lunedì 30 gennaio 2017

omisiones imperdonables (Einaudi censura Borges)


La ristampa Einaudi della prima traduzione di Franco Lucentini di Finzioni (risalente al 1955 e riproposta senza varianti nel corso degli anni) contiene ancora un curioso omissis nelle prime righe del “Pierre Menard”:
«…Sono pertanto imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un elenco ingannevole che un certo giornale la cui tendenza protestante non è un segreto per nessuno, ha avuto la sconsiderazione di presentare ai suoi deplorevoli lettori».
Qui manca proprio qualcosa. Nell’originale questi “deplorevoli lettori” venivano infatti descritti in modo più esaustivo:
«…Son, por lo tanto, imperdonables las omisiones y adiciones perpetradas por madame Henri Bachelier en un catálogo falaz que cierto diario cuya tendencia protestante no es un secreto ha tenido la desconsideración de inferir a sus deplorables lectores — si bien estos son pocos y calvinistas, cuando no masones y circuncisos».

Adelphi, nella sua edizione del 1993 (a cura di A. Melis), traduce correttamente:
«…Sono, per questo, imperdonabili le omissioni e le aggiunte perpetrate da Madame Henri Bachelier in un catalogo menzoniero che un certo quotidiano la cui tendenza protestante non è un segreto ha avuto la sconsideratezza di infliggere ai suoi deplorevoli lettori – anche se costoro sono pochi e calvinisti, se non massoni e circoncisi».
Ci si augura che i deplorevoli lettori abbiano almeno apprezzato l’impredonabile omissione...

Manoscritto del Pierre Menard col passaggio evidenziato (fonte)

venerdì 27 gennaio 2017

Shoah: una memoria (in)finita

Palinsesto televisivo di oggi (dal “Corriere”)
Il “Giorno della Memoria” sta per concludersi e chiudiamo anche noi con qualche considerazione finale.

La prima deriva da un’impressione personale: sbaglio o quest’anno la “Giornata” è trascorsa un po’ sottotono? Voglio dire, nessuna gogna per il cattivone di turno (storico revisionista, antisemita “del web”, critico di Israele), niente sovraesposizione mediatica dei rappresentati delle comunità ebraiche (anche dovuto alla dipartita del gaffeur di professione Pacifici); solo qualche leggera modifica dei palinsesti per renderli ancora più jew-friendly.
Cos’è successo? La risposta mi sembra tanto amara quanto semplice: Israele ha vinto. Non c’è più bisogno di premere troppo sul vittimismo delle opinioni pubbliche italiane ed europee, dal momento che ormai siamo tutti convinti (consapevolmente o meno) che i problemi di Israele sono i nostri problemi.
Fino a pochi anni fa la situazione era diversa: la Palestina si portava su tutto (ricordate le kefiah e le bandiere?) e molti consideravano Israele una parte del problema mediorientale e non di certo la sua soluzione (come emergeva da certi sondaggi imbarazzanti, che poi hanno smesso di fare).
Tuttavia in questi anni ’10 del nuovo secolo, molto è cambiato: le primavere arabe e la guerra civile in Siria hanno definitivamente separato la causa anti-imperialista da quella anti-sionista; gli attentati in Europa hanno consentito a Israele di accreditarsi come “modello” per la gestione delle minoranze arabe; infine, il ritorno sulle scene dei curdi, da sempre pupilli di Israele, ha permesso di dimenticare la tragedia palestinese senza troppi sensi di colpa.
Gli ebrei italiani non hanno avuto neppure bisogno di organizzare il teatrino dell’anno scorso contro l’Iran: ormai la “linea” è passata.

La seconda riflessione è più generale e riguarda la Memoria (ipostatizziamo tutto con la maiuscola, così è più semplice): erroneamente essa viene oggi considerata la forza che regola la Storia, quando invece è risaputo essere l’Oblio a governare il tutto. Si tratta di una considerazione tragica, anche se non saprei dire di quale tipo di tragicità (Hegel avrebbe detto quella greca, visto che nel suo antisemitismo negava alle tragedie ebraiche ogni consistenza).
Con queste cerimonie pubbliche si vuol fare della Shoah un evento metastorico, al di sopra e al di là della Storia; è un tentativo disperato di procrastinare l’inevitabile esclusione dell’olocausto ebraico della supremazia nella Memoria.
Tuttavia, una volta che anche i riti collettivi avranno esaurito la loro energia, si dovrà per forza passare alle “maniere forti”.
Finora ne abbiamo avuto un’avvisaglia, nei tentativi di reintrodurre il reato d’opinione attraverso quei provvedimenti “contro il negazionismo”. È una deriva allarmante, della quale mi occupo spesso, nonostante non sia così ingenuo da credere a una libertà di ricerca assoluta e indipendente da ogni contingenza: semplicemente, penso si tratti di una distorsione dei principi che, bene o male, tutti abbiamo accettato.

Senza troppi giri di parole: se io volessi scrivere un libro per dimostrare che Gesù Cristo è un fungo allucinogeno, come fece John Marco Allegro nel 1970, potrei farlo senza essere indagato, processato, arrestato. Se volessi invece affrontare una tematica come la Shoah con gli stessi metodi (quindi descrivendola come un’allucinazione collettiva), finirebbe malissimo.
Forse l’esempio può sembrare estremo, ma per rimanere coi piedi per terra, con le leggi anti-revisionismo vigenti oggi in Paesi come Francia e in Germania, da quelle parti rischierebbe la galera anche chi compilasse uno studio sull’olocausto escludendo dalle fonti le testimonianze dei sopravvissuti. Potrebbe essere interpretata come una manipolazione? Certamente; ma ad ogni modo non sarebbe lecito rispondere con un paio di manette.
Non è insomma accettabile (e mai lo sarà) considerare il revisionismo come un crimine, dato che, tra le altre cose, persino la stessa ricerca sulla Shoah ha potuto trarne un indiretto giovamento (almeno fin quando era lecito), depurandosi di quelle incrostazioni mitiche effettivamente create dalla propaganda di guerra (come, per esempio, la leggenda dei cadaveri degli ebrei utilizzati per fabbricare saponette, bottoni, carne in scatola e coprilampade – che tuttavia viene ancora ripetuta in alcuni testi divulgativi –).

Il rischio più grande è che, associando continuamente al “Giorno della Memoria” la necessità di repressione, si finirà prima o poi per resuscitare quelle liturgie novecentesche contro le quali tali iniziative vorrebbero invece rappresentare un’antitesi o addirittura una “cura”.
Non vorrei si creasse poi un cortocircuito con la frastornante propaganda a favore dello Stato di Israele, che viene sempre propinata invalidando la potenziale universalità della “Memoria”, perché (è sgradevole ricordarlo) un “culto dei martiri” peculiare alla propria natura è sempre stato una delle condizioni di possibilità del fascismo come finora lo abbiamo conosciuto.

Oscar Gold, il film più triste sull’olocausto

Tra le tante pellicole sulla Shoah che verranno trasmesse nel “Giorno della Memoria”, consiglio a tutti la visione di Oscar Gold, definito dalla critica “il film più triste di tutti i tempi”.
È la storia di un ragazzino ebreo mentalmente ritardato e affetto da alcolismo, che nella Polonia del 1939 trova il coraggio di affrontare la vita grazie all’amicizia con un cagnolino, il quale per disgrazia morirà prematuramente.


Sì, questa cosa avrei potuta risparmiarmela (almeno oggi), ma in realtà la polemica ci può stare. Non contro il filone olocaustico in sé (che, oltre ad averci regalato dei capolavori, ci ricorda quanto sono cattivi i tedeschi), ma contro questa specie di “licenza di antisemitismo” che viene conferita a certi “intoccabili”.
Oscar Gold è infatti uno spezzone tratto da un episodio (“Tearjerker/Strappalacrime”) del cartone animato americano American Dad!, trasmesso regolarmente durante le ore pomeridiane da Mediaset (Italia 1) e Sky (Fox). Assieme all’altra serie animata, I Griffin, ideata dallo stesso autore, è forse l’unico programma in onda sulla tv italiana in cui si possono sentire battute apertamente antisemite: gli ebrei vengono ritratti secondi i peggiori stereotipi, affamati di soldi, poco dediti all’igiene personale, affetti da migliaia di nevrosi e dal carattere insolente e arrogante. Anche la Shoah viene spesso ridicolizzata attraverso i suoi simboli più significativi (per esempio Anna Frank).

Ora, certe cose potrebbe pure essere adatte a un pubblico americano, ma in Italia non hanno molto senso, considerando quanta attenzione è posta dalle nostre comunità ebraiche nel censurare qualsiasi forma di antisemitismo.
Non vorrei che questo silenzio un po’ sospetto fosse dovuto a una sorta di conformismo, che impedirebbe di scagliarsi contro taluni per non apparire “bigotti”.
Come si può facilmente intuire, il primo bersaglio di questi cartoni resta il cristianesimo, che viene oltraggiato in modo ancora più crudele dell’ebraismo. È chiaro che oggi i cattolici non possono (e non vogliono) dire nulla contro chi si fa beffe di Cristo: ma l’Ucei, essendo autorizzata a criticare qualsiasi cosa, potrebbe finalmente prendersela non con il solito capro espiatorio (magari già preventivamente lapidato dalla stampa), ma contro qualche avversario decisamente più scomodo da affrontare.
D’altronde il gesto non condurrebbe in automatico alla censura, che in fondo non è nemmeno necessaria (quella la riserviamo solo agli storici revisionisti o ad Ariel Toaff), ma in sé sarebbe apprezzabile, perché dimostrerebbe la volontà di vivere in una società più giusta e tollerante verso tutti, e non semplicemente dominata dai professionisti del vittimismo.

martedì 24 gennaio 2017

Gli ebrei e l’industria pornografica

(Robert Crumb)
La questione del monopolio ebraico nell’industria pornografica americana è stata affrontata da un articolo della “Jewish Quarterly” (Jews in the American porn industry, inverno 2004, n. 196) che se non fosse stato scritto da un certo Nathan Abrams potrebbe apparire come un provocatorio attacco antisemita. In effetti la maggior parte delle fonti sono tratte dalla rivista “Culture Wars” dell’agguerrito polemista cattolico Michael E. Jones, che ovviamente non aveva svolto le sue ricerche per esaltare l’intraprendenza ebraica in tale ambito. Tuttavia, in un eccesso di chutzpah, il buon Abrams si impossessa dei lavori di Jones e rivendica la pornografia come bandiera della cultura ebraica negli Stati Uniti.
Secondo Abrams, i motivi per cui gli ebrei avrebbero edificato questo abominevole impero sono sostanzialmente ridotti a tre: il primo, sempre invocato per giustificare una certa tendenza ebraica a occuparsi di attività moralmente riprovevoli, è la “ghettizzazione”, che tuttavia Abrams, con onestà intellettuale, pone in secondo piano, a favore invece di altre più importanti motivazioni (sempre intrise di chutzpah, come ama ripetere continuamente), ovvero i soldi e l’odio verso il cristianesimo.

La possibilità di trarre un profitto a scapito della morale sembra non aver mai preoccupato molto gli ebrei, che in tal senso hanno sempre costituito una sorta di “avanguardia” del Weltgeist (è una delle tesi di M.E. Jones, che Abrams ribalta ancora in positivo). Per giunta personaggi come Reuben Sturman (1924–1997), il “Walt Disney del porno”, si sarebbero distinti come generosi benefattori delle organizzazioni ebraiche americane. L’autore del pezzo elenca poi altre eccellenze israelitiche del campo che non hanno mai rinnegato il loro pedigree. In un altro eccesso di chutzpah, Abrams arriva a definire un protagonista del genere, Ron Jeremy, come «un’icona americana, un eroe per i maschi di tutte le età, un tizio impacciato, grasso, peloso e orribile che si porta a letto una marea di donne bellissime. È come un moderno Re Davide, un mandrillo ebreo che sostituisce i modelli classici della tradizione ebraica».

Il terzo punto, l’anticristianesimo, è sicuramente il più rilevante. Ci informa infatti Abrams, sempre seguendo Jones, che una costante del cinema pornografico è che i maschi (produttori, registi e attori) siano tutti di origine ebraiche e le donne di estrazione cristiana, preferibilmente cattolica. In effetti basta una semplice ricerca per accorgersi come «the standard porn scenario became as a result a Jewish fantasy of schtupping the Catholic shiksa» (tutto il testo è infarcito di slang yiddish: in questo caso si può intuire facilmente il significato di schtupping, mentre la shiksa è “una ragazza non ebrea giovane e attraente”). Non è un caso quindi che le porno-attrici siano tutte di origine europea o sudamericana, mentre gli uomini, questi odierni “Re Davide”, debbano appartenere alla stessa genia, indipendentemente dalle loro capacità “performative” (diciamo così).
Molti dei protagonisti di questa industria fanno esplicita professione di odio verso il cristianesimo. Per citare ancora Abrams «alcune pornostar si considerano combattenti in prima linea nella battaglia spirituale tra l’America cristiana e l’umanesimo secolare». L’autore, in un’overdose finale di chutzpah, riporta una citazione di Alvin Goldstein (1936–2013) che ha fatto la gioia (si fa per dire) di molti antisemiti: «L’unico motivo per cui noi ebrei facciamo pornografia è che pensiamo che Cristo e il cattolicesimo fanno schifo». 

Mazeltov! Perché non fare anche qualche battuta sulle decine di shiksas morte per aids, droga, alcolismo o suicidio? La lista è sterminata; da una ricerca superficiale (a scanso di equivoci, condotta esclusivamente su Wikipedia) ho trovato: Alex Jordan (suicidio, 32 anni), Lolo Ferrari (suicidio, 37), Bodil Joensen (suicidio, 41), Chloe Jones (alcolismo, 30), Elisa Bridges (overdose. 29), Haley Paige (overdose, 26), Kandi Barbour (inedia, 56), Karen Lancaume (suicidio, 32), Megan Leigh (suicidio, 26), Rene Bond (alcolismo, 45), Savannah (suicidio, 24), Shauna Grant (suicidio, 20), Tera Wray (suicidio, 33).
E le attrici ebree? Ah no, quelle muoiono solo nei film sull’olocausto (chiedo perdono, ma per noi goyim la chutzpah è solo cattivo gusto).

lunedì 23 gennaio 2017

“Sei milioni di ebrei? Io lo rifarei!”

Da “Almanacco Romano” uno squarcio sulla nostra epoca di straordinaria icasticità:
«Venerdì scorso, la calca ordinaria di un bus romano è stata irrobustita da un’orda schiamazzante di studenti di un istituto tecnico. Festeggiavano la fine dell’anno scolastico, celebravano forse la conquista di un diploma. Maschi e femmine diplomati o diplomandi, senza differenze, giocavano a fare i selvaggi. Non si erano imbrattati con uova e farina come fanno molti liceali appena interrotta la lettura di Plotino o la traduzione del pio Virgilio, non si piegavano ai “gavettoni” infantili, puntavano a più duri modelli. Quei ragazzotti mimavano canti e slogan delle curve calcistiche. Così in pochi istanti, conquistato il compiacimento del pubblico anziano, han cominciato a bestemmiare Dio, ritmando l’insulto blasfemo, e subito dopo, per spirito di trasgressione ancora più scandalosa ai loro occhi – ché si è raccontato spesso nelle aule scolastiche e nelle gite didattiche ai Lager di una immolazione al Cielo per quella che fu invece una efferatezza umana e con finalità assai laiche – cominciavano a ripetere con un sorrisetto sulle labbra: “Sei milioni di ebrei, sei milioni di ebrei, io lo rifarei, io lo rifarei”. A questo punto l’espressione di benevolenza dei presenti, pur concessa di fronte all’ingiuria sguaiata verso l’Onnipotente, si irrigidiva in una smorfia strana. In tempi di invidia sociale, avranno pensato ai soldi sprecati per la scuola e per i titoli di studio legali? O al piccolo dettaglio che neppure al riparo del sacro i morti sono al sicuro? O che l’abuso retorico di cultura genera mostri? O semplicemente che se educhi i giovanetti all’arte della trasgressione, magari con ripetute visite scolastiche nei musei del contemporaneo, poi nei sacrilegi bifolchi sul mezzo pubblico si sentiranno dei creativi in erba»
(Piccole trasgressioni sul bus, 18 giugno 2012).
Questo fenomeno (al quale anche il sottoscritto ha talvolta assistito, quasi nelle stesse forme, sugli autobus milanesi) rappresenta una sorta di ironico contrappasso, poiché non appena lo Zeitgeist ha imposto la rimozione di quelle simpatiche targhette che ricordavano come la bestemmia fosse un reato («punibile ai sensi dell’art. 724 del codice penale»), ecco che ritorna la necessità di condannare in qualche modo la blasfemia, la quale ha cambiato bersaglio ma non essenza.

Ciò a cui ci troviamo davanti è infatti quell’antisemitismo “goliardico” che contraddistingue la mia generazione, la prima obbligata ad assistere almeno una volta l’anno alla proiezione di Schindler’s List durante le ore buche. Credo sia stato proprio a causa di quel film che anche in Italia l’holocaustica religio è diventata  l’unico culto tutelato dall’articolo 724 del codice penale (guarda caso la Legge Mancino fu introdotta lo stesso anno in cui uscì la pellicola, il 1993). In Germania era invece stata la serie televisiva americana Holocaust (1978), a portare alla sacralizzazione della Shoah, come sancì il filosofo ebreo Günther Anders in un volumetto dell’epoca (mentre nella RDT se ne erano fregati abbastanza, visto che da quelle parti la condanna del nazismo non aveva subito la reductio ad Iudaeos e le vittime ebraiche venivano gerarchicamente dopo quelle comunista).

In realtà tale antisemitismo non mi appartiene; per certi versi, non lo riconosco nemmeno come tale: come detto, è semplice iconoclastia aggiornata allo Spirito dei Tempi di cui sopra. Tuttavia, per quanto disdicevole, credo non si possa far molto per contrastarlo, soprattutto perché i suoi censori odierni sono appunto gli stessi che hanno sostenuto il diritto di bestemmia finché hanno potuto. Perciò quando una ragazza, spiaccicandosi addosso una zanzara, esclama “Le mie braccia sembrano Auschwitz!” (esperienza personale), o quando un gruppo di studenti intona sull’autobus “Sei milioni di ebrei | io lo rifarei”, non c’è modo di ribattere senza apparire bigotti. Al contrario, più ci si impegna a contrastare il fenomeno e più esso si inasprisce, perché tale è la “dinamica della provocazione”: probabilmente un giorno sentiremo addirittura per le strade esclamare direttamente “Pu**ana la Shoah” oppure “P***o Olocausto”.

Non credo quindi esista soluzione. Le comunità ebraiche potrebbero forse imporre sui tram i cartelli di una volta (“La persona civile non sputa in terra e non bestemmia”), ma dovrebbero farlo adattandoli all’odierna sensibilità giudaizzante dei noachici, perché oggi reprimere la creatività (soprattutto quella dei giovani) è una cosa da oscurantisti, e anche l’ultimo scampolo di “religione civile” che ci siamo dati alla fine ne uscirebbe distrutta.

Bisogna invero aggiungere che, nonostante gli ebrei oggi si siano accaparrati quasi tutte le virtù dei gojim (i quali non le possono mettere in pratica, specialmente se cristiani, in quanto verrebbero come minimo tacciati di “paganesimo”), la forza corrosiva del nichilismo (ma chiamatelo pure secolarizzazione) sembra invincibile. A tal proposito mi torna in mente una querelle di qualche anno fa, scoppiata tra la comunità ebraica australiana e una pittrice (tale Jo Frederiks) che aveva organizzato un’esposizione di quadri che riprendevano l’iconografia classica di Auschwitz sostituendo alle persone delle mucche e delle pecore.




Nonostante le proteste del minaccioso B’nai B’rith, nessun provvedimento venne preso nei confronti dell’artista, che anzi poté spensieratamente dichiarare che «gli ebrei non detengono i diritti sulla parola “olocausto”». Oy vey! Vedete come non c’è modo di fermare l’animalismo neanche quando si presenta nelle inquietanti vesti paleonaziste. Del resto, come avevo segnalato qualche tempo fa, le vacche sacre non sono solo quelle dipinte dalla Frederiks, se in qualsiasi libreria si possono trovare volumi contenenti stronzate del tipo «Ebreo è soltanto l’altro nome dell’avidità», solo perché firmati da Osho.

Ci sono troppi idoli con i quali il filosemitismo deve scontrarsi per mantenere la sua supremazia nella coscienza collettiva (penso all’anti-razzismo, all’immigrazionismo, all’islamicamente corretto ecc..): per evitare il logorio del vittismo moderno, le comunità ebraiche si accaniscono sempre sui “vasi di terracotta”, individuando il capro espiatorio di volta in volta in un delinquente di periferia, un prete lefebvriano, un anonimo blogger o uno storico “negazionista”. Quanto potrà andare avanti questo giochetto ipocrita? Lo sapremo alla prossima Giornata della Memoria, o a quell’altra ancora.

venerdì 20 gennaio 2017

Donald Trump in missione per conto di Dio

«[…] What truly matters is not which party controls our government but whether our government is controlled by the people. January 20th, 2017 will be remembered as the day the people became the rulers of this nation again.The forgotten men and women of our country will be forgotten no longer.
Everyone is listening to you now. You came by the tens of millions to become part of a historic movement, the likes of which the world has never seen before.
At the center of this movement is a crucial conviction -- that a nation exists to serve its citizens. Americans want great schools for their children, safe neighborhoods for their families and good jobs for themselves.
These are just and reasonable demands of righteous people and a righteous public. But for too many of our citizens, a different reality exists. Mothers and children trapped in poverty in our inner cities, rusted out factories scattered like tombstones across the landscape of our nation, an education system flush with cash but which leaves our young and beautiful students deprived of all knowledge. And the crime, and the gangs, and the drugs that have stolen too many lives and robbed our country of so much unrealized potential. This American carnage stops right here and stops right now.
[…] We will seek friendship and goodwill with the nations of the world.
But we do so with the understanding that it is the right of all nations to put their own interests first. We do not seek to impose our way of life on anyone but rather to let it shine as an example. We will shine for everyone to follow.
We will reinforce old alliances and form new ones. And unite the civilized world against radical Islamic terrorism, which we will eradicate completely from the face of the earth
At the bedrock of our politics will be a total allegiance to the United States of America and through our loyalty to our country, we will rediscover our loyalty to each other. When you open your heart to patriotism, there is no room for prejudice.
The Bible tells us how good and pleasant it is when God's people live together in unity. We must speak our minds openly, debate our disagreement honestly but always pursue solidarity. When America is united, America is totally unstoppable.
There should be no fear. We are protected, and we will always be protected. We will be protected by the great men and women of our military and law enforcement. And most importantly, we will be protected by God.
Finally, we must think big and dream even bigger. In America, we understand that a nation is only living as long as it is striving. We will no longer accept politicians who are all talk and no action, constantly complaining but never doing anything about it.
The time for empty talk is over. Now arrives the hour of action.
Do not allow anyone to tell you that it cannot be done. No challenge can match the heart and fight and spirit of America. We will not fail. Our country will thrive and prosper again. We stand at the birth of a new millennium, ready to unlock the mysteries of space, to free the earth from the miseries of disease and to harness the energies, industries and technologies of tomorrow. A new national pride will stir ourselves, lift our sights and heal our divisions. It’s time to remember that old wisdom our soldiers will never forget -- that whether we are black or brown or white, we all bleed the same red blood of patriots.
We all enjoy the same glorious freedoms, and we all salute the same great American flag.
And whether a child is born in the urban sprawl of Detroit or the windswept plains of Nebraska, they look up at the same night sky, they fill their heart with the same dreams and they are infused with the breath of life by the same Almighty Creator.
So to all Americans in every city near and far, small and large, from mountain to mountain, from ocean to ocean, hear these words -- you will never be ignored again.
Your voice, your hopes and your dreams will define our American destiny. And your courage and goodness and love will forever guide us along the way. Together, we will make America strong again. We will make America wealthy again. We will make America proud again. We will make America safe again. And yes, together, we will make America great again. Thank you, God bless you, and God bless America. Thank you. God bless America»

[“Ciò che davvero conta non è quale partito sia al governo, ma se il nostro governo è controllato dal popolo. Il 20 gennaio 2017 verrò ricordato come il giorno in cui il popolo ha ripreso il controllo di questa nazione.
Gli uomini e le donne del nostro Paese che sono stati dimenticati non saranno più dimenticati.
Ora tutti vi ascolteranno. Siete venuti a decine di milioni per far parte di un movimento storico, qualcosa che il mondo non aveva ancora visto.
Al centro di questo movimento c’è una convinzione fondamentale, che una nazione esiste per servire i suoi cittadini. Gli americani vogliono scuole eccellenti per i loro figli, quartieri sicuri per le loro famiglie e posti di lavoro decenti per se stessi.
Questi sono le giuste e ragionevoli richieste di un popolo giusto. Ma per troppi dei nostri concittadini, la realtà è diversa. Le madri con i loro figli intrappolati nella morsa della povertà nelle nostre periferie, le fabbriche in disuso sparse come lapidi per tutto il paesaggio della nostra nazione, un sistema educativo nel quale abbiamo investito tanto, ma che lascia i nostri giovani studenti privi di ogni conoscenza. E il crimine, e le gang, e le droghe che hanno strappato troppe vite e tolto al nostro Paese tanto potenziale non realizzato. Questa carneficina americana termina qui e termina proprio in questo istante.
[…] Cercheremo relazioni amichevoli e benevole con le nazioni di tutto il mondo. Ma lo faremo con la consapevolezza che è un diritto di tutte le nazioni mettere al primo posto i propri interessi. Non cercheremo di imporre il nostro stile di vita a nessuno, ma lasceremo che essa risplenda come un esempio per tutti. Brilleremo di una luce che tutti dovranno seguire.
Rafforzeremo le vecchie alleanze e ne formeremo di nuove. E uniremo il mondo civile contro il terrorismo islamico radicale, che verrà sradicato completamente dalla faccia della terra,
A fondamento della nostra politica vi sarà una fedeltà totale per gli Stati Uniti d’America, e attraverso la lealtà al nostro Paese, riscopriremo anche la lealtà reciproca. Nel momento in cui spalanchi il cuore al patriottismo, non c’è spazio per il pregiudizio.
La Bibbia ci dice quanto è buono e quanto è piacevole che il popolo di Dio viva assieme nell’unità. Dobbiamo parlare apertamente, esprimere il nostro dissenso con onestà, ma cercare sempre la solidarietà. Quando l’America è unita, l’America è inarrestabile.
Non ci deve essere alcun timore. Siamo protetti, e lo saremo sempre. Saremo protetti dagli uomini e dalle donne del nostro esercito e della polizia. E, soprattutto, saremo protetti da Dio.
Infine, dobbiamo pensare in grande e sognare ancora più in grande. In America, noi sappiamo che una nazione è viva solo fin quando lotta. Non accetteremo più politicanti che parlano senza agire, che si lamentano ma non fanno niente per risolvere i problemi.
Il tempo delle chiacchiere è finito. Ora arriva il tempo dell’azione.
Non permettete a nessuno di dirvi che non potete farlo. Nessuna sfida può abbattere il cuore e lo spirito combattivo dell’America. Non falliremo. Il nostro Paese continuerà a crescere e a prosperare di nuovo. Siamo all’inizio di un nuovo millennio, pronti a scoprire i misteri dello spazio, a liberare la terra dalle miserie della malattie e a sfruttare le energie, le industrie le tecnologie del domani.
L’orgoglio nazionale rinnovato ci pervaderà, guarderemo in alto e risolvere i nostri dissidi. È il momento di ricordare le sagge parole che i nostri soldati non dimenticano: possiamo essere neri, bianchi o di qualsiasi colore, ma il nostro sangue è rosso come quello dei patrioti.
Tutti noi godiamo della stessa gloriosa libertà, e tutti onoriamo la stessa immensa bandiera americana.
E sia il bambino nato nella periferia di Detroit sia quello nato nelle ventose pianure del Nebraska guarderanno in alto allo stesso cielo notturno, i loro cuori si riempiranno degli stessi sogni e saranno pervasi dal soffio della vita dello stesso Creatore Onnipotente.
Tutti gli americani di ogni città vicina e lontana, piccola e grande, da una montagna all’altra, da un oceano all’altro, sentiranno queste parole: non sarete mai più ignorati.
La vostra voce, le vostre speranze e i vostri sogni segneranno il destino americano. E il vostro coraggio e la bontà e l’amore ci guideranno per sempre lungo il cammino. Insieme, renderemo di nuovo forte l’America. renderemo di nuovo ricca l’America. Renderemo di nuovo orgogliosa l’America. Renderemo di nuovo sicura l’America. E sì, insieme, renderemo di nuovo grande l’America. Grazie, Dio vi benedica e Dio benedica l’America. Grazie. Dio benedica l’America”]

mercoledì 18 gennaio 2017

La più bella frase di Osho

A dimostrazione che anche da noi ci sono le vacche sacre:
«Amato Maestro, desidero con molta avidità il denaro. Pensi che, in una vita passata, io sia stato un ebreo?
Suresh, perché in una vita passata? Tu sei un ebreo adesso! Il solo fatto di essere nato in India, in una famiglia hindu, non fa alcuna differenza. “Ebreo” non indica una razza, è un aspetto psicologico, è un aspetto metafisico. Il maharwari è un ebreo – è l’ebreo indiano. Di fatto, chiunque sia avido è ebreo – l’avidità è ebrea
[…] “Ebreo” è soltanto l’altro nome dell’avidità! In questo senso, il mondo intero è popolato da ebrei, fatta eccezione per alcune persone davvero speciali. Quasi tutti sono ebrei! O sei un Gesù o sei un ebreo – sono le uniche alternative. Se non vuoi essere un ebreo, allora devi diventare un Gesù […]».
(Osho, La Saggezza dell’Innocenza. Commenti al Dhammapada, il sentiero di Gautama il Buddha, II, Feltrinelli [Collana “Urra”], Milano 1997, pp. 219-220; ed. or. The Dhammapada. The Way of the Buddha by Osho, 1979)


lunedì 16 gennaio 2017

Nordlicht. L’aurora boreale di Hitler

Adolf Hitler ricavò la sua residenza estiva da un rifugio di montagna bavarese, il Berghof, in modo che dal suo studio al secondo piano potesse osservare l’Untersberg, il massiccio delle Alpi salisburghesi.
Secondo una leggenda, narrata anche dai fratelli Grimm, all’interno della montagna seduto a una tavola riposa il Barbarossa, e una volta che la sua barba avrà fatto il terzo giro attorno a questa tavola, verrà il giorno del giudizio e l’Imperatore si sveglierà per combattere la battaglia finale.

(Veduta dell’Untersberg dal Berghof)
Dalla sua scrivania, attraverso due porte-finestre fiancheggiate dai ritratti dei genitori, Hitler poteva così osservare quotidianamente l’Untersberg e lasciarsi suggestionare dalla visuale: secondo diverse testimonianze, sembra che essa coinvolgesse talmente il Führer da influenzarne persino l’umore.
L’Untersberg poteva infatti apparire, a seconda delle circostanze, minaccioso e apocalittico oppure arcadico e rasserenante. Durante una visita a Salisburgo nel 1992, anche il Dalai Lama ne riconobbe la potenza, giungendo a definirlo un “drago dormiente” e “l’Anahata [il chakra del cuore] d’Europa”.

(Adolf Hitler nel suo studio)
Nelle sue memorie pubblicate nel 1980, Als Hitlers Adjutant, l’ufficiale della Luftwaffe Nicolaus von Below racconta di una sera dell’agosto 1939 (precisamente il 23), in cui il cielo venne illuminato da un’aurora boreale che colorò la montagna di un rosso intenso. Hitler e i suoi ospiti (con loro c’era anche Albert Speer, il qaule raccontò lo stesso evento nelle sue più celebri Erinnerungen) osservarono il fenomeno, eccezionale per la Germania meridionale, dalla terrazza del Berghof. Il Führer lo interpretò come presagio di una guerra imminente, che i tedeschi avrebbero dovuto condurre nel modo più veloce possibile per non seminare più sangue del dovuto.

Non si può di certo affermare che l’idea del Blitzkrieg sia nata da questa impressione; tuttavia il fatto che tale “visione” abbia avuto un’influenza perlomeno sui nomi delle “Operazioni”, lo dimostra il modo in cui vennero battezzare le più importanti: la “Barbarossa” per invadere l’Unione Sovietica e la “Nordlicht” per impadronirsi di Leningrado. La maggior parte degli storici traduce quest’ultima come “Luce del Nord”, quando è noto che tale è il nome con cui i tedeschi comunemente indicano l’aurora boreale (anche von Below nelle sue memorie la chiama così).

Qualcuno, infine, ricorderà come si concluse la vicenda: la Germania perse la guerra, il Berghof venne bombardato dagli inglesi il 25 aprile 1945, e le sue rovine fatte esplodere il 30 aprile 1952, nell’anniversario della morte del Führer.

(fonte)

Nulltes Reich (G. Culicchia)

«DECADENZA. Stato in cui versa l’Italia a parte dalla caduta dell’Impero Romano, salvo brevi, inspiegabili, interruzioni. Respingere con sdegno ogni ipotesi di.
Io non sono uno storico, ma credo fermamente che la decadenza dell’Italia sia responsabilità della Lega. Non della Lega Nord, ma della Lega che sconfisse l’esercito dell’Imperatore in quel di Legnano. Avesse vinto il Barbarossa, noi e la Germania forse saremmo ancora un unico Paese. Noi saremmo più tedeschi, loro sarebbero più italiani. L’Europa si sarebbe risparmiata due guerre mondiali, o almeno la seconda, visto che assieme avremmo vinto la prima e non ci sarebbe stato alcun Trattato di Versailles. E oggi ma non da oggi i nostri bagni pubblici sarebbero puliti come quelli tedeschi e uniremmo il noto rispetto delle regole alla famosa creatività.
Invece è andata com’è andata, e siamo qui a far battute sulla Merkel, come se ignorassimo che l’Europa è nelle mani non della Germania ma delle banche e della finanza internazionale.
Sta di fatto che ogni volta che scendo a Palermo visito con il dovuto rispetto la tomba di Federico II Stupor mundi, quell’altro Hohenstaufen innamorato pazzo della Sicilia, tanto da volervi essere sepolto»
(Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune, Einaudi, Torino, 2016, p. 76)

Boden und Blut (Cesare Pavese)

«Dignità vuol dire essere se stessi. Ma quando succede che si cambia idea? Si indaghi bene, si vedrà che non si cambia idea, ma che sotto sotto si aveva già presentito il pensiero nuovo. Che certe tue idee del passato non fossero quel che sembravano ti risulta dal fatto che allora credevi di averle ma non te ne interessavi (il tuo disinteresse per la politica, famoso!). Ora che nelle tragedie hai visto più a fondo, diresti ancora che non capisci la politica? Semplicemente ora hai scoperto dentro – sotto la spinta del disgusto – il vero interesse che non è più le tue sciocche futili chiacchiere ma il destino di un popolo di cui fai parte. Boden und Blut – si dice così? Questa gente ha saputo trovare la vera espressione. Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale, era l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà. Un destino. Amor fati»
(Cesare Pavese, pagina del “taccuino segreto” di risalente al dicembre 1943, in Lorenzo Mondo, Il tormento di Pavese prima che il gallo canti, “La Stampa”, 8 agosto 1990)

domenica 15 gennaio 2017

Una scarica di Beretta (Roberto)


L’anno scorso ho offerto la mia modestissima penna al Dizionario elementare del pensiero pericoloso, poi pubblicato dall’Istituto di Apologetica all’inizio di quest’anno. Non è solo per la mia trascurabile collaborazione (peraltro originata esclusivamente dalla generosità dei curatori) che ho preferito disinteressarmi delle (prevedibili) polemiche che hanno accompagnato l’uscita del volume; ma è soprattutto perché, in generale, l’attuale “dibattito” tra cattolici (o presunti tali) mi appare di una piattezza che va ben al di sotto del livello di un qualsiasi talk show: siamo quasi al puro e semplice trolling, talvolta persino in nome di Papa Francesco.

Per questo non provo alcun desiderio di entrare in contrasto con imbrattacarte ancor più modesti del sottoscritto, soprattutto se costoro fanno parte di quella legione che, dopo aver passato anni a contestare qualsiasi parola proferita dal povero Ratzinger, con l’avvento di Bergoglio hanno riscoperto le delizie dell’infallibilità pontificia – la quale, per inciso, sembra valga davvero per tutto, tanto che in curia chi aveva resistito alle pressioni di un noto Camerlengo per “convertirsi” alla Vecchia Signora, ha poi dovuto comprarsi la sciarpa bianconera quando ha scoperto che Bergoglio è pure juventino

Detto questo, devo riconoscere che c’è una critica che mi ha colpito più di altre, ed è quella di Roberto Beretta in una nota per “Vino Nuovo” pubblicato qualche giorno fa (12 gennaio). Beretta, oltre a essere una nota firma delle pagine culturali di “Avvenire”, per anni ha collaborato allo stesso Istituto di Apologetica attraverso “Il Timone”. Quel che più mi ha irritato del suo commento non è tanto il contenuto (del resto evanescente: secondo lui sarebbe sbagliato criticare i pensieri “pericolosi” perché tutti ne abbiamo avuto qualcuno nella vita), quanto il fatto che egli abbia stroncato il volume senza nemmeno aprirlo.
In pratica Beretta ha letto il titolo della copertina, è rimasto turbato da un aggettivo (pericoloso) e ha preferito mettere immediatamente il libro all’indice. Il lato più ridicolo della faccenda però non è nemmeno questo (anche se è piuttosto indicativo della “tendenza” con cui abbiamo a che fare); ciò che trovo davvero imbarazzante, soprattutto dal punto di vista personale, è che per stilare la voce riguardante Tiziano Terzani, ho utilizzato nientepopodimeno che… un articolo di Roberto Beretta! Mi riferisco precisamente a Il guru & lo gnomo. Terzani va in banca, pubblicato sulla terza pagina di “Avvenire” il 13 settembre 2006 (attualmente scomparso dal portale del quotidiano, ma ancora reperibile attraverso archive.org e su di uno stravagante sito dedicato alla Comit, seppur senza indicazione di autore).

Purtroppo il pezzo è saltato dalla bibliografia poiché, per restare nei limiti di lunghezza stabiliti, si è preferito tagliare una parte del mio contributo; tuttavia quando ho riproposto, in maniera più disinvolta, il materiale “scartato” proprio su questo blog (Quando Mattioli crede in te, 7 gennaio 2017), non ho avuto problemi a citare ancora il suo contributo.
Alla luce di tutto ciò, mi verrebbe da dire che la stroncatura superficiale e a tratti puerile con cui il buon Beretta ha voluto assestare una “bacchettata preventiva” a quelli del “Timone”, a tempo debito potrebbe ritorcerglisi contro, a meno che egli non sia infine disposto a “mettere all’indice” anche se stesso.
È quindi con un certo grado di chutzpah che ripubblico qui di seguito il suo famoso pezzo sui “pericolosi” legami tra Mattioli e Terzani, stigmatizzando ovviamente tale approccio così soggettivo e parziale nel raccontare quella che fu invece solo una grande amicizia (dai trascurabili risvolti economici), che però il Beretta non si perita di far risaltare in modo sconcertante, giungendo addirittura a chiamare in causa la gnosi e il maoismo, l’esoterismo e il nichilismo! Ma dai, Beretta, che ti passava per la testa: chi è che non ha mai avuto pensieri pericolosi...
Che ci faceva ogni sera un maoista nell’ufficio di Raffaele Mattioli, dove si decidevano i destini della finanza italiana? 
Il guru & lo gnomo Terzani va in banca 
C’è pure un’altra lettura: il banchiere era noto per i suoi interessi esoterici e forse l’ultima fase “induista” dello scrittore toscano ha finito per saldare una sorta di debito inconscio. Al grand commis della Comit interessavano i giornalisti “migliori”, al cronista ambizioso e giovane servivano soldi per andare all’estero. Risultato: uno stipendio in nero di 4500 euro al mese per un rapporto di geopolitica asiatica. E anche se “TT” in quel periodo diceva di cercare un’alternativa al mondo occidentale... 
di Roberto Beretta
Il guru e il banchiere. La grisaglia e il sari. Il maestro della spiritualità orientale e uno dei più spregiudicati esponenti del capitalismo occidentale. La sinistra utopista e la destra addirittura “degli intrighi”.
Che ci fa Tiziano Terzani, di sera, nella penombra di un ufficio riservato ai piani alti della più importante banca d’affari italiana, a parlare con il maestro di Enrico Cuccia, il potentissimo gran sacerdote della finanza laica, il grand commis della più esclusiva oligarchia liberale della Penisola, insomma: con Raffaele Mattioli? Nel dibattito assai estivo sul “terzanismo” e sui molti fans conquistati da TT – il giornalista toscano di “Der Spiegel” e dell’“Espresso”, passato nel suo itinerario essenzialmente asiatico dagli articoli a favore dei Vietcong alla propaganda della nonviolenza – questo elemento ancora non è stato sottolineato.
Eppure Terzani stesso ne parla senza remore, anzi quasi divertito, nella lunga intervista autobiografica rilasciata al figlio Folco prima di morire nel luglio 2004 e recentemente uscita in libreria per Longanesi (pp. 466, euro 18,60) sotto il titolo La fine è il mio inizio: che sembra una sentenza zen di schietta provenienza indù e invece è una colta citazione del suddito di Sua Maestà coloniale e britannica T. S. Eliot.
Dunque, all’inizio degli anni Settanta il giovane Terzani è appena rientrato in Italia da un soggiorno di studio negli Stati Uniti, dove ha imparato il cinese e il giornalismo a spese dei “capitalisti”. Attraverso il collega Corrado Stajano, viene presentato a “quell’uomo meraviglioso... coltissimo, intelligente, coraggioso, che si chiamava Raffaele Mattioli” ed era all’epoca presidente della Banca Commerciale Italiana, transitato indenne (e anzi con crescente potere) in tale funzione dal regime fascista – durante il quale aiutò vari antifascisti – ai governi democristiani del dopoguerra – quando cominciò a corteggiare intellettuali di sinistra e cattocomunisti. Mattioli dice di voler portare la sua banca in Oriente e dunque gli interessa il giovane giornalista che sta per partire come corrispondente per l’Asia: “E qui cominciò – scrive Terzani – una stupenda, segreta, romantica serie di incontri con quel vecchio”.
Ogni sera TT usciva dalla redazione del suo giornale, entrava “da una porta secondaria” nella banca e incontrava Mattioli “in una stanza tappezzata di libri”. “Questo bellissimo rapporto con quel vecchio andò avanti per mesi” e alla fine il colto banchiere (era molto amico, tra gli altri, di Bacchelli, Manzù, Paolo Grassi, Malaparte, Montale...) propose al cronista: “Scrivimi una volta al mese una lettera in cui mi dici cosa pensi della situazione politica dei vari Paesi del Sud-est asiatico, e io al mese ti pago mille dollari”; contratto suggellato all’istante grazie al cognato di Mattioli, che era anche l’amministratore delegato della Comit e che – apparso misteriosamente, secondo uno scenario davvero da “gnomi” della finanza, da “una porticina nella libreria” – ricevette l’ordine: “Fagli un contratto in modo che lui ogni mese riceva, discretamente, su un conto privilegiato che gli apriamo, questi soldi”. Il che puntualmente avvenne tra il 1972 e il 1973, quando l’ormai affermato reporter tornò da Mattioli a dire: “Non ho più bisogno dei mille dollari al mese” (ma qui le date proposte da Terzani non tornano del tutto, visto che lui dice di essere partito per l’Oriente a fine 1971 e Mattioli venne estromesso dalla Comit il 22 aprile 1972).
In una stagione in cui sembra normale che i giornalisti facciano anche gli informatori, potrebbe sembrare un innocuo contratto di consulenza tra un imprenditore alla ricerca di notizie utili e un giovane bisognoso di soldi per avviare la sua nuova avventura; tra l’altro – rivela il biografo Giancarlo Galli – Mattioli incontrava volentieri “i cronisti migliori... senza distinzioni politiche, purché siano di razza”. Se non fosse per due elementi. Il primo e più prosaico è l’entità della paga: 1000 dollari esentasse di quell’epoca, se non ingannano le stime e i cambi, corrispondono a circa 4500 euro attuali! Al valore dei primi anni Settanta, la cifra equivaleva a 6 volte lo stipendio medio, che si aggirava sulle 120 mila lire: niente male, per un solo “rapporto di geopolitica” al mese, no?
Comunque, l’elemento più sorprendente è un altro, e cioè l’apparente assoluta distanza ideale tra i protagonisti della vicenda. Da una parte Terzani, che si autodescrive come ferocemente antiamericano e di sinistra – tanto che voleva far nascere il primo figlio a Cuba e chiamarlo Mao (sic!) –, amico di molti contestatori, simpatizzante delle varie rivoluzioni comuniste dell’epoca, insomma uno che studiava la Cina come un paradiso in cui cercare “un’alternativa al mondo occidentale” e aveva scritto persino un elogio del Grande Timoniere, rimasto “fortunatamente” (avverbio dell’autore) inedito.
Dall’altra parte Mattioli, ovvero il simbolo stesso del potere oligarchico e altoborghese, il burattinaio occulto dei peggiori capitalisti “oppressori del popolo”, lo spregiudicato manovratore di trame internazionali che poteva ospitare a casa sua addirittura Rockefeller: il quale, nell’immaginario dell’epoca, era il contraltare esatto di Mao. Com’è possibile che TT, il quale protesta scelte assolutamente “morali” (anche se all’epoca parzialmente differenti da quelle dell’ultima parte di vita) e la sua sincera ricerca della “verità”, non sapesse queste cose, anzi addirittura accettasse emolumenti così cospicui dalla parte opposta a quella per cui diceva di lottare?
E c’è un altro livello di lettura, quello “religioso”. Mattioli era anche il banchiere “eretico”, non credente e anzi ferocemente anticlericale fattosi però seppellire nel 1973 (grazie a una procedura eccezionale tenacemente e personalmente perseguita) all’abbazia di Chiaravalle e nella tomba di un’eretica boema, né si può ignorare che – secondo le indagini di Maurizio Blondet – egli avrebbe fatto parte di un inquietante gruppo intellettuale di tendenza gnostica e nichilista. In questo senso, il “rivoluzionario” e maoista Terzani poteva ben incontrare l’interesse del vecchio banchiere (il quale, del resto, non aveva mai disdegnato di trattare anche coi comunisti, da Togliatti in poi).
È pure curioso infine che Mattioli sia stato introdotto alla sfolgorante carriera Comit – durata ben 47 anni – dalla seconda moglie e da un’amica del banchiere Giuseppe Toeplitz, rispettivamente l’una cultrice di esoterismo tibetano e l’altra esperta di induismo: e qui sembra che l’ultimo Terzani, versione “guru”, abbia davvero chiuso il cerchio, ripagando abbondantemente il suo debito inconscio con l’antico e generoso finanziatore.

Giulio Einaudi, patriota croato

Wikipedia ci regala sempre delle perle: dopo Benedetto Croce “evoliano” (che però non si tratta di uno strafalcione, ma solo un’iperbole dovuta alla sorte del filosofo italiano nella cultura portoghese), ora Giulio Einaudi diventa “Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Duca Trpimir”:

In pratica, secondo chi ha stilato la voce,  il grande e irreprensibile Einaudi, dopo aver pubblicato Giustizia per la Serbia di Peter Handke, si sarebbe scoperto patriota croato e avrebbe così ricevuto, direttamente dalle mani di Franjo Tuđman, un’onorificenza che porta il nome di un vassallo dalmata di mille e passa anni fa.

Difficile crederci: in effetti si tratta solo di un’omonimia con monsignor Giulio Einaudi (n. 1928), che dal 1992 al 2003 fu nunzio apostolico a Zagabria. Dal sito della gazzetta ufficiale si possono leggere le motivazioni del riconoscimento: «Za osobit doprinos razvitku prijate­ljskih odnosa i surad­nje između Republike Hrvatske i Svete Stolice, za vrijeme obnaša­nja dužnosti Apostolskog nuncija u Republici Hrvatskoj» [“Per il contributo allo sviluppo dell’amicizia e della cooperazione con la Santa Sede, durante la sua attività di Nunzio apostolico presso la Repubblica di Croazia”].
Il decreto fu in realtà firmato da Stjepan Mesić nel 2003, che a sua volta è un nostro Cavaliere di Gran Croce ma che gli italiani ricordano solo per la crisi diplomatica sulle foibe con il camerata Napolitano.

Per rincarare la dose, la voce italiana dedicata all’“Ordine del duca Trpimir” riporta ancora tra gli “insigni notabili” Giulio Einaudi, mettendoci però davanti un “msgr.” (che è l’abbreviazione croata, in italiano è “mons.”), ma rimandando alle motivazioni per l’ambasciatore americano Peter Galbraith.
È comunque positivo il fatto che nelle traduzioni della pagina per le altre versioni di Wikipedia sia stato omesso proprio il paragrafo sulle onorificenze (questa volta nemmeno quella portoghese ci è cascata).

Sarebbe giusto correggere immediatamente, ma noi al momento vogliamo ancora ricordarlo così: Giulio Einaudi, editore e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine del Duca Trpimir.

sabato 14 gennaio 2017

Leopardi e l’arte del marketing


Ogni tanto qualche americano prende Machiavelli e lo schiaffa sulla copertina di un libro dedicato all’arte del marketing o del management: What Machiavelli Can Teach Us? What can you learn from Machiavelli? (Scopro ora che il correttore automatico di Word, grazie al celebre gioco da tavolo, considera “Machiavelli” una parola errata in italiano ma corretta in inglese).

Dal momento che le informazioni offerte da questi libri sono alquanto dozzinali e il pensiero dell’autore è banalizzato all’estremo, ho pensato che si potrebbe fare la stessa operazione con Leopardi, in particolare col Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere.
In fondo, il venditore riesce a piazzare la merce in pochi minuti semplicemente assecondando il sermone del tristissimo acquirente. Questo potrebbe essere il messaggio nascosto della prosa leopardiana, forse ignoto al suo stesso autore: anche credere che il senso dell’operetta si ricolleghi al pessimismo cosmico è un modo di banalizzarne il contenuto.
Leopardi, seppur dotato di ironia, non è mai giunto al livello di un Gozzano, che ne “Il responso” ai suoi languori fa rispondere l’amata con un perentorio «Perché non v’uccidete?», quindi è vero che spesso ha ceduto alla malinconia e all’autocommiserazione. (Andando fuori tema, dovremmo interrogarci sul perché l’erudito moderno senta il bisogno irrefrenabile di comunicare le proprie disavventure correndo sempre il rischio di apparire come un tonto).

Ipotizziamo quindi che Leopardi col suo dialogo abbia voluto mettere in scena una parodia della formula magica del marketing, ovvero lo sfruttamento del malessere esistenziale a fini commerciali.
La nostra vita è brutta, non vorremmo riviverla, ma comprando questo almanacco forse le cose miglioreranno. Con la stessa formula oggi vengono presentati una marea di prodotti: sei brutta, compra questo vestito; hai la forfora, compra questo shampoo; la tua attività intestinale è riprovevole, compra questo yogurt; il tuo corpo emette cattivi odori, compra questo deodorante; non hai amici, compra questo e quest’altro eccetera, fino all’oltraggio finale: non hai una donna perché fai schifo! E anche qui Leopardi, forse, avrebbe comprato qualcosa.

News of the World (G. Leopardi)

«SPRITE. […] Men are all dead and their race is lost.
GNOME. Oh, that’s the kind of news that should be in the papers. But so far we haven’t read it anywhere.
SPRITE. Nonsense! Don’t you see that with all men dead, there are no more papers?
GNOME. You’re right. But how can we find out the news of the world?
SPRITE. What news? That the sun has risen or set, that the weather is hot or cold, that here or there it has rained or snowed, or it’s been windy? For without men, Fortune has taken off her blindfold, has put on glasses, and has hung her wheel on a hook, and now she sits with her arms crossed, watching the affairs of the world without meddling. There are no more kingdoms or empires that keep swelling until they burst like so many bubbles, for they’ve all vanished. There are no more wars, and all years are alike — just as all eggs are alike».
[“FOLLETTO. […] Gli uomini sono tutti morti, e la razza è perduta.
GNOMO. Oh cotesto è caso da gazzette. Ma pure fin qui non s’è veduto che ne ragionino.
FOLLETTO. Sciocco, non pensi che, morti gli uomini, non si stampano più gazzette?
GNOMO. Tu dici il vero. Or come faremo a sapere le nuove del mondo?
FOLLETTO. Che nuove? che il sole si è levato o coricato, che fa caldo o freddo, che qua o là è piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perché, mancati gli uomini, la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota a un arpione, se ne sta colle braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani; non si trova più regni né imperi che vadano gonfiando e scoppiando come le bolle, perché sono tutti sfumati; non si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano 1’uno all’altro come uovo a uovo.” ]
(Giacomo Leopardi, “Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo” [“Dialogue Between a Sprite and a Gnome”], Operette Morali, 1835; translated by G. Cecchetti)

venerdì 13 gennaio 2017

Essere Leopardi

(Leopardi secondo il Faccioli, 1883)
A causa del fatto che Rai Tre in questo momento sta trasmettendo il famoso film dedicato al Leopardi, centinaia di italiani si sono messi a cercare su Google porcherie varie riguardanti il Poeta, come ho potuto constatare dalle chiavi di ricerca che indirizzano a un mio vecchio post (Il sesso di Leopardi, 8 settembre 2015).

È una cosa doppiamente triste, sia perché il famigerato “popolo del web” alla fine si fa sempre dettare le regole dalla tv, sia perché è ormai da quasi due secoli che siamo ossessionati da questa storia: “Leopardi vergine”; “Giacomo Leopardi sessualità”; “Leopardi masturbazione” (e altre cose irripetibili) ecc…

È una fissazione così potente che persino l’“Adnkronos” presenta la notizia che una nobildonna si innamorò del Poeta come uno scoop (Leopardi, dama invaghita del Poeta..., 17 marzo 1998):
«Non ci sono solo amori sfortunati o immaginari nella vita di Giacomo Leopardi: c’è anche una dama stregata dal suo fascino intellettuale, dal poeta non ricambiata ma evitata, quando si rese conto dei suoi sentimenti versi di lui. Una dama, conosciuta nel 1827 durante il primo soggiorno a Firenze, che per comprendere meglio il difficile carattere dell'uomo che stimava oltremodo decise di recarsi a Recanati in cerca di risposte. Si chiamava Carlotta Lenzoni de’ Medici, nome noto ai biografi di Leopardi, ma il cui interessamento verso l’autore delle Operette morali viene illuminato dalla scoperte di sei lettere inedite pubblicate sul nuovo numero del periodico “La rassegna della letteratura italiana”.
Rinvenute nella Biblioteca Nazionale di Napoli dalla ricercatrice Elisabetta Benucci, le missive della Lenzoni de’ Medici sono indirizzate ad Antonio Ranieri, l’intimo amico di Leopardi, e scritte in un periodo che va dal 1833 al ’37, gli anni del suo ritiro napoletano. Il primo documento mostra l’ansia di Carlotta per l'imminente viaggio verso Napoli dei due amici e il timore di non poter salutare il Poeta per l’ultima volta: “Salutate Leopardi, e diteli che non lo perdonerò, se parte, senza che lo riveda”.
In una lettera successiva la Lenzoni si mostrava contenta delle notizie che giungevano da amici comuni, secondo le quali la permanenza in una diversa città aveva giovato alla salute del Leopardi e ringraziava Ranieri dell’affetto incondizionato che riservava all’amico: “Sono anche contenta che il soggiorno a Napoli vadia ad esservi più piacevole, vorrei che fosse lo stesso per Leopardi. […] Mi sembra quasi un destino che i grandi ingegni debbino essere nocivi a se stessi per causa di stravaganza a rapporto alla salute? Io vi lodo sempre di più per la costante amicizia che li dimostrate, fateli i miei saluti, e dateli le mie nuove le quali per riguardo alla salute ad onta del pessimo tempo che abbiamo sono ottime”».
In un’altra lettera datata 30 ottobre 1834, la Lenzoni racconta a Ranieri di aver fatto “un giro nelle Marche” passando per Recanati, e di essersi invaghita pure del natio borgo selvaggio: «Dite a Leopardi, che non ho veduto un Paese più gradevole, e ne ho avute tali informazioni che veramente ha ragione di non poter amare la sua Patria?».

La semplice constatazione che il Leopardi ebbe comunque una possibilità in più di quelli che oggi cercano su Google motivi per deriderlo dovrebbe placare un po’ la curiosità. Sinceramente, quando mai qualcuna ha chiesto di noi a chicchessia, o addirittura è venuta a cercarci al paesello? Ricordate quel che diceva un altro poeta: noi semo quella razza… Ai tempi dei social network tale consapevolezza non può che acutizzarsi. Perciò il “Giacomo Leopardi” che ognuno di noi va cercando forse non è che il capro espiatorio di tanti fallimenti.

Invece il Leopardi reale avrebbe almeno potuto “combinare”, anche se evitò per una serie di motivi sui quali è inutile dilungarsi, soprattutto per non scadere nel letterario (riguardo alle illazioni sull’avvenenza della dama, non ho trovato alcun ritratto per poter giudicare, sebbene già da questo si potrebbe dedurre qualcosa).
Bisogna altresì vedere le cose in prospettiva: all’epoca del Leopardi, e per uno come Leopardi, avere una spasimante rappresentava tutto sommato un piccolo successo. Al giorno d’oggi, viceversa, sui nostri magri bottini incombono continuamente i parametri imposti dal pansessualismo (perlopiù immaginario, come è noto, ma comunque incombente).

Del resto nemmeno questo è importante, perché alla fine tutti i grandi tombeur de femmes della nostra epoca si sono rivelati essere Giacomo Leopardi: George Clooney sputtanato dalle ex, è Giacomo Leopardi; Alain Delon che vuole suicidarsi, è Giacomo Leopardi; Rocco Siffredi malato di sesso, è Giacomo Leopardi. E non andiamo troppo indietro, con Rodolfo Valentino, il Casanova di Schnitzler e tutti gli altri… Non c’è proprio nulla di male, a essere Giacomo Leopardi. Lui non lo sapeva, noi sì.

giovedì 12 gennaio 2017

Ebrei (G. Culicchia)

«EBREI. Autoproclamatisi “Popolo eletto”, sono vittime di razzismo. Dopo quello che hanno passato, hanno sempre ragione. Schierarsi necessariamente dalla loro parte. In occasione della Giornata della Memoria, proclamare: “Occorre mantenere vivo il ricordo perché certe cose non accadano mai più”. Se non lo si è, evitare di fare battute sugli ebrei, pena la pubblica riprovazione seguita da licenziamento o dimissioni. Tenere altresì a mente che qualsivoglia critica anche minima alla politica estera dello Stato di Israele comporta l’iscrizione d’ufficio nella lista degli antisemiti e dunque la conseguente pubblica riprovazione seguita da licenziamento o dimissioni. Da ciò non sono esclusi neppure gli ebrei, come dimostra il caso del professor Ariel Toaff, figlio dell’ex rabbino capo della comunità ebraica romana nonché rabbino a sua volta, che comunque non aveva criticato tale politica, ma solo scritto un libro citando certi usi e costumi medievali del Popolo eletto. Evitare di chiamarli rabbini»
(Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune, Einaudi, Torino, 2016, pp. 82-83)

sabato 7 gennaio 2017

Quando Mattioli crede in te


«Raffaele Mattioli, l’economista e dirigente della Banca Commerciale Italiana che per primo aveva creduto in lui commissionandogli rapporti politici ed economici dall’Estremo oriente…»
Così la voce di “Wikipedia” dedicata a Tiziano Terzani (1938-2004). È una liaison che pochi conoscono, anche se lo scrittore stesso ne parlò in uno libro-intervista postumo (La fine è il mio inizio, 2004), come di una “stupenda, segreta, romantica serie di incontri”, definendo il presidente della Comit “uomo meraviglioso, coltissimo, intelligente, coraggioso”.

Come fece un comunista di fede polpottiana, che cambiò idea solo quando “gli amici dei comunisti russi attaccarono gli amici dei comunisti cinesi” (P. Gheddo), a convincere un banchiere (seppur “umanista”) a finanziare i suoi soggiorni in Oriente?
Non è un dato secondario della biografia dello scrittore: senza i mille dollari al mese di Mattioli, probabilmente Terzani non sarebbe diventato un pezzo grosso dell’intellighenzia nostrana. Come ricorda un giornalista di “Repubblica”: «Terzani ha un amico che lo aiuta, Raffaele Mattioli, economista, banchiere conosciuto in Olivetti. Gli dice che lo sosterrà economicamente a Singapore in cambio di informazioni finanziarie sulle piazze asiatiche. Così lui può dire allo “Spiegel” io vado comunque, se volete lavorerò per voi. A Singapore, dopo un anno, lo “Spiegel” lo assume» (Terzani, i diari di un testimone del Novecento, 1 maggio 2014).

Mattioli sentì parlare di Terzani all’Olivetti, dove negli anni ’60 il giovane cronista aveva fatto una rapida carriera, non priva di sbocchi a livello internazionale (a Singapore c’era infatti un’importante rappresentanza dell’azienda italiana). Un giorno il banchiere-umanista lo chiama nel suo ufficio e gli fa questa proposta: «Scrivimi una volta al mese una lettera in cui mi dici cosa pensi della situazione politica dei vari Paesi del Sud-est asiatico, e io al mese ti pago mille dollari».
Terzani fu sempre riconoscente per quell’opportunità, come dimostra una lettera indirizzata ad Antonio Monti (capo della rete estera della Comit) ritrovata di recente nell’Archivio storico della banca, in cui afferma che il suo libro sulla liberazione di Saigon, Giai Phong!, in realtà fosse segretamente dedicato a Mattioli, «che quando cercavo una via per andare a vivere in Asia mi offrì i suoi consigli e il suo aiuto» (altri importanti dettagli su tale “amicizia” si possono trovare in questa pagina).

Al di là dei risvolti storici e culturali (se non iniziatici ed esoterici), la storia è istruttiva su come funzionavano le cose nei bei tempi andati: uno ti dava i soldi e tu scrivevi quello che volevi. È chiaro che il tutto rimaneva confinato nel recinto della cultura dominante, ma con mille dollari al mese uno poteva ritagliarsi tranquillamente  il suo spazio. Non che poi Terzani, con tutto il rispetto, fosse un campione di onestà intellettuale: la sua intera bibliografia è all’insegna dell’ipocrisia (e del pentimento tardivo), prima nei confronti dei più sanguinari regimi socialisti, poi con la passione per l’orientalismo spinto, la medicina alternativa e le buddhanate varie, che al momento opportuno mise da parte per affidarsi all’esecrabile farmacopea “occidentale”.

È così quindi che nascevano i “venerati maestri” (l’espressione, come è noto, è di Berselli, che ovviamente non risparmiò i suoi strali anche per il “terzansimo”); oggi purtroppo non c’è più un Mattioli che creda in noi (a parti certuni che ci chiedono di venderci senza nemmeno pagarci). Penso che l’unico “mecenate” su cui dovremmo contare tra qualche anno sarà il solo Bacchelli.

venerdì 6 gennaio 2017

Fidel è apparso alla Madonna


Non abbiamo celebrato la scomparsa di Fidel perché francamente difettavamo un po’ di quei “sentimenti di dolore” che invece hanno sconvolto l’attuale Pontefice. Sperando che il tempo abbia lenito la sofferenza, pubblichiamo un’enigmatica cartolina devozionale che ritrae la Vergine sulla Sierra Maestra al Lider Maximo, mentre lo incita ad attuare la riforma agraria e dare la terra ai contadini.

La fonte è una rivista italiana di fotografia degli anni ’70, che non indica da dove l’ha presa. Le informazioni sulle apparizioni cubani sono, in generale, evanescenti. Secondo una leggenda fantapolitica, la CIA negli anni ’60 avrebbe pianificato di proiettare immagini olografiche di Maria nei cieli di Cuba per far credere al popolo che Castro fosse l’Anticristo e favorire così un colpo di stato (considerando gli altri progetti dei servizi segreti americani, quali avvelenare i sigari o far cadere la barba di Fidel, non è difficile credere che esista un fondo di verità).

L’unica testimonianza su questa storia che finora ho trovato è quella di Salvador Freixedo (classe 1923), ex gesuita galiziano (espulso dall’Ordine nel 1969), esperto di parapsicologia, che visse anche per un breve periodo a Cuba (nel 1957), finché venne invitato a lasciare l’isola dallo stesso dittatore Batista che non aveva gradito una sua opera sulle ingiustizie sociali del regime (almeno questo è quanto dicono le biografie).
Il volume in cui è contenuta è Las Apariciones Marianas, pubblicato nel 1985 (Editorial Posada, Madrid) e aggiornato nel corso delle ristampe. Nel testo non è presente alcuna indicazione bibliografica, dunque è impossibile verificare l’autenticità di quanto sostiene l’autore:
«[...] Hace apenas dos años, en medio de la bahía de La Habana se vio lo que parecía ser una imagen de la Virgen flotando en el aire. El  pueblo  habanero  que, al  igual  que  todo  los  pueblos  cuya  libertad  religiosa  es aplastada o de alguna manera sofocada, tiene el instinto religioso en carne viva, no dudó un momento  en  identificar  lo  que  veía,  con  la  Virgen  de  Regla  cuyo  santuario  se asoma a la misma bahía donde se producía la visión. Ni que decir tiene que dada la escasa devoción mariana de Fidel Castro, éste no vio con muy  buenos  ojos  el  fenómeno  y  según  noticias  que  han  llegado  hasta  nosotros, las autoridades mandaron abrir fuego de fusil contra la mística aparición.
[...] Según más de un periodista, sí parece que la “cosa yanki” llamada CIA estuvo interesada en inmiscuirse en el asunto de las apariciones de la Virgen no hace mucho tiempo, en mitad de la bahía de La Habana, de las que hablamos en un capítulo anterior. Según estos perpetuos sospechadores, tales misteriosas apariciones, que tanto molestaron al régimen de Castro no fueron sino proyecciones hechas por rayos laser, o algo por el estilo, desde un submarino situado a no mucha distancia de la costa cubana. Por extraño que pueda parecer, ésta fue la insinuación que hicieron algunos periodistas. Yo ni quito ni pongo rey sino que me limito a dejar constancia. Aunque tengo que confesar que por varias razones se me hace un poco difícil de admitir toda esta sospecha»

(“Appena due anni fa, nel bel mezzo della baia dell’Avana si vide quella che sembrava essere un’immagina della Vergine Maria sospesa nell’aria. Il popolo cubano, che, al pari degli altri popoli la cui libertà religiosa è schiacciata e soffocata, possiede un istinto religioso molto vivo, non ha esitato un istante nell’identificare ciò che ha visto con la Vergine di Regla, il cui santuario si affaccia proprio sulla baia dove ebbe luogo la visione. Inutile dire che, data la sua scarsa devozione mariana, Fidel Castro non vide di buon occhio il fenomeno e, secondo alcune notizie che ci sono giunte, le autorità cubane ordinarono ai soldati di aprire il fuoco contro l’apparizione mistica.
[…] Secondo più di un giornalista, sembra che l’“entità yankee” chiamata CIA non molto tempo fa fosse interessata a interferire nelle apparizioni della Vergine nel mezzo della baia dell’Avana, di cui abbiamo parlato in precedenza. Secondo questi eterni diffidenti, le misteriose apparizioni che tanto infastidirono il regime di Castro, non furono che proiezioni fatte coi raggi laser, o qualcosa del genere, da un sottomarino posizionato non lontano dalla costa cubana.
Per quanto possa sembrare strano, tali furono le insinuazioni di alcuni giornalisti. Io mi limito a registrare quanto affermato senza prender posizione, anche se devo ammettere che per diversi motivi trovo un po’ difficile accettare questi sospetti”)