venerdì 25 novembre 2016

Eros e magia nel Mossad


Ultimamente sto rileggendo un “classico” del complottismo, Attraverso l’inganno di Victor Ostrovsky (Interno Giallo, Milano, 1991), dedicato alle malefatte del Mossad. È un libro molto appassionante: non so quanto contenga di vero, ma si sfoglia come un bel romanzo di spionaggio.
Il titolo è ispirato a quello che l’autore afferma essere la traduzione del “motto” dei servizi segreti israeliani: By way of deception thou shalt do war (“Farai la guerra attraverso l’inganno”), un verso dal libro dei Proverbi (generalmente reso in italiano come: “Con le decisioni prudenti si fa la guerra”).

In ogni caso è proprio lo stile della deception ebraica a lasciare stupefatti (e in parte anche ammirati) per la capacità di manipolare le proprie vittime. Quando si viene reclutati dal Mossad solitamente non ci si accorge nemmeno di essere una pedina nelle loro mani; come afferma l’autore: «Ecco che cos’è il reclutamento. Tu prendi qualcuno e lo porti poco per volta a fare cose illegali o immorali» (p.88).

C’è in effetti qualcosa di “magico” in tale guerra psicologica: al di là di essa si scorge però un livello più “profondo”, dove i codici e cifrari segreti di una delle strutture più impermeabili al mondo sembrano usciti direttamente da un trattato di gematria. Cabala, insomma.

Non è soltanto questo, dal punto di vista “esoterico”, a intrigarmi. Ci sono alcuni passaggi in cui l’autore, un ex agente operativo (katsa, nel gergo dei servizi), descrive le orge dei superiori nel “posto più sicuro che esista in Israele”, cioè le piscine del Mossad:
«Finita la lezione [di addestramento] ci recammo all’Accademia, alla stanza di sicurezza 6 al secondo piano, dove si trovavano gli  archivi. Era un bel venerdì sera dell’agosto 1984 e noi alla fine perdemmo la nozione e tempo. Era pressappoco mezzanotte quando ce ne andammo dalla stanza. Avevamo lasciato le auto nel parcheggio vicino alla sala da pranzo e stavamo partendo quando udimmo un gran baccano che veniva dalla piscina.
– Che accidenti è? chiesi a – Michel.
– Andiamo a vedere – rispose.
– Aspetta. Aspetta. – disse Heim. – Andiamoci con calma.
– Ancora meglio – suggerii. – Saliamo al secondo piano e guardiamo dalla finestra che cosa sta succedendo.
Il baccano continuava mentre noi entravamo alla chetichella nell’Accademia, salivamo le scale fino alla finestra dei piccolo bagno dove una volta ero stato rinchiuso durante i miei esami pre-corso.
Non dimenticherò mai quello che vidi. C’erano circa 25 persone dentro e fuori della iscina e nessuno aveva uno straccio di vestito
addosso. C’era anche il comandante in seconda del Mossad, oggi il capo. C’era Hessner, e diverse segretarie. Era incredibile. Molti uomini non erano esattamente una bella vista, ma parecchie ragazze si lasciavano proprio guardare. Devo dire che sembravano molto meglio che in uniforme. Molte erano donne soldato assegnate all’ufficio, e avevano tra i diciotto e i vent’anni.
Alcuni stavano giocando nella piscina, altri ballavano e altri erano sulle stuoie a destra e a sinistra che se la stavano decisamente spassando alla vecchia maniera. Non avevo mai visto niente del genere.
– Facciamo una lista di chi c’è – dissi. Heim disse di andare a prendere una macchina fotografica.
– Qui non ci resto – disse Michel. – Preferisco starmene in ufficio. – Yosy fu d’accordo e Heim ammise che prendere foto non era salutare.
Ci fermammo per altri venti minuti. C’era proprio il vertice dell’ufficio e si stavano scambiando i partner. Questo mi impressionò moltissimo. Non me lo aspettavo. Consideri quella gente come eroi,
li ammiri anche, e poi li vedi che fanno un’orgia in piscina
[…] Più tardi facemmo un controllo e venimmo a sapere che quelle orge andavano avanti da un pezzo. La zona della piscina è il posto più sicuro che ci sia in Israele. Non può entrarci nessuno che non sia del Mossad.
[…] C’era una specie di legame tra gli uomini che scopavano a dritta e a manca. quello che mi dava più fastidio era che io credevo di entrare nell’Olimpo di Israele, invece di trovavo di fatto a Sodoma e Gomorra Tutta la nostra attività ne era segnata. Potenzialmente si era legati l’uno all’altro per via del sesso attraverso un sistema articolato di favori. Io ho bisogno di te, tu di me. tu mi aiuti, io aiuto te. in questo modo i katsa facevano carriera fottendo a più non posso.
La maggior parte delle segretaria erano molto belle. proprio per questo erano state assunte. ma si era arrivati al punto che erano tutte di “seconda mano”; era parte del lavoro» (pp. 87, 99)
Certe rivelazioni mi colpiscono, ma ovviamente non da un punto di vista moralistico: in fondo tutto il mondo è paese, e poi, che diamine, siamo uomini o no (già il fatto che siano escluse la sodomia e altre parafilie lo rende per certi versi un quadro quasi rassicurante). Tuttavia è difficile non farsi tentare dal collegamento con l’immoralismo delle varie correnti messianiche interne all’ebraismo: voglio dire, noi goyim per giustificare certe sconcezze tutt’al più potremmo rifarci a un Nietzsche (in sostanza uno sfigato), perché nessuno oggi abbraccerebbe seriamente un’eresia cristiana (se non per trollare); al contrario il popolo eletto c’ha ancora pezzi grossi come Sabbatai Zevi (Scholem docet).
Il fatto che tali “connubi” si svolgano in uno dei posti più segreti al mondo fa intravvedere ancora un significato ulteriore rispetto al banale flirt con la segretaria o allo scambismo da seconda serata televisiva, facendogli assumere quasi un aspetto “rituale” (che a livello “essoterico” appunto si traduce in quel “sistema articolato di favori” di cui parla Ostrovsky).

Vorrei direi di più su tal punto, ma non sarebbero che speculazioni indebite. Forse ci vorrebbe un’inchiesta più ravvicinata, per comprendere se certe usanze siano ancora in voga (il libro è “ambientato” negli anni ’80), oppure se anche l’irreprensibile Mossad si sia moralizzato o addirittura conformato ai tempi moderni, prevedendo una “quota” di “sesso anomalo” tra le proprie pratiche. No, se è così allora indagare non mi interessa più molto…

sabato 19 novembre 2016

Dalla parte del Papa (senza se e senza ma)

Ho notato che ultimamente l’“assalto mediatico” al Vaticano è aumentato di intensità. Tutti avranno visto, per esempio, l’ultimo film di Nanni Moretti, Habemus Papam, che porta sullo schermo uno delle più assurde fantasie del laicismo contemporaneo: le “dimissioni” di un pontefice.
Da questo primo attacco “cinematografico” è scaturita addirittura una serie televisiva, Pope Francis (firmata da un altro regista italiano, Paolo Sorrentino), della quale proprio ieri si è conclusa la prima stagione.
Ora, già il fatto che lo sceneggiato di Sorrentino parta esattamente dal punto in cui si conclude Habemus Papam, ovvero dalle dimissioni del precedente pontefice (chiamato “Benedetto XVI” probabilmente in onore di uno dei racconti della leggendaria collana Urania, Il dilemma di Benedetto XVI), mi fa pensare che tutto questo faccia parte di un “piano” coordinato.
Quello che però preoccupa sopra ogni cosa è la spudoratezza con cui Sorrentino ha voluto rappresentare il suo Papa immaginario, un gesuita argentino che si fa chiamare “Francesco” (interpretato dall’attore gallese Jonathan Pryce). Il Papa di Sorrentino infatti ne combina di tutti i colori sin dalla prima puntata: tra le altre cose, rifiuta di indossare i paramenti tradizionali, afferma che “non bisogna giudicare i gay”, si fa i selfie ecc…

Devo ammettere che soltanto con grande impegno e infinita pazienza ho potuto seguire la serie fino in fondo, perché obiettivamente si tratta di una delle cose più demenziali che abbia mai visto.
La trama, infatti, è un susseguirsi di contraddizioni e “colpi di scena”: per dirne una, nella quarta puntata “Francesco” per celebrare la sua prima enciclica “ecologista” (già questo la dice lunga sull’ingenuità degli sceneggiatori!) fa proiettare immagini di babbuini, pesci e leoni sulla facciata di San Pietro… Capisco che Sorrentino si senta il nuovo Fellini, ma certe cose potrebbe risparmiarcele: tutto ciò non è un “grottesco cinematografico”, è grottesco punto e  basta.
Nella sesta puntata, “Francesco”, dopo aver predicato misericordia e tolleranza, si rifiuta di incontrare il Dalai Lama per non irritare le autorità cinesi e poi va in Armenia ad accusare i turchi di genocidio. Ma chi è che ha scritto ’sta roba? Sembra uno di quei feuilleton con protagonista Rocambole o Fantômas.

La qualità della sceneggiatura, come ho detto, è scarsissima, non solo per l’insopportabile sensazionalismo, ma anche per le continue incongruenze: a parte la storia del “Papa misericordioso” che non regge nemmeno due puntate (“Francesco” a un certo punto comincia a prendersela, oltre che con i tibetani e i turchi, con i cardinali, i fedeli, i politici…), la serie dipinge il Pontefice come una specie di “santo mediatico”, osannato da tutti i giornali e le televisioni. Uno dei momenti più imbarazzanti di Pope Francis è quando “Francesco” sceglie come suo portavoce non ufficiale un giornalista interpretato dall’attore Giulio Bosetti, che ne Il Divo (il film che Sorrentino ha dedicato ad Andreotti) impersonava Eugenio Scalfari. Dovremmo forse aspettarci che un giorno il fondatore di “Repubblica” possa diventare il decano dei vaticanisti? Ma per piacere...

Infine, nella puntata che conclude la stagione, “Francesco” si reca in Svezia a chiedere scusa per la scomunica di Lutero. Basta, Sorrentino, basta!

È incredibile come oggi si possano offendere bellamente milioni di fedeli senza suscitare una qualche reazione. Questo ci fa capire che il nostro amato Pio XIII è sotto attacco. Del resto c’era da aspettarselo: l’entusiasmo iniziale per un pontefice giovanissimo e –soprattutto– americano, si è subito attenuato (per poi sparire del tutto) quando Papa Belardo ha iniziato a rimettere in sesto la nostra povera Chiesa. Guarda caso, non appena ha preso ad affermare che abbiamo trasformato il peccato in un diritto e a condannare apertamente l’aborto e l’omosessualità, i giornali hanno tentato di buttarla sullo scandalo, pubblicando “scoop” ridicoli come “Il Papa fuma”.

Ma lasciamo andare. Pio XIII resta sempre e comunque un grande pontefice, e anche un grande uomo: dal primo momento in cui ho potuto ammirarlo, mi ha ricordato per il portamento Pio IX e per il tono di voce ovviamente l’amato Giovanni Paolo II, del quale si è già dimostrato degno successore. Non dimentichiamo poi che, proprio grazie a questo Papa, sono stati spazzati via in un solo istante tutti gli errori e le ambiguità scaturite negli ultimi decenni dalle indebite e distorte interpretazioni del Concilio Vaticano II.

Anche i laici dovrebbero volere un po’ più di bene a Pio XIII: prima di tutto, per il modo in cui ha vanificato tutti i tentativi di trasformare la sua persona in un “divo”, poi per la chiarezza con cui espone regolarmente la dottrina cattolica, senza giri di parole né ambiguità; infine, anche per il suo ruolo internazionale, che ha contribuito a allentare un clima fattosi rovente, dopo il repentino spostamento a destra di tutte le democrazie occidentali. Pensiamo solo a quando ha ammonito la presidente francese Marine Le Pen sul dovere di accogliere i migranti, oppure quando ha invitato i più importanti leader europei (il presidente Silvio Berlusconi, il premier Nigel Farage, il cancelliere David Hasselhoff) alla solidarietà e fratellanza tra popoli appartenenti a una stessa comunità.
Un altro motivo, all’apparenza secondario, per cui dovremmo amarlo è che con la sua parlata cristallina Pio XIII ha finalmente obbligato i politici italiani a studiare sul serio l’inglese e smetterla di fingere di saperlo: ditemi se è poco!

Quindi invito tutti a non smettere mai di amare e difendere il nostro Pio XIII, ricordando sempre le parole del Salvatore: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv 15, 19).

venerdì 18 novembre 2016

Geopolitichese

(fonte: “Repubblica”)
Sono contento che la Turchia sia tornata a essere una nazione simpatica. Grazie al riallineamento di Ankara all’Impero del Bene, ora persino “Eurasia” (Geopolitica dell’ortodossia, 22 settembre 2016) può rispolverare il caro vecchio Konstantin Leont’ev e la sua un’unione panbizantina comprendente Mosca, Costantinopoli (nickname “Istanbul”) e le altre terre sante divise tra la Mezzaluna islamica («che dai Balcani giunge al Caucaso attraverso l’Anatolia») e la “Croce ortodossa” («l’asse della quale, radicato in Palestina, attraversa l’isola di Cipro e giunge a Costantinopoli, per dirigersi poi verso la Romania, dove si congiungono i due bracci: quello serbo e quello russo»). 

Tale progetto verrà finalmente agevolato dal «caratteristico rapporto con la terra» del cristianesimo ortodosso, che la rende «particolarmente idonea all’approccio geopolitico»; sempre che a qualcuno non venga in mente di ripetere lo stesso discorso per una qualsiasi delle altre religioni.
Non vorrei sembrare irriverente, ma se l’espressione “geopolitica” ha davvero un senso, ciò dovrebbe allora comportare una necessaria riduzione della componente religiosa a «dato secondario o sovrastrutturale» (per citare ancora “Eurasia”).
È da anni che invece non si fa che parlare di geopolitica, senza poi giungere a qualche indicazione pratica sulle mosse ad adottare a livello internazionale (a parte sperare nell’effetto Pigmalione); lungi quindi dal rappresentare una visione spregiudicata e realistica, la geopolitica si rivela essere la botola da cui tutta una serie di elementi secondari (a volte convergenti nel più ottuso dei bigottismi) possono rientrare nel discorso politico e contribuire nuovamente a distorcere le interpretazioni dei reali rapporti di forza. Così si finisce per prendere fischi per fiaschi, come è accaduto al buon Samuel Huntington quando con la sua delirante teoria sullo “scontro di civiltà”, predisse che la parte “ortodossa” dell’Ucraina sarebbe pacificamente confluita in un blocco filo-russo, extra-europeo e anti-americano, composto dalle repubbliche sovietiche asiatiche, dalla Grecia e da Cipro.

Sappiamo come è andata, ma non contesto a eurasisti e geopoliticanti il fatto di non possedere la sfera di cristallo; semplicemente respingo l’approccio moralistico verso chi si rifiuta di seguire i loro postulati. Per esempio, ho sempre trovato ipocrita (e anche irritante) l’atteggiamento nei confronti dei movimenti nazionalistici e di estrema destra dell’Europa orientale. Mi domando, infatti, a quale santo dovrebbero votarsi polacchi, ucraini o estoni, per resistere sia all’imperialismo russo che a quello europeista.
Quando il famigerato Aleksander Dugin denuncia che «le forze atlantiste [sponsorizzano] da anni i cosiddetti nazionaldemocratici, i “nazdem”, una estrema destra filo-atlantista, filo-americana, razzista, anti-putiniana, anti-ortodossa», dimentica però di spiegare perché questi destrorsi preferiscono affidarsi all’“Impero del Male” piuttosto che piegarsi docilmente a Mosca.
Dal momento che Dugin si considera ancora un analista (e non soltanto un mero propagandista), dovrebbe guardare alla questione in modo più obiettivo: o i polacchi sono così stupidi e malvagi che non vale neppure la pena di spiegare loro i poteri taumaturgici di Vladimir Putin?
Siamo seri: per molti popoli di quell’area l’alleanza con Washington è un’opportunità per poter negoziare meglio con i prepotenti vicini. Il motivo principale per cui tanti Paesi desiderano entrare nella NATO è appunto una questione geopolitica: se Estonia o Georgia fossero isole dei Caraibi, chiaramente terrebbero un atteggiamento differente nei confronti della Russia e degli Stati Uniti. Eppure ciò che è consentito a Cuba (un modello di libertà, democrazia e giustizia sociale da sempre esaltato dagli eurasisti), diventa invece deprecabile se lo mette in atto qualsiasi altra nazione.

Non dico che sono da un passo a metter mano alla pistola quando sento la parola “geopolitica”, però guardo con preoccupazione alla malia che tale formula magica esercita su tutti i commentatori politici, soprattutto quelli con cui condivido molte opinioni.
Il “geopolitichese” è diventato una supercazzola con cui si tenta di far passare l’idea che i rapporti internazionali siano influenzati praticamente da tutto (dalla religione alle preferenze sessuali) tranne che... dalla geografia!
Per il resto, sono assolutamente disposto a riconoscere le ragioni geopolitiche di qualsiasi nazione: per esempio, ho difeso il diritto dei russi ad adottare una legge come la cosiddetta “Jarovaja”, che se da una prospettiva assoluta può essere interpretata come un provvedimento liberticida, in rapporto alla iustissima tellus ha il suo senso, considerando che Mosca non può permettersi una totale e indiscriminata libertà religiosa senza mettere a rischio la propria integrità territoriale.
Al contrario, vedo che negli stessi commentatori di cui sopra non esiste alcuna “coscienza geopolitica” nel momento in cui si esaltano ogni volta che, per dirne una, il nostro attuale Presidente del consiglio propone la sospensione delle sanzioni contro la Russia. Ecco i disastri che produce un’utopia incapace di riconoscersi come tale. Come si può fingere di non vedere che l’Italia di oggi non ha più quella libertà di movimento consentitagli un tempo dal solo vincolo del Patto Atlantico, essendo confluita in una super-nazione incompiuta nota come “Unione Europea”? (Lo stesso discorso vale per la Grecia, come dimostra il timido tentativo di Tsipras –immediatamente naufragato– di “guardare a Est”).

Se davvero avessimo una visione geopolitica della situazione, più che considerare Renzi un’aquila dovremmo trattarlo come un pollo (non mi pare una cosa difficile), dal momento che facendo passare la posizione “filo-russa” come esclusiva dell’Italia (mentre moltissimi altre nazioni europee, Germania e Francia in primis, non vedono l’ora di finirla con le sanzioni), ci trasforma in un comodo capro espiatorio per quei Paesi come Polonia o Estonia che hanno voluto punire Mosca ma ci hanno rimesso enormemente dal punto di vista economico. Quando gli stessi un giorno verranno a presentarci il conto col pretesto delle nostre fantomatiche posizioni filo-russe, dovremmo ringraziare non solo Renzi, ma tutti quelli che assumono un atteggiamento infantile e fazioso verso questioni che invece richiederebbero il massimo della freddezza.
Sarebbe stato forse meglio ascoltare il suggerimento lanciatoci un anno fa dall’ineffabile Stiglitz, quando dichiarò al “Corriere” che «la Germania ha commesso il profondo errore strategico di diventare troppo dipendente dal gas russo. Si è messa nella posizione in cui il suo interesse e quello del mondo libero sono diversi» (L’America resta lontana. L’Europa faccia da sola, 26 novembre 2015). Non nego che Renzi abbia recepito qualcosa, se subito dopo ha cercato di contrastare (come al solito solo a parole e “pugni sbattuti”) l’ampliamento del gasdotto Nord Stream ponendolo in contraddizione con le sanzioni. Tuttavia, anche volendo porre tale obiezione nell’ottica di un’opportunistica politica volta a sfruttare l’“amico americano”, non possiamo ignorare che gli Stati Uniti non sono interessati ad un alleato con le mani (e i piedi) legati, e probabilmente provano imbarazzo per la posizione in cui ha voluto mettersi la stessa Italia che fino a qualche decennio fa li faceva tribolare col suo doppiogiochismo.

D’altronde è noto che uno dei fattori a causa dei quali i rapporti tra Stati Uniti e Russia si sono inaspriti è stata la mancanza di un argine “europeista” all’egemonia tedesca. Non è un caso che gli ultimi appuntamenti internazionali di Obama siano stati una cena col Premier italiano, una visita in Grecia e una in Germania: è il suggello di una linea politica ormai sbaragliata dagli eventi. Riconosciamo almeno gli sforzi degli americani per tenere assieme l’Unione: hanno aumentato le coreografie militari a Est, hanno impedito a Schäuble di far uscire Atene dall’eurozona e, ciliegina sulla torta, hanno fatto scoppiare i casi Volkswagen e Deutsche Bank.
Questo continente immaginario di fatto doveva essere il capolavoro della dirigenza democratica statunitense, che avrebbe voluto disporre di un’unità territoriale capace di bilanciare gli interessi contrapposti di francesi e tedeschi (ma anche di svedesi e bosniaci), una specie di socialdemocrazia a ispirazione islamica con la bandiera arcobaleno come vessillo, che rappresentasse sia una testa di ponte per il Medio Oriente che un disciplinato partner commerciale.
Le cose sono andate storte (ma questo pochi lo raccontano) quando la Germania ha voluto approfittare nuovamente di una crisi umanitaria (come era accaduto negli anni ’90 durante le guerre balcaniche) per proseguire con altri mezzi la politica del beggar-thy-neighbour. In tal modo, invece di gestire le masse di profughi come se fosse un corridoio umanitario, l’Europa a trazione tedesca ha “prosciugato” la resistenza siriana messa in piedi da Stati Uniti e petromonarchie, inserendosi così come terzo incomodo in una “guerra per procura” che doveva invece riguardare i vecchi nemici di sempre.
Insomma, la Germania ha fatto della “cattiva” geopolitica, nel senso che si è illusa di avere la piena podestà in un “cortile” concessogli solamente in affitto. È il solito errore che i tedeschi fanno da quando hanno iniziato a misurare la loro storia in Reich: come Hitler voleva creare in dodici anni un doppione continentale dell’Impero britannico, allo stesso modo le odierne élites tedesche (non diciamo Angela Merkel, che politicamente e forse anche umanamente vale ben poco) hanno tentato di replicare quello che gli Stati Uniti sono riusciti fare in due secoli e mezzo (nei quali ci sono stati anche un genocidio, una guerra civile e altre cose).
Anche l’atteggiamento ambiguo di Berlino nei confronti della Russia ha costretto gli americani a iniziative paradossali, come portare allo scoperto l’alleanza informale con Teheran e al contempo intensificare l’interventismo in Siria per non scontentare l’emiro del Qatar e i sauditi, oppure insistere per la rimozione di Assad nonostante l’aperta sconfessione delle “primavere arabe” con l’appoggio di al-Sisi.

Ora, se questa lettura ha un senso, l’ultima visita di Obama in Germania dovrebbe essere il canto del cigno di una linea politica che si è rivelata fallimentare. Il Nobel per la Pace ha continuato a recitare la parte per la gloria dell’impero, accontendandosi di passare alla storia come un Jimmy Carter più effeminato. Tanto è vero che nel giro di poco tempo plausibilmente accadrà il contrario di quel che ha promesso il presidente uscente: le sanzioni alla Russia saranno abolite, il debito della Grecia non verrà “ristrutturato” per consentirle di rimanere nell’eurozona, l’Unione Europea si dissolverà, la NATO non avrà più carattere vincolante e la Germania dovrà ridimensionare le proprie aspettative micro-imperialistiche. E così dovranno fare pure gli esaltati che ora vedono nella Brexit e nell’elezione di Trump l’opportunità della nascita di una “Nazione Eurasiatica” da Lisbona a Vladivostok e di un esercito europeo unificato: come se agli americani interessasse avere una Germania povera (peraltro a causa della sua stessa miopia politica ed economica) e armata fino ai denti (perché è chiaro che un fantomatico esercito europeo sarebbe gestito dai tedeschi, come da prassi da qualche anno a questa parte).

Chiaramente anch’io potrei prendere una cantonata tremenda, ma è pur sempre una soddisfazione (almeno personale) provare a leggere la situazione con categorie differenti da quelle estetiche o morali. Che sono poi quelle del “geopolitichese”, il gergo che traduce quanto appena detto in “Obama cattivo, Trump buono”, oppure “Erdoğan brutto, al-Sisi buono”.
Penso che un giorno diventerà necessario chiarire gli equivoci che il geopolitichese ha generato, specialmente a destra. Credo ciò sia dovuto in parte all’ambiguità stessa della disciplina, che fu creata da un geografo edoardiano per la gloria dell’impero britannico e venne adottata da un affabulatore (scil. cazzaro) russo per legittimare la slavofilia in un’epoca di secolarizzazione totale. A questo si aggiunge i complicati rapporti che intercorrono tra destra e nichilismo, un’aporia che si vorrebbe risolvere condannandosi al sovrastrutturalismo (o, per dirla meglio, raccontandosi favole).
Una volta andava di moda l’abenteuerliche Simplicissimus, poi l’abenteuerliche Herz di Jünger, oggi la “geopolitica di questo e quello”. Forse sarebbe il caso di tornare alla meno avventurosa geografia, che almeno ci ricorda che la Lituania non fa parte delle Antille.

giovedì 17 novembre 2016

Il pianto greco (“La lingua geniale” di A. Marcolongo)


Uno degli aspetti più piacevoli del ricevere un libro in regalo è che non si deve spendere un centesimo per imbattersi in concetti che, quando non errati, si rivelano superflui: questa è una delle poche cose positive che posso affermare riguardo al pamphlet di Andrea Marcolongo, La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco (Laterza, 2016), facendo finta tuttavia che il tempo sprecato a leggerlo non sia interamente a mio carico.

Ammetto in verità che la “confezione” avrebbe potuto ingannare anche uno come me, sempre alla ricerca di qualche testo che affronti il greco antico come una lingua umana e non aliena. Se mi fossi preso la briga di googlare il nome dell’autrice (Andrea è donna), probabilmente avrei evitato di acquistarlo (o avrei suggerito ad altri di non farlo), dopo aver scoperto non solo che questa Marcolongo è stata una ghost writer (in italiano “insegnante di sostegno”) dell’attuale Premier, ma che per giunta ha smesso di farlo per motivi di ordine economico (in effetti è imbarazzante vendere l’anima senza farsi pagare). Pare addirittura che sia stata proprio lei a suggerire a Renzi l’espressione “ucceacci del mauagurio” (la scrivo come l’ho sentita pronunciare), con il quale il fenomeno che abbiamo al governo ce li frantuma da due anni.
Per rincarare la dose, leggo nel risvolto di copertina che Andrea «nella sua vita ha viaggiato e ha vissuto in dieci città diverse, tra cui Parigi, Dakar, Sarajevo e ora Livorno»: sarei tentato di aggiungere un commento romanesco a tale illuminante dettaglio biografico, ma preferisco come sempre reagire da signore (e sti cazzi).

Allora, cos’è che non va del libro? In primo luogo, l’intento dell’autrice non è né pedagogico né divulgativo, ma tristemente moralistico. E la morale a cui si rifà è questa: chi ha fatto il classico vive, ragiona e digerisce meglio di tutti gli altri. Infatti, «li riconosci spesso quelli che hanno frequentato il liceo classico (non solo dagli occhiali che quasi sempre portano). Li riconosci dal modo di parlare e di scrivere: segno concreto che il greco è entrato dentro di loro, nel modo di vedere e di esprimere il mondo in italiano, e mai più ne è uscito. Oltre alla ricchezza del vocabolario […] e ad una certa propensione all’ipotassi […]» (pp. 119-120). Eccetera eccetera… non voglio star qui a ricopiare tre pagine di chiacchiere sulla superiorità non solo ontologica ma anche retorica di chi ha studiato il greco a scuola, da parte di una persona che usa espressioni tipiche del politichese come “al netto di” e riempie la sua prosa di due punti consecutivi e di lineette – ma ’sti benedetti incisi vanno chiusi, mica semo l’americani –.

Lasciamo pure da parte certe considerazioni infantili sui miserabili che hanno fatto lo scientifico, i quali secondo l’autrice «sentir[anno] sempre la mancanza di qualcosa» (p. 147). Il problema di tale impostazione “ginnasio-centrica” è che finisce per intaccare la qualità generale del testo: il moralismo infatti si estende alla linguistica, portando l’autrice a considerare peccaminoso il cosiddetto “principio di economia”, una delle modalità con cui opera qualsiasi sistema linguistico, la quale non corrisponde affatto a una “banalizzazione” e né è imputabile del fatto che «nel giro di dieci anni perderemo l’uso della parola e ci esprimeremo solo per emoticon» (p. 64).

Come dunque recensire un testo del genere, senza provare la sensazione di sparare sulla Croce Rossa? Non si riesce neppure a comprendere a quale pubblico vorrebbe rivolgersi la Marcolongo.
Evidentemente non a quelli che non hanno fatto il classico, perché loro non possono capire (ma Renzi che l’ha fatto, ha mai capito alcunché nella sua vita? Chiedetelo direttamente ad Andrea, visto che gli scriveva i discorsi…).
Agli studenti del classico nemmeno, perché il volume assomiglia a un’interminabile introduzione a una grammatica che non esiste: gli esempi sono frusti e arcinoti, non c’è uno straccio di consiglio su come studiare meglio e gli approfondimenti sul duale o l’ottativo manderebbero in confusione persino il buon Omero da sveglio.
D’altronde il testo vorrebbe essere solamente un “invito allo studio” e nient’altro: ma se l’unico luogo in cui si può studiare il greco antico è –secondo l’autrice stessa– il liceo classico, che senso avrebbe invitare gli studenti ad attendere un compito al quale sono obbligati? Non mi pare servano motivazioni aggiuntive a quelle già fornite dai professori (“Se tu non studi, io ti boccio”).

Alla fine sembra che il target si riduca a quello degli ex-studenti del classico che si sentono in colpa per non aver studiato abbastanza, ma che vogliono almeno provare l’orgoglio dell’io c’era.
Magrissima consolazione, anche perché sono proprio tali atteggiamenti che offrono il destro ai “grecofobi”, quelli che puntualmente coordinano l’assalto del liceo classico brandendo un iPad in una mano e un’agenda della Coca-Cola nell’altra.
Posso anch’io riconoscere un’eccezionalità linguistica (e culturale) al greco, soprattutto in riferimento alla nostra civiltà, ma al contempo non posso fare a meno di notare che la ricerca spasmodica di argomenti esterni alla materia ne mina paradossalmente l’autorità.
Il blog “GrecoLatinoVivo”, per esempio, ha dimostrato l’infondatezza dell’idea che si debba studiare il greco perché “è difficile” e quindi “forma il carattere” (Contro la scuola impossibile, 29 maggio 2016); si tratta di una favola consolatoria che si raccontano quelli che, avendo dimenticato tutto già un istante dopo la seconda prova, vogliono comunque considerarsi più intelligenti e “temprati” (tanto varrebbe insegnar loro pugilato o, per restare in tema, lotta greco-romana).

Nonostante la Marcolongo non disdegni di magnificare la sua persona ogni volta che gliene si presenti l’opportunità, e di conseguenza la tentazione di scadere nel personale è forte, cercherò ora di formulare critiche più obiettive, in realtà limitandomi solo a qualche osservazione per non farla troppo lunga (tralasciando ciò che scrive sul greco antico, ché sono informazioni reperibili nelle note a margine di una grammatica qualsiasi e sulla cui correttezza è superfluo discutere).

A pagina 12 l’autrice sostiene che l’hawaiano è «una delle poche lingue al mondo dove il valore aspettuale sopravvive». Questo io non creto. Tanto che persino un miserabile qualsiasi di quelli che non hanno fatto il classico può aver scoperto e compreso l’aspetto verbale studiando le lingue slave. In ogni caso, per ulteriori informazioni rimando a Wikipedia (non era difficile).

A p. 77, parlando di tabù linguistici, Marcolongo sostiene che «nelle lingue slave, come in russo, “orso” si dice medved che letteralmente significa “mangiatore di mele”; nella speranza che sia vegano e non azzanni esseri umani».
In realtà медведь in russo significa “mangiatore di miele” e non di mele. Può essere un refuso (anche se è noto che i vegani escludono categoricamente il miele dalle loro diete), ma dato che scrittori e saggisti passano il tempo a rimpallarsi bufale e strafalcioni, non vorrei ritrovarmi per ogni dove la storia dell’orso russo “ghiotto di mele”.

A p. 88 si afferma che l’unica lingua di derivazione indoeuropea ad aver conservato l’ottativo è il greco «insieme alle lingue indiane e persiane». Anche in tal caso, non creto, e rimando ancora a Wikipedia.

Quest’altro appunto potrebbe sembrare pretestuoso, ma tant’è: a p. 132 la Marcolongo, discutendo dell’espressione θάλαττα (“mare”), scrive che «è di origine oscura, forse proveniente da qualche popolo sconosciuto già presente nel Mediterraneo. Un termine senza precursori né successori in alcun’altra lingua il mondo eccetto il greco».
Ora, considerando che l’autrice è una grecista e che nel libro sono stati portati esempi di ogni tipo (persino da una fantomatica “lingua eschimese”), a mio parere sarebbe stato opportuno inserire in nota almeno qualche ipotesi sull’origine del lemma, per esempio citando la suggestiva tehom>tâmtu >thalatth (vedi… Wikipedia).
[Per quanto riguarda i “successori” – ma questa è già fantalinguistica –, se θάλαττα rimanda a tehom inteso come “abisso primordiale”, allora esiste un altro termine che segue la stessa evoluzione, ed è il proto-turco *teŋri/*taŋrɨ [𐱅𐰭𐰼𐰃], inizialmente riferito a Dio, al cielo e al paradiso, il quale ha dato origine ai termini correntemente in uso per indicare il mare nel turco moderno, deniz, e nel magiaro, tenger].

Concludiamo con una nota “politica”.
A pag. 125 la grecista afferma che la lingua è «l’espressione di una coscienza unitaria di popolo. Non di nazione: quella viene poi, con i confini verticali o sghembi tracciati da chissà chi e chissà perché sul mappamondo (o forse proprio a questo servono le guerre e le religioni)».
Beata ingenuità… ci sono migliaia di esempi che dimostrano esattamente il contrario, ma accettiamo pure che sia così. Questo pensierino diventa tuttavia sospetto qualche pagina più avanti, quando a mo’ di conclusione la Marcolongo esprime alcuni giudizi enigmatici sulla lingua e sulla nazione greca:
«In questi anni la Grecia ha affrontato, in nome della sua identità e della sua dignità sociale, sfide economiche e politiche uniche in Europa utilizzando, di fatto, una lingua unica e straordinaria, ma vecchia di secoli, anzi, di millenni. Ma oggi la vera sfida, non solo linguisticamente parlando, sta tutta nella volontà di ricostruire una lingua finalmente moderna che serva a tutti i greci per capire e farsi capire nel 2016, nei propri confini e soprattutto fuori dalla Grecia.
[…] Di fatto, la Grecia parla oggi un greco moderno che prende in prestito gran parte dei suoi elementi dal greco antico per ribadire al mondo l’identità di un popolo che ha il passato culturale più imponente del mondo occidentale. Un popolo che, da quel passato, sembra però non riuscire a liberarsi più, in una costante lotta per un presente che non arriva mai […]» (p. 151)
Scusi, può ripetere? Dopo aver impiegato centocinquanta pagine a esaltare il greco, ora l’autrice se ne esce con la storia che i greci dovrebbero rinunciare alla loro eredità linguistica (del resto già hanno rinunciato a tutto!) per... farsi capire? Viene il sospetto che, per sdebitarsi, Renzi si sia messo a fare il ghost-writer della Marcolongo.
Insomma, siamo seri: che senso ha collegare la situazione odierna della nazione greca col greco antico che si studia sui banchi di scuola? Non avendo fatto il classico, forse non sono in grado di ravvisare il nesso; però noto chiaramente che, con amici simili, il greco (antico e moderno) non ha bisogno di nemici.

lunedì 14 novembre 2016

Warmongering. Come abbiamo imparato a odiare la bomba


Le ultime elezioni americane sono state vinte da Trump anche grazie ai suoi slogan (“Make America Great Again”, “Drain The Swap”): uno dei più efficaci, e sottovalutati, è stata l’accusa rivolta alla Clinton di essere una warmonger (“guerrafondaia” ma anche, letteralmente, “venditrice di guerra”).
È innegabile che molti cittadini statunitensi, col loro voto al candidato repubblicano, abbiano espresso il rimpianto per i bei tempi della détente nixoniana. Da quando esiste l’atomica, infatti, tutti i rapporti di forza a livello internazionale sono modellati dalla dissuasione a utilizzarla: stupisce che gli americani, nonostante tutta la retorica sul Nu Hitla (ecco un altro slogan a effetto), abbiano votato come seguendo a una sorta d’istinto di sopravvivenza.

Non sappiamo cosa combinerà poi effettivamente questo Trump, ma già la sua semplice vittoria ha permesso una lieve distensione del clima internazionale. Era necessario uno shock, almeno a livello psicologico, per spezzare la catena di eventi che ci avrebbe condotto all’apocalisse. Adesso è auspicabile un ritorno rapido a una condizione in cui non convenga a nessuno dei contendenti iniziare una guerra nucleare. Non importa se Stati Uniti e Russia continueranno a comportarsi come hanno sempre fatto: il problema dell’ora presente è, per usare le parole di un grande analista geopolitico, evitare di trasformare la Federazione Russa in una potenza «asiatica, isolata e conflittuale».

Qualcosa non ha funzionato nella strategia degli Stati Uniti: col senno di poi sembra che i danni maggiori siano da attribuire alla conflittualità esistente tra la perentorietà della linea Clinton e l’evanescenza della “linea Obama” (che probabilmente non è nemmeno esistita).
Da una parte l’idea che Washington possa vincere qualsiasi guerra senza combatterla (ovvero combattendola per procura); dall’altra l’onere di portare la pace universale in un contesto dove le volontà dei singoli (per quanto insigniti di Nobel) sono subordinate a forze soverchianti.
Tuttavia se i Clinton non hanno calcolato la mutazione del quadro internazionale rispetto ai loro “trionfi” balcanici, Obama ha invece creduto che mimare un conflitto (attraverso i droni, l’embargo e la psywar) sarebbe stato utile a scongiurarlo.

La prima conseguenza è che in Siria e in Ucraina la guerra mercenaria è stata “cannibalizzata” dagli estremisti, impedendo qualsiasi tipo di stabilizzazione. È una prassi consolidata della condotta americana nel dopoguerra: fornire supporto economico e militare ai ribelli “moderati”, tollerare la presenza degli “estremisti” come carne da cannone ed eliminarli una volta conquistato il potere.
È successo, per esempio, in Cambogia (con il famigerato “Governo di Coalizione” degli anni ’80), in Tibet (il cui insuccesso sul piano politico è stato ricompensato da quello mediatico) e, più recentemente, in Bosnia (tanto che una volta fallita la strategia della “guerra per procura”, anche in quell’area si sono risvegliati fondamentalismi sopiti a suon di bombe e molti mujahidin sono partiti in Siria per cannibalizzare i “ribelli moderati”).
La strategia del devil’s pact ora non porta i risultati sperati per una miriade di motivi, dei quali il più trascurato è che la Russia ha riscoperto le virtù della disinformatsija. Se negli anni ’90 era ancora impossibile ridurre i secessionisti croati a neonazisti (nonostante fossero tanti “volontari” a rifarsi a quell’ideologia) e tutti i bosniaci a terroristi islamici (ma anche qui il materiale su cui imbastire la propaganda non mancava), oggi Janukovic (o gli ucraini filorussi) e Assad hanno potuto usufruire di questo fattore della guerra non-convenzionale, che è risultato infine decisivo per influenzare le opinioni pubbliche occidentali.

Questo per quanto riguarda la “linea Clinton”. Obama, invece, ha ingenuamente (diciamo così) creduto di poter mascherare esigenze imperiali dietro l’etichetta del soft power. Sarebbe troppo lungo (e forse inutile) approfondire tutti gli aspetti di tale politica rivelatasi alla fine catastrofica: ricordiamo solo che le famigerate sanzioni, lungi da indurre Putin a più miti consigli, hanno portato all’inasprimento del conflitto in Siria e alla trasformazione di quello ucraino in una lose-lose situation (senza dimenticare l’influenza negativa sulle già traballanti finanze europee).
Anche l’embargo, dunque, si è dimostrato un metodo anacronistico contro la seconda potenza nucleare del mondo. Come dicono gli americani, things have gone too far: era necessario una botta di realismo e pragmatismo per azzerare tutti i parametri.

Non possiamo ancora dire cosa accadrà nel futuro, anche perché in questi giorni tutti scrivono il contrario di tutto, quindi ogni previsione si basa su una mole impressionante di dati contraddittori. Come ha giustamente fatto notare l’U.S. Department of Fear citando un articolo del “New York Times” (The Danger of Going Soft on Russia), «Quando il NYT non ritrae Trump come un mostro guidato solo dal testosterone, allora lo descrive come un pacifista rammollito».
Se davvero Trump deciderà di seguire una linea (neo)isolazionista (ma era la stessa promessa dal primo Bush e da Obama I e II...) allora vi saranno alcune conseguenze immediate: in primis verranno abolite le sanzioni alla Russia (chiusura del capitolo ucraino) e terminerà la “guerra dei gasdotti” (chiusura del capitolo siriano); in conseguenza di ciò, l’egemonia tedesca in Europa si ridurrà drasticamente e vi sarà una probabile disgregazione dell’eurozona (o dell’intera Unione). Per la NATO, si vedrà.
Quello di cui possiamo esser sicuri è che la maggior parte delle persone non capirà quello che sta accadendo (come non ha ancora capito chi era il “buono” e chi il “cattivo” tra Nixon e Kennedy), quindi nessuno potrà sentirsi realmente “sconfitto” (anche se gli Stati che in questi anni hanno prosperato sulle disgrazie altrui vedranno drasticamente ridimensionate le loro aspettative).
Come dice il proverbio, “Dove c’è gusto, non c’è perdenza” (Where there’s liking, there’s no loosing).

venerdì 11 novembre 2016

Chi ha votato Trump (e perché)


Per capire qualcosa sul voto americano, consiglierei di dare un’occhiata agli exit poll (o come vogliamo chiamarli, adesso che gli americani sono tornati antipatici, sondaggi post-voto?). Da quelli pubblicati dal “New York Times” emerge qualche dato interessante: prima di tutto, la Clinton rispetto alle precedenti elezioni ha guadagnato solo l’1% in più del voto femminile (nonostante avesse propagandato l’esser donna come “valore aggiunto”); al contrario, il voto bianco per Trump rispetto a quello per Romney è aumentato solo dell’1%: ciò significa o che nelle elezioni precedenti tutti i suprematisti e i membri del Ku Klux Klan hanno votato per Obama, oppure che il candidato repubblicano è riuscito a parlare a tutte le “razze”. Infatti spicca anche un incredibile +8% tra gli afro-americani e un +11% tra gli asiatici (categoria che comprende molti mussulmani). Sono sempre percentuali bassissime rispetto a quelle dei democratici, ma l’aumento è considerevole.
Passando al titolo di studio, si nota un +10% a Hillary da parte dei “white college graduates” e un +14% di Trump tra i “white without a college degree” (che alle scorse elezioni avevano evidentemente votato per Obama).
Altri aumenti considerevoli affiorano nelle statistiche per reddito: Trump ha ottenuto il 16% (!) in più dei voti di Romney da chi ha uno stipendio al di sotto dei 30.000 dollari all’anno, mentre la Clinton ha fatto breccia tra quelli che guadagnano dai 100.000 ai 200.000 dollari l’anno (+9%).
Durante la campagna elettorale l’attenzione si è concentrata molto anche sull’età dei votanti (uno dei cavalli di battaglia della Clinton), ma i cosiddetti millennials (18-29 anni), pur privilegiando i democratici, hanno dato ai repubblicani un +5%.
Infine, per quanto riguarda le religioni, il 9% in più di cattolici ha votato per Trump (e c’è anche un enigmatico +18% da “Something else”), mentre la Clinton ha ottenuto un +8% dagli ebrei.

Proviamo a trarre qualche considerazione preliminare da questi dati.
In primo luogo, il fatto che certe categorie abbiano deciso di votare un candidato descritto dalla stampa come il loro nemico assoluto, rappresenta un giudizio totalmente sfavorevole nei confronti di Obama. A questo si aggiunge l’avversione della maggioranza degli americani nei confronti di Hillary, che ha cercato goffamente di costruirsi una nuova base elettorale puntando sulle minoranze di ogni tipo (sessuali, etniche, religiose) con scarsi risultati, sia perché è risaputa la sua ipocrisia su temi come immigrazione e matrimoni gay, sia perché l’America non è affatto un «post-white, cosmopolitan, multicultural hybrid of total diversity» (“Zero Anthropology”).

Ciò non significa che il voto di Trump sia stato un’espressione di razzismo, poiché sono molte le categorie che reputano necessaria una “stretta” sull’immigrazione: gli afro-americani, che non amano essere accomunati agli immigrati neri e hanno enormi problemi di convivenza con i famigerati latinos; gli altrettanto famigerati millennials, che hanno dovuto rinunciare ai tradizionali teen summer job proprio perché gli immigrati negli ultimi anni se li sono accaparrati tutti; gli ebrei, che nonostante abbiano votato in massa per Hillary (ovviamente spaventati dalla propaganda sul “nuovo Hitler”), iniziano ad avere sull’immigrazione mussulmana le stesse opinioni dei loro correligionari israeliani.

A proposito di islam, è doveroso notare che si tratta della religione di cui si è più parlato durante i dibattiti elettorali. Il cattolicesimo è stato oggetto di discussione solo per la condanna di Papa Francesco di alcune dichiarazioni di Trump. Il candidato repubblicano, nonostante si sia dimostrato tiepido sulle questioni etiche che in genere interessano i cristiani americani, ha ottenuto ugualmente un enorme mandato da tutte le confessioni. Probabilmente molti di loro hanno compreso le ragioni tattiche per cui Trump non ha voluto calcare la mano su omosessualità, aborto e divorzio: da una parte per schivare le inevitabili accuse di ipocrisia, dall’altra per rompere col tradizionale doppiogiochismo repubblicano, che usa le questioni etiche come paravento.

Insomma, si è parlato molto di lavoro e poco di fede, il che credo sia tutto sommato positivo in un momento storico in cui la religione si lascia strumentalizzare a “destra” come a “sinistra”.
Sebbene i democratici fossero interessati a buttarla continuamente in caciara tirando in ballo sessismo, razzismo, bon ton eccetera, Trump non ha mai mollato la presa sull’economia e sulla politica internazionale.
Questo alla fine mi sembra la prospettiva più chiara da cui interpretare i risultati: si sono scontrate due visioni opposte del ruolo dell’America nel mondo. Durante la sua presidenza, Obama è riuscito a dare alla globalizzazione un volto umano e a colorare con l’arcobaleno tutte quelle cose che fino a poco tempo prima ci facevano inorridire. La carica messianica dell’obamismo si è però esaurita negli ultimi disastrosi anni del mandato e le “speranze transazionali” dell’umanità (per fare il verso a uno storico di corte) da esso incarnate non sono riuscite a rendere più attraenti la disoccupazione, la precarizzazione e la disuguaglianza economica.

Si può quindi affermare che sia fallito il progetto di traghettare l’eccezionalismo americano dall’hard al soft power, dall’industria alla finanza, dalle ciminiere alle auto elettriche, dall’agricoltura intensiva all’orto biologico di Michelle, dal machismo al femminismo, dal puritanesimo all’omosessualismo (perché alla fine, tout se tient). E allora ecco che una caricatura di Nixon, o una controfigura di Reagan, è apparsa come il salvatore della patria o, per usare i termini di un noto commentatore, il “Re Davide della nostra epoca”. Questo spiega anche perché i nuovi padroni sbarazzini della Silicon Valley si siano schierati in massa con la Clinton, mentre il vecchio establishment uscito da un film di Clint Eastwood abbia aiutato Trump a distanza di sicurezza.
Per tirare le somme: optando per il tycoon, gli americani hanno voluto probabilmente seguire il noto proverbio “Si stava meglio quando si stava peggio”, o appunto come dicono loro, We were better off when we were worse off.

giovedì 10 novembre 2016

Pazzi per Trump


I giornalisti di tutto il mondo (libero) stanno mettendo in scena un grottesco autodafé annacquato di lacrime posticce: “Ci siamo sbagliati perché volevamo che trionfasse il bene”. No, oggi i giornali non solo non li compro, ma nemmeno vado a leggermi sui loro siti le “scuse sincere” (le hanno fatte tutti, dal più piccolo foglietto di provincia al “New York Times”). Ho anche un motivo in più per evitare, almeno per qualche giorno, di andare sui portali dei quotidiani italiani: la pubblicità ridondante che sembra messa apposta per far rimpiangere il formato cartaceo (il cui effetto snervante è raddoppiato dalla nuova normativa sui cookie che fa partire l’aggiornamento automatico della pagina ogni volta che dai il consenso).

Ho invece dato un’occhiata a quello che combinano i liberal americani, travolti da un’ondata di irrazionalismo condita con insulti pesantissimi e minacce di vario tipo (le meno innocue sono quelle di suicidarsi o lasciare il Paese). Ogni manifestazione di impazzimento collettivo è motivo di preoccupazione, tanto più se a mostrarne i sintomi sono quelli assolutamente certi di stare dalla parte giusta della storia. Al contrario gli elettori di Trump sono stati talmente demoralizzati dai mass-media che se il loro candidato avesse perso, avrebbero fatto finta di non averlo votato (come del resto hanno fatto fino all’ultimo, falsando sondaggi già di per sé manipolati).
Non amo per nulla il “fondamentalismo dal volto umano”, di qualsiasi stampo esso sia. In più mi rattrista scoprire che ciò che credevo un problema personale dell’inviata della Rai Giovanna Botteri, è in realtà lo stile di una nazione che, da destra a sinistra, ragiona di politica utilizzando esclusivamente categorie non-politiche. Trump sembra aver riportato molti americani coi piedi per terra, costringendoli nuovamente a “fare politica”: uno sforzo ormai quasi impossibile per individui che hanno introiettato il T.I.N.A. (There is no alternative) camuffandolo coi colori dell’arcobaleno. Forse questo spiega la reazione infantile di molti. Get a grip, my fellow Americans...


Avrei voluto osservare gli atteggiamenti degli altri Paesi, ma sinceramente non ho avuto molto tempo. Ho iniziato a scartabellare qualche sito polacco, ma tutto sommato le loro opinioni valgono più o meno come quelle degli italiani, sebbene sia fondamentale per loro (e per noi) capire se effettivamente esiste questa “simpatia” tra Putin e Trump di cui si è tanto discusso, oppure se si è trattato solo di propaganda clintoniana (anch’io non sono ancora venuto a capo del dilemma: il “nuovo Hitler” è isolazionista o guerrafondaio?).

Più interessante, al momento, mi sembrano le reazioni greche: gli unici a festeggiare sono quelli di Alba Dorata, per la cretinata che Trump sdoganerebbe finalmente la pulizia etnica (chi gliel’ha detto?); gli altri invece paiono terrorizzati dal nuovo Presidente. Non è un segreto che quasi tutti i media greci tifassero per la candidata democratica: non solo per conformismo, ma anche per il ruolo svolto dal “clan Clinton” per mantenere la Grecia all’interno dell’eurozona.
Tutti ricordano quando nel luglio 2015 Schäuble ordinò la Grexit (rimangiandosi la parola dopo una carezza sulla spalla di manzoniana memoria da parte di Obama); recentemente alcuni documenti divulgati da Wikileaks hanno rivelato che il braccio di ferro tra il ministro tedesco e la Segretaria di Stato è andato avanti per anni. Nei dibattiti televisivi tra i due candidati il segreto di Pulcinella è stato poi svelato definitivamente: a un Trump che proponeva senza mezzi termini di lasciare Atene nelle mani della Germania o addirittura della Russia («Putin probably comes in to save the day, if Germany doesn’t»), la Clinton ha invece ricordato proprio il ruolo strategico della Grecia per la NATO. Essendo fallita ogni possibilità di mediazione con la Germania, ora tutti si aspettano un coup de théâtre: questo spiega l’angoscia dei greci, che in ogni caso è più giustificata (e dignitosa) di quella degli americani che piagnucolano perché ha vinto il maschietto e non la femminuccia.
La Grecia infatti deve affrontare problemi che la Russia non può risolvere, soprattutto quelli con l’Unione Euro-Germanica e la Turchia: tenere il piede in due staffe ha consentito ad Atene di rimanere, nei limiti del possibile, indipendente; qualora Trump volesse davvero mantenere le promesse elettorali, i greci si troverebbero costretti a scegliere un destino.

Anche chi da questa parte dell’Atlantico è “pazzo per Trump” nel senso positivo, deve considerare appunto il fatto di non essere americano. Non serve la sfera di cristallo per capire che lo sfaldamento dell’eurozona non incontrerà più le resistenze di appena un anno fa. E mentre nella società americana le tensioni di qualsiasi tipo (sociale, razziale, etnico, di genere) si scioglieranno se Trump metterà in atto le energiche misure espansive che ha promesso, al contrario qui in Europa c’è il timore che la “transizione” venga gestita come al solito nel peggior modo possibile.
Una volta ridimensionato il contributo americano alla NATO, un’alternativa (altamente improbabile) alla dissoluzione dell’eurozona è che i Paesi alleati (in particolare la Germania) venissero costretti dalle circostanze a mettere in pratica una sorta di “keynesismo militare” sul modello di quello reaganiano (d’altra parte fu l’economista Robert Mundell ad attribuire alla moneta unica la funzione di “Reagan europeo”). Un aumento degli stanziamenti alla Difesa a livello continentale potrebbe prolungare di qualche tempo la sopravvivenza dell’Unione, anche se poi gli Stati Uniti si troverebbero ad affrontare una nuova “questione tedesca”…
Queste d’altronde sono soltanto fantasie. L’Europa non conta più nulla, come queste elezioni hanno ampiamente dimostrato.

mercoledì 9 novembre 2016

Capire Trump senza Nostradamus

L’“Adnkronos”, grazie alle quartine di Nostradamus, aveva previsto la vittoria di Trump già nello scorso marzo: Nostradamus ha predetto l’elezione di Donald Trump? (notizia che, con un certo orgoglio, viene ripubblicata anche oggi).
Può stupire che una delle più importanti agenzie di stampa italiane si metta a copia-incollare versi dell’astrologo francese da qualche blog americano senza nemmeno tradurle dall’inglese, però va tenuto in conto il livello al quale è giunto il giornalismo nazionale (e adesso anche quello internazionale).
Considerando anzi ciò che abbiamo dovuto leggere negli ultimi mesi, non ci pare che l’Adnkronos abbia reso un cattivo servizio ai suoi lettori: in fondo ha persino azzeccato il pronostico, seppure con l’aiuto di “Mike” Nostradamus.


Non che fosse impossibile prevedere una vittoria, seppur risicata, di Trump: del resto oggi anche le nostre grandi firme, pur essendosi sbagliate clamorosamente (non si capisce se per limiti morali o intellettuali) sono comunque riuscite a dimostrare di aver capito tutto sin dall’inizio.
Ovviamente le loro baggianate continuano a essere totalmente inutili ai fini di comprendere quanto accaduto, quindi evitiamo persino di citarle, anche perché la vera “notizia” non è che Trump abbia vinto, ma che, secondo i criteri del sistema elettorale americano (e nell’ottica delle catastrofiche previsioni sulla sua persona), abbia stravinto. Questo ci obbliga ad approfondire, seppur brevemente, qualche aspetto delle ultime elezioni che in pochi hanno evidenziato.

In primo luogo, per vincere la terza volta di seguito i democratici avrebbero dovuto portare un nome in assoluta discontinuità con Obama. Stava quasi per accadere con Bernie Sanders, ma i problemi posti da un candidato del genere erano davvero molti, soprattutto l’eventualità che si rivelasse una sorta di doppione politicamente corretto di Trump. Non si esclude che per un attimo quella parte di establishment interessata a far vincere i democratici abbia pensato di utilizzarlo come specchietto per le allodole, ma questo progetto è svanito immediatamente non appena la Clinton si è mostrata disponibile a qualsiasi compromesso pur di giungere allo scranno presidenziale. Tuttavia il fatto che avesse già rischiato di perdere con un ebreo socialista settantacinquenne avrebbe dovuto far nascere immediatamente qualche dubbio nei suoi sostenitori.

In secondo luogo, si è insistito troppo sul “voto latino” e sul peso delle minoranze nell’urna elettorale. Non credo sia fuori luogo ricordare che gli Stati Uniti sono ancora un Paese “bianco” per il 72% della popolazione, quindi è con quel voto che si vince e non con altri. Per giunta l’idea puerile che esista un “blocco delle minoranze” naturalmente schierato con i democratici è smentita da una marea di circostanze: non ultima il preoccupante aumento della tensione tra gli afroamericani e i latinos a livello sociale, lavorativo e addirittura etnico.
Esiste un altro luogo comune, a proposito del “voto nero”, propagandato dalla nostra stampa: ovvero l’idea che gli afroamericani e gli immigrati di colore rappresentino un unico gruppo sociale. La realtà è molto più complessa: non è un caso che negli ultimi otto anni gli intellettuali neri abbiano passato il loro tempo a discutere sulla blackness di Obama (un dibattitto totalmente ignorato dalla stampa italiana) e a interrogarsi se la strabordante presenza mediatica della moglie Michelle non fosse un modo per impadronirsi di un’eredità che non è mai appartenuta al “primo presidente nero”.

In terzo luogo, non si è ragionato abbastanza, per parafrasare Keynes, sulle “conseguenze economiche” di Hillary e Donald. L’economia ha infatti avuto un ruolo fondamentale in queste elezioni (altro che “maschi contro femmine” o “bianchi contro neri”). Se dalla prospettiva di un’Europa agonizzante la situazione degli Stati Uniti può sembrare entusiasmante, in realtà le cose per gli americani non vanno affatto bene: non solo perché la globalizzazione ha creato immense fortune e ancora più immense miserie, ma soprattutto perché le classi subalterne non hanno smesso di opporsi all’idea che il mercato del lavoro nazionale debba essere gestito dalla grande finanza internazionale. Trump si è presentato come il proverbiale “elefante nella stanza” e questo ha convinto quella parte di establishment che ha sempre sperato in uno shock decisivo per far ripartire l’industria.
Tale dicotomia la si è potuta apprezzare anche nei mezzi scelti dai due candidati per la loro propaganda: Clinton la stampa e la televisione, Trump internet e… la radio. Non vorrei divagare, ma una cosa che a noi italiani sfugge completamente è il ruolo che la radio ha nelle vite degli americani: la ascoltano tutto il giorno, sia al lavoro che in casa o al supermercato. Essa rappresenta nel mondo dell’informazione a stelle strisce uno dei mezzi di comunicazione più pluralistici: dal punto di vista dei contenuti ha dunque molto più in comune con internet che con la carta stampata o i talk show (anche perché, a differenza dell’Italia, non è fatta di canzonette o risatine, ma di ore e ore di approfondimenti e dibattiti). La natura del “megafono” ha dunque contribuito al successo di Trump, mentre lo staff della Clinton ha praticamente snobbato i canali alternativi di comunicazione, sentendosi forte di un appoggio dall’editoria e dall’etere di cui nessun candidato ha mai goduto.

È chiaro che tali concezioni opposte su economia e lavoro hanno poi un riflesso sugli altri ambiti, dalle questioni etiche alla politica internazionale, e che di conseguenza se è importante discutere anche di queste cose, non è però consentito ridurre tutto a un problema di testosterone o melanina. Col senno di poi possiamo riconoscere che molti, pur considerando Trump una persona insopportabile con cui non vorrebbero mai avere nulla a che fare, hanno deciso di votarlo comunque, proprio per ciò che rappresenta e non per quello che è (mentre la Clinton chiedeva esattamente il contrario: votatemi per quel che sono, una donna, e non per quel che rappresento, cioè oscuri interessi economici, politici e militari).

Vorrei proprio concludere su tale considerazione: esistono criteri “obiettivi” per i quali gli elettori hanno deciso di far stravincere Trump. Sono forze che sovrastano persino la volontà collettiva e che in certi periodi storici conducono a scelte obbligate. Devo essere sincero: nemmeno io sono in grado di comprendere fino in fondo ciò che sta accadendo, perché quelli che dovrebbero fornirci gli strumenti per capire (intellettuali, giornalisti, politici) passano il tempo a mentire sia a noi che a loro stessi. Alcune volte non si hanno né le possibilità né la voglia di approfondire per proprio conto, anche perché nella maggior parte dei casi si finisce a sbattere il muso contro dietrologie e complottismi che lasciano il tempo che trovano (e ahimè questo tempo è preziosissimo).

Ciò che mi preoccupa, per il futuro, è che stanno tornando “di moda” alcune cose che abbiamo dimenticato come gestire e affrontare (per esempio crisi economiche, guerre mondiali e politiche protezionistiche). Fino a ieri quelli che ci dettavano la linea erano tutti globalizzati, equosolidali, sbaciucchiosi e svaccati: adesso è inevitabile che molti di costoro saltino sul carro del vincitore e mettan su i galloni senza nemmeno contare su un ritorno economico (bastano il conformismo e la sudditanza culturale a motivarli). Credo quindi sia necessario una sorta di “digiuno informativo”, o perlomeno obbligarsi alla lettura di un giornale pensando continuamente che la verità è all’opposto di quanto viene scritto (soprattutto quando lo condividiamo): di sicuro c’è chi pratica questa profilassi da anni, ma con la vittoria di Trump abbiamo oggi una prova definitiva della sua efficacia.

martedì 8 novembre 2016

Me ne frego in tutte le lingue europee


La notizia del giorno (a parte le elezioni americane) è che Juncker ha risposto con un “me ne frego” agli attacchi del premier italiano. In realtà aveva già usato tale espressione durante la disastrosa campagna anti-Brexit, ribadendo a chi gli chiedeva di usare toni meno veementi contro gli inglesi che “Je m’en fous intégralement”.
In fondo sarebbe anche divertente questo commissario perennemente ubriaco, se tuttavia l’ebbrezza non lo rendesse un po’ troppo simile al vecchio Eltsin, nel momento in cui all’Unione Europa servirebbe almeno un Gorbaciov.
In ogni caso, dal punto di vista politico il “me ne frego” è irrilevante: Renzi e Juncker ovviamente fingono di litigare, l’uno perché vuol vincere il referendum a “destra”, quindi deve far vedere che lui sbatte i pugni sul tavolo o sul juke-box, e l’altro probabilmente perché ha ancora esagerato col cognac a colazione (nonostante sostenga di non avere problemi con l’alcol).
Inoltre è noto che nella Dichiarazione universale dei diritti umani c’è un articolo non scritto, riguardo alla libertà di insultare l’Italia e gli italiani, quindi bene ha fatto Juncker ad avvalersi di un’opportunità che tanti prima di lui hanno sfruttato.

Archiviata quindi l’inesistente questione politica, veniamo a quella linguistica: l’uscita del lussemburghese ha prima di tutto dato occasione all’“Adnkronos” di farci una bella lezione di francese.
«Juncker non ha precisato chi, in particolare, affermi una cosa del genere (il soggetto della frase era l’impersonale francese “on”, equivalente alla forma impersonale italiana “si”), se i sindacalisti in platea, qualcuno in Italia o qualcun altro, quindi l’inciso è rimasto aperto alle interpretazioni più diverse. Ha contribuito anche il fatto che, come capita spesso nelle traduzioni, l’espressione francese “je m’en fous” in italiano può essere resa in vari modi, da un “me ne frego” che rimanda ad altre epoche ad un più scurrile “me ne fotto”, oppure anche con un più educato “non mi importa”».
Se è per questo si sarebbe potuto tradurre anche in modo più istituzionale (“non mi interessa”, “me ne cale”) o sbarazzino (“me ne infischio”, “me ne impipo”), oppure con l’avanguardistico “me ne sego”.
Tuttavia la “F”, di origine fallica, resta sempre la lettera più adatta per rendere anche omofonicamente l’espressione: fous, foutre, fotto, fottere, frego, fregna, fanculo.

L. Pflughaupt, Letter by Letter. An Alphabetical Miscellany (2008)
Non dimentichiamo poi anche l’algebra lacaniana, che identifica la phi greca (Φ) con il fallo immaginario e con la significazione fallica (mentre -Φ con la castrazione).

A parte queste fondamentali considerazioni, un altro lato positivo del “me ne frego” junckeriano è che solitamente qualsiasi cazzata detta da un politico europeo, viene tradotta in quasi tutte le lingue del regno. Diciamo solitamente, perché purtroppo è noto che dell’Italia non frega niente nemmeno agli altri Paesi, dunque svanisce l’occasione di imparare un’espressione utile per impostare future discussioni con i nostri partner europei. Infatti non c’è quasi traccia della notizia sulla stampa estera: quella francese, per esempio, la relega alle note dei corrispondenti, mentre i tedeschi non la citano proprio, così come gli spagnoli, i portoghesi ecc…
Gli unici che ne parlano sono i greci (“News.gr”), che traducono l’espressione come αδιαφορώ παντελώς, “totalmente disinteressato”; i polacchi (“Gazeta”), nie obchodzi, “non mi interessa”, e i bulgari (“Trud”): не ме интересува [“ne me interesuva”]; la “Reuters” e gli altri anglofoni ovviamente traducono con I don’t care.
Mi pare sia indicativo che gli unici Paesi a riportare la (non)notizia siano quelli che contano meno nell’Unione e in cui i sentimenti anti-europeisti sono più forti (sembra incredibile, ma le due cose sono probabilmente collegate).
Comunque se può servire “me ne frego” in tedesco si dice Es ist mir egal, in olandese Kan me niet schelen, in finlandese Minua ei kiinnosta, in ceco Je mi jedno, in danese Det er mig ligegyldigt e in lussemburghese (esiste) Et ass mir egal.

lunedì 7 novembre 2016

Eros e magia nelle elezioni americane

Un amico suggerisce di seguire queste elezioni americane con “Culianu alla mano”, ma oltre a essere un’immagine di cattivo gusto, tale guida potrebbe risultare fuorviante, suggestionandoci in maniera eccessiva sui risvolti “magici” che hanno accompagnato l’ascesa dei due candidati.

Tutto è cominciato con il meme “Trump as Kek”, attraverso il quale i sostenitori del tycoon hanno propagandato l’idea che egli fosse l’avatar della divinità egizia Kek, personificazione dell’oscurità primordiale. Il tramite fra Trump e il nume androgino (raffigurato, nella sua forma maschile, come una rana o un uomo dalla testa di batrace) sarebbe Pepe the Frog, un altro meme.
Si tratta di una storia decisamente intricata, apparsa persino sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, in un articolo che purtroppo, oltre a complicare ulteriormente la faccenda, ne trascura la dimensione messianica (Come “la rana” Trump sdogana l’ultradestra, 30 settembre 2016).


La linea interpretativa dell’articolista del resto proviene direttamente dallo staff della Clinton, che ha parlato di Pepe the Frog addirittura sul sito ufficiale: Donald Trump, Pepe the frog, and white supremacists: an explainer (“hillaryclinton.com”, 21 settembre 2016):
«Pepe is a cartoon frog who began his internet life as an innocent meme enjoyed by teenagers and pop stars alike. But in recent months, Pepe’s been almost entirely co-opted by the white supremacists who call themselves the “alt-right.” They’ve decided to take back Pepe by adding swastikas and other symbols of anti-semitism and white supremacy. […] Trump has retweeted his white supremacist supporters with regularity, but the connection between the alt-right and his campaign continues to strengthen».
Non è ovviamente questo l’aspetto più interessante (anzi è di certo il più scontato: c’è un simbolo dei razzisti che Trump, o suo figlio, o qualcun altro ha ritwittato, dunque Trump è razzista). No, quel che più intriga è che gli adepti del dio-rana, ridendo e scherzando, si sono fatti contagiare dall’attesa di un Frog Messiah. Una pagina di “Know Your Meme”, l’enciclopedia dei meme virtuali, approfondisce l’evoluzione del culto che ormai è apertamente rivolto all’evocazione della “antica magia memetica egizia” per “influenzare il mondo” (cioè far vincere Trump alle elezioni). Ci sono diversi elementi che affascinano i simpatizzanti del candidato repubblicano: per esempio, la lettura in pubblico di un vecchio pezzo soul (“The Snake” di Al Wilson), presentato per giunta dalla stampa italiana come “la storia del serpente” (la donna-serpente sarebbe Keket, il lato femminile di Kek).

Questo per quanto riguarda Trump. Invece, venendo alla Clinton, nell’ultimo fine settimana è saltata fuori una delle pantomime più grottesche della politica contemporanea. I media italiani ne hanno parlato pochissimo, ma più o meno tutti sanno di che si tratta: la partecipazione di John Podesta, capo della campagna elettorale dei democratici, a una “cena satanica” organizzata da Marina Abramović. Così la racconta, per esempio, “Libero” (Hillary Clinton, il rito satanico, 6 novembre 2016):
«La “Cena degli Spiriti” di un anno fa, che aleggia oggi sulla campagna di Hillary grazie a Julian Assange, introduce una scabrosa nota di mistero nella storia della sfida presidenziale del 2016. La succulenta rivelazione del party, offerta sempre da WikiLeaks, riguarda un invito che John Podesta, manager della Clinton oggi ed ex capo staff di Bill Clinton presidente negli Anni Novanta, aveva ricevuto per email il 28 giugno 2015, tramite suo fratello Tony, dall’artista Marina Abramovic.
[…] Gli eruditi dell’occulto sanno che lo Spirit Cooking, un “sacramento” della religione di Thelema fondata da Aleister Crowley, usa tutti ingredienti naturali per il suo “menu”: sangue da mestruazioni, latte dal seno, urina e sperma, impastati da Marina in una performance horror che, alla fine, produce un “quadro”.
[…] Solo mercoledì prossimo si saprà se il bizzarro Spirit Cooking (il nome formale della cena) con l’amica “strega” ha portato buono o se era stata invece una Cena delle Beffe per il clan Clinton».
La Abramović, in un’intervista ad “Art News”, si è detta “indignata” per tali speculazioni: 
 «“È una cosa totalmente estrapolata dal suo contesto” […]. La cena, ha spiegato l’artista, era un ricevimento per una campagna di crowfunding da lei sostenuta. Tony Podesta [il fratello di John] è un suo ammiratori sin dagli anni ’90, e infatti ha partecipato, mentre John non ha potuto. In realtà, la Abramović non ha mai incontrato John Podesta. “È stata solamente una cena normale […]. C’è stato un menu normale, che io chiamo “spirit cooking”. Non c’era né sangue né altro. Ci piace chiamare le cose con nomi divertenti, questo è tutto» (Marina Abramovic on Right-Wing Attacks…, 4 novembre 2016)
L’equivoco nasce probabilmente da un commento di qualche anno fa della Abramović a un “ama” di reddit, dove l’artista affermò che «tutto dipende dal contesto in cui fai quello che fai. Se pratichi la magia occulta in una dimensione artistica o in una galleria, allora è arte. Se lo fai in un contesto diverso, un circolo spirituale, una casa privata o uno show televisivo, non è arte. L’intenzione e il contesto, cioè perché una cosa viene fatta e dove, distinguono quel che è arte da ciò che non è».
È stato quindi agevole trasformare la performance artistica della “cucina spirituale” in un rito propiziatorio a favore della candidata di Satana Hillary Clinton (anche “Wikileaks” ci ha messo del suo).
In ogni caso la “cena” di Podesta ha suscitato milioni di commenti, tra i quali segnalo un tweet che chiude il cerchio (magico?) della nostra storia:
Per concludere, dovremmo in effetti domandarci cosa c’entra Culianu con tutto questo: in verità poco, anche se uno dei suoi volumi più noti, Eros e magia nel Rinascimento (1984) tratta proprio della manipolazione delle masse, con particolare riferimento alla “scienza dell’immaginario” di Giordano Bruno, «il prototipo dei sistemi impersonali dei mass media, della censura indiretta, della manipolazione globale e dei brain trusts che esercitano il loro controllo occulto sulle masse occidentali».
Secondo lo studioso romeno, gli “stregoni” sono in grado di praticare un «metodo di controllo dell’individuo e delle masse basato su una profonda conoscenza delle pulsioni erotiche individuali e collettive», una tecnica particolarmente adatta a raggruppare «gli individui che hanno un minor numero di cognizioni», cioè quelli più aperte alle suggestioni della “magia”. Ma questo ci porterebbe troppo lontano. Per ora limitiamoci a sperare che vinca il migliore!