lunedì 31 ottobre 2016

Roberto Calasso da cacciatore a preda


La stroncatura de Il Cacciatore Celeste firmata da Armando Massarenti per “Il Sole 24 Ore” (Sotto le stelle della caccia22 maggio 2016) ci fa supporre che il Gruppo Rcs, dopo trenta e passa anni, si sia accorto che Roberto Calasso non scrive soltanto capolavori. Trovo tuttavia che sia alquanto singolare che questo “risveglio” si sia verificato un attimo dopo la fuoriuscita di Adelphi da Rcs in seguito alla fusione con Mondadori; il tono stesso della recensione è del resto piuttosto pretestuoso: «Calasso afferma perentoriamente le proprie tesi, che hanno un’impronta filosofica e non scientifica, e queste prevalgono su tutto»...

Alla faccia! Quindi bastava solo che Adelphi uscisse dal giro per accorgersene? Se questa è l’industria culturale italiana, c’è poco da festeggiare. Sia chiaro, non mi permetterei mai di dubitare della buonafede del Massarenti, che probabilmente da anni covava la medesima opinione verso i tomi del Venerato Maestro; credo però sia indicativo che gli venga concesso di esprimere la propria insofferenza solamente ora. Inoltre, per entrare nello specifico, appare alquanto grottesco che il grande e irreprensibile Calasso venga relegato nel ruolo di “antropocentrista”, quando la maggior parte della saggistica adelphiana promuove da sempre il superamento delle concezioni tradizionali dell’uomo come “signore del creato” (basta sfogliare il catalogo, da Il crollo della mente bicamerale di Julian Jaynes a Il superorganismo di Hölldobler e Wilson).

Che sta succedendo, insomma? È desolante che la critica non riesca a esprimere un qualcosa di più obiettivo di una dissezione scientista (Massarenti evidentemente non si accorge di avere a che fare con della pseudo-saggistica tendente alla narrativa) o di un elogio sperticato (come i puntualissimi ossequi di Pietro Citati sul “Corriere”).

Lasciando da parte le divagazioni sul mondo editoriale italiano e venendo finalmente al libro, si è purtroppo costretti ad ammettere che, sì, Il cacciatore celeste è piuttosto bruttino: assomiglia quasi a un patchwork dei lavori precedenti dell’Autore (se non addirittura a un pastiche, dato che a tratti Calasso pare scordarsi buona parte della sua sconfinata produzione). Ciò nonostante, la sensazione di avere a che fare con un classico caso di self-plagiarism non riesce comunque a legittimare la “trovata” di presentare il volume come «ottava parte di un’opera in corso iniziata nel 1983 con La rovina di Kasch»: con tale espediente si vorrebbe infatti conferire omogeneità a un percorso culturale confuso e velleitario, che per giunta il Nostro aveva già tentato di consolidare con una precedente “tetralogia del Ka”, ora assimilata a una labirintica “tetralogia seconda” che moltiplica le intuizioni calassiane all’infinito (ma gli gnostici, oltre alla copula, non aborrivano pure gli specchi?).

In ogni caso, se La rovina di Kasch a parere di Italo Calvino trattava di due argomenti, «Talleyrand e tutto il resto», de Il cacciatore celeste potremmo dire che parla di «tutto il resto», e basta. Gli unici capitoli dedicati alla “caccia” (o a quello che Calasso intende per tale) sono quelli iniziali, ed è intuibile che la maggior parte dei recensori si sia fermata proprio lì, alle soglie delle centinaia di pagine dedicata alla “Grecia profonda” (una delle “specialità” dello scrittore), l’Ellade tutta sangue sudore e lacrime in cui la vita «schiuma di forza» ed è «fulgente, intensa breve, come un duello» (p. 106).

Insomma, il solito tour de force dionisiaco dal quale non se ne esce più. Ogni volta che Calasso attacca con i suoi ditirambi, mi torna alla mente uno scambio epistolare tra Karl Löwith e Leo Strauss a proposito della “libidine degli antichi”: allo scalmanato Löwith che si eccitava oltre il consentito («Per i greci era del tutto naturale –e di questo io li lodo– avere rapporti con donne, fanciulli e animali»), il vecchio Strauss consigliava, “per cortesia”, di leggersi le Leggi di Platone. Beh, se c’è una novità nell’ultima impresa del Nostro, è che stavolta persino lui è andato a leggersi i Νόμοι! Sfortunatamente quel che ne ha dedotto (nel VIII capitolo, “Consiglio notturno”) è molto meno entusiasmante: a suo parere le Leggi prefigurano il Panopticon di Bentham, e Platone nel migliore dei casi è un precursore di Tayllerand (e nel peggiore di Pol Pot).
È ovvio, tout se tient, il delirio con la società aperta e l’estasi col liberalismo, ma far incontrare sullo stesso tavolo operatorio Giorgio Colli e Karl Popper rimane un’impresa non da poco: da questo punto di vista, l’unico capitolo apprezzabile (seppur ai limiti del didascalico, o forse proprio per questo) è “O Egitto, Egitto…”, dedicato alle influenze dell’immaginario egizio sulla cultura greca.

Nel frattempo, il Cacciatore non si sa che fine abbia fatto: il libro infatti prosegue come una raccolta di scarti da altri saggi calassiani, quelli che probabilmente si era rifiutato di pubblicare per l’abuso dell’espressione “sacrificio”, che in alcuni passaggi risulta imbarazzante. Anche in questo, l’Autore non fa che épater le bourgeois in un’epoca in cui il borghese non è più nemmeno un moderato-progressista: «Mangiare un corpo che è stato ucciso dal proprio Nemico era come – per interposta carcassa – mangiare se stessi. Origine remote dell’autoriflessione» (p. 157).
La verità è che per anni (decenni!) Calasso è stato utilizzato da molti (anche da noi) come uno spauracchio; alla fine era inevitabile che il gioco cominciasse a stancare: adesso infatti, invece di cascarci ancora una volta, preferiamo metterci nella posa del Condescending Wonka e constatare quanto le riflessioni dell’Abbé di San Satiro siano scadute al livello di un Emanuele Trevi qualsiasi: «Anche la lingua dell’economia [...] non riesce a fare a meno della parola “sacrificio”, gravata di storia e di preistoria» (p. 150).

Ah sì, anche gli ilici usano la parola “sacrificio”?
Ma non mi dire…
Più che un patchwork, come abbiamo detto, l’opera è un “pasticcio”, poiché Calasso imitando se stesso, tra un Mahābhārata, un Plotino e una Simone Weil, si scorda nientedimeno che del Cacciatore Gracco di Kafka (al quale aveva dedicato alcune delle pagine più limpide di K.). Con un “prologo in cielo” del genere, forse avremmo avuto un libro migliore, o almeno  più attinente al tema che si era proposto di sviscerare (stricto sensu).

In fondo persino un lavoro di pura classificazione dei “cacciatori archetipici” sarebbe apparso più appagante: peccato che le illuminazioni dei primi capitoli si incaglino immediatamente nella feccia di Eleusi – e non in quella di Romolo, che almeno darebbe l’illusione di averci capito qualcosa. Invece niente, nessuna tregua per il malcapitato lettore: le timide incursioni nell’antropologia, nell’etnologia e nella filologia delle prime pagine si affievoliscono all’istante, in un uso raccogliticcio e sbrigativo delle fonti che emerge, per citare uno dei casi più irritanti, nell’identificazione dell’origine della parola sciamano da una “lingua tungusa” (?) di sapore ottocentesco.

Se queste sono le premesse, la «sospensione haschichina (sic) della parola» diventa un passaggio obbligato. Ci si domanda a questo punto se Calasso non sia ancora particolarmente affezionato a tali “sospensioni”, alla luce degli effetti che l’oppio sortì sulla stesura della sua tesi di laurea, come egli stesso ebbe a confessare recentemente a una rivista: «Fumare [...] ebbe su di me l’effetto opposto a quello che normalmente si crede. Mi aiutò a scrivere con la massima fluidità»  (Borges recitava alla luna…, “Sette”, 13 dicembre 2014).
Manco a farlo apposta, ne Il cacciatore celeste fa spesso capolino le haschich, il papavero di Eleusi che, come il soma dei riti vedici, consente «l’accesso all’ebbrezza» (p. 418). Al di là però dei trastulli personali, anche da tali paragoni decisamente scontati si sarebbe potuto trarre comunque infiniti spunti sugli “sciamani” dei nostri giorni: su due piedi mi vengono in mente, per esempio, le segrete affinità tra le virtù magiche vantate da un rapper polacco, il quale in un suo pezzo sostiene di poter rendersi invisibile agli occhi della polizia grazie alla marijuana («Lo sciamano ti darà una medicina che ti mostrerà la via come nel voodoo di Haiti») e quelle del terrorista islamico che ringraziò Allah per aver «accettato gli infedeli» quando, nell’organizzare gli attentati di Parigi, attraversò più volte la frontiera franco-belga senza venire mai fermato.

Possiamo quindi convenire con Calasso, quando sostiene che «la parola “sciamano” è diventato il passe-partout di una sorta di esperanto religioso» (p. 25); però ci chiediamo a chi spetti il compito di decifrare e tradurre tale esperanto, se non agli intellettuali: non sarebbe allora più proficuo analizzare gli “scampoli iniziatici” nella contemporaneità con spirito, se non scientifico, almeno critico, distaccato?
Qui però siamo fermi ancora alle correlazioni spurie, alle suggestioni adolescenziali, alla mitobiografia salottiera. Dietro a tutto questo, noi immaginiamo chissà quali “nefandezze totemiche e ancestrali”, ma pare che alla fin fine la vicenda calassiana si possa spiegare, al di là di iniziazioni e dîners intimes, con quel cinemetto che, una domenica pomeriggio del 1972, proiettò Nessuna pietà per Ulzana di Robert Aldrich. Fu lì che un trentenne di belle speranze elaborò la sua prima teoria del sacrificio, grazie a un “anti-western” violento e nichilista, dove gli apache torturano ritualmente i coloni e il cristianesimo è soltanto una favola per bambini, come dimostra il micidiale scambio di battute tra l’ingenuo tenente DeBuin e il vecchio McIntosh (Burt Lancaster), il quale accetta di lasciarsi divorare dagli avvolti piuttosto che essere portato indietro e seppellito come Dio comanda («But it’s not Christian»; «That’s right lieutenant, it’s not»).
Fu forse in quell’istante che il giovane Calasso intuì la possibilità di colonizzazione culturale dell’editoria (o dell’anima) italiana? Sarebbe una storia troppo lunga da raccontare, anche se essa torna pure in queste pagine, quando la mitologia diventa western e Zeus si trasforma un cowboy «al banco di un saloon» (p. 224). Col senno di poi, pare un bene che Calasso non abbia visto quella scena profondamente adelphiana (o fantozziana) di Revenant, quando Leonardo Di Caprio se la vede brutta col suo amico orso: se non altro ci ha risparmiato ulteriori digressioni sul cinema che spinge l’Occidente a “farsi oriente”, e tutta quella serie di cose con le quali il Nostro regolarmente si auto-sabota.

Ma chiudiamola qui, mestamente, senza polemizzare oltre...
Mi permetto solo una riflessione finale su un’affermazione tanto neutrale quanto velenosa del Massarenti, che pare cogliere nel segno: Calasso pubblica per una casa editrice «che egli stesso possiede e dirige». In effetti Adelphi, a ben vedere, è soltanto Calasso, e i toni malinconici de L’impronta dell’editore lasciavano già intuire che la creatura difficilmente riuscirà a sopravvivere al creatore. D’altro canto, se possiamo parlare di influenza o tendenza adelphiana, non possiamo però usare un termine impegnativo come “egemonia”, soprattutto qualora tale ascendente venisse paragonato a quello marxista, cattolico o laico (per citare le tre “chiese” identificate da Calasso come avversarie). Quindi, a meno che il senso di tutto questo non fosse proprio un suicidio rituale o una endura intellettuale, in vista del raggiungimento della perfezione del nulla, si può dire che Adelphi abbia perduto la scommessa. 
Forse l’operazione avrebbe avuto senso, come dice il Poeta, «In another country | With another name»: in Italia l’atmosfera da samizdat è durata giusto il tempo di qualche polemica giornalistica, perché alla fine l’esperienza adelphiana dal punto di vista culturale si è rivelata equivalente a quella di un giovedì pomeriggio passato a contemplare il soffitto sdraiati sul letto (qui però è difficile capire quello che intendo dire: per comprendere meglio si valuti la modestissima lista di autori adelphiani italiani).
Per Calasso, al danno ora si aggiunge la beffa di essere scaricato dall’élite culturale più stracciona che esista: il cacciatore è diventato preda...

martedì 25 ottobre 2016

Come prevenire l’omosessualità

Uno dei post più letti di questi blog è quello che, sotto il titolo Il vero psichiatra, raccoglie alcune citazioni da un libro del dottor Frank Caprio (1906-1995) che negli anni ’60 ebbe un discreto successo in Italia. Alcune chiave di ricerca che rimandano a esso sono abbastanza pittoresche: 


Ora, i motivi per cui le persone condividino tali citazioni sui social network saranno di sicuro i più disparati: c’è chi vuole dimostrare che la “scienza” procede a seconda delle mode, o chi, sull’altra sponda (absit iniuria verbis), le usa per sostenere che l’“omofobia” si annida dappertutto. È curioso che un testo relativamente recente possa generare interpretazioni così contrastanti (si può affermare lo stesso per una pagina di Ruggero Savinio): tanto vale aggiungere la mia, anche se sarebbe superfluo conoscere i motivi per cui le ho pubblicate (c’è ancora libertà di parola, giusto?).

Prima di tutto, vorrei spezzare una lancia a favore del dottor Caprio, che nonostante considerasse l’omosessualità una piaga da estirpare, era tutt’altro che retrogrado o bigotto: anzi, furono proprio i suoi libri a propiziare la rivoluzione sessuale, anche in Italia. È proprio da tale prospettiva che bisogna interpretare la sua avversione nei confronti della pederastia: egli infatti la concepiva come una malattia che “ingabbiava” le potenzialità dell’essere umano. Nel volume da cui sono tratte le citazioni (Il vero psichiatra, 1957), allo scopo di “prevenire l’omosessualità” tra le altre cose lo psichiatra consiglia «un’acconcia educazione sessuale resa accessibile nelle nostre scuole e nelle nostre università»...

Tutto questo solo per far capire che il collegamento tra omosessualità e progressismo non è per niente automatico. Per restare in tema, aggiungiamo che il dottor Frank Caprio all’epoca era senza dubbio considerato un pericoloso “liberale” (se non libertino): un altro volume di successo, Sex and Love. A guide to sex health and love happiness del 1959 (tradotto in italiano da Longanesi col titolo Sesso e amore nel 1965) è una specie di kamasutra per palati meno fini, nel quale abbondano descrizioni delle più efficaci posizioni erotiche, le migliori tecniche di sesso orale ecc ecc.
Certo, per lui l’omosessualità rimaneva sempre un ostacolo al pieno raggiungimento della maturità, un “problema” che genera «situazioni morbose di ansia e conflitti» (p. 157) e intralcia «il desiderio di una normale relazione di amore con l’altro sesso» (p. 237). Questo esclude che per Caprio si trattasse di una questione di “peccato” o di “comune senso del pudore”; il dottore parlava proprio di “liberazione dell’eros” (seppur in una prospettiva matrimoniale, anche se ovviamente non era nemmeno contrario al divorzio).

Oggi chi la legge in modo diverso è perché evidentemente vuole imporre una sua interpretazione, magari strumentale, dell’omosessualità.
Si può ancora dire qualcosa sull’argomento? Ormai evito di parlarne perché odio il clima di intimidazione che si è generato. Inoltre, grazie a un recente hackeraggio delle email della fondazione di George Soros, si è scoperto che un’importante associazione italiana pro-gay ha preso bei soldi, quindi è meglio stare attenti: lasciamo infatti da parte altre raccomandazioni forse più imbarazzanti (come quelle di Goldman Sachs e compagnia bella), o la militarizzazione dell’omosessualità (che va di pari passo con l’omosessualizzazione degli eserciti[*]). Non parliamo nemmeno del lato nazi dell’omoerotismo (dai Wandervogel a Michael Kühnen). Volemose bene.

Diciamo allora qualcosa sulla strage di Orlando del giugno scorso. I gay sorosiani, per il fatto che secondo loro non se n’è parlato abbastanza, hanno ovviamente tirato in ballo l’omofobia universale. A mio parere invece la questione è molto più complessa, e certi schematismi sembrano proprio una riproposizione inconsapevole del bigottismo: prima di tutto, in generale non si può parlar  male del terrorismo islamico, ché sennò si viene etichettati come “populisti”. Al contrario, nella società attuale gli unici autorizzati a insultare i mussulmani senza timore di incappare nel reato di “islamofobia” sono proprio i gay!

Perciò l’accusa va rimandata al mittente: sono le associazioni omosessuali a non aver alzato abbastanza la voce. Se mi è concesso il pensar male, credo che una delle ragioni inconfessabili per cui molti abbiano tenuto un profilo basso risieda nel fatto che le vittime non possono essere inquadrate nello stereotipo del gay sobrio, benestante e coniugato, ovvero il modello attraverso il quale queste congreghe hanno acquisito sempre più potere. I cinquanta gay falciati dal terrorista non possono essere spacciati come “martiri” della causa perché la loro concezione dell’omosessualità è, per certi versi, “controrivoluzionaria”, cioè isolazionista, ghettizzante e orgiastica. Non è un caso che la maggior parte dei avesse un cognome di origine latino-americana e un’età inferiore ai trent’anni: è evidente che il loro stile di vita non annoverasse affatto l’idea di matrimonio (e non per ragioni anagrafiche, visto che in questi club gli anziani “a caccia” non mancano).

Insomma, c’è sempre un prezzo da pagare: gli omosessuali hanno ottenuto il matrimonio e lo status di “Vittime” in cambio di una stereotipizzazione della loro condotta di vita (ecco perché la “cultura gay” esclude intellettuali come Genet, Pasolini o Mishima in favore di Lady Gaga e oscuri gender theorist americani) e, soprattutto, l’assoluta disponibilità a lasciarsi strumentalizzare dai potenti di turno[*].
Siamo sinceri: se l’attentatore fosse stato bianco, cristiano e americano, della strage di Orlando se ne parlerebbe ancora (almeno una volta al giorno). Invece, oltre per i motivi a cui abbiamo accennato, anche la congiuntura politicamente sfavorevole (un’attenzione eccessiva sul tema avrebbe potuto sfavorire la campagna della Clinton) ha impedito a media e associazioni di far troppo baccano.
   
Il modo in cui negli ultimi anni i gay si sono fatti dettare la linea da Obama[*] è grottesco: non ricordo ideologie che si lasciassero sfruttare fino in fondo senza nemmeno produrre, chessò, qualche forma di obiezione (per dire: il cristianesimo ebbe gli scismi, il comunismo la dissidenza…).
Dobbiamo anche accennare al fatto che nell’Unione Europea le politiche a favore dei gay hanno funzionato come enorme foglia di fico: recentemente ho sentito in una trasmissione televisiva Mario Monti (proprio lui), affermare che “l’Europa ci ha dato i diritti”, tralasciando il fatto che ha distrutto le nostre vite facendo la fortuna dei banchieri. Rendiamoci conto: se persino un Mario Monti utilizza la “questione gay”, fino a che punto possiamo arrivare?

Penso che più che prevenire l’omosessualità, il problema è di prevenire la sua politicizzazione (e conseguente strumentalizzazione). Altrimenti tra un po’ verranno a raccontarci che i matrimoni gay si possono avere solo con l’austerità e la disoccupazione a doppia cifra, perché la spesa pubblica e l’inflazione sono robe anni ’80, tipo i Frankie Goes to Hollywood e i pederasti libertini.

venerdì 21 ottobre 2016

Come rientrare nella categoria sociologica di “fondamentalista cattolico”

«I cani abbaiano, la carovana passa»
(proverbio arabo)

«Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai» (Fil 3, 2)

«God gives some Popes,
God tolerates some Popes
and God inflicts some Popes»
(Bob Dylan, attribuita)



In questi giorni si è fatto un gran parlare delle due inchieste sul “fondamentalismo cattolico” pubblicate a distanza di poche settimane da “La Nuova Europa” (Fondamentalismo cattolico, il panorama italiano, 27 settembre 2016) e da “La Stampa” (Quei cattolici contro Francesco che adorano Putin, 16 ottobre 2016).
I “fondamentalisti” chiamati in causa si sono sentiti offesi soprattutto da ’l modo: è parso, in effetti, poco corretto mascherare una lista di proscrizione dietro l’alibi dell’“Inchiesta Sociologica”. Risulta difficile non condividere tale indignazione, tanto più che uno degli estensori dell’articolo de “La Stampa” si è sentito in dovere di definire in altra sede tali “fondamentalisti” come «piccole pozze inquinate» che spandono «mediocri e meschini veleni» (precisando però che queste canaglie «non riescono neppure a sfiorare il grande fiume alimentato dallo Spirito Santo»).

Ora, i casi sono due: o queste non sono inchieste sociologiche, ma esortazioni “fraterne” (si fa per dire) a non contestare il Santo Padre, e allora in tal caso gli autori dovrebbero ribattere in maniera più puntuale alle obiezioni dei “dissidenti”; oppure sono inchieste sociologiche, e perciò non è ammissibile il tono moralistico e diffamatorio con cui gli studiosi maltrattano gli “aborigeni”.
Se questo è far sociologia, allora possiamo dire che il primo sociologo della storia fu Paolo IV, il pontefice che nel 1558 istituì l’Index librorum prohibitorum. Cerchiamo di esser seri: come si può anche lontanamente paragonare il fondamentalismo islamico con quello cattolico?
Come primo passo andrebbe almeno chiarito cosa s’intende classificare sotto tale ambigua etichetta. Manca infatti, in entrambe le “inchieste”, una definizione precisa del termine: l’articolista de “La Nuova Europa”, dopo aver appunto esordito con l’infelice parallelo tra fondamentalismo islamico e cattolico («A noi oggi può sembrare che il fondamentalismo per antonomasia sia quello […] islamico, mentre in varie forme e gradi […] è presente in tutte le religioni, come anche in tutte le confessioni cristiane»), allarga la categoria a quella di “fondamentalismo diffuso”, «un arcipelago di intellettuali, giornalisti e siti internet, di non grandi dimensioni, ma più largo e fluido di quelle istituzioni e maggiormente idoneo a creare contaminazioni culturali fuori dai suoi confini».
Questo “mucchio selvaggio” arriverebbe così a comprendere Roberto De Mattei («l’intellettuale di riferimento più importante e qualificato del “fondamentalismo diffuso”») e la casa editrice Fede & Cultura (rea di aver pubblicato il Catechismo di Pio X e dei testi di Ratzinger), il cardinal Burke e Sandro Magister, Antonio Socci e Giuliano Ferrara, e chi più ne ha più ne metta. In pratica, tutti quelli che «sviluppano una linea decisamente critica nei confronti di papa Francesco» sono suscettibili di rientrare nella categoria di “fondamentalisti”.

In realtà lo stesso redattore di questa lista nera, qualche giorno prima, aveva contribuito a confondere ancora di più le acque sulla natura della nuova categoria, intervistando un sociologo nella cornice del “Dossier Fondamentalismo” (La realtà del fondamentalismo cattolico, 13 settembre 2016), il quale aveva invece dichiarato che «nel mondo cattolico una versione assolutamente identica del fenomeno [scil. il fondamentalismo protestante] non è possibile, perché il cattolicesimo, a differenza del protestantesimo e dell’islam, non è una religione del libro […]. Quando sembra che la Chiesa si apra alla modernità, nasce una reazione, una rivendicazione del ritorno ai “fondamenti”. Solo che il fondamento in questo caso non è la Scrittura, ma la Tradizione».
Tale sociologo si è poi sentito in dovere di esporre il proprio concetto di “Tradizione”: «La Tradizione è un dato vivente e che cos’è la Tradizione oggi lo definiscono il Papa e i vescovi».

domenica 16 ottobre 2016

Le roi est mort (in thailandese)



L’Ambasciata italiana di Bangkok in occasione della morte «dell’amatissimo Re di Thailandia», Bhumibol Adulyadej, venuto a mancare pochi giorni fa, ha raccomandato a residenti e viaggiatori «generale cautela e osservanza dei divieti di ordine pubblico che dovessero essere emessi; massimo rispetto per i sentimenti del popolo thailandese; un abbigliamento consono al particolare momento; pazienza ed educazione in caso di chiusura di siti di interesse turistico; evitare fotografie, video e selfie in occasione delle manifestazioni di lutto», ricordando infine che «in Thailandia è in vigore la Legge sulla Lesa Maestà».

Sono consigli molto saggi, perché in effetti la Thailandia, benché sia entrata nell’immaginario occidentale come luogo di perdizione, è un Paese attaccatissimo alle sue tradizioni religiose e nazionali, che difende e tramanda con un formalismo tipicamente “asiatico”. Per fare un esempio, un’usanza tipica degli impiegati statali (quindi alle dirette dipendenze del Re) è avvisare Sua Maestà prima di morire:
«Nowadays in Thailand, there are practices that indicate that the idea of seeing the king as divine god is very much alive. Thais worship the king’s portrait at home. Buddha amulets are sometimes made with the king’s emblems. Royal customs regarding the birth, marriage, and cremation of the king and royal families indicate strong divine god tradition. Dissatisfied with elected politician bosses, Thai bureaucrats will identify themselves as karachakarn [ข้าราชการ] (royal bureaucrats) of the king, not of the elected minister. When a bureaucrat passes away, it is a tradition for his relatives to inform the king of his death (“To ask for his majesty’s permission to die”)»

[“Ancora oggi in Thailandia esistono rituali che indicano la vitalità dell’idea che il re rappresenti una divinità. I thailandesi venerano il ritratto del monarca nelle loro case e gli emblemi reali compaiono spesso sugli amuleti buddisti. Le usanze reali riguardanti la nascita, il matrimonio e la cremazione del Re e della sua famiglia indicano forti tradizioni di divinizzazione. Insoddisfatti dei politici di turno, i burocrati thailandesi si identificano come karachakarn (burocrati reali), dipendenti direttamente dal Re e non dal Presidente eletto. Quando un burocrate muore, è tradizione che i parenti informino il Re della sua dipartita (‘Chiedo a Sua Altezza il permesso di morire’)”]
(Evan M. Berman, Public Administration in Southeast Asia, CRC Press, 2011, pp. 31-32)
Sempre pensando alle idee che un occidentale medio può avere su questa nazione, vi invito anche a considerare che, a conti fatti, la “deboscia” promessa da Bangkok è di molto inferiore a quella che possono offrire Zurigo o Berlino. Pensiamo solo al fatto che, per dirne una, mentre nelle città del Nord Europa puoi comprare praticamente qualsiasi cosa (sesso, droga, surrogati del rock&roll) senza risvolti penali, al contrario le leggi thailandesi prevedono la pena capitale per il traffico di stupefacenti. Tuttavia, per parlarci chiaro, nessun quarantenne sfigato che dicesse “Amici, vado in Isvizzera”, susciterebbe il minimo sospetto: andrà sicuramente a fare passeggiate in montagna e degustazioni di piatti tipici… e in effetti poi va a fare proprio quello! (Ecco il segreto: concederti tutto per farti passare la voglia). Invece lo scapolo che si fa il viaggetto in Thailandia, magari solo per convincersi che il “patrimonio culturale mondiale” non è situato esclusivamente in Italia, viene sempre visto come un maniaco sessuale che non vede l’ora di sputtanarsi (è proprio il caso di dirlo) tutti i risparmi in “massaggi”.

In ogni caso, passando a cose più serie, in questi giorni le bacheche Facebook di alcuni dei miei contatti sono listate a lutto (e penso lo resteranno a lungo):

ขอพระองค์ ทรงพระเจริญ
[Kon-pra-hon son-pra-ja-ren]
(“Lunga vita a Sua Maestà”)
Devo ammettere però che tutto questo profluvio di patriottismo e monarchismo non mi ha fatto tornare la voglia di riprendere in mano il thailandese. Chi non ha mai approcciato questa lingua difficilmente può immaginare quanto sia complessa: il fatto che il thailandese non contempli l’utilizzo della punteggiatura ne rende ancora più complicata l’interpretazione, poiché alcuni caratteri cambiano senso e suono a seconda delle combinazioni e della posizione (sebbene l’alfabeto thailandese sia generalmente considerato il più difficile del mondo, c’è chi sostiene che il tibetano sia ancora più complicato).

Nonostante sia consapevole dell’importanza dell’appello al “massimo rispetto” di cui sopra, non posso far a meno di segnalare uno dei sistemi migliori (trovato su YouTube) per imparare almeno i caratteri, che potrebbe forse sembrare un po’ offensivo, perché tira in mezzo i trans (ma tanto qui in Italia la lesa maestà vale solo per i tecnocrati).


Il metodo utilizza i classici trucchi mnemonici, come quello dell’associazione con immagini insolite e colorite, forse abusando un po’ di certi stereotipi della fantasia occidentale (come appunto i rinomati esponenti del “terzo genere”).
Chi preferisse qualcosa di meno esuberante, senza risalire al Dictionarium Linguae Thai. Sive Siamensis. Interpretatione Latina, Gallica et Anglica (1854), può sempre rifarsi all’ottima introduzione interattiva curata da Gianni Maiani.

Meglio comunque tagliar corto sulla questione, perché nei periodi di interregno i nervi sono notoriamente tesi. Del resto, i thailandesi che ho conosciuto mi sono sempre sembrati profondamente devoti al Re e al Buddha; è vero che in genere io attiro soprattutto un certo tipo di personalità bigotta e retriva: infatti alla fine l’unica frase che mi si è impressa nella mente in thailandese è “A che ora inizia la cerimonia?” (ทำพิธีกี่โมงครับ), che può essere utilizzato per qualsiasi tipo di rito. Sì, meglio chiuderla qui con una bella foto del Papa e del Re (erano tempi più semplici, in cui i pontifices si limitavano a costruire ponti tra l’uomo e Dio):

giovedì 13 ottobre 2016

Il giullare di frodo


Lasciando da parte le solite banalità, che tanto potrete già leggere per ogni dove, vorrei ricordare Dario Fo attraverso uno dei contributi più intelligenti (e forse proprio per questo ignoto ai più) all’interpretazione dell’opera e del personaggio: il saggio di Carlo SusaIl giullare di frodo. Medioevo, cultura popolare e teatro politico nel Mistero Buffo di Dario Fo” (in A. Cascetta – L. Peja, La prova del Nove: scritture per la scena e temi epocali nel secondo Novecento, Vita & Pensiero, Milano, 2005, pp. 175-216).

È una lettura che, pur non risparmiando critiche all’artista, dimostra tutto sommato che egli fu più sintomo che causa della spaccatura tra cultura “alta” e “bassa” nel nostro Paese, e che di conseguenza nemmeno la sua attività teatrale, seppur orientata alla risoluzione dell’aporia (in senso politico con la manipolazione della “cultura del corpo” attraverso le categorie gramsciane di “egemonia” e “subalternità”, e in senso culturale col “carnevalesco” del Bachtin) riuscì nell’intento.
Se tuttavia Fo diede l’impressione di poter essere al contempo popolare e “alto”, ciò fu dovuto quasi esclusivamente alle sue straordinarie capacità individuali: tanto è vero che – per fare un esempio fra tanti – già all’epoca della messa in scena del Mistero Buffo, gli stilemi brechtiani passarono immediatamente in secondo piano rispetto al “corpo” (lato sensu) dell’attore. Come scrive infatti Susa: «Nel modello brechtiano di teatro epico, dovrebbero essere le parti introduttive – “stranianti” per il loro valore critico e razionale – a dare valore a Mistero buffo; in realtà, è accaduto l’esatto contrario: le tecniche della narrazione orale che, inizialmente, venivano utilizzate per far “rivivere” pezzi teatrali di un passato lontano, hanno via via contaminato e ravvivato i momenti teorici, al punto che, in molti casi […] il confine tra momenti teatrali e meta-teatrali non esiste» (allo spettatore attuale servirebbe quindi una didascalia per spiegare le didascalie…).

Non è l’unico paradosso sul quale Fo ha costruito la sua fortuna. Partendo dagli studi di Aron Gurevič, il quale ribalta la prospettiva bachtiniana dimostrando che «la categoria del grottesco medievale [è] il frutto non della cultura di un’unica classe, quella popolare, ma del dialogo tra cultura agraria e teologia cristiana promosso dalla Chiesa nell’ambito della sua straordinaria opera di evangelizzazione della masse contadine», il Susa riesce addirittura a dimostrare che il “giullare Dario Fo”, a prescindere dalle idee propugnate, promosse inconsapevolmente «un modello culturale pre-moderno e anti-progressista, di carattere sostanzialmente cristiano».
Sempre seguendo Gurevič, Susa osserva anche che «le due culture distinte e contrapposte probabilmente esistevano nell’Unione Sovietica di Bachtin, in cui era presenta una cultura ufficiale di partito, autoreferenziale, e una cultura “reale” legata alle tradizioni popolare e alla vita di tutti i giorni».

La carica “rivoluzionaria” del teatro di Fo, contro i suoi stessi intenti, sta quindi tutta nel recupero e nella reinvenzione di motivi storico-culturali (il popolaresco, l’oralità, la corporeità, l’“intento catechetico” della moralità medievale) che andavano perdendosi nella contemporaneità italiana (ed europea, se consideriamo che all’assegnazione del premio Nobel contribuì anche la fortuna internazionale delle sue opere).
È probabile che solo in questo i posteri riconosceranno la grandezza dell’autore, indipendentemente dalle ideologie e dalle appartenenze politiche (a dimostrazione che anche la cultura egemone del momento, quella che abbandona i suoi “venerati maestri” un attimo dopo il decesso, rispetta il principio dell’ars longa vita brevis).

mercoledì 12 ottobre 2016

L’Europa come espiazione


Mi sono imbattuto di recente in un volumetto di Edgar Morin risalente al 1991, L’Europa nell’era planetaria, scritto in collaborazione con G. Bocchi e M. Ceruti. È uno di quei documenti che testimoniano l’accecamento (ideologico e quasi millenaristico) prodotto negli intellettuali dal miraggio dell’Europa unita. In verità non so chi, fra i tre autori, abbia scritto cosa, ma in generale tenderei ad addebitare tutto al “maestro” Morin, più per scrupolo che altro: infatti credo che nessuno gli chiederà mai di chiarire i suoi sogni da visionario non dico con quelli della metafisica, ma almeno con quelli della sociologia. In ogni caso, d’ora in avanti per praticità mi riferirò a un ipotetico autore collettivo del libello identificandolo come “Edgardo Morini” (detto “Sogno”? Sogno europeo, ça va sans dire).

Cosa scrive dunque questo Edgardo Morini? Lasciamo da parte le utopie su una meta-nazione trans-nazionale macro-regionale eccetera eccetera; sorvoliamo pure sulle illusioni che l’Europa Unita all’epoca avrebbe offerto «una via d’uscita praticabile per l’attuale crisi jugoslava» (del senno di poi sono piene le fosse… comuni); c’è però un passaggio, a proposito delle motivazioni che dovrebbero ispirare la gloriosa costruzione europea, che mi pare degno di approfondimento:
«Nel suo processo di auto-disorganizzazione e di auto-riorganizzazione permanente, l’Europa ha trascinato con sé tutto il mondo. Ha diffuso in tutto il mondo il proprio patrimonio culturale, ma in questo processo di diffusione ha anche arrecato ovunque gravi danni alle culture originali. Il carattere barbaro del suo intervento di civilizzazione è così responsabile della reazione altrettanto barbara di molte culture tradizionali, come l’attuale impressionante reazione del fondamentalismo islamico. L’Europa ha diffuso in tutto il mondo anche i suoi modelli istituzionali, dallo Stato nazionale ai partiti politici, ma lo ha spesso fatto con le concezioni più ristrette e più miopi di questi modelli, ed è quindi responsabile dei totalitarismi che infestano tutto quanto il mondo.
Se oggi ripensiamo a questo rapporto fra l’Europa e il mondo, vediamo tutta la follia e tutta la capacità autocritica dell’Europa: sentiamo l’orgoglio e nello stesso tempo proviamo la vergogna di essere europei.
L’Europa ha cosparso il mondo delle peggiori pesti, delle peggiori epidemie, che derivano dal carattere unilaterale, dominatore e semplificatore dei suoi interventi, dall’esasperazione di tutte le sue tendenze e di tutte le sue realizzazioni storiche.
Oggi abbiamo i mezzi per aiutare il mondo a disinfestarsi da queste pesti, proprio perché abbiamo pagato di persona i danni da esse generate, perché abbiamo vissuto fino in fondo la tragedia dei nazionalismi e dei totalitarismi, e stiamo generando gli antidoti per disinnescare queste minacce. Apprendiamo, così, che il modo migliore per combattere i peggiori nazionalismi consiste nel salvaguardare e nel valorizzare i diritti delle nazioni alla loro conservazione, alla loro espressione, alla loro piena fioritura, attraverso la costruzione di reti cooperative, di associazioni, di confederazioni meta-nazionali. E comprendiamo che il modo migliore per combattere i peggiori fondamentalismi religiosi e spirituali consiste nel salvaguardare e nel valorizzare tutte le religioni e tutti i messaggi spirituali, nel promuovere il loro dialogo, nel lasciare che il loro dialogo riveli la trama profonda che le connette, nel consentire che contribuiscano pienamente al processo di pacificazione degli individui, delle menti, delle coscienze» (pp. 117-118).
Non credo sia mai esistito al mondo un progetto dalle premesse così deprimenti, se non apertamente “sadomaso”: a questo punto viene il sospetto che pure il terrorismo jihadista (“reazione barbara di cui è responsabile l’Europa perché è stata ancora più barbara”), faccia parte di tutta questa strana pratica erotico-politica, che in cauda venenum sfocia nella teologia (perché l’espiazione deve avvenire anche a un livello “religioso e spirituale”).

Tutto ciò mi fa tornare alla mente una frase di Joseph Stiglitz che mi ero appuntato per la sua icasticità: «All of the suffering in Europe – inflicted in the service of a man-made artifice, the euro – is even more tragic for being unnecessary».
E invece no! Grazie a Edgardo Morini abbiamo finalmente compreso che tutta questa sofferenza è necessaria per purgare gli europei dalle proprie colpe. Mi pare che tale argomentazione emerga (a livello essoterico, per così dire) soprattutto quando si parla di immigrazione: bisogna emendarsi nei confronti dei Paesi che abbiamo colonizzato, dunque più queste masse africane e arabe sono violente verso gli “indigeni”, più la penitenza è gradita al Moloch europeista – anche perché l’idea di “ricompensare” gli stranieri con un lavoro equamente retribuito è in contrasto con i precetti economico-religiosi degli attuali filantropi (“Come si chiama quel moretto appena sbarcato?” “Thomas Sankara” “Bene, mandalo a pulire i cessi che così ci sdebitiamo con l’Africa”).

Nel caso italiano, poi, la situazione è aggravata dal proverbiale odio-di-sé: come scriveva Arbasino quasi vent’anni fa, «continuamente constatiamo che larghe masse di veri italiani regolarmente trovano così intollerabile la convivenza coi compatrioti da reclamare e provocare ad ogni costo un’invasione di stranieri possibilmente tremendi per far le peggiori vessazioni all’aborrito vicino di casa guelfo, ghibellino, fascista, comunista, settentrionale, meridionale, tifoso rivale».

Era dunque questo lo scopo recondito dell’“Europa”: ottenere una remissione dei peccati a livello collettivo. In una parola: soffrire! Ma perché, a parte Edgardo Morini, intellettuali e politici non sono stati altrettanto espliciti sin dall’inizio? Perché si è continuato a parlare solo di stabilità, integrazione, libera circolazione di beni servizi capitali persone eccetera, e non si dato maggior risalto al tema della sofferenza salvifica, fine a se stessa? Perlomeno le istituzioni europee si sarebbe in tal modo garantite l’unanime e perpetuo sostegno degli italiani...

Gli inglesi sterminano napoletani e siciliani?


La (non-)notizia del giorno è che il “Dipartimento dell’educazione” gallese obbligherebbe i genitori a specificare l’appartenenza etnico-linguistica dei propri figli per iscriverli a scuola (cfr. “Corriere”, 11 ottobre). Nella lista c’è di tutto: il gaelico irlandese e scozzese, l’assiro, il balti (un dialetto tibetano), il greco di Cipro, lo swahili delle Comore, e cineserie varie. Sfortunatamente compaiono anche le diciture “Italian (Napoletan)” e “Italian (Sicilian)”, che hanno fatto scoppiare il caso diplomatico di cui si è parlato nelle ultime ore.

Ovviamente se ne discute non per un certo referendum svoltosi qualche mese fa e che non è andato come alcuni speravano (anche se “Il Sole 24 Ore” commenta: «La Brexit dà al cervello»), ma perché noi italiani abbiano realmente temuto che il Galles iniziasse ad arrestare o deportare i nostri connazionali siciliani e napoletani.

A dirla tutta non si capisce perché siano stati inseriti solo quei dialetti nella lista: ma considerare tutto questo “offensivo”, o addirittura «una forma di discriminazione attiva», come afferma l’ambasciatore, pare un tantino esagerato. Semmai dovrebbero essere i sardi, i veneti, i greci salentini, le minoranze germanofone del nord e chi più ne ha ne metta, a indispettirsi per l’esclusione dalla lista.

Quindi, insomma, solo una tempesta in un bicchier d’acqua, anche se la tendenza a rappresentare l’Inghilterra come l’inferno in terra semplicemente perché ha deciso di abbandonare il paradiso (l’UE), sta diventando un po’ fastidiosa.
Devo ammetterlo: non credevo che i giornalisti italiani, da generazioni irretiti dal mito della Britannia, si prestassero alla contro-propaganda in nome dell’euro-nazionalismo. Ad ogni modo, se almeno in questa storia abbiamo spezzato le reni alla Perfida Albione, dovremmo tuttavia evitare di esaltarci troppo: trovo risibile, per esempio, che l’ambasciatore aggiunga provocatoriamente alla sua nota a verbale al Foreign Office che «l’Italia è diventata un paese unificato il 17 marzo 1861».

Senza gli inglesi, l’Italia non si sarebbe fatta: la Gran Bretagna non poteva tollerare la presenza di «un Giappone mediterraneo posto a poche miglia da Malta e non eccessivamente distante da Marsiglia» (così scriveva la stampa londinese dell’epoca). Nel volume Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (2012), Eugenio Di Rienzo dimostra minuziosamente come gli inglesi appoggiarono ogni iniziativa volta a rovesciare i Borbone, comprese sommosse camorristiche ed eccidi garibaldini (in quei casi pare che Londra contribuì sul serio a sterminare napoletani e siciliani…).

Più recentemente, nel gennaio 1948, gli inglesi parteciparono indirettamente a un altro sterminio di nostri connazionali, questa volta in Somalia, fomentando i sentimenti anti-italiani di alcune organizzazioni create ad hoc dalle autorità locali britanniche: il risultato fu una cinquantina di civili massacrati (non so se tra di loro ci fossero anche napoletani e siciliani, anche perché certe vicende sono state totalmente dimenticate).

Sorvolo su bombardamenti e tentativi di golpe eterodiretti, perché pur essendo l’ultima persona che potrebbe parlar bene degli inglesi, non sopporto il voltafaccia di questi anglomani che prima del 23 giugno cantavano a squarciagola Rule Britannia! (magari per esser stati due giorni a Londra), e oggi vogliono farci credere che Albione sia governata da un Oswald Mosley redivivo.

Vogliamo diventare anglofobi sognando una Paneuropa da Lisbona a Vladivostok, come fa Sergio Romano? Bene, ma lo si faccia con del materiale di compromettente: nella storia dell’imperialismo britannico non mancano di certo le pagine nere, basta solo cercarle...

sabato 8 ottobre 2016

Kafkiano


Ogni volta che parla del mancato conferimento del Nobel a Franz Kafka, George Steiner ripete sempre che l’aggettivo kafkiano «viene usato in più di cento lingue». Sarà vero? Vediamo se ha ragione! (so che il sabato pomeriggio dovrei trovare qualcosa di meglio da fare, ma ormai ho iniziato quindi niente rimpianti):
  1. Afrikaans: Kafkaesk
  2. Albanese: Kafkor
  3. Bielorusso: Кафкаўскай [Kafkaŭskaj]
  4. Bosniaco: Kafkijanski
  5. Bulgaro: Кафкиански [Kafkianski]
  6. Catalano: Kafkiano
  7. Ceco: Kafkárna; Kafkovský
  8. Cinese: 即卡夫卡式的 [Jí kǎfūkǎ shìde]
  9. Croato: Kafkijanski
  10. Danese: Kafkask
  11. Ebraico: קפקאי [Kafkai]
  12. Esperanto: Kafkeca
  13. Estone: Kafkalik; Kafkalikuks
  14. Finlandese: Kafkamainen; Kafkamaisuus
  15. Francese: Kafkaïen
  16. Galiziano: Kafkiano
  17. Giapponese: カフカ的 [Kafkateki]; カフカエスク [Kafkaesk]
  18. Giavanese: Kafkaesk
  19. Greco: Καφκικός
  20. Inglese: Kafkaesque; Kafkan; Kafkian; Kafkaian
  21. Italiano: Kafkiano
  22. Kazako: Кавкаские [Kafkaskie]
  23. Limburghese: Kafkaësk
  24. Lituano: Kafkiškos
  25. Macedone: Кафкијански [Kafkijanski]
  26. Malayalam: കാഫ്കയിസ്ക്ക് [Kafkayisk]
  27. Montenegrino: Кафкијански/Kafkijanski
  28. Norvegese: Kafkastemning
  29. Occitano: Kafkaian
  30. Olandese: Kafkaiaans
  31. Persiano: کافکایی [Kafkayi]
  32. Polacco: Kafkaesk; Kafkowski
  33. Portoghese: Kafkiano
  34. Romeno: Kafkian
  35. Russo: Кафкианский [Kafkianskij]
  36. Serbo-croato: Kafkijanski
  37. Slovacco: Kafkovský
  38. Spagnolo: Kafkiano
  39. Svedese: Kafkaesk; Kafkastämning
  40. Tailandese: แบบคาฟคา [Bee-ka(f)-ka]
  41. Tedesco: Kafkaesk
  42. Turco: Kafkaesk
  43. Ucraino: Кафкіанскій [Kafkianskij]
  44. Ungherese: Kafkai
  45. Vietnamita: Kiểu Kafka
Con tutto lo sforzo possibile, non si arriva nemmeno a cinquanta: anche volendo moltiplicare gli idiomi slavi all’infinito, comunque si rimane lontani dal numero ipotizzato da Steiner. Per giunta in lingue come il ceco, lo slovacco e il polacco “kafkiano” suona male perché “Kafka” (Kawka, Kavka, Kávka) significa già “taccola”, una specie di corvo (del resto è da lì che proviene il cognome dello scrittore), e pur non generando equivoci semantici crea ugualmente un certo smarrimento in chi lo usa (un po’ come agli italiani “volterriano” suona più come volterrano che voltairiano).

La verità è che nella maggior parte delle lingue del mondo l’aggettivo “kafkiano” non ha proprio senso: nonostante la nota voracità con cui gli idiomi assimilano termini stranieri, in questo caso esistono decine di aggettivi che rendono superflua l’adozione di “kafkiano” (se è per questo, pochissime lingue concedono al buon Luigi Galvani la paternità di alcuni processi di zincatura, e lo stesso discorso vale per “pastorizzazione” ecc. – forse può consolare che nemmeno “serendipity” abbia avuto molta diffusione).

È ovvio che quando un concetto non viene acquisito dal punto di vista sociale e culturale, difficilmente poi potrà essere espresso con un prestito linguistico. In amarico, per esempio, potrei forse dire ካፍካኛ [Kafkania], ma il fatto che la pagina di Wikipedia dedicata all’Autore sia lunga una riga lascia suppore che in tutta l’Etiopia solo qualche sparuto intellettuale ne conosca non dico le opere, ma almeno il nome. In altre lingue, come il vietnamita, “kafkiano” vuol dire semplicemente “relativo allo stile di Franz Kafka”, e anche se ho voluto inserirlo nella lista come Kiểu Kafka [“stile di Kafka”] in realtà non esiste un vero e proprio termine che rappresenti la fatidica “situazione”.

Quindi, spiace dirlo, ma Steiner l’ha sparata grossa: ancora oggi i laotiani, gli abitanti di Sumatra, i mongoli e i botswani continuano a chiedersi «ma, precisamente, questo “Kafkian” chi è?».

(Robert Crumb)

mercoledì 5 ottobre 2016

Immigrescion

Un lettore mi segnala il saggio dell’antropologo italo-canadese Maximilian Forte Immigration and capital (“Zero Anthropology”, 3 agosto 2016). Sono cose che più o meno si ripetono da anni, però vederle finalmente tradotte in marxist jargon (in aggiunta all’incantevole stile APA per le citazioni), fa sempre piacere.

Non che il materiale scarseggi: la sinistra, almeno fino a quando non è passata dalla difesa del lavoro a quella del capitale, è stata a lungo contraria all’immigrazione; come ricorda Riccardo De Benedetti, «le ragioni di una società multietnica […] nel linguaggio e nelle categorie [di sinistra] di solo due decenni fa non poteva che essere l’ultimo espediente del mercato per tenere bassi i salari utilizzando la minaccia di un esercito industriale di riserva che ora, invece, diventa quasi il surrogato e l’immagine di quel socialismo che non si è potuto realizzare» (La fenice di Marx, Medusa, Milano, 2003, p. 70).

L’ascesa del movimento no-global aveva in effetti favorito il ritorno di un certo spirito critico nei confronti della libera circolazione delle persone come prodromo indispensabile alla libera circolazione dei capitali: non a caso M. Forte ricorda alcune vecchie dichiarazioni della campionessa mondiale di paraculismo Naomi Klein («Naomi Klein argued that “rooted people” are “the biggest threat” to neoliberal capitalism because they have “roots and stories,” so the global capitalists prefer to “hire mobile people”»).

Al di là delle polemiche, mi sembra tuttavia che il punto più interessante sollevato dall’antropologo stia nella conclusione: dopo aver analizzato il modo in cui un potere oligarchico in decadenza favorisce l’immigrazione per creare “nuove basi demografiche” su cui appoggiarsi (portando come esempi la Guyana e Trinidad & Tobago), l’Autore infatti decreta la scomparsa della sinistra (Forte, 2016).

Ovviamente intende la sinistra “di fatto”, perché a parole essa è più forte che mai: grazie alla sponda offerta dal Vaticano appare addirittura investita da un “mandato divino”. Soprattutto in Italia la situazione è aggravata dalla presenza di una sorta di “superstizione colta”, secondo la quale chi si permette di criticare il dogma dell’immigrazione rischia di regredire dal punto di vista intellettuale e antropologico. Questa ferrea dicotomia è alimentata in particolar modo dal sistema mediatico, che nei suoi dibattiti seleziona accuratamente chi dovrà difendere l’immigrazione e chi dovrà far la parte del “cattivo”: uno è un intellettuale progressista, magari poeta, che parla talmente bene che dovrebbero farlo Papa (se non ci fosse Bergoglio, s’intende); l’altro è un politico leghista, col volto gonfio e paonazzo, una cadenza dialettale inascoltabile e i soliti slogan triti e ritriti. Lo spettatore assiste al siparietto e si convince che chi è contro l’immigrazione è stupido: i più testardi tuttavia, pur di non arrendersi al principio che l’immigrazione è sempre e comunque un bene, saranno disposti a sacrificare l’intelligenza (e allora sì che si imbruttiranno).

Per questo motivo è escluso che un intellettuale italiano (naturaliter di sinistra) possa oggi tornare a ragionare sull’immigrazione nell’ottica di un Forte: i sensi di colpa lo sopraffarebbero al primo “cattivo pensiero”. Se poi riuscisse a superare il blocco psicologico, assisterebbe alla riduzione drastica dei suoi ingaggi (incluse le apparizioni televisive). Quindi preferisce lasciare il discorso a completo appannaggio della destra, che ovviamente lo declinerà in tutte le salse possibili (xenofobica, etnocentrica, antisemita) e lo strumentalizzerà ai fini elettorali.

Più che nel Campo dei santi di Jean Raspail, qui però sembra di stare in un “campo dei tonti”, perché alla fine il “giochetto” conviene quasi a tutti.
In primis alla destra di qualsiasi tipo, sia quella jungheriana dal “cuore avventuroso” (che per bocca di uno dei suoi rappresentanti non vede l’ora che, «dopo aver conosciuto le guerre ideologiche del XX secolo», l’Europa combatta «le guerre razziali, le guerre biologiche»), sia quella “borghese”, “capitalista” o come volete chiamarla, per i motivi appena spiegati.
Senza dimenticare, è ovvio, la destra prettamente politica, che grazie alla “tolleranza” può ora disporre di una massa di individui nati in società non democratiche né liberali, con un forte senso della gerarchia sociale, i quali oltre a influenzare i comportamenti degli italiani in senso più conservatore, favoriranno l’avvento di una mentalità secondo cui gli sfruttati meritano di essere tali (per predestinazione divina o biologica), alimentata in parte anche dall’acuirsi della cosiddetta “guerra tra poveri” (con i “cuori avventurosi” entusiasti del privilegio di assistere in prima fila alla Grande Guerra Razziale direttamente nel loro quartiere).

Converrà poi alla sinistra che, come detto, sparirà sostanzialmente ma non nominalmente, essendosi dimostrata in questi anni utile ai poteri forti per consumare il delitto perfetto. Dopo aver fornito al capitale tutto il suo armamentario concettuale e ideologico per vincere la guerra contro il lavoro, si accontenterà di attribuirsi almeno la gestione del processo di integrazione, che in realtà sarà anch’esso dettato dai piani alti. Perché è ovvio che chi tiene i cordoni della borsa avrà l’ultima parola sul tipo di società che dovrà emergere da questo colossale spostamento di masse. Magari per qualche periodo verrà alimentato una sorta di “welfare parallelo” giusto per mantenere un minimo di pace sociale (ovviamente livellata al basso dal punto di vista salariale), ma non è esclusa anche una drastica involuzione dei nostri costumi.

Uno scenario come quello dell’ultimo romanzo di Houellebecq Sottomissione (per citare un caso eclatante), è meno fantapolitico di quanto possa apparire: con l’alibi della “tolleranza”, alcune usanze che a parole consideriamo intollerabili, come la poligamia o la segregazione dei sessi, potrebbero diventare la “nuova normalità”. Per esempio, escludendo le donne dal mercato del lavoro sarebbe possibile abbattere la disoccupazione senza aumentare i salari e sedare gli animi degli allogeni più turbolenti, infiocchettando il tutto con la retorica delle “altrui sensibilità”.

Questo soltanto per affermare che, una volta rinunciato a considerare i problemi almeno dalla prospettiva ideologica alla quale ci si richiama continuamente, tutto può succedere...

martedì 4 ottobre 2016

Foto di gruppo con l’Europa

Trovo sul “Corriere” di ieri un appello congiunto di vari ministri di orientamento progressista/riformista, Lo Stato di diritto europeo va difeso (3 ottobre), dal contenuto piuttosto insignificante. Sorvolando appunto sulla solita retorica, mi colpisce (ma non stupisce) che, sin dalle prime righe di questo blando comunicato, le due guerre mondiali vengano definite «guerre civili europee del XX secolo». È noto che il nome con cui ci si riferisce a una guerra è rivelatore del modo in cui la si interpreta: perciò, a quanto pare, persino un leitmotiv del revisionismo storico come quello della “guerra civile europea” può essere recuperato se utile alla “causa”.

In generale tuttavia sfugge il senso di tali iniziative, anche perché per descrivere lo “stato dell’Unione” basterebbero in effetti due parole: dal momento che, a parte l’Italia, ogni Paese membro agisce esclusivamente sulla base dei propri interessi, c’è chi nazionalizza le banche, chi chiude i confini e chi stipula accordi unilaterali con nazioni extraeuropee.

Sul tema dell’immigrazione, tanto per rimanere in attualità, è sempre tutti contro uno: il ministro francese della difesa Jean-Yves Le Drian, già entusiasta alla nuova immagine della République come nazione proto- o post-fascista (che a ogni stato d’emergenza infrange apertamente e con approvazione ufficiale la convezione europea dei diritti dell’uomo), accusa l’Italia di far passare terroristi dell’Isis tra gli immigrati di Lampedusa (è con queste insinuazioni che dovranno fare i conti quelli che credevano di andare in Europa a raccogliere applausi e medagliette); Juncker, sostenuto da Sapin e Moscovici, mentre rifiuta di concedere all’Italia la scorporazione dal calcolo del deficit delle spese sostenute per l’emergenza immigrazione (dieci miliardi negli ultimi tre anni), al contempo esige il trasferimento di tre miliardi al governo turco per gestire lo stesso problema; il famigerato Schäuble dal canto suo rilancia l’idea della Kerneuropa, la mini-Schengen del Nord con cui sigillare i confini meridionali dell’Unione e selezionare la manodopera straniera all’ingresso senza danneggiare l’export tedesco.

Che altro aggiungere? Non molto, a quanto pare, se non altro curioso dettaglio  del trascurabile appello di cui sopra, ovvero la metafora fotografica che spunta nelle righe conclusive:
«“Se le foto non sono abbastanza buone, è perché non eri abbastanza vicino” era solito dire il celebre fotografo di guerra Robert Capa per spiegare il suo bisogno di sperimentare la realtà senza mediazione. Al contrario, Henri Cartier-Bresson credeva fortemente nel paradossale equilibrio della “distanza partecipativa”. Se vogliamo cogliere la verità delle cose e restituire la fotografia più veritiera dello Stato di diritto in Europa oggi, dobbiamo adottare gli atteggiamenti di entrambi. Andare, vedere, toccare con mano i rischi di violazione dei diritti fondamentali derivanti dalle emergenze umanitarie. E poi, da una “giusta distanza” trovare soluzioni comuni, tempestive ed efficaci. Questa è l'Europa che vogliamo».
Impossibile resistere alla tentazione di ricordare qui le parole di Roland Barthes (intervista a “Il Diaframma/Fotografia Italiana”, Giugno 1978):
«Credo che se si vuol parlare seriamente della fotografia, occorrerebbe, per esempio, metterla in relazione con la morte, perché è certo che la fotografia è testimone, ma è testimone di ciò che non esiste più. Anche se il soggetto vive ancora, l’immagine fotografica rappresenta un momento del soggetto fotografato che non esiste più. Questo rappresenta un trauma enorme per l’umanità. Un trauma che si rinnova ad ogni atto di lettura della fotografia – e ce ne sono milioni e miliardi al mondo in una sola giornata di questi atti. Ogni atto di cattura, di lettura di una fotografia è implicitamente, nel senso di una rimozione, un contatto con ciò che non esiste più, un contatto con la morte. Credo che bisognerebbe partire da questo, per avvicinarsi all’enigma della fotografia, non secondo una prospettiva metafisica, ma per vedere esattamente che cosa gli oggetti che attorniano l’uomo rappresentano per lui, che cosa rappresentano nella sua esperienza simbolica, traumatica. Io vivo le fotografie come degli oggetti affascinanti e funebri».
Sarà un caso che la coppia di scheletri ritrovata in una grotta del Peloponneso sia stato assunto come uno dei nuovi “simboli d’Europa”, assieme ai cosiddetti “Amanti di Valdaro” scoperti pochi anni prima? Ecco, una bella foto di gruppo dell’Europa del terzo millennio:

Euronazionalismo


È imbarazzante che gli europeisti, così solerti nel denunciare qualsiasi forma di nazionalismo, non si accorgano della loro sudditanza a uno dei peggiori residui delle ideologie novecentesche, il nazionalismo pan-europeo. Quando si tratta di difendere scelte politicamente improponibili è infatti molto facile nascondersi dietro i nomi di Adenauer, De Gasperi e Schuman; meno comodo, invece, ricordare l’influenza che sull’europeismo del dopoguerra ebbero figure come Thiriart, Strasser e Mosley.

I paraventi del pacifismo e del multiculturalismo riescono a coprire una realtà sempre meno accettabile solo grazie alla connivenza del sistema mediatico. La cappa di piombo della propaganda rende appunto questo macro-nazionalismo uno dei più pericolosi in circolazione: siamo giunti a un livello tale che, per riportare in auge forme deleterie di identitarismo o militarismo basterebbe solo declinarle secondo i canoni del “Più Europa”.

Del resto non era impossibile prevedere un esito siffatto, se ai primordi dell’incubo europeista un certo Prodi già prometteva un super-Stato unificato dalla moneta e dalla spada, cioè, fuor di metafora, dalla guerra e dalla finanza. Per restare in tema, quello stesso Prodi, a una settimana dall’11 settembre 2001 scrisse su “Il Sole 24Ore” che l’Europa sarebbe stata immune dal terrorismo grazie a «una posizione di solidità mai prima conosciuta»; un mese dopo, in un discorso ufficiale, aggiunse che per evitare attentati gli Stati europei avrebbero dovuto «accelerare il processo di integrazione già in corso […] con rapidità e decisione».

Abbiamo visto come in questi anni gli  “europeisti” abbiano sempre approfittato delle tragedie a più alto impatto emotivo per avanzare i propri intenti ideologici e politici. Oltre al terrorismo psicologico, tuttavia, l’Unione Europea sfortunatamente non è riuscita a risparmiare ai suoi cittadini il terrorismo vero e proprio: non stupisce che a quindici anni dall’undici settembre gli slogan non siano cambiati di una virgola.

Il giorno dopo degli attentati del 22 marzo 2016 a Bruxelles, ricordiamo che il “Corriere della Sera”, oltre ad alcune polemiche vergognose contro il Belgio (paragonato dallo storico francese Gilles Kepel a uno “Stato fallito” come Afghanistan, Iraq, Siria, Somalia), ospitò due editoriali allucinanti a firma di Aldo Cazzullo e Antonio Polito, nel primo dei quali si affermava che «oggi l’emergenza economica e gli attacchi terroristici possono contribuire a generare quella spinta all’integrazione che era venuta meno», mentre nel secondo che «abbiamo bisogno di una polizia federale europea, con poteri sovranazionali e metodi di indagine unificati, e anche di leggi comuni».

Il fatto che qualsiasi avvenimento, persino le catastrofi, venga sfruttato per propagandare il “Più Europa” dovrebbe allarmare sopra ogni altra cosa: se l’euronazionalismo è un refugium peccatorum che esonera da qualsiasi considerazione non solo sui fini, ma anche sui mezzi, il pericolo d’una deriva autoritaria è più presente che mai. È inutile additare il Le Pen di turno, poiché gli europeisti hanno già dato prova di non essere ostili al dispotismo, ma anzi disposti a sostenerlo laddove si riveli utile allo scopo.

Anche il linguaggio, d’altra parte, va sempre più adattandosi a questo nazionalismo “inconscio”.
Ho notato, per citare un caso, che ultimamente gli euronazionalisti hanno smesso di definire le due guerre mondiali come tali, e hanno invece iniziato ad adottare l’infelice formula di “guerre civili europee”, che fino a poco tempo era tipica di un certo revisionismo.
Per quanto riguarda la Brexit, non si contano i giornalisti e politici “progressisti” che hanno evocato il connubio “Gioventù” ed “Europa”, uno dei più fatali per il continente: è solo per opportunismo che non abbiano ancora chiamato in causa il cuore avventuroso di Jünger o i proscritti di von Salomon?

Al di là del linguaggio, pure a livello artistico latita una qualche forma di “resistenza”: lasciando da parte gli intellettuali, sempre pavidi e conformisti, è a livello di cultura popolare che scarseggiano le testimonianze contro i “tartufi” odierni.
Sono davvero esigui gli esempi che si potrebbero portare: su due piedi mi sovviene un film spagnolo del 2004, Seres queridos (in italiano: Il mio nuovo strano fidanzato), nel quale un rappresentante di condominio particolarmente ottuso viene ritratto a fare jogging per le scale con una tuta “europeista”:


Un secondo esempio potrebbe essere rappresentato dal più celebre Rien à déclarer (Niente da dichiarare?) di Dany Boon del 2010. In questo caso l’“europeista”, un antipatico doganiere belga (Benoît Poelvoorde), riesce ad appassionarsi alla causa dell’Europa unita quando capisce che essa gli consentirà di sfogare il proprio razzismo non più contro i francesi, ma contro chiunque sia extra-comunitario (alla fine del film infatti se la prende con un cinese). Nonostante la pellicola sia apertamente filo-europeista, è apprezzabile che esso riconosca, seppur indirettamente, una continuità tra il nazionalismo classico e l’euronazionalsimo.

Per quanto riguarda la cinematografia italiana, è scontato che il discorso anti-europeista sia messo in bocca ai personaggi più squallidi: per fare un esempio, nel remake de Il VedovoAspirante vedovo (2013), l’imprenditore incapace interpretato da Fabio De Luigi si lamenta con la sua amante dei “lacci e lacciuoli” imposti dall’Unione Europea. Si tratta di una scenetta che non rappresenta affatto la realtà italiana, esattamente all’opposto: quasi tutta la classe imprenditoriale è favorevole all’euro e molti dei suoi rappresentanti fanno il tipico discorso di chi non si vergognerebbe di indossare una tuta col simbolo della magica moneta (ce lo chiede l’Europa, l’Europa che ci fa diventare più competitivi, produttivi, innovativi…).

In conclusione, riconosciamo che una vera opposizione all’euronazionalismo sarebbe più efficace da “sinistra” che da “destra”, perché il fatto che oggi le forze di destra appaiano come le prima avversarie di tale ideologia non è che una conseguenza della classica rivalità mimetica: basterebbe poco all’Europa della moneta e della spada per riassorbire tali forze, con qualche Quisling fotogenico e un minimo di “coreografia reazionaria”.
Tuttavia, dal momento che i partiti cosiddetti “riformisti” e “progressisti” sono attualmente i più zelanti galoppini della Merkel e di tutto ciò che rappresenta, allora non è forse insensato, sulla breve distanza, affidarsi al Davide del micro-nazionalismo per distruggere il Golia euronazionalista.

Il pianeta degli uomini soli

Sui giornali di ieri una notizia sconvolgente (si fa per dire): il giovane medico triestino che avrebbe dovuto partire per Marte tra dieci anni (dopo aver superato una durissima selezione), ha rinunciato “per amore”. In realtà poi ho scoperto che la cosa si sapeva già da un mese e mezzo, ma finché non ne ha parlato il “Corriere” è stata una non-notizia.

Non voglio discutere né sulla serietà del progetto (un reality show marziano finanziato da un imprenditore olandese…) né sulle motivazioni del giovanotto (il quale però dimostra di ignorare che l’“amore” non è un qualcosa di oggettivo, ma una costruzione culturale: si legga il de Rougemont che poi ne riparliamo), ma soltanto riportare alcuni commenti dal portale del “Corriere” che, tra le altre cose, dimostrano la giustezza di quel verso dei Pooh sugli “Uomini soli” («perduti nel “Corriere della Sera”», appunto):

lunedì 3 ottobre 2016

A meeting with Stalin

President Roosevelt liked my plan of going to Moscow, and Stalin sent me a cordial invitation. […] We alighted on Moscow on the afternoon of October 9, and were received very heartily and with full ceremonial by Molotov and many high Russian personages. At 10 o’clock that night we held our first important meeting in the Kremlin. It was agreed to invite the Polish Prime Minister, M. Romer, the Foreign Minister and M. Grabsch, a grey bearded and aged academician of much charm and quality, to Moscow at once.
[…] The moment was apt for business, so I said: “Let us settle about our affairs in the Balkans. Your armies are in Rumania and Bulgaria We have interests, missions and agents there. Don’t let us get at cross purposes in small ways. So far as Britain and Russia are concerned, how would it do for you to have 90% predominance in Rumania, for us to have 90% of the say in Greece, and go fifty-fifty about Yugoslavia?” While this was being translated I wrote out on a half-sheet of paper:
Rumania (Russia 90%, the others 10%); Greece (Great Britain in accord with USA 90%, Russia 10%); Yugoslavia (50-50); Hungary (50-50); Bulgaria (Russia 75%, the others 25%). I pushed this across to Stalin, who had by then heard the translation. There was a slight pause. Then he took his blue pencil and made a large tick upon it, and passed it back to us. It was all settled in no more time than it takes to set down. Of course we had long and anxiously considered our point, and were only dealing with immediate war-time arrangements. All larger questions were reserved on both sides for what we then hoped would be a peace table when the war was won. After this there was a long silence. The pencilled paper lay in the centre of the table. At length I said, “Might it not be thought rather cynical if it seemed we had disposed of these issues, so fateful to millions of people, in such an offhand manner? Let us burn the paper?”“No. you keep it” said Stalin. 
[«Al presidente Roosevelt piacque il mio piano di recarmi a Mosca, e Stalin mi aveva inviato un cordiale invito. [...] Arrivammo a Mosca nel pomeriggio del 9 ottobre, accolti calorosamente con tutti i crismi del cerimoniale da Molotov e altre illustri personalità russe. Alle 10 di quella sera abbiamo tenuto la nostra prima importante riunione al Cremlino. È stato deciso di invitare immediatamente a Mosca il primo ministro polacco, M. Romer, il ministro degli esteri e M. Grabsch, un accademico dalla barba grigia e dal grande carisma.
[...] Il momento sembrava appropriato per gli affari, così ho detto: “Mettiamoci d’accordo sui Balcani. I vostri eserciti sono in Romania e in Bulgaria. Laggiù abbiamo interessi, missioni e agenti. Non fateci prendere decisioni unilaterali. Per quanto riguarda la Gran Bretagna e la Russia, cosa pensate di questa proposta: voi vi tenete il 90% della Romania, noi ci teniamo il 90% della Grecia, e spartirci a metà la Jugoslavia?”. Mentre le mie parole venivano tradotte, scrivevo su un foglietto di carta:
Romania (Russia 90%, gli altri 10%);
Grecia (Gran Bretagna in accordo con USA 90%, Russia 10%);
Jugoslavia (50-50);
Ungheria (50-50);
Bulgaria (Russia 75%, gli altri 25%).
Passai poi il foglietto a Stalin, che aveva già ascoltato la traduzione. Ci fu una brevissima pausa. Prese la penna, vi fece un segno sopra e ce lo restituì. Avevamo impiegato meno tempo a prendere la decisione che a trascriverla.
Ovviamente avevamo ponderato a lungo le nostre richieste, e al momento ci stavamo accordando solo su problemi immediati, imposti dal tempo di guerra. Le questioni più spinose erano invece rimandate al tavolo di pace che speravamo sarebbe scaturito dalla nostra vittoria in guerra. Dopodiché ci fu un lungo silenzio. Il foglio appuntato giaceva al centro del tavolo. Alla fine dissi: “Non sembra un po’ cinico aver preso queste decisioni, fatidiche per milioni di persone, in un modo così improvvisato? Che facciamo, bruciamo la carta?”
“No, la tenga lei”, disse Stalin.»] 
(da “The Advertiser”, 7 Novembre 1953)