è la prima volta che accadono questo tipo di “incidenti”, e presumibilmente non sarà nemmeno l’ultima. Un criterio che dovrebbe essere riconosciuto e rispettato da entrambe le parti è quello stabilito dal regista cinese Mou Tun-fei, che al suo Men Behind the Sun, una pellicola splatter sui tragici esperimenti condotti sulla popolazione dagli occupanti giapponesi durante la Seconda guerra mondiale, pose in esergo il motto Friendship is friendship; history is history, in risposta al governo cinese che voleva censurarlo per non compromettere i rapporti con Tokyo. 
L’amcizia è amicizia, la storia è storia: solo così forse potremmo sperare di risvegliarci da quell’incubo che continuiamo appunto a chiamare storia.

mercoledì 5 aprile 2017

Mani macchine armi pronte (Giampaolo Pansa)

«Volete sapere come vedo io il nostro futuro politico? Provo a spiegarlo, anche se qualcuno la riterrà una previsione troppo nera. L’unica strada utile che ci resta è quella di un governo tecnico, un insieme di galantuomini non legati ai partiti in grado di affrontare i rebus irrisolti che angustiano l’Italia del 2017. Senza soccombere alle pretese della Casta politica che farà di tutto per non essere messa da parte. Il Parlamento deve restare sovrano, ma per ottenere un minimo di rispetto deve a sua volta rispettare l’impegno dei personaggi senza tessera che il Presidente della Repubblica avrà scelto per affidargli un compito tra i più difficili e ingrati.
Desidero essere esplicito, a costo di venire considerato un ultrà del pessimismo. Al di là di una compagine di super tecnici e del suo eventuale fallimento, esiste soltanto un governo dei militari. Presieduto da un generale dell’Arma dei carabinieri o della Guardia di finanza. Con i paracadutisti a proteggere i ministeri, minacciati dagli uomini bomba del Califfato nero.
Vogliamo correre questo rischio? Spero di no.» 
(Giampaolo Pansa, L’Italia non c’è più, Rizzoli, Milano, 2017, p. 12)

martedì 4 aprile 2017

Se venissero i russi...


La tendenza a incolpare gli hacker o i servizi segreti russi per qualsiasi cosa, dalla vittoria di Trump al terrorismo in Europa, si è ormai consolidata; era prevedibile che anche per l’attentato alla metropolitana di San Pietroburgo la stampa suggerisse immediatamente la tesi dell’auto-attentato.

Russia Today” in poche ore ha infatti raccolto decine di insinuazioni complottistiche da parte di importanti opinionisti inglesi e americani. Se dovessimo aggiungere quanto scritto da “Corriere” e “Repubblica” negli ultimi mesi, la lista si allungherebbe a dismisura: anche nei confronti di quest’ultima strage, il quotidiano di Via Solferino non ha perso occasione per alludere a una fantomatica “strategia della tensione” architettata da Putin allo scopo di sedare le opposizioni («Nella stagione delle molte verità c’è spazio anche per questa», commenta il giornalista che si è sentito in dovere di riportarla).

In realtà, se non si fosse presentata la possibilità di strumentalizzare l’attacco, è probabile che i cosiddetti media lo avrebbero snobbato come hanno fatto negli ultimi decenni (nonostante le centinaia di morti causate dal terrorismo in Russia), oppure addirittura elogiato in quanto “giusta ritorsione” per l’intervento di Mosca in Siria (come con l’omicidio dell’ambasciatore ad Ankara).

Ad ogni modo, certe reazioni ci confermano un’impressione nutrita da tempo, ovvero che il complottismo è ormai definitivamente sdoganato e il debunking è passato di moda.
Al mainstream ora interessa sfruttare la forma mentis a proprio vantaggio: il complottismo diventa quindi l’ultimo “ismo” a cui affidarsi per combattere altri “ismi” giudicati più pericolosi, come il populismo o il protezionismo (anche l’illuminismo però se la passa male).

Non si può infatti continuare a dar la colpa ai “cattivi” (i razzisti, gli ignoranti, i fobici) perché poi la gente corre a votarli; bisogna invece trovare un nemico adatto per ogni occasione. Affidarsi a un rivale già collaudato come Mosca è una conseguenza piuttosto ovvia: basta cambiar le vesti dell’“Orso” dal rosso al nero, per riportare in auge senza problemi le paranoie da Guerra fredda.

Nella prospettiva europea, per esempio, l’insistenza su un onnipotente KGB 2.0 (o 4.0) responsabile di tutte le sciagure che accadono nel mondo si rivelerà decisamente utile, una volta crollato il “sogno”, a spiegare l’avanzata dei cosiddetti “populismi” come un complotto dell’Internazionale Nera in combutta con Putin per distruggere la democrazia, la pace, l’Europa e la libertà (la tesi peraltro è già stata avanzata, tra i tanti, dal néo-con Pascal Bruckner, sempre sul “Corriere”: «I servizi russi hanno interesse a spingere Marine Le Pen. Non sarei sorpreso se gli attentati si moltiplicassero»).


Possiamo en passant riconoscere, con un po’ di polemica, quanto il complottismo si sia rivelato un’arma a doppio taglio per entrambi gli “schieramenti”: i debunkersfilo-americani devono adesso trasformarsi in conspiracy theorists anti-russi, mentre i complottisti dell’informazione “alternativa” sono costretti a improvvisarsi sbufalatori in difesa di Putin.

Tuttavia, non è questa la preoccupazione più grande. Ciò che dovrebbe allarmare è il modo in cui una certa idea di Russia, sedimentata nell’inconscio collettivo, venga sfruttata per scopi tutt’altro che democratici. Si può notare tale andazzo anche nelle piccole cose: per esempio, le ultime proteste anti-Putin capitanate da un tipo poco raccomandabile come tale Navalny (tutto fa brodo), sono state usate per giustificare a posteriori la militarizzazione di Roma per le celebrazioni del sessantesimo anniversario dei trattati europei, quasi a dire “Non lamentatevi, sennò arriva Putin”.

È un completo ribaltamento dell’Adda venì Baffone, che al pari della profezia sui cavalli cosacchi assetati, servì anche in senso “progressista”, considerando il modo in cui certe suggestioni si imposero a livello politico indipendentemente dalla realtà effettiva dell’Unione Sovietica.
A tal proposito mi torna in mente un dialogo in versi tra un latifondista e un contadino, “Se venessero i russi” di Cesare Chiominto: il pericolo è che appunto tali fascinazioni risorgano nella prospettiva di un’Unione Sovietica “di destra”, evocata dall’odierno Signor Patro’ per sopprimere qualsiasi forma di dissenso a Roma come a Bruxelles e a Parigi come a Berlino.
Caro Rosario
Che t’hai messo in testa
Ca se venno i compagni co’ Baffone
Come che dite voi è sempre festa
Manco ’l giorno ’lla prima comminione?
Rosario,
non sai manco mesa messa
Quelli so’ gente che Dio scampa e libbera
Abbituati a fa’ ’l popolo fessa
E a pesatte lo pane a oncia e a libbera.
Se uno ci ha un levito, te lo prenteno
Te prenteno la vigna pure privita
Ca quelli le ragioni non le ’ntendeno
Te prenteno la casa, la bestiame, i quadrini
Le figlie giovanotte e le galline, i commedi e le rame
Come farai se veo ssi farusei?
Signor Patro’
Ma siccome farai Lei!

lunedì 3 aprile 2017

Oiropa (Una certa idea del Nord)

Merkel nemico pubblico(manifesto ad Atene)
Credo di conoscere bene il milieu dal quale sorge la mitologia filo-alemanna nazionale, avendo fatto sin da fanciullo la spola tra due lande le più “germanofile” d’Italia, la Brianza e il Salento, luoghi di perdizione da dove piccoli artigiani leghisti e vecchi emigranti meridionali contribuirono ad alimentare le leggende di una terra senza cartacce per terra, una burocrazia che fa i mestieri di casa, una nazione di scuole eccellenti e ampi parcheggi. La famigerata “egemonia culturale tedesca” alla fine si riduce proprio a questo, all’aria di superiorità rustica e provinciale del padroncino comasco o del manovale leccese, due categorie che per giunta si guardano bene dall’invitare gli omologhi ad ascoltare musica tedesca o interessarsi agli sceneggiati televisivi teutonici (per non dire della gastronomia).

Non so se anche negli altri Paesi dell’Unione (specialmente tra i “PIIGS”) serpeggino siffatti scampoli di ideologia, ma nel caso italiano emerge nitidamente come, per un breve periodo, l’antipolitica, l’“europeismo” (cioè il nordeuropeismo), il Selbsthass e l’antistatalismo si saldarono in una richiesta (non troppo implicita) di annessione.
Il leghismo degli albori, per esempio, aveva tutte le caratteristiche del Los-von-Rom: al principio degli anni ’90 Bossi minacciò persino di realizzare la Riforma in Italia, ispirandosi «alla vicina Germania, alla Svizzera, ai civilissimi Paesi protestanti che credono in Dio e in Gesù Cristo ma non riconosco l’autorità del papato» (Vento dal Nord, Sperling & Kupfer, Milano, 1992, p. 190).
Una sparata, tra le tante, che testimonia una stagione politica ormai irrimediabilmente chiusa, non tanto per colpa degli italiani (che in otto anni di recessione su sedici di Europa hanno dato anche troppo), ma a causa dell’incapacità tedesca di governare un’unione politica senza schiacciare e depredare i comprimari, o perlomeno di farlo premurandosi di imporre una propria “cultura” in modo egemonico, uno straccio di Kultur con cui nascondere una Zivilisation da bottegai.
Son fatti così, i tedeschi: sarà colpa del Faust o della particolare conformazione geografica, ma è un dato di fatto che questa nazione non ha mai imparato a gestire le proprie aree d’influenza, le quali non coincidono affatto con il Lebensraum (come sa bene Albione).

Il caso della Grecia è forse anche più “esemplare” di quello italiano: indipendentemente dalle proprie opinioni sulla moneta unica, è difficile sostenere che i modi in cui sono stati tamponati i problemi di Atene possano considerarsi legittimi, da una prospettiva non dico morale, ma almeno politica ed economica. Per sostenere un’idea economicamente irrazionale, quale è l’euro, Berlino avrebbe infatti dovuto farsi totalmente carico di Atene. Invece, come qualcuno ricorderà, i tedeschi posero i greci di fronte a un’aporia (απορία): Anschluss Grexit. Il noto Schäuble ebbe l’ardire di proporre quest’ultima soluzione, ben sapendo che la Grecia non avrebbe mai accettato di abbandonare il simbolo della “europeizzazione” promessa in cambio dell’annessione economica: è stata, quella, un’ulteriore dimostrazione della miopia della leadership tedesca, che dopo aver proclamato il dogma dell’irreversibilità, credette di cavarsela così a buon mercato. E il fatto che poi, a causa dell’intervento diretto dell’amministrazione Obama, non siano riusciti ad andare fino in fondo né con una né con l’altra soluzione, è la prova definitiva che Berlino difetta dell’autorità necessaria per imporsi a livello continentale.

Ricollegandomi alle “fantasie di germanizzazione” di cui sopra, ricordo un aneddoto personale: al principio dell’apocalisse ellenica, conobbi una greca sui trent’anni, sicuramente simpatizzante di destra, una di quelle (non rarissime) che chiamano Istanbul Costantinopoli e la Macedonia Fyrom (o non la chiamano affatto), la quale faceva dei discorsi assai interessanti sulla Germania: ne riconosceva la protervia e l’iniquità, ma al contempo credeva che si potesse giungere a una combine, portandomi a esempio una delle più importanti vinerie greche, la Achaia Clauss di Patrasso, che, essendo stata fondata da un tedesco e visitata da Bismarck, venne risparmiata dai nazisti quando invasero il Paese. Probabilmente all’epoca (circa due anni fa) non era l’unica sciovinista convinta che sarebbe bastato far passare Platone per un ariano e recitare qualche verso di Hölderlin per accattivarsi le simpatie dei tedeschi; anzi, credo che tale “candore quislinghiano” fosse condiviso dalla stessa Alba Dorata (che poi ha, opportunamente e opportunisticamente, corretto la rotta).

Oggi che la “voglia di Nord” pare estinta nei cuori degli autoctoni (siano essi politici leghisti, idraulici polacchi, scrittori ungheresi o neonazisti ucraini), ecco l’ultima trovata propagandistica di Merkel e compari: la Willkommenskultur (ovvero accogliere gli immigrati alla stazione tra gli applausi). Finalmente, dopo anni di sfiducia, la promessa di “arianizzazione” torna ad avere senso grazie ai siriani che mostrano orgogliosi la foto della Cancelliera o alle centinaia di africani che, sbarcati in Italia e in Grecia, aspettano soltanto di raggiungere Berlino, Stoccolma, Vienna o Helsinki.
Eppure anche questa mutazione terminale del “nordismo” cova in sé la catastrofe. Mi riferisco in particolare alle ultime dichiarazioni del solito Schäuble (sempre un’ottima fonte), il quale è riuscito a porre il problema immigratorio in termini di rigenerazione razziale:
«L’isolamento ci distruggerebbe, facendoci degenerare nella consanguineità. Per noi, gli immigrati islamici in Germania sono un arricchimento alla nostra apertura e diversità. Guardate alle terze generazioni dei turchi, specialmente le donne! Qui c’è un enorme potenziale innovativo!» (sì, lo ha detto sul serio)
Non è la solita reductio ad Hitlerum (questa volta auto-inflitta) ma, in modo più complesso, anche una manifestazione di quel germanesimo segreto esplorato da Furio Jesi, che nel 1975 scriveva:
«Fin dai primordi dell’etnologia o dell’etnografia moderne, lo studioso si è accostato alle credenze e alle esperienze esoteriche dei cosiddetti “primitivi” con l’intenzione […] di conoscere gli aspetti più segreti di forme di vita collettiva diverse da quelle europee, e spesso con il proposito o la speranza di contribuire così a una sorta di rigenerazione della socialità del proprio gruppo, alla scoperta o alla riscoperta di potenzialità umane latenti» (cit. in E. Manera, Furio Jesi. Mito, violenza, memoria, Carocci, Roma, 2012, p. 93).
L’ultima ratio del “nordismo” come ideologia è quindi quella di convogliare nel proprio tessuto sociale masse di “selvaggi”, con la speranza di una palingenesi biologica e sociale (se non culturale). Nel caso della Germania, tale deriva diventa minacciosa quando consente il riemergere della figura del “buon Hans” che si sacrifica ritualmente per il futuro della patria (ne parla sempre Jesi in Cultura di destra, Nottetempo, Roma, 2011, p. 97), uno stereotipo dalle sgradevoli affinità con quello dell’“europeista” odierno, che mette in atto una specie di auto-genocidio a scopi propiziatori, un rito di fertilità per tenere ancora in piedi un sistema economico agonizzante (anch’esso innalzato su immagini archetipiche antiche e nuove).

La verità è che l’unico “Nord” dignitoso è quello in cui si realizza un giusto equilibrio tra storia, cultura, etnia e geografia: non ci si può autoproclamare come tale e attendere di trasformarsi in un luogo eletto. Altrimenti, l’unico esempio valido sarebbe quello della Corea del Nord, visitata recentemente proprio da Salvini in compagnia del senatore Razzi, due esponenti di quella connection leccese-brianzola di cui si discuteva all’inizio: non a caso il politico abruzzese, da bravo “terrone” (lato sensu) ha riconosciuto nella Repubblica Popolare una “Svizzera d’Oriente”, mentre il leader leghista ha trovato particolarmente attraenti proprio i lati “terronici” del regime, dichiarando la sua ammirazione per «il senso di comunità splendido, tantissimi bambini che giocano in strada e non con la playstation, un grande rispetto per gli anziani, cose che ormai in Italia non ci sono più». Dal che si evince che nemmeno Pyongyang rispetta i criteri minimi di nordicità stabiliti nella Venezia del ’700, quando fu proibito di giocare al balon per strada (ma la propaganda nordcoreana lasciava già intuire un immaginario dominato da motivi tipicamente “sudisti” come la spacconeria, il vittimismo e lo sciatto utilitarismo).

La catastrofe alla fine travolgerà tutti i “Nord” che abbiamo imparato ad amare: non soltanto quella parte di Corea che probabilmente farà da capro espiatorio nella contesa sino-americana, ma anche la “parte alta” del Vecchio Continente, al quale il Nord più a Nord di tutti, ha dichiarato guerra (per ora solo commerciale). Una nota di speranza è nelle previsioni dell’analista americano di origine indiana (o indoarianaParag Khanna, secondo le quali tra qualche decennio, grazie ai cambiamenti climatici, la popolazione che abita oltre il circolo polare artico si centuplicherà, le nuove capitali del mondo diventeranno Vancouver, Oslo, Vladivostok, e una Groenlandia indipendente riuscirà a coniugare il clima scandinavo e le virtù teutoniche con una capacità energetica di stampo “saudita”: l’ultima Thule per vetero-leghisti, svizzero-abruzzesi e arabo-africani?