sabato 18 novembre 2017

Il Reis è nudo? (Vi piacerebbe....)


Alcuni lettori mi hanno chiesto un parere sull’ultimo libro di Marta Ottaviani, Il Reis (Textus, L’Aquila, 2016), ma francamente avrei preferito evitare, perché è stata una delle letture più irritanti in cui mi sia imbattuto in questo periodo. Non saprei nemmeno da dove cominciare con questa interminabile filippica contro il povero Tayyip, la quale non lascia un solo istante di respiro al lettore: alla fine si è costretti a concludere che costui sia davvero il demonio (şeytan) in persona!

Giusto per farsi un’idea: dopo aver confessato che «nell’ultimo decennio non c’è stato un solo giorno in cui non abbia pensato a Erdoğan» (e ciò spiega quasi tutto…), l’inviata de “La Stampa” esordisce affermando che il golpe del 1960 conferì alla Turchia un «maggior respiro democratico» (p. 37), mentre quello del 1980 riportò «l’ordine nelle strade», perché i militari se la presero «molto onestamente (sic) molto più con i movimenti di sinistra che con la destra ultranazionalista» (p. 45). Apperò! Già qui la voglia di chiudere di colpo il volume era fortissima, ma purtroppo ho voluto continuare, sorbendomi oltre trecento pagine di un “processo alle intenzioni” su qualsiasi cosa Erdoğan abbia fatto in vita sua.
Per dire: il delinquente porta finalmente un po’ di libertà religiosa in Turchia? «Tutta questa tolleranza […] è un metodo per sdoganare uno stile di vita sempre più devoto» (p. 149).
Questo vigliacco si oppone a Sua Eccellenza il Generale al-Sisi, un altro che evidentemente deve aver “riportato l’ordine nelle strade” del Cairo? Ah beh, allora «ha perso un’occasione preziosa per fungere da mediatore tra le due anime del Paese» (p. 204).
Questa bestia umana difende i palestinesi dopo che il mondo intero se li è dimenticati? «Erdoğan vuole ergersi ad alfiere della causa palestinese in modo preoccupante […] se si richiamano alla mente le posizioni antisemite del suo padre politico [Necmettin Erbakan]» (p. 209).

Si può giungere a un tale grado di demonizzazione e pretendere di essere considerati seri? Mi sorge il dubbio che a molti giornalisti italiani il leader turco ricordi qualche amico che li ha picchiati da piccoli. Il caso della Ottaviani è peraltro è uno dei più rappresentativi, in quanto la signora è una fedelissima del “generatore automatico di bufale” col quale i corrispondenti italiani ci propinano da anni il solito pezzo turcofobo.
Non voglio nemmeno riportare quanto l’Autrice scrive sulla “voluta provocazione” della Mavi Marvara («un risultato a cui [Davutoğlu] lavorava da tempo»), perché proverei vergogna solo a ripetere le sue parole; vi risparmio pure le pagine dedicate al golpe dell’anno scorso, dal momento che si può facilmente intuire quali conclusioni sia stata capace di trarne…
Certo, questo “complottismo a fasi alterne” è talmente curioso da obbligarmi a spendere qualche parola al riguardo: se da una parte infatti la Ottaviani non si risparmia alcun tipo di insinuazione nei confronti del “Sultano” (dalla carneficina della Mavi Marmara ai brogli elettorali fino al colpo di stato), dall’altra invece costei, quando l’argomento non è utile a dare addosso alla sua bestia nera, riscopre un candore da educanda: la rivolta di Gezi Parkı, per esempio, la riporta addirittura ai tempi del liceo, ai giorni gloriosi delle “autogestioni e occupazioni” (p. 236); una nostalgia così potente da impedirle di provare alcun sospetto nei confronti dell’incredibile tempistica delle proteste, che al contrario la lasciano completamente abbacinata (giunge persino a definirle un “capolavoro di organizzazione”, senza appunto mai domandarsi come dei “liceali” siano riusciti a mettere in piedi una contestazione del genere).

È un peccato che la Ottaviani, affrontando tale vicenda, esaurisca tutta la sua “carica dietrologica”, perché anche il più “moderato” dei complottisti avrebbe trovato numerosi spunti di riflessione (specialmente col fatidico “senno di poi”): non solo perché Gezi Parkı assomigliava molto a qualcosa a metà strada tra una “rivoluzione colorata” e una “primavera araba”, ma anche perché, poco dopo che Erdoğan l’aveva repressa con metodi discutibili quanto si vuole, ma di certo più “umani” (anche in senso fantozziano) di quelli dei vari Assad e al-Sisi (dopo ci torneremo), la magistratura ha tentato di farlo fuori con altri mezzi imbastendo una sorta di Tangentopoli alla turca. Per non dimenticare, en passant, che proprio nel maggio del 2013 la Turchia si era appena liberata del debito con l’Fmi. Insomma, gli elementi per ricamarci su una bella “teoria della cospirazione” ci sono tutti, eppure…

Sul doppio standard della giornalista potremmo dire ancora molto, perché per esempio la Ottaviani snobba completamente la questione del cosiddetto “Stato profondo”, etichettandola come “caccia alle streghe” e “spauracchio”, quando invece nemmeno il più agguerrito dei debunker si permetterebbe di liquidare con tale superficialità gli stessi temi se calati nel contesto italiano (oppure la “strategia della tensione” o il “piduismo” sono solo paranoie?).
Ma lasciamo andare, e veniamo al punto: il problema non è tanto la Ottaviani in sé, che comunque tende troppo a ridurre gli eventi internazionali alla propria esperienza personale, talvolta giungendo agli estremi di quel “fallacismo” che ha influenzato in maniera deleteria la prosa femminile contemporanea sull’islam. A dir la verità non si comprende nemmeno con chi voglia polemizzare, quando afferma che «sugli italiani che parlano per interesse personale, o che per motivi sentimentali sono diventati più turchi dei turchi, preferisco stendere un velo pietoso» (p. 345). No, parliamone, perché sinceramente non capisco davvero a chi possa riferirsi: così su due piedi non mi viene in mente un solo giornalista della grande stampa che abbia mai speso un secondo per smentire le fake news su Erdoğan che finanzia l’Isispromuove la pedofilia e fa censurare Mozart. Per farlo ci sono voluti degli “sbufalatori” amatoriali, indice che non sarebbe stato poi così difficile controllare le fonti prima di sparare a zero: di che stiamo discutendo, quindi?

La verità è che anni e anni di propaganda hanno suscitato nell’opinione pubblica italiana micidiali sentimenti anti-turchi, i quali si sono poi innestati sugli antichi pregiudizi (ricordiamo che nell’idioma gentile “turco” è sinonimo di profano, miscredente, infedele, sacrilego, empio…). Dunque un libro del genere era probabilmente l’ultima cosa di cui c’era bisogno in un mainstream già estremamente surriscaldato da fanatismi e fobie.
Volendo tuttavia, come dicono i turchi, “tendere un ramoscello d’ulivo” (lo dicono sul serio: zeytin dalı uzatmak), potrei riconoscere alla Ottaviani un certo anticonformismo nel confutare le leggende sugli “eroi curdi”, nonché i luoghi comuni sul cosiddetto “neo-ottomanesimo” (slogan creato ad arte da qualche “agenzia culturale”). Un altro dato positivo è che la Nostra perlomeno conosce il turco: è vero che come fonti in lingua originale utilizza solo articoli di giornale, ma è sempre meglio del nulla degli altri “inviati speciali” (che non hanno nemmeno fatto lo sforzo di imparare a pronunciare evet e hayır in occasione dell’ultimo referendum).
Oltre questo, però, non resta granché da salvare, perché non è un buon servizio alla verità il presupporre incessantemente la malafede di Erdoğan, in un colossale e snervante post hoc. D’altronde è la stessa Ottaviani ad ammettere che il volume scaturisce anche dai “dispiaceri personali” e dalle “speranze infrante”: tra le righe si percepisce il disagio di dover parlare ancora di un Paese di cui si è disamorata, un sentimento per il quale non posso che avere il massimo rispetto (lo dico senza alcuna ironia, perché come dice il Poeta Sevileni sevmeye zorlayan sevda…), ma che forse andrebbe “sfogato” con altri mezzi.

A questo punto, mi trovo costretto ad allargare la prospettiva all’intero panorama del giornalismo italiano e discutere, da ultimo, della tendenza sempre più marcata ad attaccare la Turchia con qualsiasi pretesto. Negli ultimi anni un’intera schiera di “esperti di Medio Oriente”, tra i quali, oltre all’Ottaviani, vanno annoverati pezzi da novanta come Alberto Negri e Fulvio Scaglione, si è adoperata per creare una monolitica narrativa anti-turca, fungendo da “cinghia di trasmissione” tra la grande stampa e la controinformazione (dal “Sole 24 Ore” a “Contropiano” e da “Famiglia Cristiana” all’“Antidiplomatico”). In pratica, come osservato sopra, non esiste alcun “controcanto” quando si giunge a parlare di turchi. Per giunta ciò che è deleterio in tale atteggiamento non è tanto la diabolisation che, seppur espressa in modo tendenzioso, sarebbe quantomeno comprensibile: no, ciò che davvero è inaccettabile è la combinazione dell’avversione totale a Erdoğan con l’amore incondizionato verso Putin, Assad e al-Sisi (o chi per essi). Per parafrasare un detto di Karl Kraus («Ciò che nello sciovinismo non è simpatico non è tanto l’avversione per le altre nazioni quanto l’amore per la propria») quello che appunto nella turcofobia è disdicevole non è tanto l’avversione per il loro tiranno, quanto l’amore per quegli degli altri.

Devo ammettere che non sarei giunto a polemizzare fino a tal punto, se non avessi constatato anche nell’Ottaviani tale insopportabile vezzo. Evocando il famigerato topos della “Turchia che sostiene l’Isis”, l’Autrice di fatto afferma che «i legami con l’Isis sono stati denunciati anche da Vladimir Putin» (p. 276): dovremmo quindi dedurre che la parola di un ex funzionario del KGB è una garanzia assoluta di Verità (Pravda)? E discutendo delle “Primavere arabe”, l’Ottaviani si permette di accusare il Turco di aver reagito “troppo duramente” (p. 204) nei confronti del golpe militare di al-Sisi: forse avrebbe dovuto leccargli gli stivali come ha fatto il nostro ex Presidente del Consiglio?
Venendo ad Assad, l’altro villain da poco beatificato, la giornalista stranamente non riesce proprio a indignarsi nei suoi confronti: «Non si intende difendere un regime liberticida come quello di Damasco, ma…» (p. 205). Si può intuire cosa scaturisca da quel “ma”, quindi lasciamo perdere: ci limitiamo a osservare che in tutto il libro non un “ma” è stato fatto valere nei confronti del “Sultano” (e questo è precisamente il motivo per cui tale impostazione è intollerabile).

Ciliegina sulla torta, l’Ottaviani infine giunge ad affermare che «la Casa Bianca […] ha lasciato l’alleato turco un po’ troppo a briglia sciolta» (p. 206). Per capirci: chiunque, in Medio Oriente, può fare letteralmente quel che gli pare, ma gli unici a finire sul banco degli imputati sono sempre i turchi. È come se nelle redazioni dei principali quotidiani italiani fossero appese ai muri delle cartine con una Turchia circondata da 195 Svizzere. Quanti imbarazzanti distinguo e inutili giri di parole, però, quando si parla degli avversari regionali di Ankara: lo sterminio degli oppositori diventa “golpe democratico” in Egitto e “difesa della laicità” in Siria. Allora sì, diventa facilissimo affermare che “la Turchia sostiene l’Isis” senza uno straccio di prova: basta affibbiare l’etichetta di “terrorista” a chiunque si sia mai opposto ad Assad – tranne nel caso in cui questi “terroristi” siano curdi, perché  se combattono anche il tiranno turco allora diventano “combattenti per la libertà” – ma se poi la Turchia fa passare i peshmerga affinché combattano l’Isis a Kobane, come lo risolviamo il paradosso? Peraltro, proprio l’incapacità di “contestualizzare” gli eventi impedisce agli analisti di cui sopra di comprendere che lo scontro non è Erdoğan vs Kurdistan, ma fra Turchia e quella parte di curdi siriani che vuole far pagare ad Ankara le colpe del clan degli Assad (che in effetti li ha sempre privati di tutti i diritti, in primis quello di cittadinanza). Non c’è alcun fantomatico dissidio etnico-religioso in tutto ciò, tanto è vero che i rapporti con i curdi iracheni sono sempre stati eccellenti (almeno prima del catastrofico referendum indipendentista), mentre la questione con i curdi di Turchia in verità non si pone nemmeno, visto che la maggior parte sono perfettamente assimilati (si può discutere se ciò sia giusto o meno, ma non contestare il fatto che il PKK non rappresenti assolutamente i turchi di origine curda).

Al di là di come la si possa pensare, è oggettivo che il livello di doppiopesismo e contorcimento mentale ha raggiunto soglie inquietanti. Non sarebbe perciò il caso di accordarsi su una sorta di “amnistia intellettuale” e interrompere questa logorante Kulturkampf, evitando che i miti e le leggende nere da esso generati si consolidino in un’ideologia nefasta sia per l’intelligenza collettiva degli italiani che per i loro interessi internazionali?

Hitler è peggio di Hitler


Sbaglio o negli ultimi tempi Hitler è ricomparso sui giornali? Ho letto di sfuggita che dai file desecretati riguardanti l’omicidio Kennedy sarebbe saltata fuori la testimonianza di un agente segreto contattato da un “emissario” dallo stesso Führer in Colombia a metà degli anni Cinquanta; secondo invece un giornalista argentino, il leader nazista sarebbe morto in Paraguay nel 1971

In ogni caso ne ha parlato entusiasta anche il nostro complottista preferito Alex Jones, assieme a Tim Kennedy, un ex lottatore di arti marziali, soldato e patriota americano che adesso è diventato storico (conduce appunto il programma Hunting Hitler). Discussione come al solito molto interessante seppur strampalata:


Credo tuttavia che, dopo questo intermezzo alla Ludlum (o alla Levin), Hitler tornerà nella cronache secondo la forma che più gli si addice, quella del termine di paragone. A tal proposito, un altro americano, il comico Bill Burr, si domanda cosa si usasse prima che Hitler arrivasse (“È il nuovo Gengis Khan? è il nuovo Napoleone?”), giungendo infine a definirlo the Michael Jordan of evil, proprio per aver surclassati tutti i cattivoni venuti prima di lui:


È altresì vero che di recente si è assistito a un’evoluzione della classica reductio ad Hitlerum, quando l’ex portavoce della Casa Bianca Sean Spicer (poi silurato) lo scorso aprile ha affermato che Assad è peggio di Hitler («Neanche una persona spregevole come Hitler è arrivata al livello di usare le armi chimiche»). In effetti nessuno finora era stato definito addirittura “peggio” di Adolf: peraltro questo Spicer, per giustificare la sua affermazione, ha anche aggiunto che «Hitler non ha usato gas sulla sua gente nello stesso modo in cui lo fa Assad. Portava la gente nei centri dell’olocausto [holocaust centers]», istigando così l’Holocaust Memorial Museum a postare su Twitter un video girato dai soldati americani a Buchenwald (in verità non si capisce bene per dimostrare cosa, forse che Hitler resta sempre il più cattivo?).

Il dato interessante, come detto, rimane che fino a Spicer nessuno fosse andato oltre il comparativo di uguaglianza: Hitler era stato paragonato più o meno a tutto, dalla deforestazione a Milošević, dall’AIDS ad Ahmadinejad, da Saddam a Reagan… E ovviamente anche a Trump, nonostante con lui ci siano andati più cauti, optando alla fine per qualche similitudine con Mussolini: col senno di poi, una scelta azzeccata, perché sarebbe stato difficile sostenere che il “nuovo Hitler” fa bene a bombardare gli altri “nuovi Hitler” (a meno di non accettare che questi “nuovi Hitler” siano “peggio di Hitler”).

Alla fine di tutto, rimane quindi una questione irrisolta, forse la più importante: Hitler è peggio di Hitler? Oppure, ancora meglio: Perché Hitler?

venerdì 10 novembre 2017

Leonard Hawksley e la zoofilia italica

Le informazioni riguardanti Leonard Hawksley, uno dei primi “animalisti” della storia, sono generalmente scarse, sia in inglese che in italiano: sul sito della Società Anglo-Italiana per la Protezione degli Animali (da lui fondata alla fine del XIX secolo) si può per esempio trovare una breve biografia (sfortunatamente non corredata da nessuna immagine del Nostro).
«Nel 1890, poco più che ventenne, Leonard Hawksley si imbarcò come molti suoi conterranei in un viaggio in Italia, ancora ignaro del ruolo che il futuro gli avrebbe riservato come pioniere della protezione animale nel paese.
Sin dal suo arrivo a Napoli, Hawksley non poté non notare i maltrattamenti agli animali. Cavalli e muli erano spronati senza tregua, costretti da morsi rinforzati con chiodi e percossi incessantemente. Proprio a Napoli decise così di intraprendere i primi passi nella riforma della Società napoletana contro la crudeltà verso gli animali trasformandola nella Società napoletana per la protezione degli animali ed assumendone la guida dal 1909. Nel 1901 Hawksley si fece carico di organizzare anche un gruppo di 40 ispettori a Roma. In giro per la penisola il suo attivismo destò non pochi problemi e gli costò caro al punto che, avendo sfidato il crimine organizzato, fu aggredito riportando considerevoli traumi e tristemente perse l’uso della vista da un occhio.
Hawksley non era un semplice attivista ma si distinse come brillante riformista e si batté per anni per l’introduzione di leggi a protezione degli animali. Nel 1912 fu testimone della normativa che bandiva gli sport violenti e allo scoppio della prima guerra mondiale ebbe un ruolo fondamentale nella fondazione della Croce blu italiana e di 22 ospedali veterinari, lavorando sul campo per salvare le vita di migliaia di cavalli e muli.
Hawksley pagò un alto prezzo per i lunghi anni di battaglie e nel 1931, all’età di 58 anni, sfiancato dall’impresa decise di tornare in Inghilterra dove si spense nel 1948. In Italia lasciava un’eredità importante: 22 associazioni per la protezione degli animali fondate da lui stesso o attraverso il suo prezioso contributo. Nel corso degli anni, in risposta a chi lo criticava chiedendo come mai uno straniero si interessasse della tutela degli animali in un paese che non era neppure il suo, era solito rispondere con prontezza: “Perché gli animali non hanno nazionalità”.
Nel 1952 l’allora Hawksley Society for the Protection of animals and birds in Italy divenne la Società Anglo Italiana per la Protezione degli Animali. Le sue parole di ieri sono le nostre parole di oggi e lo spirito del suo lavoro pionieristico vive ancora nella Società Anglo Italiana per la protezione degli animali».
Nonostante questo Hawksley sia il discendente di una celebre famiglia di ingegneri, le fonti inglesi sono ancora più rare: ho trovato giusto un appello del 28 giugno 1919 pubblicato sullo “Spectator”, in cui si ricorda come la Society for the Protection of Animals sia uscita stremata dalla Grande Guerra, impegnandosi al massimo per la salute e il benessere dei cavalli: «It assisted the work for the war-horses, a cause which won universal approval in Italy, and it is satisfactory to know that the animals used in the Italian war were well treated as far as the conditions would admit».
Ormai priva di uomini e risorse, la Società è costretta a chiedere un aiuto ai lettori.


Vediamo quindi di inquadrare meglio l’operato di Hawksley dal punto di vista storico: prima di tutto, essa si sviluppa nel clima culturale (e “spirituale”) di fine Ottocento, che ispirò lo stesso Garibaldi nella creazione della “Società Protettrice degli Animali contro i mali trattamenti che subiscono dai guardiani e dai conducenti”, la più antica organizzazione zoofila italiana, fondata a Torino nell’aprile 1871 assieme ad Anna Winter e Timoteo Riboli.

Leonard Hawksley, come si è detto, giunse a Roma nel 1890 e incominciò subito con le sue “campagne di sensibilizzazione”, in principio anch’esse rivolte contro carrettieri e cocchieri delle grandi città. Durante il suo apostolato fu aggredito decine di volte dai rappresentanti di tali categorie, che in più di un’occasione tentarono anche di fargli la pelle: un assalto particolarmente violento gli provocò la perdita di un occhio.
In un articolo a lui dedicato (In difesa degli animali di Alexandra Wasiqullah: non sono riuscito a risalire all’originale, ma la traduzione è apparsa nel “Selezione dal Reader’s Digest” del Maggio 1981), si apprende che
«fra i suoi tanti nemici ci fu anche la Camorra napoletana, che lo minacciò di morte. Ma poi, in un acceso diverbio, Hawksley perse la pazienza e, strappata una frusta dalle mani di un emissario della Camorra, ne spezzò il manico sulla testa dell’incauto. Impressionato dalla decisa reazione dell’inglese, il camorrista dimenticò la sua ira e passò ad un atteggiamento di deferente rispetto, ordinando ai suoi scagnozzi di lasciare per sempre in pace Hawksley
In un’altra occasione, Hawksley, mentre viaggiava a bordo di una nave lungo le coste italiane, notò una mucca che si dibatteva in mare e chiese al capitano di fermare la nave e di salvare la bestia. Il capitano rispose con una scrollata di spalle. Spogliandosi e gettandosi in mare, Hawksley urlò: “Se non vuole salvare una bestia, si sentirà obbligato a salvare un uomo”. Il comandante fermò la nave e, si racconta, trasse in salvo uomo e bovino».
Sarebbe utile e interessante capire se anche Hawksley, al pari di Garibaldi, nella sua “zoofilia” fosse ispirato da credenze esoteriche: un punto in comune tra i due potrebbe essere rappresentato dalla Società Teosofica, con la quale probabilmente entrambi ebbero dei rapporti (per l’Eroe dei due mondi è certo, dato che la Blavatsky sostenne addirittura di aver combattuto nella battaglia di Mentana).

In ogni caso, al di là di convinzioni pseudo- o para-massoniche, è un fatto che pochi anni dopo la nascita di queste “società”, la zoofilia era già stata chiamata ufficialmente a far parte della tradizione culturale italiana, come si evince da un intervento parlamentare del 6 giugno 1913 (riguardante proprio un provvedimento per la protezione degli animali) dell’ex presidente del consiglio Luigi Luzzatti (nel quale viene citata anche la contessa Martinengo Cesaresco, autrice dell’appello dello “Spectator” di cui sopra):
«L’Italia è il paese dove le più nobili, le più grandi, le più umanitarie dottrine, dai tempi antichissimi sino a oggi, si sono svolte. Ma non oserei dire che sia il paese che sempre le abbia applicate, dai combattimenti dei gladiatori agli accecamenti degli uccelli [si ride].
In questo pietosissimo e gravissimo argomento, noi italiani, dopo l’India, siamo quelli che hanno predicato le più dolci, le più sante dottrine, dai greci pitagorici, dai filosofi e poeti romani. Avevo portato tutti i testi qui... [si ride] e non sarebbe male per voi e pel paese parlare a fondo di queste materie.
Avevo portato tutti i testi, che si trovano raccolti in un libro uscito ora. L’autrice è una donna gentile e colta, che scrisse anche cose belle sul risorgimento italiano, la contessa Martinengo; il libro è intitolato: II posto degli animali nel pensiero umano.
Certo, uno degli atti nostri, che ci facevano più torto, e ce lo fanno anche oggi di fronte agli stranieri, è il maltrattamento degli animali.
[…] Per fortuna, non siamo più isolati, ci sono società zoofile a Torino, a Milano, a Napoli, a Roma e altrove, vigilanti e affrontanti le bestemmie di quelli che maltrattano le bestie e le ironie dei magnifici sfaccendati, peggiori spesso persino di coloro che maltrattano le bestie.
[…] Perché ai superbi che mormorano in questa Camera e che credono di avere essi soli un’anima immortale o mortale (non so se credano a Dio), ai superbi che mormorano in questa Camera io dirò che San Francesco d’Assisi coltivava, cosa degna di nota, la stessa dottrina dei nostri grandi uomini del Rinascimento.
Leonardo da Vinci e Giordano Bruno non credevano di avere essi soli un’anima, credevano anche alle anime degli animali e delle piante, e sentivano quest’immensa catena di solidarietà nel bene e nel male che collega tutti gli esseri della creazione e, mentre ci può rendere più modesti, ci deve anche far più buoni e più pietosi. [Vive approvazioni].
Questa è la luminosa tradizione italiana, la tradizione italiana che doveva mirabilmente splendere in quei due grandi fattori della nostra libertà e della nostra unità, quali furono Mazzini e Garibaldi, i due zoofili per eccellenza.
Garibaldi eccitava un suo amico a Torino a fondare la Società per la protezione degli animali con accenti così belli che rivaleggiano, con altra forma e con altro metodo (qui c’è il guerriero redentore, là c’è il santo) colle parole dei Fioretti del Serafico.
In questo libro che ho qui vi sono delle parole di Garibaldi raccolte pietosamente dalla donna insigne, la quale ho ricordato.
Quando Garibaldi combatteva in America e aveva nel solo cavallo l’amico più potente e più fido, ei si angosciava, non trovando per via in quelle immense solitudini che oggi fioriscono di messi biondeggianti, neppure l’orzo per poterlo nutrire. Quando lo vedeva un po’ quieto riposare sull'erba, Garibaldi diceva che egli provava la gentile voluttà di essere pio. Qual bellezza di frase, come è degna di Ugo Foscolo!
E Mazzini ha tutta una storia intorno a questa pietà dei forti verso i deboli animali, mistica e sana. Quando era rifugiato a Genova in casa di un suo amico cospiratore, viveva appartato silenzioso e nascosto; un pittore di stanze, il quale credeva che la casa fosse vuota voleva afferrare un ragno fuori della finestra. Mazzini sentì tanta pietà per l’infelice ragno che sbucò fuori, e impedì al pittore di compiere l’opera nefasta.
Il pittore fuggì, diffuse per la città la notizia che vi era uno spirito in quella casa, e veramente vi era uno spirito, lo spirito animatore dell’Italia! [Vive approvazioni].
Mazzini dovette fuggire perché altrimenti quel ragno l’avrebbe scoperto agli uomini, implacabili verso di lui assai più che non lo fossero verso le bestie. [Approvazioni].
Insomma è tutta una grande tradizione italica che noi richiamiamo qui a nostra gloria per esser un po’ risarciti dai guai, ai quali assistiamo per il mal trattamento degli animali».

lunedì 6 novembre 2017

C’è del marcio in Scandinavia

In un suo editoriale per il “Corriere” risalente a poco tempo fa, Alberto Alesina ha espresso una singolare osservazione riguardo al popolo svedese (Il danno non visto, 3 luglio 2015):
«La fiducia è la colla che tiene insieme una nazione e l’olio che fa funzionare i suoi ingranaggi. Vi è di che preoccuparsi quando in Italia uno dei motti più famosi recita: “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Sono sicuro che in Svezia un detto simile non esista. Non a caso la fiducia reciproca tra connazionali è molto alta nei Paesi scandinavi, alta nei Paesi anglosassoni e molto più bassa in quelli mediterranei».
Raramente uso l’espressione “italiota” (come di solito invece fanno i seguaci del il famigerato bocconiano), tuttavia trovo che queste righe siano un puro concentrato di italiotismo. A tali livelli non si arriva nemmeno durante le cene col parentado, dove nondimeno si esagera nella glorificazione del “Paese di Cuccagna” anglo-germanico-scandinavo senza cartacce per terra, con le fontanelle dell’eterna giovinezza a ogni crocicchio, i laghi di latte e i fiumi di vino e le montagne di pastasciutta e una burocrazia gestita direttamente dalle divinità norrene. Tutto questo si può forse accettare come parto della fantasia dei semplici; ma che un intellettuale giunga a tale vaneggiamento esterofilo è alquanto inquietante, seppur non sorprendente.

È imbarazzante dover ricordare che ogni lingua ha un motto equivalente a quello “italiano”. Anche Ronald Reagan lo utilizzò (Trust, but verify) considerandolo a sua volta una versione del proverbio russo Доверяй, но проверяй [“Davirjaj, no pravjerjaj”].
In svedese il concetto si può esprimere con Tänk efter före oppure Tänk först, handla sedan (letteralmente “Pensa prima di agire”). C’è un altro proverbio che mi sembra particolarmente adatto al contesto: Hastig rikedom gör mannen misstänkt (“Una ricchezza rapida rende l’uomo sospetto”). Significa che chi diventa ricco in poco tempo è considerato dagli svedesi una persona non eccessivamente onesta.

Al di là di tutto, una cosa che mi consola è sapere che il pregiudizio positivo verso i Paesi nordeuropei sia condiviso anche dagli americani: lo ha evidenziato la giornalista finlandese Anu Partanen sull’“Atlantic” (What Americans don’t get about Nordic countries, 19 marzo 2016), in un pezzo che, seppur dedicato alla nordophilia di Bernie Sanders (sulla quale ha costruito la sua campagna per le primarie democratiche), sembra rispondere proprio alle prediche di Alesina sulla “fiducia reciproca tra connazionali”:
«I nordici non solo sono egoisti come tutti gli altri popoli di questa terra, ma all’occorrenza possono anche detestare i loro concittadini, così come si detestano a vicenda gli individui degli altri Paesi che nutrono opinioni politiche divergenti».
Più in generale, l’ottima Partanen (e di gradevole aspetto: ecco come nascono certe mitologie politiche!) si riserva di ridimensionare le illusioni sul modello nordico professate dai “medio-progressisti” d’oltreoceano:
«In estrema sintesi, l’unica cosa di cui si occupa l’approccio nordico è di ridurre i rischi per chi vuole avviare un’impresa, dal momento che i servizi di base come l’istruzione e la sanità sono garantiti indipendentemente dal destino della propria azienda emergente.
[…] Così è come dovrebbe essere un’economia capitalistica basata sul libero mercato, che è poi esattamente quella dei Paesi nordici. Infatti, proprio in quanto economie capitalistiche, i Paesi nordici hanno dimostrato che il capitalismo funziona meglio quando è accompagnato da politiche sociali sagge e omnicomprensive, nell’interesse di tutti.
[…] Gli americani non sbagliano nell’aborrire gli spettri del socialismo e del Big Government. Per l’appunto, da finlandese orgogliosa quale sono, mi piace spesso ricordare agli amici americani che i miei connazionali hanno combattuto due guerre atroci contro l’Unione Sovietica per preservare la libertà e l’indipendenza della propria nazione contro il socialismo. Nessuno vuol vivere in una società che non rispetta la libertà individuale, lo spirito imprenditoriale e i mercati aperti. Ma la verità è che il capitalismo basato sul libero del mercato e le politiche sociali universali possono andare perfettamente d’accordo: in questo caso non si tratta di big government, ma di smart government».
Il libero mercato non può esser lasciato libero di distruggere sanità, scuola e assistenza? Ma che scherziamo?! A questo punto, secondo le ridicole (e ormai usurate) utopie dei lib-lab di tutto il mondo, dovremmo ammettere che c’è del marcio anche in Scandinavia... 

Tuttavia, non vorrei concludere troppo seriamente una polemica ispirata soprattutto al “pecoreccio”. Del resto, solo un italiota potrebbe pensare che uno scandinavo non si lamenti mai delle tasse, dei politici, della burocrazia e degli immigrati.

In realtà, a quel che sembra, gli svedesi (tenevi forte) dicono persino le parolacce! Dedico appunto l’elenco che segue ai cari svedesioti: che si consolino almeno sapendo che, come afferma il frasario da cui è tratto, «le espressioni ingiuriose svedesi fanno spesso riferimento al diavolo e all’inferno, quasi mai al sesso» (la virtù nordica salvata in extremis!).

sabato 4 novembre 2017

Eros e magia nella Catalogna indipendentista


A proposito di Catalogna, negli ultimi mesi in Spagna si è discusso, tra le altre cose, di risvolti addirittura “esoterici” dell’indipendentismo: l’attenzione si è concentrata in particolare sulla moglie di Puigdemont, la giornalista e filologa di origine romena Marcela Topor, che per la sua passione per l’occulto si è vista affibbiare epiteti quali la bruja o la pitonisa (“la strega”, “la chiromante”).

La Razón”, per esempio, descrive la first lady catalana come una especie de maga, talmente coinvolta dal folklore romeno da aver voluto che il marito, prestando giuramento alla Generalitat, portasse con sé un amuleto portafortuna (della celebre ceramica di Horezu) raffigurante un gallo.
Le testate di orientamento ultranazionalista interpretano tale gesto come un vero e proprio rituale di magia nera: «Una evocazione di spiriti per illuminare il marito nel suo nuovo cammino», scrive “Alerta Digital”, che definisce Puigdemont mason y sionista e afferma che in gioventù il leader catalano «amava vestirsi da nigromante e leggere libri di magia nera».
Entrambi i coniugi condividono in effetti la passione per «i riti antichi e la mitologia della Transilvania», tanto da recarsi frequentemente in villeggiatura presso quei luoghi: due anni fa ci andarono persino con l’ex patron del Barça Joan Laporta, intimo amico della coppia.

Al di là tuttavia delle speculazioni, le voci sull’appartenenza di molti rappresentanti del catalanismo alla massoneria sono state corroborate dalla partecipazione di Puigdemont, nel marzo scorso, a una cena privata organizzata dalla Gran Logia Española, durante la quale, al cospetto di trentuno delegazioni latomistiche internazionali, il Presidente catalano ha attestato la sua fedeltà ai principi massonici del libero pensiero e della tolleranza: per parte sua, il Gran Maestro della Loggia Óscar de Alfonso ha espresso «immensa gratitudine e affetto verso la Catalogna, una terra che ci ha sempre accolto e con la quale saremo sempre in debito» (cfr. “La Vanguardia” e “Europa Press”).

In verità, pochi mesi dopo lo stesso De Alfonso (che aveva già ricevuto diverse critiche dai fratelli massoni per la sua iniziativa) è dovuto ritornare sulle sue “aperture” quando la giunta catalana, con la scusa della commemorazione per il trecentesimo anniversario della massoneria, ha tentato di trasformarlo in uno “sponsor” dell’indipendenza. Il Gran Maestro, indignato per la strumentalizzazione del buon nome della Gran Logia, ha così commentato: «Non siamo mai intervenuti nelle questioni politiche e tutto ciò potrebbe essere manipolato o male interpretato».


Evidentemente anche  i “fratelli” di Bruxelles, poco intenzionati a prestare soccorso all’esecutivo in esilio, condividono la stessa volontà di non farsi “tirare in mezzo”: visto che ne stiamo parlando, pare che Puigdemont si sia recato in Belgio non soltanto per cercare aiuto nella capitale dell’Unione, ma anche (forse soprattutto) per ottenere il sostegno dei separatisti fiamminghi, che non hanno alcuna simpatia per le logge (anzi tendono verso il cattolicesimo tradizionalista).

È difficile quindi leggere gli eventi in maniera univoca, poiché il catalanismo, al pari di tutti gli altri indipendentismi, è diviso tra varie anime: per esempio, Oriol Junqueras, pur appartenendo alla sinistra repubblicana, si proclama cattolico e si pregia anche di aver conosciuto Ratzinger quando era ancora cardinale.

Inoltre, gli “schieramenti” al giorno d’oggi sono molto più sfumati che non in passato e le varie retoriche politiche si stanno talmente omologando da rendere quasi impossibile afferrare i sottintesi (ammesso che esistano) di un discorso ispirato alla “fratellanza”, al “dialogo” e al “rispetto”: politici, preti e massoni ormai parlano un’unica, incomprensibile, “lingua di legno” (che sia magica o meno, resta comunque irritante).

martedì 31 ottobre 2017

Make Halloween Great Again

Nonostante abbia aperto questo blog da poco più di due anni, ho già avuto modo di criticare la diffusione delle celebrazioni di Halloween in Italia (vedi quiqui): tuttavia le mie obiezioni, seppur ancora valide, necessitano di essere contestualizzate. Non credo infatti di esagerare affermando che fino all’anno scorso vivevamo davvero in “altri tempi”, cioè in un periodo caratterizzato dal tocco taumaturgico del presidente Obama, il quale con la sua solo presenza è riuscito a trasformare l’americanizzazione in un fattore positivo.

È appunto in tali circostanze che una festività tipicamente yankee è potuta diventare un fenomeno di massa. Questo mi porta a supporre che, qualora Trump riesca a resistere ancora per qualche anno, di Halloween non sentiremo più parlare. Sarò malizioso (o paranoico), ma le avvisaglie a mio parere già ci sono tutte: mi pare significativo, per esempio, che i giornali rispetto agli scorsi anni abbiano tenuto un profilo basso, riducendo l’evento a un’innocua carnevalata ed evitando finalmente di imbarcarsi in goffe digressioni sul “vero significato” della festa.

In verità la “dissacrazione di Halloween” è partito proprio dagli Stati Uniti, guarda caso un attimo dopo che Trump è entrato in politica: i media americani ora tacciano la ricorrenza di “razzismo”, in quanto alimenterebbe pregiudizi e stereotipi offensivi nei confronti delle minoranze. Per questo in molti college sono stati promulgati regolamenti draconiani contro i costumi da “indiano” o “messicano”, e alcuni Stati hanno addirittura proibito i festeggiamenti negli ambienti scolastici per scongiurare il pericolo che maschere “politicamente scorrette” possano mettere a disagio qualche studente. Anche in quest’orgia di “panico morale”, non sono ovviamente mancati i doppi standard: per esempio, Amazon ha tolto dal suo sito i travestimenti offensivi verso gli arabi, ma in compenso non ha smesso di vendere costumi da “prete zombie” o “suora sexy”.

Ecco perché, con lo spirito di contraddizione che mi caratterizza, quest’anno dico Make Halloween Great Again! Grazie a Trump gli Stati Uniti sono tornati a essere cattivi, quindi se potete festeggiatelo come se fosse San Patrizio, il giorno dell’indipendenza polacca o Ferragosto (perché in effetti credo che seguirà il destino della famigerata “Befana fascista”!).

Per l’intanto, propongo un grande pezzo (anche remixato) di Andrew Gold, tratto dal geniale album Halloween Howls (1996) che l’artista dedicò interamente alla festività americana.



Spooky, scary skeletons
Send shivers down your spine
Shrieking skulls will shock your soul
Seal your doom tonight

Spooky, scary skeletons
Speak with such a screech
You’ll shake and shudder in surprise
When you hear these zombies shriek

We’re so sorry, skeletons, you're so misunderstood
You only want to socialize, but I don’t think we should

’Cause spooky, scary skeletons
Shout startling, shrilly screams
They’ll sneak from their sarcophagus
And just won’t leave you be
                          
Spirits, supernatural, are shy, what’s all the fuss?
But bags of bones seem so unsafe, it's semi-serious!

Spooky, scary skeletons
Are silly all the same
They’ll smile and scrabble slowly by
And drive you so insane!
Sticks and stones will break your bones
They seldom let you snooze       
Spooky, scary skeletons
Will wake you with a boo!
Scheletri spaventosi e terrificanti
vi faranno scorrere brividi lungo la schiena
Teschi urlanti turberanno le vostre anime
E stanotte segneranno il vostro destino
                        
Scheletri spaventosi e terrificanti
parlano con un tale stridio
che rabbrividirete dalla sorpresa
quando sentirete questi zombie urlare

Ci spiace tanto, scheletri, siete così incompresi,
Volete solo far amicizia, ma non credo dovremmo…

Perché gli scheletri spaventosi e terrificanti
lanciano urla sconvolgenti e laceranti
Sgattaioleranno dai loro sarcofaghi
e non ti lasceranno in pace

Spiriti soprannaturali, sono timidi, cos’è questo trambusto? Ma questi mucchi d’ossa sembrano così pericolosi, è una cosa poco seria!

Scheletri spaventosi e terrificanti
Son dei simpaticoni alla stessa maniera
Sorrideranno e rasperanno lentamente
Fino a farvi impazzire!
Non vi faranno sonnecchiare      
Scheletri spaventosi e terrificanti
Vi sveglieranno con un “buh”!

martedì 24 ottobre 2017

Lunačarskij, i surrealisti e la ragione

Questa di Riccardo De Benedetti è davvero un’ottima segnalazione, anche se assomiglia a una di quelle citazioni troppo belle per essere vere...
Ho tentato perciò di risalire alla fonte: il web russo stavolta non è stato avaro come al solito e mi ha permesso di rintracciare immediatamente le famigerate Opere complete [Собрание сочинений] del Lunačarskij.
Ecco quindi il passaggio completo tradotto dall’originale (non credo infatti esista una versione in italiano, ché la bibliografia nostrana del Commissario del popolo consta probabilmente di due o tre volumi risalenti agli anni ’70):
«Очень характерно, что когда, уже в 1923 году, я в первый раз приехал в Париж, мне пришлось повидаться там с некоторыми сюрреалистами, представителями деклассированной интеллигенции, обостренно ненавидевшими буржуазию. Конечно, эти люди, в то время находившиеся на пороге коммунистической партии и желавшие взять в свои руки организованный Барбюсом орган „Clarté“, ничего не знали о Блоке, но настроения их были до чрезвычайности подобны блоковским, что показывает родственность социального фундамента того и другого явления.
Во время нашей беседы сюрреалисты, вождями которых в то время были Бретон, Арагон, обращались ко мне приблизительно с такого рода декларацией: 
„Мы, сюрреалисты, прежде всего ненавидим буржуазию. Буржуазия умирает, но умирает медленно и тлетворным своим дыханием заражает воздух вокруг нас. Что прежде всего из буржуазных элементов воспринимаем мы, интеллигенты, как наиболее для нас ненавистное, смертоносное? Это — рационализм буржуазии. Буржуазия верит в разум. Она считает разумной самое себя и считает, что весь мир построен согласно принципам ее ужасающе узкого и прозаически серенького разума. Мир как бы подчинился разуму буржуазии. А между тем на самом деле за разумной оболочкой скрывается гигантская и таинственная стихийность, которую нужно уметь рассмотреть, но которую нельзя увидеть глазами разума. Мы провозглашаем поэтому принцип интуиции. Художник может и должен видеть вещи в их сверхреальном значении. Революция нужна нам для того, чтобы опрокинуть царство буржуазии и вместе с тем царство разумности, чтобы вернуть великое царство стихийной жизни, чтобы растворить мир в подлинной музыке напряженного бытия. Мы чтим Азию как страну, до сих пор еще живущую именно этими правильными источниками жизненной энергии и не отравленную европейским разумом. Приходите же вы, москвичи, ведите за собой бесчисленные отряды азиатов, растопчите европейскую афтер-культуру [лжекультуру]. Если бы даже мы сами должны были погибнуть под копытами степных лошадей, пусть погибнем, — лишь бы погиб с нами разум, расчет, смертоносное, все обуживающее начало буржуазности!“ 
Я почти точно передаю и смысл и образы, в которые одевали; тогда французские молодые поэты свои идеи. Мне стоило немало труда преодолеть их изумление и даже негодование, когда я ответил им, что они абсолютно ошибаются относительно революции, что революция как раз продолжает дело разума, что мы как раз опираемся на европейскую цивилизацию, что мы считаем только лучшим ее плодом марксизм, апогей разумности — правда, не логической, а диалектической, — что мы берем в европейской культуре самое лучшее, то, что отвергла европейская буржуазия, и не только сами основываем у себя на базе этой высшей формы науки наше собственное строительство, но и в Азию хотим нести именно свет этого разума, отнюдь не являясь проводниками влияния каких-нибудь азиатских мистических метафизик на самую Европу». 
(«Fu un’esperienza davvero singolare, quando mi recai per la prima volta a Parigi nel 1923, imbattermi in alcuni surrealisti, rappresentanti dell’intellighenzia emarginata, i quali odiavano la borghesia con tutto il cuore. Questi personaggi, che all’epoca facevano parte del Partito comunista e volevano monopolizzare la rivista “Clarté” di Barbusse, pur non conoscendo nulla di Aleksandr Blok, avevano praticamente gli stessi atteggiamenti del poeta, il che dimostra l’identica base sociale da cui scaturiscono tali fenomeni.
Durante la nostra conversazione i surrealisti, i cui rappresentanti principali erano Breton e Aragon, si rivolsero a me con queste parole: 
“Noi, surrealisti, prima di tutto odiamo la borghesia. La borghesia sta morendo, ma muore lentamente e i suoi ultimi rantoli pestilenziali avvelenano la nostra aria. Qual è l’elemento che noi intellettuali percepiamo come il più odioso, il più mortifero? Semplice: il razionalismo borghese. La borghesia crede nella ragione. Essa si considera ragionevole e crede che il mondo intero si accordi a i principi della sua mente grigia, gretta e meschina. Tuttavia, dietro al guscio della ragione, il mondo reale nasconde una spontaneità colossale e misteriosa, che dovremmo finalmente tentare di riconoscere, anche se è impossibile osservarla solo con gli occhi della ragione. Per questo noi rivendichiamo il principio dell’intuizione. L’artista deve essere in grado di osservare le cose nel loro significato surreale. Abbiamo bisogno di una rivoluzione per rovesciare il regno della borghesia e con esso il regno della ragione, per tornare al glorioso regno della vita primitiva e dissolvere il mondo nella musica autentica del vivere intenso. Noi onoriamo l’Asia come la terra dove ancora ci si abbevera alle genuine fonti dell’energia vitale, non contaminate dalla ragione europea. Venite, moscoviti, con le vostre immense schiere asiatiche, a schiacciare la post-cultura [il curatore corregge con ‘falsa cultura’] europea. Se anche noi dovessimo perire sotto lo zoccolo dei cavalli, lasciateci pure crepare, a patto che assieme a noi muoiano anche la ragione, il calcolo e tutto ciò da cui è scaturita la borghesia!”. 
Ho riportato con il maggior grado di accuratezza possibile i concetti e le immagini di cui si ammantavano questi giovani poeti francesi, che a quanto pare avevano le loro idee. Mi ci volle un sacco per avere la meglio sul loro stupore e persino indignazione, quando gli confessai che le loro opinioni sulla rivoluzione erano assolutamente errate, che la rivoluzione stava semplicemente portando avanti la causa della ragione, che noi ci ispiravamo alla civiltà europea e che consideravamo il suo frutto migliore, il marxismo, come l’apogeo della ragione – verità non logica ma dialettica –, che volevamo prendere il meglio dalla cultura europea, tutto ciò che la borghesia europea aveva ripudiato, e che non soltanto eravamo intenzionati a costruire la nostra società in base a questa superiore forma di scienza, ma che nella stessa Asia volevamo portare i lumi della ragione e per nessun motivo ci interessava diventare il veicolo di qualche pseudo-mistica o metafisica “asiatica” in Europa»).

lunedì 16 ottobre 2017

I curdi avranno pane per i loro denti

La “curdomania” occidentale sta raggiungendo livelli allarmanti: non solo per gli scalmanati che partono a combattere direttamente con l’YPG e le altre formazioni paramilitari o terroristiche (i quali andrebbero trattati come foreign fighters, perché chi va a cercarsi grane solo per aver letto un articolo su internet o aver visto passare qualche immagine in tv, è un pericolo per la società), ma pure per le prefiche del ceto medio semicolto, i filosionisti col pugnale fra i denti (Israele è il miglior alleato dei curdi nell’area) e giù giù fino alle allegre comitive di squatter, antifa e scalzacani assortiti.

Per provare a demolire un po’ di mitologia resistenziale sorta attorno all’immaginario “Kurdistan”, vorrei segnalare il sito della giornalista siriana (di origine siriaca) Sarah Abed che, seppur “di parte”, testimonia l’avversione che le altre minoranze mediorientali nutrono nei confronti dei pupilli di Israele e dell’Occidente.

La violazione dei diritti dei gruppi minoritari (siriaci, yazidi, armeni, arabi) nel Kurdistan iracheno è sistematica e prosegue ormai da decenni: non parliamo solo di pulizia etnica, ma anche di un “genocidio culturale” al quale queste popolazioni sono state sottoposte. Così come nel 1915 i curdi parteciparono al genocidio armeno (e assiro) “ripulendo” quelle terre che ora rivendicano come proprie, allo stesso modo negli ultimi anni hanno cancellato le tracce delle culture più antiche (assira, armena e aramea), modificando la toponomastica non solo delle città (vedi Nohadra trasformata in Dahuk), ma anche dei siti di interesse storico. Secondo la Abed, è attraverso tale manipolazione che i curdi sono riusciti a creare dal nulla una tradizione millenaria sulla quale basare le proprie pretese di egemonia e indipendenza.

Come afferma il giornalista di origine siriaca (esule in Svezia) Augin Kurt Haninke, «nonostante l’oppressione che hanno subito da parte dei turchi, i curdi non hanno mai imparato a essere tolleranti. Il loro scopo nel Nord dell’Iraq è quello di assimilare o espellere le popolazioni indigene assire che vivono lì da sette millenni».

Ci sono alcuni atti particolarmente odiosi di cui le milizie curde si sono macchiate durante la guerra civile siriana. Per esempio, il brutale assassinio, avvenuto nell’aprile di due anni fa, del generale assiro David Jindo, attirato dall’YPG in una trappola con la scusa di una cooperazione e torturato e giustiziato. Le informazioni riguardo a tali vicende sono rarefatte e sporadiche, poiché ovviamente la loro diffusione rovinerebbe l’immagine dei “santi guerriglieri” (a fumetti); tuttavia grazie al lavoro della diaspora in contatto con le varie armate rimaste fedeli al regime siriano, il generale Jindo è già entrato a far parte dell’epica siriaca, accanto a nomi che conosciamo poco, come quello del patriarca nestoriano Mar Shimun XXI Benyamin (1887-1918), ucciso anch’egli a tradimento dal capo tribale curdo Simko Shikak (uno dei più feroci sterminatori di cristiani persiani).

In generale i curdi, come abbiamo già avuto modo di osservare, sono intolleranti verso tutte le altre minoranze perché si sentono perennemente accerchiati (al pari di Israele, che infatti in Medio Oriente non ha amici). Il vandalismo anticristiano, incoraggiato dai loro imam, è sfociato nei tumulti del dicembre 2011, quando vennero distrutti negozi di liquori, alberghi, ristoranti appartenenti ai siriaci e yazidi di Dahuk. 

Un esempio recente di tale “politica” verso queste due etnie è l’imposizione del disarmo completo delle loro milizie con l’assicurazione che i Peshmerga si sarebbero occupati della loro difesa: il risultato, prevedibile, è che gli assiri sono stati lasciati completamente in balia dell’Isis.


Un altro particolare che emerge dagli articoli della Abed è la profonda corruzione su cui si fonda la gestione del Kurdistan iracheno: basti pensare che, nonostante il controllo totale sul proprio petrolio e i cospicui aiuti internazionali ricevuti negli ultimi anni, il Governo Regionale è riuscito a fare un buco di 25 miliardi di dollari. È anche per questo che il recente referendum per l’indipendenza, seppur dal risultato plebiscitario a favore del “Sì”, si sia trasformato in un boomerang per Barzani e tutti i suoi accoliti, contribuendo ad accelerare la catastrofe economica.

Le reazioni sono state dure sia da parte iraniana che, ovviamente irachena: ma il più gagliardo di tutti si è dimostrato, come al solito, il Gran Turco, Sua Eccellenza Recep Tayyip Erdoğan. Col suo stile confondibile, egli ha infatti voluto rivolgere questo messaggio agli amici curdi:
«Nonostante la nostra opposizione, il Governo Regionale del Kurdistan ha voluto fare a tutti i costi il referendum… A parte Israele, nessun altro Paese ha condiviso questa decisione. Il fatto che un singolo gruppo pretenda di imporre la propria egemonia su un’area come quella dell’Iraq del Nord, così variegata dal punto di vista religioso ed etnico, sarà occasione per nuovi conflitti e sofferenze… Chi accetterà la vostra indipendenza? Il mondo non è solo Israele. Il Kosovo è stato riconosciuto da 114 Paesi, ma è ancora in grave difficoltà. Caro Iraq del Nord, cosa potrai mai combinare assieme a Israele? Ora che cominceremo a imporre le nostre sanzioni, vi troverete in grossi guai. Ci basterà chiudere le valvole e sarà tutto finito, tutti i vostri guadagni spariranno immediatamente. Quando i nostri camion smetteranno di andare nel Nord Iraq, morirete di fame... Non distruggete il vostro domani per l’avidità del momento. Sventolare le bandiere israeliane non vi salverà…»

E dunque, malgrado le simpatie internazionali, l’incessante propaganda e l’appoggio dei centri sociali, anche i curdi avranno pane per i loro denti (anzi, non ne avranno affatto!).

giovedì 12 ottobre 2017

L’antisemitismo nelle banlieue (o roba del genere)

La rete televisiva franco-tedesca (= “europea”) Arte ha commissionato nel 2015 un documentario sull’antisemitismo in Europa, intitolato Auserwählt und ausgegrenzt – Der Hass auf Juden in Europa (“Eletti ed esclusi. L’odio per gli ebrei in Europa”): l’opera doveva essere trasmessa in febbraio, ma il dissidio tra i patrocinatori (tedeschi) e i dirigenti (francesi) ha fatto slittare la messa in onda di qualche mese. Alla fine ci hanno pensato il sito della “Bild” e il canale tedesco “Das Erste” a renderlo disponibile al pubblico (senza permesso), costringendo così “Arte” a infilarlo nel palinsesto per non perdere la faccia.

Il cortometraggio, opera di due registi tedeschi, mette tonnellate di carne al fuoco: si parla dell’estrema sinistra tedesca e francese, delle ong anti-israeliane, dei naziskin, degli immigrati arabi, degli ebrei delle banlieue, saltando di palo in frasca da Sarcelles a Gaza e da Francoforte alla Cisgiordania. Diciamo che le motivazioni “burocratiche” con cui si è tentato di censurarlo, seppur patetiche, non erano del tutto fuori luogo: comprendo infatti quanto l’equazione Palestina = banlieue sia cara a Israele, ma con l’Europa c’entra poco, così come le interviste agli ufficiali dell’IDF, i video del Memri, la corruzione di Hamas, le fabbriche israeliane della Cisgiordania che hanno portato il benessere tra i palestinesi, Roger Waters che non vuole suonare a Tel Aviv eccetera eccetera.

Più in tema, forse, con l’argomento trattato, la carrellata sul rap delle “periferie” francesi e tedesche, obbiettivamente vomitevole (c’è anche un pezzo in cui si elogia Merah, quello della strage in sinagoga: come ha fatto Le Pen a non vincere?), insomma tutti questi cazzoni che dopo il fumo hanno trovato nell’“islam” la loro ragione di vita. Si fa un accenno a Ilan Halimi, il ragazzo francese torturato da una banda di arabi nel 2006 perché di origine ebraica: forse avrebbero dovuto dedicare più spazio a questo crimine, piuttosto che intervistare decine di palestinesi a Gaza.

Alla fine, le cose più interessanti che si possono ricavare dal cortometraggio sono alcuni screenshot piuttosto spassosi, come il rinomato negozio di abbigliamento “Hitler 2” a Gaza : 


oppure diverse manifestazioni in Germania (Essen, Francoforte e Berlino) dove gli arabo-germani inneggiano ad Adolf Hitler e recitano slogan come “morte a Israele” o “ebreo maiale vigliacco”:



(al minuto 54 si può anche vedere manifestanti francesi che si esaltano al grido di “Se boicotti Israele, fai la ola”, ma una cosa troppo ridicola per meritare il tasto “Stamp”).

In conclusione, il documentario si concentra troppo su Israele e fa passare l’idea che il terrorismo in Europa sia solo di stampo “antisemita” (e che la maggioranza delle vittime siano quindi “danni collaterali”?). Inoltre, come già detto, il paragone tra le nostre periferie (che non sono Gaza, che diamine) e quelle israeliane serve solo a inquinare il dibattito: non è ipocrita alludere una “soluzione sionista” all’antisemitismo arabo, quando le associazioni ebraiche sarebbero le prime a insorgere se l’Europa si comportasse come Israele?
La questione israeliana peraltro fa parte di un problema più grande, riguardante lo status di vittima eletta” conteso tra arabi ed ebrei: forse per affrontare il tema dell’antisemitismo contemporaneo, senza lasciarsi intimorire dal politicamente corretto, sarebbe necessario cominciare proprio da questo punto...

mercoledì 11 ottobre 2017

Citofonare a Putin la domenica mattina


Da un sondaggio del VTsIOM (Centro Ricerche sull’Opinione Pubblica Russa) condotto su un campione di 1200 soggetti, risulta che il 76% dei russi condivide il divieto di proselitismo imposto ai Testimoni di Geova, considerati dalla Corte Suprema “organizzazione estremistica” e banditi da tutto il territorio russo a partire dall’aprile di quest’anno.
Si tratta di una delle conseguenze dell’approvazione della cosiddetta “legge Jarovaja”, un insieme di misure atte a combattere il fondamentalismo religioso. I “testimoni” sono stati accusati sia di aver rifiutato l’accordo “giuseppinista” con lo Stato russo (il che non consente loro di abusare ulteriormente dell’etichetta di “cristiani”), sia di aver plagiato i propri adepti con paranoie apocalittiche e anti-scientifiche (come il famigerato rifiuto delle trasfusioni di sangue).
Sembra incredibile, ma nonostante le proteste della Mogherini, Mosca (già che c’era) ha deciso pure di incamerarsi tutte le proprietà della setta. Evidentemente citofonare a Putin la domenica mattina non è stata una grande idea…

Battute a parte, come già osservato a suo tempo, la “Jarovaja” non ha come scopo principale quello di perseguitare certe minuscole sette: infatti ha poco a che fare con tutta questa vicenda, dato che la controversia tra il Cremlino e le “minoranze religiose” dura da anni. Tuttavia c’è chi è interessato a presentarla comunque in tale prospettiva, così da convincere il pubblico italiano che Putin sia “nemico dei cristiani”: ma il pacchetto di provvedimenti che prende il nome dalla deputata di Russia Unita Irina Jarovaja è stato adottato semplicemente in conformità alle leggi “islamofobe” istituite in alcuni Paesi europei (e non solo: vedi Egitto e Tunisia), dopo l’ondata terroristica che ha travolto il Vecchio Continente.

Solo da questo punto di vista si potrebbe criticare la “Jarovaja”: l’eccessiva “emotività” che la ispira rischia di produrre “effetti collaterali” non voluti. Sfortunatamente gli anti-putin (dagli editorialisti del “Corriere” alla destra cattolica) non possono dire molto sul tema senza cadere in contraddizione, poiché tale legge introduce misure che loro stessi invocano da anni. Non sono infatti costoro che hanno sempre chiuso un occhio sull’ipocrisia dei divieti burocratico-urbanistici alle moschee?

Eppure che sia necessario fare chiarezza sui finanziamenti di cui dispongono alcune associazioni islamiche è un principio che oggi viene riconosciuto praticamente da tutti. La “Jarovaja”, per dirla in burocratese, sopperisce a tale vulnus, che in Russia è più sentito da altre parti per motivi realmente “geopolitici” (se non “geografici” tout court): nella Federazione covano infatti pulsioni secessionistiche a ridosso delle falde etnico-religiose che la caratterizzano. Di conseguenza, finché i sufisti del Daghestan pregano e cantano, nulla di male; quando invece coi soldi di qualche petrolmonarchia si cominciano a far saltare in aria, Mosca deve necessariamente intervenire (e non è che può fare l’embargo contro il Castro di turno: laggiù serve la fanteria…).

Perciò è corretto riconoscere che la legge anti-terrorismo si rivolge anche contro le organizzazioni che, non avendo ottenuto il riconoscimento dello Stato, abusano dell’etichetta di “islamiche”. Il fatto che risultino coinvolte anche quelle “cristiane” è, come detto, secondario: del resto nemmeno in Italia certi gruppi religiosi possono accedere all’elenco dei beneficiari dell’Otto per mille, il che dimostra che la questione non riguarda semplicemente la libertà religiosa. Perché, in effetti, il problema non è soltanto politico, ma teologico-politico: il principio che la Russia sta cercando di ristabilire va al di là di uno schematico Cuius regio eius religio e investe la totalità dei rapporti tra Stato e religione, i quali vanno nuovamente ripensati, anche alla luce del revival verificatosi dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Non sembra quindi casuale che uno dei centri da cui deve partire tale ripensamento sia proprio il Paese che, dopo aver proclamato l’ateismo di Stato, scelse come canto bellico un inno dal titolo La guerra santa...

La questione fondamentale è se possano essere posti ancora dei limiti all’influenza della religione nella sfera pubblica, poiché, al di là del laicismo di facciata, il tema sembra diventato un tabù. Non solo per una questione di political correctness, che in nome della “tolleranza” impedisce una condanna netta degli estremismi induistibuddisti ed ebraici; ma anche per il singolare fenomeno della “demonizzazione selettiva” della repressione del sacro, che porta a riconoscerla come positiva quando essa è orientata in senso “progressista”, mentre a stigmatizzarla quando origina da “destra”. Tale atteggiamento comporta una sorta di “radicalizzazione inconscia” che è potenzialmente in grado di trasformare qualsiasi sentimento religioso in una minaccia non tanto allo Stato o alle comunità, quanto al re-ligare stesso. 

Un altro elemento importante del “nuovo corso” inaugurato dalla Jarovaja, che finora non è stato rilevato dai critici, è la rivalutazione positiva di quell’agnosticismo che in Russia si è fatto tradizione e cultura (anche nelle forme estreme dell’ateismo di Stato). Questa nuova sensibilità permette di ridurre lo spazio della religione nella sfera pubblica, anche nei confronti dell’ortodossia: i primi effetti indiretti si manifestano nei numerosi appelli contro la costruzione di nuove chiese in nome del turismo o dell’urbanistica (per esempio, i residenti di un quartiere di San Pietroburgo con una lettera a Putin si sono opposti alla costruzione di un sacrario in ricordo delle vittime dell’incidente aereo nel Sinai perché sarebbe in contrasto con lo stile “europeo” della zona e potrebbe causare problemi di traffico – per non dire del suono delle campane che disturberebbe la quiete…).

Chiudiamo però ora con queste amenità e dedichiamoci invece agli argomenti principali da cui era partito il dibatitto: i citofoni e i Testimoni di Geova. Per la gravità e l’importanza dei temi trattati, ho deciso di affrontarli separatamente.

Partiamo dai citofoni. Negli Stati Uniti di recente si è discusso della fobia che i cosiddetti millennial (un gruppo del quale tecnicamente dovrebbe far parte anche il sottoscritto) hanno sviluppato nei confronti del campanello di casa: è un suono che, come scrive il “Wall Street Journal”, considerano “terrificante”, “minaccioso”, “sospetto”, e che li fa letteralmente uscire di testa («The sound of a ringing doorbell freaks them out»).
Queste storie da fine della storia mi intrigano: il citofono come l’olocausto, l’infibulazione e le esecuzioni sommarie? Negli Stati Uniti ormai viene identificata una nuova “fobia” al giorno: nell’ultimo anno è andata molto la fatphobia, la quale “colpisce” in primis quei medici che consigliano alle proprie pazienti di perdere peso.
Però la “grassofobia” è già roba vecchia, nel 2017 siamo passati di livello: adesso c’è la pozphobia (o serophobia), cioè il rifiuto di fare sesso con una persona perché sieropositiva. In tal senso è stata appena modificata la legislazione della California, che ha depenalizzato il reato di mettere a rischio la salute altrui nascondendo la propria malattia (purtroppo la “riforma” vale anche per chi dona il sangue pur sapendo di avere l’Hiv).
Sono cronache di un lento logoramento al quale si può assistere senza lasciarsi turbare più di tanto; anzi, la cosa migliore sarebbe godersi lo “spettacolo”, il cui palinsesto varia di mese in mese e nell’ultima settimana ha offerto una rissa tra femministe e trans a Londra (giusto il commento: «Even Monty Python couldn’t make it up») e la lapidazione virtuale di una signora per aver chiesto su Facebook qualche ricetta da preparare al marito (“crimine contro il femminismo”).

E veniamo finalmente ai Testimoni di Geova. Nella mia cittadina c’è uno dei loro centri (credo la chiamino “Sala”), dunque li incontro praticamente tutti i giorni: in generale non ho nulla contro di loro (anche se non ho mai capito cosa vogliono vendermi, ché il credere è appunto un credito). Dirò di più: verso la fine degli anni ’00 la loro predicazione era diventata piuttosto accattivante, perché per “agganciare” i maschi ingenui si facevano accompagnare da un’adepta di gradevole aspetto. Voglio dire: voi mi offrite una vestale con la carrozzeria tutta a posto, che deve obbedire ai miei ordini, che non può lasciarmi o tradirmi sennò finisce all’inferno e il cui ideale supremo di svago è una preghiera collettiva? Manco l’islam promette roba del genere (anzi, meno si fa settario e più le maglie si allargano): al diavolo l’illuminismo, chi non ci metterebbe la firma?
A questo proposito, un aneddoto: una volta mi imbattei in una signora sulla sessantina assieme a una di queste fanciulle durante un acquazzone, e mentre mi parlavano –tanto per cambiare– dell’apocalisse, io decisi di sfoderare un classico del mio umorismo gesuitico e tardo: “Beh, per adesso c’è solo il diluvio universale!”. Roba che anche un prete mi avrebbe pestato: invece la ragazzetta rise! Si tratta di un’avvisaglia che ho imparato a riconoscere con l’esperienza: quando le donne ridono a una tua battuta (non importa se sia divertente o meno), è perché vogliono la tua anima. Vade retro! Non abbiamo di certo estirpato l’arianesimo da queste terre per poi farci irretire da un bel faccino…
Comunque, erano altri tempi: oggi nei crocchi di “fratelli” c’è meno figa che alle riunioni per lo scisma Lefevbre. L’ultima volta che li ho incontrati (sarà stato settimana scorsa), ho assistito addirittura a un sorprendente cambio di tattica: basta figa, basta apocalisse, solo “A trent’anni vivi ancora coi genitori, stacca quel cordone ombelicale e vieni con noi”. Ah ah ah! Adesso anche loro si sono convertiti all’anti-bamboccionismo? Ma ’sti cazzi! Se pure i Testimoni di Geova si mettono a cantare la canzoncina del “darsi da fare”, dell’“affitta una barca e lavora gratis”, del “vai a Londra in Cina e lava i piatti apri una cliclofficina”, o –più adatti in questo caso– “sviluppa una app per calcolare la fine del mondo” e “apri una start-up di citofoni portatili”, allora siamo a posto!

La “bamboccionofobia” è in effetti una delle poche “fobie” autorizzate di questi tempi  (perché puoi essere bisessuale drogato omicida obeso antropofago terrorista, ma se non riesci a trovare un lavoro con cui mantenerti sei una merda e devi essere esposto al pubblico ludibrio). Tuttavia che questa retorica ora campeggi pure sulle labbra dei fondamentalisti religiosi è forse buon segno: lì per lì, trovandomi al cospetto di una persona che mi chiedeva di entrare in una setta per “darmi da fare”, ammetto di essermi sentito come il Rockefeller di quella leggenda metropolitana, quando dopo aver saputo che il suo lustrascarpe investiva in Borsa vendette tutti i titoli che possedeva perché aveva intuito l’inizio della fine (la crisi del 1929).

Chissà che un giorno a suonare ai citofoni la domenica mattina non rimarranno che i bocconiani (altra pericolosa setta estremista). A tutto il resto poi ci penserà Putin (o chi per esso).