giovedì 23 marzo 2017

Pazolini

Uno degli articoli più letti di questo blog è quello dedicato al padre di Pasolini, Carlo Alberto, che in realtà consta solo di qualche dettaglio poco conosciuto emerso dalle lettere del Poeta stesso.
Della vita di questo ufficiale bolognese, all’apparenza neanche tanto banale, non sappiamo nulla e ne sapremmo ancora meno senza cotanto figlio (seppur ingrato). Tuttavia negli ultimi tempi mi ha colpito l’interesse suscitato dalla figura di Carlo Pasolini da parte di russi e coreani: giungevano infatti da queste parti strane chiavi di ricerca, tipo Карло Пазолини oppure “Pazolini” (un errore che attribuivo al diverso alfabeto – del resto chi saprebbe scrivere correttamente in cinese il nome di Mao Tse-tung dovendosi basare solo sulla traslitterazione italiana?).

Incuriosito soprattutto dall’incredibile flusso di visite da Seul, ho provato a capire cosa effettivamente i coreani sapessero di Pasolini. Il risultato è: niente (a parte qualche film sottotitolato).
Come si spiega allora tutto questo entusiasmo? Semplice: stanno cercando scarpe!
“Carlo Pazolini” è infatti il marchio di un’azienda italiana conosciuto soprattutto nell’ex Unione Sovietica e in Asia perché al 100% di proprietà russa. Come scrive “Repubblica”: «Il  marchio ha scelto due “z” intrecciate come logo anche per mettere l’accento su un nome che è un omaggio al grande poeta delle borgate romane e dei ragazzi di vita. Perché in russo Pasolini si pronuncia con la “z” [no, è che per la “z” dovrebbero usare il suono “ts” rispetto alla traslitterazione standard, ndr]. Tutto comincia nel 1991, quando un intraprendente uomo d’affari con la vocazione dell’antesignano, Ilya Reznik, intuisce il potenziale che nel mercato russo può avere il sapore dell’artigianalità tricolore. Nasce così Carlo Pazolini, un marchio di “lusso accessibile” di calzature e accessori che nel 2008 taglia il traguardo dei 100 negozi monomarca procedendo nel frattempo alla messa a punto di un ambizioso piano di sviluppo di negozi in franchising».
(Non abbiamo capito da dove proviene il  “Carlo”, ma non importa).

Che dire? Complimenti! E aggiungerei: Sticazzi! Abbiamo fatto la solita figura da mona. Anche loro, però: che c’entra Pasolini con le scarpe? Allora noi ci mettiamo a fare i cappotti “Gogol”, che almeno sono più in tema… Vabbè, è andata così. È un peccato però passare sempre da sfigato anche in queste piccole cose: al diavolo la poesia, bisogna diventare esperti di scarpe, «scarpe […] da donna che costano milioni all’uomo». Perché, è proprio il caso di dirlo, «l’han deciso i [poeti]», e dobbiamo accettarlo.


Per ripicca (?) ho cancellato tutti i post dedicati a Pasolini, lasciando solo quello di suo padre. Così coreani e ucraini penseranno che il regista del Decameron sia stato un virilissimo ufficiale italiano, col quale il suo stesso figlio sognava di fare all’amore (in una rivisitazione dell’Edipo, forse auto-imposta).
Sarebbe anzi il caso di inventarsi proprio un alter ego del Poeta, il “Pazolini”, grandissimo tombeur de femmes, maschio italiano al 100%, che se l’è fatte tutte, da Elsa Morante a Dacia Maraini, da Laura Betti ad Anna Magnani, da Silvana Mangano fino alla Callas.
Dunque, se ve lo chiedono, “Pazolini” è morto mentre faceva sesso con una giovanissima Milly Carlucci. Così evitiamo anche un eventuale danno d’immagine nel mondo slavo…

domenica 19 marzo 2017

Parola di Erdoğan

I giornali italiani attaccano ancora il grande Erdoğan, attribuendogli un fantomatico appello ai turchi in Europa a “fare almeno cinque figli. Ma vi pare che potrebbe dire una cosa del genere? Beh, cazzo, l’ha detto veramente, a uno di quei comizi “a braccio” che hanno fatto la sua fortuna di intrattenitore (meno male che il Tavernello per i mussulmani è haram, sennò sai che risate): “Üç değil, beş çocuk yapın. Size yapılan terbiyesizliklere vereceğiniz en güzel cevap budur” [«Non fate tre figli, ma cinque. È la migliore risposta alla mancanza di rispetto con cui siete stati trattati»].


Erdoğan è fatto così, prendere o lasciare (ha detto altre cose divertenti, per esempio che oltre al velo l’UE dovrebbe proibire anche la kippah).
Non ha tutti i torti, considerando lo scherzetto che gli ha fatto quella opportunista della Merkel, proibendo i comizi sul referendum costituzionale turco in tutto il Nord Europa (mentre in Francia e in Grecia si sono svolti in assoluta tranquillità). Non è un atteggiamento con cui si può trattare un “Sultano”: i tedeschi pensano sempre di avere a che fare con bambini indisponenti. Non a caso il braccio destro della Merkel nella CDU, Julia Klöckner, ha paragonato il leader turco a «un bambino testardo che non riesce a ottenere quel che vuole» [“Herr Erdogan reagiert wie ein trotziges Kind, das seinen Kopf nicht durchsetzen kann”].

No, Erdoğan non è un politico italiano qualsiasi che è contento di sentirsi dire che “deve fare i compiti a casa”. Infatti tutto il governo di Ankara si è scatenato all’unisono: tedeschi nazisti, austriaci nazisti, olandesi… nazisti!


Erdoğan tiene la cazzimma, almeno questo gli amici lepantisti devono riconoscerlo. Del resto, non tutti sono disposti a farsi prendere in giro dalle élite tedesche: è chiaro che la “questione turca” è stata ventilata soprattutto per squallide beghe elettorali. Per capire quel che è successo in Olanda, bisogna immaginare gli italiani che nel 2013 votano in massa Monti perché ha fatto espellere la moglie di un dissidente kazako (ah già che lo hanno fatto altri… il discorso comunque vale lo stesso).

Adesso la Merkel, volevo dire la Commissione UE, ha tracciato il nuovo cammino: prima era “accogliere tutti con gli applausi alla stazione”, ora è “espellere la metà degli immigrati arrivati in Europa”. E ovviamente chiudere la rotta mediterranea, cosa a cui sta pensando la generosa Germania ricoprendo di miliardi sia al-Sisi che il governo tunisino nello stesso modo con cui ha fatto con Erdoğan (che però dice che il bonifico non è ancora arrivato, e comunque ha sempre il coltello dalla parte del manico…). Forse dovremmo smetterla di far gestire i nostri rapporti col mondo intero dalla Germania – già, è vero però che noi non abbiamo un Erdoğan…

Poi, uno può dire quello che vuole: che il Gran-Turco è un tiranno e un buffone, per esempio. Va benissimo, una reazione virile è in genere sempre consigliata. Ma a dettare la linea dalla nostra parte sono i Gramellini, quelli chhe sulle prime pagine dei giornali scrivono questo:


Se Erdoğan parla così è colpa di Salvini e Le Pen che lo hanno fomentato. Perché non va a dirlo direttamente a lui? “Non parlare così, che fai il gioco dei populisti”.
È questo tipo di risposte che fa saltare i nervi: perché i Gramellini (sono legione, non ce l’ho solo col singolo) non hanno nemmeno il coraggio di sostenere il controllo demografico o altre facezie. Si limitano semplicemente a dire: «Il Sultano sottovaluta l’effetto che i costumi europei esercitano sui suoi sudditi maschi. Circondati dalle nostre implacabili armi di distrazione di massa – smartphone, videogiochi, pay tv – già al secondo figlio si accasceranno sul divano».

Che risate! Molto più audace sarebbe proporre la sterilizzazione di massa attraverso l’aggiunta di contraccettivi ai cibi e all’acqua (è una delle idee dell’entomologo Paul Ehrlich, che adesso può parlare pure in Vaticano), oppure ricordare ai turchi che i loro figli diventeranno tutti pederasti (perché le seconde generazioni si “radicalizzano” anche nella deboscia) e che quindi non potranno “fare” più di un figlio (mica sono cantanti da funerale o politici di sinistra, che possono permettersi di affittare uteri a destra e manca).

Fin qui comunque abbiamo scherzato. Gli italiani conoscono poco la Turchia, altrimenti non tirerebbero fuori i Martiri di Otranto, Lepanto o Pippa Bacca ogni volta che qualche loro politico esterna una stronzata. Tranquilli, i gay ci sono anche in Turchia, e se per questo pure le modelle scosciate e roba del genere; il loro tasso di fertilità negli ultimi vent’anni è sceso ai livelli di quello francese e irlandese.
Per certi versi è condivisibile l’ovvietà che ha detto Juncker oggi alla “Bild”: «C’è una grande differenza tra il popolo turco e il governo turco. Non tutti i turchi sono piccoli Erdogan» [“Es gibt einen großen Unterschied zwischen dem türkischen Volk und der türkischen Regierung. Nicht alle Türken sind kleine Erdogans”].
Esatto, ma con certi atteggiamenti il rischio di farli diventare tali è sempre molto alto…

sabato 18 marzo 2017

Il premier turco fa il gesto dei Lupi Grigi in parlamento

È una notizia della quale ho aspettato a parlare perché volevo capire se fosse una “bufala” o meno, ma pare sia vera: Binali Yıldırım, primo ministro della Turchia (dalla “defenestrazione” di Davutoğlu), nel febbraio scorso ha fatto il gesto dei famigerati “Lupi grigi” (le orecchie del lupo con la mano) per salutare un gruppo di nazionalisti in visita al Parlamento.


Nessuno ha prestato molta attenzione al fatto, né in patria né tantomeno all’estero. Eppure, anche se il gesto viene considerato una generica manifestazione di patriottismo, si tratta di un episodio inquietante, considerando il collegamento con una delle organizzazioni più oscure e sanguinarie della storia moderna.
I Lupi grigi sono stati infatti protagonisti degli “anni di piombo” turchi (che furono cento volte più violenti dei nostri). Ancora oggi il gruppo, riconosciuto sin dall’anno di nascita (1968) come branca giovanile del partito nazionalista MHP (che sostiene Erdoğan), è considerato fuorilegge in Azerbaigian (dove a metà degli anni ’90 appoggiò un tentativo di golpe), in Kazakhistan, in Cina e in Thailandia.
In Germania sono classificati come “estremisti di destra” e considerati più pericolosi dei neonazisti (dietro i periodici scontri di piazza con gli immigrati curdi sembra ci siano sempre loro).
È difficile non credere che anche nella preparazione delle proteste dei turchi olandesi per la recente crisi diplomatica non vi sia stato lo “zampino” del “Club degli idealisti per l’educazione e la cultura” (così suona la denominazione ufficiale).

Pare che Yıldırım abbia fatto il gesto per accattivarsi quella parte di elettorato che, pur riconoscendosi nell’MHP, è ancora indeciso sul prossimo referendum costituzionale.
Sinceramente non so cosa veda il turco medio nelle “orecchie del lupo”, dato che vengono spesso fatte anche durante “innocue” manifestazioni nazionalistiche. Lo considerano forse un gesto goliardico, qualcosa di meno offensivo del nostro saluto romano?
Probabilmente sì, ed è una cosa che un po’ mi colpisce. Parliamo di un gruppo che, dopo aver flirtato con il cosiddetto “Stato profondo” e militato nella galassia stay-behind, si è resto protagonista di stragi e assassini politici mirati. A parte questa loro raison d’être, in patria generalmente si occupano anche di estorsioni, riciclaggio, traffico di droga e gioco d’azzardo, mentre a livello internazionale hanno un forte seguito nella diaspora (agevolato dal “radicalismo” delle seconde generazioni) e i loro tentacoli si estendono a Cipro, in Cecenia, fra i tatari di Crimea e i turkmeni in Siria.
Per citare un solo caso, quando nel novembre 2015 venne abbattuto l’aereo russo che portò all’interminabile crisi diplomatica tra Ankara e Mosca, a guidare il comando dei ribelli turkmeni che mitragliò il pilota russo a mezz’aria c’era proprio un Lupo grigio.

La lista delle malefatte di questi “idealisti” sarebbe lunga: noi italiani li conosciamo (o dovremmo conoscerli) non solo per Ali Ağca, ma anche per i contatti con l’estrema destra coinvolta nella strategia della tensione. Andrebbero approfonditi i legami tra Avanguardia Nazionale e alcuni leader dell’organizzazione turca: per esempio Stefano Delle Chiaie incontrò Abdullah Çatlı a Miami nel settembre 1982. Questo Çatlı, punto di contatto tra mafia ed eversione nera, spunterà fuori poi nel cosiddetto “scandalo Susurluk” del 1996, una serie di indagini nate da un incidente d’auto che vide coinvolti appunto l’uomo dei lupi grigi, l’ex vicecapo della polizia di Istanbul e il vice primo ministro Sedat Bucak, tre personaggi che apparentemente non avevano alcun motivo per trovarsi assieme.
Uno dei lati più “opachi” della vicenda, per quanto ci riguarda, è che Çatlı (morto nell’incidente) portava con sé un passaporto falso con lo stesso nome (“Mehmet Özbay”) utilizzato da Ali Ağca per venire in Italia a sparare a Giovanni Paolo II.

Per il momento ci fermiamo qui. Il gesto di Yıldırım rientra in una campagna elettorale durissima che ha già superato i confini nazionali e causato più di una diplomatik kriz. In effetti c’era abbastanza carne da mettere al fuoco per considerarlo trascurabile.
Fuori dai confini turchi, gli unici a essersene accorti sembrano essere solo i greco-ciprioti, che considerano i Lupi grigi un’organizzazione terroristica, braccio armato dei connazionali di origine turca (tra gli omicidi politici a loro attribuiti, quello dell’attivista Tassos Isaac durante una protesta nella “linea verde” controllata dall’ONU, e quello del giornalista turco-cipriota Kutlu Adalı, critico nei confronti dell’establishment di destra che governa la parte nord dell’isola). Sempre secondo la stampa greco-cipriota, il gesto risulta ancora più inquietante se collegato con la recente forzatura delle trattative per la riconciliazione, provocata dallo stesso Yıldırım.

In Italia sappiamo davvero poco della Turchia, nonostante vi siano innumerevoli storie da raccontare. Le responsabilità principali vanno addossate ai giornalisti che monopolizzano l’informazione su di essa, a cominciare da quei “corrispondenti” che confondono “aleviti” con “alawiti”, che in ogni pezzo ripetono che “la Turchia sostiene l’Isis” e che “festeggiano” i golpe militari (salvo poi attribuirli allo stesso Erdoğan quando non vanno a buon fine).

Del resto, non è ridicolo che a raccontare la Turchia vi siano persone che non parlano una parola di turco? A quanto pare questo sembra un requisito indispensabile per fare il “corrispondente” (per inciso, anche una conoscenza elementare dell’inglese sarebbe utile); ma forse è meglio così, meglio ripetere le solite quattro storielle che farsi sbranare dal lupo grigio… 

giovedì 16 marzo 2017

Una manica di furfanti

Nel settembre del 2014 la Scozia indisse un referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, che venne poi vinto dagli “unionisti” col 55%.
Le reazioni dei rappresentanti dell’Unione Europea furono, qualcuno lo ricorderà, dirompenti.
L’allora Presidente della Commissione Barroso (oggi in Goldman Sachs), smorzò immediatamente le speranze degli indipendentisti: «Sarà estremamente difficile ottenere l’approvazione di tutti i Paesi membri per avere un nuovo Stato che nasce da un altro».
Van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo, dichiarò più larvatamente: «Spero che tutti continuino ad essere membri del proprio paese e il proprio paese membro dell’UE».
Il più perentorio fu Juncker (sempre lui), che nelle vesti di novello Presidente, minacciò: «Se la Scozia voterà l’indipendenza, sarà esclusa da subito dall’Unione Europea».
I media ovviamente si allinearono senza discutere, non solo dipingendo gli scozzesi come degli scafessi tutti kilt e cornamuse, o relegando la loro indipendenza nazionale a una fantasia del romanticismo, ma mettendo sulla bilancia anche argomenti più gravi: per esempio, sulla prima pagina del “Corriere della Sera” un certo Enrico Letta scrisse che una secessione della Scozia dal Regno Unito sarebbe stata come l’attentato di Sarajevo e avrebbero scatenato una nuova guerra mondiale.

È notizia degli ultimi giorni (siamo nel marzo 2017, qualcuno ricorderà anche questo) che gli scozzesi vogliono indire un altro referendum approfittando della Brexit.
Gli eurocrati (con ancora Juncker in testa), dopo aver ucciso definitivamente le speranze di una Scozia indipendente di entrare nell’Unione, adesso fingono di essere attendisti solo per mettere un po’ in difficoltà Londra. I giornalisti, capita l’antifona, ora descrivono il referendum (prima demonizzato) come una coraggiosa iniziativa “europeista” e “anti-populista”.

Per l’“Europa” a cui sempre ci richiamiamo tutto fa brodo. Ciò che nemmeno tre anni fa era considerato un “terremoto” e un “attentato”, è diventato finalmente un “sogno”, e anche l’indipendentismo scozzese è entrato nel novero dei secessionismi presentabili.
È questo ciò che dovrebbe preoccupare più di ogni altra cosa: che qualsiasi cosa utile alla causa dell’Europa-Nazione venga sempre declinato in chiave positiva. Il fine giustifica i mezzi, insomma: non c’è alcuna libertà né democrazia, ma solo un “traguardo” (non importa se uno strapiombo o il cratere di un vulcano) da raggiungere a ogni costo. E se un giorno tra i “valori europei” tornassero di moda la segregazione o il genocidio, in che modo potremmo reagire?

Sembra in realtà che agli scozzesi sia chiara la posta in gioco, se tre anni fa hanno preferito restare con la perfida Albione piuttosto che imbarcarsi su una nave prossima al naufragio. Non so cosa faranno questa volta, ma devono valutare bene se mettersi ancora in mano a un’altra manica di furfanti, dopo quella che, come ricorda il bardo nazionale Robert Burns, provvide già una volta a venderli:

In Olanda ha vinto Erdoğan

Nelle elezioni olandesi appena concluse il DENK, il cosiddetto “partito degli immigrati” fondato nel 2014 dagli ex-laburisti Tunahan Kuzu e Selçuk Öztürk (entrambi nati in Turchia), ha ottenuto il 2,1% dei voti e 3 seggi in parlamento. Tra le “prospettive” (standpunten) del loro programma, segnaliamo le più salienti:
  • Sostituire l’idea di “integrazione” con quella della “accettazione reciproca” [wederzijds acceptatie];
  • Creare un “registro del razzismo” (R-register) che raccolga tutte le espressioni discriminatorie passibili di censura;
  • Stabilire delle “quote immigrati” (almeno il 10% del personale) per le aziende;
  • Abolire dai documenti pubblici le definizioni di “allogeno” [allochtoon] e “autoctono” [autochtoon], perché «rappresentano una distinzione artificiale che crea discriminazione»;
  • Destinare maggior spazio nei programmi scolastici allo studio del passato colonialista dell’Olanda e degli orrori della schiavitù e del razzismo;
  • Introdurre nelle scuole l’insegnamento facoltativo di lingue quali il cinese, l’arabo e il turco;
  • Castrazione chimica per chi abusa sui minori [punto 5, terza sezione: Kindermisbruik bestraffen met chemische castratie];
  • Opposizione al TTIP, al TiSA e al CETA;
  • “Più Europa, meno Bruxelles” [Méér Europa, minder Brussel], qualsiasi cosa significhi;
  • Riconoscimento di uno Stato palestinese e bando dei prodotti israeliani provenienti dagli insediamenti illegali;
  • Contrasto alla pulizia etnica dei Rohingya tramite pressione politica ed economica sul governo birmano;
  • Promozione di una ricerca indipendente sulla “questione armena” per il riconoscimento delle vittime da entrambe le parti e la riconciliazione.
Al di là il programma politico, è utile rilevare anche quanto accade attorno al DENK: a parte l’utilizzo dei troll per fare propaganda, colpiscono le dichiarazioni del presidente del Concilio Turco olandese, Sefa Yürükel, che ha accusato il partito di ricevere sostegno politico e finanziario dall’AKP di Erdoğan e di prendere ordini dal Diyanet (il Consiglio per gli affari religiosi turco).

È doveroso specificare che Yürükel e il suo comitato si definiscono seculiere Turken e kemalisti, infatti accusano i loro connazionali (e correligionari) del DENK anche di aver ricevuto un appoggio eccessivo da parte degli imam sunniti. Ad ogni modo è significativa questa spaccatura nella comunità turco-olandese, sebbene sia improbabile che tra quelli scesi per le strade di Rotterdam non ci fossero pure dei kemalisti indignati per l’atteggiamento dell’Olanda (per non dire della nota “questione armena”, altro punto di contatto tra nazionalisti e islamisti turchi, ché entrambi si rifiuterebbero di parlare di “genocidio”).

Sembra che alla fine l’unico vincitore delle elezioni olandesi sia stato proprio Recep Tayyip Erdoğan.

mercoledì 15 marzo 2017

Wilders, l’indo biondo fa impazzire il mondo

Antropologi, genealogisti e semplici giornalisti si sono interrogati in questi anni sulle origini di Geert Wilders (la “g” del nome si pronuncia con una specie di scaracchio trattenuto).

Secondo l’antropologa Lizzy van Leeuwen, l’astro nascente del populismo europeo avrebbe mentito sulle proprie origini (come dimostra il volume biografico del 2008, Veel gekker kan het niet worden [“Più pazzi di così non si può”]), omettendo dettagli “compromettenti” sulle vicende familiari.

La madre di Wilders, infatti, nacque a Sukabumi, nelle Indie orientali olandesi da un addetto all’amministrazione coloniale, Johan Ording, e dalla discendente di un’antica famiglia ebraico-indonesiana, Johanna Magdalena Meijer.
Il nonno di Wilders, Ording, fu poi congedato per i ripetuti dissesti finanziari causati all’amministrazione, e nel 1934 costretto a tornare nei Paesi Bassi con la moglie e otto figli. La signora Johanna Ording-Meijer, abituata a uno stile di vita nobiliare in Indonesia, dovette accettare di diventare la versione olandese di una Pied-Noir.

Wilders is een Indo, quindi. Secondo la van Leeuwen (che ha scritto l’articolo più completo sulla vicenda, De politieke roots van Geert Wilders, “De Groene Amsterdammer”, 2 settembre 2009), tale condizione avrebbe alimentato l’estremismo e l’islamofobia di Wilders.
Gli olandesi delle ex-colonie infatti si considerano da sempre “Più olandesi degli olandesi” (Hollandser dan de Hollanders): sia dai tempi in cui vivevano in Indonesia avevano una mentalità da boeri, da assediati, tanto che molti di essi negli anni ’30 aderirono al partito nazista olandese.
I sentimenti revanscisti si acutizzarono col ritorno forzato nei Paesi Bassi: l’intolleranza verso l’islam, un abito già adottato verso i “selvaggi”, si rafforzò nel confronto con le altre “minoranze” (in particolare turchi e marocchini) che all’epoca si riversarono nelle principali città olandesi.
Il padrino politico di Wilders, Frits Bolkestein, noto per l’infausta “direttiva” che porta il suo nome, fu uno dei pochi del suo partito (il liberale VVD) a opporsi all’entrata della Turchia nell’Unione Europea (oggi, dopo i noti screzi, è una cosa che non vuole più nessuno ma fino a pochi anni fa era un’idea piuttosto  à la page). E pure lui è di origine “india”, quasi a testimoniare una comunità di intenti tra gli appartenenti alla stessa etnia.

È noto comunque che Wilders talvolta sia disposto a sbandierare le sue origini ebraiche, per opportunismo: per esempio quando si proclama “miglior amico di Israele”, propone il trasferimento dell’ambasciata olandese da Tel Aviv a Gerusalemme oppure auspica una “soluzione sionista” al problema dell’estremismo islamico in Europa.
Nemmeno gli israeliani, in verità, si fidano troppo di lui, sia perché in genere nel Vecchio Continente fanno il tifo per la sinistra (per ragioni “cosmetiche” e per avere la coscienza a posto quando sostengono la destra a casa propria), sia perché Wilders fa discorsi punto simpatici. Come nota il “Times of Israel”: «When Trump says that he wants to make America great again, that sounds very different from Wilders saying to Germans that we will make Germany great again. Great … again? Very different». Good point.

All’occorenza Wilders potrebbe persino sfoggiare una moglie ebrea, l’ungherese Krisztina Marfai, e ben quaranta viaggi in Israele. Dipende dalle occasioni, come abbiamo detto: il suo “sionismo olandese” sembra piacere ai sostenitori più beceri (in passato ha ammiccato al Grootneerlandisme, auspicando l’annessione delle Fiandre), mentre l’islamofobia è una caratteristica più apprezzata dai “moderati” (come tutti sanno, Wilders è anche sceneggiatore e nel 2008 ha esordito col cortometraggio Fitna, all’epoca condannato da tutti gli olandesi, comprese le associazioni ebraiche, e oggi invece considerato sempre meno “scandaloso”).

Non sappiamo se Wilders riuscirà a realizzare le proprie ambizioni, tuttavia per il futuro gli consigliamo di fare incetta di acqua ossigenata e tinta per capelli, perché la ricrescita potrebbe comprometterne l’ascesa.

martedì 14 marzo 2017

“Conosciamo gli olandesi da Srebrenica”

«Conosciamo l’Olanda e gli olandesi dal massacro di Srebrenica. Sappiamo quanto siano perversi da come hanno massacrato ottomila bosniaci [bosgnacchi]», ha appena dichiarato Erdoğan (originale: «Biz Hollanda’yı ve Hollandalıları Srebrenitsa katliamından tanırız. Onların cibilliyetinin, karakterinin ne kadar bozuk olduğunu 8 bin Boşnağı orada nasıl katlettiklerinden tanırız»).

Finalmente questa Europa ha trovato qualcuno che la prende sul serio! Il leader turco sbatte in faccia ai “paladini della democrazia” le loro miserie e contraddizioni. È troppo facile invocare nuove Norimberghe immaginandosi sempre dalla parte dei giudici, perché ad autoassolverci siamo capaci tutti; difficile invece affrontare un processo che non sia puramente formale.
I nervi stanno saltando perché il “Sultano” ha giocato la carta giusta: il conflitto dei Balcani è anche “nostro”, fa parte della “nostra” storia e ciò comporta un’assunzione di responsabilità da parte di ognuno dei partecipanti. Perché se è vero che quella guerra fu condotta in nome dell’umanità, delle “Nazioni Unite” (in quel momento rappresentate... dalla NATO), allora i caschi blu olandesi si sono resi complici dei nemici del genere umano.
Il ragionamento stride, ma le bombe laggiù sono state buttate per questo; di conseguenza, l’argomento di Erdoğan è legittimo, e sarà imbarazzante vedere i suoi avversari arrampicarsi sugli specchi. Senza fare nomi, il giornale che oggi tanto si indigna per la “strumentalizzazione” di Srebrenica da parte del Gran-Turco, è lo stesso che nel 1996 accusò lo scrittore austriaco Peter Handke di essere un “terrorista” per aver scritto sulla “Süddeutsche Zeitung” che il racconto di quel massacro era «nient’altro che la mera, lascivia, mercantilistica vendita dei fatti e degli pseudofatti».

Lungi da noi voler ritornare sulle tragedie balcaniche. A noi interessa solo questa fottutissima Unione Europea, che si nutrì anche di quel sangue: come disse un importante eurocrate dell’epoca, una nuova nazione deve basarsi sulla moneta e sulla spada, cioè sull’euro e la NATO.
Nessuno voleva “giocare alla guerra” (persino il peracottaro Samuel Huntington non seppe spiegare quali interessi potevano avere gli americani a difendere la Bosnia), però tutti alla fine vi parteciparono, in un modo o nell’altro.

L’“Occidente” (o quella cosa che definiamo tale) ha quindi intrecciato la sua storia con quella bosniaca, e dietro di sé, come unico ricordo, ha lasciato la diserzione. Non conosciamo i motivi per cui i caschi blu abbiano consentito il massacro: il generale americano John J. Sheehan chiama in causa l’effeminatezza congenita degli olandesi. La tesi è suggestiva, ma crediamo che la realtà sia più squallida: gli olandesi, assieme a tutti gli altri, non avevano capito il senso della “guerra umanitaria” e si erano schierati con quelli che consideravano più simili a loro. Non fu solo per il famigerato Dutch courage se a Srebrenica soldati serbi e olandesi passarono ore liete scolando birra a fiumi, ballando e danzando assieme.  


Gli “arancioni” preferirono però passare per codardi piuttosto che per complici.
E oggi vogliono ripetere la sceneggiata, arricchita dal tipico atteggiamento “chiagne e fotte” a cui il blocco nord-europeo ci ha abituati; ma per le regole del gioco che hanno accettato di giocare, la ragione (se non la morale) sta tutta dalla parte del “Sultano”.

lunedì 13 marzo 2017

Grazie Erdoğan, bombardaci Amsterdam!


Seguo con svogliatezza questa crisi diplomatica che or ora si sta verificando tra Olanda e Turchia, a pochissimi giorni dalle elezioni che potrebbero portare un estremista di destra (ma “liberale”!) al governo di un Paese europeo.
Come sapete, io parteggio quasi sempre per i turchi, perché mi stanno simpatici e perché poi, come mi dice spesso una mia amica riferendosi al suo popolo: «Se fossimo stati davvero così cattivi, a quest’ora voi sareste tutti mussulmani» (identificando italiani, greci, serbi, croati, romeni e tutti gli altri coi famigerati “romei”). Potrei sempre risponderle tirando in ballo Dracula (eroe nazionale in Romania), Nikola Zrinski (bano dell’Hırvatistan) e quel mattacchione di Giovanni Hunyadi; invece accetto la provocazione perché tutto sommato mi piace la goliarda neo-ottomana.

Tuttavia mi interesso anche di cose olandesi, pur non provando eccessiva attrazione per questi tizi tutti tulipani e papaveri (ma con un cuore nero, da afrikaner, da tifosi del Feyenoord), questi sodomiti, depravati, sessuomani e drogati che però hanno pure dei difetti: per esempio, essere troppo compiacenti nei confronti della Germania (che invece sotto sotto li disprezza e li considera ancora Piraten).
Beh, è proprio per colpa di quella disadattata della Merkel (adorata solo in Italia) che è scoppiato il caos: infatti dopo mesi di provocazioni anti-turche da parte dei tedeschi (vedi la questione del genocidio armeno, le ambiguità sul tema dell’immigrazione, l’incapacità di Berlino di rappresentare gli interessi dell’intera Unione), alla fine i nodi sono venuti al pettine quando è stato impedito a vari ministri turchi di tenere comizi in favore della nuova riforma costituzionale.

Proteste a Istanbul davanti al consolato olandese
“Öl de ölelim”, lett. “Morire e moriremo”
La scusa è stata la necessità di evitare “disordini”: se la Germania aveva però l’alibi delle fortissime tensioni tra le sue comunità turche e curde, l’Olanda invece ha agito per puro autoritarismo. Infatti le rivolte “ottomane” a Rotterdam e Asterdam sono state scatenate proprio dalla decisione di impedire al Ministro degli Esteri Çavuşoğlu (si legge Ciavushoolu) di mettere piede nel Paese. Tale “iniziativa” ora sembra coinvolgere persino la Danimarca, e probabilmente tutto il blocco del Nord Europa (che non è stato capace di integrare i “suoi” turchi e adesso vira pericolosamente verso la destra più becera, mentre nessuno ha il coraggio, in particolare dalle nostre parti, di dire una sola parola contro la xenofobia e l’islamofobia settentrionali – perché i razzisti possono essere solo italiani, greci, spagnoli ecc…).

Da entrambe le parti comunque stanno volando parole grosse; Erdoğan lancia a raffica accuse di “nazismo” (e parla dell’Olanda come una “repubblica delle banane” muz cumhuriyeti) e quelli della CDU lo definiscono “Deposta del Bosforo” (Despot am Bosporus).
Non so bene quale risultato volessero raggiungere i tedeschi (e i loro vassalli austriaci, olandesi e danesi), ma umiliando in tal modo i turchi, costringeranno anche quelli contrari alla riforma presidenzialista a votare “Sì” per questione di orgoglio nazionale. Possiamo biasimarli? A mio parere no, considerando soprattutto che il primo “populista” maggioritario europeo sarà un tizio al cui confronto Salvini sembra monsignor Della Casa, uno che si tinge di biondo per nascondere le imbarazzanti origini (imbarazzanti per lui e il suo elettorato, intendo).


Ecco cosa ci porta in dono le virtù nordiche, a parte le tonnellate di ipocrisia a cui siamo assuefatti da anni (anche questo teatrino anti-Erdoğan ne fa parte): un po’ di sano arianesimo, di razzismo “presentabile”, di islamofobia “securitaria”. Però tutti, europeisti e anti-europeisti, globalisti e sovranisti, merkeliani e lepenisti, dovrebbero ricordare che dall’altra parte c’è un vero leader, uno che è sopravvissuto alle rivoluzioni colorate, alle primavere arabe, ai golpe militari, ai servizi segreti russi, al terrorismo curdo e “islamico”: per sognare una nuova Lepanto, dalle parti europee ci vorrebbe come minimo un Andreotti, o almeno un De Gaulle…

sabato 11 marzo 2017

Il silenzio degli innocenti


A venticinque anni di distanza Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, dopo aver perso l’aura sensazionalistica e sanguinaria che lo ha trasformato in un film cult per le masse, si può a tutti gli effetti considerare un “classico”. Una consacrazione che, col senno di poi, è dovuta forse all’esitazione (involontaria o meno) del regista a ritenere superata la dicotomia fra tragico e osceno: a differenza delle altre pellicole sugli assassini seriali, in questa infatti il sangue compare in un’unica scena, quella in cui Hannibal Lecter uccide due poliziotti durante la fuga (un omicidio al contempo fatale e accidentale, per certi versi estraneo al “cannibalismo psicologico” dell’assassino).

Per entrare subito in medias res, il professor Lecter è sicuramente uno dei personaggi più perturbanti giunti al cospetto della cultura popolare. Si tratta di un criminale poco romanticizzato, qualitativamente diverso da quelli del passato; come tenta di spiegare Norman Gobetti da una prospettiva sociologica, «negli stessi anni in cui una spietata politica estera, una segregazione urbanistica sempre più feroce, un mosaico di politiche culturali, settarie, una sempre maggiore diffidenza tra i corpi dettata dal panico dell’Aids e una radicale sterilizzazione degli stili di vita si incaricavano di innalzare muri sempre più alti a difesa di ciascuna singola identità, l’immaginario veicolato dal cinema hollywoodiano si faceva via via più sanguinario e straziato. […] Capita così che i personaggi forti di questo cinema, appunto “gli unici eroi possibili”, siano sempre più spesso criminali, mafiosi e assassini, psicopatici e professioni della rapina. Non si tratta più dei romantici fuorilegge […] che affollavano i film statunitensi intorno agli anni ’70 […] ma di veri e propri cattivi, goduti postmodernamente senza mezzi termini e senza inibizioni. […] Così nei grandi film degli anni ’80 e ’90 […] il sangue scorre a fiotti, i cadaveri non si contano, i confini si smarriscono» (Jonathan Demme. Il silenzio degli innocenti, Lindau, Torino, 1997, pp. 16-17).

Questa analisi individua quindi l’origine del Silenzio degli innocenti in un inconscio collettivo preda di pulsioni irrisolte e oscure. Anche nell’epilogo “a-morale”, in cui il cannibale riesce a fuggire in una imprecisata località caraibica (ricca di nuova “selvaggina”), Demme sembra voler incanalare in un’estetica ancora “tragica” le fantasie di morte suscitate dal milieu politico-culturale. Tali considerazioni ci costringono però a superare l’ambito estetico e affrontare, al di là dei sociologismi, il significato politico –se esiste– della pellicola.

Quando la macchina da presa irrompe nell’abitazione di “Buffalo Bill”, si notano un paio di particolari all’apparenza irrilevanti: una coperta con delle svastiche ricamate e dei manifesti di organizzazioni neonaziste. È uno stereotipo, quello del “fanatico nazi”, presente in molte pellicole hollywoodiane, che spesso si manifesta nelle sembianze di un reduce di guerra: in questo caso è possibile dedurre un legame tra Bufalo Bill e l’ambiente militare dalla sofistica apparecchiatura utilizzata nel confronto finale.
Più di un critico ha giustamente segnalato il legame tra Il silenzio degli innocenti e la guerra del Golfo: «L’assassino attira Clarissa (l’eroina) in un locale completamente buio, e può vederla, controllarla, avvicinarsi ad essa, guardando attraverso un paio di occhiali per vedere al buio, di notte – forse questa sequenza non ci farebbe tanta impressione se non avessimo visto, in queste settimane, tante immagini simili, in TV, della guerra del Golfo, il verde dell’effetto-notte, la notte (appunto) americana, quel modo di vedere […] in cui le cose, le persone, sembrano ridotte dalle protesi della tecnologia militare a fantasmi, a ombre in un acquario» (A. Cappabianca et al., Il silenzio degli innocenti, in “Filmcritica”, n. 414, aprile-maggio 1991, p. 195, citato da N. Gobetti).
Potremmo maliziosamente dedurre che lo stereotipo “nazi” è utile a suggerire allo spettatore che le violenze perpetrate dall’esercito statunitense siano da imputare perlopiù a individui isolati, alle lunatic fringes: le svastiche rosse rappresentano un facile espediente per allontanare i sospetti di un’aggressività intrinseca alla mentalità americana.

Un altro particolare che scopriamo nella “cameretta” dell’assassino è la sua spiccata tendenza alla transessualità. È utile notare come il “motivo” si presenti un attimo prima che le rivendicazioni di genere si trasformino in una questione politica, adattando il modello della militanza femminista a ogni tipo di sessualità. Giunti a tal punto, è inevitabile che l’analisi del film scenda nel “profondo”. Sono note del resto le letture “esoteriche” sul significato ultimo della pellicola: il transessuale che scuoia le vittime per farsi un “vestito” e trasformarsi esteriormente in donna sarebbe la messa in scena di un antico rito azteco, quello del “Dio Scuoiato” sulla cui statua i sacerdoti ponevano la pelle dei sacrificati.

Lasciando da parte certa saggistica “splatter”, bisogna però ammettere che diversi critici, anche autorevoli, sono rimasti affascinati dalla figura del cannibale “esoterico”: nell’antologia in appendice al volume di Gobetti si scopre che molti di essi identificano nel dottor Hannibal Lecter «una sfinge incantatrice che distilla con parsimonia le sue informazioni sotto forma di enigmi avvelenati […] [e] oracoli sibillini» (P. Rouyer, Le complexe du papillon, “Positif”, n. 362, 4/1991), «il Diavolo (la Sfinge giudeo-cristiana) nel sottosuolo» (I. Katsahnias, La puritaine, “Cahiers du cinéma”, n. 442, 4/1991), il «Gran Sacerdote [al quale] è inevitabile concedergli tutto, anche se stessi» (G. De Marinis, Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, “Cineforum”, n. 364, maggio 1991, pp. 64-68).
Non è un caso che il personaggio interpretato da Anthony Hopkins sia considerato il più  affascinante degli assassini cinematografici: «Lecter coniuga al negativo caratteristiche di norma considerate come pregi. Intelligenza, cultura, raffinatezza, sensibilità, cortesia, senso dell’umorismo, prontezza di riflessi in lui diventano strumenti di sopraffazioni e armi offensive» (N. Gobetti, pp. 50, 90).
Questa “simpatia” per Lecter finisce per trasformarsi in una sorta di inconscia reverenza. Scrive ancora Gobetti: «Il mostro evocato [Lecter] […] appare ora come un personaggio connotato dal massimo autocontrollo e dalla massima serenità: una specie di maligno monaco zen confinato in un luogo più simile alla segreta di un castello medievale che alla cella di un’istituzione penitenziaria e delimitato non da sbarre o da un muro ma da una parete di vetro che svolge la duplice funzione di impedire ogni contatto fisico e di garantire la massima visibilità» (Gobetti, pp. 46-47).

L’ex-psichiatra, sepolto nelle catacombe del carcere di massima sicurezza, diventa allora il “Gran Sacerdote” che conduce all’iniziazione la protagonista (e con lei gli spettatori): «Il  percorso [di Clarice] è quello di un’introversione: dall’esterno all’interno, dal campo lunghissimo al primissimo piano. […] Il percorso narrativo di Lecter è [invece] quello di un’estroversione: dagli angusti confini di una cella alla sconfinata vastità del mondo, dall’interno all’esterno, dal primissimo piano al campo lunghissimo. […] Costretta a posare gli occhi sull’orrore, […] [Clarice] dimostra la propria competenza a guardare l’inguardabile, a sopportare la vista dell’insopportabile, e invita lo spettatore a fare altrettanto. […] Il cuore della metamorfosi della falena-Clarice [passa] dall’intollerabilità del dolore (bozzolo), al turbamento per la “morte iniqua” (crisalide), al silenzio degli agnelli (pupa), e da lì verso quell’agghiacciante distacco professionale che la rende degna della promozione ad agente dell’FBI e nello stesso tempo dell’ammirazione di Lecter, cui è divenuta tanto simile» (Gobetti, pp. 51-52, 66, 94).
L’iniziazione procede di pari passo con la metamorfosi della protagonista e dello spettatore, soggiogato volente o nolente dal carisma di Lecter. Gran Sacerdote che controlla il destino di “Buffalo Bill”, egli non esita a celebrare il rito del “Dio Scuoiato” quando necessario: Lecter, infatti, «utilizzerà il cadavere di Tate [uno dei due poliziotti di guardia alla cella] per costruire una spettacolare scenografia, e quello di Pembry [l’altro poliziotto] per architettare una complessa mascherata, facendo del corpo del sergente un simulacro del proprio e uscendo dal palazzo di giustizia “sotto le sue spoglie”» (Gobetti, p. 60).

Per risalire all’ispirazione del rituale dello “scuoiamento” non è in realtà necessario chiamare in causa gli Aztechi: sia Demme che Thomas Harris (l’autore del volume da cui è tratto il film) potevano trovare numerosi modelli di riferimento nella cronaca nera americana, semplicemente seguendo la scia di sangue lasciata dai serial killer.
Ci sono infatti assassini che hanno inserito oggetti nei corpi delle loro vittime, altri hanno collaborato alle investigazioni sui loro “colleghi”, e altri ancora hanno segregato le “prede” dentro una fossa in cantina. Uno di questi, in particolare, sembra rimandare più degli altri a “Buffalo Bill”: si tratta di Ed Gein, vero e proprio “scuoiatore”, nonché profanatore di tombe e collezionista di feticci, che si fece un intero guardaroba femminile di pelle umana. A questo mostro accenna Betti Marenko in un saggio dedicato alla “modificazione corporea” (Segni indelebili, Feltrinelli, Milano, 2002, p. 16): «Supplizio terminale ben noto a san Bartolomeo, che morì spellato vivo, o ai prigionieri che venivano sacrificati al dio azteco Xipe Totec, detto anche Nostro Signore Lo Scuoiato. Le festività dedicate al risveglio della natura e alla fertilità dei campi duravano venti giorni e in suo onore iniziavano con lo scuoiamento rituale di vittime le cui pelli venivano poi indossate da preti e guerrieri fino alla loro decomposizione. [...] Erodoto racconta che nel V secolo a.C. gli sciti non solo usavano prendere lo scalpo ai nemici, ma spesso strappavano loro via la pelle per conciarla e ricavarne un abito, proprio come, in tempi più recenti, ha fatto il famigerato Ed Gein. Figura seminale dell’orrore e ispiratore di una tipologia di rappresentazione del maniaco seriale, da Psycho al Silenzio degli innocenti, Ed Gein si metteva, letteralmente, nella pelle altrui indossando l’orrido vestimento fatto con le pelli delle sue vittime par attivare un’operazione delirante di trasferimento identitario».

La questione della transessualità e della body modification nel Silenzio degli innocenti ha lambito sin da subito i nascenti gender studies americani. C’è stato persino chi, come la studiosa Judith Halberstam (oggi diventata “Jack”), ha voluto identificare in “Buffalo Bill” un eroe post-femminista: «Se da una parte ci repelle per quello che fa alle donne, e lo spettatore femmina non può che distogliere lo sguardo dalle sua rappresentazione, nondimeno “Buffalo Bill” rappresenta un sottile cambiamento nella rappresentazione del genere. Non solo un mostro-assassino, “Buffalo Bill” sfida le concezioni eterosessiste e misogine dell’essere umano, la naturalezza e l’interiorità del genere, pur essendone una vittima» (J. Halberstam, Skinflick: Posthuman Gender in Jonathan Demme’s The Silence of the Lambs, “Camera Obscura”, n. 27, settembre 1991, cit. in N. Gobetti, p. 15).
Altre studiose “post-femministe” –o come si vuol definirle– hanno indugiato sulla “critica della differenza sessuale” dell’assassino seriale, che praticherebbe lo scorticamento per superare i confini del gender; questa sottocultura, come spiega ancora Marenko, vede in certe azioni violente «[eventi] emblematici, sia pure all’estremo, di quelle fughe, di quei passaggi e di quelle trasformazioni radicali di identità che in forme decisamente più attenuate sono leggibili nei parametri estetici della nostra cultura».

È in questo che troviamo, ancora col senno di poi, un’ulteriore accezione politica del film, nelle nuove iniziative legislative a favore di qualsiasi sessualità “alternativa”. Il punto di contatto tra i vari livelli è indirettamente stabilito da Riccardo De Benedetti in un interessante libro dedicato al sadismo come pratica politica (La chiesa di Sade. Una devozione moderna, Medusa, Milano, 2008, p. 70): «L’estendersi dei diritti è il modello reale a cui il sadico si richiama ogni qual volta ritiene insufficiente il limite impostogli dalla resistenza della vittima ai suoi piaceri. La crescita illimitata dei piaceri costruisce una coppia indissolubile con quella, altrettanto inesauribile, dei diritti. […] Sembra quasi che il diritto al vizio stia concludendo il rosario dei dritti umani e che per completarsi manchi solo l’annullamento di quello che è stato l’inizio del diritto umano, vale a dire il riconoscimento dell’intangibilità della persona umana a immagine di Dio».
È un’eventualità alla quale l’ora presente consente appena di accennare, ma che forse, una volta diramate le nebbie del politicamente corretto di fronte a nuove forme di violenza collettiva e legalizzata, saremmo obbligati a prendere in considerazione.

venerdì 10 marzo 2017

Una crisi piuttosto che una criticità


In questi anni siamo andati in overdose di “piuttosto che” con valore disgiuntivo e di “criticità” come sinonimo di crisi o problema. Ha ragione la Crusca, a sostenere che «un  piuttosto che abusivamente equiparato a o può creare ambiguità sostanziali nella comunicazione, può insomma compromettere la funzione fondamentale del linguaggio» (anche se la stessa Accademia ha poi utilizzato l’espressione “criticità” nel titolo di un seminario).

Mettiamo che in Italia un giorno fosse reintrodotto il nucleare: se nei pressi di una centrale un addetto alla sicurezza ci informasse che “è stata raggiunta una condizione di criticità”, noi come dovremmo interpretare l’annuncio? Come un invito a stare tranquilli perché i reattori funzionano alla grande, oppure come un segnale di pericolo? La situazione risulterebbe ancora più ambigua nel caso che nelle centrali nucleari del futuro lavorassero solo androidi, e non quelli sexy e piagnucolosi di Blade Runner, ma proprio macchine inespressive con un solo tono di voce.

Infatti, qualora volessimo chiedere ulteriori spiegazioni, “Signor androide intende dire che è opportuno allontanarsi dalla centrale?”, e l’androide rispondesse: “Potreste allontanarvi piuttosto che restare”, cosa dovremmo, ancora, dedurre da questa affermazione? Che è meglio scappare via oppure che una cosa vale l’altra (e dunque la situazione è tranquilla perché l’androide giustamente non può impartire ordini, ma soltanto limitarsi a ribadire le due opzioni disponibili)?

Sì, è ovvio che in caso di catastrofe nucleare saremmo spacciati comunque, ma non sarebbe meglio saltare in aria consapevolmente piuttosto che senza capire un cazzo come al solito?

Perciò si raccomanda per il futuro di dire “problema” (anche pronunciato male, “probblema”, “pobblema”), piuttosto che “criticità”, e “piuttosto che” solo quando si esprime una preferenza (“È preferibile utilizzare opiuttosto che piuttosto che con valore disgiuntivo”).

The Boers (Conan Doyle)

(Famiglia boera, 1886)
«Take a community of Dutchmen of the type of those who defended themselves for fifty years against all the power of Spain at a time when Spain was the greatest power in the world. Intermix with them a strain of those inflexible French Huguenots who gave up home and fortune and left their country for ever at the time of the revocation of the Edict of Nantes. The product must obviously be one of the most rugged, virile, unconquerable races ever seen upon earth. Take this formidable people and train them for seven generations in constant warfare against savage men and ferocious beasts, in circumstances under which no weakling could survive, place them so that they acquire exceptional skill with weapons and in horsemanship, give them a country which is eminently suited to the tactics of the huntsman, the marksman, and the rider. Then, finally, put a finer temper upon their military qualities by a dour fatalistic Old Testament religion and an ardent and consuming patriotism. Combine all these qualities and all these impulses in one individual, and you have the modern Boer—the most formidable antagonist who ever crossed the path of Imperial Britain. Our military history has largely consisted in our conflicts with France, but Napoleon and all his veterans have never treated us so roughly as these hard-bitten farmers with their ancient theology and their inconveniently modern rifles» 
[“Prendete una comunità di olandesi, del tipo di quelli che si sono difesi per cinquant’anni contro la Spagna nel momento in cui era la più grande potenza del mondo. Mischiateli con un ceppo di quegli inflessibili ugonotti francesi, che hanno lasciato per sempre case e ricchezze nel loro Paese quando fu revocato l’Editto di Nantes. Il risultato sarà una delle razze più robuste, virili e indomabili che siano mai apparse sulla terra. Prendete questa genia formidabile e addestratela per sette generazioni a una guerra costante contro i selvaggi e le bestie feroci in circostanze in cui i deboli non potrebbero sopravvivere, fategli acquisire abilità eccezionali con le armi e nell’equitazione, date loro un Paese particolarmente adatto per le tattiche del cacciatore, del tiratore e del fante. Infine, temprate le loro qualità militari con un austero e fatalistico culto veterotestamentario e un ardente e divorante patriottismo. Mettete assieme tutte queste qualità e impulsi in un unico individuo, e avrete l’odierno Boero, il più temibile avversario che abbia mai intralciato il cammino imperiale della Gran Bretagna. La nostra storia militare consiste principalmente di conflitti con la Francia, ma Napoleone e tutti suoi veterani non ci avevano mai maltrattato come questi caparbi contadini, con la loro teologia così arcaica e i loro fucili purtroppo così moderni”] 
(Sir Arthur Conan Doyle, The Great Boer War, 1900; cit. da “Adventures In Historyland”)

La CIA e i giovani politici italiani (“Quante volte?”)

(fonte)
Non mi pare che le rivelazioni di Wikileaks sulle nuove tecniche di spionaggio messe in atto dalla CIA abbiano suscitato la reazione adeguata: come afferma un autorevole commentatore, «abbiamo passato cinquant’anni a parlottare di Orwell e dispositivi, poi il giorno che accade la gente fa finta di nulla».

Capisco il disinteresse della grande stampa, troppo impegnata a dar la caccia alle chiavette di Putin o alle sue armi segrete per il controllo mentale (il “Corriere” infatti è corso a intervistare McCain, che su quattro domande è riuscito a dire quattro volte Russians); mi sfuggono invece i motivi per cui quelli che solitamente campano di complottismo abbiano accolto la notizia con una certa indifferenza (nonostante la documentazione dimostri che la CIA riesca a spiare persino attraverso i televisori).

Una volta si scherzava su certe cose: c’era per esempio quell’antivirus dal nome scozzese che saltava fuori all’improvviso ed era impossibile da disinstallare, “Ma che me l’ha messo la CIA?!”… Beh, sì. Ora però non è più il caso di andare avanti con le battutine o fare gli scafati presentando le rivelazioni come qualcosa di ovvio (“si sapeva da un pezzo”) e di cui non è il caso di preoccuparsi: stiamo pur sempre parlando di un controllo soverchiante e semi-totalitario (ormai senza più “semi”, direi), abbiate un po’ di rispetto.

Mi indispongono specialmente quelli dell’“intercettino pure, non ho nulla da nascondere”: penso in particolare ai volti nuovi della politica italiana, appartenenti a quel partito (loro lo chiamano in altri modi) che non nomino per ovvia scaramanzia. Considerando le circostanze oscure in cui è sorto, le speranze in esso riposte della stampa internazionale e il metodo rigidamente autocratico con cui è gestito (per tacere di episodi “essoterici” clamorosi, come l’endorsement dell’ambasciatore americano ecc.), mi sembra che questa formazione politica sia una di quelle più potenzialmente “attenzionabili” (per usare il politichese) da un certo tipo di potere.

Ad ogni buon conto, non avendo costoro un programma, un’idea o almeno uno straccio di ideologia, ripongono tutta la loro forza in un generico appellarsi all’onestà («O-ne-stà | O-ne-stà», talvolta li si sente, o li sentiva, scandire). Tuttavia lo spionaggio capillare ci riporta alla dura realtà descritta dalla saggezza popolare: Il più pulito c’ha la rogna.
Se infatti le mani possono essere pulite dal punto di vista giudiziario, non è detto che lo siano in senso assoluto. A giudicare da occhiaie e sguardi un poco spenti, da basette e baffetti infoltiti da crini ancora post-adolescenziali, il problema emerge in tutta la sua drammaticità: “Quante volte?”.

Adesso che ci sono le prove che i servizi segreti americani vengono fuori dalle fottute pareti per confezionare dossier contro quelli che non gli piacciono, la questione politica della masturbazione si impone in tutta la sua gravità. Soprattutto ora che il rituale non ha più alcun competitor (ricorda Vittorio Sgarbi che ai suoi tempi si dovevano “scaricare” gli atti impuri con la confessione) e si celebra senza tregua, incessantemente, in ogni luogo e a qualsiasi ora del giorno. E la CIA lo sa… (anche su /pol/ si cerca di nascondere la preoccupazione dietro il proverbiale cinismo internettiano).
Abbiamo eliminato il Dio che spia dal buco serratura, ma ci siamo scordati che il Leviatano è ancora vivo. E nonostante Trump stia facendo molto per sconfiggere la culture of complaint & deference, dalla quale dipende pure il singolare fenomeno (tipicamente puritano) di una società ultra-libertina che giudica i politici in base agli scandali sessuali, non è detto che il video (o l’audio) di un politico che si masturba non possa essere utilizzato per ricattarlo. C’è poco da scherzare: negli Stati Uniti questa roba è all’ordine del giorno – parliamo di peccatucci veniali, che si potrebbero “scaricare” in un minuto, ma che invece portano a gogna e dimissioni.

Ecco, se il tema venisse posto in questi termini, forse ci sarebbero più possibilità di coinvolgere, oltre ai politici emergenti, anche i giornalisti italiani, che finalmente capirebbero che la cosa riguarda proprio tutti (lo spionaggio, intendo).

mercoledì 8 marzo 2017

Di Pietro su Second Life


The Italian Minister Antonio Di Pietro tiene una conferenza su Second Life (2007) rappresenta un pezzo importante della storia recente italiana. Su Di Pietro è già stato scritto quasi tutto nei quattro (!) libri che Filippo Facci gli ha dedicato dal 1993 al 2009: gli amici americani, gli incontri nelle ambasciate, le spintarelle da oltremanica e oltreoceano. Inutile infierire, non solo perché Tonino ha la querela facile, ma soprattutto perché anche lui, come Silvio (già!) è uscito dalla politica in quanto vittima. Ormai dovrebbero averlo capito tutti che la character assassination del 2012 fu una ritorsione contro l’Italia dei Valori per non aver votato il pareggio di bilancio in Costituzione.

Per il resto, la fetta elettorale del dipietrismo se la sono ingurgitata appunto quelli che non voglio nominare, in primis per rispetto verso gli italiani e le loro superstizioni. Mi dà molto fastidio, infatti, che il nostro popolo sia talmente disprezzato dalle oligarchie mondialiste da non meritarsi nemmeno una rivoluzione colorata in linea col genius loci: prima hanno tentato col viola (ricordate?), poi col giallo delle stelle (riferimento generico, non sto nominando nessuno), colori tradizionalmente considerati nefasti.

«D’orribile sogno mi preme l’incarco: | Ho visto di giallo rifulgere il ciel», si angosciava Carducci. Persino dal punto di vista politico, le ragioni per non adottare quella tinta non mancavano: chi ha visto Il sindacalistadi Lando Buzzanca sa che il “sindacato giallo” è quello creato dai padroni per fare gatekeepingo mandare tutto in vacca. C’è altro da aggiungere?


Ciò che stupisce è che proprio il comizio virtuale dipietrista rappresenta una sorta di passaggio di consegne tra l’Italia dei Valori e i “gialli”: pochi sanno che fu proprio il compianto “guru” e finanziatore dei “movimentisti” a portare Di Pietro su Second Life. Accadde quando Tonino, in qualità di Ministro delle infrastrutture, nel 2007 assunse Casaleggio come “esperto di comunicazione” per creare profili sui vari social network. Ironia della sorte, fu proprio come “consulente per l’informazione” per il Ministero di Grazia e Giustizia che nel 1989 Di Pietro iniziò la sua straordinaria carriera.  

Quindi si può dire che quell’avatar rappresenti l’inizio della fine per l’ex-magistrato, che non si accorse nemmeno delle intenzioni di rimpiazzarlo. E che dire della fine altrettanto ignominiosa di Second Life? Vedi che tutto torna…

Alle cammelle


Nella cultura tradizionale somala, la felicità di un uomo ha un unico metro di misura: il numero di cammelli in suo possesso. Perciò i loro aedi non celebrano le virtù della femmina umana, ma della cammella.

In un’antologia della poesia somala, il grande linguista polacco Bogumil W. Andrzejewski (1922-1994), assieme alla moglie Sheila ha raccolto alcuni di questi canti pastorali.

Dedico questi versi a tutte le lettrici: buon 8 marzo!

Oh tu che mi doni 
il dolce suono 
del tuo bramito
Oh tu che così allegramente 
fai risuonare
il tuo gorgogliante grugnito
è di te che io vo’ cantare!

Chi può tenere il passo 
col tuo andare?
Oh silenziosa inseguitrice
dai piedi delicati
è di te che io vo’ cantare!

(Raage Ugaas, “Alle cammelle”; cfr. B.W. Andrzejewski – S. Andrzejewski, An Anthology of Somali Poetry, Indiana University Press, Bloomington, 1993, p. 7)

lunedì 6 marzo 2017

Thomas Mann tra sensitivi e curlandi


Sedute spiritiche è un volumetto pubblicato dalle edizioni Via del Vento di Pistoia che raccoglie due scritti inediti di Thomas Mann, tradotti e commentati da Claudia Ciardi.
La prima parte riguarda i resoconti di tre sedute spiritiche a cui lo scrittore ha assistito nell’inverno del ’22-’23. Queste annotazioni rispondono in particolare a un quesito che da tempo attanagliava gli studiosi del genio tedesco: Era Mann un bischerone?
La risposta è (ahinoi) positiva, poiché il Nostro si lasciò facilmente abbindolare dai trucchetti del medium Willi: un fazzoletto fatto volteggiare in aria gli fa pensare a «un’essenza occulta dotata di vita autonoma» che agisce di nascosto, a «corpi naturali primitivi forse simili a arpioni» che si infilano sotto i fazzoletti e li fanno volare.
Per spiegarsi i fenomeni, lo scrittore ricorre addirittura alla teoria della relatività, o per meglio dire a una sua interpretazione in senso “esoterico”, come prova “scientifica” che la materia è fatta di energia e che dunque si possono materializzare nello spazio forme di vita organica (arpioni di carne –ohibò!?– che si nascondono alla vista degli umani per «una specie di pudore estetico»).

Battute a parte, lo stile di Mann emerge soprattutto nella descrizione dello “spettacolo” della possessione medianica, un tipo di rituale diffusosi per tutta la Germania nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale. Il medium Willi entra in scena con una calzamaglia nera, una vestaglia di seta scura e strisce luminose applicate sulla testa e sulle vesti; le sue movenze ricordano a Mann «con inequivocabile evidenza l’atto di partorire. Il risvolto sessuale era […] lampante».

Col senno di poi, è un bene che lo sconvolgimento non abbia ottenebrato le capacità compositive di Mann: avremmo avuto un santone in più e qualche capolavoro in meno.

Ancora più accattivante la seconda prosa inedita, il racconto di un soggiorno estivo in Curlandia tra la penisola di Neringa, quella di Sambia e la città di Nida ai tempi in cui erano ancora terra prussiana (oggi invece sono divise tra Lituania, Lettonia e l’exclave russa di Kaliningrad).
La descrizione del paesaggio è molto suggestiva: lo stesso Mann si sorprende di ritrovare in un litorale prussiano dei tratti meridionali, un paesaggio lagunare dal «carattere primitivo, elementare», contraddistinto dalle perturbanti dune baltiche che hanno valso a questa località l’appellativo di ostpreußische Sahara (il “Sahara della Prussia Orientale”, ancora oggi meta turistica anche grazie a Mann).

Decisamente curiose le annotazioni sulle lingue degli “indigeni”: «Sono trilingui: parlano tedesco, lituano e curlandese. Quando parlano tedesco, danno comunque un’impressione molto russa. Lituano e curlandese sono lingue di caratteristiche ben strane. Il lituano ha una leggera cadenza russa. Il curlandese dovrebbe avvicinarsi al sanscrito, come nessun’altra lingua moderna» (pp. 27-28).
Eh già, Mann aveva letto il de Saussure ed è sicuramente da lì che ha tratto l’idea del lituano come “sanscrito europeo” (tesi elaborata dal discepolo del linguista ginevrino Antoine Meillet); tuttavia è singolare che lo scrittore riporti tali considerazioni a un dialetto come il curlandese, che noi italiani conosciamo anche come “curone” (senza offesa).

Oggi il curlandese è quasi estinto e a tramandarlo e conservarlo in quanto dialetto sono rimasti i samogiti (ma è una storia complicata); ovviamente dopo la dominazione sovietica la pronuncia si è un po’ “orsizzata” (come è naturale), anche se Mann già all’epoca sentiva una cadenza russa (chi vuole può comunque apprezzare le differenze tra i due idiomi in questo video, nel quale la ragazza parla lituano e l’uomo in russo).
Ritornerò sicuramente su questo “temino delle vacanze” di Mann poiché offre molti spunti da diverse prospettive (dalla linguistica al turismo).

Concludo rivolgendo i complimenti alla curatrice per l’ottima traduzione e l’utilissimo apparato di note.

domenica 5 marzo 2017

Quando il Papa incontrò Batman


Come tutti sanno, lo scorso settembre il Papa ha incontrato Batman. Dopo avergli ricordato che Gotham City è piena di sgranarosari e coprofagi, e che quel ricco Epulone di Bruce Wayne finirà all’inferno, ha redarguito lo stesso supereroe per la sua idea artefatta di giustizia e per la sua mancanza di misericordia verso i criminali. Alla fine ha elogiato Batgirl (alludendo a una “implementazione” del ruolo delle bat-diaconesse nella Chiesa) e ha esortato Batman a prendere esempio dall’Uomo Ghiaccio, che si è coraggiosamente dichiarato gay.

Ma sì, ridiamoci su. Anche se l’altro giorno m’è venuto un dubbio: e se Francesco fosse un Papa immaginario? Cioè, se un giorno scoprissimo che si trattava soltanto di una costruzione mediatica, e che la Chiesa, a parte tutto, bene o male, tra altri e bassi, è rimasta la stessa?
Pope Francis come il Benoît XVI di Jean Raspail o quello di Herbie Brennan, come il Leone XIII rapito e sostituito ne I sotterranei del Vaticano di Gide, come il Papa-Robot di Hanno rapito il Papa di Renée Reggiani e del racconto Buone notizie dal Vaticano di Robert Silverberg, come Cirillo I de L’uomo venuto dal Kremlino, come Il Papa Negro di Emilio Cavaterra, come Giovanni XXIV che trasferisce la Santa Sede a Zagarolo (cfr. G. Morselli, Roma senza papa), come i “nostri” Gregorio XVII e Pio XIII?
Oppure come l’ultimo Papa, Pietro II, impersonato da Sergio Quinzio in Mysterium iniquitatis…?
Riguardo a quest’ultima ipotesi sono molto combattuto. Sorge spontanea la domanda già posta da uno dei più importanti intellettuali italiani contemporanei: È lui o non è lui? È lui o non è lui?

Alla fermata Cipro della Metro A di Roma da un paio d’anni (o forse anche di più) si può apprezzare un murale suggestivo e inquietante: Petrus Romanus, un Bergoglio che lacrima sangue mentre Roma sprofonda nell’apocalisse. In basso a destra, una data: 2017. Siamo al redde rationem? La congiuntura spazio-temporale è allettante, a 500 anni dalla Riforma, a 300 anni dalla nascita della Massoneria, a 100 dalla Rivoluzione russa... Roma 2017.