giovedì 23 marzo 2017

Pazolini

Uno degli articoli più letti di questo blog è quello dedicato al padre di Pasolini, Carlo Alberto, che in realtà consta solo di qualche dettaglio poco conosciuto emerso dalle lettere del Poeta stesso.
Della vita di questo ufficiale bolognese, all’apparenza neanche tanto banale, non sappiamo nulla e ne sapremmo ancora meno senza cotanto figlio (seppur ingrato). Tuttavia negli ultimi tempi mi ha colpito l’interesse suscitato dalla figura di Carlo Pasolini da parte di russi e coreani: giungevano infatti da queste parti strane chiavi di ricerca, tipo Карло Пазолини oppure “Pazolini” (un errore che attribuivo al diverso alfabeto – del resto chi saprebbe scrivere correttamente in cinese il nome di Mao Tse-tung dovendosi basare solo sulla traslitterazione italiana?).

Incuriosito soprattutto dall’incredibile flusso di visite da Seul, ho provato a capire cosa effettivamente i coreani sapessero di Pasolini. Il risultato è: niente (a parte qualche film sottotitolato).
Come si spiega allora tutto questo entusiasmo? Semplice: stanno cercando scarpe!
“Carlo Pazolini” è infatti il marchio di un’azienda italiana conosciuto soprattutto nell’ex Unione Sovietica e in Asia perché al 100% di proprietà russa. Come scrive “Repubblica”: «Il  marchio ha scelto due “z” intrecciate come logo anche per mettere l’accento su un nome che è un omaggio al grande poeta delle borgate romane e dei ragazzi di vita. Perché in russo Pasolini si pronuncia con la “z” [no, è che per la “z” dovrebbero usare il suono “ts” rispetto alla traslitterazione standard, ndr]. Tutto comincia nel 1991, quando un intraprendente uomo d’affari con la vocazione dell’antesignano, Ilya Reznik, intuisce il potenziale che nel mercato russo può avere il sapore dell’artigianalità tricolore. Nasce così Carlo Pazolini, un marchio di “lusso accessibile” di calzature e accessori che nel 2008 taglia il traguardo dei 100 negozi monomarca procedendo nel frattempo alla messa a punto di un ambizioso piano di sviluppo di negozi in franchising».
(Non abbiamo capito da dove proviene il  “Carlo”, ma non importa).

Che dire? Complimenti! E aggiungerei: Sticazzi! Abbiamo fatto la solita figura da mona. Anche loro, però: che c’entra Pasolini con le scarpe? Allora noi ci mettiamo a fare i cappotti “Gogol”, che almeno sono più in tema… Vabbè, è andata così. È un peccato però passare sempre da sfigato anche in queste piccole cose: al diavolo la poesia, bisogna diventare esperti di scarpe, «scarpe […] da donna che costano milioni all’uomo». Perché, è proprio il caso di dirlo, «l’han deciso i [poeti]», e dobbiamo accettarlo.


Per ripicca (?) ho cancellato tutti i post dedicati a Pasolini, lasciando solo quello di suo padre. Così coreani e ucraini penseranno che il regista del Decameron sia stato un virilissimo ufficiale italiano, col quale il suo stesso figlio sognava di fare all’amore (in una rivisitazione dell’Edipo, forse auto-imposta).
Sarebbe anzi il caso di inventarsi proprio un alter ego del Poeta, il “Pazolini”, grandissimo tombeur de femmes, maschio italiano al 100%, che se l’è fatte tutte, da Elsa Morante a Dacia Maraini, da Laura Betti ad Anna Magnani, da Silvana Mangano fino alla Callas.
Dunque, se ve lo chiedono, “Pazolini” è morto mentre faceva sesso con una giovanissima Milly Carlucci. Così evitiamo anche un eventuale danno d’immagine nel mondo slavo…

domenica 19 marzo 2017

Parola di Erdoğan

I giornali italiani attaccano ancora il grande Erdoğan, attribuendogli un fantomatico appello ai turchi in Europa a “fare almeno cinque figli. Ma vi pare che potrebbe dire una cosa del genere? Beh, cazzo, l’ha detto veramente, a uno di quei comizi “a braccio” che hanno fatto la sua fortuna di intrattenitore (meno male che il Tavernello per i mussulmani è haram, sennò sai che risate): “Üç değil, beş çocuk yapın. Size yapılan terbiyesizliklere vereceğiniz en güzel cevap budur” [«Non fate tre figli, ma cinque. È la migliore risposta alla mancanza di rispetto con cui siete stati trattati»].


Erdoğan è fatto così, prendere o lasciare (ha detto altre cose divertenti, per esempio che oltre al velo l’UE dovrebbe proibire anche la kippah).
Non ha tutti i torti, considerando lo scherzetto che gli ha fatto quella opportunista della Merkel, proibendo i comizi sul referendum costituzionale turco in tutto il Nord Europa (mentre in Francia e in Grecia si sono svolti in assoluta tranquillità). Non è un atteggiamento con cui si può trattare un “Sultano”: i tedeschi pensano sempre di avere a che fare con bambini indisponenti. Non a caso il braccio destro della Merkel nella CDU, Julia Klöckner, ha paragonato il leader turco a «un bambino testardo che non riesce a ottenere quel che vuole» [“Herr Erdogan reagiert wie ein trotziges Kind, das seinen Kopf nicht durchsetzen kann”].

No, Erdoğan non è un politico italiano qualsiasi che è contento di sentirsi dire che “deve fare i compiti a casa”. Infatti tutto il governo di Ankara si è scatenato all’unisono: tedeschi nazisti, austriaci nazisti, olandesi… nazisti!


Erdoğan tiene la cazzimma, almeno questo gli amici lepantisti devono riconoscerlo. Del resto, non tutti sono disposti a farsi prendere in giro dalle élite tedesche: è chiaro che la “questione turca” è stata ventilata soprattutto per squallide beghe elettorali. Per capire quel che è successo in Olanda, bisogna immaginare gli italiani che nel 2013 votano in massa Monti perché ha fatto espellere la moglie di un dissidente kazako (ah già che lo hanno fatto altri… il discorso comunque vale lo stesso).

Adesso la Merkel, volevo dire la Commissione UE, ha tracciato il nuovo cammino: prima era “accogliere tutti con gli applausi alla stazione”, ora è “espellere la metà degli immigrati arrivati in Europa”. E ovviamente chiudere la rotta mediterranea, cosa a cui sta pensando la generosa Germania ricoprendo di miliardi sia al-Sisi che il governo tunisino nello stesso modo con cui ha fatto con Erdoğan (che però dice che il bonifico non è ancora arrivato, e comunque ha sempre il coltello dalla parte del manico…). Forse dovremmo smetterla di far gestire i nostri rapporti col mondo intero dalla Germania – già, è vero però che noi non abbiamo un Erdoğan…

Poi, uno può dire quello che vuole: che il Gran-Turco è un tiranno e un buffone, per esempio. Va benissimo, una reazione virile è in genere sempre consigliata. Ma a dettare la linea dalla nostra parte sono i Gramellini, quelli chhe sulle prime pagine dei giornali scrivono questo:


Se Erdoğan parla così è colpa di Salvini e Le Pen che lo hanno fomentato. Perché non va a dirlo direttamente a lui? “Non parlare così, che fai il gioco dei populisti”.
È questo tipo di risposte che fa saltare i nervi: perché i Gramellini (sono legione, non ce l’ho solo col singolo) non hanno nemmeno il coraggio di sostenere il controllo demografico o altre facezie. Si limitano semplicemente a dire: «Il Sultano sottovaluta l’effetto che i costumi europei esercitano sui suoi sudditi maschi. Circondati dalle nostre implacabili armi di distrazione di massa – smartphone, videogiochi, pay tv – già al secondo figlio si accasceranno sul divano».

Che risate! Molto più audace sarebbe proporre la sterilizzazione di massa attraverso l’aggiunta di contraccettivi ai cibi e all’acqua (è una delle idee dell’entomologo Paul Ehrlich, che adesso può parlare pure in Vaticano), oppure ricordare ai turchi che i loro figli diventeranno tutti pederasti (perché le seconde generazioni si “radicalizzano” anche nella deboscia) e che quindi non potranno “fare” più di un figlio (mica sono cantanti da funerale o politici di sinistra, che possono permettersi di affittare uteri a destra e manca).

Fin qui comunque abbiamo scherzato. Gli italiani conoscono poco la Turchia, altrimenti non tirerebbero fuori i Martiri di Otranto, Lepanto o Pippa Bacca ogni volta che qualche loro politico esterna una stronzata. Tranquilli, i gay ci sono anche in Turchia, e se per questo pure le modelle scosciate e roba del genere; il loro tasso di fertilità negli ultimi vent’anni è sceso ai livelli di quello francese e irlandese.
Per certi versi è condivisibile l’ovvietà che ha detto Juncker oggi alla “Bild”: «C’è una grande differenza tra il popolo turco e il governo turco. Non tutti i turchi sono piccoli Erdogan» [“Es gibt einen großen Unterschied zwischen dem türkischen Volk und der türkischen Regierung. Nicht alle Türken sind kleine Erdogans”].
Esatto, ma con certi atteggiamenti il rischio di farli diventare tali è sempre molto alto…

sabato 18 marzo 2017

Il premier turco fa il gesto dei Lupi Grigi in parlamento

È una notizia della quale ho aspettato a parlare perché volevo capire se fosse una “bufala” o meno, ma pare sia vera: Binali Yıldırım, primo ministro della Turchia (dalla “defenestrazione” di Davutoğlu), nel febbraio scorso ha fatto il gesto dei famigerati “Lupi grigi” (le orecchie del lupo con la mano) per salutare un gruppo di nazionalisti in visita al Parlamento.


Nessuno ha prestato molta attenzione al fatto, né in patria né tantomeno all’estero. Eppure, anche se il gesto viene considerato una generica manifestazione di patriottismo, si tratta di un episodio inquietante, considerando il collegamento con una delle organizzazioni più oscure e sanguinarie della storia moderna.
I Lupi grigi sono stati infatti protagonisti degli “anni di piombo” turchi (che furono cento volte più violenti dei nostri). Ancora oggi il gruppo, riconosciuto sin dall’anno di nascita (1968) come branca giovanile del partito nazionalista MHP (che sostiene Erdoğan), è considerato fuorilegge in Azerbaigian (dove a metà degli anni ’90 appoggiò un tentativo di golpe), in Kazakhistan, in Cina e in Thailandia.
In Germania sono classificati come “estremisti di destra” e considerati più pericolosi dei neonazisti (dietro i periodici scontri di piazza con gli immigrati curdi sembra ci siano sempre loro).
È difficile non credere che anche nella preparazione delle proteste dei turchi olandesi per la recente crisi diplomatica non vi sia stato lo “zampino” del “Club degli idealisti per l’educazione e la cultura” (così suona la denominazione ufficiale).

Pare che Yıldırım abbia fatto il gesto per accattivarsi quella parte di elettorato che, pur riconoscendosi nell’MHP, è ancora indeciso sul prossimo referendum costituzionale.
Sinceramente non so cosa veda il turco medio nelle “orecchie del lupo”, dato che vengono spesso fatte anche durante “innocue” manifestazioni nazionalistiche. Lo considerano forse un gesto goliardico, qualcosa di meno offensivo del nostro saluto romano?
Probabilmente sì, ed è una cosa che un po’ mi colpisce. Parliamo di un gruppo che, dopo aver flirtato con il cosiddetto “Stato profondo” e militato nella galassia stay-behind, si è resto protagonista di stragi e assassini politici mirati. A parte questa loro raison d’être, in patria generalmente si occupano anche di estorsioni, riciclaggio, traffico di droga e gioco d’azzardo, mentre a livello internazionale hanno un forte seguito nella diaspora (agevolato dal “radicalismo” delle seconde generazioni) e i loro tentacoli si estendono a Cipro, in Cecenia, fra i tatari di Crimea e i turkmeni in Siria.
Per citare un solo caso, quando nel novembre 2015 venne abbattuto l’aereo russo che portò all’interminabile crisi diplomatica tra Ankara e Mosca, a guidare il comando dei ribelli turkmeni che mitragliò il pilota russo a mezz’aria c’era proprio un Lupo grigio.

La lista delle malefatte di questi “idealisti” sarebbe lunga: noi italiani li conosciamo (o dovremmo conoscerli) non solo per Ali Ağca, ma anche per i contatti con l’estrema destra coinvolta nella strategia della tensione. Andrebbero approfonditi i legami tra Avanguardia Nazionale e alcuni leader dell’organizzazione turca: per esempio Stefano Delle Chiaie incontrò Abdullah Çatlı a Miami nel settembre 1982. Questo Çatlı, punto di contatto tra mafia ed eversione nera, spunterà fuori poi nel cosiddetto “scandalo Susurluk” del 1996, una serie di indagini nate da un incidente d’auto che vide coinvolti appunto l’uomo dei lupi grigi, l’ex vicecapo della polizia di Istanbul e il vice primo ministro Sedat Bucak, tre personaggi che apparentemente non avevano alcun motivo per trovarsi assieme.
Uno dei lati più “opachi” della vicenda, per quanto ci riguarda, è che Çatlı (morto nell’incidente) portava con sé un passaporto falso con lo stesso nome (“Mehmet Özbay”) utilizzato da Ali Ağca per venire in Italia a sparare a Giovanni Paolo II.

Per il momento ci fermiamo qui. Il gesto di Yıldırım rientra in una campagna elettorale durissima che ha già superato i confini nazionali e causato più di una diplomatik kriz. In effetti c’era abbastanza carne da mettere al fuoco per considerarlo trascurabile.
Fuori dai confini turchi, gli unici a essersene accorti sembrano essere solo i greco-ciprioti, che considerano i Lupi grigi un’organizzazione terroristica, braccio armato dei connazionali di origine turca (tra gli omicidi politici a loro attribuiti, quello dell’attivista Tassos Isaac durante una protesta nella “linea verde” controllata dall’ONU, e quello del giornalista turco-cipriota Kutlu Adalı, critico nei confronti dell’establishment di destra che governa la parte nord dell’isola). Sempre secondo la stampa greco-cipriota, il gesto risulta ancora più inquietante se collegato con la recente forzatura delle trattative per la riconciliazione, provocata dallo stesso Yıldırım.

In Italia sappiamo davvero poco della Turchia, nonostante vi siano innumerevoli storie da raccontare. Le responsabilità principali vanno addossate ai giornalisti che monopolizzano l’informazione su di essa, a cominciare da quei “corrispondenti” che confondono “aleviti” con “alawiti”, che in ogni pezzo ripetono che “la Turchia sostiene l’Isis” e che “festeggiano” i golpe militari (salvo poi attribuirli allo stesso Erdoğan quando non vanno a buon fine).

Del resto, non è ridicolo che a raccontare la Turchia vi siano persone che non parlano una parola di turco? A quanto pare questo sembra un requisito indispensabile per fare il “corrispondente” (per inciso, anche una conoscenza elementare dell’inglese sarebbe utile); ma forse è meglio così, meglio ripetere le solite quattro storielle che farsi sbranare dal lupo grigio… 

giovedì 16 marzo 2017

Una manica di furfanti

Nel settembre del 2014 la Scozia indisse un referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, che venne poi vinto dagli “unionisti” col 55%.
Le reazioni dei rappresentanti dell’Unione Europea furono, qualcuno lo ricorderà, dirompenti.
L’allora Presidente della Commissione Barroso (oggi in Goldman Sachs), smorzò immediatamente le speranze degli indipendentisti: «Sarà estremamente difficile ottenere l’approvazione di tutti i Paesi membri per avere un nuovo Stato che nasce da un altro».
Van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo, dichiarò più larvatamente: «Spero che tutti continuino ad essere membri del proprio paese e il proprio paese membro dell’UE».
Il più perentorio fu Juncker (sempre lui), che nelle vesti di novello Presidente, minacciò: «Se la Scozia voterà l’indipendenza, sarà esclusa da subito dall’Unione Europea».
I media ovviamente si allinearono senza discutere, non solo dipingendo gli scozzesi come degli scafessi tutti kilt e cornamuse, o relegando la loro indipendenza nazionale a una fantasia del romanticismo, ma mettendo sulla bilancia anche argomenti più gravi: per esempio, sulla prima pagina del “Corriere della Sera” un certo Enrico Letta scrisse che una secessione della Scozia dal Regno Unito sarebbe stata come l’attentato di Sarajevo e avrebbero scatenato una nuova guerra mondiale.

È notizia degli ultimi giorni (siamo nel marzo 2017, qualcuno ricorderà anche questo) che gli scozzesi vogliono indire un altro referendum approfittando della Brexit.
Gli eurocrati (con ancora Juncker in testa), dopo aver ucciso definitivamente le speranze di una Scozia indipendente di entrare nell’Unione, adesso fingono di essere attendisti solo per mettere un po’ in difficoltà Londra. I giornalisti, capita l’antifona, ora descrivono il referendum (prima demonizzato) come una coraggiosa iniziativa “europeista” e “anti-populista”.

Per l’“Europa” a cui sempre ci richiamiamo tutto fa brodo. Ciò che nemmeno tre anni fa era considerato un “terremoto” e un “attentato”, è diventato finalmente un “sogno”, e anche l’indipendentismo scozzese è entrato nel novero dei secessionismi presentabili.
È questo ciò che dovrebbe preoccupare più di ogni altra cosa: che qualsiasi cosa utile alla causa dell’Europa-Nazione venga sempre declinato in chiave positiva. Il fine giustifica i mezzi, insomma: non c’è alcuna libertà né democrazia, ma solo un “traguardo” (non importa se uno strapiombo o il cratere di un vulcano) da raggiungere a ogni costo. E se un giorno tra i “valori europei” tornassero di moda la segregazione o il genocidio, in che modo potremmo reagire?

Sembra in realtà che agli scozzesi sia chiara la posta in gioco, se tre anni fa hanno preferito restare con la perfida Albione piuttosto che imbarcarsi su una nave prossima al naufragio. Non so cosa faranno questa volta, ma devono valutare bene se mettersi ancora in mano a un’altra manica di furfanti, dopo quella che, come ricorda il bardo nazionale Robert Burns, provvide già una volta a venderli:

Altri secessionisti (A. Arbasino)

«Quando si parla degli irlandesi, dei baschi, degli slovacchi, degli sloveni, degli albanesi, dei macedoni, dei bosniaci, e di tutti gli altri, le polemiche sui secessionismi (ogni Paese ha i propri, in cui si rispecchia) si svolgono con severità, serenità, accoratezza.
Parrebbe scorretto fare gli smorfiosi o gli snob sui difetti etnici altrui. Non sono mica “italioti”. Ma quale politicamente chic userebbe termini tipo “italioti” e giudizi altezzosi (come sull’ignoranza e goffaggine rustica e barbara dei lombardi e dei veneti), trattando di qualunque irredentismo balcanico o palestinese o “negro”? (Scambiare gli aggettivi giornalisti correnti fra Bossi e Arafat?...).
Eppure i programmi irredentistici e localistici e scolastici e fiscali dei veneti sono sostanzialmente identici a quelli zapatisti del famoso Chiapas. Solo un “look” più o meno suggestivo li distingue.
Ma se adesso tutta la sinistra internazionale alla moda, avendo esaurito i pellegrinaggi a San Cristóbal de las Casas, decidesse che la località “in” di quest’anno potrebbe essere Noventa di Piave (anche in omaggio al grande poeta dialettale “da rivalutare” Giacomo Noventa), e magari scoprendo che per il gusto francese dell’Altro sono “adorables, remarquables, formidables” proprio quei tipi caratteri folk che gli italiani politicamente chic trovano abominevoli?» 
(Alberto Arbasino, Paesaggi italiani con zombi, Adelphi, Milano, 1998, pp. 88-89)

In Olanda ha vinto Erdoğan

Nelle elezioni olandesi appena concluse il DENK, il cosiddetto “partito degli immigrati” fondato nel 2014 dagli ex-laburisti Tunahan Kuzu e Selçuk Öztürk (entrambi nati in Turchia), ha ottenuto il 2,1% dei voti e 3 seggi in parlamento. Tra le “prospettive” (standpunten) del loro programma, segnaliamo le più salienti:
  • Sostituire l’idea di “integrazione” con quella della “accettazione reciproca” [wederzijds acceptatie];
  • Creare un “registro del razzismo” (R-register) che raccolga tutte le espressioni discriminatorie passibili di censura;
  • Stabilire delle “quote immigrati” (almeno il 10% del personale) per le aziende;
  • Abolire dai documenti pubblici le definizioni di “allogeno” [allochtoon] e “autoctono” [autochtoon], perché «rappresentano una distinzione artificiale che crea discriminazione»;
  • Destinare maggior spazio nei programmi scolastici allo studio del passato colonialista dell’Olanda e degli orrori della schiavitù e del razzismo;
  • Introdurre nelle scuole l’insegnamento facoltativo di lingue quali il cinese, l’arabo e il turco;
  • Castrazione chimica per chi abusa sui minori [punto 5, terza sezione: Kindermisbruik bestraffen met chemische castratie];
  • Opposizione al TTIP, al TiSA e al CETA;
  • “Più Europa, meno Bruxelles” [Méér Europa, minder Brussel], qualsiasi cosa significhi;
  • Riconoscimento di uno Stato palestinese e bando dei prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti illegali;
  • Contrasto alla pulizia etnica dei Rohingya tramite pressione politica ed economica sul governo birmano;
  • Promozione di una ricerca indipendente sulla “questione armena” per il riconoscimento delle vittime da entrambe le parti e la riconciliazione.
Al di là il programma politico, è utile rilevare anche quanto accade attorno al DENK: a parte l’utilizzo dei troll per fare propaganda, colpiscono le dichiarazioni del presidente del Concilio Turco olandese, Sefa Yürükel, che ha accusato il partito di ricevere sostegno politico e finanziario dall’AKP di Erdoğan e di prendere ordini dal Diyanet (il Consiglio per gli affari religiosi turco).

È doveroso specificare che Yürükel e il suo comitato si definiscono seculiere Turken e kemalisti, infatti accusano i loro connazionali (e correligionari) del DENK anche di aver ricevuto un appoggio eccessivo da parte degli imam sunniti. Ad ogni modo è significativa questa spaccatura nella comunità turco-olandese, sebbene sia improbabile che tra quelli scesi per le strade di Rotterdam non ci fossero pure dei kemalisti indignati per l’atteggiamento dell’Olanda (per non dire della nota “questione armena”, altro punto di contatto tra nazionalisti e islamisti turchi, ché entrambi si rifiuterebbero di parlare di “genocidio”).

Sembra che alla fine l’unico vincitore delle elezioni olandesi sia stato proprio Recep Tayyip Erdoğan.

mercoledì 15 marzo 2017

Wilders, l’indo biondo fa impazzire il mondo

Antropologi, genealogisti e semplici giornalisti si sono interrogati in questi anni sulle origini di Geert Wilders (la “g” del nome si pronuncia con una specie di scaracchio trattenuto).

Secondo l’antropologa Lizzy van Leeuwen, l’astro nascente del populismo europeo avrebbe mentito sulle proprie origini (come dimostra il volume biografico del 2008, Veel gekker kan het niet worden [“Più pazzi di così non si può”]), omettendo dettagli “compromettenti” sulle vicende familiari.

La madre di Wilders, infatti, nacque a Sukabumi, nelle Indie orientali olandesi da un addetto all’amministrazione coloniale, Johan Ording, e dalla discendente di un’antica famiglia ebraico-indonesiana, Johanna Magdalena Meijer.
Il nonno di Wilders, Ording, fu poi congedato per i ripetuti dissesti finanziari causati all’amministrazione, e nel 1934 costretto a tornare nei Paesi Bassi con la moglie e otto figli. La signora Johanna Ording-Meijer, abituata a uno stile di vita nobiliare in Indonesia, dovette accettare di diventare la versione olandese di una Pied-Noir.

Wilders is een Indo, quindi. Secondo la van Leeuwen (che ha scritto l’articolo più completo sulla vicenda, De politieke roots van Geert Wilders, “De Groene Amsterdammer”, 2 settembre 2009), tale condizione avrebbe alimentato l’estremismo e l’islamofobia di Wilders.
Gli olandesi delle ex-colonie infatti si considerano da sempre “Più olandesi degli olandesi” (Hollandser dan de Hollanders): sia dai tempi in cui vivevano in Indonesia avevano una mentalità da boeri, da assediati, tanto che molti di essi negli anni ’30 aderirono al partito nazista olandese.
I sentimenti revanscisti si acutizzarono col ritorno forzato nei Paesi Bassi: l’intolleranza verso l’islam, un abito già adottato verso i “selvaggi”, si rafforzò nel confronto con le altre “minoranze” (in particolare turchi e marocchini) che all’epoca si riversarono nelle principali città olandesi.
Il padrino politico di Wilders, Frits Bolkestein, noto per l’infausta “direttiva” che porta il suo nome, fu uno dei pochi del suo partito (il liberale VVD) a opporsi all’entrata della Turchia nell’Unione Europea (oggi, dopo i noti screzi, è una cosa che non vuole più nessuno ma fino a pochi anni fa era un’idea piuttosto  à la page). E pure lui è di origine “india”, quasi a testimoniare una comunità di intenti tra gli appartenenti alla stessa etnia.

È noto comunque che Wilders talvolta sia disposto a sbandierare le sue origini ebraiche, per opportunismo: per esempio quando si proclama “miglior amico di Israele”, propone il trasferimento dell’ambasciata olandese da Tel Aviv a Gerusalemme oppure auspica una “soluzione sionista” al problema dell’estremismo islamico in Europa.
Nemmeno gli israeliani, in verità, si fidano troppo di lui, sia perché in genere nel Vecchio Continente fanno il tifo per la sinistra (per ragioni “cosmetiche” e per avere la coscienza a posto quando sostengono la destra a casa propria), sia perché Wilders fa discorsi punto simpatici. Come nota il “Times of Israel”: «When Trump says that he wants to make America great again, that sounds very different from Wilders saying to Germans that we will make Germany great again. Great … again? Very different». Good point.

All’occorenza Wilders potrebbe persino sfoggiare una moglie ebrea, l’ungherese Krisztina Marfai, e ben quaranta viaggi in Israele. Dipende dalle occasioni, come abbiamo detto: il suo “sionismo olandese” sembra piacere ai sostenitori più beceri (in passato ha ammiccato al Grootneerlandisme, auspicando l’annessione delle Fiandre), mentre l’islamofobia è una caratteristica più apprezzata dai “moderati” (come tutti sanno, Wilders è anche sceneggiatore e nel 2008 ha esordito col cortometraggio Fitna, all’epoca condannato da tutti gli olandesi, comprese le associazioni ebraiche, e oggi invece considerato sempre meno “scandaloso”).

Non sappiamo se Wilders riuscirà a realizzare le proprie ambizioni, tuttavia per il futuro gli consigliamo di fare incetta di acqua ossigenata e tinta per capelli, perché la ricrescita potrebbe comprometterne l’ascesa.

martedì 14 marzo 2017

“Conosciamo gli olandesi da Srebrenica”

«Conosciamo l’Olanda e gli olandesi dal massacro di Srebrenica. Sappiamo quanto siano perversi da come hanno massacrato ottomila bosniaci [bosgnacchi]», ha appena dichiarato Erdoğan (originale: «Biz Hollanda’yı ve Hollandalıları Srebrenitsa katliamından tanırız. Onların cibilliyetinin, karakterinin ne kadar bozuk olduğunu 8 bin Boşnağı orada nasıl katlettiklerinden tanırız»).

Finalmente questa Europa ha trovato qualcuno che la prende sul serio! Il leader turco sbatte in faccia ai “paladini della democrazia” le loro miserie e contraddizioni. È troppo facile invocare nuove Norimberghe immaginandosi sempre dalla parte dei giudici, perché ad autoassolverci siamo capaci tutti; difficile invece affrontare un processo che non sia puramente formale.
I nervi stanno saltando perché il “Sultano” ha giocato la carta giusta: il conflitto dei Balcani è anche “nostro”, fa parte della “nostra” storia e ciò comporta un’assunzione di responsabilità da parte di ognuno dei partecipanti. Perché se è vero che quella guerra fu condotta in nome dell’umanità, delle “Nazioni Unite” (in quel momento rappresentate... dalla NATO), allora i caschi blu olandesi si sono resi complici dei nemici del genere umano.
Il ragionamento stride, ma le bombe laggiù sono state buttate per questo; di conseguenza, l’argomento di Erdoğan è legittimo, e sarà imbarazzante vedere i suoi avversari arrampicarsi sugli specchi. Senza fare nomi, il giornale che oggi tanto si indigna per la “strumentalizzazione” di Srebrenica da parte del Gran-Turco, è lo stesso che nel 1996 accusò lo scrittore austriaco Peter Handke di essere un “terrorista” per aver scritto sulla “Süddeutsche Zeitung” che il racconto di quel massacro era «nient’altro che la mera, lascivia, mercantilistica vendita dei fatti e degli pseudofatti».

Lungi da noi voler ritornare sulle tragedie balcaniche. A noi interessa solo questa fottutissima Unione Europea, che si nutrì anche di quel sangue: come disse un importante eurocrate dell’epoca, una nuova nazione deve basarsi sulla moneta e sulla spada, cioè sull’euro e la NATO.
Nessuno voleva “giocare alla guerra” (persino il peracottaro Samuel Huntington non seppe spiegare quali interessi potevano avere gli americani a difendere la Bosnia), però tutti alla fine vi parteciparono, in un modo o nell’altro.

L’“Occidente” (o quella cosa che definiamo tale) ha quindi intrecciato la sua storia con quella bosniaca, e dietro di sé, come unico ricordo, ha lasciato la diserzione. Non conosciamo i motivi per cui i caschi blu abbiano consentito il massacro: il generale americano John J. Sheehan chiama in causa l’effeminatezza congenita degli olandesi. La tesi è suggestiva, ma crediamo che la realtà sia più squallida: gli olandesi, assieme a tutti gli altri, non avevano capito il senso della “guerra umanitaria” e si erano schierati con quelli che consideravano più simili a loro. Non fu solo per il famigerato Dutch courage se a Srebrenica soldati serbi e olandesi passarono ore liete scolando birra a fiumi, ballando e danzando assieme.  


Gli “arancioni” preferirono però passare per codardi piuttosto che per complici.
E oggi vogliono ripetere la sceneggiata, arricchita dal tipico atteggiamento “chiagne e fotte” a cui il blocco nord-europeo ci ha abituati; ma per le regole del gioco che hanno accettato di giocare, la ragione (se non la morale) sta tutta dalla parte del “Sultano”.

lunedì 13 marzo 2017

Grazie Erdoğan, bombardaci Amsterdam!


Seguo con svogliatezza questa crisi diplomatica che or ora si sta verificando tra Olanda e Turchia, a pochissimi giorni dalle elezioni che potrebbero portare un estremista di destra (ma “liberale”!) al governo di un Paese europeo.
Come sapete, io parteggio quasi sempre per i turchi, perché mi stanno simpatici e perché poi, come mi dice spesso una mia amica riferendosi al suo popolo: «Se fossimo stati davvero così cattivi, a quest’ora voi sareste tutti mussulmani» (identificando italiani, greci, serbi, croati, romeni e tutti gli altri coi famigerati “romei”). Potrei sempre risponderle tirando in ballo Dracula (eroe nazionale in Romania), Nikola Zrinski (bano dell’Hırvatistan) e quel mattacchione di Giovanni Hunyadi; invece accetto la provocazione perché tutto sommato mi piace la goliarda neo-ottomana.

Tuttavia mi interesso anche di cose olandesi, pur non provando eccessiva attrazione per questi tizi tutti tulipani e papaveri (ma con un cuore nero, da afrikaner, da tifosi del Feyenoord), questi sodomiti, depravati, sessuomani e drogati che però hanno pure dei difetti: per esempio, essere troppo compiacenti nei confronti della Germania (che invece sotto sotto li disprezza e li considera ancora Piraten).
Beh, è proprio per colpa di quella disadattata della Merkel (adorata solo in Italia) che è scoppiato il caos: infatti dopo mesi di provocazioni anti-turche da parte dei tedeschi (vedi la questione del genocidio armeno, le ambiguità sul tema dell’immigrazione, l’incapacità di Berlino di rappresentare gli interessi dell’intera Unione), alla fine i nodi sono venuti al pettine quando è stato impedito a vari ministri turchi di tenere comizi in favore della nuova riforma costituzionale.

Proteste a Istanbul davanti al consolato olandese
“Öl de ölelim”, lett. “Morire e moriremo”
La scusa è stata la necessità di evitare “disordini”: se la Germania aveva però l’alibi delle fortissime tensioni tra le sue comunità turche e curde, l’Olanda invece ha agito per puro autoritarismo. Infatti le rivolte “ottomane” a Rotterdam e Asterdam sono state scatenate proprio dalla decisione di impedire al Ministro degli Esteri Çavuşoğlu (si legge Ciavushoolu) di mettere piede nel Paese. Tale “iniziativa” ora sembra coinvolgere persino la Danimarca, e probabilmente tutto il blocco del Nord Europa (che non è stato capace di integrare i “suoi” turchi e adesso vira pericolosamente verso la destra più becera, mentre nessuno ha il coraggio, in particolare dalle nostre parti, di dire una sola parola contro la xenofobia e l’islamofobia settentrionali – perché i razzisti possono essere solo italiani, greci, spagnoli ecc…).

Da entrambe le parti comunque stanno volando parole grosse; Erdoğan lancia a raffica accuse di “nazismo” (e parla dell’Olanda come una “repubblica delle banane” muz cumhuriyeti) e quelli della CDU lo definiscono “Deposta del Bosforo” (Despot am Bosporus).
Non so bene quale risultato volessero raggiungere i tedeschi (e i loro vassalli austriaci, olandesi e danesi), ma umiliando in tal modo i turchi, costringeranno anche quelli contrari alla riforma presidenzialista a votare “Sì” per questione di orgoglio nazionale. Possiamo biasimarli? A mio parere no, considerando soprattutto che il primo “populista” maggioritario europeo sarà un tizio al cui confronto Salvini sembra monsignor Della Casa, uno che si tinge di biondo per nascondere le imbarazzanti origini (imbarazzanti per lui e il suo elettorato, intendo).


Ecco cosa ci porta in dono le virtù nordiche, a parte le tonnellate di ipocrisia a cui siamo assuefatti da anni (anche questo teatrino anti-Erdoğan ne fa parte): un po’ di sano arianesimo, di razzismo “presentabile”, di islamofobia “securitaria”. Però tutti, europeisti e anti-europeisti, globalisti e sovranisti, merkeliani e lepenisti, dovrebbero ricordare che dall’altra parte c’è un vero leader, uno che è sopravvissuto alle rivoluzioni colorate, alle primavere arabe, ai golpe militari, ai servizi segreti russi, al terrorismo curdo e “islamico”: per sognare una nuova Lepanto, dalle parti europee ci vorrebbe come minimo un Andreotti, o almeno un De Gaulle…

sabato 11 marzo 2017

Il silenzio degli innocenti


A venticinque anni di distanza Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, dopo aver perso l’aura sensazionalistica e sanguinaria che lo ha trasformato in un film cult per le masse, si può a tutti gli effetti considerare un “classico”. Una consacrazione che, col senno di poi, è dovuta forse all’esitazione (involontaria o meno) del regista a ritenere superata la dicotomia fra tragico e osceno: a differenza delle altre pellicole sugli assassini seriali, in questa infatti il sangue compare in un’unica scena, quella in cui Hannibal Lecter uccide due poliziotti durante la fuga (un omicidio al contempo fatale e accidentale, per certi versi estraneo al “cannibalismo psicologico” dell’assassino).

Per entrare subito in medias res, il professor Lecter è sicuramente uno dei personaggi più perturbanti giunti al cospetto della cultura popolare. Si tratta di un criminale poco romanticizzato, qualitativamente diverso da quelli del passato; come tenta di spiegare Norman Gobetti da una prospettiva sociologica, «negli stessi anni in cui una spietata politica estera, una segregazione urbanistica sempre più feroce, un mosaico di politiche culturali, settarie, una sempre maggiore diffidenza tra i corpi dettata dal panico dell’Aids e una radicale sterilizzazione degli stili di vita si incaricavano di innalzare muri sempre più alti a difesa di ciascuna singola identità, l’immaginario veicolato dal cinema hollywoodiano si faceva via via più sanguinario e straziato. […] Capita così che i personaggi forti di questo cinema, appunto “gli unici eroi possibili”, siano sempre più spesso criminali, mafiosi e assassini, psicopatici e professioni della rapina. Non si tratta più dei romantici fuorilegge […] che affollavano i film statunitensi intorno agli anni ’70 […] ma di veri e propri cattivi, goduti postmodernamente senza mezzi termini e senza inibizioni. […] Così nei grandi film degli anni ’80 e ’90 […] il sangue scorre a fiotti, i cadaveri non si contano, i confini si smarriscono» (Jonathan Demme. Il silenzio degli innocenti, Lindau, Torino, 1997, pp. 16-17).

Questa analisi individua quindi l’origine del Silenzio degli innocenti in un inconscio collettivo preda di pulsioni irrisolte e oscure. Anche nell’epilogo “a-morale”, in cui il cannibale riesce a fuggire in una imprecisata località caraibica (ricca di nuova “selvaggina”), Demme sembra voler incanalare in un’estetica ancora “tragica” le fantasie di morte suscitate dal milieu politico-culturale. Tali considerazioni ci costringono però a superare l’ambito estetico e affrontare, al di là dei sociologismi, il significato politico –se esiste– della pellicola.

Quando la macchina da presa irrompe nell’abitazione di “Buffalo Bill”, si notano un paio di particolari all’apparenza irrilevanti: una coperta con delle svastiche ricamate e dei manifesti di organizzazioni neonaziste. È uno stereotipo, quello del “fanatico nazi”, presente in molte pellicole hollywoodiane, che spesso si manifesta nelle sembianze di un reduce di guerra: in questo caso è possibile dedurre un legame tra Bufalo Bill e l’ambiente militare dalla sofistica apparecchiatura utilizzata nel confronto finale.
Più di un critico ha giustamente segnalato il legame tra Il silenzio degli innocenti e la guerra del Golfo: «L’assassino attira Clarissa (l’eroina) in un locale completamente buio, e può vederla, controllarla, avvicinarsi ad essa, guardando attraverso un paio di occhiali per vedere al buio, di notte – forse questa sequenza non ci farebbe tanta impressione se non avessimo visto, in queste settimane, tante immagini simili, in TV, della guerra del Golfo, il verde dell’effetto-notte, la notte (appunto) americana, quel modo di vedere […] in cui le cose, le persone, sembrano ridotte dalle protesi della tecnologia militare a fantasmi, a ombre in un acquario» (A. Cappabianca et al., Il silenzio degli innocenti, in “Filmcritica”, n. 414, aprile-maggio 1991, p. 195, citato da N. Gobetti).
Potremmo maliziosamente dedurre che lo stereotipo “nazi” è utile a suggerire allo spettatore che le violenze perpetrate dall’esercito statunitense siano da imputare perlopiù a individui isolati, alle lunatic fringes: le svastiche rosse rappresentano un facile espediente per allontanare i sospetti di un’aggressività intrinseca alla mentalità americana.

Un altro particolare che scopriamo nella “cameretta” dell’assassino è la sua spiccata tendenza alla transessualità. È utile notare come il “motivo” si presenti un attimo prima che le rivendicazioni di genere si trasformino in una questione politica, adattando il modello della militanza femminista a ogni tipo di sessualità. Giunti a tal punto, è inevitabile che l’analisi del film scenda nel “profondo”. Sono note del resto le letture “esoteriche” sul significato ultimo della pellicola: il transessuale che scuoia le vittime per farsi un “vestito” e trasformarsi esteriormente in donna sarebbe la messa in scena di un antico rito azteco, quello del “Dio Scuoiato” sulla cui statua i sacerdoti ponevano la pelle dei sacrificati.

Lasciando da parte certa saggistica “splatter”, bisogna però ammettere che diversi critici, anche autorevoli, sono rimasti affascinati dalla figura del cannibale “esoterico”: nell’antologia in appendice al volume di Gobetti si scopre che molti di essi identificano nel dottor Hannibal Lecter «una sfinge incantatrice che distilla con parsimonia le sue informazioni sotto forma di enigmi avvelenati […] [e] oracoli sibillini» (P. Rouyer, Le complexe du papillon, “Positif”, n. 362, 4/1991), «il Diavolo (la Sfinge giudeo-cristiana) nel sottosuolo» (I. Katsahnias, La puritaine, “Cahiers du cinéma”, n. 442, 4/1991), il «Gran Sacerdote [al quale] è inevitabile concedergli tutto, anche se stessi» (G. De Marinis, Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, “Cineforum”, n. 364, maggio 1991, pp. 64-68).
Non è un caso che il personaggio interpretato da Anthony Hopkins sia considerato il più  affascinante degli assassini cinematografici: «Lecter coniuga al negativo caratteristiche di norma considerate come pregi. Intelligenza, cultura, raffinatezza, sensibilità, cortesia, senso dell’umorismo, prontezza di riflessi in lui diventano strumenti di sopraffazioni e armi offensive» (N. Gobetti, pp. 50, 90).
Questa “simpatia” per Lecter finisce per trasformarsi in una sorta di inconscia reverenza. Scrive ancora Gobetti: «Il mostro evocato [Lecter] […] appare ora come un personaggio connotato dal massimo autocontrollo e dalla massima serenità: una specie di maligno monaco zen confinato in un luogo più simile alla segreta di un castello medievale che alla cella di un’istituzione penitenziaria e delimitato non da sbarre o da un muro ma da una parete di vetro che svolge la duplice funzione di impedire ogni contatto fisico e di garantire la massima visibilità» (Gobetti, pp. 46-47).

L’ex-psichiatra, sepolto nelle catacombe del carcere di massima sicurezza, diventa allora il “Gran Sacerdote” che conduce all’iniziazione la protagonista (e con lei gli spettatori): «Il  percorso [di Clarice] è quello di un’introversione: dall’esterno all’interno, dal campo lunghissimo al primissimo piano. […] Il percorso narrativo di Lecter è [invece] quello di un’estroversione: dagli angusti confini di una cella alla sconfinata vastità del mondo, dall’interno all’esterno, dal primissimo piano al campo lunghissimo. […] Costretta a posare gli occhi sull’orrore, […] [Clarice] dimostra la propria competenza a guardare l’inguardabile, a sopportare la vista dell’insopportabile, e invita lo spettatore a fare altrettanto. […] Il cuore della metamorfosi della falena-Clarice [passa] dall’intollerabilità del dolore (bozzolo), al turbamento per la “morte iniqua” (crisalide), al silenzio degli agnelli (pupa), e da lì verso quell’agghiacciante distacco professionale che la rende degna della promozione ad agente dell’FBI e nello stesso tempo dell’ammirazione di Lecter, cui è divenuta tanto simile» (Gobetti, pp. 51-52, 66, 94).
L’iniziazione procede di pari passo con la metamorfosi della protagonista e dello spettatore, soggiogato volente o nolente dal carisma di Lecter. Gran Sacerdote che controlla il destino di “Buffalo Bill”, egli non esita a celebrare il rito del “Dio Scuoiato” quando necessario: Lecter, infatti, «utilizzerà il cadavere di Tate [uno dei due poliziotti di guardia alla cella] per costruire una spettacolare scenografia, e quello di Pembry [l’altro poliziotto] per architettare una complessa mascherata, facendo del corpo del sergente un simulacro del proprio e uscendo dal palazzo di giustizia “sotto le sue spoglie”» (Gobetti, p. 60).

Per risalire all’ispirazione del rituale dello “scuoiamento” non è in realtà necessario chiamare in causa gli Aztechi: sia Demme che Thomas Harris (l’autore del volume da cui è tratto il film) potevano trovare numerosi modelli di riferimento nella cronaca nera americana, semplicemente seguendo la scia di sangue lasciata dai serial killer.
Ci sono infatti assassini che hanno inserito oggetti nei corpi delle loro vittime, altri hanno collaborato alle investigazioni sui loro “colleghi”, e altri ancora hanno segregato le “prede” dentro una fossa in cantina. Uno di questi, in particolare, sembra rimandare più degli altri a “Buffalo Bill”: si tratta di Ed Gein, vero e proprio “scuoiatore”, nonché profanatore di tombe e collezionista di feticci, che si fece un intero guardaroba femminile di pelle umana. A questo mostro accenna Betti Marenko in un saggio dedicato alla “modificazione corporea” (Segni indelebili, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 16): «Supplizio terminale ben noto a san Bartolomeo, che morì spellato vivo, o ai prigionieri che venivano sacrificati al dio azteco Xipe Totec, detto anche Nostro Signore Lo Scuoiato. Le festività dedicate al risveglio della natura e alla fertilità dei campi duravano venti giorni e in suo onore iniziavano con lo scuoiamento rituale di vittime le cui pelli venivano poi indossate da preti e guerrieri fino alla loro decomposizione. [...] Erodoto racconta che nel V secolo a.C. gli sciti non solo usavano prendere lo scalpo ai nemici, ma spesso strappavano loro via la pelle per conciarla e ricavarne un abito, proprio come, in tempi più recenti, ha fatto il famigerato Ed Gein. Figura seminale dell’orrore e ispiratore di una tipologia di rappresentazione del maniaco seriale, da Psycho al Silenzio degli innocenti, Ed Gein si metteva, letteralmente, nella pelle altrui indossando l’orrido vestimento fatto con le pelli delle sue vittime par attivare un’operazione delirante di trasferimento identitario».

La questione della transessualità e della body modification nel Silenzio degli innocenti ha lambito sin da subito i nascenti gender studies americani. C’è stato persino chi, come la studiosa Judith Halberstam (oggi diventata “Jack”), ha voluto identificare in “Buffalo Bill” un eroe post-femminista: «Se da una parte ci repelle per quello che fa alle donne, e lo spettatore femmina non può che distogliere lo sguardo dalle sua rappresentazione, nondimeno “Buffalo Bill” rappresenta un sottile cambiamento nella rappresentazione del genere. Non solo un mostro-assassino, “Buffalo Bill” sfida le concezioni eterosessiste e misogine dell’essere umano, la naturalezza e l’interiorità del genere, pur essendone una vittima» (J. Halberstam, Skinflick: Posthuman Gender in Jonathan Demme’s The Silence of the Lambs, “Camera Obscura”, n. 27, settembre 1991, cit. in N. Gobetti, p. 15).
Altre studiose “post-femministe” –o come si vuol definirle– hanno indugiato sulla “critica della differenza sessuale” dell’assassino seriale, che praticherebbe lo scorticamento per superare i confini del gender; questa sottocultura, come spiega ancora Marenko, vede in certe azioni violente «[eventi] emblematici, sia pure all’estremo, di quelle fughe, di quei passaggi e di quelle trasformazioni radicali di identità che in forme decisamente più attenuate sono leggibili nei parametri estetici della nostra cultura».

È in questo che troviamo, ancora col senno di poi, un’ulteriore accezione politica del film, nelle nuove iniziative legislative a favore di qualsiasi sessualità “alternativa”. Il punto di contatto tra i vari livelli è indirettamente stabilito da Riccardo De Benedetti in un interessante libro dedicato al sadismo come pratica politica (La chiesa di Sade. Una devozione moderna, Medusa, Milano, 2008, p. 70): «L’estendersi dei diritti è il modello reale a cui il sadico si richiama ogni qual volta ritiene insufficiente il limite impostogli dalla resistenza della vittima ai suoi piaceri. La crescita illimitata dei piaceri costruisce una coppia indissolubile con quella, altrettanto inesauribile, dei diritti. […] Sembra quasi che il diritto al vizio stia concludendo il rosario dei dritti umani e che per completarsi manchi solo l’annullamento di quello che è stato l’inizio del diritto umano, vale a dire il riconoscimento dell’intangibilità della persona umana a immagine di Dio».
È un’eventualità alla quale l’ora presente consente appena di accennare, ma che forse, una volta diramate le nebbie del politicamente corretto di fronte a nuove forme di violenza collettiva e legalizzata, saremmo obbligati a prendere in considerazione.

venerdì 10 marzo 2017

Una crisi piuttosto che una criticità


In questi anni siamo andati in overdose di “piuttosto che” con valore disgiuntivo e di “criticità” come sinonimo di crisi o problema. Ha ragione la Crusca, a sostenere che «un  piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio» (anche se la stessa Accademia ha poi utilizzato l’espressione “criticità” nel titolo di un seminario).

Mettiamo che in Italia un giorno fosse reintrodotto il nucleare: se nei pressi di una centrale un addetto alla sicurezza ci informasse che “è stata raggiunta una condizione di criticità”, noi come dovremmo interpretare l’annuncio? Come un invito a stare tranquilli perché i reattori funzionano alla grande, oppure come un segnale di pericolo? La situazione risulterebbe ancora più ambigua nel caso che nelle centrali nucleari del futuro lavorassero solo androidi, e non quelli sexy e piagnucolosi di Blade Runner, ma proprio macchine inespressive con un solo tono di voce.

Infatti, qualora volessimo chiedere ulteriori spiegazioni, “Signor androide intende dire che è opportuno allontanarsi dalla centrale?”, e l’androide rispondesse: “Potreste allontanarvi piuttosto che restare”, cosa dovremmo, ancora, dedurre da questa affermazione? Che è meglio scappare via oppure che una cosa vale l’altra (e dunque la situazione è tranquilla perché l’androide giustamente non può impartire ordini, ma soltanto limitarsi a ribadire le due opzioni disponibili)?

Sì, è ovvio che in caso di catastrofe nucleare saremmo spacciati comunque, ma non sarebbe meglio saltare in aria consapevolmente piuttosto che senza capire un cazzo come al solito?

Perciò si raccomanda per il futuro di dire “problema” (anche pronunciato male, “probblema”, “pobblema”), piuttosto che “criticità”, e “piuttosto che” solo quando si esprime una preferenza (“È preferibile utilizzare o piuttosto che piuttosto che con valore disgiuntivo”).

mercoledì 8 marzo 2017

Alle cammelle


Nella cultura tradizionale somala, la felicità di un uomo ha un unico metro di misura: il numero di cammelli in suo possesso. Perciò i loro aedi non celebrano le virtù della femmina umana, ma della cammella.

In un’antologia della poesia somala, il grande linguista polacco Bogumil W. Andrzejewski (1922-1994), assieme alla moglie Sheila ha raccolto alcuni di questi canti pastorali.

Dedico questi versi a tutte le lettrici: buon 8 marzo!

Oh tu che mi doni 
il dolce suono 
del tuo bramito
Oh tu che così allegramente 
fai risuonare
il tuo gorgogliante grugnito
è di te che io vo’ cantare!

Chi può tenere il passo 
col tuo andare?
Oh silenziosa inseguitrice
dai piedi delicati
è di te che io vo’ cantare!

(Raage Ugaas, “Alle cammelle”; cfr. B.W. Andrzejewski – S. Andrzejewski, An Anthology of Somali Poetry, Indiana University Press, Bloomington, 1993, p. 7)

lunedì 6 marzo 2017

Thomas Mann tra sensitivi e curlandi


Sedute spiritiche è un volumetto pubblicato dalle edizioni Via del Vento di Pistoia che raccoglie due scritti inediti di Thomas Mann, tradotti e commentati da Claudia Ciardi.
La prima parte riguarda i resoconti di tre sedute spiritiche a cui lo scrittore ha assistito nell’inverno del ’22-’23. Queste annotazioni rispondono in particolare a un quesito che da tempo attanagliava gli studiosi del genio tedesco: Era Mann un bischerone?
La risposta è (ahinoi) positiva, poiché il Nostro si lasciò facilmente abbindolare dai trucchetti del medium Willi: un fazzoletto fatto volteggiare in aria gli fa pensare a «un’essenza occulta dotata di vita autonoma» che agisce di nascosto, a «corpi naturali primitivi forse simili a arpioni» che si infilano sotto i fazzoletti e li fanno volare.
Per spiegarsi i fenomeni, lo scrittore ricorre addirittura alla teoria della relatività, o per meglio dire a una sua interpretazione in senso “esoterico”, come prova “scientifica” che la materia è fatta di energia e che dunque si possono materializzare nello spazio forme di vita organica (arpioni di carne –ohibò!?– che si nascondono alla vista degli umani per «una specie di pudore estetico»).

Battute a parte, lo stile di Mann emerge soprattutto nella descrizione dello “spettacolo” della possessione medianica, un tipo di rituale diffusosi per tutta la Germania nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale. Il medium Willi entra in scena con una calzamaglia nera, una vestaglia di seta scura e strisce luminose applicate sulla testa e sulle vesti; le sue movenze ricordano a Mann «con inequivocabile evidenza l’atto di partorire. Il risvolto sessuale era […] lampante».

Col senno di poi, è un bene che lo sconvolgimento non abbia ottenebrato le capacità compositive di Mann: avremmo avuto un santone in più e qualche capolavoro in meno.

Ancora più accattivante la seconda prosa inedita, il racconto di un soggiorno estivo in Curlandia tra la penisola di Neringa, quella di Sambia e la città di Nida ai tempi in cui erano ancora terra prussiana (oggi invece sono divise tra Lituania, Lettonia e l’exclave russa di Kaliningrad).
La descrizione del paesaggio è molto suggestiva: lo stesso Mann si sorprende di ritrovare in un litorale prussiano dei tratti meridionali, un paesaggio lagunare dal «carattere primitivo, elementare», contraddistinto dalle perturbanti dune baltiche che hanno valso a questa località l’appellativo di ostpreußische Sahara (il “Sahara della Prussia Orientale”, ancora oggi meta turistica anche grazie a Mann).

Decisamente curiose le annotazioni sulle lingue degli “indigeni”: «Sono trilingui: parlano tedesco, lituano e curlandese. Quando parlano tedesco, danno comunque un’impressione molto russa. Lituano e curlandese sono lingue di caratteristiche ben strane. Il lituano ha una leggera cadenza russa. Il curlandese dovrebbe avvicinarsi al sanscrito, come nessun’altra lingua moderna» (pp. 27-28).
Eh già, Mann aveva letto il de Saussure ed è sicuramente da lì che ha tratto l’idea del lituano come “sanscrito europeo” (tesi elaborata dal discepolo del linguista ginevrino Antoine Meillet); tuttavia è singolare che lo scrittore riporti tali considerazioni a un dialetto come il curlandese, che noi italiani conosciamo anche come “curone” (senza offesa).

Oggi il curlandese è quasi estinto e a tramandarlo e conservarlo in quanto dialetto sono rimasti i samogiti (ma è una storia complicata); ovviamente dopo la dominazione sovietica la pronuncia si è un po’ “orsizzata” (come è naturale), anche se Mann già all’epoca sentiva una cadenza russa (chi vuole può comunque apprezzare le differenze tra i due idiomi in questo video, nel quale la ragazza parla lituano e l’uomo in russo).
Ritornerò sicuramente su questo “temino delle vacanze” di Mann poiché offre molti spunti da diverse prospettive (dalla linguistica al turismo).

Concludo rivolgendo i complimenti alla curatrice per l’ottima traduzione e l’utilissimo apparato di note.

domenica 5 marzo 2017

Quando il Papa incontrò Batman


Come tutti sanno, lo scorso settembre il Papa ha incontrato Batman. Dopo avergli ricordato che Gotham City è piena di sgranarosari e coprofagi, e che quel ricco Epulone di Bruce Wayne finirà all’inferno, ha redarguito lo stesso supereroe per la sua idea artefatta di giustizia e per la sua mancanza di misericordia verso i criminali. Alla fine ha elogiato Batgirl (alludendo a una “implementazione” del ruolo delle bat-diaconesse nella Chiesa) e ha esortato Batman a prendere esempio dall’Uomo Ghiaccio, che si è coraggiosamente dichiarato gay.

Ma sì, ridiamoci su. Anche se l’altro giorno m’è venuto un dubbio: e se Francesco fosse un Papa immaginario? Cioè, se un giorno scoprissimo che si trattava soltanto di una costruzione mediatica, e che la Chiesa, a parte tutto, bene o male, tra altri e bassi, è rimasta la stessa?
Pope Francis come il Benoît XVI di Jean Raspail o quello di Herbie Brennan, come il Leone XIII rapito e sostituito ne I sotterranei del Vaticano di Gide, come il Papa-Robot di Hanno rapito il Papa di Renée Reggiani e del racconto Buone notizie dal Vaticano di Robert Silverberg, come Cirillo I de L’uomo venuto dal Kremlino, come Il Papa Negro di Emilio Cavaterra, come Giovanni XXIV che trasferisce la Santa Sede a Zagarolo (cfr. G. Morselli, Roma senza papa), come i “nostri” Gregorio XVII e Pio XIII?
Oppure come l’ultimo Papa, Pietro II, impersonato da Sergio Quinzio in Mysterium iniquitatis…?
Riguardo a quest’ultima ipotesi sono molto combattuto. Sorge spontanea la domanda già posta da uno dei più importanti intellettuali italiani contemporanei: È lui o non è lui? È lui o non è lui?

Alla fermata Cipro della Metro A di Roma da un paio d’anni (o forse anche di più) si può apprezzare un murale suggestivo e inquietante: Petrus Romanus, un Bergoglio che lacrima sangue mentre Roma sprofonda nell’apocalisse. In basso a destra, una data: 2017. Siamo al redde rationem? La congiuntura spazio-temporale è allettante, a 500 anni dalla Riforma, a 300 anni dalla nascita della Massoneria, a 100 dalla Rivoluzione russa... Roma 2017.

sabato 4 marzo 2017

Una cricca maltusiana in Vaticano


Vengono i brividi a scorrere l’elenco dei relatori al convegno sull’Estinzione Biologica organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze dal 27 febbraio al 1 marzo 2017. Una lugubre cricca maltusiana che, avendo perso qualunque credibilità scientifica, ha ben pensato di approfittare del clima da “primavera cattolica” in Vaticano per rifarsi una reputazione.

Ne ha parlato diffusamente Riccardo Cascioli (Conversione ecologica? No, all’ecologismo, “La Nuova Bussola Quotidiana”, 26 febbraio 2017) sottolineando come l’attuale cancelliere della PAS, l’argentino Marcelo Sánchez Sorondo, abbia blindato la conferenza causa «troppe contestazioni, troppe lettere di protesta, troppi rischi di interventi sgraditi».
Tra i  nomi della lista, spicca Paul R. Ehrlich, un entomologo convertitosi al catastrofismo ambientalista che dalla fine degli anni ’60 predica l’aborto forzato, la sterilizzazione di massa e un regime planetario per il controllo demografico mondiale.
Uno dei suoi seguaci, John Holdren, durante l’era obamiana ha ottenuto importanti incarichi come consulente della Casa Bianca per la scienza e la tecnologia. Con Ehrlich e sua moglie Anna, Holdren ha firmato uno dei libri più allucinanti del genere “maltusianesimo apocalittico”, Ecoscience (1977). Qualche citazione per rendersi conto di cosa stiamo parlando (chi vuole può leggere ampie porzioni del testo originale su “Zombietime”):
«Tutti i bambini illegittimi devono essere dati in adozione […]. Se una donna non sposata spera di tenersi il figlio, deve essere obbligata a ricorrere all’adozione dimostrando di avere la capacità di prendersene cura da sola. […] Potrebbe essere necessario obbligare le donne single a sposarsi o ad abortire, come alternativa al dare i figli in adozione» (p. 786);
«L’aggiunta di sterilizzanti all'acqua ai cibi è una proposta che fa rabbrividire le persone più delle altre proposte per il controllo forzato della fertilità. In effetti, il provvedimento solleva difficoltà politiche, legali e sociali, per non dire dei problemi tecnici. Tale sterilizzante oggi non esiste ancora, né sembra neppure in fase di preparazione. Per renderne accettabile l’uso, tale sostanza dovrebbe rispettare alcuni requisiti piuttosto rigidi: essere uniformemente efficace nonostante il diverso grado di fertilità e di sensibilità degli individui; non avere effetti collaterali; non avere alcuna conseguenza su persone del sesso opposto, bambini, anziani, animali domestici o bestiame» (pp. 787-788);
«È stato osservato che i provvedimenti per il controllo della popolazione, che includano anche l’aborto forzato, possono essere adottate nel rispetto dell’attuale Costituzione se la crisi demografica diventata così grave da mettere in pericolo la società» (p. 837) 
«Se alcuni individui contribuiscono al degrado sociale figliando oltre il consentito, e se la necessità è impellente, può diventare necessario imporre una responsabilità riproduttiva, così come viene richiesto di essere responsabili nel consumo di risorse» (p. 838);
«Sarebbe eventualmente necessario, attraverso l’ONU e le varie agenzie, istituire un Regime Planetario, una specie di super-agenzia internazionale per il controllo della popolazione, delle risorse e per la salvaguardia dell’ambiente. […] Questo Regime Planetario avrebbe la possibilità di stabilire il massimo di popolazione consentita per il mondo intero e per ogni singola nazione […]» (pp. 942-943).
Al di là della conferenza, c’è un alto maltusiano che negli ultimi tempi è diventato molto gettonato in Vaticano, il celeberrimo economista-guru Jeffrey Sachs, che sembra aver partecipato direttamente alla stesura dell’enciclica “ambientalista” di Papa Francesco, la controversa Laudato si’.
Come scrive ancora Cascioli:
«L’enciclica sull’ambiente, aldilà delle intenzioni […] ha ceduto [al maltusianesimo] con l’inclusione in un documento magisteriale del concetto di “sviluppo sostenibile” che, nella sua genesi e nel suo significato, è figlio di una concezione negativa dell’uomo molto lontana dal concetto di “sviluppo umano integrale” su cui insisteva il magistero precedente. Anche qui non è un caso che a presentare l’enciclica, monsignor Sorondo abbia invitato più volte Jeffrey Sachs, un economista dai ruoli di rilievo all’ONU, ora direttore dell’UN Sustainable Development Solutions Network, fanatico sostenitore del controllo delle nascite, che come premio è stato nominato membro della Pontificia Accademia delle Scienze».
Chi è addentro certe cose, conosce bene il nome di Sachs: nonostante dalla fine degli anni ’90 abbia tentato di rifarsi una reputazione andando a braccetto con la crème del progressismo hollywoodiano, egli è soprattutto ricordato per i disastri combinati nei Paesi dell’ex Unione Sovietica. Tanto che nel 2012 ha dovuto pubblicare sul suo sito una imbarazzante “auto-apologia” (What I did in Russia), in cui accolla i propri fallimenti al Fondo Monetario Internazionale, all’Amministrazione Bush, a Eltsin, alla Banca Mondiale, alla corruzione russa e, in generale, alle “circostanze sfavorevoli”.

Recentemente Sachs, non contento dell’esito delle sue imprese nell’Est Europa, ha concentrato le sue attenzioni sull’Africa, lanciando con il pieno appoggio dell’ONU un progetto per “far scomparire la povertà dalla faccia della Terra”, il Millennium Villages Project.

L’ennesimo insuccesso di Sachs è descritto dalla giornalista Nina Munk nel volume The Idealist: Jeffrey Sachs and the Quest to End Poverty (2013).
Nel libro emergono dettagli poco noti a quelli che conoscono Sachs solo per le sue comparsate su MTV o per le foto con Bono Vox: per esempio, che il suo principale finanziatore sin dai tempi delle scorribande in Polonia, è George Soros (attraverso la nota “Open Society”), il quale tuttavia ha dichiarato alla stessa Munk di non credere più alla capacità taumaturgiche del suo pupillo, e che l’unico motivo per cui gli regala ancora milioni di dollari è solo per “appagare il suo istinto di speculatore” (sic!).

La ricetta di Sachs è in effetti piuttosto elementare: inondare un villaggio africano di dollari e contraccettivi e poi vedere che succede. Il caso di Dertu è uno di quelli raccontati dalla Munk: una poco amena località collocata sul confine keniota ma abitata da pastori somali che, a causa delle smanie di ingegneria sociale nutrite da Sachs, è diventata la baraccopoli di tutti i disperati della regione.
Il paradosso è che nonostante gli sforzi per infondere nella popolazione una “coscienza riproduttiva”, nei container del villaggio giacciono ancora le scorte di pillole contraccettive e i preservativi, mentre il tasso di fertilità rimane altissimo e la tribù continua a praticare l’orrendo rituale dell’infibulazione.

Non è solo dal punto di vista della “salute riproduttiva” che la shock therapy si è dimostrata inconcludente: anche nei confronti del famigerato “sviluppo sostenibile”, un altro cavallo di battaglia col quale ha ben intortato la curia, Sachs ha dimostrato tutta la sua incapacità.
Quando il più grande esperto di malaria a livello mondiale, l’epidemiologo svizzero Christian Lengeler, ha cercato di impedirgli di riempire la Tanzania di zanzariere perché così avrebbe distrutto i produttori locali, Sachs lo ha aggredito in pubblico accusandolo di “avere le mani sporche di sangue”. Dopodiché, all’economista è bastato schioccare le dita affinché Ban-Ki-Moon si attivasse per riempire la Tanzania di zanzariere. Il “successo” in termini mediatici è stato ovviamente immediato: ma così facendo è stata distrutta proprio la possibilità di un “commercio sostenibile” del prodotto, visto che i finanziamento dell’ONU per questo progetti sono una tantum e le reti invece vanno cambiate ogni quattro anni…

Per fortuna che adesso c’è il Vaticano a dare una bella ripulita alla reputazione di Sachs, le cui manie di grandezza paiono tuttavia inappagabili: preghiamo solo che non lo facciano vestire di bianco, perché uno basta e avanza…

Pure con le negre!

Mi stupisce la perfetta coincidenza del finale di Mephisto di Klaus Mann con quello di Borotalco di Carlo Verdone:


Sempre la solita Schwarze Venus, che si manifestò come donna khoi (Saartjie Baartman, la “Venere Ottentotta”) nelle esposizioni etnologiche di fine ’800; come Vénus noire al cospetto di Baudelaire, nelle sembianze di Jeanne Duval; e come preda e trofeo nella fase libertina del colonialismo, fino alle esibizioni di Joséphine Baker senza soluzione di continuità con la Blaxploitation americana.

Nell’ottobre del 1970 la rivista “Jeune Afrique” pubblicò le foto di una modella nera in deshabillé, la ballerina del Crazy Horse Miss Zabôô. La redazione venne subissata di proteste da parte dei lettori: l’esibizione della négresse era roba da generali nostalgici o da rivistacce del lubrico occidente borghese; che c’entrava con un giornale progressista e anticolonialista?


La polemica giunse anche in Italia: ne parlò persino Augusto Del Noce (Neo-colonialismo e pornografia, “Europa”, n. 26-27, 31/10/1970, pp. 81-84):
«Oggi è un fatto che pornografia e colonialismo si sono associati. Al negro viene oggi riconosciuto un “valore”, ma purché si adegui all’immagine che la “razza dominante”, la razza “bianca” ne ha costruito a proprio vantaggio. Si adegui, cioè alla versione “relativista” del mito del buon selvaggio; il buon selvaggio dimostrerebbe la relatività di tutti quei valori che la civiltà ha presentato come assoluti, annullando con ciò il culto della tradizione, come culto mistificatorio. […] [Si è scelta] quindi una nuova via colonialista: i paesi dell’Occidente […] si sarebbero auto-sradicati dalla tradizione. In questo auto-sradicamento avrebbero incontrato la négritude, che continuava a essere caratterizzata secondo il modello consueto, non diverso in nulla da quello già proposto dal conte di Gobineau, dalla totale prevalenza del senso e dell’immaginazione. Dunque, dopo che questi caratteri specifici sarebbero stati integrati (danze, musiche, arte negra, ecc., giù giù fino agli spogliarelli), dopo aver onorato coloro che più si distinguono in queste arti, dopo, in base al naturismo e al “principio del piacere” avere assorbito la “cultura africana”, la négritude si sarebbe trovata inserita nel mondo civile, però al momento del carnevale e della festa. […] I negri più seri hanno però provato di aver compreso perfettamente il giuoco. Tenetevi, hanno risposto, l’erotismo che consegue alla crisi di negatività rispetto alla tradizione che caratterizza oggi la vostra civiltà, non attribuitelo però a noi, e soprattutto badate bene a non farne un simbolo della nostra cultura. La liberazione negra non è affatto partecipazione alla vostra crisi».
Gli argomenti restano tuttora validi, anche se la fotografia erotica ha ormai fatto il suo tempo e oggi si parla soprattutto di controllo demografico e colonialismo culturale (contraccezione, aborto, sterilizzazione, ideologia gender ecc…). Ma lasciamo da parte questa roba – I promise I won't get all political. I tre drink li avevo bevuti per parlare esclusivamente della negra, che rimane un oggetto misterioso per i maschi ingenui.

Sia chiaro che io non so nulla di queste cose, però qualche tempo fa mi è capitato di vedere un video in un cui una ragazza afroamericana attacca uno sfigato con i rasta reo di essersi impadronito di uno stereotipo della “sua” cultura:


Ora, il tizio bianco (che di cognome fa pure Goldstein…?!), non ha capito che questa è la modalità standard con cui le nere approcciano i visi pallidi. In Italia lo stesso fenomeno si verifica quando un maschio nordico incontra una ragazza meridionale (non a caso molto spesso ci si riferisce al Sud Italia come “Africa”), tuttavia negli ultimi anni, grazie all’immigrazione e ai matrimoni misti, sta emergendo anche da noi questo tipo di femminilità black.
Personalmente ho vissuto qualcosa di simile alla scena di cui sopra parecchie volte: ad esser sinceri, è solo molto tardi che ho capito in cosa consistesse la faccenda, forse troppo tardi (almeno non ho dato a nessuno il pretesto per prendermi a cinghiate). Anch’io restavo sconcertato, telefonavo in lacrime a mia madre (“Lo sai cosa mi ha detto quella? Io non le ho fatto niente!”), specialmente nell’epoca in cui ero di sinistra e credevo al bon sauvage. Poi ho capito appunto che si trattava soltanto di uno stupido rituale d’accoppiamento. Anvedi ’ste morette…

Non vorrei però chiudere con questa malinconia. Quindi, per la gioia dei maniaci, ecco un paio di fotografie riassuntive di quanto è stato detto (immagini e testi tratti da... una rivista fotografica, “Photo 13”, roba anni ’70):