martedì 28 febbraio 2017

Diventiamo tutti Uomini-A!

Manifesto svedese di propaganda eugenetica degli anni ’30
Ett friskare släkte är målet... Lat oss alla bli A-människor!
Tidens jäkt griper omkring sig. Den tvingar oss in i en konstlad livsföring, som kommer oss att glömma, att vi trots allt äro naturens barn med rötter i jorden och icke blott kuggar i ett maskineri. Nu mer än någonsin måste vi hämta morstandskraft ur naturens källor.
Vi behöva en kost, som hjälper oss att efter våra olika förutsättningar nå högsta möjliga halsa, att bli sunda livsdugliga A-människor.
Näringsfysiologerna tröttna icke på att framhålla, hur mjölkens, underbart sammansatta näring dess högvardiga äggvita, dess mineralämnen och vitaminer aven ger var kropp de skyddsämnen, som skyddar den mot klenhet och sjukdomar.
Otaliga praktiska exempel styrka deras uppfattning. Vilken mor kan med kännedom om dessa förhållanden, uraktlåta att ge de sina en kost, där mjölk, smör och ost ingå i rikliga mängder. Ingen kan skylla på bristande råd, så länge många slantar gå till långt oviktigare saker. En friskare anda går genom tiden. En generation av A-människor växer fram som genom sport och friluftsliv fätt en naturlig längtan efter sundhet - sundhet även inom kosten.
[L’obiettivo è una generazione più sana… Diventiamo tutti Uomini-A!
Sono arrivati i tempi moderni. Siamo costretti a vivere in un mondo artificiale che ci fa dimenticare che, dopotutto, siamo figli della natura radicati nella terra, e non soltanto ingranaggi di una macchina. Ora più che mai abbiamo bisogno di recuperare la forza dalle risorse naturali.
Abbiamo bisogno di una dieta che ci permetta di essere il più sani possibili, di diventare Uomini-A.
I nutrizionisti non hanno sottolineato abbastanza quanto il latte e le uova, con il loro meraviglioso complesso nutritivo, diano al nostro corpo i minerali e le vitamine che ci proteggono da malattie e infermità.
Numerosi esempi pratici dimostrano la giustezza di questo punto di vista. Una madre, dopo la conoscenza di questi fatti, non può più permettersi di allevare suo figlio con una dieta che non contenga abbondanti quantità di latte, burro e formaggio.
Nessuno può più dare la colpa alla mancanza di informazioni, e spendere i soldi per cose molto meno importanti. Uno spirito sano resiste al tempo. Una generazione di Uomini-A sta emergendo e attraverso lo sport e le attività all’aperto nasce in essa un desiderio naturale di salute – quella salute che deve essere valorizzata anche dalla vostra dieta.]

Selezione naturale

«Mi ricordo che da bambino, negli anni Cinquanta, un allora celebre ginecologo, amico di mio padre, chiacchierando con lui, me presente, disse che se alla nascita osservava gravi malformazioni del bambino, con un secco colpo delle dita gli rompeva l’osso del collo facendolo morire per paralisi respiratoria e comunicava successivamente alla madre che il bambino malformato era nato morto. Questo racconto di un atto di eutanasia attiva così lucido e determinato mi ha lasciato addosso sempre un senso di disagio ogni volta che mi trovavo di fronte a un paziente condannato a morte da un tumore polmonare metastatico, sentendo in me il desiderio, per liberarlo dalle sue indicibili sofferenze e dall’angoscia di morte, di favorirne l’exitus»
(Enzo Soresi, Il cervello anarchico, UTET, Torino, 2005, pp. 46-47)

Ich klage an: quando la buona morte era cattiva

A proposito di quanto sostiene lo scrittore Martin Amis («La repulsione per l’eutanasia è causata dagli abusi che ne fece Hitler, ma non vedo perché debba essere solo la Svizzera a permettere alle persone di morire con dignità»), bisogna in effetti ricordare che a realizzare le prime pellicole sull’eutanasia non furono raffinati registi canadesi o spagnoli, ma i più convinti sostenitori del progetto Aktion T4, il “fiore all’occhiello” del programma eugenetico nazista.

Uno dei “capolavori” del genere fu Ich klage an (“Io accuso”) di Wolfgang Liebeneiner, al cui cospetto impallidisce persino Mare Dentro di Amenabar, anche per il successo che ottenne al botteghino (15 milioni di spettatori).


Il programma “Fuori Orario” (Rai Tre), che ha trasmesso il film almeno un paio di volte, lo presenta sul suo sito con queste parole:
«Il film, uno dei migliori realizzati nel corso del Terzo Reich, è stato realizzato con l’intento di preparare e di promuovere segretamente il programma di eutanasia voluto da Hitler. La trama narra le vicende di una giovane donna che si ammala di sclerosi multipla e chiede al marito, brillante medico, di morire prima dell’inizio dell’agonia. Incapace di trovare una cura l’uomo accoglie il suo desiderio ed è accusato di omicidio. L’intreccio psicologico è tratteggiato con grande cura e sensibilità, anche grazie al fatto che è ispirato a una vicenda reale. Il film tuttora è bandito in Germania per il suo contenuto controverso perché pur portando lo spettatore a riflettere sull’argomento prende decisamente le difese dell’accusato. Presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1941».
Apperò! E pensare che Ich klage an fu patrocinato direttamente da Goebbels e il soggetto fu scritto nientemeno che da uno dei medici che parteciparono all’Aktion T4 (di certo entrambi individui di “grande cura e sensibilità”).
A questo punto ci piacerebbe consigliare ai curatori del programma qualche altro entusiasmante titolo, come il commovente Jud Süß, capolavoro neorealista sulla ribellione di una comunità contadina contro i potenti, oppure Der ewige Jude, scrupoloso documentario sulla propagazione del giudaismo nel mondo (impreziosito da delicati toni animalisti).

A parte gli scherzi, è un fatto che il legame tra eutanasia e nazismo rimanga ancora un argomento tabù. Ricordo che, quando qualche anno fa Gad Lerner presentò su La7 Ausmerzen, l’ottima pièce di Marco Paolini dedicata appunto all’Aktion T4, i toni del dibattito che ne scaturì furono a dir poco surreali: in quell’occasione il buon Gad trovò modo di paragonare l’eutanasia ai respingimenti degli immigrati, alla xenofobia, ai tagli del governo (c’era Berlusconi...), alla pena di morte, all’omofobia, alla riduzione delle cattedre di sostegno, alle politiche demografiche della Cina, al «pregiudizio contro gli zingari, che magari continua ancora oggi»; l’unico paragone che si risparmiò fu (guarda caso) quello fra eutanasia e... eutanasia!

Forse un giorno, per poter almeno accennare al tema, sarà necessario distinguere l’eutanasia nazista da quelle più “buone”, introducendo magari una nuova definizione per quest’ultime: la Wikipedia spagnola suggerisce “cacotanasia”, che in effetti ben si addice alla doppiezza dei suoi attuali sostenitori.

Cabine per l’eutanasia

“[Amis] is disgusted at the problem of the ageing population: ‘How is society going to support this silver tsunami? There’ll be a population of demented very old people, like an invasion of terrible immigrants, stinking out the restaurants and cafes and shops. I can imagine a sort of civil war between the old and the young in 10 or 15 years’ time.’
Amis’s solution is typically extreme: mass euthanasia. ‘There should be a booth on every corner where you could get a Martini and a medal,’ he says.”
(Martin Amis and the sex war, “Sunday Times”, January 24, 2010)
«Deve esserci una “cabina per l’eutanasia” a ogni angolo di strada, dove ti servono un Martini, ti danno una medaglia e ti sopprimono. [...] La repulsione per l’eutanasia è causata dagli abusi che ne fece Hitler, ma non vedo perché debba essere solo la Svizzera a permettere alle persone di morire con dignità»
(Martin Amis, intervista a “La Lettura”, 23 giugno 2013)
(suicide booth)

lunedì 27 febbraio 2017

The Boers (Conan Doyle)

(Famiglia boera, 1886)
«Take a community of Dutchmen of the type of those who defended themselves for fifty years against all the power of Spain at a time when Spain was the greatest power in the world. Intermix with them a strain of those inflexible French Huguenots who gave up home and fortune and left their country for ever at the time of the revocation of the Edict of Nantes. The product must obviously be one of the most rugged, virile, unconquerable races ever seen upon earth. Take this formidable people and train them for seven generations in constant warfare against savage men and ferocious beasts, in circumstances under which no weakling could survive, place them so that they acquire exceptional skill with weapons and in horsemanship, give them a country which is eminently suited to the tactics of the huntsman, the marksman, and the rider. Then, finally, put a finer temper upon their military qualities by a dour fatalistic Old Testament religion and an ardent and consuming patriotism. Combine all these qualities and all these impulses in one individual, and you have the modern Boer—the most formidable antagonist who ever crossed the path of Imperial Britain. Our military history has largely consisted in our conflicts with France, but Napoleon and all his veterans have never treated us so roughly as these hard-bitten farmers with their ancient theology and their inconveniently modern rifles» 
[“Prendete una comunità di olandesi, del tipo di quelli che si sono difesi per cinquant’anni contro la Spagna nel momento in cui era la più grande potenza del mondo. Mischiateli con un ceppo di quegli inflessibili ugonotti francesi, che hanno lasciato per sempre case e ricchezze nel loro Paese quando fu revocato l’Editto di Nantes. Il risultato sarà una delle razze più robuste, virili e indomabili che siano mai apparse sulla terra. Prendete questa genia formidabile e addestratela per sette generazioni a una guerra costante contro i selvaggi e le bestie feroci in circostanze in cui i deboli non potrebbero sopravvivere, fategli acquisire abilità eccezionali con le armi e nell’equitazione, date loro un Paese particolarmente adatto per le tattiche del cacciatore, del tiratore e del fante. Infine, temprate le loro qualità militari con un austero e fatalistico culto veterotestamentario e un ardente e divorante patriottismo. Mettete assieme tutte queste qualità e impulsi in un unico individuo, e avrete l’odierno Boero, il più temibile avversario che abbia mai intralciato il cammino imperiale della Gran Bretagna. La nostra storia militare consiste principalmente di conflitti con la Francia, ma Napoleone e tutti suoi veterani non ci avevano mai maltrattato come questi caparbi contadini, con la loro teologia così arcaica e i loro fucili purtroppo così moderni”] 
(Sir Arthur Conan Doyle, The Great Boer War, 1900; cit. da “Adventures In Historyland”)

sabato 25 febbraio 2017

Trumpisti su Marte


C’è una cosa di Trump che la stampa non ha ancora scoperto, ma che prima o poi utilizzerà per attaccarlo; in parole povere: vuole andare su Marte. Non è un caso che la Nasa proprio ora si metta ad annunciare di aver scoperto nuovi sistemi planetari, “pianeti simili alla Terra” e roba del genere: il sensazionalismo è necessario a convincere il Presidente che è ora di fare le cose in grande anche oltre l’atmosfera terrestre.

«We stand at the birth of a new millennium, ready to unlock the mysteries of space», ha affermato Trump al discorso d’inaugurazione: passaggi come questo sono stati decisamente incoraggianti per un’agenzia che, a dirla tutta, negli anni della presidenza Obama è stata obbligata a occuparsi soprattutto di ambiente e di… islam!
Già, perché come dichiarò nel 2010 ad Al Jazeera l’allora direttore Charles Bolden, «[Il Presidente] mi ha chiesto di trovare il modo per coinvolgere le nazioni islamiche e valorizzarne il contributo storico nel campo delle scienze, della matematica, dell’ingegneria».
Anche il buon Barack ci teneva tuttavia a sbarcare su Marte: purtroppo tra i suoi fallimenti bisogna pure annoverare un tentativo di semi-privatizzazione dell’ente. Come se gli americani fossero dei bottegai tedeschi qualunque... Non scherziamo: quando si tratta di conquistare lo spazio, non c’è bilancio che tenga (almeno in questo vanno d’accordo con i russi). Anzi, negli States sarà persino necessario ricostruire l’immaginario collettivo, visto che da quando i cinesi si sono comprati Hollywood, gli astronauti più capaci nei film americani hanno tutti gli occhi a mandorla. 
Si torna quindi al Big Thinking. Tutto in grande: astronavi grandi, progetti grandi, alberghi spaziali grandi, tette grandi delle astronaute sexy. Big beautiful boobs and buildings.

Ripensando a quanto si diceva all’inizio, sembra che in effetti qualcuno si sia già accorto di questo lato di Trump: in un articolo in cui lo paragona al Duce, la studiosa Jay Griffiths a un certo punto chiama in causa il fondatore di PayPal Pieter Thiel, l’unico della Silicon Valley ad aver sostenuto il candidato repubblicano.
Dopo aver paragonato l’imprenditore a Filippo Tommaso Marinetti, la Griffiths afferma che costui è «profondamente coinvolto nella Singolarità, una visione del transumanesimo che promuove la super-intelligenza artificiale per porre termine alla storia naturale».
Non so bene di che stia parlando, ad ogni modo penso che la stampa comincerà presto a tirar fuori storie del tipo: Trump vuole popolare Marte con dei cloni di se stesso, Trump vuole farsi criogenizzare per raggiungere una nuova galassia, Trump wants to grab Venus by the pu**y.

Invece io dico: diamogli fiducia. Trumpisti su Marte: Make Nasa great again!

La Regione Sconosciuta

Nonostante l’alito, ho cercato di dare al blog un respiro internazionale attraverso la pubblicazione di contributi in decine di lingue; tuttavia mi insospettisce che molte visite straniere provengano da Paesi dei quali non ho parlato nemmeno di sfuggita.

Uno di questi è Gibilterra, che nell’ultimo periodo sulla mappa delle visite si è spesso illuminata. Che lingua si parla laggiù, inglese, spagnolo… llanito? Chi è il lettore gibilterrino? Rivelati, amico: tú quien te crees que eres, el hijo del Mebli? Si scherza (ma con chi sto parlando, poi?). Magari è un Don Pacifico redivivo e sto scatenando una crisi internazionale senza accorgermene.

Un’altra new entry è la Cèchia, che fino a qualche giorno fa Google definiva ancora “Repubblica Ceca” (bei tempi). Adesso hanno cambiato ufficialmente nome, quindi li salutiamo così: Česká Republika nyní v Itálii se oficiálně nazývá „Czechia“ (Cechia). Teď je to opravdu zní jako „Země slepců“ (Cieco/Ceco píše se odlišné, ale vyslovuje se stejně).

Veniamo infine alla novità più interessante: la Danimarca. Devo riconoscere che solo grazie alla solerzia di una lettrice (lfm) la patria degli alani e dei biscotti è finalmente apparsa nelle statistiche.


Per premiarne l’alacrità, dedico a lei l’unica poesia in danese che conosco, De forelskede (“Gli innamorati”) di Morten Søndergaard:
DE FORELSKEDE
Jeg vågner i et land hvor de forelskede har taget magten. Der er indført love som proklamerer at ingen længere er nødsaget til at flytte blikket eller at orgasmer behøver at holde op. Roser fungerer som betalingsmiddler, de gale bliver tilbedt som guder og guderne anset for gale. Postvæsnet er genindført og ordene ‘du’ og ‘jeg’ er synonymer. Efter revolutionen bliver det bestemt at de ulykkeligt forelskede skal fjernes af hensyn til de lykkeligt forelskedes sikkerhed. Da de finder frem til mig, overgiver jeg mig med det samme. Bødlen er en kvinde og det går hurtigt. Det er vinter og jeg har ikke mødt dig endnu.
Sì, per i danesi questa sarebbe una poesia (è possibile anche ascoltare l’esaltante interpretazione dell’autore stesso). Sono maschi nordici, che ne sanno di certe cose…
Per toglierle un po’ di ieraticità, cerchiamo almeno di metterla in versi:
Mi risveglio in un Paese
dove gli amanti
han preso il potere.
Le loro leggi proclamano
che nessuno distolga
più lo sguardo dall’altro
e che gli orgasmi
non abbiano mai fine.
Le rose servono da moneta,
i folli son venerati come dèi
e gli dèi son creduti folli.
Hanno ripristinato il servizio postale
e le parole “tu” e “io” ora sono sinonimi.
Dopo la rivoluzione
è stato decretato
che l’amante dal cuor spezzato
debba essere eliminato
per ragion di Stato,
a salvaguardia
di chi è innamorato.
Quando mi troveranno,
mi arrenderò all’istante.
Il boia è una donna
e la cosa è presto fatta.
È inverno e non ti ho ancora
incontrata.
È molto bella, lo ammetto (la poesia, intendo). Mi ricordano i versi di Dimitrij Bykov che ho potuto ascoltare per interposta persona. Mi pare che gli italiani da tempo non scrivano più poesie d’amore: nulla di male, sarebbe d’altronde la naturale conseguenza di una tradizione fatta non soltanto di angelicazioni e marinismo (come invece si tende a ridurla), ma di “irregolari” che a ogni epoca hanno fornito il loro antidoto all’amor cortese (dal Sacchetti al Burchiello al Berni, fino a Gozzano e Palazzeschi, e poi tutto il moderno cantautorato eccetera) Insomma, certe cose noi le abbiamo già fatte, mentre altri popoli si stanno affacciando soltanto ora ai sospiri, ai tormenti, ai martìri. Temo non sia un momento storico particolarmente adatto, ma di questo parleremo a suo tempo (sarà ancora valido il motto di Chamfort, Il faut choisir d’aimer les femmes ou de les connaître?).

Questo immaginario “Paese degli innamorati”, che il Poeta identifica giustamente come la più spietata delle dittature, mi fa tornare in mente una battuta che faccio spesso quando qualche giovane turca (coi maschi è meglio evitare) mi chiede di dove sono. Io rispondo sempre che vengo “dal Paese delle Rose” (Gülistan’dan), un gioco di parole che si basa sul fatto che i turchi per indicare un roseto aggiungono a “rosa” (gül) il suffisso -stan che come tutti sanno indica proprio lo stare, cioè lo Stato, il risiedere in un dato territorio. Sì, beh, è una battuta un po’ da pirla, ma di solito fa ridere. Anche perché, come ho detto, la faccio solo con le donne: non vorrei infatti che desse adito a qualche fraintendimento. Si sa che in guerra e in amore tutto è lecito, perciò l’idea di un Paese governato dall’unica legge dell’amore è di per sé un paradosso; poi sarebbe sgradevole scoprire che magari un poeta sufi aveva già magnificato il “Paese delle Rose” secondo la propria sensibilità artistica e/o religiosa (peraltro anche la nostra nazione annovera illustri precedenti).

No, ecco, forse la battuta non la faccio più. D’ora in avanti la mia unica patria sarà la Regione sconosciuta, ultima tappa (e ultima thule) del nostro viaggio.


L’enigmatica definizione di Google non deve trarre in inganno, perché noi iniziati sappiamo di che si tratta: parliamo, è chiaro, del bilocale di Odissea nello spazio. Tutto il creato ha bisogno di essere redento proprio in quanto creato: poco importa se in un modo o nell’altro (Si Dieu n’existait pas, il faudrait l’inventer). Forse la storia umana finirà come L’invenzione di Morel (girato a Malta – in effetti a Gibilterra sarebbe stato troppo): i giorni di “spensierata gaiezza” (absit iniura verbis) dei nostri filmini delle vacanze si ripeteranno all’infinito in another country with another name.

Ma su questo ho già detto abbastanza (intelligenti pauca). Mi auguro solo che, una volta scartato Marte per i soliti motivi, dopo tanto affanno la destinazione finale non sarà il pianeta Venere, altrimenti tutta la storia umana si rivelerà ancora come la proverbiale fatica di Sisifo.

venerdì 24 febbraio 2017

La corazzata delle palme


Sulle palme in Piazza Duomo credo di aver scritto anche troppo: per questo, a mo’ di penitenza, ho preferito cancellare tutto e chiudere la questione con un post definitivo. 
Partiamo dalla conclusione (amara): si è trattata solamente di un’operazione di marketing e come al solito ci siamo cascati. Le palme dovevamo metterle subito tra le tombe etrusche e il monte Fumaiolo, cioè attaccarcele al… (per citare ancora Gassman); invece anche il fatto che si continui a parlarne fa aumentare gli emolumenti di chi ce le ha piazzate.

Come ha rilevato giustamente un consigliere comunale, «la sponsorizzazione di Starbucks per le aiuole di palme e banani in piazza del Duomo vale circa 220mila euro, una cifra non congrua alla pubblicità ricevuta. La pubblicità fatta all’azienda vale molto di più».
Se infatti fin dall’inizio fosse stato detto esplicitamente che si trattava dell’iniziativa di una multinazionale americana, i due schieramenti non sarebbero stati così netti: invece è stato tutto presentato alla chetichella, si è parlato in modo generico di un “grande brand”, di un “restyling sponsorizzato” ecc…
Così da una parte la “destra” si è subito schierata contro l’africanizzazione (ma se avesse saputo l’identità dei committenti sarebbe stata molto più cauta), mentre la “sinistra” ha iniziato a difendere le palme come nuovo simbolo antifascista al pari di Hillary Clinton, Steve Jobs o della stessa Starbucks (che ha promesso di assumere “migliaia di rifugiati” non per pagarli di meno ma per “sfidare Trump”).

Lo scontro si è quindi inasprito, e da una parte sono saltati fuori banane di plastica e accendini (ma quel signore che ha bruciato la palma è stato già arrestato, o comunque lo sarà tra quattro minuti, così intanto adesso è in galera, poi si vedrà), e dall’altra tutto l’armamentario da ceto medio semicolto (i giardini Liberty, gli allestimenti di fineottocento-inizionovecento, lo scrittore tal de’ tali che in un racconto immaginava un boschetto nel centro di Milano, l’artista tal de’ tali che ha disegnato una palma al posto della Madonnina, il filantropo tal de’ tali che voleva centomila salici in centro e Starbucks ha realizzato il suo sogno!, ecc…).

Sembra davvero che tutto sia avvenuto alla chetichella, se persino il sindaco (!?) si è detto “stupito” e “perplesso”, e anche chi era favorevole al progetto precedente (l’“orto urbano”), una volta subentrati gli smerciatori di broda, è insorto parlando di omologazione delle multinazionali”.
Personalmente anche quel progetto mi era sembrato discutibile; al riguardo trovo ancora condivisibili le osservazioni dell’architetto Tagliaventi (Gli orti urbani: un bruttissimo segno, “Ecquo”, 11 settembre 2013):
«All’inizio del XV secolo, l’ambasciatore del Regno di Castiglia, appena rientrato da Costantinopoli, fece un rapporto sconvolgente. La città sembrava abbandonata. Non c’era più continuità tra i vari quartieri, il verde aveva preso il sopravvento. C’erano prati ovunque e orti urbani. Ormai circondata dai Turchi che avevano spostato la capitale in Europa e si accingevano ad assediare l’antica capitale dell’Impero Romano, Costantinopoli era una città in pieno declino. Gli edifici cadevano a pezzi. le rovine erano ovunque e, dove non c’erano rovine, erano comparsi gli orti che l’Imperatore aveva permesso di coltivare dato che la città non aveva più una sua campagna, un suo territorio agricolo. […] All’interno delle mura teodosiane, sui sette colli che avevano ospitato la grande capitale dell’Impero fondata da Costantino, la città era come evaporata, gli edifici scomparsi, il verde, la campagna, gli orti dilagavano là dove c’era stata nel V secolo e, poi, nel X secolo, la città più grande del mondo. Era la fine.
[…] Quando compaiono gli “orti urbani” in una città non è mai un buon segno. […] Quando una città smette di crescere, perde abitanti e, addirittura, aumenta comunque la sua superficie urbanizzata, è sempre un brutto momento. Il declino è iniziato e la comparsa degli “orti urbani” è una specie di cartina al tornasole. Nel 1943-45, durante gli anni più cupi della Seconda Guerra Mondiale, le città italiane vennero letteralmente invase da tonnellate di terra da coltivare nel disperato sforzo da parte del regime fascista di offrire un sistema di sostentamento alla popolazione. Le immagini degli orti in Piazza del Duomo a Milano e in Piazza Castello a Torino sono spaventose […]».
Tuttavia bisogna ammettere che il concetto di “orto urbano” aveva almeno un precedente prestigioso (e anche all’avanguardia, rispetto a certi allestimenti ispirato all’esotismo ottocentesco): i Barbapapà. In una delle illustrazioni della disegnatrice Annette Tison (anche lei architetto, o architetta, che dice oggi la Presidenta?), notiamo infatti che davanti al Barbaduomo compare proprio un Barbaorto:


Rispetto alla botanica “moderata-conservatrice” dei Barbapapà (che, come afferma Marine Le Pen, oggi voterebbero Sarkozy), fatta di mirtilli, fragole e arance (un fondamentalismo agroalimentare che i milanesi hanno potuto apprezzare al padiglione francese di Expo 2015), le palme potrebbero in effetti apparire come un elemento genuinamente “milanese”.
Tuttavia, e qui veniamo al punto più importante, Milano non può ridursi a questo sensazionalismo puerile, a una “sbrodolata e napoletana ingenuità” (C. Pavese). L’arbitrarietà di taluni provvedimenti è profondamente irritante: da troppi anni tutto ciò che è pensato per “attrarre” nasce col presupposto che debbano essere attratti soltanto i deficienti.

Milano ha ancora tante possibilità (così si dice), ma se tale l’andazzo tra pochi decenni non rimarrà più alcun antidoto alla cretinizzazione.
Oggi, per esempio, alle ridicole pubblicità sulla facciata del Duomo può ancora rispondere un San Bartolomeo con la raffinatissima veste in pelle umana (la sua, peraltro).
E a queste palme farlocche si potrà ancora opporre la palma in rame della cripta di San Sepolcro, commissionata dal cardinale Borromeo nel 1616.
Ma una volta che la bellezza verrà definitivamente sepolta, chi andrà più a cercarla?

giovedì 23 febbraio 2017

Kekkonen e il maschio nordico

Uno stereotipo diffuso nella cultura italiana è quello del “maschio nordico”: il folklore lo testimonia in mille modi, da certe etimologie che tramandano la memoria della furia lanzichenecca, a uno dei nostri stock characters più emblematici, l’indimenticabile Kekkonen, cuore (e orecchio) della Marchigiana di Mezzo destro mezzo sinistro (non un parente del vecchio presidente finlandese Urho, col quale tuttavia condivideva la passione sportiva, e forse non solo quella).

(Mezzo destro mezzo sinistro)
Anche a livelli più elevati, l’archetipo rimane possente; come esempio valga un ricordo di guerra di Gillo Dorfles (seppur riferito a un maschio inglese, ma in fondo parliamo di un macro-topos):
«Era passato da poco il fronte, in Toscana, nel ’44, e molti ufficiali alleati avevano preso a frequentare nelle campagne le famiglie italiane che fossero un po’ anglofone. Mi vengono alla mente, ora, i discorsi d’un giovane capitano dell’armata britannica: parlando della sua famiglia lasciata in patria, costui mi diceva -molto fiero di sé-: “Sono già tre mesi che sono lontano da casa e ho saputo fare a meno d’ogni sexual intercorse” (ossia: “controllo così bene i miei istinti che ho potuto astenermi da ogni rapporto sessuale”). Questo veniva detto non per documentare una sua inferiorità in questo campo, ma anzi una sua superiorità nel saper vincere i propri fisiologici bisogni. Rimasi stupito, allora, di fronte a queste dichiarazioni così opposte a quelle che un italiano avrebbe fatto in circostanze analoghe, vantandosi probabilmente – tanto più se in terra straniera – di sue inaudite e innumerevoli conquiste. Eppure, a pensarci bene, se le vanterie dongiovannesche nostrane sono stucchevoli, devo ammettere che anche la glorificazione d’una propria continenza, morigeratezza, finisce per assumere un'analoga veste di stucchevole perbenismo» (Conformisti, Donzelli, Roma, 1997, pp. 21-22)
Oltre all’omofilia innata, un altro carattere congenito del maschio nordico è il nazismo.
Il caso più recente è quello dello svedese PewDiePie, al secolo Felix Arvid Ulf Kjellberg, un tizio diventato miliardario commentando videogiochi su Youtube, che dopo una serie di battutine antisemite è stato licenziato dalla Disney.
Come racconta il “Corriere” (so che ormai nemmeno i pensionati si informano di quel che accade sul web attraverso la stampa, ma non voglio perder troppo tempo dietro questa storia):
«Il ragazzo svedese ha deciso di parlare di Fiverr, il servizio online che permette di chiedere a terzi piccole prestazioni pagando qualche dollaro. Per fare la prova PewDiePie ha offerto 5 dollari a due indiani che garantivano di ballare nella giungla con un cartello e il messaggio scelto dal cliente. “Morte agli ebrei”, ha indicato PewDiePie sul formulario online, e i due uomini hanno ubbidito. Lui ha pubblicato le immagini prendendola sul ridere. Altri lo hanno trovato meno spiritoso. Non è la prima volta che PewDiePie diffonde contenuti a sfondo antisemita o nazista, giocando sul fatto che si tratta di scherzi […].
Ecco l’elenco delle ultime prodezze, da settembre in poi: ha mostrato lo spezzone di un discorso di Hitler e le svastiche inviate dai fan; si è esibito in camicia bruna mentre guarda un video di Hitler; ha diffuso l’inno del partito nazista con una voce fuoricampo di Hitler che dice “Sieg Heil” e la scritta, ovviamente sarcastica, “nazista accertato”; in un altro clip di PewDiePie c’è Gesù che dice “Hitler non ha fatto niente di male”; il suo conto Twitter è stato poi sospeso per due messaggi in cui, per scherzo, giurava fedeltà all’Isis».
La character assassination [“karaktärsmord”] inflitta a se stessi, fenomeno tipicamente kekkoneniano, è parecchio diffusa tra gli scandinavi: ricordo gli elogi a Hitler del regista danese Lars von Trier al festival di Cannes del 2011, oppure le disavventure dello scrittore norvegese Jostein Gaarder, autore per ragazzi acclamatissimo un attimo prima di scrivere un articolo contro Israele (in parte condivisibile, ma dai toni che un goy non può permettersi).
Mi pare che possa rientrare nel genere anche il caso delle simpatie nazi del fondatore di IKEA, Ingvar Kamprad. Poi c’è ovviamente tutto il filone, più “produttivo”, dei metallari che bruciano le chiese (ma i veri danni li fanno quando suonano) o di Anders Behring Breivik (che perlomeno ora sta scontando il carcere duro).

Dovremmo trovare una definizione la più precisa possibile del “maschio nordico”. Per esempio, le visite dalla Danimarca di questi giorni mi hanno fatto ripensare a Kierkegaard. Sul filosofo condivido la considerazione di Thomas Molnar: «Il protestantesimo dette i natali a un solo genio religioso, Søren Kierkegaard, genio che finì nella disperazione, nell’assurdo e nell’irrazionale, non avendo potuto trovare un naturale sbocco nella propria religione». Anche io ho sempre avuto la sensazione di trovarmi di fronte al génie latin; sensazione peraltro confermata dall’interesse suscitato dal Nostro in alcuni grandi della cultura italiana del Novecento, come Remo Cantoni, Franco Fortini, Cornelio Fabro o Carlo Diano, che impararono il danese solo per poter leggerlo in originale.
Persino la relazione con Regina Olsen, che ricorda all’apparenza una tipica storia d’amore danese (lei sposa un altro, lui muore vergine), in realtà ha molti elementi riconducibili ai “nostri” amoretti (se siamo talmente onesti da attribuire l’italianità a un Leopardi o a un Pavese).

Difficile tuttavia, al di là dei pregiudizi, esprimere una valutazione definitiva sull’essenza del maschio nordico. Di certo non si tratta di una questione geografica, altrimenti dovremmo includere nella classificazione anche la fauna maschile di Vilnius, dal momento che il mese scorso l’ONU ha “promosso” la Lituania dall’Europa orientale a quella settentrionale – ovviamente non per questo i lituani hanno smesso di frequentare l’Eastern European Men School:


La questione è complessa e a tratti imbarazzante; perciò trovo opportuno chiuderla subito con Knut Hamsun.

Perché, alla fin fine, può anche darsi che dalla prospettiva norvegese i danesi possano apparire come dei “terroni” (nello stesso modo in cui gli inglesi guardano agli irlandesi, i tedeschi agli austriaci o, per restare in tema, i finlandesi agli estoni), e che il loro senso dell’umorismo sia così corrosivo e selvaggio da potersi permettere di scherzare pure col nazismo (non è da trascurare il fatto che i danesi siano l’unico popolo al quale è stata collettivamente conferita l’onorificenza di “Giusto tra le nazioni”).
Lasciamo da parte anche gli svedesi, che tutto sommato hanno una tradizione destrorsa di tutto rispetto (è Rudolf Kjellén ad aver inventato la cosiddetta “geopolitica”), ma cadono sempre sull’ossessione per la salute, come dimostrano i loro manifesti di propaganda eugenetica o personaggi come Carl-Ehrenfried Carlberg (1889–1962), che presentò agli svedesi il nazismo come una specie di ginnastica artistica.
Scartiamo persino i finlandesi, ché l’unico fascista che hanno avuto è stato Vihtori Kosola (si faceva chiamare “Kosolini”, non basta?), e il solo nazismo che apprezzano è quello declinato in salsa omo-sadomaso.

Resta il “clan dei norvegesi”, cioè Vidkun Quisling e il suo corrispettivo letterario Knut Hamsun. Mi è capitato recentemente di imbattermi in un elogio di questo Nobel per la Letteratura da parte nientepopodimeno che di Giuseppe Culicchia:
«Se penso alla Norvegia penso a Knut Hamsun e a due suoi romanzi in particolare, Fame e Misteri, tra i più belli che abbia avuto la fortuna di leggere. Da quanto risulta Hamsun è stato l’unico ad aver fatto pubblicare un necrologio per Hitler all’indomani della sua morte, ben sapendo che con la sconfitta imminente del Reich ne avrebbe pagato le conseguenze. Infatti venne processato e chiuso in manicomio. Ma i suoi libri restano grandissimi» (Mi sono perso in un luogo comune, Einaudi, Torino, 2016, pp. 147-148)
Ecco, il dizionarietto dell’ex-Cannibale è tutto un po’ così: fino alla voce “Ebrei” (p.82) sembra una versione sfigata di Severgnini, poi non so bene che gli piglia, ma inizia a parlar male degli ebrei (appunto), di Israele, dei gay, di Facebook “controllato dal Mossad” e “degli usurai della finanza internazionale”.

La sindrome di Gotemburgo (dove è nato PewDiePie) deve aver contagiato pure lui (che si sente un po’ “ariano onorario”). Per fortuna che, come al solito, tutti hanno recensito il libro senza nemmeno aprirlo, altrimenti chissà quale polverone avrebbe sollevato.
Beh, nel caso venisse venga beccato (spero non a causa mia) potrà sempre rispondere come il giovane svedese: «Il mio campo è quello dell’entertainment, non dei commenti politici».

(Perché, alla fine, questa doveva essere solo una recensione al libretto di Culicchia, che sembra uscito direttamente da La letteratura nazista in America di Bolaño. Lo invito a scriverne altri: quando lo beccheranno, potrà sempre fuggire, se non in Scandinavia, almeno in Antartide o Brasile).

mercoledì 22 febbraio 2017

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio (in svedese)

In un editoriale di Alberto Alesina risalente a poco tempo fa, ho trovato una singolare osservazione del noto bocconiano sulla Svezia (Il danno non visto, “Corriere”, 3 luglio 2015):
«La fiducia è la colla che tiene insieme una nazione e l’olio che fa funzionare i suoi ingranaggi. Vi è di che preoccuparsi quando in Italia uno dei motti più famosi recita: “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Sono sicuro che in Svezia un detto simile non esista. Non a caso la fiducia reciproca tra connazionali è molto alta nei Paesi scandinavi, alta nei Paesi anglosassoni e molto più bassa in quelli mediterranei».
Raramente uso l’espressione “italiota” (come di solito invece fanno gli ammiratori di Alesina), tuttavia queste righe sono davvero un concentrato di italiotismo. A tali livelli non si arriva nemmeno durante le cene col parentado, dove nondimeno si esagera nella glorificazione del “Paese di Cuccagna” anglo-germanico-scandinavo senza cartacce per terra, con le fontanelle dell’eterna giovinezza a ogni crocicchio, i laghi di latte e i fiumi di vino e le montagne di pastasciutta e una burocrazia gestita direttamente dalle divinità della mitologia norrena. Tutto questo ci può stare (è gente semplice); ma che un intellettuale giunga a tale delirio esterofilo è inquietante (anche se non sorprendente).

È imbarazzante dover ricordare che ogni lingua ha un motto equivalente a quello “italiano”. Anche Ronald Reagan lo utilizzò (Trust, but verify) considerandolo a sua volta una versione del proverbio russo Доверяй, но проверяй [“Davirjaj, no pravjerjaj”].
In svedese il concetto si può esprimere con Tänk efter före oppure Tänk först, handla sedan (letteralmente “Pensa prima di agire”).

C’è un altro proverbio che mi sembra particolarmente adatto al contesto: Hastig rikedom gör mannen misstänkt (“Una ricchezza rapida rende l’uomo sospetto”). Significa che chi diventa ricco in poco tempo è considerato dagli svedesi una persona non eccessivamente onesta.

C’è del marcio in Svezia! Non vorrei sconvolgere qualche altro italiota, ma gli svedesi si lamentano anche delle tasse, dei politici, della burocrazia e degli immigrati. 
E (tenevi forte) dicono pure le parolacce!!! 
Questa infatti la dedico proprio ai cari italioti: che si consolino almeno sapendo che, come dice il frasario, «le espressioni ingiuriose svedesi fanno spesso riferimento al diavolo e all’inferno, quasi mai al sesso». La virtù nordica è salva!


Grazie Donald, bombardaci Dresda!


Veniamo subito al punto: l’euro è una creazione americana che i tedeschi hanno gestito credendo fosse il nuovo marco del nuovo Reich, e ora gli americani ne hanno abbastanza.

La nuova dottrina dopo la fine della Guerra Fredda doveva essere quella dell’analista neo-con Robert Kagan (tra l’altro supporter della Clinton nelle ultime elezioni), il mito di Marte & Venere: gli Stati Uniti nella parte di bombardatori-trivellatori e l’Unione Europea come un enorme continente-cuscinetto pronto a concedere riposo ai guerrieri.
È una dialettica che si è potuta apprezzare innumerevoli volte negli ultimi anni: mentre Washington cercava l’indipendenza energetica con il gas di scisto e stralciava qualsiasi accordo internazionale sulle emissioni, Bruxelles propagandava utopie verdi, decrescita felice e frugale, l’energia eolica al posto di quella efestica (visto che siamo in tema di mitologia). Mentre gli americani gestivano l’immigrazione a seconda dei loro interessi, gli europei invece indossavano la maschera umanitaria e accoglievano profughi tra gli applausi. Eccetera.
Inutile dilungarsi: l’accordo era questo, e se qualcosa è andato storto è stata colpa sia delle potenze egemoni (Germania e Francia) che delle classi dirigenti degli altri Paesi (che si sono vendute al peggior offerente). Per non dire poi della qualità umana delle élites giunte al potere a Bruxelles, un misto di superomisti in carrozzella, evasori fiscali alcolizzati e colonialisti ottocenteschi dalle classiche tendenze pédé.

In fondo, se questo “sistema” fosse stato gestito con un minimo di decenza, sarebbe potuto durare anche mille anni: è vero, sarebbe stato ingiusto, iniquo e criminale, ma almeno resiliente. Era su questo che contavano gli americani: per esempio, nel caso della moneta unica, essi credevano di poter gestire un fenomeno economicamente irrazionale con una politica razionale. I Paesi che avessero tratto enormi vantaggi dai provvedimenti sui cambi avrebbero dovuto utilizzare il surplus delle esportazioni per incrementare la domanda interna: solo in tal modo la Germania sarebbe potuta diventare la “locomotiva” (un titolo che ha usurpato per nascondere invece la sua vera natura di zavorra dell’economia mondiale).
Ormai certe cose gli “europeisti” non riescono più nemmeno a comprenderle: non è un’utopia pretendere che un cittadino tedesco compri macchine italiane o francesi, perché la “morale” della storia avrebbe dovuto essere proprio questa. Non ragioni economiche, ma politiche: ora invece siamo intrappolati nel mito della “Germania bella e buona” che è esentata dalle procedure di infrazione perché appunto “troppo brava”.
Un discorso simile vale anche per l’immigrazione: non doveva essere l’ennesima “trovata” di Berlino per continuare la guerriglia commerciale con gli altri Paesi dell’Unione, ma il “biglietto da visita” di un’Europa multietnica e multiculturale, che gli Stati Uniti avrebbero potuto utilizzare come alibi per le loro campagne imperialistiche in nome dell’Occidente “tollerante e accogliente”. L’immigrazione dunque non avrebbe dovuto far aumentare il PIL tedesco, ma al contrario costringerli a misure espansive.

Da inizio secolo ogni amministrazione americana, di “destra” o di “sinistra”, ha tentato la via “democratica” per riportare i tedeschi con i piedi per terra. Il povero Obama ha messo in gioco tutta la sua credibilità nella “questione europea”, fallendo miseramente.
Ricordiamo quanto accade nel luglio 2015, quando Schäuble e Merkel volevano gestire l’euro come fosse cosa loro e Washington, incredula, fu costretta a ricordargli chi comandava.
È stata una sceneggiata indegna delle storie dei rispettivi Paesi, assieme a quel che ne è seguito: Berlino ha voluto mettere in conto ad Atene anche l’orgoglio ferito, massacrando una nazione con la quale avrebbe dovuto condividere lo stesso spazio politico ed economico.

L’amministrazione democratica agì a più livelli. In primo luogo chiamò in causa la diplomazia, nelle vesti dell’ambasciatore Anthony Luzzatto Gardner, che provò, da “poliziotto buono”, tra convegni e interviste, a ricordare (alla Germania) il “rischio geopolitico” di un’uscita della Grecia dall’euro, e (a tutti gli altri) che i tedeschi col loro surplus dovevano promuovere la crescita (perché la UE è pur sempre una “comunità”).
Vedendo che la moral suasion non funzionava, Obama provò a far intervenire i francesi, sempre interessati a contenere l’egemonia tedesca, anche se in quel momento subalterni a Berlino (per l’esposizione delle loro banche verso Atene): fecero il minimo indispensabile, rispolverando Jacques Attali, Jack Lang e le favole dell’Europe culturelle. Quando poi venne il momento di calare la mannaia, la “solidarietà socialista” verso Tsipras si squagliò all’istante.
Per tutta risposta, Merkel e Schäuble poi sguinzagliarono i loro piccoli Quisling, ammaestrandoli a ripetere che “Atene deve uscire dall’euro” perché “Non possiamo pagare i privilegi dei greci” e “Non possiamo permettere che contagino le economie ariane”. Il culmine lo raggiunse la “Welt” (giornale legato alla CDU), con un articolo apertamente razzista, Griechenland zerstörte schon einmal Europas Ordnung (11 giugno 2015), in cui si affermava che i greci venivano tenuti dentro l’Unione unicamente per “romanticismo politico”, in quanto creduti discendenti di Socrate e Pericle, nonostante fossero soltanto feccia levantina («Un misto di slavi, bizantini e albanesi»).

A quel punto, Obama alzò il livello premendo sul Fondo Monetario Internazionale. Ricordo un’intervista tragicomica a Carlo Cottarelli (direttore esecuto dell’FMI) al “Corriere” (Obama ha ragione, l’austerity è eccessiva, 19 luglio 2015), nella quale il “nostro” (diciamo così) riuscì contemporaneamente a dire che «il Fondo monetario è indipendente, ha proprie regole precise» e che l’intervento sul debito greco era stato “ispirato” dalle dichiarazioni del Presidente americano: «Le considerazioni di Obama sono proprio il motivo che ha portato il Fondo a dire che il debito della Grecia non sia sostenibile».
Il seguito lo conosciamo, ma forse non riusciamo a vedere il collegamento tra la disfatta della linea “democratica” e l’ascesa dei cosiddetti “populisti”. Il fatto che a dare il via siano stati propri gli inglesi, ci invoglia a credere che questa sia tutto sommato una “demolizione controllata”, seppur gestita dai “poliziotti cattivi”: del resto agli americani serviva un passaggio almeno nelle apparenze traumatico per riprendere il controllo su un continente dalla deriva. E anche se gli Stati Uniti sono adesso costretti a essere più sbrigativi (nel suo programma economico, Trump fa scrivere che la Germania è una manipolatrice di moneta), i desiderata saranno sempre gli stessi, soltanto privi dell’infiocchettatura arcobaleno.

Per concludere, mi torna in mente un aneddoto sul litas, la moneta che i lituani hanno abbandonato  nel 2015 per passare all’euro. Sulla banconota da 10 erano raffigurati i due eroi nazionali, i piloti americo-lituani Steponas Darius e Stasys Girėnas che nel 1933 tentarono il volo da New York a Kaunas ma precipitarono in Pomerania. Non ricorda un po’ la parabola dell’euro, nato negli Stati Uniti e schiantatosi in Germania?
Facezie a parte, ora possiamo scrivere sui muri “Grazie Donald, bombardaci Dresda”, perché va bene l’anti-americanismo di maniera stile Yankee Go Home, ma se noi vogliamo tornare a casa come cechi e slovacchi (e non come serbi e bosniaci), allora si rende necessaria una punizione almeno simbolica per quelli che hanno utilizzato l’euro solo per umiliare quei Paesi coi quali avrebbero invece dovuto collaborare. Trump sarà sbrigativo, ma non violento, perché a ogni epoca corrispondono dei standard di brutalità da non oltrepassare.

martedì 21 febbraio 2017

L’Italia è il Paese che amo

«In civitatum quoque dispositione ac rei publicae conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur sollertiam. Denique libertatem tantopere affectant, ut potestatis insolentiam fugiendo consulum potius quam imperantium regantur arbitrio. Cumque tres inter eos ordines, id est capitaneorum, vavassorum, plebis, esse noscantur, ad reprimendam superbiam non de uno, sed de singulis predicti consules eliguntur, neve ad dominandi libidinem prorumpant, singulis pene annis variantur. Ex quo fit, ut, tota illa terra inter civitates ferme divisa, singulae ad commanendum secum diocesanos compulerint, vixque aliquis nobilis vel vir magnus tam magno ambitu inveniri queat, qui civitatis suae non sequatur imperium.
[…] Ut etiam ad comprimendos vicinos materia non careant, inferioris conditionis iuvenes vel quoslibet contemptibilium etiam mechanicarum artium opifices, quos caeterae gentes ab honestioribus et liberioribus studiis tamquam pestem propellunt, ad miliciae cingulum vel dignitatum gradus assumere non dedignantur. Ex quo factum est, ut caeteris orbis civitatibus divitiis et potentia [longe] premineant. Iuvantur ad hoc non solum, ut dictum est, morum suorum industria, sed et principum in Transalpinis manere assuetorum absentia. In hoc tamen antiquae nobilitatis immemores barbaricae fecis retinent vestigia, quod, cum legibus se vivere glorientur, legibus non obsecuntur. Nam principem, cui voluntariam exhibere deberent subiectionis reverentiam, vix aut numquam reverenter suscipiunt vel ea quae secundum legum integritatem sancciverit obedienter excipiunt, nisi eius multi militis astipulatione coacti sentiant auctoritatem.
[…] Inter caeteras eiusdem gentis civitates Mediolanum primatum nunc optinet. […] Haec ergo non solum ex sui magnitudine virorumve fortium copia, verum etiam ex hoc, quod duas vicinas civitates in eodem sinu positas, id est Cumam et Laudam, ditioni suae adiecit, aliis, ut dictum est, civitatibus celebrior habetur. Porro, ut in rebus caducis ex arridentis fortunae blandimento fieri solet, rebus secundis elata in tantam elationis extumuit audatiam, ut non solum vicinos quosque infestare non refugiat, sed et ipsius principis maiestatem non reformidando eius ausa fuerit incurrere recenter offensam» 
(“Gli abitanti d’Italia ancora imitano l’accortezza degli antichi Romani nell’assetto delle città e nel reggimento della cosa pubblica. Tanto anzi amano la libertà che per sfuggire la prepotenza dell’autorità si reggono piuttosto sotto il governo di consoli che di sovrani. Poiché sanno che vi sono tra loro tre ceti sociali, cioè quello dei capitani [grandi feudatari], dei valvassori e della plebe, per reprimere la superbia scelgono cotesti consoli non da uno solo, ma da ciascuno dei tre ceti sociali, e perché non si lascino trasportare dalla brama di dominare, li cambiano quasi anno per anno. Da ciò viene che, essendo quella terra quasi per intero divisa fra le città, ciascuna di queste ultime ha costretto gli abitanti della diocesi a rimanere seco lei ed a mala pena si può trovare qualche nobile o qualche uomo illustre di così grande potenza da non obbedire all’impero della sua città. […]
E per non mancare di mezzi con cui comprimere i proprio vicini non sdegnano elevare alla condizione di cavaliere od agli onori delle dignità giovani di bassa condizione e perfino taluni artefici anche delle spregevoli arti meccaniche, che gli altri popoli tengono lontani dagli studi più onorati e liberali, come la peste. Perciò avviene che essi siano di gran lunga superiori a tutte le altre popolazione del mondo per ricchezza e per potenza. In ciò si giovano non soltanto, come si è già detto, della loro laboriosità, ma anche della lontananza dei sovrani abituati a rimanere di là dalle Alpi. In questo però, immemori della nobiltà antica, ritengono tuttavia le tracce della rozzezza barbarica, poiché benché si vantino di vivere secondo le leggi, non obbediscono alle leggi. Perché o  mai o quasi mai accolgono rispettosamente il sovrano a cui dovrebbero mostrare volontario rispetto di sudditanza, a meno che non ne sentano l’autorità, costretti dalla forza di molti soldati imperiali.
[…] Fra le città di tale nazione Milano adesso tiene il primo luogo […]. Questa è stimata la città più illustre non solo per la sua grandezza e la qualità di forti uomini, ma anche per questa ragione, cioè perché ha sottomesso al suo dominio due città situate nella stessa provincia, cioè Como e Lodi. Quindi come suole accadere nelle cose caduche e secondo le carezze della fortuna, superba per la sua prosperità, si è gonfiata in tanta audace alterigia che non solo non teme di molestare i suoi vicini, ma non temendo neppure la maestà del sovrano, ha osato recentemente incorrere nel suo sdegno”) 
(Ottone di Frisinga, Gesta Friderici imperatoris, II, 13-14)

Il terrorismo come una delle belle arti

La foto dell’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia ha vinto il più importante concorso internazionale di fotogiornalismo, il World Press Photo of the Year.

Si tratta di una decisione indecente, anche se la scelta effettivamente non era molto ampia, considerando che le altre foto erano quasi tutte dedicate agli immigrati.
La giuria, forse per timore che tale “estetica” potesse alla lunga stancare il pubblico, ha preferito optare per un atto terroristico, del resto già glorificato dalla stampa internazionale non solo come gesto eroico (dopotutto la vittima era un Putin’s lackey), ma come vera e propria opera d’arte: «La scena potrebbe essere quella di un martirio moderno ad opera del più teatrale dei pittori, Caravaggio», ha affermato infatti il critico americano Jerry Saltz in una “recensione” ai limiti dell’invasamento (Considering the Ankara assassination photos as history painting, “Venture”, 20 dicembre 2016). Anche dalle nostre parti non ci siamo fatti mancare di nulla, come dimostra il rapimento estatico di Paolo Di Stefano sul “Corriere” (Fotografia di un omicidio. Se a vincere è la freddezza, 13 febbraio 2017): «[…] Vince la distanza, il gelo: non c’è niente che ci commuova davvero. Neanche il corpo dell’ambasciatore russo Andrei Karlov appena ucciso, disteso esanime sulla schiena e colto in una prospettiva insolita: ciò che vediamo meglio di lui è la suola consumata di una scarpa, poi le gambe e il pancione che nasconde la testa, la giacca rimasta come irrigidita dal colpo. Lui, il giovane assassino, un poliziotto turco, potrebbe essere un protagonista di Tarantino, una iena lugubre ed elegante, ben rasata, vestita di nero, cravatta nera, camicia bianca, scarpe nere lucide. A vederlo da lontano, il gesto del braccio è quello plastico di John Travolta ne La febbre del sabato sera […]».

Non per essere polemici, ma quando Marine Le Pen pubblicò su Twitter le foto delle decapitazioni dell’Isis, venne indagata per “diffusione d’immagini violente”. Temo che non l’avrebbe fatta franca nemmeno se si fosse fatta prendere anche lei dal delirio estetico (Questo è puvo Cavavaggio, hanno pevsino usato una scimitavva!). Insomma, stiamo facendo sul serio? Anche il “Guardian” si è sentito in dovere di ricordare che the Russian ambassador’s assassination was no work of art.

Non so cosa stiamo diventando, ma visto che siamo in vena di ricercatezze, tutto questo mi fa ripensare a una citazione di Karl Kraus da Gli ultimi giorni dell’umanità (che tornò in auge con l’esibizione del cadavere di Gheddafi):
«Non solo abbiamo impiccato, ma ci siamo anche messi in posa, e abbiamo fotografato non solo le esecuzioni, bensì anche gli spettatori, e addirittura i fotografi. E il particolare effetto della nostra mostruosità è che quella propaganda nemica, che invece di mentire si è limitata a riprodurre le nostre verità, non ha nemmeno avuto bisogno di fotografare i nostri misfatti perché, con sua grande sorpresa, ha trovato le nostre fotografie dei nostri fatti sul luogo stesso del delitto, dunque noi “al naturale” in tutta la nostra ingenuità, ignari del fatto che nessun delitto potesse denudarci agli occhi del mondo quanto la nostra trionfante ammissione, come la fierezza del delinquente che si fa anche “riprendere” e sfodera un bel sorriso, perché è contento da matti di poter cogliere se stesso sul fatto».
(CA-PO-LA-VO-RO!)

The Montini Effect

Siamo contenti che Papa Bergoglio sia stato accolto con applausi e boati di approvazione all’Università Roma Tre: sicuramente avrà espresso le solite str…avaganti opinioni, alcune stup…efacenti arguzie e, infine, le sue tipiche fes…tanti chiamate alla tolleranza.

Che dire invece di coso… no, non Ratzinger, quello ormai è passato… intendo il DALAI LAMA!
Sì, perché in un’università della Californa, a San Diego, gli studenti cinesi si oppongo alla sua prossima visita, in quanto leader “oppressivo e offensivo”.

Io l’avevo detto: al Dalai Lama, Pope Francis gli ha fregato il posto. Per esempio, per anni il buon Tenzin Gyatso ha fatto la solita battutina sul prossimo Lama che se ha da essere donna, allora deve avere una “bella faccia”, altrimenti i fedeli scappano. E per anni i giornalisti hanno ridacchiato.
Poi, un giorno del 2015, ha rifatto esattamente la stessa battuta, e l’hanno massacrato. Ci sarà un motivo?

Il motivo è appunto che adesso il nuovo Dalai Lama è Papa Francesco, mentre il nuovo Ratzinger è il povero Dalai Lama (gli capitano persino le stesse cose!).
Il potere mediatico ragiona così, per stereotipi, schematismi, e anche quando il personaggio da loro creato non dice le cose che vogliono sentire… gliele fanno dire lo stesso! È successo qualche mese fa, quando la stampa ha trasformato una meditazione sulla sofferenza del Pontefice in un nuovo slogan, “Dio è ingiusto”: parole estrapolate dal contesto e manipolate a piacimento, ma che rispecchiano quel che ormai un “certo tipo di pubblico” desidera.

Il buon Bergoglio, complice anche una personale tendenza alla megalomania, continua a stare al gioco e sembra intenzionato a non fermarsi davanti a nulla (scisma, apostasia di massa, apocalisse).
Tuttavia deve stare attento, il Santo Padre, a non scherzare col fuoco, poiché il mondo a cui vuol piacere a tutti i costi non è così tollerante come egli crede. Un accenno di quel che potrebbe aspettargli qualora cominciasse a dire “cose sbagliate” lo si è già avuto l’anno scorso, quando durante l’Udienza Giubilare del 14 maggio Bergoglio ha osato pronunciare queste parole:
«La pietà non va confusa […] con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi; accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli. Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiutare il vicino, la vicina che ha bisogno… Così non va».
A parte tutta la cagnara (è proprio il caso di dirlo) scatenatasi, l’avvertimento più sottile è stato quello del “Corriere”, che nella stessa pagina in cui riportava con angoscia le dichiarazioni anti-animaliste, piazzò un riquadro con la storia del cane lupo Haus che in Florida ha “visto un serpente e salvato la bimba”.


Non è un segnale privo di significato (anche per chi non è complottista): se il Papa non dà i titoli giusti, allora gli amici giornalisti dovranno fraternamente correggerlo con queste “contro-notizie”.

È un fenomeno che si è già verificato nella storia recente, e che un gruppo di studiosi del Kansas City ha identificato come Montini Effect, dal nome della sua vittima più prestigiosa, quel Paolo VI che oggi viene ricordato (sans jeu de mots) come il “Papa dimenticato”. 

Si tratta di un effetto talmente potente da avere valore retroattivo: colpì infatti anche Pio IX, acclamato in principio come il “Papa liberale” e poi travolto dall’immortale odium di chi voleva persino gettarne la salma nel Tevere al grido di “al fiume il Papa porco”. 

Ai tempi erano più grossier: per Paolo VI, che tutti desideravano passasse alla storia come il “Papa della Pillola” è bastata la damnatio memoriae. E Bergoglio afferma di ispirarsi a Montini: lo ha pure proclamato Beato nel silenzio generale (altro brutto segno…). Ma qualcuno gli dica com’è andata a finire, al di là delle fiction rai!

Nasrallah ringrazia Trump…

…per la sua franchezza e la sua stupidità.

Dal discorso del nostro politico di riferimento, Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah (12 febbraio 2017):

«Lasciatemi dire una parola a tutti quelli che, nelle ultime settimane, hanno detto e scritto (ho letto un sacco di dichiarazioni) che Hezbollah è preoccupato, che Hezbollah si fa intimidire, che Hezbollah è spaventato.
Di che si parla, gente? Trump ha preso il potere.
Sì, è arrivato Trump, e allora? Cosa c'è di nuovo?
La novità, come ha dichiarato Sua Eminenza Sayyed Khamenei (che Dio prolunghi la sua nobile vita), ciò che cambia è che prima c’era qualcuno mascherato con un velo di ipocrisia [Obama]. Egli si rivolgeva a voi in modo suadente, faceva gli auguri per le vostre celebrazioni, ma poi cosa combinava di nascosto? Imponeva sanzioni, organizzava guerre contro di voi, lanciava attacchi per uccidere migliaia di civili, sosteneva guerre come quella contro lo Yemen dove centinaia di migliaia di persone sono state uccise, ferite, affamate e assediate.
[Obama] ha sostenuto regimi dispotici come quelli del Bahrain e dell’Arabia Saudita. Con tutti i danni che ha causato, ha favorito anche la creazione di Daesh, per infangare la vostra religione, il vostro Profeta, il vostro Corano, per spargere il vostro sangue, per catturare le vostre donne, per demolire la vostra società e il vostro Paese.
Ma [Obama] era simpatico, e il vostro cuore si infiammava per la sua pelle nera.
La novità positiva è che finalmente qualcuno ha messo l’ipocrisia da parte, e questo è uno dei motivi per cui Sua Eminenza l’Imam Supremo [Khamenei] ha detto che dobbiamo ringraziare Trump, per aver mostrato nuovamente il vero volto degli Stati Uniti, un volto razzista, crudele, criminale, assassino, che sparge il sangue altrui, reprime le libertà, si impadronisce delle ricchezze degli altri, complotta incessantemente contro i popoli oppressi.
Grazie! Non siamo affatto arrabbiati, anzi siamo profondamente grati a Trump.
Perché da quando ha preso il potere, ha mostrato il vero volto del governo degli Stati Uniti, e le persone il cui giudizio era offuscato ora possono finalmente tornare a capire.
Per quanto riguarda la paura, è una cosa con cui abbiamo a che fare da molto tempo [noi di Hezbollah].
A tutti quelli che scrivono, analizzano, chiacchierano, io voglio soltanto dire, in nome dei capelli bianchi dello sceicco Hussein Obeid, uno dei gloriosi fondatori di Hezbollah, che noi c’eravamo già nel 1982 e siamo ancora qui nel 2017.
Nel 1982 non eravamo che una manciata di fedeli perseguitati, timorosi ogni istante di essere catturati dai nostri avversari. L’esercito israeliano, allora invincibile, occupava metà del Libano, con centomila ufficiali e soldati israeliani affiancati da venticinquemila americani, francesi, britannici e italiani. Il Libano aveva anche problemi al suo interno, oltre alla corazzata New Jersey e altre navi da guerra al largo delle sue coste.
Eravamo solo un pugno di uomini, noi e gli altri componenti delle fazioni e dei partiti della Resistenza. E non abbiamo avuto paura, nessuna preoccupazione, nessuna esitazione. La nostra causa era chiara, sicura.
E poi è venuto George Bush, di nuovo con le armate e gli incrociatori, ad assaltare i Paesi, a spingere Israele alla guerra contro di noi, ma non abbiamo mai provato timore né spavento, né ci siamo mai tirati indietro.
Avevamo la certezza che Dio ci avrebbe accordato la vittoria. Quella vittoria che Dio ci ha promesso nel Suo Libro, e che l’Imam Khomeini ha promesso allo sceicco Hussein Obeid, a Sayyed Abbas, alla casa dei fratelli, quando andarono in visita all’Imam al principio della nascita del movimento, il quale gli confermò quanto la resistenza fosse l’unica soluzione, e li invitò a non fare affidamento su nessuno, di non aspettarsi nulla dall’Iran o da chiunque altro al mondo, di fare affidamento solo su Dio e su loro stessi, per portare a termine il compito.
E in quel giorno, come attestano i documenti, in quel giorno, quando molti nel mondo arabo e islamico credevano che il Libano sarebbe entrato nell’orbita israeliana, l’Imam Khomeini disse alle nove persone presenti, tra cui Sayed Abbas al-Musawi [ex segretario generale di Hezbollah] e lo sceicco Hussein Obeid: “Resistete, perché io vedo la vittoria impressa sulle vostre fronti”.
Questa vittoria giunse nel 1985, nel 2000, 2006 e si avvera ancora oggi in Siria, Iraq, e arriverà a Dio piacendo nello Yemen, perché né Trump, né suo né padre o suo nonno, né George Bush, né suo padre o suo nonno, nessuno di questi razzisti potranno ledere il coraggio, la volontà, la determinazione e la fede di uno qualsiasi dei nostri figli, per non dire dei nostri uomini e dei nostri veterani.
È per questo che non siamo preoccupati, ma molto ottimisti, perché quando la Casa Bianca è occupata da un idiota, che si vanta della sua stupidità, questo è l’inizio della liberazione per gli oppressi di tutto il mondo».

lunedì 20 febbraio 2017

Václav Havel si droga!

Discutevo con un amico del grande e irreprensibile Václav Havel, un eroe per tutti noi. A un certo punto, come in una qualsiasi diatriba tra muratori, mi tira fuori questa storia: “Václav Havel si droga!” – il titolo infatti va letto con tale intonazione:


“Non è vero, lo dici solo perché era anti-comunista e ha fatto entrare tutti nella Nato e perché oggi la Repubblica Ceca è lo Stato più ateo d’Europa, ma all’epoca l’Unione Sovietica ne aveva fatto un granaio culturale ecc…”
“No, si drogava sul serio, si faceva di LSD”.

Saltano fuori dettagli dei quali non sapevo nulla, ma che il mio amico considera invece noti al mondo intero (ma se non c’è nemmeno uno straccio di fonte! Lui non mi ha detto da chi l’ha saputo, ma secondo me c’è lo zampino dell’immortale G.C.).

L’unico che ne parla è il blog “Boingboing” in un pezzo di qualche anno fa (Prototype dissidents..., 1 luglio 2013), nel quale si traccia un parallelo tra le biografie di Havel e di Timothy Leary (il padre della cosiddetta “cultura psichedelica”), in base a una dedica su una copia del suo “manifesto” Neuropolitics (1977) che lo scrittore americano inviò al dissidente sovietico nel 1992 (cioè quando era già Presidente della Cecoslovacchia), ma che non giunse mai a destinazione:
«Leary probabilmente non sapeva ancora nulla di Václav Havel, uno dei più grandi drammaturghi della Cecoslovacchia, che era diventato un dissidente quando la Russia aveva invaso il suo Paese per sopprimere del 1968 la rivolta popolare contro il dominio sovietico, passata alla storia come “Primavera di Praga”.
A lungo si è vociferato sul ruolo dell’LSD nel dissenso sovietico. La sede praghese della Spofa Pharmaceutical Works fornì l’LSD all’Unione Sovietica per il suo programma di guerra psicologica, mentre gli Stati Uniti optarono per la Eli Lilly & Co quando la Sandoz rifiutò di fornire gli enormi quantitativi di droga richiesti […]. È ovvio che l’LSD, diffondendosi dai laboratori della Spofa alle strade, contribuì al cambio di mentalità che poi portò alla Primavera di Praga, nello stesso modo in cui negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia portò alle ribellioni studentesche.
Le connessioni di Havel con le culture alternative di Praga sono note: egli seguì il processo alla più importante band di rock psichedelico dell’Est Europa, i Plastic People of the Universe, e contribuì alla stesura del manifesto dei rivoluzionari cechi, la Charta 77, nella quale si faceva riferimento anche all’arresto dei membri del gruppo.
Havel era costantemente sorvegliato, interrogato, e spesso incarcerato dalla polizia segreta; come Leary, ha trascorso quattro anni in carcere (1979-1983). Era anche un fan di Frank Zappa e dei Velvet Underground, del cui leader Lou Reed divenne poi un caro amico. C’è chi pensa che la “Rivoluzione di Velluto” […] prenda ispirazione proprio dal nome del gruppo.
[…] Peter Stafford, il principale esperto di  cultura psichedelica del XX secolo, ha inserito Havel in una lista di personalità celebri che hanno sperimentato l’LSD, accanto a Carl Sagan e sir Francis Crick. Può trattarsi solo di un’ipotesi, ma pare impossibile che Havel non abbia mai assunto LSD tra la Primavera di Praga (1968) e il processo ai Plastic People of the Universe (1976). Durante gli anni della repressione sovietica, la controcultura ceca era profondamente connessa al dissenso sovietico […]».
Sfortunatamente anche in lingua ceca le testimonianze latitano: una “guida politicamente scorretta” al Parlamento Europeo (“Euportal”), riferisce che Havel faceva uso di LSD assieme al suo mentore Zdeněk Urbánek ed era anche un alcolista; gli altri siti però non fanno che riprendere questa nota senza aggiungere altro.

Perciò il dubbio rimane. E se fosse vero, dovremmo dedurne che la droga è buona? Oppure che l’Unione Sovietica aveva ragione? La gioventù ha bisogno di punti fermi, sennò poi appunto va a drogarsi… (al di là di tutto, io continuo sempre a preferire la “dissidenza al Tavernello”, secondo lo stile del Camerata Bannon).