domenica 22 ottobre 2017

Sua Eccellenza Abe Shinzo

Sua Eccellenza Abe Shinzō ha stravinto (“Repubblica”) le elezioni giapponesi. Difficile trattenere l’entusiasmo, pensando solo a come questo leader abbia già dimostrato la sua grandezza travestendosi da Super Mario alla presentazione delle Olimpiadi di Tokyo 2020, in una fantasmagoria atta a riaffermare i primati nipponici nell’ambito dei cartoni animati, dei fumetti e dei videogiochi (un punto molto importante, come vedremo immediatamente).


A questo punto siamo costretti a fare un po’ di polemica, osservando che negli ultimi anni si è tentato in qualsiasi modo di infangare il Giappone: i media occidentali hanno costantemente manipolato l’immaginario collettivo per far apparire questo grande Paese come una specie di gerontocrazia militarista, ormai surclassata dai cinesi e destinata a un’inarrestabile decadenza.

I motivi per cui anche in Italia si è passati da una vera e propria “nippomania” (non solo a livello nazionalpopolare, con i manga le macchine e tutto il resto, ma pure in settori più ricercati come filosofia, letteratura, cinema) a un’inconscia diffidenza verso qualsiasi cosa provenisse dal Paese del Sol Levante non sono ancora del tutto chiari.

Dalla prospettiva americana, si può ipotizzare l’influenza sempre più pervicace della Cina tra le loro élite; per quanto riguarda invece la povera Europa, il sospetto è che l’espansiva Abenomics rappresentasse un cattivo esempio per un continente auto-condannatosi all’austerità, alla deflazione e alla recessione perpetua. 

Ora tuttavia riemerge il modello di una nazione progredita e coraggiosa, dalla fantasia inesauribile (chi avrebbe mai detto infatti che un popolo così cerimonioso e austero avrebbe regalato al mondo oltre trent’anni di intrattenimento). Le ricette di Abe sono vincenti, e non solo a livello elettorale: forse qualcuno, per puro conformismo, comincerà a imitarlo, ormai fuori tempo massimo. Tuttavia, tanto per evidenziare un particolare decisamente attuale in questi frangenti, il premier giapponese rimpiazzò il governatore della banca centrale con uno dei suoi uomini un attimo dopo esser stato eletto. Sembra solo un dettaglio ma, come dice un vecchio motto (più che mai valido nella patria del formalismo), lo stile è l’uomo.

sabato 21 ottobre 2017

Votate Dracula


Un amico mi segnala in zona Tiburtina un manifesto rivolto alla diaspora romena, chiedendomi delucidazioni sul perché nel simbolo del partito ci sia nientedimeno che Vlad l’Impalatore. La spiegazione è all’apparenza piuttosto semplice: “Dracula” in Romania è considerato una sorta di eroe nazionale, un crociato, un difensore della fede. Il Paese è costellato dei suoi busti e le sue gesta si studiano a scuola, quindi è assolutamente comprensibile che un romeno della diaspora lo utilizzi nel logo del suo partito (così in effetti ho risposto di primo acchito).

Tuttavia, dopo una breve ricerca, mi sono accorto che la situazione non è poi così pacifica: negli ultimi decenni si è verificato una diffusa opera di revisionismo nei confronti del buon Țepeș, che ha finito per farlo apparire meno venerabile rispetto al passato.

Insomma, pare che il buon Dracula non metta più d’accordo tutti, tanto è vero che in Romania sono scoppiate polemiche proprio riguardo al simbolo, che a detta dei critici giustificherebbe i metode dure utilizzati dall’Impalatore. La stessa formazione politica che ha commissionato il manifesto, il “Partito della Romania Unita” (Partidul România Unită), non è esente da critiche per il suo orientamento ultra-nazionalista e la sua opposizione alle quote migranti, all’euro e ai matrimoni omosessuali. Se osserviamo il simbolo più da vicino, possiamo inoltre notare che, dietro il “testimonial”, la cartina mostra la Romania unita alla Moldavia, poiché ovviamente România Unită rivendica anche il ricongiungimento con i fratelli d’oltreconfine in nome della Românitate.

Dunque persino Vlad Țepeș è diventato un personaggio “politicamente scorretto”. Dove andremo finire? Il primo paragone che mi viene in mente, mutatis mutandis, è con Garibaldi (da eroe e patriota a corsaro e genocida nel giro di un secolo e mezzo); se non altro il mito di Vlad ha resistito più a lungo e “fino all’ultimo” (anche grazie a Ceausescu che gli fece dedicare una moltitudine di statue, film e francobolli).

Giovanni Papini în România (și în Italia)


În ultimele luni am studiat limba română. Încă sunt un începător, dar tot aș vrea ă încerc să scriu ceva. Aș vrea să vorbesc despre o legătura puternica între cultura românească și cea italiană, reprezentată de Giovanni Papini.

Se pare că, acest scriitor este mai popular în România decât în Italia. Da, am observat căÎn ultimii câțiva ani, au fost reprintate multe cărți lui Papini: spre exemplu, Chipuri de oameni, Viața lui Iisus, Diavolul, Dante viu și Gog
În schimb, prin parțile noastre… aproape nic. Doar în ultimii zece ani, a fost o revenire a interesului, probabil pentru că a fost uitat trecutul lui cu fascismul.

Din această cauză, de-a lungul intregii perioade postbelice singura interpretare legitimă a lui Papini a fost acela a decanului criticilor italieni, Giorgio Barberi Squarotti, care a descris scriitorul ca „plicticos“, „nemilos“, „supărat“, „iresponsabil“, „meschin“, „provincial“ și „antisemit“.

Nu contează că Papini să fie lăudat de Jorge Louis Borges („Daca in acest secol cineva poate fi comparat cu Proteu egipteanul, acest cineva este Giovanni Papini“), William James și (bineînţeles!) Mircea Eliade: pentru intelectualii italieni, el rămânea fascio mereu. Un discurs similar este valabilă pentru cultura catolică: Papini nu-i place atât la „dreapta“ cât și la „stânga“ religioase, deși a fost citat nimeni altul decât papa Paul al VI-lea și Benedict al XVI-lea (care a definit Viaţa lui Isus „emoționant“). Aparent, numai măreția recunoaște măreția...

venerdì 20 ottobre 2017

La fine dell’Europa tra redenti e irredenti

Fisiologia comica dell’Europa animale (A. Belloquet, Bruxelles, 1882)
La crisi catalana (indipendentemente da come –e se– si risolverà) ha dato il via a un processo che finirà per mettere le nazioni europee di fronte alle proprie responsabilità: quanto accade ora in Spagna è infatti solo una conseguenza dell’ingenuità e dell’avventurismo con cui ci si è infilati in una “Unione” dalla natura profondamente anti-storica.

Mentre negli ultimi decenni il mondo intero, per effetto della decolonizzazione e del crollo dei vari imperi (compresa l’Unione Sovietica), andava sempre più frammentandosi in nuovi Stati, le classi dirigenti del Vecchio Continente, chi in posizione di forza e chi in subalternità, decidevano di cancellare i propri confini e integrarsi in una super-nazione senza capo né coda.

Purtroppo il “rimosso” torna sempre, e non soltanto in senso psicologico (ma anche l’inconscio collettivo è importante): nel caso della Catalogna, nonostante i sostenitori del secessionismo abbiano colorato i propri proposito di tinte rosso-arcobaleno (“internazionalismo”, “europeismo” eccetera), è evidente che ciò che vogliono è propria una nazione, e non una semplice regione, un’enclave o un hub. La lingua della Repubblica Catalana, qualora dovesse sorgere, non sarà l’esperanto, ma il catalano. E l’esercito non sarà europeo, ma, ancora, catalano. Punto.

Col senno di poi, possiamo apprezzare il fatto che in questa Europa anche chi sembra “vincente” alla fine deve sempre pagare un qualche prezzo: la Spagna di Rajoy, alla quale è stato concesso negli ultimi anni di sforare ripetutamente il fatidico “tetto del 3 per cento” solo a scopi propagandistici (passare per “scolaro modello” agli occhi dei Paesi del Sud), per contrappasso ora è costretta a sorbirsi la “lezioncina europeista”, addirittura da una nazione all’interno della propria!
Non pare peraltro casuale che la situazione sia degenerata subito dopo le ultime elezioni tedesche, dalle quali la Merkel è uscita piuttosto indebolita. Alla Germania in fondo andavano benissimo le intemperanze finanziarie della Spagna, finché consentivano di “disciplinare” indirettamente un concorrente commerciale come l’Italia (quante volte il “miracolo iberico” è stato sbandierato dalle nostre parti?).

Tuttavia, persino tale atteggiamento all’apparenza così machiavellico ha poi dovuto arrendersi alla natura quasi “entropica” dell’UE (esemplificabile con l’immagine della “coperta corta”). Proviamo a immaginare, anche a costo di scadere nell’ucronia (o nella distopia tout court), qualche scenario alternativo: per esempio, se la Germania avesse eletto l’Italia a “pupillo del Sud”, il suo modello mercantilistico ne sarebbe uscito sconfitto, ma in compenso a quest’ora al posto della Catalogna ci sarebbe il Südtirol. Insomma, l’europeismo è un gioco a somma zero: il surplus tedesco a livelli galattici è costato all’Euro-Germania l’incapacità di porsi come mediatrice nelle sfide cruciali che l’Unione dovrà necessariamente affrontare (finora le sta perdendo tutte, da Nord a Sud, da Est a Ovest), o comunque le ha impedito di esercitare una forte egemonia sui propri Stati satelliti.

Visto che l’abbiamo evocato, parliamo proprio del Sud Tirolo, il “nostro” Alto Adige. Gli italiani, che assistono un po’ spaesati alla crisi spagnola paventando tutt’al più qualche contraccolpo sulla “Padania” o la “Serenissima” (in verità italiane al 100%), dimenticano che il pericolo più grande viene dal Nord del Nord.
L’epoca d’oro delle “prebende” (ricordata sagacemente in questi frangenti da Una foto diversa della prima Repubblica) è finita da tempo. Da quando siamo in Europa, le istituzioni altoatesine non perdono occasione per manifestare le proprie ansie separatiste (con l’unico beneficio del passaggio dalla via dinamitarda a quella burocratica): nel 2006 113 sindaci hanno chiesto all’Austria di riconoscersi nella propria Costituzione “potenza tutrice dell’autonomia dell’Alto Adige”; nel 2011 il Presidente della Provincia autonoma di Bolzano si è rifiutato di celebrare l’Unità d’Italia; nel 2014 Eva Klotz ha promosso un referendum per il distacco dall’Italia che ha portato il 92% di voti favorevoli al separatismo; nel frattempo, nelle scuole separate è ormai completamente scomparso il bilinguismo e nei diari per gli studenti il Sud Tirolo è già stato ufficialmente annesso all’Austria.
Ad acutizzare la piaga hanno contribuito anche le politiche di austerità, che hanno fatto sentire Bolzano molto meno “speciale” (in tutti i sensi) di quello che dovrebbe essere: ma, come detto, ormai la polemica è su qualsiasi punto (persino sui vaccini) e la “deriva catalana” appare sempre più prossima.

Perciò non illudiamoci che gli italiani abbiano già pagato il “conto dell’europeismo” con l’austerità, la recessione, la disoccupazione, la distruzione della sanità, della scuola, dell’industria e delle banche: se il calice va bevuto fino alla feccia, illudendosi che dopo i “sacrifici” si giungerà alla terra promessa, allora avremo davvero la nostra “redenzione” terrena. Ma non sarà quella che intendiamo noi: solo qualcuno, forse, riuscirà a morire tedesco; ma tutti gli altri moriranno europei

giovedì 19 ottobre 2017

I catalani a lezione dagli sloveni

Con il passare delle settimane (e la precipitazione degli eventi), comincio a provare sempre più simpatia per la causa catalana. Non credo di essere in contraddizione con quanto scritto in precedenza (qui, qui e qui), poiché fondamentalmente è stata la reazione del governo spagnolo a farmi cambiare idea: non per la violenza in sé (tutti sono violenti, anche gli indipendentisti quando violano le regole da tutti riconosciute nella costituzione), quanto per il fatto che Madrid l’abbia esercitata tutt’altro che in difesa degli Stati-nazione (riconoscendo quindi che l’Unione Europa mette in pericolo una delle forme fondamentali che gli esseri umani si sono dati per stabilire delle relazioni), ma in nome… dell’Europa.

Pestare delle vecchiette per qualcosa che non si sa nemmeno cosa sia, è un comportamento a dir poco sconcertante. Peraltro, detto en passant, i complottisti dovrebbero tirare un po’ il fiato: l’“Europa” è stata sin dall’inizio dalla parte di Rajoy (il poster child della meridionalizzazione forzata dei PIGS) e ha rifiutato di svolgere qualsiasi ruolo di mediazione.

A un certo punto è necessario riconoscere che quanto sta accadendo in Spagna non c’entra nulla con l’Eurotopia di Freddy Heineken, né con la Paneuropa di Kalergi, oppure la balcanizzazione, la regionalizzazione eccetera: la Catalogna infatti non vuole diventare una regione (lo è già), ma una nazione. La dicotomia in tal caso non è più quella tra Nazioni e Regioni (perché, ripetiamo, le prime non esistono più e le seconde esistono già), ma tra macroregioni e micronazioni. È lo scontro paventato dal grande e irreprensibile Edgar Morin in un testo del 1991 (L’Europa nell’era planetaria), nel quale il filosofo, dopo aver sostenuto che lo Stato-nazione (da egli riconosciuto come una delle più grandi invenzioni europee) ha esaurito il suo ruolo “progressivo”, sostiene che:
«la possibilità di un regionalismo […] è assai differente, e, per molti aspetti, di segno decisamente opposto, rispetto alla gran parte dei localismi che i problemi dell’attuale assetto europeo fanno proliferare su basi talvolta etniche, talvolta economiche e sociali. Questi localisrni sono esposti al rischio di concepire le regioni come Stati nazionali in miniatura, di enfatizzare più le separazioni e le sovranità assolute che le integrazioni e i circuiti di cooperazione. Nei casi peggiori, si accompagnano a una retorica della presunta “purezza” di taluni caratteri (o valori) regionali, dimenticando quello che a suo tempo aveva dimenticato la retorica degli Stati nazionali: che la mescolanza di caratteri e di valori è onnipresente nello spazio culturale europeo, e che ha sempre giocato un ruolo creativo».
E qui ci fermiamo, perché le tesi di Morin diventano troppo ridicole per meritare altre citazioni; tanto per farsi due risate, segnaliamo che all’epoca il Venerato Maestro auspicava un’Europa “transazionale” basata sui gemellaggi, il turismo, i “giovani”, i concerti rock (sic!) e i festival jazz (ri-sic!). 
In sostanza, l’Europa di Morin sarebbe dovuta nascere da un Erasmus a Barcellona: eppure ora è la stessa Catalogna a “uccidere il chiaro di luna” e a reintrodurre prepotentemente nel discorso politico l’idea di nazione (inoltre, vorrei ricordare che presentarsi più accoglienti, solidali e “meticci” dell’Unione Europa è pure quello un modo, seppur sui generis, per rivendicare la propria “purezza”).

Al di là della teoria, c’è una circostanza “pratica” che pochi hanno sottolineato (forse per timore di riconoscere che la Catalogna desidera diventare una repubblica e non una semplice stellina su uno stendardo), e cioè che, come ricorda un profilo tracciato da “El País”, nel 1991 Puigdemont «hizo un viaje a Eslovenia para observar el proceso de independencia allí». 
In effetti è da anni che l’intera classe dirigente catalana intrattiene importanti rapporti diplomatici con la Slovenia: ciò potrebbe spiegare infine le ultime mosse del leader centrista, al momento interpretate come un ripiegamento o una dimostrazione di codardia. Egli pare intenzionato a seguire fedelmente il percorso già intrapreso da Lubiana: in primo luogo, proclamando un referendum incostituzionale; poi, procrastinando la dichiarazione di indipendenza in attesa che i mediatori internazionali si inseriscano nella contesa; infine, decretando la secessione come ultima ratio.

Certo potrebbe suscitare perplessità il fatto che non si siano tenute in conto le abissali differenze (la Spagna, oltre che dell’UE, fa parte della NATO); tuttavia, quale delizioso paradosso storico che la Slovenia, riconosciuta con una forzatura dalla Germania (e fatta entrare nell’eurozona con gli stessi metodi), decretasse la fine di un’Unione a egemonia tedesca comportandosi come Berlino nel 1991, cioè riconoscendo unilateralmente l’indipendenza della Catalogna.

Copertina della rivista slovena di estrema sinistra Mladina (“Gioventù”)
dedicata ai torbidi catalani

lunedì 16 ottobre 2017

Comunicazione di servizio (Twitter)


Un breve messaggio per avvisare i miei venticinque lettori che ho cancellato l’account di Twitter. Il motivo principale (in realtà l’unico) è di natura “tecnica”: Twitter nega le “anteprime” ai post della piattaforma di Google (Blogger), di conseguenza chiunque ha un blog “targato” blogspot è sempre penalizzato nella timeline.

Per spiegarmi meglio: qualsiasi pagina che voi linkate su Twitter produrrà per il 99% dei casi una “miniatura” che inviterà gli altri a cliccare. Al contrario, gli utenti di Blogger sono automaticamente esclusi da tale meccanismo: ho provato anche a chiedere delucidazioni all’assistenza del celebre social network, ma non c’è stata alcuna risposta.

Il motivo, inconfessabile, potrebbe essere una sorta di “rappresaglia” di Jack Dorsey nei confronti di Larry Page (spero siano giusti i nomi dei due proprietari, non mi intendo di cultura gay), dal momento che quest’ultimo col suo “Google+” tenta da anni di scalzare tutta la concorrenza (ma non ce la fa, infatti mi sono cancellato pure da lì!).

In sostanza, ogni volta che mettevo uno dei miei post su Twitter, ero costretto ad accompagnarlo con un’immagine per renderlo più “accattivante”: il risultato paradossale è che c’erano più visualizzazioni della foto che click sul link! Le persone che usano i social network sono molto sbrigative e probabilmente ragionano in questo modo: “Mi hai già fatto aprire l’immagine e vuoi farmi perdere tempo con un ulteriore passaggio? E io il link non te lo clicco!”.

Per il resto, chiunque mi seguiva lì può farlo direttamente sul blog. Non ho perso tempo a mandare baci e abbracci tanto avete la mia email (alcuni pure il numero telefono), e ovviamente potete continuare a commentare qui.

Penso che se mi riscriverò a Twitter, sarà solo quando avrò raggiunto quel minimo di visibilità in grado di sopperire alla penalizzazione delle anteprime mancate, perché al momento questa situazione mi innervosisce e basta. In fondo l’unico motivo per cui lo utilizzavo era promuovere il blog e nient’altro (per le altre cose basta Facebook, o direttamente la vita reale).

Aggiungo che se ho scelto la piattaforma offerta da Google, dopo anni di Wordpress, è proprio perché credevo mi avrebbe garantito maggior visibilità. Invece noto anche qui un paradosso, e cioè che da qualche tempo le visite da DuckDuckGo e Yandex stanno quasi surclassando quelle da Google. Che diavolo sta succedendo, siete diventati tutti Snowden e Assange (peraltro pure loro impegnati nella tipica catfight internettiana)?

PS: Ringrazio Angheran70, un vero eroe spammatore. Gli prometto che tornerò su Twitter non appena il blog avrà raggiunto il milione di visite.

PPS: Mi spiace che Ikke abbia scoperto della mia dipartita mentre cercava di taggarmi. Comunque, visto che ci siamo, rispondo alla domanda anche perché la questione è semplice: Vlad l’Impalatore in Romania (e Moldavia e Bucovina) è considerato un eroe nazionale, un crociato, un difensore della fede. Il Paese è costellato dei suoi busti e le sue gesta si studiano a scuola, quindi è assolutamente comprensibile che un romeno della diaspora lo utilizzi nel logo del suo partito. (no, la questione non era così semplice – qui una risposta più approfondita).

I curdi avranno pane per i loro denti

La “curdomania” occidentale sta raggiungendo livelli allarmanti: non solo per gli scalmanati che partono a combattere direttamente con l’YPG e le altre formazioni paramilitari o terroristiche (i quali andrebbero trattati come foreign fighters, perché chi va a cercarsi grane solo per aver letto un articolo su internet o aver visto passare qualche immagine in tv, è un pericolo per la società), ma pure per le prefiche del ceto medio semicolto, i filosionisti col pugnale fra i denti (Israele è il miglior alleato dei curdi nell’area) e giù giù fino alle allegre comitive di squatter, antifa e scalzacani assortiti.

Per provare a demolire un po’ di mitologia resistenziale sorta attorno all’immaginario “Kurdistan”, vorrei segnalare il sito della giornalista siriana (di origine siriaca) Sarah Abed che, seppur “di parte”, testimonia l’avversione che le altre minoranze mediorientali nutrono nei confronti dei pupilli di Israele e dell’Occidente.

La violazione dei diritti dei gruppi minoritari (siriaci, yazidi, armeni, arabi) nel Kurdistan iracheno è sistematica e prosegue ormai da decenni: non parliamo solo di pulizia etnica, ma anche di un “genocidio culturale” al quale queste popolazioni sono state sottoposte. Così come nel 1915 i curdi parteciparono al genocidio armeno (e assiro) “ripulendo” quelle terre che ora rivendicano come proprie, allo stesso modo negli ultimi anni hanno cancellato le tracce delle culture più antiche (assira, armena e aramea), modificando la toponomastica non solo delle città (vedi Nohadra trasformata in Dahuk), ma anche dei siti di interesse storico. Secondo la Abed, è attraverso tale manipolazione che i curdi sono riusciti a creare dal nulla una tradizione millenaria sulla quale basare le proprie pretese di egemonia e indipendenza.

Come afferma il giornalista di origine siriaca (esule in Svezia) Augin Kurt Haninke, «nonostante l’oppressione che hanno subito da parte dei turchi, i curdi non hanno mai imparato a essere tolleranti. Il loro scopo nel Nord dell’Iraq è quello di assimilare o espellere le popolazioni indigene assire che vivono lì da sette millenni».

Ci sono alcuni atti particolarmente odiosi di cui le milizie curde si sono macchiate durante la guerra civile siriana. Per esempio, il brutale assassinio, avvenuto nell’aprile di due anni fa, del generale assiro David Jindo, attirato dall’YPG in una trappola con la scusa di una cooperazione e torturato e giustiziato. Le informazioni riguardo a tali vicende sono rarefatte e sporadiche, poiché ovviamente la loro diffusione rovinerebbe l’immagine dei “santi guerriglieri” (a fumetti); tuttavia grazie al lavoro della diaspora in contatto con le varie armate rimaste fedeli al regime siriano, il generale Jindo è già entrato a far parte dell’epica siriaca, accanto a nomi che conosciamo poco, come quello del patriarca nestoriano Mar Shimun XXI Benyamin (1887-1918), ucciso anch’egli a tradimento dal capo tribale curdo Simko Shikak (uno dei più feroci sterminatori di cristiani persiani).

In generale i curdi, come abbiamo già avuto modo di osservare, sono intolleranti verso tutte le altre minoranze perché si sentono perennemente accerchiati (al pari di Israele, che infatti in Medio Oriente non ha amici). Il vandalismo anticristiano, incoraggiato dai loro imam, è sfociato nei tumulti del dicembre 2011, quando vennero distrutti negozi di liquori, alberghi, ristoranti appartenenti ai siriaci e yazidi di Dahuk. 

Un esempio recente di tale “politica” verso queste due etnie è l’imposizione del disarmo completo delle loro milizie con l’assicurazione che i Peshmerga si sarebbero occupati della loro difesa: il risultato, prevedibile, è che gli assiri sono stati lasciati completamente in balia dell’Isis.


Un altro particolare che emerge dagli articoli della Abed è la profonda corruzione su cui si fonda la gestione del Kurdistan iracheno: basti pensare che, nonostante il controllo totale sul proprio petrolio e i cospicui aiuti internazionali ricevuti negli ultimi anni, il Governo Regionale è riuscito a fare un buco di 25 miliardi di dollari. È anche per questo che il recente referendum per l’indipendenza, seppur dal risultato plebiscitario a favore del “Sì”, si sia trasformato in un boomerang per Barzani e tutti i suoi accoliti, contribuendo ad accelerare la catastrofe economica.

Le reazioni sono state dure sia da parte iraniana che, ovviamente irachena: ma il più gagliardo di tutti si è dimostrato, come al solito, il Gran Turco, Sua Eccellenza Recep Tayyip Erdoğan. Col suo stile confondibile, egli ha infatti voluto rivolgere questo messaggio agli amici curdi:
«Nonostante la nostra opposizione, il Governo Regionale del Kurdistan ha voluto fare a tutti i costi il referendum… A parte Israele, nessun altro Paese ha condiviso questa decisione. Il fatto che un singolo gruppo pretenda di imporre la propria egemonia su un’area come quella dell’Iraq del Nord, così variegata dal punto di vista religioso ed etnico, sarà occasione per nuovi conflitti e sofferenze… Chi accetterà la vostra indipendenza? Il mondo non è solo Israele. Il Kosovo è stato riconosciuto da 114 Paesi, ma è ancora in grave difficoltà. Caro Iraq del Nord, cosa potrai mai combinare assieme a Israele? Ora che cominceremo a imporre le nostre sanzioni, vi troverete in grossi guai. Ci basterà chiudere le valvole e sarà tutto finito, tutti i vostri guadagni spariranno immediatamente. Quando i nostri camion smetteranno di andare nel Nord Iraq, morirete di fame... Non distruggete il vostro domani per l’avidità del momento. Sventolare le bandiere israeliane non vi salverà…»

E dunque, malgrado le simpatie internazionali, l’incessante propaganda e l’appoggio dei centri sociali, anche i curdi avranno pane per i loro denti (anzi, non ne avranno affatto!).

domenica 15 ottobre 2017

Numismatica crimeana

La Crimea, da secoli uno dei centri commerciali internazionali (con fortune alterne!), rappresenta appunto una delle “croci e delizie” per i numismatici, che si aggirano tra le monetine di rame della colonia genovese di Caffa e le medaglie celebrative della nostra gloriosa “Campagna d’Oriente”, fino ai nuovissimi rubli in cupronichel dell’appena sorta Respublika Krym.

Ancora oggi in effetti la valuta crimeana rappresenta un’ottima cartina tornasole per rendersi conto da che parte spira il vento della storia. Non è un caso che nell’ottobre 2014, un attimo dopo l’annessione, Mosca decise di coniare delle monete da 10 rubli in onore della penisola, dedicate al Monumento alle navi affondate di Sebastopoli e al “Nido di Rondine” di Jalta:


La stessa simbologia ricorre anche nella banconota da 100 rubli, stampata nell’ottobre del 2015:


Infine, è notizia di questi giorni la creazione delle nuove banconote da 200 e 2000 rubli, rappresentanti rispettivamente le rovine greche di Sebastopoli (l’antica Cherson) e i più avveniristici Cosmodromo Vostočnyj e Ponte dell’isola Russkij:


(fonte: “Sputnik”)
Sembra che proprio queste due ultime trovate abbiano fatte saltare i nervi della Banca Nazionale Ucraina, che ha severamente proibito l’utilizzo di tali banconote sul proprio territorio.

sabato 14 ottobre 2017

Mazzini in Catalogna


Il Presidente nazionale dell’Associazione Mazziniana Italiana, Mario Di Napoli, ha scritto un’accorata lettera aperta al Presidente della Esquerra Republicana Catalana Oriol Junqueras, invitandolo a seguire il fulgido esempio del Padre della Patria:
«Le manifesto la grande preoccupazione dei mazziniani italiani per la scelta secessionista che la Esquerra Republicana Catalana sta portando avanti, senza che possa derivarne alcun vantaggio alla causa della democrazia né in Catalogna, né in Spagna, né in Europa. I grandi ideali della Repubblica democratica e federalista e degli Stati Uniti d’Europa non faranno alcun progresso in virtù di una scelta isolazionista che segnerebbe un arretramento della civiltà europea».
La soluzione avanzata dal Di Napoli assomiglia a quella di un Guy Verhofstadt qualsiasi (altro che Mazzini!): «Reform Spain into a federal state in a federal Europe», cioè «promuovere la trasformazione istituzionale di tutta la Spagna in senso repubblicano e federalista,  contribuendo in tal modo a favorire la nascita degli Stati Uniti d’Europa». Ancora più imbarazzanti le parole con cui chiude il suo appello: Viva la Repubblica, Viva gli Stati Uniti d’Europa, Viva la Democrazia universale!

Credo che il buon Junqueras (un personaggio tutto sommato simpatico) non abbia prestato molto interesse al lagrimevole llamamiento del mazziniano, anche se in pratica aveva già risposto anticipatamente in un’intervista al “Corriere” prima del referendum: «Sono di cultura italiana e capisco le vostre difficoltà a condividere il sogno catalano. Voi avete il mito fondatore dell’unità d’Italia: Garibaldi e Mazzini sono liberatori, eroi di una vittoria desiderata. Per noi catalani invece i re Borbone sono invasori e l’unità una sconfitta».

D’altronde anche la Jove Catalunya evocata dal Di Napoli era apertamente indipendentista, al pari di tutte le società gemelle nate nei Balcani, in Boemia, in Romania, in Polonia, in Irlanda eccetera, le quali appunto nacquero in opposizione agli “Stati Uniti d’Europa” dell’epoca (probabilmente invano, se oggi i mazziniani fanno certi discorsi mentre gli Asburgo-Lorena sono ancora in agguato).

Ben venga quindi il naturale rigetto di questa Super-Mega-Accozzaglia e il ritorno alla nostalgia per lo Stato-Nazione, unica forma finora in grado di garantire ai popoli un minimo di democrazia e uguaglianza. Se la lotta catalana, nominalmente anti-imperialista, intende opporsi anche all’imperialismo europeista, allora non è condannabile in senso assoluto, perché dopo aver partecipato in quanto “europei” alla criminalizzazione dell’idea di nazione, non si può appunto biasimare chi prende sul serio il progetto di dissoluzione degli Stati.

Finora una Catalogna indipendente mi era parsa una specie di Fiume per centri sociali; tuttavia, per percorsi imprevedibili, potrebbe rappresentare il granellino di sabbia che inceppa il terrificante meccanismo eurocratico. In fondo esiste sempre l’eterogenesi dei fini…

Leopardi in Catalogna

Mentre voi siete qui a ridere e scherzare, io mi porto avanti col lavoro: alcuni Pensieri (Pensaments) del Leopardi in catalano, tradotti nel 1912 da Albert Aldrich. Mi sfuggono i motivi per cui, nell’edizione originale, il curatore utilizzi il punto mediano laddove sarebbe richiesto l’apostrofo: so che al momento i catalani hanno altri problemi, ma se vogliono una nazione dovranno in primo luogo occuparsi della punteggiatura.

L
En un llibre ebreu de sentencies i maximes varies (traduït, segons se diu, de l’arabig, o més versemblantment, segons alguns, de factura ebraica), entre moltes altres coses sense importancia, s’hi llegeix que no sé quin savi, avent-li dit un: « — Jo t’estimo», respongué: «Oh! i per què no, si no ets de la meva religió, ni parent meu, ni veí, ni persona que ’m mantingui?». L’odi respecte als propris semblants es major envers als més semblants […].

LXVI
En el segle actual, ad els negres se ’ls té com de raça i origen totalment diversos dels blancs, i, no obstant, totalment iguals ad aquests en lo relatiu als drets umans. En el segle xvi.è, boi creient-se que ’ls negres tenien una relació amb els blancs, i que formaven una mateixa familia, va sostenir-se, principalment per teolegs espanyols, que, en quant a drets, eren per natura, i per voluntat divina, de bon troç inferiors a nosaltres. I en l’un i en l’altre segle ’ls negres foren i són venuts i comprats, i se ’ls fa treballar, encadenats, baix el fuet. Així es l’etica; i així, les creencies, en materia del deure moral, tant tenen que veure amb les accions. 
LXXIII
Com quasi totes los dònes, així també ben sovint els omes, i més els més superbioses, se conquisten i retenen amb el no fer-ne cas i amb el menyspreu, o bé, segona les circumstancies, amb demostrar fingidament no cuidarsen i no tenir-los en consideració. Perquè, aquella mateixa superbia per la qual un nombre infinit d’omes so mostren altius amb els umils i amb tots aquells que ’ls rendeixen onors, els fa tornar cuidadosos i sol-licits i necessitats de l’estimació i dels miraments d’aquells que no ’n fan cas o que manifesten menysprear-los. D’aquí neix, no rarament sinó sovint, i no solament en amor, una graciosa alternativa entre dues persones, o l’una o l’altra en revenja perpetua, avui cuidada i no cuidadosa, demà cuidadosa i no cuidada. Miller podria dir-se que semblant jòc i alternativa apareixen en certa manera, més o menys, en tota la societat umana; i que a tot arreu es ple de gent que si ’ls mires no miren, que si ’ls saludes no responen, que si ’ls segueixes fugen; però que, tombant-los l’espatlla o girant-los la cara, se repensen i fan acatament, i corren darrera ’ls altres. 
LXXIX
El jove no adquireix mai l’art de viure, no té, se pot dir, cap exit en la societat, i no experimenta en el tracte d’ella cap plaer, mentres li dura la veemencia dels desitjos. Com més s’apaivaga, més abil se torna per tractar els omes i a sí mateix. La natura, benignament com sol, ha disposat que l’ome no aprengui de viure sinó a mesura que les causes del viure se n’hi vagin; no sapiga ’ls medis de conseguir els seus fins sinó quan ha acabat d’apreciar-los com celestials felicitats i quan el conseguir-los no li pot causar sinó mitjana alegria: no frueix sinó quan ha esdevingut incapaç dels vius plaers. Molts, ben joves per llur edat, se troben en aquest estat que dic; i sovint ne surten bé perquè desitgen superficialment, per aver-se anticipat l’edat viril en llur esperit per un conjunt d’experiencia i de seny. Altres, mai en llur vida assoleixen el referit estat, i són aquells pocs en els quals la força dels sentiments es tant gran en principi, que pel transcurs d’anys no decreix; els quals més que tots els altres fruirien en la vida si la natura agués destinat la vida a fruir. Aquests, al contrari, són infelicissims, i criatures fins a la mort en el tracte del món, que no arriben a aprendre. 
LXXXVII
Qui viatja molt, té sobre ’ls altres aquest aventatge: que ’ls objectes de ses remembrances aviat devenen llunyans; de manera que aqueixes adquireixen, al cap de poc temps, aquella vaguedat i aquella poesia que en els altres no es possible sinó amb el temps. Qui no ha viatjat gens, té aquest desaventatge: que totes ses remembrances són de coses en certa manera presents, perquè presents són els llocs ad els quals tota sa memoria ’s refereix.

venerdì 13 ottobre 2017

Morire per la #Catalogna!

Si racconta che Carles Puigdemont, dopo aver proclamato l’indipendenza della Catalogna ed essersela rimangiata nel giro di pochi secondi (facendone così lo Stato più effimero di tutti i tempi), sia poi uscito a festeggiare coi sostenitori, i quali portandolo in trionfo si sono però sentiti ammonire “Guardate che m’avete preso per un coglione!” “Ma no, sei un eroe!” “No! Mi avete preso per un coglione!” “Ma no, sei un eroe!” “Mi avete preso per un coglione sotto la mano, mi fa male!”.

Beh, in effetti spetterà ai posteri stabilire se Puigdemont è poi passato alla storia come un eroe o come un coglione. Personalmente, dopo aver sparato a zero contro l’indipendentismo catalano (vedi qui, qui e qui), mi sento in dovere di esprimere qualche parola in suo favore: in fondo, il mio bersaglio erano soprattutto quei sicofanti italioti pronti a dare la vita per tutte le patrie del mondo tranne che per la propria.

Tuttavia, è difficile non riconoscere che il governo Rajoy abbia compiuto più di un passo falso. La responsabilità di tale deriva va anche allargata a tutta la destra spagnola, che ha voluto trasformare il proprio Paese in un testimonial del “miracolo europeo”, avvallando nella pratica gli atti più iniqui dell’euocrazia in campo politico ed economico (altro che Zapatero) e negando così qualsiasi possibilità di un “fronte comune” a sud del continente.

Personalmente considero la Spagna una delle mie patrie elettive (anche perché in queste misere vene scorre sangue valenziano), però non posso fare a meno di ricordare ai nostri fratelli che, come dicono gli anglosassoni, There ain’t no such thing as a free lunch (TANSTAAFL).
Il conto che si paga per l’europeismo farlocco, laddove “funziona”, è la dissoluzione dello Stato-nazione come è stato conosciuto finora (cioè dal 1648 a oggi); perciò chi ha “successo” in Europa, a meno di non essere la potenza egemone, deve sempre tenere a mente il motto evangelico: Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà.

Entrare in una “super-nazione” comporta un rivolgimento dell’immaginario collettivo a livello di simboli e identità. Non bisogna pretendere troppo dal genere umano: a un certo punto ritorna sempre il bisogno delle marcette, dei gagliardetti, dei dialetti. L’Europa-Nazione non riesce a suscitare alcun sentimento d’appartenenza e dunque si comporta come un parassita, “campa di rendita” su concetti che ha assorbito un po’ ovunque ma che non riesce a far propri, in quanto ostile a qualsiasi riflessione sulle proprie radici. E si sa che non è semplice forgiare nuovi valori unificanti, se ci si rifiuta anche solo di pensarli.

La confusione infatti regna sovrana nello stesso dibattito sull’essenza di questa Unione Europea. Per esempio, la filosofa Donatella Di Cesare sostiene sul “Corriere” che gli Stati-nazione sono una “vecchia e deleteria finzione”, mentre l’Europa rappresenterebbe “una nuova forma politica post-nazionale”. Ci si domanda se la post-nazione possa essere qualcosa di differente da una nazione..? La tesi della Di Cesare convince ancor meno se pensiamo che uno dei “modelli post-nazionali” da lei indicati è nientedimeno che… Israele (avesse detto la Svizzera!).

Il governo catalano sta semplicemente approfittando delle circostanze attuali, le quali vedono ventotto (anzi, ventisette) Paesi agire come i socialisti secondo Churchill: partono senza sapere dove vanno, quando arrivano non sanno dove sono, e tutto questo con i soldi di altri.
Quindi mentre un’intera collettività si è lasciata convincere che i confini nazionali producono solo guerre, genocidi e carestie, il fatidico “vento della storia” negli ultimi decenni è spirato da tutt’altra parte: solo dal 1990 a oggi sono nate oltre trenta nuove nazioni (la maggior parte, come è noto, dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, un altro esperimento di ingegneria sociale poco riuscito).

Questo probabilmente sarà uno dei prezzi da pagare per aver posto le utopie (o i “sogni”, o le favole) al di sopra della realtà e aver negato l’importanza culturale, storica e politica della “forma nazione”, riconosciuta a quanto pare positiva (o almeno funzionale ai propri interessi) ancora da molti popoli al mondo, se persino i “buoni” (catalani, baschi, curdi, palestinesi, armeni, irlandesi) ne voglio una.

Poi possiamo continuare a raccontarci che esistono le nazioni-nazioni e le “post-nazioni”, e che la Catalogna libera, socialista e strafiga, sarà appunto una di queste: ma se tra i modelli della post-nazione c’è Israele (o il Kurdistan) allora c’è poco da discutere. Gli ingenui crederanno di aver inventato l’uovo di Colombo (vedi ancora Churchill), cioè aver trovato la formula perfetta per una “Spagna federale in un’Europa federale”, ma sarà semplicemente lo Stato-nazione che torna a imporre le proprie necessità e rivendicare il proprio spazio.

Non vorrei giungere ad affermare che, qualora gli indipendentisti dovessero andare fino in fondo (eventualità peraltro poco probabile), la futura Catalogna potrebbe rappresentare una sorta di “astuzia della Ragione”; tuttavia, nel bene o nel male, costringerebbe ancor più della Brexit a domandarsi cosa sia davvero questa Unione in cui ci siamo cacciati.

Per il resto, nonostante le premesse del nuovo Stato catalano siano orientate alla più imbarazzante izquierda caviar, credo che esso dovrà seguire un percorso obbligato e conformarsi non dico a un Israele, ma almeno alla Svizzera in ambito militare, alla Thailandia nel settore turistico e a Singapore in quello finanziario. Insomma, ci vorrà poco prima che i sostenitori attuali incitino al boicottaggio, ma questa è un altra storia ancora... 

giovedì 12 ottobre 2017

L’antisemitismo nelle banlieue (o roba del genere)

La rete televisiva franco-tedesca (= “europea”) Arte ha commissionato nel 2015 un documentario sull’antisemitismo in Europa, intitolato Auserwählt und ausgegrenzt – Der Hass auf Juden in Europa (“Eletti ed esclusi. L’odio per gli ebrei in Europa”): l’opera doveva essere trasmessa in febbraio, ma il dissidio tra i patrocinatori (tedeschi) e i dirigenti (francesi) ha fatto slittare la messa in onda di qualche mese. Alla fine ci hanno pensato il sito della “Bild” e il canale tedesco “Das Erste” a renderlo disponibile al pubblico (senza permesso), costringendo così “Arte” a infilarlo nel palinsesto per non perdere la faccia.

Il cortometraggio, opera di due registi tedeschi, mette tonnellate di carne al fuoco: si parla dell’estrema sinistra tedesca e francese, delle ong anti-israeliane, dei naziskin, degli immigrati arabi, degli ebrei delle banlieue, saltando di palo in frasca da Sarcelles a Gaza e da Francoforte alla Cisgiordania. Diciamo che le motivazioni “burocratiche” con cui si è tentato di censurarlo, seppur patetiche, non erano del tutto fuori luogo: comprendo infatti quanto l’equazione Palestina = banlieue sia cara a Israele, ma con l’Europa c’entra poco, così come le interviste agli ufficiali dell’IDF, i video del Memri, la corruzione di Hamas, le fabbriche israeliane della Cisgiordania che hanno portato il benessere tra i palestinesi, Roger Waters che non vuole suonare a Tel Aviv eccetera eccetera.

Più in tema, forse, con l’argomento trattato, la carrellata sul rap delle “periferie” francesi e tedesche, obbiettivamente vomitevole (c’è anche un pezzo in cui si elogia Merah, quello della strage in sinagoga: come ha fatto Le Pen a non vincere?), insomma tutti questi cazzoni che dopo il fumo hanno trovato nell’“islam” la loro ragione di vita. Si fa un accenno a Ilan Halimi, il ragazzo francese torturato da una banda di arabi nel 2006 perché di origine ebraica: forse avrebbero dovuto dedicare più spazio a questo crimine, piuttosto che intervistare decine di palestinesi a Gaza.

Alla fine, le cose più interessanti che si possono ricavare dal cortometraggio sono alcuni screenshot piuttosto spassosi, come il rinomato negozio di abbigliamento “Hitler 2” a Gaza : 


oppure diverse manifestazioni in Germania (Essen, Francoforte e Berlino) dove gli arabo-germani inneggiano ad Adolf Hitler e recitano slogan come “morte a Israele” o “ebreo maiale vigliacco”:



(al minuto 54 si può anche vedere manifestanti francesi che si esaltano al grido di “Se boicotti Israele, fai la ola”, ma una cosa troppo ridicola per meritare il tasto “Stamp”).

In conclusione, il documentario si concentra troppo su Israele e fa passare l’idea che il terrorismo in Europa sia solo di stampo “antisemita” (e che la maggioranza delle vittime siano quindi “danni collaterali”?). Inoltre, come già detto, il paragone tra le nostre periferie (che non sono Gaza, che diamine) e quelle israeliane serve solo a inquinare il dibattito: non è ipocrita alludere una “soluzione sionista” all’antisemitismo arabo, quando le associazioni ebraiche sarebbero le prime a insorgere se l’Europa si comportasse come Israele?
La questione israeliana peraltro fa parte di un problema più grande, riguardante lo status di vittima eletta” conteso tra arabi ed ebrei: forse per affrontare il tema dell’antisemitismo contemporaneo, senza lasciarsi intimorire dal politicamente corretto, sarebbe necessario cominciare proprio da questo punto...

mercoledì 11 ottobre 2017

Suonare al citofono di Putin la domenica mattina (e altri temi di grande attualità)

«Мо ме те маню»
Da un sondaggio del VTsIOM (il Centro Ricerche sull’Opinione Pubblica Russa), condotto nel luglio scorso su un campione di 1200 soggetti, risulta che il 76% dei russi condivide il divieto di proselitismo imposto ai Testimoni di Geova: evidentemente suonare al citofono di Putin la domenica mattina non è stata una grande idea…

Battute a parte, vorrei concentrarmi proprio su questi due argomenti: citofoni e Testimoni di Geova (affrontandoli separatamente per non scadere nel basso umorismo di cui sopra).

Citofoni. Negli Stati Uniti di recente si è discusso della fobia che i cosiddetti millennial (un gruppo del quale tecnicamente dovrei far parte anch’io) hanno sviluppato nei confronti del campanello di casa: è un suono che, come scrive il “Wall Street Journal”, considerano “terrificante”, “minaccioso”, “sospetto”, e che li fa letteralmente uscire di testa («The sound of a ringing doorbell freaks them out»).
Queste storie da fine della storia mi intrigano: il citofono come l’olocausto, l’infibulazione e le esecuzioni sommarie? Negli Stati Uniti ormai viene identificata una nuova “fobia” al giorno: nell’ultimo anno è andata molto la fatphobia, la quale “colpisce” in primis quei medici che consigliano alle proprie pazienti di perdere peso.
Però la “grassofobia” è già roba vecchia, nel 2017 siamo passati di livello: adesso c’è la pozphobia (o serophobia), cioè il rifiuto di fare sesso con una persona perché sieropositiva. In tal senso è stata appena modificata la legislazione della California, che ha depenalizzato il reato di mettere a rischio la salute altrui nascondendo la propria malattia (purtroppo la “riforma” vale anche per chi dona il sangue pur sapendo di avere l’Hiv).
Sono cronache di un lento logoramento al quale si può assistere senza lasciarsi turbare più di tanto; anzi, la cosa migliore sarebbe godersi lo “spettacolo”, il cui palinsesto varia di mese in mese e nell’ultima settimana ha offerto una rissa tra femministe e trans a Londra (giusto il commento: «Even Monty Python couldn’t make it up») e la lapidazione virtuale di una signora per aver chiesto su Facebook qualche ricetta da preparare al marito (“crimine contro il femminismo”).

Testimoni di Geova. Nella mia cittadina c’è uno dei loro centri (credo la chiamino “Sala”), dunque li incontro praticamente tutti i giorni: in generale non ho nulla contro di loro (anche se non ho mai capito cosa vogliono vendermi, ché il credere è appunto un credito). Dirò di più: verso la fine degli anni ’00 la loro predicazione era diventata piuttosto accattivante, perché per “agganciare” i maschi ingenui si facevano accompagnare da un’adepta di gradevole aspetto. Voglio dire: voi mi offrite una vestale con la carrozzeria tutta a posto, che deve obbedire ai miei ordini, che non può lasciarmi o tradirmi sennò finisce all’inferno e il cui ideale supremo di svago è una preghiera collettiva? Manco l’islam promette roba del genere (anzi, meno si fa settario e più le maglie si allargano): al diavolo l’illuminismo, chi non ci metterebbe la firma?
A questo proposito, un aneddoto: una volta mi imbattei in una signora sulla sessantina assieme a una di queste fanciulle durante un acquazzone, e mentre mi parlavano –tanto per cambiare– dell’apocalisse, io decisi di sfoderare un classico del mio umorismo gesuitico e tardo: “Beh, per adesso c’è solo il diluvio universale!”. Roba che anche un prete mi avrebbe pestato: invece la ragazzetta rise! Si tratta di un’avvisaglia che ho imparato a riconoscere con l’esperienza: quando le donne ridono a una tua battuta (non importa se sia divertente o meno), è perché vogliono la tua anima. Vade retro! Non abbiamo di certo estirpato l’arianesimo da queste terre per poi farci irretire da un bel faccino…
Comunque, erano altri tempi: oggi nei crocchi di “fratelli” c’è meno figa che alle riunioni per lo scisma Lefevbre. L’ultima volta che li ho incontrati (sarà stato settimana scorsa), ho assistito addirittura a un sorprendente cambio di tattica: basta figa, basta apocalisse, solo “A trent’anni vivi ancora coi genitori, stacca quel cordone ombelicale e vieni con noi”. Ah ah ah! Adesso anche loro si sono convertiti all’anti-bamboccionismo? Beh, sticazzi, se pure i Testimoni di Geova si mettono a cantare la canzoncina del “darsi da fare”, dell’“affitta una barca e lavora gratis”, del “vai a Londra in Cina e lava i piatti apri una cliclofficina”, o –più adatti in questo caso– “sviluppa una app per calcolare la fine del mondo” e “apri una start-up di citofoni portatili”, allora siamo a posto!

La “bamboccionofobia” è in effetti una delle poche “fobie” autorizzate di questi tempi  (perché puoi essere bisessuale drogato omicida obeso antropofago terrorista, ma se non riesci a trovare un lavoro con cui mantenerti sei una merda e devi essere esposto al pubblico ludibrio). Tuttavia che questa retorica ora campeggi pure sulle labbra dei fondamentalisti religiosi è forse buon segno: lì per lì, trovandomi al cospetto di una persona che mi chiedeva di entrare in una setta per “darmi da fare”, ammetto di essermi sentito come il Rockefeller di quella leggenda metropolitana, quando dopo aver saputo che il suo lustrascarpe investiva in Borsa vendette tutti i titoli che possedeva perché aveva intuito l’inizio della fine (la crisi del 1929).

Chissà che un giorno a suonare ai citofoni la domenica mattina non rimarranno che i bocconiani (altra pericolosa setta estremista). A tutto il resto poi ci penserà Putin (o chi per esso).

martedì 10 ottobre 2017

La Germania vuole il “bottino di guerra”?


La stretta sui crediti deteriorati (i cosiddetti Non-Performing Loans, NPL) imposta dalla commissione di vigilanza della BCE (organo “tecnico” presieduto dalla francese Danièle Nouy) ha scatenato una levata di scudi da parte del mondo politico e finanziario italiano.

Anche il “profano” può rendersi conto della gravità della situazione, se la scelta di imporre meccanismi di accantonamento di stampo draconiano (i crediti non garantiti passerebbero integralmente in “sofferenza” nel giro di soli due anni), è stata definita “folle e suicida” nientedimeno che da Matteo Renzi (il quale ha poi lanciato su Twitter il puerile hashtag #europasìmanoncosì), seguito a ruota da Confindustria (“misura incomprensibile e irragionevole”), da Antonio Tajani (che ha scritto una lettera disperata a Draghi) e dal più infervorato di tutti, il presidente dell’Associazione Bancaria Italiana Antonio Patuelli (“è un terremoto, un macigno”), che in un’intervista al “Corriere” ha in verità riassunto perfettamente le principali “criticità” (come si dice oggi) della forzatura della Nouy: la BCE cambia in corsa le regole con un addendum da discutere in meno di un mese («Si apre una consultazione europea il 4 ottobre e la si chiude l’8 dicembre, per decidere regole che le banche dovrebbero seguire dal primo gennaio»), promuovendo un’iniziativa che da una parte porterebbe a una “svendita” di NPL e dall’altra a un nuovo credit crunch.

Tali “morsi di pecora” sono sintomatici di una situazione in cui l’esterofilia ha ucciso la diplomazia: dal momento che non è rimasto più nessuno a trattare “dietro le quinte” (né sherpastakeholder), a dettare la comunicazione politica sono rimasto solo il panico e gli isterismi. Lo stupore che emerge da queste dichiarazioni rivela i limiti culturali (e forse anche umani) di chi dovrebbe difendere gli interessi italiani in UE: “Ma come”, sembra esclamare Patuelli, “noi abbiamo fatto i fatidici compiti a casa («In sette mesi, da gennaio a luglio, le sofferenze nette sono calate in Italia del 23% alla cifra record di 65 miliardi») e voi ci mettete ancora dietro la lavagna!”.

A quanto pare i nostri rappresentanti non hanno ancora capito come funzionano le cose giù in “Europa”: non riescono a vedere, dietro le mosse “tecniche” (à la Monti!) della Nouy, la volontà tedesca di far saltare il banco dell’euro (è una delle conseguenze delle loro ultime elezioni), non senza pretendere almeno un “bottino di guerra” (tutte le “banchette” italiane che riusciranno ad accaparrarsi).

A livello economico e politico, stiamo assistendo a una sorta di “sequel” del bail-in: un’altra mossa per espropriare quel che resta del risparmio italiano col miraggio dell’unione bancaria. È come la storia dell’asino con la carota: la Germania non vuole alcuna “garanzia comune” sui depositi, nessuna “mutualizzazione dei debiti”, ma i contribuenti italiani, costretti dalla propria classe politica attraverso il famigerato MES a far rientrare le banche tedesche e francesi dall’esposizione in Grecia, hanno poi dovuto assistere alla distruzione del propri sistema bancario appunto col bail-in.

Finora l’unica risposta possibile è stata l’autoflagellazione: chi non ha mai sentito la storiella dei tedeschi virtuosi che hanno nazionalizzato le proprie banche (utilizzando 259 miliardi su 646 miliardi stanziati) al “momento buono”, mentre gli italiani sottosviluppati non hanno salvato le loro quando non erano in crisi (ma guarda caso proprio adesso che sono in crisi non possono più farlo…)?
Ora invece, dai toni apocalittici si intuisce che il percorso sta per essere completato e dunque anche le reazioni si fanno meno indolenti: il sistema italiano è destabilizzato e dissanguato, i crediti deteriorati stanno per essere razziati al prezzo più conveniente e il patrimonio bancario verrà incamerato con un semplice addendum. Persino l’atteggiamento di Berlino, del resto, sembra farsi più sprezzante: nel lasciare il suo posto di Ministro delle finanze (ancora in seguito alle ultime elezioni tedesche, tutt’altro che un “trionfo” della Merkel), Wolfgang Schäuble ha voluto fare il verso a Draghi, ribaltando completamente di significato il suo Whatever it takes: altro che Quantitative Easing, qui ci vuole «una misura prociclica, in netta contraddizione con la politica monetaria espansiva ed anticiclica della stessa Bce» (sto citando… Confindustria!).

Ritorniamo allora alla Mme Nouy da cui siamo partiti: un amico lettore, sicuramente più esperto di economia del sottoscritto (anche se a qualsiasi ballon d’essai mi annuncia la fine dell’euro, lui così fiducioso che la razionalità prevalga nei comportamenti umani), mi segnala il Manoscritto trovato a Saragozza (in realtà a Madrid) della tecnocrate (o “tecnocrata”) francese: si tratta del testo di una conferenza tenutasi pochi giorni fa (il 27 settembre), Too much of a good thing? The need for consolidation in the European banking sector. Anche chi è completamente digiuno di economia (o è stato messo a digiuno da essa), può comprendere da questo intervento che cosa non funziona in “Europa”.

In sostanza, la Nouy sostiene che il settore bancario è “come il cioccolato” (?): i poveri ne mangiano troppo e stanno male, quindi serve che i grandi cioccolatai divorino i cioccolatini attraverso le “fusioni transfrontaliere” [cross-border mergers].
Gli argomenti che utilizza a supporto delle proprie affermazioni dimostrano come l’economia in questo caso c’entri poco, se non nulla.

Nel primo capitoletto, la Nouy deplora il numero eccessivo di «ingegneri e fisici che si sono rivolti alla costruzione di strumenti finanziari quando avrebbero potuto risolvere i problemi del mondo reale». Sinceramente, un pensiero intriso di così basso moralismo fa violenza allo stesso idioma in cui lo si esprime: sembra quasi che l’eurocrazia voglia smentire l’ipotesi di Sapir-Whorf sulle possibilità che la lingua influenzi il modo di ragionare. Addio pragmatismo anglosassone, quindi: ben venga un po’ di sana e santa ingegneria sociale (così finalmente anche gli ingegneri serviranno a qualcosa nel “mondo reale”!).

In secondo luogo, la Nouy propone la fusione delle piccole banche dei Paesi deboli con le grandi banche dei Paesi forti, come passaggio fondamentale per favorire l’integrazione europea. Qui ci avviciniamo all’unica vera regola che ispira l’Unione in cui ci troviamo: Fiat iustitia et pereat mundus. Affinché il “mercato europeo” funzioni liberamente, bisogna indirizzarlo verso la “libertà”; i paradossi risaltano dalla stessa retorica della Nouy: dal momento che «ci sono troppe banche che competono per i clienti», la BCE deve favorire le fusioni transfrontaliere obbligando le banche «a superare i confini nazionali e le barriere culturali e linguistiche»; il tutto, però, «lasciando il consolidamento alle forze del mercato».
Alla faccia di chi sostiene che “in Europa comandano i mercati”, se per “fare l’Europa” (cioè imporre il predominio tedesco sull’intero continente) non ci si fa scrupoli a distruggere qualsiasi mercato.

A ulteriore conferma che stiamo parlando di ideologia e non di economia, la Nouy si appella in ultima istanza al thymos platonico: «Bank mergers […] require an adventurous spirit, a clear vision and a strong will». Lo “spirito avventuroso” è di chi pensa che le barriere culturali e linguistiche si possano cancellare con un addendum; la “visione chiara” è di chi crede che creare dei colossi “troppo grandi per fallire” sul modello americano permetta agli Stati Uniti d’Europa di sorgere dal nulla; sullo “strong will” invece stendiamo un velo pietoso, perché in tedesco suona davvero male (Triumph des Willens).

In conclusione, nonostante tutti i rivolgimenti e gli stracci volanti, temiamo che anche questa storia finirà come le precedenti: le banche tedesche assorbiranno quel che resta del patrimonio italiano, e noi saremmo costretti a prenderci la colpa per non esser stati troppo “europei” e aver così sabotato quel meraviglioso esperimento al cui confronto i castelli in aria sono un esempio di concretezza e realismo.

lunedì 9 ottobre 2017

Una morale bestiale

«Il proposito di fondare un’etica umanitaria sulla base dell’evoluzione è rimasto, come per altro ogni tentativo di fondare una morale laica, allo stadio di wishful thinking. […] Ma i puri secolaristi, privi di qualsiasi affiliazione religiosa e poco inclini alle fisime spiritualistiche, non riescono a rinunciare al bisogno di sentirsi buoni. Sarebbe il loro ideale se qualche biologo neodarwinista dimostrasse che la società, sin dai primordi, si fonda sull’altruismo e sulla tolleranza. E perciò che
essere buoni costituisce un vantaggio evolutivo, unico criterio con cui possono misurare il bene. Ogni anno, qualche volenteroso prova a dimostrarlo, invano».
Così Roberto Calasso nel suo ultimo volume, L’innominabile attuale (che abbiamo recensito in due parti, qui e qui). Secondo il celebre paradigma di Arbasino (approfondito poi da Edmondo Berselli), «in Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di “brillante promessa” a quella di “solito stronzo”. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di “venerato maestro”».

Non vorremmo che Calasso fosse lì lì per tentare l’impresa di retrocedere da “Venerato Maestro” a “Solito Stronzo”: per intanto il passaggio ha attirato l’attenzione di Giuliano Ferrara, che vi ha intravisto «un delizioso ritratto analogico, per niente digitale, di Michele Serra».

La polemica è allettante, ma ci si domanda se, al di là di questo bisogno di sentirsi buoni (che anela a una base biologica), resti qualcos’altro a noi poveri umani. Per giunta è lo stesso Calasso, da classico immanentista, a porre il problema della “sovversione” (= utilitarismo; automatizzazione; estinzione del sacrificio ecc…) in termini drammatici, à la “crisi del mondo moderno” per intenderci.

Ovviamente non si tratta di fare del cosiddetto “buonismo” l’unica ideologia a renderci ancora umani (anche perché questo “buonismo” non è che una branca del sadismo, il cui unico scopo è occultare le urla e i corpi delle vittime), ma difendere il mos maiorum con ogni mezzo necessario.

Per fare un esempio angosciante, in questi anni stiamo assistendo a una “normalizzazione” mediatica della pedofilia. I motivi sono piuttosto evidenti: la rivoluzione sessuale ci ha fatto entrare in un “cortocircuito hegeliano” dal quale non possiamo più uscire se non “legalizzando” qualsiasi cosa: perché la Overton window sarà pure una paranoia reazionaria, e lo slippery slope argument una fallacia logica, ma l’istituzione di nuovi “diritti sessuali” segue esattamente le stesse dinamiche per ogni gruppo che ne beneficia.

Credo che uno dei motivi per cui la pedofilia è ancora un “tabù” sia semplicemente perché non abbiamo più alcun argomento da opporvi, quindi preferiamo minimizzarla, fingere che non sia un problema oppure indignarci solo quando riguarda i preti. Tutte le obiezioni “metafisiche” sono state appunto gettate nel famigerato “cestino della storia” e ormai l’argomento è diventato una sorta di stress test per qualsiasi ideologia politica (come l’anarchismo).

In particolare, quella corrente che definirei magnifico-progressista (in onore alle “sorti” leopardiane) estesa a tutti i liberali-libertari-libertini, stigmatizza da “destra” la lotta alla pedofilia come un tentativo statalista di controllare la vita degli individui, mentre da “sinistra” come una caccia alle streghe e una negazione del valore “riabilitativo” della pena (perché lo dice la Costituzione ecc…).

Chi ha mai avuto la sfortuna di imbattersi in una di queste persone, può capire ciò a cui mi riferisco: di solito per spuntarla, bisogna lasciar da parte qualsiasi rilievo morale e puntare dritto alla “utilità”. Per esempio, io faccio leva sull’ossessione contemporanea per le sigarette: «Se vedessi un bambino [anzi, una bambina, ché i maschi oggi sono considerati tutti criminali dalla nascita] di quattro-cinque anni fumare, non accuseresti chi vuole impedirglielo di “tobaccofobia” o “proibizionismo”, giusto?» (se risponde “no”, forse è il caso di non invitarlo più a cena).

In conclusione, ben venga la manipolazione dell’unico criterio del vantaggio evolutivo, se utile a preservare l’umanità da tutto questo. Dirò ancora di più: ben venga una ripresa dello scientismo o, perché no, del positivismo ottocentesco, come fonte del diritto (e a questo punto anche dei dogmi, visto che il cattolicesimo vuole auto-distruggersi).

Un ottimo spunto è rappresentato da questo video: una scimmia, battendo educatamente contro il vetro, tenta di impedire a una sciacquetta di turbare il suo cucciolo sculettando (i degenerati anglosassoni lo definiscono twerking). Finalmente un po’ di sana sessuofobia in nome di San Darwin? Non penso potremmo chiedere di più (e di meglio) dalla nostra epoca.