sabato 18 marzo 2017

Il premier turco fa il gesto dei Lupi Grigi in parlamento

È una notizia della quale ho aspettato a parlare perché volevo capire se fosse una “bufala” o meno, ma pare sia vera: Binali Yıldırım, primo ministro della Turchia (dalla “defenestrazione” di Davutoğlu), nel febbraio scorso ha fatto il gesto dei famigerati “Lupi grigi” (le orecchie del lupo con la mano) per salutare un gruppo di nazionalisti in visita al Parlamento.


Nessuno ha prestato molta attenzione al fatto, né in patria né tantomeno all’estero. Eppure, anche se il gesto viene considerato una generica manifestazione di patriottismo, si tratta di un episodio inquietante, considerando il collegamento con una delle organizzazioni più oscure e sanguinarie della storia moderna.
I Lupi grigi sono stati infatti protagonisti degli “anni di piombo” turchi (che furono cento volte più violenti dei nostri). Ancora oggi il gruppo, riconosciuto sin dall’anno di nascita (1968) come branca giovanile del partito nazionalista MHP (che sostiene Erdoğan), è considerato fuorilegge in Azerbaigian (dove a metà degli anni ’90 appoggiò un tentativo di golpe), in Kazakhistan, in Cina e in Thailandia.
In Germania sono classificati come “estremisti di destra” e considerati più pericolosi dei neonazisti (dietro i periodici scontri di piazza con gli immigrati curdi sembra ci siano sempre loro).
È difficile non credere che anche nella preparazione delle proteste dei turchi olandesi per la recente crisi diplomatica non vi sia stato lo “zampino” del “Club degli idealisti per l’educazione e la cultura” (così suona la denominazione ufficiale).

Pare che Yıldırım abbia fatto il gesto per accattivarsi quella parte di elettorato che, pur riconoscendosi nell’MHP, è ancora indeciso sul prossimo referendum costituzionale.
Sinceramente non so cosa veda il turco medio nelle “orecchie del lupo”, dato che vengono spesso fatte anche durante “innocue” manifestazioni nazionalistiche. Lo considerano forse un gesto goliardico, qualcosa di meno offensivo del nostro saluto romano?
Probabilmente sì, ed è una cosa che un po’ mi colpisce. Parliamo di un gruppo che, dopo aver flirtato con il cosiddetto “Stato profondo” e militato nella galassia stay-behind, si è resto protagonista di stragi e assassini politici mirati. A parte questa loro raison d’être, in patria generalmente si occupano anche di estorsioni, riciclaggio, traffico di droga e gioco d’azzardo, mentre a livello internazionale hanno un forte seguito nella diaspora (agevolato dal “radicalismo” delle seconde generazioni) e i loro tentacoli si estendono a Cipro, in Cecenia, fra i tatari di Crimea e i turkmeni in Siria.
Per citare un solo caso, quando nel novembre 2015 venne abbattuto l’aereo russo che portò all’interminabile crisi diplomatica tra Ankara e Mosca, a guidare il comando dei ribelli turkmeni che mitragliò il pilota russo a mezz’aria c’era proprio un Lupo grigio.

La lista delle malefatte di questi “idealisti” sarebbe lunga: noi italiani li conosciamo (o dovremmo conoscerli) non solo per Ali Ağca, ma anche per i contatti con l’estrema destra coinvolta nella strategia della tensione. Andrebbero approfonditi i legami tra Avanguardia Nazionale e alcuni leader dell’organizzazione turca: per esempio Stefano Delle Chiaie incontrò Abdullah Çatlı a Miami nel settembre 1982. Questo Çatlı, punto di contatto tra mafia ed eversione nera, spunterà fuori poi nel cosiddetto “scandalo Susurluk” del 1996, una serie di indagini nate da un incidente d’auto che vide coinvolti appunto l’uomo dei lupi grigi, l’ex vicecapo della polizia di Istanbul e il vice primo ministro Sedat Bucak, tre personaggi che apparentemente non avevano alcun motivo per trovarsi assieme.
Uno dei lati più “opachi” della vicenda, per quanto ci riguarda, è che Çatlı (morto nell’incidente) portava con sé un passaporto falso con lo stesso nome (“Mehmet Özbay”) utilizzato da Ali Ağca per venire in Italia a sparare a Giovanni Paolo II.

Per il momento ci fermiamo qui. Il gesto di Yıldırım rientra in una campagna elettorale durissima che ha già superato i confini nazionali e causato più di una diplomatik kriz. In effetti c’era abbastanza carne da mettere al fuoco per considerarlo trascurabile.
Fuori dai confini turchi, gli unici a essersene accorti sembrano essere solo i greco-ciprioti, che considerano i Lupi grigi un’organizzazione terroristica, braccio armato dei connazionali di origine turca (tra gli omicidi politici a loro attribuiti, quello dell’attivista Tassos Isaac durante una protesta nella “linea verde” controllata dall’ONU, e quello del giornalista turco-cipriota Kutlu Adalı, critico nei confronti dell’establishment di destra che governa la parte nord dell’isola). Sempre secondo la stampa greco-cipriota, il gesto risulta ancora più inquietante se collegato con la recente forzatura delle trattative per la riconciliazione, provocata dallo stesso Yıldırım.

In Italia sappiamo davvero poco della Turchia, nonostante vi siano innumerevoli storie da raccontare. Le responsabilità principali vanno addossate ai giornalisti che monopolizzano l’informazione su di essa, a cominciare da quei “corrispondenti” che confondono “aleviti” con “alawiti”, che in ogni pezzo ripetono che “la Turchia sostiene l’Isis” e che “festeggiano” i golpe militari (salvo poi attribuirli allo stesso Erdoğan quando non vanno a buon fine).

Del resto, non è ridicolo che a raccontare la Turchia vi siano persone che non parlano una parola di turco? A quanto pare questo sembra un requisito indispensabile per fare il “corrispondente” (per inciso, anche una conoscenza elementare dell’inglese sarebbe utile); ma forse è meglio così, meglio ripetere le solite quattro storielle che farsi sbranare dal lupo grigio… 

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