mercoledì 30 novembre 2016

Il Mossad e l’abbattimento dell’Argo 16

Mi piacerebbe entrare in punta di piedi nel campo della “morologia”, ma per avere una possibilità di aggiungere qualcosa di nuovo dell'Affaire talvolta dovrò comportarmi come il proverbiale elefante nella cristalleria. Ed è così che probabilmente apparirò nell’affrontare uno degli ennesimi punti dolenti della recente storia italiana: l’abbattimento, nel novembre del 1973, dell’aereo Dakota “Argo 16”, di ritorno da una missione segreta in Libia con la quale aveva deportato dei terroristi arabi arrestati a Ostia su segnalazione del Mossad, poiché intenzionati a colpire le linee aeree israeliane in Italia.

La tesi condivisa da molti (compreso da Cossiga) è che si sia trattata di una “vendetta dei servizi segreti israeliani”, e per lo “sgarro” di non aver consegnato gli aspiranti terroristi e come ritorsione per il famigerato “Lodo Moro”. È per questo che siamo costretti a parlarne in un blog dedicato allo statista democristiano, poiché la vicenda ritorna continuamente in tutta la letteratura dedicata all’Affaire.

Per esempio, nelle Lettere dalla prigionia emergono per la prima volta i dettagli della “tregua” stipulata durante la guerra del Kippur tra l’allora Ministro degli Esteri e i rappresentanti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questo tuttavia non deve in automatico far ipotizzare un orientamento esclusivamente filo-arabo da parte dei governi di allora: come annota Miguel Gotor (curatore del tragico epistolario), «negli stessi mesi dell’autunno 1973, il governo italiano, nell’ambito di una condivisa vocazione euroatlantica, ave[va] più di una politica estera e d’intelligence sul fronte mediterraneo in fibrillazione e collabora[va] segretamente sia con gli arabi, sia con gli israeliani, a tutela dei propri interessi nazionali, sul piano economico e politico».

È con questa consapevolezza che l’ammiraglio Fulvio Martini, durante l’audizione del 6 ottobre 1999 alla Commissione d’inchiesta sul terrorismo in Italia, negò apertamente il coinvolgimento israeliano nell’abbattimento del Dakota, attestando invece il sostegno logistico del SID in favore dell’esercito sionista colto di sorpresa dall’attacco egiziano:
«Non credo alla teoria della partecipazione israeliana all’incidente dell’Argo 16. Tra l’altro, il figlio del pilota deceduto, che è un ufficiale d’aeronautica accetta pienamente le conclusioni a cui è giunta la commissione d’inchiesta rispetto alla morte di suo padre. I tre terroristi palestinesi furono trasportati dall’aereo Argo 16 – non ricordo precisamente in quale giorno, credo verso la fine del settembre 1973 – a Malta e da qui mandati in Libia con un aereo dell’Aeronautica militare ed accompagnati dal vicedirettore del Servizio di allora, il generale Terzani, deceduto successivamente per malattia. Il Servizio allora non possedeva aerei e quindi utilizzava un aereo del SIOS che effettuava delle missioni speciali e che si chiamava Argo, così detto, come notizia generale, perché effettuava in quel periodo le misure elettroniche nell’Adriatico contro la rete radar jugoslava e quindi veniva definito “Argo dai cento occhi”.
L’ordine di portare via i tre terroristi venne dato dal Governo e il SIOS con l’aereo ed i Servizi hanno rappresentato semplicemente i vettori, non hanno alcuna responsabilità. Inoltre, ritengo che ammazzare quattro poveri cristi e buttar giù un vecchio aereo non avesse senso, e ipotizzarlo significa anzi offendere l’intelligenza del Mossad. In ogni caso subito dopo scoppiò la guerra del Kippur e l’aereo ricordo che cadde alla fine del conflitto, mi sembra ai primi di novembre, non lo ricordo con precisione. Durante la guerra Israele e il Mossad hanno accumulato tali e tanti debiti nei riguardi dell’Italia e del servizio italiano che pochi conoscono. In quel periodo ero imbarcato ed avevo il comando del Vittorio Veneto ed avevo lasciato il Servizio per effettuare il mio anno di
imbarco; successivamente, alla fine del 1973, sono tornato al Servizio ad occupare il posto che avevo prima. Durante la mia assenza il mio Ufficio ha lavorato ventiquattr’ore su ventiquattro, per fornire informazioni che agli israeliani sono servite in maniera assolutamente vitale durante i primi giorni dell’offensiva egiziana. Ci sono stati dei momenti in cui non hanno neanche vagliato le notizie che gli abbiamo fornito decidendo delle operazioni militari soltanto sulla base dei nostri dati. Al riguardo, posso dare un altro particolare che non credo rappresenti un segreto di stato: gli israeliani rimasero a corto di munizioni per i cannoni da 76 imbarcati sulle loro motovedette, e noi provvedemmo a fornire il munizionamento per ordine del Governo italiano – ovviamente – per le motovedette israeliane. Tenete presente che una cosa del genere non è stata fatta mai per nessuno, del resto nessuno si era mai trovato in una situazione del genere. Quando sono stato sbarcato mi hanno invitato in Israele dal momento che avevo espresso un parere in merito ad un possibile attacco egiziano; allora c’era la Commissione Agranat che stava studiando gli eventuali errori compiuti. Infatti la guerra del Kippur è stata uno shock per Israele perché per la prima volta i Servizi informativi hanno funzionato malamente. Subito dopo, Israele ha utilizzato il vecchio SID per alcune missioni estremamente riservate che non era in condizione di fare. Mi domando: in nessun Servizio del mondo, neanche in quello del Biafra, ammesso che ne abbia uno, si butta giù un aereo dopo aver accumulato tutti questi crediti nei riguardi di un Servizio. Questa è la ragione».
Naturalmente neppure una testimonianza di tale livello ha impedito alla vicenda di trasformarsi in pietra angolare per quelle ricostruzioni intenzionate a dimostrare un’avversione quasi esclusiva da parte del Mossad nei confronti di Moro. Credo che in ultima analisi sia però fuorviante assumere come prodromo al rapimento una vicenda sulla quale esistono poche certezze, e forse le uniche sono proprio quelle che “scagionano” gli israeliani. Una testimonianza notevole, da questo punto di vista, è quella dell’ex agente Victor Ostrovsky, che nel volume Attraverso l’inganno (Interno Giallo, Milano, 1991), dopo aver attribuito ai servizi con cui collaborò i peggior misfatti, quando si tratta di affrontare la questione del Dakota caduto è forse uno dei pochi momenti in cui si dimostra dubbioso:

«[Nell’autunno del 1973] il comandante dei servizi segreti italiani era molto vicino al Mossad, tanto che italiani facevano spesso viaggi nei Paesi arabi portando macchine fotografiche nascoste, con cui scattavano foto alle installazioni militari arabe e poi le passavano agli israeliani. Tuttavia, pur avendo colto in flagrante dei terroristi in possesso di due missili a ricerca calore, gli italiani ne rilasciarono immediatamente su cauzione due, che lasciarono Roma. Gli altri tre furono consegnati alla Libia, ma il primo marzo 1974 (sic!?), dopo averli trasportati in quel paese, l’aereo Dakota su cui avevano volato esplose nel viaggio di ritorno verso Roma, causando la morte del pilota e di tutto l’equipaggio. Sull’attentato è ancora in corso un’inchiesta della polizia. Gli italiani sostengono la responsabilità dei Mossad, ma non è vero: è più probabile che sia stata l’OLP, forse perché ritenevano che i membri dell’equipaggio avessero visto troppe cose, o potessero riconoscere gli uomini durante qualche altra operazione. Se fosse stato il Mossad, l’aereo sarebbe esploso con i terroristi a bordo» (pp. 178-9).

venerdì 25 novembre 2016

Eros e magia nel Mossad


Ultimamente sto rileggendo un “classico” del complottismo, Attraverso l’inganno di Victor Ostrovsky (Interno Giallo, Milano, 1991), dedicato alle malefatte del Mossad. È un libro molto appassionante: non so quanto contenga di vero, ma si sfoglia come un bel romanzo di spionaggio.
Il titolo è ispirato a quello che l’autore afferma essere la traduzione del “motto” dei servizi segreti israeliani: By way of deception thou shalt do war (“Farai la guerra attraverso l’inganno”), un verso dal libro dei Proverbi (generalmente reso in italiano come: “Con le decisioni prudenti si fa la guerra”).

In ogni caso è proprio lo stile della deception ebraica a lasciare stupefatti (e in parte anche ammirati) per la capacità di manipolare le proprie vittime. Quando si viene reclutati dal Mossad solitamente non ci si accorge nemmeno di essere una pedina nelle loro mani; come afferma l’autore: «Ecco che cos’è il reclutamento. Tu prendi qualcuno e lo porti poco per volta a fare cose illegali o immorali» (p.88).

C’è in effetti qualcosa di “magico” in tale guerra psicologica: al di là di essa si scorge però un livello più “profondo”, dove i codici e cifrari segreti di una delle strutture più impermeabili al mondo sembrano usciti direttamente da un trattato di gematria. Cabala, insomma.

Non è soltanto questo, dal punto di vista “esoterico”, a intrigarmi. Ci sono alcuni passaggi in cui l’autore, un ex agente operativo (katsa, nel gergo dei servizi), descrive le orge dei superiori nel “posto più sicuro che esista in Israele”, cioè le piscine del Mossad:
«Finita la lezione [di addestramento] ci recammo all’Accademia, alla stanza di sicurezza 6 al secondo piano, dove si trovavano gli  archivi. Era un bel venerdì sera dell’agosto 1984 e noi alla fine perdemmo la nozione e tempo. Era pressappoco mezzanotte quando ce ne andammo dalla stanza. Avevamo lasciato le auto nel parcheggio vicino alla sala da pranzo e stavamo partendo quando udimmo un gran baccano che veniva dalla piscina.
– Che accidenti è? chiesi a – Michel.
– Andiamo a vedere – rispose.
– Aspetta. Aspetta. – disse Heim. – Andiamoci con calma.
– Ancora meglio – suggerii. – Saliamo al secondo piano e guardiamo dalla finestra che cosa sta succedendo.
Il baccano continuava mentre noi entravamo alla chetichella nell’Accademia, salivamo le scale fino alla finestra dei piccolo bagno dove una volta ero stato rinchiuso durante i miei esami pre-corso.
Non dimenticherò mai quello che vidi. C’erano circa 25 persone dentro e fuori della iscina e nessuno aveva uno straccio di vestito
addosso. C’era anche il comandante in seconda del Mossad, oggi il capo. C’era Hessner, e diverse segretarie. Era incredibile. Molti uomini non erano esattamente una bella vista, ma parecchie ragazze si lasciavano proprio guardare. Devo dire che sembravano molto meglio che in uniforme. Molte erano donne soldato assegnate all’ufficio, e avevano tra i diciotto e i vent’anni.
Alcuni stavano giocando nella piscina, altri ballavano e altri erano sulle stuoie a destra e a sinistra che se la stavano decisamente spassando alla vecchia maniera. Non avevo mai visto niente del genere.
– Facciamo una lista di chi c’è – dissi. Heim disse di andare a prendere una macchina fotografica.
– Qui non ci resto – disse Michel. – Preferisco starmene in ufficio. – Yosy fu d’accordo e Heim ammise che prendere foto non era salutare.
Ci fermammo per altri venti minuti. C’era proprio il vertice dell’ufficio e si stavano scambiando i partner. Questo mi impressionò moltissimo. Non me lo aspettavo. Consideri quella gente come eroi,
li ammiri anche, e poi li vedi che fanno un’orgia in piscina
[…] Più tardi facemmo un controllo e venimmo a sapere che quelle orge andavano avanti da un pezzo. La zona della piscina è il posto più sicuro che ci sia in Israele. Non può entrarci nessuno che non sia del Mossad.
[…] C’era una specie di legame tra gli uomini che scopavano a dritta e a manca. quello che mi dava più fastidio era che io credevo di entrare nell’Olimpo di Israele, invece di trovavo di fatto a Sodoma e Gomorra Tutta la nostra attività ne era segnata. Potenzialmente si era legati l’uno all’altro per via del sesso attraverso un sistema articolato di favori. Io ho bisogno di te, tu di me. tu mi aiuti, io aiuto te. in questo modo i katsa facevano carriera fottendo a più non posso.
La maggior parte delle segretaria erano molto belle. proprio per questo erano state assunte. ma si era arrivati al punto che erano tutte di “seconda mano”; era parte del lavoro» (pp. 87, 99)
Certe rivelazioni mi colpiscono, ma ovviamente non da un punto di vista moralistico: in fondo tutto il mondo è paese, e poi, che diamine, siamo uomini o no (già il fatto che siano escluse la sodomia e altre parafilie lo rende per certi versi un quadro quasi rassicurante). Tuttavia è difficile non farsi tentare dal collegamento con l’immoralismo delle varie correnti messianiche interne all’ebraismo: voglio dire, noi goyim per giustificare certe sconcezze tutt’al più potremmo rifarci a un Nietzsche (in sostanza uno sfigato), perché nessuno oggi abbraccerebbe seriamente un’eresia cristiana (se non per trollare); al contrario il popolo eletto c’ha ancora pezzi grossi come Sabbatai Zevi (Scholem docet).
Il fatto che tali “connubi” si svolgano in uno dei posti più segreti al mondo fa intravvedere ancora un significato ulteriore rispetto al banale flirt con la segretaria o allo scambismo da seconda serata televisiva, facendogli assumere quasi un aspetto “rituale” (che a livello “essoterico” appunto si traduce in quel “sistema articolato di favori” di cui parla Ostrovsky).

Vorrei direi di più su tal punto, ma non sarebbero che speculazioni indebite. Forse ci vorrebbe un’inchiesta più ravvicinata, per comprendere se certe usanze siano ancora in voga (il libro è “ambientato” negli anni ’80), oppure se anche l’irreprensibile Mossad si sia moralizzato o addirittura conformato ai tempi moderni, prevedendo una “quota” di “sesso anomalo” tra le proprie pratiche. No, se è così allora indagare non mi interessa più molto…

Θάλαττα! Θάλαττα! From the sea to the abyss

Roman mosaic of Thalassa
(Hatay Archaeological Museum)
I was wondering about the word thalatta, which we can find in its most icastic form in Xenophon’s Anabasis, on the lips of the Greek mercenaries (Θάλαττα! Θάλαττα!). We don’t know the exact origin of the word, it’s a kind of an unicum in philology; anyway, what we know is that in Greek mythology Thalassa is a primeval spirit of the sea from Pre-Greek past. 
This means that the word has a “divine root” and probably shares something with Hebrew Tehom (תְּהוֹם‎‎), the Abyss, the Great Deep of primordial waters, which itself is a cognate of Akkadian Tamtu and was equated with Sumerian goddess of the ocean Tiamat

I was trying to remember if there are others European language that indicates the sea with a word starting by the letter “T” (in Modern Greek “sea” is still Θάλασσα), and I can actually say that there are two terms which share the same origin: Turkish deniz and Hungarian tenger, both coming from Proto-Turkic *teŋri/*taŋrɨ [𐱅𐰭𐰼𐰃], “God”, “Sky”, “Heaven” (Modern Turkish has also Tanrı, still a synonym of “Allah” in some idiomatic expressions as “Tanrı bilir”). Here’s a “God” from another abyss, the blue expanse, the sky.

I don’t know if this hypothesis has any plausibility from a philological perspective, but there are some psychological and cultural indications for that. For example, French philosopher Gaston Bachelard in a study about Edgar Allan Poe examines the writer’s conception of water as mare tenebrum, the “symbolic substance of death” (L’eau et les rêves, “Water and Dreams”, 1942). 
Furthermore a disciple of Bachelard, the French anthropologist Gilbert Durand, wrote that “in the work of Poe […] ‘superlative water’, the true poetic aquaster, refers to his obsession with his dying mother. […] [Poe’s imagination] is profoundly morbid, shocked by the death of his mother; however, through the lugubrious, morose, aquatic pleasure can be glimpsed the comforting theme of maternal water.” 
Durand also states that “the supreme primordial swallower is the sea […]. The feminised, maternal abyss is, for numerous cultures, the archetype of descent and of the return to the original sources of happiness” (Les structures anthropologiques de l’imaginaire, “The anthropological structures of the imaginary”, 1960).

In addition, he strengthens his speculations with some philological notes taken from Jean Przyluski’s La grande déesse: introduction à l'étude comparative des religions (1950): “The river Don is said to have been named after the goddess Tanaïs. Don and Danubius are, according to Przyluski, Scythian and Celtic deformations of an ancient name for the goddess-mother, analogous with Tanaïs. […] Przyluski reduces the Semitic names of the Great Goddess, the Syrian Astarte, Arab Atar, Babylonian Ishtar, Carthaginian Tanit to a form ‘Tanaïs’, closely linked to ‘Nanai’ which he believes to be an ancient name for water and river.”
Tanaïs(Τάναϊς) appears in ancient Greek sources as both the name of the river and of a city, also called the Maeotian Swamp.
Still following Durand (and Bachelard) we can find a connection between the “diurnal” and “nocturnal” order of imagination, which could mean that God, Sea, Sky, Abyss, Heaven, it all begins with a “T”…

We can also identify more psychological confirmations (always from a “tempered” Jungian perspective) in the essay of Alfred Kallir on “Letter T”, which is included in his most important work Sign and Design: The psychogenetic source of the alphabet (1961).
But this is just a reverie, so please don’t take it seriously (or take it seriously only in the shoes of a Jungian therapist).

giovedì 24 novembre 2016

Anglicorum (la lingua inglese dopo la Brexit)

 (“Corriere”, 8 giugno 2016)

 (“Corriere”, 12 giugno 2016)
Qui sopra due simpatiche letterine a Sergio Romano risalenti al giugno scorso (prima della Brexit, quindi), in cui si auspicava che sulla scia della Brexit anche l’inglese scomparisse dalle lingue ufficiali dell’Unione. Ovviamente l’ex-ambasciatore non ha potuto far altro che replicare a entrambe “picche” (sorry):
«L’inglese non è soltanto la lingua del Regno Unito. È anche la lingua degli Stati Uniti. Se la City di Londra declinasse, la finanza internazionale parlerebbe pur sempre la lingua di Wall Street».

«La lingua ufficiale degli irlandesi è il celtico, ma pochi lo parlano e tutti usano l’inglese. Toccherà quindi all’Irlanda, se la Gran Bretagna ci abbandona, conservare l’inglese anche formalmente fra le lingue dell’Unione».
Lasciando da parte che il “celtico” è in realtà il gaelico (ma è comunque un bel modo ottocentesco per definirlo) e che l’inglese è lingua ufficiale anche di Malta; veniamo subito al punto: nonostante il tono apologetico assunto in questa occasione nei confronti della Gran Bretagna (che ruleggia sempre, come dice la canzone), il buon Romano ha poi reagito alla Brexit come il protagonista di quell’altra celebre canzone: «Londra era un ostacolo, ora può davvero nascere l’Europa» (“Linkiesta”, 26 giugno 2016).

Se non altro nell’esprimere la sua opinione, il diplomatico è stato meno ambiguo di altri (almeno questo gli fa onore, o forse era proprio un lamento da amante tradito?): continuano però a latitare le considerazioni a freddo dei numerosi aedi della Perfida Albione, che nonostante il profluvio di panzane con cui hanno inondato giornali e televisioni (“La democrazia porta al nazismo”, “Togliamo il diritto di voto ai nonni”, “Adesso in Inghilterra non si possono più usare gli euro”), non hanno ancora chiarito il punto fondamentale: può l’anglofilia essere subordinata all’europeismo? O, per esprimerci in termini che anche i gazzettieri possono capire: Londra buona o cattiva?

Sappiamo che in Italia, per una regola non scritta (o scritta su qualche pergamena nascosta ai comuni mortali), i media nazionali non possono parlar male degli inglesi; anzi, ogni telegiornale deve dedicare almeno tre servizi a settimana alla regina Elisabetta e ai suoi fottutissimi parenti. Insomma, non è possibile indire un referendum per abolire l’influenza della monarchia inglese nel nostro Paese. Va bene così, tanto si sa che con Albione non si può mai giocare ad armi pari. Però ora la questione si pone: se dobbiamo morire per Bruxelles, per l’eurocrazia e per la moneta unica, potremmo almeno tagliar corto con questa anglofilia da mentecatti?

Tornando alla questione della lingua, anche se la diffusione dell’inglese “ciancicato” ha precedenti inquietanti, non si può negare che l’anglicizzazione nasca principalmente da necessità pratiche, soprattutto quando declinata in termini di “americanizzazione”. Pensiamo, per esempio, al recente dibattito sorto dalla “smania inglese” dilagante nelle nostre università: essa genera comprensibili timori in quelli che la vedono come un cedimento al pensiero unico o alle mode intellettuali. Alcuni critici rilevano peraltro che nella nostra realtà lavorativa l’inglese non è una lingua più richiesta di altre, dal momento che l’Italia non può campare semplicemente come “villaggio turistico del mondo” (in tal caso basterebbe solo un po’ di anglicorum), ma per sopravvivere ha bisogno di una mediazione culturale di più alto livello, sia per consolidare la sua vocazione esportatrice che per integrare efficacemente i numerosi stranieri presenti sul territorio.

Credo esista un motivo di fondo, non del tutto esplicitato, di questa improvvisa necessità di “anglicizzarsi”, e riguarda il declino delle facoltà umanistiche statunitensi in atto da decenni, descritto impietosamente da Allan Bloom in The Closing of the American Mind (1987).
Dal punto di vista educativo il nostro Paese può vantare, in diversi campi, eccellenze in grado di attrarre migliaia di studenti stranieri: sembra quindi che tale scelta sia dettata anche dall’esigenza di intercettare l’enorme massa di giovani provenienti dalle economie emergenti che cominciano a diffidare di un’educazione “all’americana”. Osservando la situazione da questa prospettiva, si comprende anche come il pericolo più grande non sia tanto l’americanizzazione linguistica, quanto quella culturale (che tra l’altro si potrebbe portare a compimento anche solo utilizzando la lingua italiana, come dimostrano i vari studi culturali, studi di genere ecc.).

Dunque non c’è solo la lingua di Wall Street o della Polizia del Kansas City. O, per meglio dire, queste possono sicuramente fornire un adeguato supporto nell’ipotesi assurda che a difendere l’ufficialità dell’inglese nell’Unione Europea rimanga solo Malta (con l’Irlanda impegnata a valorizzare il “celtico” per motivi irredentistici); ma pure in tal caso l’imposizione di una nuova lingua franca non consentirebbe di eludere alcune dinamiche obbligate.

Per concludere finalmente con l’amato idioma gentile, vogliamo ricordare che, di fronte al pericolo della sua scomparsa o di una riduzione a dialetto, Vincenzo Cerami sostenne che i suoi connazionali avrebbero dovuto esportare di più («chi esporta più prodotti esporta più lingua»), oppure accettare di «diventare una colonia americana», perché se «è finito il latino, è finito il provenzale, pazienza: finirà anche l’italiano». (cfr. “I Paesi più forti esportano insieme alle merci anche il loro vocabolario”, Il Messaggero, 26 settembre 1989; ora in Pensieri così, Garzanti, Milano 2002, p. 93).

A dispetto di tali asprezze, è tuttavia necessario ricordare che nei secoli uno dei “prodotti” nostrani più esportati è stato proprio la lingua italiana, attraverso l’arte, la letteratura, la navigazione, l’architettura, il teatro: lo prova, tra le altre cose, il vocabolario che i musicisti di tutto il mondo (anche quelli americani) sono costretti a utilizzare. Di conseguenza, almeno per gli orchestrali dell’apocalisse varranno ancora il motto: «Il giorno della fine non ti servirà l’inglese».

domenica 20 novembre 2016

Vladimir Putin (rap polacco)


Solar/Białas (ft. Quebonafide, TomB, Beteo, prod. Lanek)
“Vladimir Putin”
(2014)

Nell’intro il rapper ripete in polacco una frase di Putin contro l’oligarca ucraino Kolomoyskyi, a suo parere finaziato da Abramovič.
Ci sono alcuni versi che si riferiscono alla tragedia di Smoleńsk: “Non è stata una cazzo di betulla” (perché tra le ipotesi c’è anche quella che un’ala dell’aereo sia stata rotta da un albero); “Puoi sentire gli spari” (alcuni testimoni parlarono di un’esecuzione dopo l’incidente); l’allusione alla “foresta” si riferisce sia a Smoleńsk che a Katyń.

[Verse 1: Solar]
Stalin to nie newschool; VP
Jak przeżyć raka mózgu; VP
Mówię do Tuska „Tusku Tusku”; VP
Chciałbyś Angelę Merkel w łóżku; VP
Gram sobie dziś koncert na Krymie; VP
Robię te manewry synek; VP
To kurwa nie są żarty już; VP
W Estonii after-party; VP
Litwo, ojczyzną moją będziesz; VP
Jak się przez Ukrainę przedrę; VP
Wpadnij na wódkę, sex i wódkę; VP
Wale nie młotem, walę sierpem; Vladimir Klitschko

[Verse 2: Białas]
To nie była kurwa brzoza; VP
Czuję się jak na mefedronie; VP
Bo dziwko mogę wszystko; VP
Vladimir Putin, dziwko; VP
Mówię do Obamy nigga; VP
W Bałtyku sobie pływam; VP
Ruszamy z rapem w Rosję; Łada Music
Dodaj gazu troszkę; VP
Bierzemy was na hooki; VP
Oglądam sobie atomówki; VP
Wezmę jeszcze to; VP
Wszystko przemija, bo (bo!, bo!); Borys Jelcyn

[Hook: Beteo]
Wpadłem Ci w oko, mów mi Vladimir Putin
Masz na mnie oko, mów mi Vladimir Putin
Nie wywracaj oczami, ja to Vladimir Putin
Wszystkie oczy na mnie, ja to Vladimir Putin
Vladimir Putin, Vladimir Putin
Vladimir Putin, mów mi Vladimir Putin
Vladimir Putin, Vladimir Putin
Vladimir Putin, ja to Vladimir Putin

[Verse 3: Quebonafide]
Jedna miłość, świat jest mój; VP
Miłość do władzy, czyść mi buty; VP
Słychać strzały, 1:10; VP
Wiesz co trzymam w lesie, 
nie wiesz co trzymam w lesie...
Jestem unikatem; VP
Wiecznym jubilatem; VP
Mam urodziny co dnia, 
litość to zbrodnia
żywa pochodnia, mina pogodna; VP
Świat mam pod przyciskiem; VP
Będzie trzeba to nacisnę; VP
Gram z NATO w „Jeden z dziesięciu”; VP
Wybieram pana numer 3; Yanukovych


[Verse 4: TomB]
Urządzam sobie polowanie; VP
Cały świat biorę na klatę; VP
On dla mnie nie ma granic; VP
Jak ktoś tylko źle postawi,
wjadymy w suki
Nie lubię kurwa tych pedałów; VP
Z panczem chciałbym iść na zachód; VP
Stanów lękowych wieczne braki; VP
To mnie lękają się te Stany; VP
Mamy tu wszystkie klimaty; VP
Lecim na Kubę z rakietami; VP
Na pół Ukrainkę przeciąć; Salomon Putin
Chyba dawno nikt cię nie rżnął; Pussy Riot

Stalin non è newschool; VP
Come sopravvivere al cancro al cervello; VP
Chiamo Tusk “Tuskino, Tuskino”; VP
Vorresti avere la Merkel nel letto; VP
Faccio i concerti in Crimea; VP
Faccio qualche manovra, figliolo; VP
Non c’è un cazzo da ridere; VP
Poi in Estonia, l’after-party; VP
Lituania, sarai la mia patria; VP
Come ho fatto con l’Ucraina; VP
Vieni a portarmi vodka, sesso e vodka; VP
Non colpisco col martello, ma con la falce; Vladimir Klitschko


Non è stata una cazzo di betulla; VP
Mi sento come sotto mefedrone; VP
Perché posso fare tutto, troia!; VP
Vladimir Putin, troia; VP
Chiamo Obama “nigga”; VP
Mi faccio una nuotata nel Baltico; VP
Entriamo col rap in russia; Łada Music
Dacci più gas; VP
Vi portiamo on the hooks; VP
Do un’occhiata a qualche atomica; VP
Prendo pure quella; VP
Tutto passa, perché (perché!, perché!); Boris Eltsin


Ti entro negli occhi, chiamami Vladimir Putin
Hai gli occhi su di me, chiamami Vladimir Putin
Non staccarmi gli occhi di dosso, questo è Vladimir Putin
Tutti gli occhi su di me, questo è Vladimir Putin
Vladimir Putin, chiamami Vladimir Putin
Vladimir Putin, questo è Vladimir Putin
Vladimir Putin, Vladimir Putin
Vladimir Putin, sono Vladimir Putin

Un solo amore, il mondo è mio; VP
Amore per il potere, puliscimi gli stivali; VP
Puoi sentire gli spari, 1 a 10; VP
Sai cosa nascondo nel bosco,
non lo sai cosa nascondo nel bosco...
Sono unico; VP
Un giubileo infinito; VP
Il compleanno tutti i giorni,
la pietà è un crimine
Una torcia umana, la faccia allegra; VP
Ho tutto il mondo sotto un pulsante; VP
Se mi costringerete, lo premerò; VP
Gioco a “Ne resterà solo uno” con la NATO; VP
Scelgo il signor numero 3; Janukovic


Vado un po’ a caccia; VP
Prendo tutto il mondo di petto; VP
Per me non ci sono confini; VP
Se qualcuno scommette male,
cacceremo quelle cagne
Non mi piacciono questi cazzo di froci; VP
Con una battuta vorrei andar in occidente; VP
Non sento mai stati d’ansia; VP
Sono gli Stati [Uniti] in ansia per me; VP
Qui abbiamo ogni tipo di clima; VP
Volo a Cuba con i missili; VP
Taglio l’ucraina a metà: Salomone Putin
Era da un pezzo che nessuno ti scopava; Pussy Riot

sabato 19 novembre 2016

Lo spazio della tuttologia

Negli ultimi tempi ho iniziato a specializzarmi in tuttologia: si tratta di una branca del sapere indispensabile per chi vuole sopravvivere al lungo periodo di instabilità che l’avvento dell’internet ha provocato nella noosfera (detta anche intelletto agente).
Il problema principale posto dalla tuttologia è che essa, come prevedibile, pretende i suoi spazi. Dove collocare le vecchie enciclopedie, i numeri di “Aggiornamenti sociali” dal 1991 al 2005, le guide dietetiche in italiano e spagnolo di Demis Roussos, gli Adelphi, i libri inutili, i dizionari di filippino ed estone…?
Esistono box e cantine ricolme di roba che nessuno riuscirà mai a leggere, non solo per la mancanza del tempo, ma anche a causa un’altra difficoltà posta dalla tuttologia quale l’esigenza di un luogo in cui studiare intensamente, senza distrazioni né rumori e odori molesti. Non è un caso che le bacheche di Amazon siano piene di consigli su quale sia la cuffia isolante più comoda o le migliori marche di tappi per le orecchie. Persino l'indispensabile “WikiHow” offre suggerimenti su Come Concentrarsi Quando c’è Rumore, dei quali purtroppo l’unico davvero praticabile si rivela essere questo:


Grazie ma per far ciò servono innanzitutto le risorse. Una soluzione potrebbe essere l'attuazione degli ambiziosi programmi dell’ONU riguardanti l’adequate housing. In particolare in Italia la situazione appare decisamente ostica perché mancano gli immensi spazi abitativi caratteristici del sogno americano. Per esempio, di recente ho provato ad adibire uno studio di tuttologia in garage, ma il freddo, il rumore, l’illuminazione scarsa, i gas di scarico e la silicosi si sono rivelati un enorme ostacolo al perseguimento della conoscenza.


Ben diverso sarebbe il discorso se, alla pari del giornalista americano Joshua Foer (colui che nel 2006 vinse il campionato nazionale della memoria), si disponesse di un basement [“seminterrato”] come quello in cui egli, a ventitré anni suonati, si esercitava indossando dei giganteschi occhiali da protezione (o talvolta dei paraocchi da cavallo) e una cuffia aeronautica (in America è ovviamente più facile trovarle usate e a buon mercato, forse grazie a Reagan).
L’isolamento assoluto è in effetti l’unico modo per poter memorizzare qualsiasi cosa, dall’alfabeto siriaco alla tavola degli elementi, fino a un dialetto tribale congolese (come ha fatto lo stesso Foer con la classica mnemotecnica).
Del resto persino il famoso garage di Steve Jobs (trasformato in santuario anche se non c'è molto di vero delle storie che si raccontano) faceva comunque parte della sua villetta, e pertanto non prevedeva la convivenza accanto a individui che provano a farsi la benzina col vino in cartone mentre ascoltano Fausto Leali a tutto volume.

Quindi stanno diventando un problema sempre più impellente, i loci reali (mentre con i mentali va meglio). Forse una soluzione inaspettate potrà infine giungere dalla colonizzazione di Marte? Fate Presto...

Dalla parte del Papa (senza se e senza ma)

Ho notato che ultimamente l’“assalto mediatico” al Vaticano è aumentato di intensità. Tutti avranno visto, per esempio, l’ultimo film di Nanni Moretti, Habemus Papam, che porta sullo schermo uno delle più assurde fantasie del laicismo contemporaneo: le “dimissioni” di un pontefice.
Da questo primo attacco “cinematografico” è scaturita addirittura una serie televisiva, Pope Francis (firmata da un altro regista italiano, Paolo Sorrentino), della quale proprio ieri si è conclusa la prima stagione.
Ora, già il fatto che lo sceneggiato di Sorrentino parta esattamente dal punto in cui si conclude Habemus Papam, ovvero dalle dimissioni del precedente pontefice (chiamato “Benedetto XVI” probabilmente in onore di uno dei racconti della leggendaria collana Urania, Il dilemma di Benedetto XVI), mi fa pensare che tutto questo faccia parte di un “piano” coordinato.
Quello che però preoccupa sopra ogni cosa è la spudoratezza con cui Sorrentino ha voluto rappresentare il suo Papa immaginario, un gesuita argentino che si fa chiamare “Francesco” (interpretato dall’attore gallese Jonathan Pryce). Il Papa di Sorrentino infatti ne combina di tutti i colori sin dalla prima puntata: tra le altre cose, rifiuta di indossare i paramenti tradizionali, afferma che “non bisogna giudicare i gay”, si fa i selfie ecc…

Devo ammettere che soltanto con grande impegno e infinita pazienza ho potuto seguire la serie fino in fondo, perché obiettivamente si tratta di una delle cose più demenziali che abbia mai visto.
La trama, infatti, è un susseguirsi di contraddizioni e “colpi di scena”: per dirne una, nella quarta puntata “Francesco” per celebrare la sua prima enciclica “ecologista” (già questo la dice lunga sull’ingenuità degli sceneggiatori!) fa proiettare immagini di babbuini, pesci e leoni sulla facciata di San Pietro… Capisco che Sorrentino si senta il nuovo Fellini, ma certe cose potrebbe risparmiarcele: tutto ciò non è un “grottesco cinematografico”, è grottesco punto e  basta.
Nella sesta puntata, “Francesco”, dopo aver predicato misericordia e tolleranza, si rifiuta di incontrare il Dalai Lama per non irritare le autorità cinesi e poi va in Armenia ad accusare i turchi di genocidio. Ma chi è che ha scritto ’sta roba? Sembra uno di quei feuilleton con protagonista Rocambole o Fantômas.

La qualità della sceneggiatura, come ho detto, è scarsissima, non solo per l’insopportabile sensazionalismo, ma anche per le continue incongruenze: a parte la storia del “Papa misericordioso” che non regge nemmeno due puntate (“Francesco” a un certo punto comincia a prendersela, oltre che con i tibetani e i turchi, con i cardinali, i fedeli, i politici…), la serie dipinge il Pontefice come una specie di “santo mediatico”, osannato da tutti i giornali e le televisioni. Uno dei momenti più imbarazzanti di Pope Francis è quando “Francesco” sceglie come suo portavoce non ufficiale un giornalista interpretato dall’attore Giulio Bosetti, che ne Il Divo (il film che Sorrentino ha dedicato ad Andreotti) impersonava Eugenio Scalfari. Dovremmo forse aspettarci che un giorno il fondatore di “Repubblica” possa diventare il decano dei vaticanisti? Ma per piacere...

Infine, nella puntata che conclude la stagione, “Francesco” si reca in Svezia a chiedere scusa per la scomunica di Lutero. Basta, Sorrentino, basta!

È incredibile come oggi si possano offendere bellamente milioni di fedeli senza suscitare una qualche reazione. Questo ci fa capire che il nostro amato Pio XIII è sotto attacco. Del resto c’era da aspettarselo: l’entusiasmo iniziale per un pontefice giovanissimo e –soprattutto– americano, si è subito attenuato (per poi sparire del tutto) quando Papa Belardo ha iniziato a rimettere in sesto la nostra povera Chiesa. Guarda caso, non appena ha preso ad affermare che abbiamo trasformato il peccato in un diritto e a condannare apertamente l’aborto e l’omosessualità, i giornali hanno tentato di buttarla sullo scandalo, pubblicando “scoop” ridicoli come “Il Papa fuma”.

Ma lasciamo andare. Pio XIII resta sempre e comunque un grande pontefice, e anche un grande uomo: dal primo momento in cui ho potuto ammirarlo, mi ha ricordato per il portamento Pio IX e per il tono di voce ovviamente l’amato Giovanni Paolo II, del quale si è già dimostrato degno successore. Non dimentichiamo poi che, proprio grazie a questo Papa, sono stati spazzati via in un solo istante tutti gli errori e le ambiguità scaturite negli ultimi decenni dalle indebite e distorte interpretazioni del Concilio Vaticano II.

Anche i laici dovrebbero volere un po’ più di bene a Pio XIII: prima di tutto, per il modo in cui ha vanificato tutti i tentativi di trasformare la sua persona in un “divo”, poi per la chiarezza con cui espone regolarmente la dottrina cattolica, senza giri di parole né ambiguità; infine, anche per il suo ruolo internazionale, che ha contribuito a allentare un clima fattosi rovente, dopo il repentino spostamento a destra di tutte le democrazie occidentali. Pensiamo solo a quando ha ammonito la presidente francese Marine Le Pen sul dovere di accogliere i migranti, oppure quando ha invitato i più importanti leader europei (il presidente Silvio Berlusconi, il premier Nigel Farage, il cancelliere David Hasselhoff) alla solidarietà e fratellanza tra popoli appartenenti a una stessa comunità.
Un altro motivo, all’apparenza secondario, per cui dovremmo amarlo è che con la sua parlata cristallina Pio XIII ha finalmente obbligato i politici italiani a studiare sul serio l’inglese e smetterla di fingere di saperlo: ditemi se è poco!

Quindi invito tutti a non smettere mai di amare e difendere il nostro Pio XIII, ricordando sempre le parole del Salvatore: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv 15, 19).

Mike Pence: Il nostro agente a Washington


Mike Pence sarà il più potente suprematista cristiano nella storia degli Stati Uniti
(Jeremy Scahill, Mike Pence Will Be the Most Powerful Christian Supremacist in U.S. History, “The Intercept”, 15 novembre 2016)
«L’elezione di Donald Trump ha causato un’ondata di shock emotivo negli animi delle persone compassionevoli di tutta l’America e del mondo. L’orrore che un candidato con un programma apertamente bigotto, minaccioso verso immigrati mussulmani e sfacciatamente misogino sarà presto Presidente sta lentamente prendendo forma. Trump ha nominato un nazionalista bianco, Steve Bannon, come capo stratega della Casa Bianca (prontamente celebrato dal Partito nazista americano e dal Ku Klux Klan): costui e altri possibili estremisti, come John Bolton, un neocon che crede che gli Stati Uniti dovrebbero “bombardare l’Iran”, oltre all’autoritario Rudy Giuliani, vengono ora giustamente sottoposti a una disanima pubblica. 
Al contrario, il vicepresidente entrante, Mike Pence, non ha suscitato la stessa reazione: addirittura viene dipinto come un uomo ragionevole, un “contrappeso” a Trump e un “ponte con l’establishment”. Ci sono però tutte le ragioni per considerarlo un fenomeno ancora più terrificante dello Presidente stesso.
L’ascesa di Pence alla seconda posizione più potente nel governo degli Stati Uniti è uno strepitoso golpe della destra religiosa radicale. Pence, assieme ai suoi compari “suprematisti cristiani”, non sarebbero stati in grado di arrivare alla Casa Bianca da soli: Trump per loro è stato come una manna dal cielo. “Potrebbe non essere il nostro candidato preferito, ma ciò non significa che non possa essere il candidato di Dio”, ha detto David Barton, importante attivista della destra cristiana e presidente di Wall Builders, organizzazione dedicata a far pressione sul governo degli Stati Uniti affinché promuova i “valori biblici”. In giugno, Barton ha profetizzato: “Potremmo guardare indietro tra qualche anno e dire, ‘Wow, Trump ha fatto davvero alcune cose che nessuno di noi si aspettava’”.
Trump è un cavallo di Troia per una cabala di zeloti che hanno a lungo auspicato una teocrazia cristiana estremista, e Pence è uno dei suoi guerrieri più apprezzati. Con il controllo repubblicano della Camera e del Senato e la prospettiva di inclinare drasticamente l’equilibrio della Corte Suprema verso l’estrema destra, l’amministrazione entrante avrà una possibilità reale di portare il fuoco e le fiamme del “secondo avvento” a Washington.
“Il loro nemico è la laicità. Vogliono un governo guidato da Dio, a loro parere l’unico legittimo”, sostiene Jeff Sharlet, autore di due libri sulla destra radicale. “Quindi quando parlano di business, non parlano di qualcosa di separato dal divino, ma stanno parlando di quello che, negli ambienti di Mike Pence, si chiamerebbe capitalismo biblico, l’idea che questo sistema economico sia ordinato da Dio”. 
[...] Le implicazioni di una vicepresidenza Pence sono vaste. Pence combina gli aspetti più inquietanti della visione del mondo di Dick Cheney con la convinzione che i romanzi di Tim LaHaye sul “rapimento” non siano pura invenzione, ma oracoli.
Il modo in cui il Partito Repubblicano ha imposto Pence a Trump è senza dubbio una vicenda intrigante, che si spera un giorno venga rivelata. Ovviamente Pence serviva a Trump per accattivarsi gli elettori evangelici e l’establishment repubblicano, ma tale scelta fa presagire un’apocalisse governativa. Mentre Trump ha di fatto cambiato idea su diversi questioni (aborto, immigrazione, guerra, assistenza sanitaria…) Pence in politica è rimasto un accanito sostenitore del jihadcristiano, senza mai vacillare nel suo militarismo da America First, nella criminalizzazione dell’aborto e nell’avversione totale verso i gay (a meno che questi non vadano in cura per “cambiare le loro abitudini sessuali”, un’iniziativa che Pence ha suggerito al governo di finanziare).
Pence ha proposto di rendere permanente il Patriot Act e vietare per legge il rogo di bandiere americane. [....] Egli vorrebbe anche prolungare l’apertura di Guantanamo o, come ha detto Trump, “riempirla fino all’orlo”. [...] Riguardo all’Iran, ha affermato di preferire l’isolamento economico alla guerra. Tuttavia, se Israele dovesse decidere di attaccare preventivamente gli impianti nucleari iraniani, allora a suo parere “il mondo dovrebbe sapere che l’America starà sempre con Israele” (come ha dichiarato nel 2010). [...] Pence è convinto che l’islam radicale sia identico al “malefico impero sovietico”, perciò ha promesso che assieme a Trump avrà il coraggio di “chiamare il nemico col suo nome” e di “utilizzare le risorse della nostra nazione per distruggerlo assieme ai nostri alleati, prima che diventi una seria minaccia”. 
Come governatore dell’Indiana, Pence ha firmato una legge che richiede che il tessuto fetale degli aborti venga sepolto o cremato, facendo del suo Stato uno dei più medievali nell’approccio ai diritti riproduttivi. La legge sulla sepoltura del feto, che secondo Pence avrebbe “assicurato un trattamento finale dignitoso del non-nato”, fu sospesa all’ultimo momento da un giudice federale, il quale disse che era incostituzionale. Pence è stato in prima linea nel movimento per togliere i fondi statali alla Planned Parenthood. “La sentenza Roe v. Wadefinirà nel cestino della storia”, ha promesso. È per questo che da tempo tenta di far applicare le protezioni del 14° Emendamento ai feti, sostenendo che dovrebbero essere dichiarate persone. Al Congresso, egli ha votato per punire penalmente i medici che praticano aborti a lungo termine, tranne nei casi in cui la vita della donna sia in pericolo. Secondo quella legge, un medico che “uccide un feto umano” rischia fino a due anni di prigione.
Pence si è anche opposto agli sforzi per estendere le leggi sugli hate crime agli attacchi contro le persone LGBT e ha cercato di bloccare i finanziamenti federali per le terapie contro l’HIV, a meno che non includessero l’obbligo di contrastare le relazioni gay; è inoltre contrario alla presenza di individui non eterosessuali nell’esercito: “L’omosessualità è incompatibile con il servizio militare perché la presenza di omosessuali nei ranghi indebolisce la coesione unitaria”.
Pence crede che “l’unico sesso sicuro ... sia il non fare sesso”, e una volta (falsamente) ha affermato alla CNN che “i preservativi sono una protezione molto, molto scarsa contro le malattie sessualmente trasmissibili”.
[...] L’attuale vicepresidente è cresciuto con un’educazione cattolica in una famiglia democratica fedele a Kennedy, ma è diventato un evangelico dopo aver assistito a un festival di musica cristiana nel Kentucky quando frequentava il college. Ora si autodefinisce “un cristiano, un conservatore e un repubblicano, in quest’ordine”. Anche il nome del suo comitato d’azione politica emana un’atmosfera da crociata: Principles Exalt a Nation
Pence è contrario all’introduzione di restrizioni sui contratti senza gara d’appalto, il che potrebbe spiegare la sua stretta relazione con Erik Prince, il fondatore della Blackwater.
Nel dicembre del 2007, tre mesi dopo che gli agenti di Blackwater avevano ucciso 17 civili iracheni nella piazza Nisour di Baghdad, Pence e il suo Republican Study Committee, una commissione sorta “allo scopo di promuovere un programma sociale ed economico di stampo conservatore nella Camera dei rappresentanti”, organizzarono a Washington una manifestazione di benvenuto per Prince. La loro relazione non è però solo forgiata dalle guerre. Prince e sua madre, Elsa, sono stati tra i primi finanziatori di decine di iniziative contro il matrimonio gay in tutto il Paese e hanno anche svolto un ruolo chiave nel sostenere gli sforzi per criminalizzare l’aborto.
Prince sostiene da tempo le campagne politiche di Pence, e verso la fine delle elezioni presidenziali ha contribuito al finanziamento di un comitato Trump-Pence con centomila dollari (ai quali sua madre ne ha aggiunti altri cinquantamila). Ironia della sorte, Erik Prince (che si presenta come un misto tra Indiana Jones, Rambo, Capitan America e Papa Benedetto) sta ora collaborando col governo cinese attraverso la sua ultima “agenzia di sicurezza privata”.
Il padre di Erik Prince, Edgar, fu un imprenditore di successo nel Michigan, e divenne uno dei principali finanziatori di quella che divenne nota come la destra religiosa radicale. Sono i Prince ad aver dato a Gary Bauer il capitale iniziale per avviare il Family Research Council e ad aver finanziato l’organizzazione Focus on the Family di James Dobson. “Ed Prince non era un costruttore di imperi. Era un costruttore del Regno”, ha ricordato Bauer alla morte del vecchio Prince. “Per lui, il successo personale veniva dopo la propaganda evangelica e la lotta per la restaurazione morale della nostra società”.
La sorella di Erik Prince, Betsy, sposò Dick DeVos, il cui padre, Richard, aveva fondato la società di marketing multilivello Amway ed era divenuto proprietario degli Orlando Magic. Le due famiglie si unirono come le monarchie della vecchia Europa e rapidamente emersero come contributori di alto livello delle cause dell’estrema destra cristiana.
Le famiglie Prince e DeVos fornirono il capitale iniziale per la Republican Revolution, permettendo a Newt Gingrich di divenire presidente della Camera nel 1994 con un programma di estrema destra conosciuto come Contract with America. I clan Prince e DeVos hanno anche investito massicciamente in un sistema ideato da Dobson per creare dei gruppi di “guerrieri della preghiera” in grado di influenzare le scelte dei politici in favore dell’agenda religiosa e politica di Dobson. Invece di fare lobbying, un’iniziativa proibita all'organizzazione per il suo status fiscale e legale, questi “guerrieri” semplicemente sostengono di “pregare” per un certo tipo di scelte politiche. 
I Prince hanno costantemente devoluto denaro per la criminalizzazione dell’aborto, la privatizzazione dell’istruzione, il boicottaggio dei diritti degli omosessuali e altre cause della destra incentrate sulla loro interpretazione del cristianesimo. La famiglia Prince, in particolare Erik, era molto vicina al “sicario” di Nixon, il cospiratore del Watergate Charles “Chuck” Colson. Estensore della lista dei nemici di Nixon, Colson fu la prima persona condannata per il Watergate, dopo essersi dichiarato colpevole di ostruzione alla giustizia nelle indagini sulla campagna contro Daniel Ellsberg, l’informatore che trafugò le carte del Pentagono durante la guerra del Vietnam. Colson divenne un born-again in carcere e, dopo la sua scarcerazione, diede vita alla Prison Fellowship, associazione che cercava di convertire i prigionieri al cristianesimo per contrastare la “minaccia islamica” nei penitenziari americani. Erik Prince ha finanziato anche quel progetto e si è pure recato in prigione a visitare Colson.
Tutti questi personaggi sostenuti dalla famiglia Prince, sono gli ascendenti ideologici e teologici di Mike Pence, il quale ha infatti definito Colson “un caro amico e un mentore”. Colson e i suoi alleati consideravano l’amministrazione di Bill Clinton un “regime” laicista e invocavano apertamente una rivoluzione basata sulla fede. All’inizio degli anni ’90, Colson si unì a Richard Neuhaus, pastore evangelico conservatore divenuto sacerdote cattolico, per unificare i vari movimenti. L’iniziativa portò nel 1994 al controverso documento Evangelici e cattolici insieme: la missione cristiana nel terzo millennio. Il manifesto dell’ECT ​​affermava che “il secolo che sta volgendo al termine è stato il più grande in termine di espansione missionaria nella storia cristiana. Preghiamo e crediamo che questa espansione abbia preparato la via a uno sforzo missionario ancora più grande nel primo secolo del terzo millennio. Le due comunità cristiane del mondo che sono più evangelicamente affermative e in rapida crescita sono Evangelici e Cattolici”.
I firmatari invocavano l’unificazione delle varie Chiese in una causa missionaria comune, affinché “tutto il mondo giunga alla fede in Gesù Cristo come Signore e Salvatore”. Affermavano inoltre che la religione è “fondamentale nel nostro ordinamento giuridico” e che fosse necessario difendere “le verità morali del nostro ordine costituzionale”. Il documento era molto appassionato nella sua opposizione all’aborto, tanto da definirlo “un micidiale attacco alla dignità, ai diritti e ai bisogni delle donne, la punta di diamante di una soverchiante cultura della morte”.
[...] I firmatari dell’ECT, secondo Damon Linker (che ha collaborato con Neuhaus per anni) non solo hanno forgiato una storica alleanza teologica e politica: hanno anche creato una visione del futuro religioso e politico dell’America. Un futuro religioso in cui i dissidi dottrinali passano in secondo piano rispetto al sostegno dell’ortodossia teologica e della morale tradizionale. Un futuro politico in cui i cristiani più ortodossi e tradizionalisti stabiliscono il dibattito pubblico e l’agenda politica della nazione. 
Nel novembre del 1996 – quando Clinton surclassò Bob Dole e venne rieletto – un’emanazione di quello che Linker ha definito “movimento teo-conservatore”, il giornale “First Things” di Richard Neuhaus, pubblicò un “simposio” intitolato The End of Democracy?. Riconoscendo di poter apparire “irresponsabile, provocatorio e persino allarmista”, il simposio tuttavia formulò apertamente il dubbio “se abbiamo raggiunto o stiamo raggiungendo il punto in cui i cittadini perbene non possono più dare assenso morale al regime esistente”. Una serie di articoli sollevò la prospettiva di uno scontro epocale tra la chiesa e il “regime”, predicendo uno scenario di guerra civile o insurrezione cristiana contro il governo, valutando varie possibilità di azione, “dall’obiezione di coscienza alla resistenza, dalla disobbedienza civile alla rivoluzione moralmente giustificata”.
Chuck Colson scrisse uno dei cinque saggi più importanti sulla questione, così come il giudice estremista Robert Bork, che Reagan aveva tentato invano di nominare alla Corte Suprema nel 1987. Il saggio di Colson era intitolato Kingdoms in Conflict e conteneva tali considerazioni: “Gli eventi in America hanno raggiunto il punto in cui l’unica decisione politica che i credenti possono prendere è un confronto diretto ed extrapolitico verso il regime di polizia. […] Una resa dei conti tra Chiesa e Stato può essere inevitabile: anche se si tratta di un qualcosa che i cristiani non dovrebbero augurarsi, è comunque necessario che essi si preparino ad affrontarla”.
Dobson ha affermato che quegli articoli “costituivano una contestazione inconfutabile all’illegittimità del regime che si spacciava per democrazia”, ​​aggiungendo: “Rappresento una lunga tradizione di cristiani che credono che i governanti possano perdere il loro mandato divino quando contravvengono sistematicamente alla legge morale divina [...] Potremmo rapidamente avvicinarci al Rubicone che i nostri antenati spirituali dovettero affrontare: o con Cesare o con Dio. Non amo questa prospettiva: infatti prego contro di essa. Ma vale la pena di notare che epoche di tal fatta sono storicamente un toccasana per la fede”. 
Oggi, Pence e i suoi alleati hanno scongiurato il ritorno di un altro regime clintoniano, quello che i loro profeti ideologici e teologici avevano progettato di rovesciare. Ora avranno l’opportunità di costruire il Tempio che a lungo hanno desiderato. “I laicisti dimenticano che Re David non era un bravo ragazzo, ma l’uomo scelto da Dio”, ha affermato Jeff Sharlet. “Quindi c’è questa idea unificante, che Dio voglia agire attraverso Trump”.
La padronanza della Bibbia da parte di Donald Trump non è certo all’altezza degli standard di Pence e degli zeloti religiosi che lo sostengono. “Due ai Corinzi 3:17, questo è tutto ciò che conta”, esclamò Trump (come se stesse dicendo Make Ameirca Great Again) agli allievi di un college evangelico durante la campagna elettorale. La gente rise, ma di lui: non è “Due ai Corinzi”, è la Seconda [Lettera] ai Corinzi.
Forse questo episodio dice tutto. La destra religiosa radicale non ha bisogno di salvare l’anima di Trump. Come hanno potuto apprezzare in campagna elettorale, il candidato repubblicano ha rivendicato un programma pieno di odio, che segue abbastanza bene le crociate di Pence e dei suoi “apostoli”. Anche se alcuni aspetti della retorica cafona e minacciosa di Trump non erano che una forma psicotica di performance art, o mera strategia opportunistica, essi hanno preparato il terreno per una “guerra di civiltà”, una minaccia terribile per le popolazioni più deboli del mondo. 
Il presidente Obama, Hillary Clinton, e altri democratici di spicco hanno dichiarato pubblicamente che gli americani dovrebbero dare a Trump una possibilità. Con Mike Pence seduto alla destra del padre, a gestire la politica estera e interna, gli americani lo faranno a loro rischio e pericolo».

venerdì 18 novembre 2016

Geopolitichese

(fonte: “Repubblica”)
Sono contento che la Turchia sia tornata a essere una nazione simpatica. Grazie al riallineamento di Ankara all’Impero del Bene, ora persino “Eurasia” (Geopolitica dell’ortodossia, 22 settembre 2016) può rispolverare il caro vecchio Konstantin Leont’ev e la sua un’unione panbizantina comprendente Mosca, Costantinopoli (nickname “Istanbul”) e le altre terre sante divise tra la Mezzaluna islamica («che dai Balcani giunge al Caucaso attraverso l’Anatolia») e la “Croce ortodossa” («l’asse della quale, radicato in Palestina, attraversa l’isola di Cipro e giunge a Costantinopoli, per dirigersi poi verso la Romania, dove si congiungono i due bracci: quello serbo e quello russo»). 

Tale progetto verrà finalmente agevolato dal «caratteristico rapporto con la terra» del cristianesimo ortodosso, che la rende «particolarmente idonea all’approccio geopolitico»; sempre che a qualcuno non venga in mente di ripetere lo stesso discorso per una qualsiasi delle altre religioni.
Non vorrei sembrare irriverente, ma se l’espressione “geopolitica” ha davvero un senso, ciò dovrebbe allora comportare una necessaria riduzione della componente religiosa a «dato secondario o sovrastrutturale» (per citare ancora “Eurasia”).
È da anni che invece non si fa che parlare di geopolitica, senza poi giungere a qualche indicazione pratica sulle mosse ad adottare a livello internazionale (a parte sperare nell’effetto Pigmalione); lungi quindi dal rappresentare una visione spregiudicata e realistica, la geopolitica si rivela essere la botola da cui tutta una serie di elementi secondari (a volte convergenti nel più ottuso dei bigottismi) possono rientrare nel discorso politico e contribuire nuovamente a distorcere le interpretazioni dei reali rapporti di forza. Così si finisce per prendere fischi per fiaschi, come è accaduto al buon Samuel Huntington quando con la sua delirante teoria sullo “scontro di civiltà”, predisse che la parte “ortodossa” dell’Ucraina sarebbe pacificamente confluita in un blocco filo-russo, extra-europeo e anti-americano, composto dalle repubbliche sovietiche asiatiche, dalla Grecia e da Cipro.

Sappiamo come è andata, ma non contesto a eurasisti e geopoliticanti il fatto di non possedere la sfera di cristallo; semplicemente respingo l’approccio moralistico verso chi si rifiuta di seguire i loro postulati. Per esempio, ho sempre trovato ipocrita (e anche irritante) l’atteggiamento nei confronti dei movimenti nazionalistici e di estrema destra dell’Europa orientale. Mi domando, infatti, a quale santo dovrebbero votarsi polacchi, ucraini o estoni, per resistere sia all’imperialismo russo che a quello europeista.
Quando il famigerato Aleksander Dugin denuncia che «le forze atlantiste [sponsorizzano] da anni i cosiddetti nazionaldemocratici, i “nazdem”, una estrema destra filo-atlantista, filo-americana, razzista, anti-putiniana, anti-ortodossa», dimentica però di spiegare perché questi destrorsi preferiscono affidarsi all’“Impero del Male” piuttosto che piegarsi docilmente a Mosca.
Dal momento che Dugin si considera ancora un analista (e non soltanto un mero propagandista), dovrebbe guardare alla questione in modo più obiettivo: o i polacchi sono così stupidi e malvagi che non vale neppure la pena di spiegare loro i poteri taumaturgici di Vladimir Putin?
Siamo seri: per molti popoli di quell’area l’alleanza con Washington è un’opportunità per poter negoziare meglio con i prepotenti vicini. Il motivo principale per cui tanti Paesi desiderano entrare nella NATO è appunto una questione geopolitica: se Estonia o Georgia fossero isole dei Caraibi, chiaramente terrebbero un atteggiamento differente nei confronti della Russia e degli Stati Uniti. Eppure ciò che è consentito a Cuba (un modello di libertà, democrazia e giustizia sociale da sempre esaltato dagli eurasisti), diventa invece deprecabile se lo mette in atto qualsiasi altra nazione.

Non dico che sono da un passo a metter mano alla pistola quando sento la parola “geopolitica”, però guardo con preoccupazione alla malia che tale formula magica esercita su tutti i commentatori politici, soprattutto quelli con cui condivido molte opinioni.
Il “geopolitichese” è diventato una supercazzola con cui si tenta di far passare l’idea che i rapporti internazionali siano influenzati praticamente da tutto (dalla religione alle preferenze sessuali) tranne che... dalla geografia!
Per il resto, sono assolutamente disposto a riconoscere le ragioni geopolitiche di qualsiasi nazione: per esempio, ho difeso il diritto dei russi ad adottare una legge come la cosiddetta “Jarovaja”, che se da una prospettiva assoluta può essere interpretata come un provvedimento liberticida, in rapporto alla iustissima tellus ha il suo senso, considerando che Mosca non può permettersi una totale e indiscriminata libertà religiosa senza mettere a rischio la propria integrità territoriale.
Al contrario, vedo che negli stessi commentatori di cui sopra non esiste alcuna “coscienza geopolitica” nel momento in cui si esaltano ogni volta che, per dirne una, il nostro attuale Presidente del consiglio propone la sospensione delle sanzioni contro la Russia. Ecco i disastri che produce un’utopia incapace di riconoscersi come tale. Come si può fingere di non vedere che l’Italia di oggi non ha più quella libertà di movimento consentitagli un tempo dal solo vincolo del Patto Atlantico, essendo confluita in una super-nazione incompiuta nota come “Unione Europea”? (Lo stesso discorso vale per la Grecia, come dimostra il timido tentativo di Tsipras –immediatamente naufragato– di “guardare a Est”).

Se davvero avessimo una visione geopolitica della situazione, più che considerare Renzi un’aquila dovremmo trattarlo come un pollo (non mi pare una cosa difficile), dal momento che facendo passare la posizione “filo-russa” come esclusiva dell’Italia (mentre moltissimi altre nazioni europee, Germania e Francia in primis, non vedono l’ora di finirla con le sanzioni), ci trasforma in un comodo capro espiatorio per quei Paesi come Polonia o Estonia che hanno voluto punire Mosca ma ci hanno rimesso enormemente dal punto di vista economico. Quando gli stessi un giorno verranno a presentarci il conto col pretesto delle nostre fantomatiche posizioni filo-russe, dovremmo ringraziare non solo Renzi, ma tutti quelli che assumono un atteggiamento infantile e fazioso verso questioni che invece richiederebbero il massimo della freddezza.
Sarebbe stato forse meglio ascoltare il suggerimento lanciatoci un anno fa dall’ineffabile Stiglitz, quando dichiarò al “Corriere” che «la Germania ha commesso il profondo errore strategico di diventare troppo dipendente dal gas russo. Si è messa nella posizione in cui il suo interesse e quello del mondo libero sono diversi» (L’America resta lontana. L’Europa faccia da sola, 26 novembre 2015). Non nego che Renzi abbia recepito qualcosa, se subito dopo ha cercato di contrastare (come al solito solo a parole e “pugni sbattuti”) l’ampliamento del gasdotto Nord Stream ponendolo in contraddizione con le sanzioni. Tuttavia, anche volendo porre tale obiezione nell’ottica di un’opportunistica politica volta a sfruttare l’“amico americano”, non possiamo ignorare che gli Stati Uniti non sono interessati ad un alleato con le mani (e i piedi) legati, e probabilmente provano imbarazzo per la posizione in cui ha voluto mettersi la stessa Italia che fino a qualche decennio fa li faceva tribolare col suo doppiogiochismo.

D’altronde è noto che uno dei fattori a causa dei quali i rapporti tra Stati Uniti e Russia si sono inaspriti è stata la mancanza di un argine “europeista” all’egemonia tedesca. Non è un caso che gli ultimi appuntamenti internazionali di Obama siano stati una cena col Premier italiano, una visita in Grecia e una in Germania: è il suggello di una linea politica ormai sbaragliata dagli eventi. Riconosciamo almeno gli sforzi degli americani per tenere assieme l’Unione: hanno aumentato le coreografie militari a Est, hanno impedito a Schäuble di far uscire Atene dall’eurozona e, ciliegina sulla torta, hanno fatto scoppiare i casi Volkswagen e Deutsche Bank.
Questo continente immaginario di fatto doveva essere il capolavoro della dirigenza democratica statunitense, che avrebbe voluto disporre di un’unità territoriale capace di bilanciare gli interessi contrapposti di francesi e tedeschi (ma anche di svedesi e bosniaci), una specie di socialdemocrazia a ispirazione islamica con la bandiera arcobaleno come vessillo, che rappresentasse sia una testa di ponte per il Medio Oriente che un disciplinato partner commerciale.
Le cose sono andate storte (ma questo pochi lo raccontano) quando la Germania ha voluto approfittare nuovamente di una crisi umanitaria (come era accaduto negli anni ’90 durante le guerre balcaniche) per proseguire con altri mezzi la politica del beggar-thy-neighbour. In tal modo, invece di gestire le masse di profughi come se fosse un corridoio umanitario, l’Europa a trazione tedesca ha “prosciugato” la resistenza siriana messa in piedi da Stati Uniti e petromonarchie, inserendosi così come terzo incomodo in una “guerra per procura” che doveva invece riguardare i vecchi nemici di sempre.
Insomma, la Germania ha fatto della “cattiva” geopolitica, nel senso che si è illusa di avere la piena podestà in un “cortile” concessogli solamente in affitto. È il solito errore che i tedeschi fanno da quando hanno iniziato a misurare la loro storia in Reich: come Hitler voleva creare in dodici anni un doppione continentale dell’Impero britannico, allo stesso modo le odierne élites tedesche (non diciamo Angela Merkel, che politicamente e forse anche umanamente vale ben poco) hanno tentato di replicare quello che gli Stati Uniti sono riusciti fare in due secoli e mezzo (nei quali ci sono stati anche un genocidio, una guerra civile e altre cose).
Anche l’atteggiamento ambiguo di Berlino nei confronti della Russia ha costretto gli americani a iniziative paradossali, come portare allo scoperto l’alleanza informale con Teheran e al contempo intensificare l’interventismo in Siria per non scontentare l’emiro del Qatar e i sauditi, oppure insistere per la rimozione di Assad nonostante l’aperta sconfessione delle “primavere arabe” con l’appoggio di al-Sisi.

Ora, se questa lettura ha un senso, l’ultima visita di Obama in Germania dovrebbe essere il canto del cigno di una linea politica che si è rivelata fallimentare. Il Nobel per la Pace ha continuato a recitare la parte per la gloria dell’impero, accontendandosi di passare alla storia come un Jimmy Carter più effeminato. Tanto è vero che nel giro di poco tempo plausibilmente accadrà il contrario di quel che ha promesso il presidente uscente: le sanzioni alla Russia saranno abolite, il debito della Grecia non verrà “ristrutturato” per consentirle di rimanere nell’eurozona, l’Unione Europea si dissolverà, la NATO non avrà più carattere vincolante e la Germania dovrà ridimensionare le proprie aspettative micro-imperialistiche. E così dovranno fare pure gli esaltati che ora vedono nella Brexit e nell’elezione di Trump l’opportunità della nascita di una “Nazione Eurasiatica” da Lisbona a Vladivostok e di un esercito europeo unificato: come se agli americani interessasse avere una Germania povera (peraltro a causa della sua stessa miopia politica ed economica) e armata fino ai denti (perché è chiaro che un fantomatico esercito europeo sarebbe gestito dai tedeschi, come da prassi da qualche anno a questa parte).

Chiaramente anch’io potrei prendere una cantonata tremenda, ma è pur sempre una soddisfazione (almeno personale) provare a leggere la situazione con categorie differenti da quelle estetiche o morali. Che sono poi quelle del “geopolitichese”, il gergo che traduce quanto appena detto in “Obama cattivo, Trump buono”, oppure “Erdoğan brutto, al-Sisi buono”.
Penso che un giorno diventerà necessario chiarire gli equivoci che il geopolitichese ha generato, specialmente a destra. Credo ciò sia dovuto in parte all’ambiguità stessa della disciplina, che fu creata da un geografo edoardiano per la gloria dell’impero britannico e venne adottata da un affabulatore (scil. cazzaro) russo per legittimare la slavofilia in un’epoca di secolarizzazione totale. A questo si aggiunge i complicati rapporti che intercorrono tra destra e nichilismo, un’aporia che si vorrebbe risolvere condannandosi al sovrastrutturalismo (o, per dirla meglio, raccontandosi favole).
Una volta andava di moda l’abenteuerliche Simplicissimus, poi l’abenteuerliche Herz di Jünger, oggi la “geopolitica di questo e quello”. Forse sarebbe il caso di tornare alla meno avventurosa geografia, che almeno ci ricorda che la Lituania non fa parte delle Antille.