sabato 29 aprile 2017

Ai limiti del traducibile. La zoologia fantastica e le nostre canzoni preferite

Scopro ora che non esiste una traduzione inglese di Supergiovane di Elio E Le Storie Tese: sarebbe facile cavarsela con una trasposizione letterale, tuttavia credo che senza alcun apparato critico e filologico il pezzo rischierebbe di generare numerosi equivoci. In particolare risulterebbe perturbante la comparsa improvvisa del Catoblepa, creatura leggendaria la cui presenza viene “ufficialmente” giustificata con la necessità di trovare una rima per le Tepa.


L’altra sera, meditando sulle opere del poeta Pasquale Panella, con la complicità di un virus intestinale che mi ha impedito di fare alcunché, al di là di struggermi sulla vacuità dell’esistenza, ho finalmente individuato, per l’avanguardia che egli vorrebbe rappresentare, una definizione incontestabile (ricordo che lo stesso Panella espresse indirettamente il desiderio di essere etichettato: «Mi dicono che sono orfico, ermetico, dadaista, ma storicamente non posso esserlo, se lo volessi dovrei andare a cena con Tzara. Mi chiamano così perché non hanno una parola di nuovo conio»).
Ecco, Panella è un preterintenzionalista. Lasciando da parte eventuali risvolti giuridici, ciò a cui mi riferisco è una sorta di surrealismo o dadaismo o ermetismo dal taglio umanistico, nel senso che nel realizzarsi pone al contempo la necessità di essere interpretato e compreso. A differenza dell’art pour l’art, il preterintenzionalismo ha dunque uno scopo: suscitare una richiesta di senso. Se non fosse così, non si spiegherebbe, giusto per rimanere sul “caso” Panella, la smania esegetica che pervade gli appassionati del secondo Battisti, i quali sono lungi dall’adattarsi a una lettura “estetizzante” di quei testi.

Tornando a Elio e le Storie Tese, non penso che il loro stile possa essere definito preterintenzionalista; tuttavia è difficile negare che la loro opera non si presti anche a una lettura di questo tipo. Per esempio, la figura del Catoblepa rimanda al neologismo creato da Raffaele Mattioli nel 1962, catoblepismo, per indicare il circolo vizioso tra politica e finanza. Considerando che il Supergiovane combatte, oltre i matusa, soprattutto il governo, la sua relazione col Catoblepa a questo punto risulta enigmatica: com’è possibile che uno dei “giovani” condivida, almeno nel nome, una delle caratteristiche tipiche del governo? Ci troveremmo di fronte a un mimetismo dai tratti mostruosi...
Per sciogliere la tensione, riportiamo la pacifica definizione di “Catoblepa” contenuta nel Manuale di zoologia fantastica del Borges:
Plinio (VIII, 32) narra che ai confini dell’Etiopia, non lontano dalle fonti del Nilo, abita il catoblepa, “fiera di media statura e andatura pigra. La testa è di peso considerevole, e l’animale fa molta fatica a portarla; la tiene sempre chinata a terra. Se non fosse per questa circostanza, il catoblepa annienterebbe il genere umano, perché qualunque uomo gli vede gli occhi, cade morto”.
Catoblepas, in greco, vuol dire “che guarda in basso”. Cuvier stimò che fosse stato ispirato agli antichi dallo gnù (contaminato col basilisco e con le gorgoni). In una delle ultime pagine della Tentazione di Sant’Antonio si legge:
«Il catoblepa (bufalo nero, con una testa di maiale che gli ciondola fino a terra, attaccata com’è alle spalle mediante un collo sottile, lungo e floscio come un budello vuoto. Sta appiattato nel fango, le zampe appena visibili sotto la gran criniera di peli duri che gli copre il muso):
– Grosso, melanconico , fosco, me ne sto sempre così: a sentire sotto il ventre il tepore del fango. Ho la testa così pesante che m’è impossibile tenerla alzata. La muovo lentamente attorno, e, a mascelle socchiuse, strappo con la lingua le erbe velenose inumidite dal mio fiato. Una volta, mi sono divorato le zampe senza accorgermene.
– Nessuno, Antonio, m’ha visto mai gli occhi; o chi li ha visti è morto. Se alzassi le palpebre, queste mie palpebre rosate e gonfie, tu moriresti all’istante».
Ora, una lettura preterintenzionalista si imporrebbe altresì quando, in una canzone straniera, magari in una lingua che ancora non conosciamo, ci s’imbatte in un’altra creatura fantastica.
In uno dei classici della ricerca logodromica, che si impose come ascolto obbligato agli albori dei nostri studi in lingua polonica, Euforia di Pawbeats (con Quebonafide e Kasia Grzesiek), nel susseguirsi frenetico e soverchiante di rime fa capolino l’Uroboro, la cui presenza allietò i giovani giorni in cui non si masticava una parola di polacco, quasi come un caro animaletto pronto ad accogliermi al ritorno a casa.


…Blizny nie bolą, życie to uroboros, tu początek jest końcem…
«Le cicatrici non fanno male, la vita è un uroboro, dove l’inizio è la fine»


Il testo (qui una traduzione in inglese), nel quale sostanzialmente si discute di amore e droga, cioè amore e morte (connubio abusato, sul quale non val la pena spendere una parola), contiene tuttavia riferimenti complessi, tra il colto e il popolare, che per chi è alieno alla contemporaneità probabilmente sfuggirebbero anche nella propria lingua.
Per riprenderci ancora una volta dall’ennesimo scacco euristico, torniamo al Manuale di zoologia fantastica del Borges (voce “Uroboros”):
Adesso l’Oceano è un mare o un sistema di mari; per i greci, era un fiume circolare che contornava la terra. Tutte le acque fluivano da esso, ed esso non aveva foce né fonti. Era anche un dio o un titano, forse il più antico, perché il Sonno, nel libro XIV dell’Iliade, lo chiama origine degli dèi; nella Teogonia di Esiodo è il padre di tutti i fiumi del mondo, che sono tremila, e la cui lista s’apre con l’Alfeo e col Nilo. Un veglio dalla barba copiosa era la sua personificazione abituale; dopo secoli, l’umanità trovò un simbolo migliore.
Eraclito aveva detto che nella circonferenza il principio e la fine sono un solo punto. Un amuleto greco del secolo III, conservato nel Museo Britannico, ci dà l’immagine che meglio può illustrare questa infinitezza: il serpente che si morde la coda, o, come dirà acconciamente Martinez Estrada, “che comincia alla fine della coda”. Uroboros («che si divora la coda») è il nome tecnico di questo mostro, di cui poi gli alchimisti fecero spreco.
La sua comparsa più famosa si ha nella cosmogonia scandinava. Dall’Edda in prosa, o Edda Minore, risulta che Loki generò un lupo e un serpente. Un oracolo avvertì gli dèi che queste creature sarebbero state la perdizione della terra. Il lupo, Fenrir, fu messo a una catena forgiata con sei cose immaginarie: il rumore del passo del gatto, la barba della donna, la radice della roccia, i tendini dell’orso, l’alito del pesce e la saliva dell’uccello. Il serpente, Jörmungandr, “fu gettato nel mare che circonda la terra; e nel mare è talmente cresciuto, che adesso anche lui circonda la terra, e si morde la coda”.
Nello Jötunheim, o dimora dei giganti, Utgarda-Loki sfida il dio Thor a sollevare un gatto; il dio, impiegando tutta la sua forza, appena riesce a sollevargli di poco una zampa; il gatto è il serpente. Thor è stato ingannato con arti magiche.
Quando giungerà il Crepuscolo degli Dèi, il serpente divorerà la terra, e il lupo il sole.
Affrontiamo infine la fiera più estrema della nostra serie, la Manticora. Ci introduce al suo cospetto Ile mogłem [“Quanto potrei”], il capolavoro di Quebonafide (con K-Leah): lo stesso bardo che pochi mesi prima aveva invocato l’Uroboro, ora pone la fatale sfinge a guardia di un tour de force linguistico e semantico, questo sì intraducibile nei suoi arcani rimandi a una quotidianità polacca che sfortunatamente ci è inaccessibile.
Dopo l’attacco “In questo business faccio la parte del leone, Manticora…” ecco che incrociamo una “giacca Burberry su misura” [marynarę Burberry na miarę], un profumo Herrera [zapach Herrery], un “orologio Beurer” [Zegarek od Beurera], che sarebbe un sensore di attività elettronico (cioè un cardiofrequenzimetro per il fitness) e altre cose leggere e vaganti che non siamo in grado di afferrare…


(A partire da 1:40; si consiglia la visione integrale del video, girato tra Malta e Berlino):
…Ten biznes ma moją lwią część; mantykora
Skojarz, od zawsze postęp to logos
Od za małej bluzy z za dużym logo
Po luksusową marynarę Burberry na miarę, zapach Herrery
Zegarek od Beurera, bangery od Raya i Cher i cheri lady…

Anche qui, per recuperare la serenità e tornare a una dimensione a noi più consona, chiamiamo in causa Borges per l’ultima volta (voce “Manticora”):


Plinio riferisce che secondo Ctesia, medico greco di Artaserse Mnemone, “c’è in Etiopia un animale chiamato manticora, il quale ha tre ordini di denti connessi come quelli d’un pettine, faccia e orecchie d’uomo, occhi azzurri, corpo cremisi di leone, e coda terminante in aculeo come di scorpione. Corre con una somma rapidità ed è amantissimo della carne umana; la sua voce è come un concerto di flauto e tromba”.
Falubert ha migliorato questa descrizione. Nelle ultime pagine della Tentazione di sant’Antonio si legge:
«La manticora (gigantesco leone rosso, dal volto umano, con tre filari di denti):
– I marezzi del mio pelame scarlatto si confondono col riverbero delle grandi sabbie. Soffio dalle narici lo spavento delle solitudini. Sputo la peste. Mangio gli eserciti, quando s’avventurano nel deserto.
– Ho le unghie ritorte a succhiello, i denti tagliati a sega; e la mia coda roteante è irta di dardi che lancio a destra, a sinistra, in avanti, in dietro. Guarda! Guarda!
(la manticora lancia le spine della coda, che si irradiano come frecce in tutte le direzioni. Gocce di sangue piovono schioccando sul fogliame)».
Così si conclude questa retrospettiva sulla necessità non tanto di tradurre, quanto di interpretare e, se è possibile, comprendere: come sempre, a giungerci in soccorso, oltre a ecolalie, pareidolie e glossolalie, i cari vecchi archetipi che accompagnano da millenni la nostra avventura umana.

giovedì 27 aprile 2017

I diritti degli ermafroditi nel XVII secolo

«Nel 1692 un avvocato della camera elettorale del Brandeburgo, certo Jakob (sic) Möller, pubblicò un “Discorso sui diritti sessuali degli ermafroditi” [Discursus Duo Philologico-Juridici, Prior De Cornutis, Posterior De Hermaphroditis].
Stampato da Zeitler, a Francoforte sull’Oder, l’opuscolo ebbe un notevole successo per quasi vent’anni. E a ragione perché nella cultura europea mancava ancora un compendio della materia medica e giuridica ad uso degli uomini di legge. Il testo si presenta infatti come un’esposizione delle migliori ricerche cliniche condotte in funzione del lavoro che si svolge nei tribunali di fronte ai casi d’ambiguità dell’apparato genitale e come una silloge delle più importanti tesi giuridiche proposte durante il XVII secolo da chi operava nel campo del diritto.
[…] [Il merito del testo fu] quello di far discutere anche dai protestanti un quesito che sembrava moralmente improponibile alla cultura riformata: “Il matrimonio tra due persone perfettamente bisessuali rende lecito l’uso reciproco dei corpi con l’uno e l’altro organo genitale?”»
(V. Marchetti, “Problemi d’un giurista tedesco del XVII secolo”, in Paesi di cuccagna e mondi alla rovescia, cur. V. Fortunati e G. Zucchini, Alinea, Firenze, 1989, pp. 223-225)
È singolare che uno storico abbia preso sul serio un discorso Sui cornuti e gli ermafroditi: forse proprio perché troppo serio per capire che si tratta di una satira tardosecentesca, una caricatura dei barocchismi ispano-gesuitici da parte di un avvocato brandeburghese protestante?

Il buon Jacob Möller (-1693) sta infatti rabelaisianamente parodiando un testo del giurista Matheu y Sanz (Tractatus de re criminali) col quale pochi anni prima era stata proclamata la liceità del matrimonio tra due “ermafroditi perfetti”, quei casi rarissimi in cui entrambi i soggetti avessero gli organi maschili e femminili completamente sviluppati e in grado di fecondare.

In effetti il Marchetti sembra intuire che il Möller non sta facendo proprio sul serio, ma rimanda i dubbi alla cultura protestante di riferimento, la quale «invece di intravvedere nello “scandalo” intellettuale del penalista spagnolo i primi segni d’una volontà di trasformazione delle idee sul controllo delle sessualità, vi aveva forse scorto le stigmate della corruzione esistente in materia di costumi sessuali nel mondo cattolico».

Invece è proprio questo il punto: oggi diremmo che il Möller sta “trollando” il suo collega valenciano, simulandone l’acribia nell’affrontare casi estremi e suggestivi (come il “triangolo” tra un ermafrodita perfetto che sposa contemporaneamente una donna e un uomo, oppure la fecondazione simultanea tra due ermafroditi che ignoravano la loro “ambivalenza” prima di sposarsi), per poi decretarli a seconda delle circostanze contrari al diritto positivo (ma almeno non passibili della pena capitale), oppure leciti e conformi al diritto naturale.

Un altro bersaglio del Möller è l’archiatra pontificio Paolo Zacchia (1584–1659), del quale parodia le quaestiones con consigli del tipo “non sposatevi coi castrati” («Cum spadonibus et eunuchis matrimonium non est contrahendum»).

Tra le trovate dell’avvocato tedesco, c’è anche l’istituzione di una commissione permanente per rilasciare certificati agli ermafroditi e controllare il decorso dei loro matrimoni, i quali dovranno essere invalidati qualora nel soggetto osservato una natura sessuale prevalesse sull’altra («Hoc autem ut recte cognoscatur, matrimoniumque legitimum ineatur, ante omnia inspectio requiritur, priusquam Hermaphrodito facultas detur conjugium inire ac nuptias contrahere, ut nempe quis sexus praevaleat»).

Secondo Möller, l’ermafrodito “incerto” andrebbe comunque battezzato come maschio, poiché la perfezione umana tende al maschile (le femmine essendo solo dei “maschi mutilati”), ma se in un secondo momento nel soggetto dovesse prevalere il lato femminile, allora sarebbe necessario una sorta di cambio di sesso “sacramentale”, cioè un nuovo battesimo e un nuovo matrimonio.

Nel corso della lettura sorge il benevolo sospetto che anche il saggio del Marchetti sia a sua volta una burla, dato che è contenuto in una raccolta dedicata ai Paesi di cuccagna e mondi alla rovescia. D’altronde era il 1989, un’epoca in cui il conformismo degli studi di genere non aveva attecchito, e certe trovate erano ancora consentite o perlomeno tollerate. Oggi invece sarebbe obbligatorio prenderlo sul serio, non solo tra gli accademici; a pensarci bene, è quasi un miracolo che non l’abbiano scoperto i chierici moderni, ché sicuramente avrebbero trovato il modo di inserirlo tra i materiali per l’ultimo Sinodo sulla famiglia.

venerdì 21 aprile 2017

Una situazione borgesiana


Tra le pagine di Altre inquisizioni dedicate da Borges a Chesterton, all’improvviso uno sconosciuto: il curatore dell’edizione Feltrinelli, Francesco Tentori Montalto, ha confuso l’Urizen di Blake, il vecchio “demiurgo” della mitologia personale del poeta, con un certo Urizen de Blake, misterioso letterato che avrebbe ispirato addirittura Poe e Baudelaire.

Ecco il passaggio “incriminato” in originale e nella traduzione dell’ispanista:
Poe y Baudelaire se propusieron, como el atormentado Urizen de Blake, la creación de un mundo de espanto; es natural que su obra sea pródiga de formas del horror. 
[«Poe e Baudelaire si proposero, come il tormentato Urizen de Blake, la creazione di un mondo di spavento; è naturale che la loro opera sia prodiga di forme dell’orrore».]
L’ipotesi che si tratti di un refuso non persuade affatto, soprattutto perché nelle numerose ristampe seguite alla prima edizione non è mai stato corretto. Urizen de Blake, del resto, ora esiste: è uno di quegli autori che non sfigurerebbe in qualche volume della indispensabile Encyclopaedia of Tlön, assieme alla ridda di personaggi certamente sorti fra una traduzione e l’altra (a questo punto la curiosità imporrebbe di interessarsi alle recenti trasposizioni in cinese).

Chissà quanti hrönir, quante “creature casuali della dimenticanza e della distrazione” [hijos casuales de la distracción y el olvido] si celano ancora nelle edizioni estoni o coreane. E quante vite potremmo spendere a rintracciarli, se solo oggi fosse ancora possibile aprire squarci sugli universi paralleli senza il ricatto delle fake news. Attualmente, infatti, la moltiplicazione degli hrönir nella noosfera, specialmente a opera di specchi e copule, è considerata il massimo dell’abominio.

Evocare mondi possibili è un modo come un altro per vincere la noia dell’unica militanza blanquista possibile, che è forse il motivo per cui si leggerà ancora Borges tra mille anni: tout ce qu’on aurait pu être ici-bas, on l’est quelque part ailleurs.

Gli universi paralleli, come scrisse il profeta ne L’éternité par les astres (1872), non sono che l’eterno ritorno dell’uguale, che lui aveva intravisto prima e oltre Nietzsche, unendo in un’irripetibile suggestione 2001: Odissea nello spazio e la criogenizzazione, L’invenzione di Morel e la pecora Dolly.

Una noia infinita, appunto, nella quale invece il rivoluzionario francese ritrovava una sorta di epicureismo apocalittico: 
Mais n’est-ce point une consolation de se savoir constamment, sur des milliards de terres, en compagnie des personnes aimées qui ne sont plus aujourd’hui pour nous qu’un souvenir ? En est-ce une autre, en revanche, de penser qu’on a goûté et qu’on goûtera éternellement ce bonheur, sous la figure d’un sosie, de milliards de sosies ? 
(«Ma non è forse una consolazione sapersi continuamente, su miliardi di terre, in compagnia di persone amate che ormai sono per noi soltanto un ricordo? E non è un’altra [consolazione], immaginare che si è provata questa felicità, e ancora la si proverà eternamente, nella fattispecie di un sosia, di miliardi di sosia?»)
Macché... Come si potrebbe sopravvivere a tutto questo (una clonazione dopo l’altra per miliardi di anni fino allo spegnimento del sole, e forse oltre) senza universi paralleli, senza immaginare, per esempio, che un paradosso temporale costringa Napoleone ad affondare una portaerei americana al largo delle coste della Toscana, scatenando così la Terza guerra mondiale (è la trama di uno straordinario racconto di Jean-Jacques Langendorf, “Le sorprese della navigazione”)?

Dubito che nell’eternità si possa andare avanti, se non al ritmo di ucronie e memi; epperò oggi sono le istituzioni stesse a voler mettere a tacere la scienza dei futuribili, con un’indegna ipostatizzazione della verità (Правда, in russo), che ci riporta a tristi tempi in cui l’uomo era costretto a fare letteratura attraverso altri mezzi. A ciò allude lo stesso Borges in numerosi passaggi (vedi ad esempio “I teologi” ne L’Aleph, a proposito delle varie sette eretiche scaturite da un equivoco su un passaggio di Agostino):
Los histriones [...] imaginaron que todo hombre es dos hombres y que el verdadero es el otro, el que está en el cielo. También imaginaron que nuestros actos proyectan en reflejo invertido, de suerte que si velamos, el otro duerme; si fornicamos, el otro es casto; si robamos, el otro es generoso. Muertos, nos uniremos a él y seremos él. (Algún eco de esas doctrinas perduró en Bloy.) Otros histriones discurrieron que el mundo concluiría cuando se agotara la cifra de sus posibilidades: ya que no puede haber repeticiones, el justo debe eliminar (cometer) los actos más infames, para que éstos no manchen el porvenir y para acelerar el advenimiento del reino de Jesús. 
[«Gli istrioni [...] immaginarono che ogni uomo è due uomini e che il vero è l’altro, quello che sta in cielo. Immaginarono anche che i nostri atti generino un riflesso invertito, di modo che se noi vegliamo, l’altro dorme, se fornichiamo, l’altro è casto, se rubiamo, l’altro dà del suo. Morti, ci uniremo a lui, e saremo lui. (Un’eco di tali dottrine perdura in Bloy.) Altri istrioni sostennero che il mondo avrebbe avuto fine quando si fosse esaurito il numero delle sue possibilità; giacché non possono esservi ripetizioni, il giusto deve eliminare (commettere) gli atti più infami, affinché questi non macchino il futuro e per affrettare l’avvento del regno di Gesù.»]
È una deriva pericolosa che andrebbe scongiurata in tutti i modi, se non in nome di Borges, almeno per la situazione borgesiana che si è venuta a creare (anche se, precisamente, questo Borgesian non sappiamo chi sia, ma lo mettiamo comunque accanto a Urizen de Blake).

giovedì 20 aprile 2017

“Un an après l’élection” di Jean-Luc Mélenchon (Francia, 2017)


Tra i registi esordienti francesi che ultimamente ci hanno più convinto, segnaliamo il giovane Jean-Luc Mélenchon (nato a Tangeri nel 1951) che ha appena debuttato con il suo Un an après l’élection, un cortometraggio che accidentalmente funge anche da spot alla sua candidatura alle elezioni presidenziali del prossimo 23 aprile.

Seppur di breve durata (7 minuti), Un an après l’élection presenta una trama complessa e fortemente connotata dal punto di vista sociale. Il film si apre con l’immagine di Karim, un imprenditore di origine magrebina che grazie la sua cooperativa può coltivare e distribuire frutta e verdura al 100% biologiche, mentre è intento a rifornire il locale di François, gestore illuminato che grazie alla transition écologique ha permesso che il salario della cameriera Sarah aumentasse considerevolmente.

I personaggi che si alternano nell’evolversi della vicenda sono le classiche maschere della comédie française: c’è Abdullah (“Abdoulaye”), un islamico africano che ha preferito le energie rinnovabili all’Isis; c’è un’altra Sarah, alla ricerca di un lavoro con la consapevolezza che le donne sono pagate meno degli uomini; c’è Fabien, poliziotto di quartiere che da quando è stata legalizzata la cannabis può tranquillamente passare le sue giornate al bar; ci sono infine gli ouvriers transalpini, così pittoreschi e pieni di vita, sempre disposti a godersi un buon bicchiere di vino e un’amichevole chiacchierata sulla superiorità dello stile di vita francese rispetto a tutti gli altri.

Nel pieno rispetto dell’unità di luogo, gli eventi si svolgono tutti all’intero del bistrot, arredato secondo le regole dell’estetica francese riconosciute internazionalmente, quel misto di luce, cibo e convivialità che anche gli italiani hanno imparato ad ammirare a Expo 2015.

Mélenchon vuole raccontare la France insoumise, un Paese che “non si sottomette” alle estetiche straniere, siano quelle del cosiddetto Neuer Deutscher Film o quelle abusatissime di Hollywood – anche se, è giusto ricordarlo, la pellicola ha ricevuto l’endorsement di molte star americane, tra le quali Danny Glover e Mark Ruffalo.

I critici, non del tutto a torto, hanno evidenziato quanto Un an après l’élection abbia poco a che fare con la Francia di oggi: eppure, nonostante il totale distacco dalla realtà, a nostro parere l’opera prima di Mélenchon riesce comunque a esprimere la quintessenza dell’exception culturelle che l’intera Europa riconosce a questa sfortunata nazione.

Ed è qui che si innesta il profondo significato politico del film di Mélenchon: una Francia che, con la sua capacità di mediare tra generi diversissimi come la comédie rurale e la fantascienza, si propone come modello ideale per l’intero continente.

domenica 16 aprile 2017

From Turkey with Love


Sul referendum costituzionale turco solo due parole (anche perché ho già dato per quello italiano): affari loro. Sì, ha vinto Erdoğan (che si pronuncia Erdo’an perché la “g dolce” allunga il suono della vocale precedente), ma le considerazioni che vorrei proporre sono indipendenti dal risultato.

Ho scritto spesso a proposito della Turchia, ma credo che a questo punto sia inutile continuare a controbattere a una stampa, quale quella italiana, che non ha alcun interesse a informare i propri lettori. Negli ultimi giorni infatti non c’è stato un solo giornale che abbia mantenuto un minimo di obiettività nel presentare il referendum: tutti hanno fatto a gara a screditare Erdoğan a prescindere dai contenuti della riforma, e nessun giornalista ha perso un attimo per intervistare un qualsiasi sostenitore delle ragioni del “Sì”.

La cosa non stupisce, però a un certo punto ci si stanca a dover sempre ricorrere a fonti straniere per capire qualcosa di un Paese che non è così diverso dal nostro. Non è entusiasmante doversi continuamente sorbire le sonate al “pedale delle turcherie” dei principali quotidiani, impegnati solo a distorcere l’immagine della Turchia agli occhi degli italiani.

Eppure anche uno come Putin (per non dire di al-Sisi o Assad) ha i suoi difensori d’ufficio (nonostante sia convinto che nessuno di essi sia pagato per esserlo, e potrei confermarlo per esperienza): ciò se non altro consente che persino la grande stampa talvolta esprima giudizi minimamente equilibrati sulla Russia. Con la Turchia, invece, non c’è scampo: sono sempre sarracini, ismailiti, agariti ingovernabili e incontenibili (a meno che non giunga una bella dittatura militare a tenerli a bada).

Allora i casi sono due: o non è importante discutere della Turchia, e quindi sarebbe meglio darle lo stesso peso che normalmente si dà alla Thailandia o al Messico; oppure è importante parlarne, e allora bisognerebbe offrirne una rappresentazione il più possibile obiettiva.

Per esempio, un requisito indispensabile degli “inviati” in Turchia a mio parere dovrebbe essere … la conoscenza della lingua. Sarebbe utile, no? Perché è vero che esistono gli interpreti, ma un giornalista non dovrebbe informarsi anche attraverso i giornali del Paese di cui si occupa? Oppure basta solo scopiazzare dai siti del “Telegraph” o del “New York Times” per avere una visione completa della situazione?
In questi giorni mi sono resto conto che i “nostri inviati” non sono neppure in grado di pronunciare correttamente Evet (“Sì”) e Hayır (“No”) – peraltro la stessa cosa era accaduta col referendum greco.
Non importa, per me potrebbero pure scrivere “Merdoğan” al posto di “Erdoğan”: in cambio sarebbe solo gradita un minimo di professionalità. Per dire: il più importante giornale nazionale (non so per quanto), non può permettersi di confondere aleviti con alauiti (anche perché errori del genere denotano un’incapacità di servirsi persino solo di Wikipedia).

È da tempo che sto considerando l’idea di un sito che raccolga traduzioni di articoli dai principali quotidiani turchi: tuttavia non credo di essere il più atto a dar via a un progetto del genere, per il semplice motivo che nel mio piccolo mi sono ormai fatto la nomea di “erdoganiano”, nonostante la maggior parte delle mie fonti turche sia “kemalista” (loro non si definiscono così, ma d’altronde questo è lo schematismo a cui siamo stati abituati) e io non abbia alcun interesse a difendere il “Sultano” (che non “regnerà” fino a quanto vuole lui, per il semplice motivo che non è un generale golpista né un eurocrate – golpista pure lui, in ultima analisi).

Sono del resto consapevole dell’esistenza di numerosi portali e blog italiani dedicati a Istanbul e dintorni; ciò a cui infatti sto pensando non è un sito che raccolga pareri e opinioni (per quanto autorevoli), ma uno spazio che offra semplicemente traduzioni di articoli turchi. Comprendo che si tratterebbe ancora di un sito di opinioni “reificate” e perciò trasformate in fatti, ma secondo me il problema è proprio questo: manca la “materia prima” su cui ragionare. Perché i limiti, è vero, sono perlopiù culturali, ma è soprattutto la barriera linguistica a rappresentare l’ostacolo più arduo.

Una volta preso atto che i giornali italiani hanno come unico scopo disinformare il pubblico sulla Turchia, credo sarebbe necessario correre ai ripari. Sempre che la cosa interessi, perché, pur non volendo allargare il discorso, dobbiamo evidenziare che nessuno ha più tanta voglia di coltivare sane abitudini (o vizi) riguardo ad alcunché: anche la classe media progressivamente livellata può ormai provare verso la Turchia giusto un tenue impulso di stampo turistico-ricreativo-gastronomico. 
D’altro canto, i sarracini ricambiano col disinteresse nei confronti dell’unico Made in Italy che l’Europa ci lascia produrre –il cibo–, perché la pasta non è halal, il vino è haram, il formaggio “puzza di animale” (cit.) e il pesce e le olive li hanno già. Amano però altre cose dell’Italia: la moda, il calcio, la musica (le donne se le sono già prese secoli fa, quindi lasciamo perdere).

En passant, un giorno sarebbe utile anche capire perché a noi italiani hanno imposto un Kulturkampf contro tutto ciò che è turco. Fino ancora a pochi anni fa la Sublime Porta era considerata un punto di riferimento a “destra” come a “sinistra”. Il fatto che, per esempio, “Islam Punk” dei CCCP citi Istanbul, Smirne e Ankara è qualcosa più di un vezzo: anche Ferretti, come tanti negli anni ’80, fu attratto da una certa idea di islam che oggi «non ha niente a che vedere con quello che l’islam è diventato nel giro di così poco tempo» (così dichiarò in quella storica intervista televisiva). Questo “islam” di cui si parla era precisamente rappresentato dalla Turchia: si trattava di un’ideale «di egualitarismo, di solidarietà comunitaria, di interclassismo multi-razziale, di internazionalismo» (per citare il sociologo Allievi).
Anche sul versante cosiddetto “rossobruno”, almeno fino alla conclusione dell’era Bush, c’erano soltanto elogi non solo per il “ponte eurasiatico” ottomano, ma addirittura per lo stesso Erdoğan: se solo fossimo un po’ più maliziosi, potremmo rispolverare materiale molto interessante. Invece siamo buoni e comprensivi, dunque fingiamo di dimenticare i peana elevati al “Sultano” da parte di chi oggi lo insulta continuamente, ma una volta lo pregava di spazzare via i cattivi kemalisti o addirittura di influenzare la politica “occidentalista” di Putin (“manovrato dagli americani”!). Erano altri tempi, ma spesso viene la tentazione di recuperare qualche articolo, per controbattere con le stesse parole dei “rossobruni” alle panzane che hanno sparato in questi anni sui turchi.

Sempre en passant, un altro tema degno di attenzione, che permette di aggiungere, alla lista di “sinistrati” e “rossobruni”, i “liberali” alla Rutte (che oggi fanno il ruggito del coniglio contro Ankara per strappare qualche voto ai “populisti”), è quello della “Turchia in Europa”. Qualcuno ricorderà quando non si poteva esprimere un solo dubbio sulla questione senza essere travolti dagli anatemi: quelli che imponevano la censura in nome dell’islamofobia o che altro, sono gli stessi che attualmente ripetono ormai a ritmo quotidiano che “La Turchia non può entrare in Europa”. E nonostante si riferiscano eufemisticamente a questa Turchia, non è scontato ricordare che questa Europa, da quando esiste, non ha fatto altro che trattare solo con Erdoğan (che è “nato” prima dell’UE e probabilmente le sopravviverà).

Da una prospettiva più ampia, tutto ciò è sintomo di un rapporto ormai compromesso, che necessita di essere ricostruito anche dal punto di vista culturale. Chiaramente non mi sto candidando a “massimo esperto” di cose turche (eh…), né mi interessa monopolizzare il tema come se fossi l’unico autorizzato a parlarne. Il solo contributo che posso portare è la mia conoscenza della “lingua turchesca”; poi, per il resto, in Turchia non ci sono mai stato dunque lascio ad altri l’ingrato compito di dover parlare della vita vera.
Mi piacerebbe solo contribuire a ridurre l’approssimazione e lo schematismo con cui si discute di questo Paese, un atteggiamento che peraltro viene sempre censurato (non solo dalle rispettive ambasciate) quando coinvolge, per esempio, l’Olanda, il Venezuela, la Cina o la Romania (per non dire Israele!).

Il problema esiste, e anche se non abbiamo a che fare con una vera e propria “turcofobia”, è un qualcosa che le somiglia molto. Quando d’altronde i turchi vengono dipinti come “impalatori” a prescindere, non è soltanto un loro diritto che viene violato, ma anche quello degli italiani a essere informati nella maniera più imparziale e corretta possibile.
Ci vorrà tuttavia del tempo per sviluppare una qualsiasi iniziativa; ogni contributo è a ogni modo ben accolto, a “destra” come a “sinistra”: come al solito, l’invito è sempre quello di superare i paletti (senza rimanerci infilzati).

venerdì 14 aprile 2017

Le minoranze cristiane in Medio Oriente

Chiesa distrutta nel convento
dei santi Sergio e Bacco a Ma'lula (fonte)
Un lettore, indignato dalle continue accuse rivolte alle “minoranze cristiane” mediorientali, mi chiede di scrivere qualcosa sull’argomento: lo ringrazio per la fiducia, ma probabilmente sono meno informato di lui. Tuttavia qualcosa so anch’io, perciò colgo l’occasione per dire due parole sulla propaganda che quotidianamente dobbiamo sorbirci (e che irrita profondamente anche me).

In primo luogo, è noto che le minoranze sotto accusa sono sempre “cristiane”, nonostante in Medio Oriente se ne contino a centinaia, sia “etniche” che “religiose”. È chiaro perché ciò viene fatto: i cristiani sono antipatici, essendo… cristiani, anche se a seconda dei casi diventano scomodi pure gli sciiti e i sunniti, per non dire di yazidi, assiri, drusi, turcomanni e chi più ne ha più ne metta (in Iraq e in Siria ci sono pure gli gnostici mandei).
Gli unici che sembrano suscitare da sempre un’innata simpatia sono i curdi, probabilmente perché sono i migliori alleati di Israele nell’area, pur non essendo affatto più “buoni” o “giusti” o “femministi” degli altri. Chissà se quando avranno creato il loro staterello a immagine e somiglianza di quello sionista, molti degli esagitati sostenitori di oggi cominceranno a darsi una calmata…

Visto che abbiamo citato Israele, arriviamo subito al punctum dolens: una delle calunnie verso i cristiani del Medio Oriente che accomuna (non troppo sorprendentemente) i filosionisti e gli apologeti dell’Isis è quella di “sostenere i dittatori”, con l’implicita accusa, da una parte, di non rifugiarsi sotto le amorevole ali di Israele e, dall’altra, di non farsi macellare in nome della “religione di pace”.

Valga un esempio più di mille parole: nel 2014 l’associazione “In Defense of Christians” organizzò alla Casa Bianca un incontro tra il presidente Obama e cinque patriarchi delle comunità cristiane perseguitate in Medio Oriente (caldei, siro-cattolici, melchiti, armeni e copti). Dopo che a porte chiuse Obama aveva ammesso con gli interlocutori di essere al corrente del fatto che “Assad protegge i cristiani”, in pubblico il famigerato senatore Ted Cruz (il fondamentalista evangelico che ha corso senza successo nelle ultime primarie dei repubblicani) non si fece problemi a prendere a pesci in faccia quelle importantissime personalità religiose. Nel suo discorso, oltre a dimostrare una profonda ignoranza sulla stessa geografia mediorientale mettendo nello stesso calderone l’ISIS e Hamas, l’Iran e Assad, in un eccesso di chutzpà (o hasbarà, dato che è pur sempre uno shabbes goy) accusò neanche troppo larvatamente i patriarchi  di odiare l’America e stare dalla parte di Hezbollah.
In tal caso, lo zelo si spiega con la fede di tanti evangelici americani nel ruolo messianico di Israele (una certo retorica “barbara” accomuna questo fondamentalismo alla forma mentis di chi vorrebbe restaurare un improbabile “califatto”); quelli che però si presentano come analisti obiettivi e razionali, dovrebbero evitare di utilizzare argomenti di tal fatta.

Per esempio, sarebbe auspicabile che si lasciasse cadere l’imbarazzante storiella della “connivenza” con i vari regimi, perché, per dirne una, anche se fino al 2011 la stessa Hillary Clinton definiva Assad un “riformatore” (no, non è una fake news), molti cristiani siriani si unirono comunque alla resistenza senza fidarsi delle “garanzie” provenienti dall’allora amministrazione americana.
Vorrei concludere proprio su questo punto: a dispetto degli schematismi con cui ragionano molti “esperti”, è un fatto che al principio della guerra civile diverse milizie cristiane si schierarono con i cosiddetti “ribelli” (alle cronache sono passati nomi pittoreschi quali “Battaglione San Giorgio” e “Brigata Gesù Cristo”).
È probabile che dopo le mattanze, le crocifissioni e le decapitazioni, qualche cristiano si sarà riscoperto “lealista”, ma nonostante ciò molte altre comunità hanno continuato a resistere e contro al-Qaeda e contro i governativi (a volte anche a fianco dei curdi).
Sono storie che tuttavia non ci vengono raccontate, per il semplice motivo che non è conveniente farlo: ma a quelli che seguitano a strumentalizzare il ruolo di tali minoranze, consigliamo (ovviamente solo se in buona fede) di andarsi a rileggere Tucidide, almeno le pagine dove descrive la feroce dinamica con cui la guerra civile obbliga a stare da una parte o dall’altra. Sono considerazioni ancora attualissime, che al di là dei dilemmi morali dovrebbero far ripensare la questione soprattutto dal punto di vista “tecnico”; ovvero: quando l’avversario ti impone di scegliere tra lo sterminio e la lotta, quale sarebbe la reazione consigliata dai giudeo-cristiani à la Cruz? Se genocidio deve essere, per il bene d’Occidente o d’Israele, che almeno concedano alle vittime la qualifica di “martiri”, piantandola per una volta di oltraggiarne la memoria.

martedì 4 aprile 2017

Se venissero i russi...


La tendenza a incolpare gli hacker o i servizi segreti russi per qualsiasi cosa, dalla vittoria di Trump al terrorismo in Europa, si è ormai consolidata; era prevedibile che anche per l’attentato alla metropolitana di San Pietroburgo la stampa suggerisse immediatamente la tesi dell’auto-attentato.

Russia Today” in poche ore ha infatti raccolto decine di insinuazioni complottistiche da parte di importanti opinionisti inglesi e americani. Se dovessimo aggiungere quanto scritto da “Corriere” e “Repubblica” negli ultimi mesi, la lista si allungherebbe a dismisura: anche nei confronti di quest’ultima strage, il quotidiano di Via Solferino non ha perso occasione per alludere a una fantomatica “strategia della tensione” architettata da Putin allo scopo di sedare le opposizioni («Nella stagione delle molte verità c’è spazio anche per questa», commenta il giornalista che si è sentito in dovere di riportarla).

In realtà, se non si fosse presentata la possibilità di strumentalizzare l’attacco, è probabile che i cosiddetti media lo avrebbero snobbato come hanno fatto negli ultimi decenni (nonostante le centinaia di morti causate dal terrorismo in Russia), oppure addirittura elogiato in quanto “giusta ritorsione” per l’intervento di Mosca in Siria (come con l’omicidio dell’ambasciatore ad Ankara).

Ad ogni modo, certe reazioni ci confermano un’impressione nutrita da tempo, ovvero che il complottismo è ormai definitivamente sdoganato e il debunking è passato di moda.
Al mainstream ora interessa sfruttare la forma mentis a proprio vantaggio: il complottismo diventa quindi l’ultimo “ismo” a cui affidarsi per combattere altri “ismi” giudicati più pericolosi, come il populismo o il protezionismo (anche l’illuminismo però se la passa male).

Non si può infatti continuare a dar la colpa ai “cattivi” (i razzisti, gli ignoranti, i fobici) perché poi la gente corre a votarli; bisogna invece trovare un nemico adatto per ogni occasione. Affidarsi a un rivale già collaudato come Mosca è una conseguenza piuttosto ovvia: basta cambiar le vesti dell’“Orso” dal rosso al nero, per riportare in auge senza problemi le paranoie da Guerra fredda.

Nella prospettiva europea, per esempio, l’insistenza su un onnipotente KGB 2.0 (o 4.0) responsabile di tutte le sciagure che accadono nel mondo si rivelerà decisamente utile, una volta crollato il “sogno”, a spiegare l’avanzata dei cosiddetti “populismi” come un complotto dell’Internazionale Nera in combutta con Putin per distruggere la democrazia, la pace, l’Europa e la libertà (la tesi peraltro è già stata avanzata, tra i tanti, dal néo-con Pascal Bruckner, sempre sul “Corriere”: «I servizi russi hanno interesse a spingere Marine Le Pen. Non sarei sorpreso se gli attentati si moltiplicassero»).


Possiamo en passant riconoscere, con un po’ di polemica, quanto il complottismo si sia rivelato un’arma a doppio taglio per entrambi gli “schieramenti”: i debunkers filo-americani devono adesso trasformarsi in conspiracy theorists anti-russi, mentre i complottisti dell’informazione “alternativa” sono costretti a improvvisarsi sbufalatori in difesa di Putin.

Tuttavia, non è questa la preoccupazione più grande. Ciò che dovrebbe allarmare è il modo in cui una certa idea di Russia, sedimentata nell’inconscio collettivo, venga sfruttata per scopi tutt’altro che democratici. Si può notare tale andazzo anche nelle piccole cose: per esempio, le ultime proteste anti-Putin capitanate da un tipo poco raccomandabile come tale Navalny (tutto fa brodo), sono state usate per giustificare a posteriori la militarizzazione di Roma per le celebrazioni del sessantesimo anniversario dei trattati europei, quasi a dire “Non lamentatevi, sennò arriva Putin”.

È un completo ribaltamento dell’Adda venì Baffone, che al pari della profezia sui cavalli cosacchi assetati, servì anche in senso “progressista”, considerando il modo in cui certe suggestioni si imposero a livello politico indipendentemente dalla realtà effettiva dell’Unione Sovietica.
A tal proposito mi torna in mente un dialogo in versi tra un latifondista e un contadino, “Se venessero i russi” di Cesare Chiominto: il pericolo è che appunto tali fascinazioni risorgano nella prospettiva di un’Unione Sovietica “di destra”, evocata dall’odierno Signor Patro’ per sopprimere qualsiasi forma di dissenso a Roma come a Bruxelles e a Parigi come a Berlino.
Caro Rosario
Che t’hai messo in testa
Ca se venno i compagni co’ Baffone
Come che dite voi è sempre festa
Manco ’l giorno ’lla prima comminione?
Rosario,
non sai manco mesa messa
Quelli so’ gente che Dio scampa e libbera
Abbituati a fa’ ’l popolo fessa
E a pesatte lo pane a oncia e a libbera.
Se uno ci ha un levito, te lo prenteno
Te prenteno la vigna pure privita
Ca quelli le ragioni non le ’ntendeno
Te prenteno la casa, la bestiame, i quadrini
Le figlie giovanotte e le galline, i commedi e le rame
Come farai se veo ssi farusei?
Signor Patro’
Ma siccome farai Lei!

domenica 2 aprile 2017

Leggere (e scrivere) tutti i libri


Alla fine –lo ammetto– sono stato costretto ad arrendermi con gli e-reader e a tornare mestamente alla carta; in verità, anche se da bravo idiota tecnologico li avevo magnificati come mezzo elettivo della tuttologia (la disciplina nella quale ho deciso di specializzarmi), in segreto ho continuato ad affidarmi a formati più eye-friendly come gli incunaboli, i sefer e le xilografie.

Sia chiaro: non sono un feticista dell’odore dei libri, anzi la trovo una romanticizzazione ridicola, soprattutto in un momento in cui si acquistano esemplari con la consapevolezza che dureranno meno di qualche decennio, prima di squadernarsi o sfaldarsi per la loro pessima qualità (alcuni reparti di una delle librerie più importanti di Milano hanno lo stesso aroma caratteristico delle edicole balneari anni ’90 –ricorda alla lontana l’olezzo dei wanton fritti–, quello della peggior carta possibile su cui si stampavano i gialli da spiaggia), oppure finire direttamente in discarica seguendo quello che è già il triste destino di tonnellate di enciclopedie ed edizioni dei “book club” nostrani (ancora particolarmente attivi nei loro appostamenti metropolitani).

Non posso nemmeno condividere (almeno non del tutto) le note argomentazioni di Nicholas Carr sulla superiorità dei volumi cartacei rispetto a quelli “digitali”: «Su un libro l’esperienza della lettura tende a essere migliore. Le parole stampate su una pagina con inchiostro nero sono più facili da leggere di quelle formate da pixel su uno schermo retroilluminato. Puoi leggere una decina o un centinaio di pagine stampate senza sentire gli occhi affaticati come accade anche dopo un breve periodo di lettura sullo schermo. Orientarsi in un libro è semplice e, come dicono i programmatori, più intuitivo. Puoi far scorrere le pagine reali molto più velocemente e facilmente rispetto a quelle virtuali. E puoi scrivere appunti sui margini o evidenziare i passaggi che ritiene più commoventi o ispirati. Puoi anche chiedere all’autore del libro di firmare il frontespizio. Quando hai finito di leggerlo puoi usarlo per riempire uno spazio vuoto della libreria o prestarlo a un amico» (N. Carr, Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello, Raffaello Cortina, Milano, 2011, pp. 125-126).
Come al solito, si chiama in causa la “digitalizzazione” (perché è sempre colpa dei robot), ma certe critiche lasciano comunque il tempo che trovano, e in alcuni casi possono persino addebitarsi, per citare ancora Carr, al «tipico rimbambimento di mezza età» (p. 31).
Osservazioni simili, seppur più ficcanti, si trovano ne Il segreto del bibliotecario (Bonnard, Milano, 2005) di Michel Melot, nel quale l’Autore, dopo aver elogiato l’“incompletezza infelice” delle biblioteche (p. 22), propinato alcune immagini idilliache sulla nascita del pensiero occidentale («dalla piegatura [di un foglio] nasce quella forma di pensiero che è la dialettica, che si articola al ritmo delle pagine che si sfogliano» [p. 38]) e rinverdito i fasti della filologia fai-da-te («il latino pagus, da cui deriva il termine “pagina”, ha dato anche origine al termine “paese”, evocando forse i solchi dei campi o i filari dei vigneti, entrambi disposti come una pagina di scrittura» [p. 49]), alla fine non nasconde il segreto della filanda editoriale: «Il libro stampato si è retto su due gambe che l’hanno portato fino ai nostri giorni: la libertà di coscienza e il capitalismo» (p. 42).

Non è tale impostazione a ispirare la mia “resa”: anzi, per certi versi sono ancora persuaso che un kindle possa offrire l’incredibile opportunità di leggere tutto internet, cioè ridurre in formato tascabile ogni testimonianza reperibile online. Devo però ammettere, anche in tal caso, che dopo aver scoperto le virtù delle cosiddette “cartucce compatibili”, è rinato in me l’antico sogno di stampare tutto internet, un’utopia negli anni sopita da avvilenti compromessi col digitale.
Ecco, neanche in questo l’e-reader riesce più a convincermi. Per ogni possibilità che offre, saltano fuori decine di problemi: pensiamo solo al rischio che comporta avere in tasca un’intera biblioteca in un formato che, per il malfattore di turno, detiene un valore incredibilmente superiore a quello di un semplice libro. Mi immagino solo se la tragedia si consumasse durante una delle mie noiosissime vacanze: sarebbe come trovarsi con un “mondo senza testa” per le strade di Vienna...

Volendo lasciare però da parte tutti gli inconvenienti indipendenti dall’oggetto (mica è colpa di quelli che producono il kindle se i mezzi pubblici sono rigonfi di malandrini e grassatori... o forse sì?!), e limitandosi solo all’esperienza di lettura in se stessa, è necessario rimarcare l’affaticamento degli occhi come una delle conseguenze meno piacevoli. Nonostante le rassicurazioni degli oculisti, con la lettura digitale ci si accorge delle esigenze dei nostri yeux de chair, come li chiama Merleau-Ponty, questi poveri occhi che sono «computer del mondo che hanno il dono del visibile così come si dice che l’uomo ispirato ha il dono delle lingue» (L’occhio e lo spirito, SE Milano, 1989, p. 22).
La nostra tecnologia è ancora troppo rudimentale e pionieristica per essere accettata in modo acritico (soprattutto in ambito scolastico); non potendo ancora leggere tutto internet, in molti casi bisogna sempre stamparlo. Si rende quindi auspicabile un perfezionamento dell’esperienza di lettura digitale poiché, sempre come afferma Merleau-Ponty, «ogni tecnica è una “tecnica del corpo” […] [che] raffigura e amplifica la struttura metafisica della nostra carne» (p. 27).

La lotta tra il libro e l’e-book è dunque ancora aperta, e ovviamente va al di là delle ridicole motivazioni a cui si è appena accennato. Allargando la prospettiva, la querelle si inquadra direttamente nei rapporti tra cultura e tecnologia. Le posizioni che si delineano oggi in fondo sono le stesse di coloro che, a loro tempo, si trovarono a fronteggiare le invenzioni di Theuth e Gutenberg: agli anatemi socratici contro la parola scritta si opposero i sofisti, gloriosi padrini dell’industria culturale; alle ansie umanistiche di fronte alla massa di libri riversata sull’Europa, risposero le follie rinascimentali di arti e teatri della memoria.
Sembra che una simile reazione si stia verificando persino ai nostri giorni: è sintomatico che negli ultimi anni i volumi di self-help su come non dimenticarsi nulla e le iniziative per attualizzare le varie mnemotecniche si siano moltiplicate (ricordiamo, tanto per citare, il “caso” Joshua Foer, le mappe mentali di Tony Buzan, “Memrise” di Ed Cook).
Schierato da una parte o dall’altra, l’intellettuale si trova in ogni caso a competere con la tecnologia della sua epoca, che ora è chiaramente rappresentata dall’internet (e tutto ciò che il termine implica o sottace): si può fingere che non esista, oppure considerarlo una “tentazione”, e perciò continuare in eterno a non verificare le fonti di seconda mano da cui si attinge (o affidarsi a traslitterazioni immaginarie di nomi in russo, arabo o cinese); oppure si può accettare come “mezzo neutrale” e tuttavia dimenticarsi che tale neutralità comporta anche la scomparsa (o neutralizzazione, appunto) dei suoi propugnatori.
Se i seguaci del primo indirizzo si negano la cornucopia, i filoneisti invece si lasciano sopraffare dall’entusiasmo, trasformando, per riprendere gli esempi storici di cui sopra, la retorica in un mezzo per impossessarsi del potere e la mnemotecnica in un’arte magica attraverso la quale afferrare l’essenza intima dell’universo.
È per certi versi provvidenziale che internet sia spuntato fuori quando le grandi ideologie agonizzavano, altrimenti chissà quale progetto religioso-politico sarebbe sorto dalla fusione delle diverse hybris (attualmente ne abbiamo qualche sbiadito esempio, ma non è che la ripetizione farsesca a tragedie già viste).

Dicevamo, infine, del ritorno alla carta. Per quel che mi riguarda, sto ancora cercando un modo per venire a capo della mia biblioteca: prima o poi dovrò far qualcosa con questo ammasso di oggetti inutili. Nella mia cameretta, che già fu un porto, ultimamente c’è aria di sbaraccamento (prima o poi doveva accadere); mi irrita tuttavia non aver potuto legger tutti i libri (e intristirmi la carne), nonostante una giovinezza passata a dare alla mia biblioteca una forma che mi corrisponda (non che debba per forza morire una volta lontano dalla patria-nido, ma tutto può succedere e non voglio lasciarmi dietro una menzogna lunga diecimila volumi).

Per restare in tema, sicuramente tutti conosceranno il “discorso” di Walter Benjamin sul collezionismo, “Tolgo la mia biblioteca dalle casse” (nel quarto volume delle Opere complete, Scritti 1930-1931); se non l’avete letto non importa, tanto a Benjamin si può far dire quello che si vuole.
Il filosofo sostiene che non sono i libri a vivere nel collezionista, ma è lui a vivere attraverso essi: anzi, è solo col venir meno dell’ingombrante presenza del proprietario che una collezione può finalmente parlare per se stessa.
Come Benjamin, si parva licet, anche il sottoscritto ha dovuto malgré lui abbandonare l’epoca marziale [martialisches Zeitalter] in cui solo i libri letti avevano diritto di comparire sugli scaffali, per passare alla fase del collezionismo come art pour l’art: al pari dei tedeschi (compresi gli aspiranti tali), ci si è dovuti arrendere all’Inflation. Pare tuttavia che l’idea del “debito come colpa” (Schuld/Schulden), anch’essa sfortunatamente molto “crauta”, abbia accompagnato il Nostro fino all’ultimo, se è vero, come sostiene la Arendt, che Benjamin si sia tolto la vita per aver perso la sua biblioteca (metà finita alla Gestapo e metà chissà dove). Poi in verità il destino della collezione del filosofo è stato quasi identico a quello di tutte le altre: i volumi, recuperati dai russi, sono stati trasferiti all’Akademie der Künste a Berlino, e sono ancora lì conservati in un apposito Archiv.
Nella sua fuga, Benjamin riuscì a portare con sé solamente il manoscritto del Passagen-Werk: se egli fosse stato quel Wuz da lui stesso evocato, il “giocondo maestrino” che entrava nelle librerie, annotava i titoli più interessanti e poi tornava a casa a scriversi i libri da solo, si sarebbe potuto accontentare di un surrogato di biblioteca (per giunta dai posteri considerato piuttosto pregiato e intimo).

Eppure non si riesce mai a essere lettori puri e basta: oltre al fardello dei libri non letti, una biblioteca comporta anche l’incarco di quelli non scritti. L’illusione del Ragazzoni, che il “non scrivere” fosse il lavoro dei lavori, oggi ha ancor meno senso di allora (quando c’era almeno l’alibi della penuria di mezzi). Il paradosso di chi torna alla lettura in cartaceo per migliorare la propria scrittura in digitale fa parte dello spirito dei tempi, che impone di scrivere tutto ciò che si può scrivere. Ormai è superfluo procrastinare qualsiasi parola, poiché già ci troviamo nel migliore dei mondi possibili, dove un diario segreto e una biblioteca privata restano tali anche quando accessibili al mondo intero.
È soprattutto di esaurimento di una biblioteca, della stessa biblioteca de Babel, che si deve quindi parlare, nell’illusione di aver a che fare con un che di finito in rapporto a un “digitale” che è già noosfera e intelletto agente, e che reclama uno spazio assoluto, impossibile da inquadrare nei margini di una pagina. Soltanto da questa dicotomia credo possano svilupparsi nuove possibilità per l’intelligenza: da una parte la biblioteca, dall’altra l’internet. E anche l’inesauribile sarà finalmente esaurito.

I funerali di Stalin (Evtušenko)

Ieri è morto Evgenij Evtušenko, poeta e dissidente russo. Non sono bravo a scrivere coccodrilli, perciò voglio ricordarlo con alcune pagine tra le più impressionanti che abbia mai letto: i ludi funebri del tiranno sovietico descritti “in diretta”, un vivido e atroce ritratto di una folla senza più capo (in tutti i sensi). Anni dopo, nel 1990, il poeta avrebbe tratto da quell’esperienza un celebre film, I funerali di Stalin (disponibile qui in russo):


La versione che segue è quella più recente, tratta dalla seconda autobiografia dell’autore, Волчий паспорт (“Il passaporto del lupo”, 1998). La traduzione è del sottoscritto, ma non per vanagloria: in realtà avrei evitato il solito tour de force russofono, ma il problema è che le diverse trasposizioni italiane contengono numerosi strafalcioni, alcuni clamorosi (per esempio, la confusione –francamente incomprensibile– tra “semafori” e “lampadari”...).

«Пятого марта 1953 года произошло событие, которое потрясло страну, — умер Сталин. Представить его мертвым было почти невозможно — настолько он мне казался неотъемлемой частью жизни.
Было какое-то всеобщее оцепенение. Люди были приучены к тому, что Сталин думает о них о всех, и растерялись, оставшись без него. Вся Россия плакала, и я тоже. Это были искренние слезы горя и, может быть, слезы страха за будущее.
На писательском митинге поэты прерывающимися от рыданий голосами читали стихи о Сталине. Голос Твардовского — большого и сильного человека — дрожал.
Никогда не забуду, как люди шли к гробу Сталина.
Я был в толпе на Трубной площади. Дыхание Десятков тысяч прижатых друг к другу людей, поднимавшееся над толпой белым облаком, было настолько плотным, что на нем отражались и покач и вались тени голых мартовских деревьев. Это было жуткое, фантастическое зрелище. Люди, вливавшиеся сзади в этот поток, напирали и напирали. Толпа превратилась в страшный водоворот. Я увидел, что меня несет на столб светофора. Столб светофора неумолимо двигался на меня. Вдруг я увидел, как толпа прижала к столбу маленькую девушку. Ее лицо исказилось отчаянным криком, которого не было слышно в общих криках и стонах. Меня притиснуло движением к этой девушке, и вдруг я не услышал, а телом почувствовал, как хрустят ее хрупкие кости, разламываемые о светофор. Я закрыл глаза от ужаса, не в состоянии видеть ее безумно выкаченные детские голубые глаза. И меня пронесло мимо. Когда я открыл глаза, то девушки уже не было видно.
Ее, наверно, подмяла под себя толпа. Прижатый к светофору, корчился какой-то другой человек, раскинув руки, как на распятии. Вдруг я почувствовал, что иду по мягкому. Это было человеческое тело. Я поджал ноги, и так меня понесла толпа. Я долго боялся опустить ноги. Толпа все сжималась и сжималась. Меня спас лишь мой рост. Люди маленького роста задыхались и погибали. Мы были сдавлены с одной стороны стенами зданий, с другой стороны — поставленными в ряд военными грузовиками.
— Уберите грузовики! Уберите! — истошно вопили в толпе.
— Не могу, указания нет! — растерянно кричал молоденький офицер милиции с грузовика, чуть не плача от отчаяния. И люди, швыряемые волной движения к грузовикам, разбивали головы о борта. Борта грузовиков были в крови. И вдруг я ощутил дикую ненависть ко всему, что породило это «указания нет», когда из-за чьей-то тупости погибали люди. И в этот момент я подумал о том человеке, которого мы хоронили, впервые с ненавистью. Он не мог быть не виноват в этом. И именно это «указаний нет!» и породило кровавый хаос на его похоронах. Но отныне и навсегда я понял, что нечего ждать указаний, если от этого зависят жизни человеческие, — надо действовать. Не знаю, откуда во мне явились силы, но я, энергично работая локтями и кулаками, стал расшвыривать людей и кричать им:
— Делайте цепочки! Делайте цепочки!
Меня не понимали. Тогда я стал всовывать руки людей друг другу, ругаясь самыми страшными словами из моего геологоразведочного лексикона. Несколько крепких парней стали помогать мне. И люди поняли. Люди стали браться за руки, образовывая цепочки. Эти парни и я продолжали действовать. Водоворот стал утихать. Толпа перестала быть зверем.
— Женщин и детей в грузовики! — заорал один из парней.
И над головами, передаваемые из рук в руки, поплыли в кузова грузовиков женщины и дети. Одна из передаваемых на руках женщин билась в истерике, что-то выкрикивала. Офицер милиции гладил ее по голове, неумело успокаивая. Вдруг женщина вздрогнула несколько раз и затихла. Офицер снял фуражку, закрыл ею застывшее лицо женщины и заревел, как ребенок. А я увидел, что где-то впереди продолжается водоворот.
Мы пошли туда с этими парнями. При помощи мата и кулаков мы снова стали организовывать людей в цепочки, чтобы спасти их.
Милиция наконец тоже стала нам помогать. Все успокоилось.
Мне уже почему-то не хотелось идти к гробу Сталина. Мы с одним парнем [Герман Плисецкий] чудом выбрались из этого водоворота, купили поллитру водки и пришли ко мне домой.
— Ты видел Сталина? ψ спросила мама.
— Видел, — необщительно ответил я, чокаясь с этим парнем граненым стаканом»

(«Il 5 marzo 1953 accadde un avvenimento sconvolgente per il Paese: Stalin è morto.
Sembrava una cosa quasi impossibile, tanto era ormai parte integrante delle nostre vite. C’era infatti nell’aria una specie di intorpidimento generale. La gente era abituata al fatto che Stalin pensasse a loro, e ora senza di lui si sentivano abbandonati. Tutta la Russia stava piangendo, e io assieme a Lei. Erano lacrime di un dolore sincero e, forse, di paura per il futuro.
A un raduno i poeti, interrotti dai singhiozzi, leggevano componimenti dedicati a Stalin. La voce di Tvardovskij, un uomo grande e grosso, tremava.
Non dimenticherò mai come la gente si incamminò verso la bara di Stalin. In piazza Trubnaja mi ritrovai subito in mezzo alla folla. Il respiro di decine di migliaia di persone schiacciate l’una contro l’altra aleggiava sulle nostre teste come una nuvola bianca, ed era così denso che le ombre degli spogli alberi di marzo riverberano e tremavano per esso.
Era una visione fantasmagorica, sconvolgente. Le persone continuavano a confluire nel torrente umano, pigiando e schiacciando quelle già presenti. La folla si trasformò in un vortice tremendo. A un certo punto mi sentii spinto addosso al palo di un semaforo: quel pilone sembrava muoversi inesorabilmente verso il sottoscritto. E poi, all’improvviso, un altro gruppo mandò una bambina contro il palo. Il suo volto fu scosso da un urlo disperato, ma impercettibile nella calca dei gemiti e dei pianti. Fui anch’io pressato dal movimento che premeva verso di lei, ma invece di provare dolore per se stesso, il mio corpo sentì le fragili ossa della bimba scricchiolare e schiantarsi contro il semaforo. Chiusi gli occhi per l’orrore, incapace di fissare gli occhi blu di una fanciullina che agonizzavano. Ancora una volta, fui trascinato via. Quando riaprì gli occhi, la bambina era scomparsa. Doveva esser stata schiacciata dalla folla. Sbattuto contro il semaforo, un altro uomo si contorceva, spalancando le braccia come crocifisso. Tutto a un tratto mi parve di camminare su un qualcosa di morbido: era il corpo di un uomo. Feci un balzo per spostarmi, e la folla mi prese di nuovo. Per un pezzo ebbi timore di rimettere i piedi a terra. La folla continuava a premere e ad ammazzare. Fu solo la stazza a salvarmi, perché quelli più bassi venivano schiacciati, soffocati.
Ora ci trovavamo stretti tra la parete di un palazzo e una fila di camion militari.
“Spostate gli autocarri! Portateli via!”, urlava la folla.
“Non posso, non ho ordini”, gridava sgomento un ufficialetto biondo da uno degli autocarri, quasi piangendo dalla disperazione. E la gente, spinta contro i camion, si sfracellava la testa sulle sponde metalliche. Gli autocarri erano ricoperti di sangue…
Di colpo sentii levarsi dentro di me un odio feroce contro tutto ciò che aveva dato origine a quel “Non ho ordini”, mentre una persona crepava per l’ottusità di un’altra. E in quell’istante, per la prima volta, provai odio per l’uomo che andavamo a seppellire. Non poteva non essere responsabile di tutto questo. Era quel “Non ho ordini” ad aver generato il caos omicida del funerale. Da quel momento capì, e lo capì per sempre, che quando è in gioco la vita umana non bisogna aspettare ordini, ma noi stessi dobbiamo metterci in gioco.
Non so dove trovai la forza, ma a pugni e gomitate riuscì a farmi strada tra la folla e urlare: “Formate delle catene! Formate delle catene!”.
Non riuscivano a capirmi. Allora afferrai la mano di quello che mi stava vicino e gliene feci stringere un’altra, accompagnando il gesto con le espressioni più volgari che mi venissero in mente, quelle che avevo imparato durante le mie spedizioni geologiche. Alcuni tra i giovani più robusti cominciarono a seguire il mio esempio. E la gente finalmente capì. Tutti cominciarono a stringersi le mani e formare delle catene. Assieme ai ragazzi continuai a incitarli, finché il vortice non cominciò ad attenuarsi. La folla aveva smesso di comportarsi come una belva.
“Le donne e i bambini sui camion!” urlò uno dei ragazzi.
E sopra le teste, passate di mano in mano, le donne e i bambini “approdarono” agli autocarri. Una delle femmine urlava e si dibatteva istericamente, allora l’ufficialetto le accarezzò la testa, cercando di confortarla. La poveretta ebbe ancora qualche convulsione, poi si calmò. L’ufficiale si tolse il berretto e le coprì il volto immobile, frignando come un bambino.
Vidi che da altre parti riprendevano a formarsi i gorghi. Ancora assieme agli altri giovani, a furia di pugni e improperi, riuscimmo a convincere la gente a formare altre catene. Anche i soldati, infine, cominciarono ad aiutarci, e finalmente la situazione si calmò.
Chissà perché, non avevo più voglia di vedere la bara di Stalin. Con uno dei ragazzi [German Plisetskij] riuscì a svicolarmi miracolosamente dalla marea umana e, dopo aver acquistato un buon mezzo litro di vodka, andammo a casa mia.
“Allora, sei riuscito a vedere Stalin?” mi chiese mia madre.
“Sì, l’ho visto”, le risposi scostante, mentre brindavo assieme a quel giovane coi nostri bicchieri sfaccettati»)

sabato 1 aprile 2017

Tecniche divine


Quando si discute di “tecnica”, bisognerebbe tener sempre presente la Legge di Murphy: Se qualcosa può andar male, lo farà. La regola è valida non solo per la considerazione più ovvia che se una società è disposta a rifiutarla per motivi etici o ideologici, ce ne sarà un’altra che la accetterà fino in fondo (e costringerà poi tutti a fare altrettanto); ma anche per una riflessione più complessa riguardante la natura stessa della tecnica, il cui destino è profondamente legato all’essere umano e alle sue credenze.

Prendiamo un caso eclatante, come la sperimentazione sugli embrioni umani condotta in questi anni dagli scienziati cinesi: nonostante tale comportamento susciti l’unanime indignazione delle istituzioni internazionali, sembra che a dispetto delle nostre moratorie e dei nostri appelli, anche noi saremmo presto pronti ad accettare la manipolazione della “materia umana”. Se non lo faremo in nome della razza o della patria, sarà l’amore a condurci a tale esito; alludo a quel tipo di “amore” che sorvola sui rischi di eugenetica derivanti dalla pratica della fecondazione assistita. Da tale prospettiva, il richiamo continuo a modelli alternativi allo “sviluppo” si arrende di fronte all’invalicabile muro del politicamente corretto.

Forse a luddisti, ambientalisti e decrescisti vari, converrebbe meglio affidarsi, come ultima ratio, alla Laudato si’ di Papa Francesco. Del resto è proprio quello che stanno facendo, senza tuttavia rendersi conto che una cattolicizzazione dell’ecologismo (o viceversa), comporta l’accettazione indiretta del concetto di creazione, che è decisamente distante dalla loro idea ipostatizzata di “natura”.
La nozione cristiana di creato infatti sottintende che tale creazione esista in funzione dell’uomo. Negli appelli a “difendere la natura” e a “salvare il pianeta” si cela un presupposto quasi elementare: queste cose non esisterebbero senza un uomo capace di contemplarle (è un concetto che oggi conosciamo come principio antropico, ma la cui storia è antichissima).
La “natura”, la Terra, Gaia, può sopravvivere sia all’inquinamento sia a un olocausto nucleare: una volta estinta la specie, essa avrà tutto il tempo che vuole (milioni o miliardi di anni) per “riprendersi” dalla disdicevole infezione umana e ritornare a uno stato di pre-antropizzazione.

È utile ricordare, anche solo di sfuggita, che sin dagli albori dell’industrializzazione, il cattolicesimo sviluppò dall’incipiente questione sociale una sorta di “ambientalismo”. Per esempio, nel 1874 durante le assise veneziane dell’Opera dei congressi emersero posizioni inedite: tanto per citare, nella sua invettiva il segretario generale del primo congresso Alfonso Rubbiani affermò che Caino fu «il primo costruttore di città», contrapponendolo «all’uomo innocente collocato da Dio in un giardino, tra i fiori e le piante». La reazione della “sinistra” dell’epoca a tali suggestioni si può sintetizzare col giudizio complessivo di Marx sul cattolicesimo sociale: «Una mano di vernice socialista sull’ascetismo cristiano».

Tornando ai nostri giorni, possiamo considerare un’evoluzione positiva il superamento dell’antropofobia che ha caratterizzato i movimenti ambientalisti per lunghissimi decenni. Sta passando di moda l’idea che l’uomo sia un virus o un cancro per la  solita eterogenesi dei fini, anche le fantasie ecologiche più estreme finiranno per essere antropizzate.
Restano nondimeno molti dubbi sulla svolta “ecologista” del Vaticano, sopratutto per certi sgradevoli risvolti malthusiani: qualche segnale dà l’impressione che si stia giocando un po’ troppo con gli equivoci. Per esempio, la famigerata “magia di colori” che ha inaugurato il Giubileo della Misericordia, con proiezioni di suricati e scimmiotti sulla facciata di San Pietro, pur essendo stata presentata come il segnale di una nuova sensibilità, è in realtà proprio la rappresentazione plastica del dilemma a cui accennavamo, poiché in fondo non si è trattato che di uno degli spettacoli (allo stato dell’arte, s’intende) più artificiali (se non artificiosi) prodotti dall’uomo (in natura, lo ricordiamo non esistono maxi-schermi come quello offerto dalla Basilica vaticana).

Sarebbe triste se questi continui malintesi, spesso voluti, alla fine contribuissero annullare l’approccio salvifico (o almeno “liberatorio”) che il cattolicesimo ha finora tenuto nei confronti della tecnica, il quale rischia invece di essere incorporato in un immanentismo che non cammina nemmeno su gambe proprie (dato che si pensa sempre come un negativo del trascendente) e che al momento decisivo verrà spazzato via da immanentismi che non si percepiscono come tali e che di conseguenza saranno molto più feroci e sbrigativi (per tornare alle “cineserie” di cui sopra).

Detto ciò, i pregiudizi dovrebbero essere abbandonati anche da quelli che pensano che la “tecnica” comporti un destino netto e inevitabile. Bisognerebbe tornare al vichiano verum ipsum factum, per capire come questa “tecnica” sia una realtà umana, governata e diretta dalla stessa volontà di chi l’ha creata: in fondo, anche il transumanesimo è un umanesimo.

Per essere il più chiaro possibile, vorrei soffermarmi sul tema dell’intelligenza artificiale: a mio parere l’opportunità di creare macchine pensanti o addirittura coscienti non è così esaltante come appare, proprio perché sono convinto che quel che viene presentato come un percorso obbligato sia in realtà ispirato a motivazioni extra-scientifiche, e che in generale si sia meditato poco non tanto sulle conseguenze che tutto ciò potrebbe comportare (su quelle, gli pseudo-luddisti si sono concentrati fin troppo), quanto sul desiderio stesso di costringere un’intelligenza artificiale all’autocoscienza.

Nel volume divulgativo Schiavi del computer?, Gregory Rawlins, pur avendo gioco facile nel proporre in termini puramente pragmatici tale “trasmutazione” («Per mantenere in vita la spirale della complessità in aumento, saremo costretti a delegare sempre più ai computer le decisioni relative alla loro stessa progettazione»), non può fare a meno di chiamare in causa simboli e allegorie che eccedono l’ambito del puro e semplice utilitarismo, paragonando ad esempio il chip a un mandala e l’intelligenza artificiale a un Golem:
“Watching a chip work, we seem to hear the lilt of a soaring dream. It's the twentieth-century’s mandala, an icon of our struggle to achieve order over chaos, an image of our world written in sand with crystalline grace, intricate and beautiful: information made touchable.”
[«Osservando un chip al lavoro, sembra di sentire la musica soffusa dalle ali di un sogno. Il chip è il mandala del ventesimo secolo, un’icona della nostra lotta per conquistare l’ordine sul caos, un’immagine del nostro mondo, scritta con sabbia e dotata di grazia cristallina, intricata e profondamente suggestiva: informazione resa tangibile»]
(G. Rawlins, Slaves of the Machine: The Quickening of Computer Technology, MIT Press, Cambridge, 1997, p. 29; tr. it. Schiavi del computer?, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 39).
In fondo è ciò che inconsapevolmente fanno molti scienziati, non solo quando invocano una macchina che sappia ridere e piangere, ma persino quando si lasciano travolgere dalla competizione con l’Eterno, una sfida alla quale tengono particolarmente gli atei.
Nel romanzo Il Grande Ritratto (1960), Dino Buzzati esprime nel modo più suggestivo questa tentazione:
«“[Nell’uomo] con rapidità addirittura precipitosa, nel giro di pochi milioni di anni si può dire, si è prodotta una deformazione, un caso di gigantismo, una tumescenza che quasi quasi dubito fosse compresa nel progetto iniziale della creazione, tanto va poco d’accordo con tutto il resto”
“Una deformazione?”
“Sì. La massa cerebrale diventa sempre più imponente, la teca cranica si espande, il sistema nervoso raggiunge una complessità da far paura, insomma l’intelligenza dell’uomo si distanza sempre più da quella di tutte le altre bestie. Vuole, caro Ismani, che qui si parli di soffio divino? Parliamone. Il fenomeno, obbiettivamente considerato, non muta. […] Sviluppandosi in modo abnorme il cervello dell’uomo, e il suo sistema nervoso, e la complessiva sensibilità, a un certo punto…  A un certo punto, caro collega, è entrato in scena un elemento imponderabile, un prolungamento incorporeo del corpo, un’escrescenza invisibile eppur sensibile, una protuberanza che non ha precisa dimensioni, peso, forma, che scientificamente parlando non sappiamo con sicurezza neanche se esista. Ma che ci dà tanto di quel filo da torcere: l’anima! […] Se costruiamo una macchina che ha percezioni come noi, che ragiona come noi, […] automaticamente quel prodotto famoso, quella essenza impalpabile, il pensiero voglio dire, l’instancabile moto delle idee che non hanno riposo neanche in sonno; di più, di più, non solo il pensiero, ma la sua individualizzazione, la permanenza dei caratteri, insomma quel tumore fatto d’aria che però talora ci pesa addosso come se fosse piombo, l’anima, l’anima dunque vi si stabilirebbe. Diversa dalla nostra? Perché? Che importa se l’involucro, invece che di carne, fosse fatto di metallo? Non è vivente anche la pietra? […] Non c’è nessuna difficoltà teologica. Dio per caso dovrebbe essere geloso? Non proviene ugualmente tutto da lui? Materialismo? Determinismo? È tutto un problema diverso. Niente eresie al cospetto dei padri della Chiesa. Anzi” ».
Una hybris che non si riduce esclusivamente al “giocare a fare Dio”, ma si lascia influenzare dalla nostalgia inespressa di quella che Julian Jaynes (nel classico The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind, 1976]) definisce “bicameralità”, la caratteristica dell’uomo alle soglie della consapevolezza di se stesso, quando l’ansia del processo decisionale veniva scaricata all’esterno della coscienza: «Se un’anima poteva essere imposta a una cosa così fragile come la carne per infonderle vita […] tanto più era possibile che la vita, una vita divina, fosse infusa dal cielo in una statua di bellezza immutabile non contaminata da esigenze fisiologiche, una statua dal corpo perfetto e immacolato fatto di una sostanza inattaccabile dalle rughe come il marmo o esente dalle malattie come l’oro» (tr. it. L. Sosio, Adelphi, 1996, p. 398).

Il modo in cui si sta configurando il processo di creazione dell’intelligenza artificiale risente dunque eccessivamente dei difetti della creatura umana. Il rischio è quello di produrre nuovi idoli e nuove schiavitù: non per questo però dobbiamo scaricare le nostre responsabilità su una fantomatica “tecnica”, che in ogni suo aspetto rispecchia invece le aspettative più profonde della specie.