sabato 4 febbraio 2017

Calasso si schiera con Trump

Roberto Calasso ritratto assieme ad Anna Katharina Fröhlich,
che il periodico indiano “The Hindu” identifica come “sua moglie”
(cfr. In love with many things Indian, 4 febbraio 2010).
Dopo l’exploit di Roberto Calasso contro il terrorismo islamico (Dobbiamo superare le reticenze sull’islam, “Corriere”, 4 gennaio 2017), del quale s’è discusso anche da queste parti (cfr. Papa Calasso), senza condividere una parola di quel che il Nostro ha scritto su pagani, cristiani, musulmani, ma ammirandone comunque il coraggio e l’insolenza [chutzpah], ora per il patrono di Adelphi sembra giunto il momento di schierarsi con Trump.

Tanto ormai anerriphtho kybos, l’ha capito anche lui: non c’è più bisogno di uscire dalle acque del Dsivoa per ammantare di douceur l’arbitrio del potere (così parla Calasso normalmente).
Sull’Ego sum qui sum ha trionfato infine l’Io so’ io; tale è l’andazzo generale, perciò qualsiasi  ballon d’essai Calasso vorrà lanciare, non sarà più come negli anni ’70 (o ’80 o ’90): oggi è lui l’arbiter elegantiarum, Adelphi ha parlato (e, come diceva il Poeta, gli sbirri muti).

Ne La rovina di Kasch si discute diffusamente e fumosamente sul potere e la legittimità a impadronirsene: a volte Calasso si spinge fino ai margini della sua professione, che è la critica, l’opinionistica (in fondo sempre di Sainte-Beuve stiamo parlando; se poi C. in segreto è un santone, tutto ciò è under the Chatham House Rule). Tuttavia, nel caso in questione, egli tratta solo di potere, o Potere (o “potere”, che ne so): perciò la domanda che riecheggia è quella del conte di Périgueux a Ugo Capeto: Chi ti ha fatto re?
È inevitabile che l’istanza giunga a coinvolgere gli arcana imperii dell’industria culturale; infatti mi stupisce che Calasso non abbia citato il celebre scambio di battute tra Iosif Brodskij e un giudice sovietico (o magari l’ha fatto e non ricordo? Dovrei andare a rileggerlo, ma mi viene il male):
Giudice: Qual è la sua professione?
Brodskij: Poeta, poeta e traduttore.
Giudice: E chi ha riconosciuto che siete poeta? Chi vi annovera tra i poeti?
Brodskij: Nessuno. (senza sfida) E chi mi annovera nel genere umano?
Giudice: Avete studiato per questo?
Brodskij: Per cosa?
Giudice: Per essere un poeta! Non avete cercato di completare l’università dove preparano… dove insegnano…
Brodskij: Non pensavo... Io non pensavo che ci si arrivasse con l'istruzione
Giudice: E come?
Brodskij: Io penso che...(confuso) venga da Dio...
Chi ti ha fatto re? Chi vi annovera tra i poeti?
(Il buon Brodskij è stato peraltro oggetto di una schermaglia fuori tempo massimo con Vittorio Strada sulla famigerata “Biennale del Dissenso”).
Alla fin fine non è importante come nascano certi mostri sacri dell’egemonia culturale: ciò che conta è che essi esistano, anche solo nelle vesti di convitati di pietra. Le prove che oggi Calasso sia uno dei pochi autorizzati a parlare del resto sono numerose: sempre restando a Brodskij, nell’allucinante biografia di Eduard Limonov redatta da Emmanuel Carrère, il poeta russo viene definito “stronzo” e “vecchio rincoglionito”. Calasso avrebbe potuto respingere il libro solo per le espressioni infelici rivolte contro uno dei “suoi”: invece l’ha pubblicato, probabilmente sollecitato da RCS che desiderava avere tra le mani un nuovo “manifesto anti-putiniano”, con però la consapevolezza che il serpente di libri avrebbe provveduto a nascondere tra le spire le scialbe ed essoteriche tematiche di una “dissidenza” ormai posticcia (cosa credevano, al “Corriere”, che Limonov fosse uno dei “loro”, una Politkovskaja, un Chodorkovskij?), per far risaltare gli ingredienti forti dell’adelphismo: sodomia iniziatica, sacrifici umani, guerre a caso, violenza asiatica, sciamanesimo orientale («Credo che [per Limonov] uccidere un uomo in un corpo a corpo sia come farsi inculare: qualcosa che almeno una volta nella vita devi provare», scrive Carrère a pagina 273)

Ora, ciò dimostra che Calasso può fare il bello e il cattivo tempo, dettare l’agenda, ecc… Tutto ciò che tocca diventa Adelphi (che non so quanto in comune abbia con l’oro o altre sostanze).
Perché quindi non lanciare un bell’anatema contro l’Unione Europa (o almeno l’eurozona), a favore di Trump? Si tratta in fondo di invertire l’inversione e rimettere il mondo sulle spalle di Atlante. Gli strumenti culturali mi pare che il ragazzo li abbia, dato che ancora ne La rovina di Kasch scrive, tra le altre cose, che L’Europa, comunità mistica di Stati, «si pone come una seconda natura, un corpo mistico che ha il potere di conferire la sovranità», ed è dal Congresso di Vienna che essa si ammanta di quel linguaggio di copertura atto appunto a nascondere «la spartizione fra i vincitori delle spoglie sottratte al vinto».
La consapevolezza esiste già, basta estrinsecarla, o forse anche Calasso, per parafrasare il Manzoni, non è grande abbastanza per sentire compassione senza disprezzo? Lo scriva quest’altro editoriale, giunga al limite dello sputtanamento, almeno per farci divertire ancora un po’.
Encore un effort pour être trumpiens!

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