martedì 28 febbraio 2017

Selezione naturale

«Mi ricordo che da bambino, negli anni Cinquanta, un allora celebre ginecologo, amico di mio padre, chiacchierando con lui, me presente, disse che se alla nascita osservava gravi malformazioni del bambino, con un secco colpo delle dita gli rompeva l’osso del collo facendolo morire per paralisi respiratoria e comunicava successivamente alla madre che il bambino malformato era nato morto. Questo racconto di un atto di eutanasia attiva così lucido e determinato mi ha lasciato addosso sempre un senso di disagio ogni volta che mi trovavo di fronte a un paziente condannato a morte da un tumore polmonare metastatico, sentendo in me il desiderio, per liberarlo dalle sue indicibili sofferenze e dall’angoscia di morte, di favorirne l’exitus»
(Enzo Soresi, Il cervello anarchico, UTET, Torino, 2005, pp. 46-47)

Ich klage an: quando la buona morte era cattiva

A proposito di quanto sostiene lo scrittore Martin Amis («La repulsione per l’eutanasia è causata dagli abusi che ne fece Hitler, ma non vedo perché debba essere solo la Svizzera a permettere alle persone di morire con dignità»), bisogna in effetti ricordare che a realizzare le prime pellicole sull’eutanasia non furono raffinati registi canadesi o spagnoli, ma i più convinti sostenitori del progetto Aktion T4, il “fiore all’occhiello” del programma eugenetico nazista.

Uno dei “capolavori” del genere fu Ich klage an (“Io accuso”) di Wolfgang Liebeneiner, al cui cospetto impallidisce persino Mare Dentro di Amenabar, anche per il successo che ottenne al botteghino (15 milioni di spettatori).


Il programma “Fuori Orario” (Rai Tre), che ha trasmesso il film almeno un paio di volte, lo presenta sul suo sito con queste parole:
«Il film, uno dei migliori realizzati nel corso del Terzo Reich, è stato realizzato con l’intento di preparare e di promuovere segretamente il programma di eutanasia voluto da Hitler. La trama narra le vicende di una giovane donna che si ammala di sclerosi multipla e chiede al marito, brillante medico, di morire prima dell’inizio dell’agonia. Incapace di trovare una cura l’uomo accoglie il suo desiderio ed è accusato di omicidio. L’intreccio psicologico è tratteggiato con grande cura e sensibilità, anche grazie al fatto che è ispirato a una vicenda reale. Il film tuttora è bandito in Germania per il suo contenuto controverso perché pur portando lo spettatore a riflettere sull’argomento prende decisamente le difese dell’accusato. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1941».
Apperò! E pensare che Ich klage an fu patrocinato direttamente da Goebbels e il soggetto fu scritto nientemeno che da uno dei medici che parteciparono all’Aktion T4 (di certo entrambi individui di “grande cura e sensibilità”).
A questo punto ci piacerebbe consigliare ai curatori del programma qualche altro entusiasmante titolo, come il commovente Jud Süß, capolavoro neorealista sulla ribellione di una comunità contadina contro i potenti, oppure Der ewige Jude, scrupoloso documentario sulla propagazione del giudaismo nel mondo (impreziosito da delicati toni animalisti).

A parte gli scherzi, è un fatto che il legame tra eutanasia e nazismo rimanga ancora un argomento tabù. Ricordo che, quando qualche anno fa Gad Lerner presentò su La7 Ausmerzen, l’ottima pièce di Marco Paolini dedicata appunto all’Aktion T4, i toni del dibattito che ne scaturì furono a dir poco surreali: in quell’occasione il buon Gad trovò modo di paragonare l’eutanasia ai respingimenti degli immigrati, alla xenofobia, ai tagli del governo (c’era Berlusconi...), alla pena di morte, all’omofobia, alla riduzione delle cattedre di sostegno, alle politiche demografiche della Cina, al «pregiudizio contro gli zingari, che magari continua ancora oggi»; l’unico paragone che si risparmiò fu (guarda caso) quello fra eutanasia e... eutanasia!

Forse un giorno, per poter almeno accennare al tema, sarà necessario distinguere l’eutanasia nazista da quelle più “buone”, introducendo magari una nuova definizione per quest’ultime: la Wikipedia spagnola suggerisce “cacotanasia”, che in effetti ben si addice alla doppiezza dei suoi attuali sostenitori.

Cabine per l’eutanasia

“[Amis] is disgusted at the problem of the ageing population: ‘How is society going to support this silver tsunami? There’ll be a population of demented very old people, like an invasion of terrible immigrants, stinking out the restaurants and cafes and shops. I can imagine a sort of civil war between the old and the young in 10 or 15 years’ time.’
Amis’s solution is typically extreme: mass euthanasia. ‘There should be a booth on every corner where you could get a Martini and a medal,’ he says.”
(Martin Amis and the sex war, “Sunday Times”, January 24, 2010)
«Deve esserci una “cabina per l’eutanasia” a ogni angolo di strada, dove ti servono un Martini, ti danno una medaglia e ti sopprimono. [...] La repulsione per l’eutanasia è causata dagli abusi che ne fece Hitler, ma non vedo perché debba essere solo la Svizzera a permettere alle persone di morire con dignità»
(Martin Amis, intervista a “La Lettura”, 23 giugno 2013)
(suicide booth)

lunedì 27 febbraio 2017

The Boers (Conan Doyle)

(Famiglia boera, 1886)
«Take a community of Dutchmen of the type of those who defended themselves for fifty years against all the power of Spain at a time when Spain was the greatest power in the world. Intermix with them a strain of those inflexible French Huguenots who gave up home and fortune and left their country for ever at the time of the revocation of the Edict of Nantes. The product must obviously be one of the most rugged, virile, unconquerable races ever seen upon earth. Take this formidable people and train them for seven generations in constant warfare against savage men and ferocious beasts, in circumstances under which no weakling could survive, place them so that they acquire exceptional skill with weapons and in horsemanship, give them a country which is eminently suited to the tactics of the huntsman, the marksman, and the rider. Then, finally, put a finer temper upon their military qualities by a dour fatalistic Old Testament religion and an ardent and consuming patriotism. Combine all these qualities and all these impulses in one individual, and you have the modern Boer—the most formidable antagonist who ever crossed the path of Imperial Britain. Our military history has largely consisted in our conflicts with France, but Napoleon and all his veterans have never treated us so roughly as these hard-bitten farmers with their ancient theology and their inconveniently modern rifles» 
[“Prendete una comunità di olandesi, del tipo di quelli che si sono difesi per cinquant’anni contro la Spagna nel momento in cui era la più grande potenza del mondo. Mischiateli con un ceppo di quegli inflessibili ugonotti francesi, che hanno lasciato per sempre case e ricchezze nel loro Paese quando fu revocato l’Editto di Nantes. Il risultato sarà una delle razze più robuste, virili e indomabili che siano mai apparse sulla terra. Prendete questa genia formidabile e addestratela per sette generazioni a una guerra costante contro i selvaggi e le bestie feroci in circostanze in cui i deboli non potrebbero sopravvivere, fategli acquisire abilità eccezionali con le armi e nell’equitazione, date loro un Paese particolarmente adatto per le tattiche del cacciatore, del tiratore e del fante. Infine, temprate le loro qualità militari con un austero e fatalistico culto veterotestamentario e un ardente e divorante patriottismo. Mettete assieme tutte queste qualità e impulsi in un unico individuo, e avrete l’odierno Boero, il più temibile avversario che abbia mai intralciato il cammino imperiale della Gran Bretagna. La nostra storia militare consiste principalmente di conflitti con la Francia, ma Napoleone e tutti suoi veterani non ci avevano mai maltrattato come questi caparbi contadini, con la loro teologia così arcaica e i loro fucili purtroppo così moderni”] 
(Sir Arthur Conan Doyle, The Great Boer War, 1900; cit. da “Adventures In Historyland”)

sabato 25 febbraio 2017

Trumpisti su Marte


C’è una cosa di Trump che la stampa non ha ancora scoperto, ma che prima o poi utilizzerà per attaccarlo; in parole povere: vuole andare su Marte. Non è un caso che la Nasa proprio ora si metta ad annunciare di aver scoperto nuovi sistemi planetari, “pianeti simili alla Terra” e roba del genere: il sensazionalismo è necessario a convincere il Presidente che è ora di fare le cose in grande anche oltre l’atmosfera terrestre.

«We stand at the birth of a new millennium, ready to unlock the mysteries of space», ha affermato Trump al discorso d’inaugurazione: passaggi come questo sono stati decisamente incoraggianti per un’agenzia che, a dirla tutta, negli anni della presidenza Obama è stata obbligata a occuparsi soprattutto di ambiente e di… islam!
Già, perché come dichiarò nel 2010 ad Al Jazeera l’allora direttore Charles Bolden, «[Il Presidente] mi ha chiesto di trovare il modo per coinvolgere le nazioni islamiche e valorizzarne il contributo storico nel campo delle scienze, della matematica, dell’ingegneria».
Anche il buon Barack ci teneva tuttavia a sbarcare su Marte: purtroppo tra i suoi fallimenti bisogna pure annoverare un tentativo di semi-privatizzazione dell’ente. Come se gli americani fossero dei bottegai tedeschi qualunque... Non scherziamo: quando si tratta di conquistare lo spazio, non c’è bilancio che tenga (almeno in questo vanno d’accordo con i russi). Anzi, negli States sarà persino necessario ricostruire l’immaginario collettivo, visto che da quando i cinesi si sono comprati Hollywood, gli astronauti più capaci nei film americani hanno tutti gli occhi a mandorla. 
Si torna quindi al Big Thinking. Tutto in grande: astronavi grandi, progetti grandi, alberghi spaziali grandi, tette grandi delle astronaute sexy. Big beautiful boobs and buildings.

Ripensando a quanto si diceva all’inizio, sembra che in effetti qualcuno si sia già accorto di questo lato di Trump: in un articolo in cui lo paragona al Duce, la studiosa Jay Griffiths a un certo punto chiama in causa il fondatore di PayPal Pieter Thiel, l’unico della Silicon Valley ad aver sostenuto il candidato repubblicano.
Dopo aver paragonato l’imprenditore a Filippo Tommaso Marinetti, la Griffiths afferma che costui è «profondamente coinvolto nella Singolarità, una visione del transumanesimo che promuove la super-intelligenza artificiale per porre termine alla storia naturale».
Non so bene di che stia parlando, ad ogni modo penso che la stampa comincerà presto a tirar fuori storie del tipo: Trump vuole popolare Marte con dei cloni di se stesso, Trump vuole farsi criogenizzare per raggiungere una nuova galassia, Trump wants to grab Venus by the pu**y.

Invece io dico: diamogli fiducia. Trumpisti su Marte: Make Nasa great again!

venerdì 24 febbraio 2017

La corazzata delle palme


Sulle palme in Piazza Duomo credo di aver scritto anche troppo: per questo, a mo’ di penitenza, ho preferito cancellare tutto e chiudere la questione con un post definitivo. 
Partiamo dalla conclusione (amara): si è trattata solamente di un’operazione di marketing e come al solito ci siamo cascati. Le palme dovevamo metterle subito tra le tombe etrusche e il monte Fumaiolo, cioè attaccarcele al… (per citare ancora Gassman); invece anche il fatto che si continui a parlarne fa aumentare gli emolumenti di chi ce le ha piazzate.

Come ha rilevato giustamente un consigliere comunale, «la sponsorizzazione di Starbucks per le aiuole di palme e banani in piazza del Duomo vale circa 220mila euro, una cifra non congrua alla pubblicità ricevuta. La pubblicità fatta all’azienda vale molto di più».
Se infatti fin dall’inizio fosse stato detto esplicitamente che si trattava dell’iniziativa di una multinazionale americana, i due schieramenti non sarebbero stati così netti: invece è stato tutto presentato alla chetichella, si è parlato in modo generico di un “grande brand”, di un “restyling sponsorizzato” ecc…
Così da una parte la “destra” si è subito schierata contro l’africanizzazione (ma se avesse saputo l’identità dei committenti sarebbe stata molto più cauta), mentre la “sinistra” ha iniziato a difendere le palme come nuovo simbolo antifascista al pari di Hillary Clinton, Steve Jobs o della stessa Starbucks (che ha promesso di assumere “migliaia di rifugiati” non per pagarli di meno ma per “sfidare Trump”).

Lo scontro si è quindi inasprito, e da una parte sono saltati fuori banane di plastica e accendini (ma quel signore che ha bruciato la palma è stato già arrestato, o comunque lo sarà tra quattro minuti, così intanto adesso è in galera, poi si vedrà), e dall’altra tutto l’armamentario da ceto medio semicolto (i giardini Liberty, gli allestimenti di fineottocento-inizionovecento, lo scrittore tal de’ tali che in un racconto immaginava un boschetto nel centro di Milano, l’artista tal de’ tali che ha disegnato una palma al posto della Madonnina, il filantropo tal de’ tali che voleva centomila salici in centro e Starbucks ha realizzato il suo sogno!, ecc…).

Sembra davvero che tutto sia avvenuto alla chetichella, se persino il sindaco (!?) si è detto “stupito” e “perplesso”, e anche chi era favorevole al progetto precedente (l’“orto urbano”), una volta subentrati gli smerciatori di broda, è insorto parlando di omologazione delle multinazionali”.
Personalmente anche quel progetto mi era sembrato discutibile; al riguardo trovo ancora condivisibili le osservazioni dell’architetto Tagliaventi (Gli orti urbani: un bruttissimo segno, “Ecquo”, 11 settembre 2013):
«All’inizio del XV secolo, l’ambasciatore del Regno di Castiglia, appena rientrato da Costantinopoli, fece un rapporto sconvolgente. La città sembrava abbandonata. Non c’era più continuità tra i vari quartieri, il verde aveva preso il sopravvento. C’erano prati ovunque e orti urbani. Ormai circondata dai Turchi che avevano spostato la capitale in Europa e si accingevano ad assediare l’antica capitale dell’Impero Romano, Costantinopoli era una città in pieno declino. Gli edifici cadevano a pezzi. le rovine erano ovunque e, dove non c’erano rovine, erano comparsi gli orti che l’Imperatore aveva permesso di coltivare dato che la città non aveva più una sua campagna, un suo territorio agricolo. […] All’interno delle mura teodosiane, sui sette colli che avevano ospitato la grande capitale dell’Impero fondata da Costantino, la città era come evaporata, gli edifici scomparsi, il verde, la campagna, gli orti dilagavano là dove c’era stata nel V secolo e, poi, nel X secolo, la città più grande del mondo. Era la fine.
[…] Quando compaiono gli “orti urbani” in una città non è mai un buon segno. […] Quando una città smette di crescere, perde abitanti e, addirittura, aumenta comunque la sua superficie urbanizzata, è sempre un brutto momento. Il declino è iniziato e la comparsa degli “orti urbani” è una specie di cartina al tornasole. Nel 1943-45, durante gli anni più cupi della Seconda Guerra Mondiale, le città italiane vennero letteralmente invase da tonnellate di terra da coltivare nel disperato sforzo da parte del regime fascista di offrire un sistema di sostentamento alla popolazione. Le immagini degli orti in Piazza del Duomo a Milano e in Piazza Castello a Torino sono spaventose […]».
Tuttavia bisogna ammettere che il concetto di “orto urbano” aveva almeno un precedente prestigioso (e anche all’avanguardia, rispetto a certi allestimenti ispirato all’esotismo ottocentesco): i Barbapapà. In una delle illustrazioni della disegnatrice Annette Tison (anche lei architetto, o architetta, che dice oggi la Presidenta?), notiamo infatti che davanti al Barbaduomo compare proprio un Barbaorto:


Rispetto alla botanica “moderata-conservatrice” dei Barbapapà (che, come afferma Marine Le Pen, oggi voterebbero Sarkozy), fatta di mirtilli, fragole e arance (un fondamentalismo agroalimentare che i milanesi hanno potuto apprezzare al padiglione francese di Expo 2015), le palme potrebbero in effetti apparire come un elemento genuinamente “milanese”.
Tuttavia, e qui veniamo al punto più importante, Milano non può ridursi a questo sensazionalismo puerile, a una “sbrodolata e napoletana ingenuità” (C. Pavese). L’arbitrarietà di taluni provvedimenti è profondamente irritante: da troppi anni tutto ciò che è pensato per “attrarre” nasce col presupposto che debbano essere attratti soltanto i deficienti.

Milano ha ancora tante possibilità (così si dice), ma se tale l’andazzo tra pochi decenni non rimarrà più alcun antidoto alla cretinizzazione.
Oggi, per esempio, alle ridicole pubblicità sulla facciata del Duomo può ancora rispondere un San Bartolomeo con la raffinatissima veste in pelle umana (la sua, peraltro).
E a queste palme farlocche si potrà ancora opporre la palma in rame della cripta di San Sepolcro, commissionata dal cardinale Borromeo nel 1616.
Ma una volta che la bellezza verrà definitivamente sepolta, chi andrà più a cercarla?

giovedì 23 febbraio 2017

Kekkonen e il maschio nordico

Uno stereotipo diffuso nella cultura italiana è quello del “maschio nordico”: il folklore lo testimonia in mille modi, da certe etimologie che tramandano la memoria della furia lanzichenecca, a uno dei nostri stock characters più emblematici, l’indimenticabile Kekkonen, cuore (e orecchio) della Marchigiana di Mezzo destro mezzo sinistro (non un parente del vecchio presidente finlandese Urho, col quale tuttavia condivideva la passione sportiva, e forse non solo quella).

(Mezzo destro mezzo sinistro)
Anche a livelli più elevati, l’archetipo rimane possente; come esempio valga un ricordo di guerra di Gillo Dorfles (seppur riferito a un maschio inglese, ma in fondo parliamo di un macro-topos):
«Era passato da poco il fronte, in Toscana, nel ’44, e molti ufficiali alleati avevano preso a frequentare nelle campagne le famiglie italiane che fossero un po’ anglofone. Mi vengono alla mente, ora, i discorsi d’un giovane capitano dell’armata britannica: parlando della sua famiglia lasciata in patria, costui mi diceva -molto fiero di sé-: “Sono già tre mesi che sono lontano da casa e ho saputo fare a meno d’ogni sexual intercorse” (ossia: “controllo così bene i miei istinti che ho potuto astenermi da ogni rapporto sessuale”). Questo veniva detto non per documentare una sua inferiorità in questo campo, ma anzi una sua superiorità nel saper vincere i propri fisiologici bisogni. Rimasi stupito, allora, di fronte a queste dichiarazioni così opposte a quelle che un italiano avrebbe fatto in circostanze analoghe, vantandosi probabilmente – tanto più se in terra straniera – di sue inaudite e innumerevoli conquiste. Eppure, a pensarci bene, se le vanterie dongiovannesche nostrane sono stucchevoli, devo ammettere che anche la glorificazione d’una propria continenza, morigeratezza, finisce per assumere un'analoga veste di stucchevole perbenismo» (Conformisti, Donzelli, Roma, 1997, pp. 21-22)
Oltre all’omofilia innata, un altro carattere congenito del maschio nordico è il nazismo.
Il caso più recente è quello dello svedese PewDiePie, al secolo Felix Arvid Ulf Kjellberg, un tizio diventato miliardario commentando videogiochi su Youtube, che dopo una serie di battutine antisemite è stato licenziato dalla Disney.
Come racconta il “Corriere” (so che ormai nemmeno i pensionati si informano di quel che accade sul web attraverso la stampa, ma non voglio perder troppo tempo dietro questa storia):
«Il ragazzo svedese ha deciso di parlare di Fiverr, il servizio online che permette di chiedere a terzi piccole prestazioni pagando qualche dollaro. Per fare la prova PewDiePie ha offerto 5 dollari a due indiani che garantivano di ballare nella giungla con un cartello e il messaggio scelto dal cliente. “Morte agli ebrei”, ha indicato PewDiePie sul formulario online, e i due uomini hanno ubbidito. Lui ha pubblicato le immagini prendendola sul ridere. Altri lo hanno trovato meno spiritoso. Non è la prima volta che PewDiePie diffonde contenuti a sfondo antisemita o nazista, giocando sul fatto che si tratta di scherzi […].
Ecco l’elenco delle ultime prodezze, da settembre in poi: ha mostrato lo spezzone di un discorso di Hitler e le svastiche inviate dai fan; si è esibito in camicia bruna mentre guarda un video di Hitler; ha diffuso l’inno del partito nazista con una voce fuoricampo di Hitler che dice “Sieg Heil” e la scritta, ovviamente sarcastica, “nazista accertato”; in un altro clip di PewDiePie c’è Gesù che dice “Hitler non ha fatto niente di male”; il suo conto Twitter è stato poi sospeso per due messaggi in cui, per scherzo, giurava fedeltà all’Isis».
La character assassination [“karaktärsmord”] inflitta a se stessi, fenomeno tipicamente kekkoneniano, è parecchio diffusa tra gli scandinavi: ricordo gli elogi a Hitler del regista danese Lars von Trier al festival di Cannes del 2011, oppure le disavventure dello scrittore norvegese Jostein Gaarder, autore per ragazzi acclamatissimo un attimo prima di scrivere un articolo contro Israele (in parte condivisibile, ma dai toni che un goy non può permettersi).
Mi pare che possa rientrare nel genere anche il caso delle simpatie nazi del fondatore di IKEA, Ingvar Kamprad. Poi c’è ovviamente tutto il filone, più “produttivo”, dei metallari che bruciano le chiese (ma i veri danni li fanno quando suonano) o di Anders Behring Breivik (che perlomeno ora sta scontando il carcere duro).

Dovremmo trovare una definizione la più precisa possibile del “maschio nordico”. Per esempio, le visite dalla Danimarca di questi giorni mi hanno fatto ripensare a Kierkegaard. Sul filosofo condivido la considerazione di Thomas Molnar: «Il protestantesimo dette i natali a un solo genio religioso, Søren Kierkegaard, genio che finì nella disperazione, nell’assurdo e nell’irrazionale, non avendo potuto trovare un naturale sbocco nella propria religione». Anche io ho sempre avuto la sensazione di trovarmi di fronte al génie latin; sensazione peraltro confermata dall’interesse suscitato dal Nostro in alcuni grandi della cultura italiana del Novecento, come Remo Cantoni, Franco Fortini, Cornelio Fabro o Carlo Diano, che impararono il danese solo per poter leggerlo in originale.
Persino la relazione con Regina Olsen, che ricorda all’apparenza una tipica storia d’amore danese (lei sposa un altro, lui muore vergine), in realtà ha molti elementi riconducibili ai “nostri” amoretti (se siamo talmente onesti da attribuire l’italianità a un Leopardi o a un Pavese).

Difficile tuttavia, al di là dei pregiudizi, esprimere una valutazione definitiva sull’essenza del maschio nordico. Di certo non si tratta di una questione geografica, altrimenti dovremmo includere nella classificazione anche la fauna maschile di Vilnius, dal momento che il mese scorso l’ONU ha “promosso” la Lituania dall’Europa orientale a quella settentrionale – ovviamente non per questo i lituani hanno smesso di frequentare l’Eastern European Men School:


La questione è complessa e a tratti imbarazzante; perciò trovo opportuno chiuderla subito con Knut Hamsun.

Perché, alla fin fine, può anche darsi che dalla prospettiva norvegese i danesi possano apparire come dei “terroni” (nello stesso modo in cui gli inglesi guardano agli irlandesi, i tedeschi agli austriaci o, per restare in tema, i finlandesi agli estoni), e che il loro senso dell’umorismo sia così corrosivo e selvaggio da potersi permettere di scherzare pure col nazismo (non è da trascurare il fatto che i danesi siano l’unico popolo al quale è stata collettivamente conferita l’onorificenza di “Giusto tra le nazioni”).
Lasciamo da parte anche gli svedesi, che tutto sommato hanno una tradizione destrorsa di tutto rispetto (è Rudolf Kjellén ad aver inventato la cosiddetta “geopolitica”), ma cadono sempre sull’ossessione per la salute, come dimostrano i loro manifesti di propaganda eugenetica o personaggi come Carl-Ehrenfried Carlberg (1889–1962), che presentò agli svedesi il nazismo come una specie di ginnastica artistica.
Scartiamo persino i finlandesi, ché l’unico fascista che hanno avuto è stato Vihtori Kosola (si faceva chiamare “Kosolini”, non basta?), e il solo nazismo che apprezzano è quello declinato in salsa omo-sadomaso.

Resta il “clan dei norvegesi”, cioè Vidkun Quisling e il suo corrispettivo letterario Knut Hamsun. Mi è capitato recentemente di imbattermi in un elogio di questo Nobel per la Letteratura da parte nientepopodimeno che di Giuseppe Culicchia:
«Se penso alla Norvegia penso a Knut Hamsun e a due suoi romanzi in particolare, Fame e Misteri, tra i più belli che abbia avuto la fortuna di leggere. Da quanto risulta Hamsun è stato l’unico ad aver fatto pubblicare un necrologio per Hitler all’indomani della sua morte, ben sapendo che con la sconfitta imminente del Reich ne avrebbe pagato le conseguenze. Infatti venne processato e chiuso in manicomio. Ma i suoi libri restano grandissimi» (Mi sono perso in un luogo comune, Einaudi, Torino, 2016, pp. 147-148)
Ecco, il dizionarietto dell’ex-Cannibale è tutto un po’ così: fino alla voce “Ebrei” (p.82) sembra una versione sfigata di Severgnini, poi non so bene che gli piglia, ma inizia a parlar male degli ebrei (appunto), di Israele, dei gay, di Facebook “controllato dal Mossad” e “degli usurai della finanza internazionale”.

La sindrome di Gotemburgo (dove è nato PewDiePie) deve aver contagiato pure lui (che si sente un po’ “ariano onorario”). Per fortuna che, come al solito, tutti hanno recensito il libro senza nemmeno aprirlo, altrimenti chissà quale polverone avrebbe sollevato.
Beh, nel caso venisse venga beccato (spero non a causa mia) potrà sempre rispondere come il giovane svedese: «Il mio campo è quello dell’entertainment, non dei commenti politici».

(Perché, alla fine, questa doveva essere solo una recensione al libretto di Culicchia, che sembra uscito direttamente da La letteratura nazista in America di Bolaño. Lo invito a scriverne altri: quando lo beccheranno, potrà sempre fuggire, se non in Scandinavia, almeno in Antartide o Brasile).

martedì 21 febbraio 2017

Il terrorismo come una delle belle arti

La foto dell’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia ha vinto il più importante concorso internazionale di fotogiornalismo, il World Press Photo of the Year.

Si tratta di una decisione indecente, anche se la scelta effettivamente non era molto ampia, considerando che le altre foto erano quasi tutte dedicate agli immigrati.
La giuria, forse per timore che tale “estetica” potesse alla lunga stancare il pubblico, ha preferito optare per un atto terroristico, del resto già glorificato dalla stampa internazionale non solo come gesto eroico (dopotutto la vittima era un Putin’s lackey), ma come vera e propria opera d’arte: «La scena potrebbe essere quella di un martirio moderno ad opera del più teatrale dei pittori, Caravaggio», ha affermato infatti il critico americano Jerry Saltz in una “recensione” ai limiti dell’invasamento (Considering the Ankara assassination photos as history painting, “Venture”, 20 dicembre 2016). Anche dalle nostre parti non ci siamo fatti mancare di nulla, come dimostra il rapimento estatico di Paolo Di Stefano sul “Corriere” (Fotografia di un omicidio. Se a vincere è la freddezza, 13 febbraio 2017): «[…] Vince la distanza, il gelo: non c’è niente che ci commuova davvero. Neanche il corpo dell’ambasciatore russo Andrei Karlov appena ucciso, disteso esanime sulla schiena e colto in una prospettiva insolita: ciò che vediamo meglio di lui è la suola consumata di una scarpa, poi le gambe e il pancione che nasconde la testa, la giacca rimasta come irrigidita dal colpo. Lui, il giovane assassino, un poliziotto turco, potrebbe essere un protagonista di Tarantino, una iena lugubre ed elegante, ben rasata, vestita di nero, cravatta nera, camicia bianca, scarpe nere lucide. A vederlo da lontano, il gesto del braccio è quello plastico di John Travolta ne La febbre del sabato sera […]».

Non per essere polemici, ma quando Marine Le Pen pubblicò su Twitter le foto delle decapitazioni dell’Isis, venne indagata per “diffusione d’immagini violente”. Temo che non l’avrebbe fatta franca nemmeno se si fosse fatta prendere anche lei dal delirio estetico (Questo è puvo Cavavaggio, hanno pevsino usato una scimitavva!). Insomma, stiamo facendo sul serio? Anche il “Guardian” si è sentito in dovere di ricordare che the Russian ambassador’s assassination was no work of art.

Non so cosa stiamo diventando, ma visto che siamo in vena di ricercatezze, tutto questo mi fa ripensare a una citazione di Karl Kraus da Gli ultimi giorni dell’umanità (che tornò in auge con l’esibizione del cadavere di Gheddafi):
«Non solo abbiamo impiccato, ma ci siamo anche messi in posa, e abbiamo fotografato non solo le esecuzioni, bensì anche gli spettatori, e addirittura i fotografi. E il particolare effetto della nostra mostruosità è che quella propaganda nemica, che invece di mentire si è limitata a riprodurre le nostre verità, non ha nemmeno avuto bisogno di fotografare i nostri misfatti perché, con sua grande sorpresa, ha trovato le nostre fotografie dei nostri fatti sul luogo stesso del delitto, dunque noi “al naturale” in tutta la nostra ingenuità, ignari del fatto che nessun delitto potesse denudarci agli occhi del mondo quanto la nostra trionfante ammissione, come la fierezza del delinquente che si fa anche “riprendere” e sfodera un bel sorriso, perché è contento da matti di poter cogliere se stesso sul fatto».
(CA-PO-LA-VO-RO!)

The Montini Effect

Siamo contenti che Papa Bergoglio sia stato accolto con applausi e boati di approvazione all’Università Roma Tre: sicuramente avrà espresso le solite str…avaganti opinioni, alcune stup…efacenti arguzie e, infine, le sue tipiche fes…tanti chiamate alla tolleranza.

Che dire invece di coso… no, non Ratzinger, quello ormai è passato… intendo il DALAI LAMA!
Sì, perché in un’università della Californa, a San Diego, gli studenti cinesi si oppongo alla sua prossima visita, in quanto leader “oppressivo e offensivo”.

Io l’avevo detto: al Dalai Lama, Pope Francis gli ha fregato il posto. Per esempio, per anni il buon Tenzin Gyatso ha fatto la solita battutina sul prossimo Lama che se ha da essere donna, allora deve avere una “bella faccia”, altrimenti i fedeli scappano. E per anni i giornalisti hanno ridacchiato.
Poi, un giorno del 2015, ha rifatto esattamente la stessa battuta, e l’hanno massacrato. Ci sarà un motivo?

Il motivo è appunto che adesso il nuovo Dalai Lama è Papa Francesco, mentre il nuovo Ratzinger è il povero Dalai Lama (gli capitano persino le stesse cose!).
Il potere mediatico ragiona così, per stereotipi, schematismi, e anche quando il personaggio da loro creato non dice le cose che vogliono sentire… gliele fanno dire lo stesso! È successo qualche mese fa, quando la stampa ha trasformato una meditazione sulla sofferenza del Pontefice in un nuovo slogan, “Dio è ingiusto”: parole estrapolate dal contesto e manipolate a piacimento, ma che rispecchiano quel che ormai un “certo tipo di pubblico” desidera.

Il buon Bergoglio, complice anche una personale tendenza alla megalomania, continua a stare al gioco e sembra intenzionato a non fermarsi davanti a nulla (scisma, apostasia di massa, apocalisse).
Tuttavia deve stare attento, il Santo Padre, a non scherzare col fuoco, poiché il mondo a cui vuol piacere a tutti i costi non è così tollerante come egli crede. Un accenno di quel che potrebbe aspettargli qualora cominciasse a dire “cose sbagliate” lo si è già avuto l’anno scorso, quando durante l’Udienza Giubilare del 14 maggio Bergoglio ha osato pronunciare queste parole:
«La pietà non va confusa […] con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi; accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli. Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiutare il vicino, la vicina che ha bisogno… Così non va».
A parte tutta la cagnara (è proprio il caso di dirlo) scatenatasi, l’avvertimento più sottile è stato quello del “Corriere”, che nella stessa pagina in cui riportava con angoscia le dichiarazioni anti-animaliste, piazzò un riquadro con la storia del cane lupo Haus che in Florida ha “visto un serpente e salvato la bimba”.


Non è un segnale privo di significato (anche per chi non è complottista): se il Papa non dà i titoli giusti, allora gli amici giornalisti dovranno fraternamente correggerlo con queste “contro-notizie”.

È un fenomeno che si è già verificato nella storia recente, e che un gruppo di studiosi del Kansas City ha identificato come Montini Effect, dal nome della sua vittima più prestigiosa, quel Paolo VI che oggi viene ricordato (sans jeu de mots) come il “Papa dimenticato”. 

Si tratta di un effetto talmente potente da avere valore retroattivo: colpì infatti anche Pio IX, acclamato in principio come il “Papa liberale” e poi travolto dall’immortale odium di chi voleva persino gettarne la salma nel Tevere al grido di “al fiume il Papa porco”. 

Ai tempi erano più grossier: per Paolo VI, che tutti desideravano passasse alla storia come il “Papa della Pillola” è bastata la damnatio memoriae. E Bergoglio afferma di ispirarsi a Montini: lo ha pure proclamato Beato nel silenzio generale (altro brutto segno…). Ma qualcuno gli dica com’è andata a finire, al di là delle fiction rai!

Nasrallah ringrazia Trump…

…per la sua franchezza e la sua stupidità.

Dal discorso del nostro politico di riferimento, Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah (12 febbraio 2017):

«Lasciatemi dire una parola a tutti quelli che, nelle ultime settimane, hanno detto e scritto (ho letto un sacco di dichiarazioni) che Hezbollah è preoccupato, che Hezbollah si fa intimidire, che Hezbollah è spaventato.
Di che si parla, gente? Trump ha preso il potere.
Sì, è arrivato Trump, e allora? Cosa c'è di nuovo?
La novità, come ha dichiarato Sua Eminenza Sayyed Khamenei (che Dio prolunghi la sua nobile vita), ciò che cambia è che prima c’era qualcuno mascherato con un velo di ipocrisia [Obama]. Egli si rivolgeva a voi in modo suadente, faceva gli auguri per le vostre celebrazioni, ma poi cosa combinava di nascosto? Imponeva sanzioni, organizzava guerre contro di voi, lanciava attacchi per uccidere migliaia di civili, sosteneva guerre come quella contro lo Yemen dove centinaia di migliaia di persone sono state uccise, ferite, affamate e assediate.
[Obama] ha sostenuto regimi dispotici come quelli del Bahrain e dell’Arabia Saudita. Con tutti i danni che ha causato, ha favorito anche la creazione di Daesh, per infangare la vostra religione, il vostro Profeta, il vostro Corano, per spargere il vostro sangue, per catturare le vostre donne, per demolire la vostra società e il vostro Paese.
Ma [Obama] era simpatico, e il vostro cuore si infiammava per la sua pelle nera.
La novità positiva è che finalmente qualcuno ha messo l’ipocrisia da parte, e questo è uno dei motivi per cui Sua Eminenza l’Imam Supremo [Khamenei] ha detto che dobbiamo ringraziare Trump, per aver mostrato nuovamente il vero volto degli Stati Uniti, un volto razzista, crudele, criminale, assassino, che sparge il sangue altrui, reprime le libertà, si impadronisce delle ricchezze degli altri, complotta incessantemente contro i popoli oppressi.
Grazie! Non siamo affatto arrabbiati, anzi siamo profondamente grati a Trump.
Perché da quando ha preso il potere, ha mostrato il vero volto del governo degli Stati Uniti, e le persone il cui giudizio era offuscato ora possono finalmente tornare a capire.
Per quanto riguarda la paura, è una cosa con cui abbiamo a che fare da molto tempo [noi di Hezbollah].
A tutti quelli che scrivono, analizzano, chiacchierano, io voglio soltanto dire, in nome dei capelli bianchi dello sceicco Hussein Obeid, uno dei gloriosi fondatori di Hezbollah, che noi c’eravamo già nel 1982 e siamo ancora qui nel 2017.
Nel 1982 non eravamo che una manciata di fedeli perseguitati, timorosi ogni istante di essere catturati dai nostri avversari. L’esercito israeliano, allora invincibile, occupava metà del Libano, con centomila ufficiali e soldati israeliani affiancati da venticinquemila americani, francesi, britannici e italiani. Il Libano aveva anche problemi al suo interno, oltre alla corazzata New Jersey e altre navi da guerra al largo delle sue coste.
Eravamo solo un pugno di uomini, noi e gli altri componenti delle fazioni e dei partiti della Resistenza. E non abbiamo avuto paura, nessuna preoccupazione, nessuna esitazione. La nostra causa era chiara, sicura.
E poi è venuto George Bush, di nuovo con le armate e gli incrociatori, ad assaltare i Paesi, a spingere Israele alla guerra contro di noi, ma non abbiamo mai provato timore né spavento, né ci siamo mai tirati indietro.
Avevamo la certezza che Dio ci avrebbe accordato la vittoria. Quella vittoria che Dio ci ha promesso nel Suo Libro, e che l’Imam Khomeini ha promesso allo sceicco Hussein Obeid, a Sayyed Abbas, alla casa dei fratelli, quando andarono in visita all’Imam al principio della nascita del movimento, il quale gli confermò quanto la resistenza fosse l’unica soluzione, e li invitò a non fare affidamento su nessuno, di non aspettarsi nulla dall’Iran o da chiunque altro al mondo, di fare affidamento solo su Dio e su loro stessi, per portare a termine il compito.
E in quel giorno, come attestano i documenti, in quel giorno, quando molti nel mondo arabo e islamico credevano che il Libano sarebbe entrato nell’orbita israeliana, l’Imam Khomeini disse alle nove persone presenti, tra cui Sayed Abbas al-Musawi [ex segretario generale di Hezbollah] e lo sceicco Hussein Obeid: “Resistete, perché io vedo la vittoria impressa sulle vostre fronti”.
Questa vittoria giunse nel 1985, nel 2000, 2006 e si avvera ancora oggi in Siria, Iraq, e arriverà a Dio piacendo nello Yemen, perché né Trump, né suo né padre o suo nonno, né George Bush, né suo padre o suo nonno, nessuno di questi razzisti potranno ledere il coraggio, la volontà, la determinazione e la fede di uno qualsiasi dei nostri figli, per non dire dei nostri uomini e dei nostri veterani.
È per questo che non siamo preoccupati, ma molto ottimisti, perché quando la Casa Bianca è occupata da un idiota, che si vanta della sua stupidità, questo è l’inizio della liberazione per gli oppressi di tutto il mondo».

lunedì 20 febbraio 2017

Václav Havel si droga!

Discutevo con un amico del grande e irreprensibile Václav Havel, un eroe per tutti noi. A un certo punto, come in una qualsiasi diatriba tra muratori, mi tira fuori questa storia: “Václav Havel si droga!” – il titolo infatti va letto con tale intonazione:


“Non è vero, lo dici solo perché era anti-comunista e ha fatto entrare tutti nella Nato e perché oggi la Repubblica Ceca è lo Stato più ateo d’Europa, ma all’epoca l’Unione Sovietica ne aveva fatto un granaio culturale ecc…”
“No, si drogava sul serio, si faceva di LSD”.

Saltano fuori dettagli dei quali non sapevo nulla, ma che il mio amico considera invece noti al mondo intero (ma se non c’è nemmeno uno straccio di fonte! Lui non mi ha detto da chi l’ha saputo, ma secondo me c’è lo zampino dell’immortale G.C.).

L’unico che ne parla è il blog “Boingboing” in un pezzo di qualche anno fa (Prototype dissidents..., 1 luglio 2013), nel quale si traccia un parallelo tra le biografie di Havel e di Timothy Leary (il padre della cosiddetta “cultura psichedelica”), in base a una dedica su una copia del suo “manifesto” Neuropolitics (1977) che lo scrittore americano inviò al dissidente sovietico nel 1992 (cioè quando era già Presidente della Cecoslovacchia), ma che non giunse mai a destinazione:
«Leary probabilmente non sapeva ancora nulla di Václav Havel, uno dei più grandi drammaturghi della Cecoslovacchia, che era diventato un dissidente quando la Russia aveva invaso il suo Paese per sopprimere del 1968 la rivolta popolare contro il dominio sovietico, passata alla storia come “Primavera di Praga”.
A lungo si è vociferato sul ruolo dell’LSD nel dissenso sovietico. La sede praghese della Spofa Pharmaceutical Works fornì l’LSD all’Unione Sovietica per il suo programma di guerra psicologica, mentre gli Stati Uniti optarono per la Eli Lilly & Co quando la Sandoz rifiutò di fornire gli enormi quantitativi di droga richiesti […]. È ovvio che l’LSD, diffondendosi dai laboratori della Spofa alle strade, contribuì al cambio di mentalità che poi portò alla Primavera di Praga, nello stesso modo in cui negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia portò alle ribellioni studentesche.
Le connessioni di Havel con le culture alternative di Praga sono note: egli seguì il processo alla più importante band di rock psichedelico dell’Est Europa, i Plastic People of the Universe, e contribuì alla stesura del manifesto dei rivoluzionari cechi, la Charta 77, nella quale si faceva riferimento anche all’arresto dei membri del gruppo.
Havel era costantemente sorvegliato, interrogato, e spesso incarcerato dalla polizia segreta; come Leary, ha trascorso quattro anni in carcere (1979-1983). Era anche un fan di Frank Zappa e dei Velvet Underground, del cui leader Lou Reed divenne poi un caro amico. C’è chi pensa che la “Rivoluzione di Velluto” […] prenda ispirazione proprio dal nome del gruppo.
[…] Peter Stafford, il principale esperto di  cultura psichedelica del XX secolo, ha inserito Havel in una lista di personalità celebri che hanno sperimentato l’LSD, accanto a Carl Sagan e sir Francis Crick. Può trattarsi solo di un’ipotesi, ma pare impossibile che Havel non abbia mai assunto LSD tra la Primavera di Praga (1968) e il processo ai Plastic People of the Universe (1976). Durante gli anni della repressione sovietica, la controcultura ceca era profondamente connessa al dissenso sovietico […]».
Sfortunatamente anche in lingua ceca le testimonianze latitano: una “guida politicamente scorretta” al Parlamento Europeo (“Euportal”), riferisce che Havel faceva uso di LSD assieme al suo mentore Zdeněk Urbánek ed era anche un alcolista; gli altri siti però non fanno che riprendere questa nota senza aggiungere altro.

Perciò il dubbio rimane. E se fosse vero, dovremmo dedurne che la droga è buona? Oppure che l’Unione Sovietica aveva ragione? La gioventù ha bisogno di punti fermi, sennò poi appunto va a drogarsi… (al di là di tutto, io continuo sempre a preferire la “dissidenza al Tavernello”, secondo lo stile del Camerata Bannon).

“La pronuncia erasmiana non esiste!”

Per ingrandire l’immagine, cliccare qui
Questi commenti, che seguono la struggente interpretazione di Savina Yannatou del proemio dell’Odissea, mi ricordano una mia discussione-tipo con chiunque abbia studiato il greco antico in Italia. Come si può facilmente intuire, quello in verde è l’italiano mentre tutti gli altri sono greci (mi è sembrato giusto censurare i nomi, non so perché...). Il più agguerrito degli achei è quello in azzurro, che se la prende col nostro compatriota, reo di sostenere una pronuncia (l’erasmiana) a suo parere immaginaria, inventata da “un prete olandese che non conosce il greco”.

Sono consapevole di venir meno alla carità di patria, però non riesco a parteggiare per la posizione italiana, per un motivo molto semplice: noi rimproveriamo ai greci lo stesso atteggiamento che teniamo nei confronti dell’insegnamento del latino.
Per quale motivo, infatti, noi seguiamo la lectio ecclesiastica se non perché la sentiamo come “nostra”? Diamo a Kaesar quel che è di Kaesar: non puoi andare da un greco a dirgli che “solo voi al mondo pronunciate così” e poi non accettare la ramanzina del tedesco (ironia della sorte, lo stesso fenomeno si verifica anche in campo politico ed economico).
Mettiamoci allora nei panni di un greco moderno che dovrebbe impastarsi la bocca di etacismi, e immaginiamo quale incubo sarebbe per un non-ariano leggere il latino come “ce lo chiede l’Europa”.

Premettendo che della questione conosco solo lo stretto necessario, mi stupisce che nei dibattiti (soprattutto quelli virtuali), come argomento decisivo per avvalorare la restituta in greco (buona) e in latino (cattiva), vengano portati i versi degli animali. La dimostrazione classica degli erasmiani è infatti il belato della pecora, βῆ βῆ, che si legge [bɛ:] e non [vi]; mentre i sostenitori della restituta latina citano il “Messo Cicirro” di Orazio, che essendo un galletto dovrebbe essere pronunciato ancora come impone l’onomatopea, ovvero Kikirrus… (in realtà i “cicirri” sarebbero i ceci, ma non importa).
Ora, senza addentrarmi nello specifico, rilevo soltanto due cose (tra esse collegate): in primis, l’idea che esista una “base naturale” della pronuncia e che quindi sub specie aeternitatis le pecore facciano “be” e i galli “chicchirichì”, quando invece sappiamo che anche le onomatopee sono costruzioni socio-culturali e non dati oggettivi (ogni parlante percepisce il “pecorese” e il “gallese” secondo i criteri imposti dalla propria madrelingua).
Inoltre (seconda considerazione) questa idea di autenticitàgenuinitàoriginarietà, mascherata col pretesto della “scientificità”, è molto poco scientifica (e pedagogica) e invece molto filosofica (e ideologica): la “smania dell’origine” è un fenomeno recente, dovuto all’insostenibilità del relativismo anche in campo filologico. Ecco perché, per parafrasare un noto motto, facciamo “gli erasmiani col greco degli altri”, mentre facciamo i gesuiti col “nostro” latino (del resto proprio la Societas Iesu ha forgiato la nostra pronuncia).

Perciò mi sembra vi sia qualche argomento, se non scientifico almeno storico-culturale (qualsiasi cosa ciò significhi), per difendere la mia pronuncia itacistica contro quelli che puntualmente mi deridono. Anche perché, quando “finalmente” riusciranno a eliminare il greco antico dalle scuole italiane, la pronuncia erasmiana scomparirà in meno di una generazione, perché la “specializzazione” comporterà (grecisti volenti o nolenti) una sottomissione all’iniquo Reuchlin.

È ingiusto, lo so, ma anche aver ridotto lo studio del greco a puro “esercizio mentale” (una cosa che “serve a capire meglio la matematica”), oppure a pretesto per slanci identitari degli ex-studenti del classico (era proprio il caso di far diventare la Marcolongo un bestseller?), ha contribuito al maramaldeggiare degli “efficientisti” su una lingua già morta.

Ma chi conserverà ancora il greco, quando noi studieremo solo i mitocondri? Sempre loro, i poeti bizantini, i nostri maestri segreti che ritroveremo ancora tra le rovine.

Psicogeografia del terrorismo islamico

Riguardo alle incessanti (e presunte) “minacce dell’Isis” contro Roma, Mauro della Porta Raffo propone alcune considerazioni illuminanti: 
«Ai tempi della predicazione da parte di Maometto e nei secoli seguenti, nel mondo islamico, Bisanzio era Roma, dato che della Città Eterna, decaduta, nessuno aveva contezza. Era invece Bisanzio –oggi, Istanbul– la capitale dell’Impero romano, normalmente indicata col nome della nostra capitale. Colpire Istanbul-Bisanzio è quindi, idealmente, colpire Roma!» [Non Roma, Bisanzio (e quindi Istanbul), 4 gennaio 2017]
Se osserviamo le “mappe” con cui l’Isis si fa propaganda, possiamo constatare come la conquista di Roma appaia sempre come fenomeno collaterale, se non totalmente irrilevante; in una di quelle più citate, la Città Eterna non viene nemmeno presa in considerazione.


Insomma i fondamentalisti sono tali anche nei confronti della geografia: quanto afferma MdPR è peraltro giustificato dal Corano stesso, che nella sura Ar-Rum identifica appunto i “romani” con i bizantini. La Rumiyah a cui fa riferimento la webzine dell’Isis sembra quindi essere proprio Bisanzio. Come ulteriore conferma, dal canto mio posso modestamente ricordare che nel turco moderno la parola “Rum” indica i “romei”, cioè i greci di Istanbul, della Tracia e soprattutto i greco-ciprioti considerati discendenti dei bizantini.
Infine, come ricorda ancora MdPR, la versione turca dell’e-zine terroristica si chiama “Konstantiniyye”, il che chiude il cerchio: i terroristi vogliono non la Roma dei Cesari, non la Roma dei Papi, ma la Roma dei Basilei.

È ovvio che quelli dell’Isis, per quanto idioti, sono comunque consapevoli che Roma e Istanbul non sono la stessa città. Se sulla copertina del loro magazine campeggia infatti la citazione di tale Abu Hamza («O muwahhidin, rejoice, for by Allah, we will not rest from our jihad expect beneath the olive trees of Rumiyah»), sul retro compare invece  un hadith che dovrebbe chiarire chi deve conquistare cosa:
«Allah’s Messenger () was asked, “Which of the two cities will be conquered first? Constantinople or Rumiyah? He () replied, “The city of Heraclius will be conquered first,” meaning Constantinople».
Ciò conferma la marginalità di Roma nella psicogeografia terroristica (del resto, pur non essendo pratico della zona, mi pare che ci si debba spingere parecchio oltre il raccordo prima di potersi fare un “selfie” beneath the olive trees, dico bene?): la Berlino e la Parigi d’Italia è Milano, appunto per motivi culturali, perché nell’immaginario è percepita più “europea” e meno “mediterranea” di altre città italiane.

Al di là della barbarie, sarebbe interessante approfondire il tema della “geografia mentale” musulmana e la sua influenza sulle cosiddette “lingue islamiche” (la definizione è di Alessandro Bausani, incredibile figura di studioso che tra le altre cose si occupò anche di geografia: ricordiamo un suo saggio sulla rappresentazione dell’Italia nel Kitâb-ı Bahriye dell’ammiraglio turco Piri Reìs).
L’islamizzazione ha portato con sé un intero universo psicogeografico che, per esempio, ha fatto sì che in decine di idiomi la Grecia comparisse nelle vesti di Yunan (da “Ionia”, nome di una satrapia dell’Asia minore).

Uno dei motivi per cui non vengono mai ricordati certi “dettagli” è probabilmente legato al destino della definizione di “islamista”, che in Italia è stata anch’essa presa in ostaggio dai terroristi e ha dovuto lasciare il passo a un pedante islamologo (il quale è andato via via appartandosi proprio per non apparire come tale nei confronti dei colleghi slavisti e orientalisti); anche qui le parole hanno dimostrato tutta la loro importanza.

domenica 19 febbraio 2017

Bausani in rete


Alessandro Bausani (1921–1988) è senza dubbio uno degli studiosi italiani più sottovalutati: dopo anni che non si ristampava più nulla, sono stati di recente proposti al pubblico un saggio sull’islam e la versione delle quartine di Khayyam. La sua produzione è tuttavia vastissima e copre un ampio campo dello scibile. Per farsene un’idea, basterebbe solo basarsi sulle risorse presenti in rete.

Prima di tutto, un ricordo del noto Roberto Vacca, figlio dell’arabista Virginia De Bosis che fu la prima “maestra” di Bausani (essendo sua vicina di casa).

Poi un’altra testimonianza (in francese), di un allievo, l’orientalista Luigi Santa Maria (1919–2008) da “Archipel” (n. 38/1989), che lo ricorda, in riferimento al suo campo di studi (l’Indonesia) «comme le fondateur des études insulindiennes en Italie». 

Ancora dal punto di vista biografico, l’orientalista Biancamaria Scarcia Amoretti (altra allieva) firma un contributo per l’Encyclopædia Iranica (in inglese) che, oltre a offrire un ritratto esaustivo dello studioso, aggiunge anche qualche elemento sull’influenza che la conversione di Bausani al bahá’ísmo ebbe sulla sua opera: per esempio, in uno dei suoi apporti più importanti alla cultura nazionale, la traduzione del Corano, come scrive Scarcia Amoretti, «Bausani understood […] the expression ḵ-ātam al-nabiyyin […] in Baha’i terms: Mohammad, as with all past and future prophets, was the “seal” only of his temporal cycle».

Sempre restando nell’ambito personale, troviamo una lettera al padre risalente al 1949 e più volte citata dai biografi, nella quale Bausani spiega i motivi del suo passaggio da un cattolicesimo “quasi medioevale” al bahá’ísmo, quel culto nato in Persia nell’Ottocento i cui adepti sembrano essere gli ultimi custodi rimasti della memoria del Nostro.
Va infatti riconosciuto alla Bahá’í Italia non solo di aver realizzato per il ventennale della scomparsa una pregevole monografia sull’esperienza religiosa dello studioso (per opera di Julio Savi), ma anche di averla resa disponibile online (L’esperienza religiosa di Alessandro Bausani, Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2008).

Al di là del bahá’ísmo (che fu anche la religione di Dizzy Gillespie e John Titor, e che per questo rispettiamo profondamente), permangono in rete altri contributi più prettamente linguistici: vogliamo citare il ricordo del “Bausani bascologo” (perché sapeva anche il basco) di uno dei suoi alunni più brillanti, l’iranista Gianroberto Scarcia (marito della Biancamaria Scarcia Amoretti succitata), riprodotto sul sito ufficiale sito dell’Accademia Reale della Lingua Basca, “Bausani Bascologo: note in margine” (in Yadnama. In memoria di Alessandro Bausani, Bardi Editore, Roma, 1991). Tra gli studi di Bausani sull’euskara, Scarcia ricorda «un’analisi archeoastronomica del nome dei primi tre giorni della settimana basca» (tanto per citare…).
Anche nelle parole dell’allievo emerge comunque l’approccio “bahá’ísta” che il Nostro adottò nella vita e nell’“arte”: «L’essenziale della storia umana, per Bausani, risied[e] […] nel continuo rinnovamento, nella continua “Rivelazione”, che, vista da parte umana, è continua invenzione».
Non vorremo dilungarci troppo sul punto ma, per farla breve, Bausani interpretò la sua nuova fede non come un’abiura (egli si considerava ancora “cattolico”, sebbene in senso meramente etimologico) ma come percorso necessario per risolvere la contraddizione tra, appunto, la vita e l’arte e, nel frangente storico in cui si trovò a operare, tra intellettuali e popolo. Difficile dire se riuscì nel suo intento (il volume della Bahá’í approfondisce il tema, in particolare per quanto concerne il suo ideale di “teodemocrazia”); ad ogni modo tale scelta non tolse nulla alla sua onestà intellettuale, la quale gli venne riconosciuta niente meno che dal leggendario Padre Mariano da Torino, oltre che da decine di altre personalità dall’estrazione la più disparata (Pio Filippani-Ronconi, Vincenzo Poggi S.J., Alfonso Di Nola, Raniero Gnoli e persino Muhammad Zia-ul-Haq, Presidente del Pakistan tra i ’70 e gli ’80).

Dulcis in fundo, un contributo del Maestro in persona, Is classical Malay a “Muslim language”? (“Boletín de la Asociación Española de Orientalistas”, XI, 1975), nel quale Bausani sviluppa in modo non banale il concetto elementare di “lingua islamica” («A language that, at a certain moment of its history, presents itself deeply influenced […] by the great cultural languages of Islam: Arabic and Persian»), dimostrando una profonda conoscenza del malese (una delle trenta lingue in cui poteva esprimersi).

sabato 11 febbraio 2017

Trump è meglio del Duce?


Con Trump l’intellighenzia americana è tornata indietro di almeno trent’anni, ai tempi in cui stilava feuilleton pseudo-storici per dimostrare la fuoriuscita di Ronald Reagan dallo stesso milieu culturale di Hitler (lui ci metteva del suo, vedi la Bitburg controversy, perché in fondo era un uomo di spettacolo).

Nei confronti di Trump lo spin doveva essere lo stesso, ma dopo aver compreso che The Donald in quanto hitleriano lasciava molto a desiderare, ci si è buttati anima e corpo sul fascismo italiano.
Tanto per capirci, siamo già al livello di Gianfranco de Turris citato dal “New York Times” (perché tre anni fa Bannon ha fatto il nome di Evola in uno dei suoi comizi “black metal”).
Per non dire del saggio torrenziale di Jay Griffiths, Fire, hatred and speed! (“Aeon”, 8 febbraio 2017), nel quale l’autrice, dopo aver confermato che il nazi-spin non funziona più, si lancia in una serie di paragoni tra Marinetti e Pieter Thiel (fondatore di PayPal, uno dei pochi venture capitalist di nuova generazione ad aver sostenuto Trump sin dall’inizio), Luigi Russolo (sic!) e il Camerata Bannon di cui sopra e, dulcis in fundo, d’Annunzio e Milo Yiannopoulos (perché costui aveva come primo nickname su Twitter @Nero: leggere per credere).
Dato che si parla d’Italia, la Griffiths ci mette di mezzo pure a touch of the Mafia e l’Impero Romano, chiamando in causa il culto di Mitra e il Sol Invictus incarnati oggi nel solar solipsism di Trump.

Aspettiamoci quattro (otto?!) anni tutti un po’ così. D’altronde Bannon ne ha sparate talmente tante che al suo confronto Vittorio Feltri è Luciano Rispoli. Devo ammettere che mi ha commosso, vederlo trionfante alla Casa Bianca, col volto conciato da anni di dipendenza dalla versione americana del Tavernello (anch’io seguo la stessa linea). C’è davvero speranza per tutti: fino a qualche settimana fa sui giornali italiani era tassativamente proibito citare “Breitbart” (effettivamente una fonte sputtanatissima), ora invece ecco Bannon trasformato nel “Dugin di Trump” o roba del genere (peraltro spacciando la bufala che Dugin sia a sua volta il “Rasputin di Putin”).

Dal nostro punto di vista, il fenomeno è positivo perché se ce mettemo a scrive come l’americani, allora magari pure noi si riesce a tirare a fourfold payment for insipid stuff [“quattro paghe per il lesso”, espressione idiomatica inglese].
Tuttavia, il lato inquietante è che coi loro modesti (e molesti) sfoggi di erudizione, certi professorini rischiano davvero di evocare ciò temono (o fanno finta di temere): son bastati due pezzi per trasformare i riferimenti culturali di Bannon (che prima erano Dick Cheney, Darth Vader e Satana) e Milo Yiannopoulos (4chan e poco altro) in qualcosa di elevato e affascinante. What’s the point?
E se costoro si mettessero davvero a leggere gli autori che altri credono abbiano letto o, in modo più verosimile, se qualcuno creasse una serie di meme in inglese ispirati a Evola o Marinetti e li condividesse sul loro profilo Twitter, in tal caso non si correrebbe sul serio il rischio di creare dei mostri?

Beh, affari loro, alla fine: perlomeno gli intellettuali d’oltreoceano avranno avuto la possibilità di sfogarsi un po’ dopo l’era obamiana, nella quale era proibita ogni indagine storico-culturale sulle radici del primo presidente nero (e su quelle dei suoi cortigiani), in quanto rappresentante del migliore dei mondi possibili: la verità, è noto, testimonia se stessa. Per fortuna che ora siamo nella post-verità: finalmente si può ricominciare a riaffermare l’esistenza delle ideologie (e la libertà di preferirne una all’altra).

venerdì 10 febbraio 2017

Il conto del trumpismo



Fa male vedere un grande Paese come l’America totalmente devastato da otto anni di trumpismo (sì, poi l’hanno rieletto): il Kansas City raso al suolo, Chicago illuminata a giorno, Giovanna Botteri criogenizzata – per non dire della fine di Severgnini...

Ah già che il Donald è appena arrivato: d’altronde il vero John Titor è proprio Trump, mica sono io, anche se conosco già la morale della storia. L’attuale Presidente potrà pure essere il migliore di tutti i tempi, ma verrà comunque ricordato come il peggiore, proprio perché non sarà stato il peggiore (cosa che molti auspicavano). È chiaro? Forse no. La damnatio memoriae contro Nixon e Reagan però tutti l’hanno presente (“tutti” si fa per dire): sembra che abbiano scatenato una guerra termo-nucleare a testa, invece tutto sommato hanno fatto anche cose buone. Ma che importa, alla fine: la storia ognuno la interpreta come vuole. Ciò che conta è non capire mai un cazzo e morire con quest’unica consapevolezza.

Tali malinconiche considerazioni sono in parte dovute alla scoperta di una vecchia intervista di “Panorama” a Paul Samuelson (1915–2009), risalente a ottobre 1992 (M. De Martino, Il conto del reaganismo). Erano i tempi in cui il Nobel per l’economia sosteneva pubblicamente Bill Clinton assieme ad altri poeti laureati come Franco Modigliani e Robert Solow. È un intervento che mi colpisce soprattutto perché se il buon Samuelson affermasse oggi esattamente le stesse cose, pur trovandosi dalla parte giusta della storia (in quanto americano e clintoniano), è probabile che i piddini lancerebbero una petizione per fargli togliere il Nobel.

Infatti questo Samuelson dice che gli Stati Uniti non sono in recessione, ma in “crescita recessiva”, e dunque possono fare debito, dal momento che «il vero disastro sarebbe cercare di pareggiare il deficit nel mezzo di una crisi profonda come quella di oggi». Come, non si esce dalla crisi facendo austerità?
A quanto pare no, anche se il problema del debito pubblico rimane: «Grazie alla politica di Reagan è aumentato a dismisura […], quanto avevamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quanto ha l’Italia che si trova in fondo alla lista del buon governo economico».
Oh, ecco, finalmente cominciamo a intenderci: allora è tutta colpa di Reagan? Il giornalista ha l’ardire di chiederlo, ma Samuelson onestamente riconosce che la recessione è sui generis e dipende anche dalla fine della Guerra fredda: «Quando non è più necessario spendere il 5 per cento del prodotto nazionale lordo in strumenti di difesa, molti posti di lavoro sono destinati a scomparire».
La soluzione? Usare i militari “in senso keynesiano” per mantenere alto il livello d’occupazione, poi farli passare gradualmente al settore civile, “anche se tutto questo peserà sul bilancio”…
No, non ho capito. Cioè, ho capito che voleva fare propaganda a Clinton (risanare il debito facendo più debito, che in effetti è l’unica soluzione quando lo fanno quelli simpatici), però alla fine mi sfugge se il fottutissimo military keynesianism sia una cosa buona o cattiva (o è cattiva solo quando la fanno i cattivi?).
Non sarà magari colpa degli americani fannulloni? Con Samuelson l’argomento non attacca (mica è italiano): del suo “caro amico” Milton Friedman afferma che di fronte a certe questioni si comporta da “indemoniato”, mentre la sua posizione è decisamente più “flessibile” («Non solo perché guido una Nissan invece che una Ford»).

La parte più spassosa è quella sull’euro, che pur avendoci protetto anche dalla peste bubbonica, nel 1992 ancora non esisteva. Ecco cosa sosteneva Samuelson parlando “del ruolo dell’Europa del futuro”:
«Solo chi crede ancora alla favola della formazione di una valuta comune e di una banca centrale entro il 1999 può non essere preoccupato dagli ultimi avvenimenti: i danesi hanno votato contro il trattato di Maastricht, la Svezia ha dovuto alzare il suo tasso di interesse del 500 per cento l’anno, la Gran Bretagna non ha potuto stabilizzare la sterlina ed è dovuta uscire dal mercato, perfino la Spagna ha dovuto svalutare del 5 per cento. Per non parlare dell’Italia. Questa è la realtà: la costituzione di un mercato comune non è indolore. Per il semplice motivo che i partner sono diseguali. In Italia l’inflazione viaggia a una media quasi del 6 per cento. In Germania la media è del 3 per cento. Come si fa a trovare un punto di equilibrio permanente tra dati non flessibili come questi? Credo certamente che l’Italia abbia bisogno dell’austerity imposta di recente dal suo governo. Ma non credo che la lira debba essere messa in relazione al marco. Le monete più forti come il marco, il franco francese, il franco belga e forse la corona danese possono continuare nella formazione di un mercato comune. Ma non vedo perché la lira, la sterlina e la peseta debbano formare una nuova unità. Bisogna ricordare che gli Stati Unit hanno 50 Stati e un dollaro. E che qui, quando una regione va in crisi, la gente trasloca. Non riesco a immaginare lo stesso in Europa».
Allora anche la storia contemporanea, oltre che quella universale (per non dire della vita stessa), non è che una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla (Macbeth, V, 5)? E il bello è che ’sto Samuelson gongola pure: gli Stati Uniti possono fare quello che vogliono, perché “noi non dividiamo il nostro letto col marco tedesco”.

Poi, non so bene cosa sia successo. Da quel che leggo ancora tra le mie cartacce, pare che la campagna di Bill Clinton sia stata molto aggressiva; il giovane e rampante democratico aveva promesso una sola cosa agli americani: lavoro. Uno degli slogan della campagna fu People First: non la pace, non il mercato, non i diritti civili. L’urgenza principale era quella di riportare negli States il lavoro che i ricchi avevano spostato a Taiwan e nel Messico (parlava così il vecchio Bill, che ci posso fare). Tutto questo avrebbe ovviamente comportato una minaccia al libero scambio, come lo stesso Samuelson notava con preoccupazione (pur continuando a sostenere il programma economico del candidato democratico!): «Una volta erano i repubblicani dalla parte del protezionismo. Ora lo sono i democratici. Con loro al governo il rischio proibizionista è sempre dietro l’angolo».

Anche qui, la morale mi sfugge ancora: è giusto difendere il lavoro a scapito del mercato? Cioè, se uno è simpatico gli diciamo di no, ma poi glielo lasciamo fare?
La tentazione di sfogliare le riviste del 1996 o del 2000 è forte, almeno per sciogliere qualche dubbio. Ma per adesso continuerò a saltare dal 1992 al 2024 con la consapevolezza che Trump è stato il Worst. President. Ever.