giovedì 27 ottobre 2016

Immigrescion (“Il potere dei più buoni”)

Un lettore mi segnala un saggio dell’antropologo italo-canadese Maximilian Forte, Immigration and capital (“Zero Anthropology”, 3 agosto 2016). Sono cose che più o meno si ripetono da anni, però vederle finalmente tradotte in marxist jargon (in aggiunta all’incantevole stile APA per le citazioni), fa sempre piacere. Non che il materiale scarseggi: la sinistra, almeno fino a quando non è passata dalla difesa del lavoro a quella del capitale, è stata a lungo contraria all’immigrazione; come ricorda Riccardo De Benedetti, «le ragioni di una società multietnica […] nel linguaggio e nelle categorie [di sinistra] di solo due decenni fa non poteva che essere l’ultimo espediente del mercato per tenere bassi i salari utilizzando la minaccia di un esercito industriale di riserva che ora, invece, diventa quasi il surrogato e l’immagine di quel socialismo che non si è potuto realizzare […]» (La fenice di Marx, Medusa, Milano, 2003, p. 70).

A onor del vero bisogna dire che l’ascesa del movimento no-global ha permesso a certe tematiche di tornare di moda (almeno a parole): Forte riporta per l’appunto alcune vecchie dichiarazioni della campionessa mondiale di paraculismo Naomi Klein («Naomi Klein argued that “rooted people” are “the biggest threat” to neoliberal capitalism because they have “roots and stories,” so the global capitalists prefer to “hire mobile people”»), alla quale si potrebbero aggiungere migliaia di altre citazioni (per esempio Susan George, presidentessa di ATTAC negli anni ruggenti del localisme sosteneva che «non si raggiungerà di certo il riconoscimento del diritto al lavoro e a un livello di vita decente lasciando distruggere le conquiste dei lavoratori nei Paesi più avanzati per fornire posti di lavoro agli immigrati del Sud» [Fermiamo il WTO, Feltrinelli, 2002, p. 53]).
Tuttavia ciò rappresenta solo un brevissimo periodo nella storia della sinistra occidentale, la quale aveva già abbandonato le velleità no-global un attimo prima dell’avvento di Obama e della sua “globalizzazione dal volto umano”. Al giorno d’oggi l’andazzo è evidentemente cambiato e da quelle parti pochissimi tentano un approccio non sentimentale ed emotivo alla questione; recentemente ci hanno provato (senza molto successo) Marino Badiale e Massimo Bontempelli (deceduto nel 2011), nel volume La sinistra rivelata (Massari, Bolsena, 2007, pp. 58-66):
«L’immigrazione, pur non essendo il male che taluni propagandano, non è però neanche quel bene propagandato dai laudatori della società multiculturale. […] L’Argentina, per esempio è un Paese privo di una sua identità: i suoi ceti popolari parlano diversi dialetti spagnoli ed italiani, i suoi intellettuali leggono libri francesi e scrivono in francese, i proprietari delle sue infrastrutture sono inglesi, le sue scuole non sono nazionali […]. Solo il decennio di Perón (1945-1955) riesce a far sentire argentini i proletari italiani, i contadini baschi, gli asturiani della Patagonia, i gauchos meticci, creando un’identità nazionale che non c’era.
[…] La possibilità che l’immigrazione sia per un Paese una sorgente di arricchimento culturale è, appunto, una possibilità, che in alcune circostanze storiche si è realizzata mentre in altre circostanze si è verificato l’opposto, cioè un impoverimento culturale e morale. Perché tale possibilità si realizzi, occorre la presenza di un’idea unificante dotata di forza politica come è stata, ad esempio, nel Duecento, l’idea imperiale sveva rispetto agli apporti greci, arabi e normanni.
Oggi, però, nei paesi politicamente corrosi e moralmente sfiniti da decenni di demenza neoliberistica, manca un’idea, un’etica, una cultura istituzionale […]. L’immigrazione, allora, non porta granché di buono alla nostra società. […] Se non si trovassero neppure gli immigrati per i lavori generalmente rifiutati, tali lavori dovrebbero per forza venire resi meno umilianti, meno nocivi, meno sottopagati […] La ferocia capitalistica sarebbe più debole se non potesse più disporre dell’attuale sovrabbondanza di manodopera. […] [Se] l’offerta di un lavoro senza diritti fosse resa impossibile, diminuirebbe certamente […] il flusso migratorio verso il nostro Paese».
Il testo di Maximilian Forte è però ancora più penetrante poiché, senza tirare in ballo i complessi di colpa dell’uomo bianco (d’altronde anche il terzomondismo è passato di moda), afferma cose che si possono constatare nell’immediato. Per esempio, quando l’autore scrive che «immigration can help to sustain or even increase demand, without increasing wages», è difficile non pensare a notizie come questa (e ai toni usati per comunicarle): Germania, dai richiedenti asilo una spinta dell’1,4% al Pil (“Repubblica”, 12 settembre 2015).

Dopo aver analizzato il modo in cui un potere oligarchico in decadenza favorisce l’immigrazione per creare “nuove basi demografiche” su cui appoggiarsi (portando come esempi la Guyana e Trinidad & Tobago), Forte conclude decretando la scomparsa della sinistra (Forte, 2016).
Ovviamente intende la sinistra “di fatto”, perché a parole essa è più forte che mai: grazie alla sponda offerta dal Vaticano appare addirittura investita da un “mandato divino”.
In Italia la situazione è aggravata dalla presenza di una sorta di “superstizione colta”, secondo la quale chi si permette di criticare il dogma immigrazionista rischia di regredire dal punto di vista intellettuale e antropologico. Questa ferrea dicotomia è alimentata soprattutto dal sistema mediatico, che nei suoi dibattiti seleziona accuratamente chi dovrà difendere l’immigrazione e chi dovrà far la parte del “cattivo”: uno è un intellettuale progressista, magari poeta, che parla talmente bene che dovrebbero farlo Papa (se non ci fosse Bergoglio, s’intende); l’altro è un politico leghista, con la barba sfatta, una cadenza dialettale insopportabile e i soliti slogan che ripete da anni. Lo spettatore assiste al siparietto e si convince che chi è contro l’immigrazione è stupido: i più testardi tuttavia, pur di non arrendersi al principio che l’immigrazione è sempre e comunque un bene, saranno disposti a sacrificare l’intelligenza (e allora sì che si imbruttiranno).
Per questo motivo è escluso che un intellettuale italiano (naturaliter di sinistra) possa oggi tornare a ragionare sull’immigrazione nell’ottica di un Forte: i sensi di colpa lo sopraffarebbero al primo “cattivo pensiero”. Se poi riuscisse a superare il blocco psicologico, assisterebbe alla riduzione drastica dei suoi ingaggi (incluse le apparizioni televisive).
Quindi preferisce lasciare il discorso a completo appannaggio della destra, che ovviamente lo declinerà in tutte le salse possibili (xenofobica, etnocentrica, antisemita) e lo strumentalizzerà ai fini elettorali.

Più che nel Campo dei santi di Jean Raspail, qui però sembra di stare in un “campo dei tonti”, perché alla fine il “giochetto” conviene a tutti.
In primis alla destra di qualsiasi tipo, sia quella jungheriana dal “cuore avventuroso” (che per bocca di uno dei suoi rappresentanti non vede l’ora che, «dopo aver conosciuto le guerre ideologiche del XX secolo», l’Europa combatta «le guerre razziali, le guerre biologiche»), sia quella “borghese”, “capitalista” o come volete chiamarla, per i motivi appena spiegati.
Senza dimenticare, è ovvio, la destra prettamente politica, che grazie alle lacrime dei buonisti può ora disporre di una massa di individui nati in società non democratiche né liberali, con un forte senso della gerarchia sociale, i quali oltre a influenzare i comportamenti degli italiani in senso più conservatore, favoriranno l’avvento di una mentalità secondo cui gli sfruttati meritano di essere tali (per predestinazione divina o biologica), alimentata in parte anche dall’acuirsi della cosiddetta “guerra tra poveri” (con i “cuori avventurosi” entusiasti del privilegio di assistere in prima fila alla Grande Guerra Razziale direttamente nel loro quartiere, perché appunto come afferma il Maestro «la guerra educa alla compagnia maschile e ripristina valori in parte dimenticati»).

Converrà poi alla sinistra che, come detto, sparirà sostanzialmente ma non nominalmente, essendosi dimostrata in questi anni utile ai poteri forti per consumare il delitto perfetto. Dopo aver fornito al capitale tutto il suo armamentario concettuale e ideologico per vincere la guerra contro il lavoro, si accontenterà di attribuirsi almeno la gestione del processo di integrazione, che in realtà sarà anch’esso dettato dai piani alti.
Perché è ovvio che chi tiene i cordoni della borsa avrà l’ultima parola sul tipo di società che dovrà emergere da questo colossale spostamento di masse. Magari per qualche periodo verrà alimentato una sorta di “welfare parallelo” giusto per mantenere un minimo di pace sociale (ovviamente livellata al basso dal punto di vista salariale), ma non è esclusa anche una drastica involuzione dei nostri costumi.

Uno scenario come quello dell’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione (per citare un caso eclatante), è meno fantapolitico di quanto potrebbe apparire: con l’alibi della “tolleranza”, alcune usanze che a parole consideriamo intollerabili, come la poligamia o la segregazione dei sessi, potrebbero diventare la “nuova normalità”. Per esempio, escludendo le donne dal mercato del lavoro sarebbe possibile abbattere la disoccupazione senza aumentare i salari e sedare gli animi degli allogeni più turbolenti, infiocchettando il tutto con la retorica delle “altrui sensibilità”.
Questo soltanto per dire che, una volta rinunciato a considerare i problemi almeno dalla prospettiva ideologica alla quale ci si richiama continuamente, può accadere tutto e il contrario di tutto.

Per definire tale complesso di potere, nel quale la sinistra intellettuale si accorda con la destra economica, mi piacerebbe in conclusione usare il titolo di una canzone del “peggior” Giorgio Gaber, “Il potere dei più buoni” (2001):


martedì 25 ottobre 2016

Come prevenire l’omosessualità (si può fare, dottore?)

Uno dei post più letti di questi blog è quello che, sotto il titolo Il vero psichiatra, raccoglie alcune citazioni da un libro del dottor Frank Caprio (1906-1995) che negli anni ’60 ebbe grandissimo successo in Italia. Alcune chiave di ricerca che conducono a esso sono abbastanza pittoresche: 


Ora, i motivi per cui le persone segnalano tali citazioni sulla loro pagina da Facebook sono i più disparati: c’è chi vuole dimostrare che la “scienza” procede a seconda delle mode, o sull’altra sponda, chi le usa per sostenere che l’“omofobia” si annida proprio dappertutto. È curioso che un testo relativamente recente possa generare interpretazioni così contrastanti (si può affermare lo stesso per una pagina di Ruggero Savinio). Tanto vale aggiungere la mia, anche se sarebbe superfluo conoscere i motivi per cui le ho pubblicate (c’è ancora libertà di parola, giusto?).
Prima di tutto, vorrei spezzare una lancia a favore del dottor Caprio, che nonostante considerasse l’omosessualità una piaga da estirpare, era tutt’altro che retrogrado o bigotto: anzi, furono proprio i suoi libri a propiziare la rivoluzione sessuale anche in Italia. In quest’ottica bisogna infatti leggere la sua avversione alla pederastia: egli la vedeva come una malattia che “ingabbiava” le potenzialità dell’essere umano. Nel volume da cui sono tratte le citazioni (Il vero psichiatra, 1957) Caprio a un certo punto consiglia, allo scopo di “prevenire l’omosessualità”, «un’acconcia educazione sessuale resa accessibile nelle nostre scuole e nelle nostre università».

Tutto questo solo per dire che il collegamento tra omosessualità e progressismo non è per niente automatico. Per restare in tema, il dottor Frank Caprio era decisamente un “liberale” per la sua epoca: in un altro volume di successo, Sex and Love. A guide to sex health and love happiness del 1959 (tradotto in italiano da Longanesi col titolo Sesso e amore nel 1965) parla di posizioni erotiche, sesso orale e tutto il resto. Certo, per lui l’omosessualità rimane sempre un ostacolo al pieno raggiungimento della maturità, un “problema” che genera «situazioni morbose di ansia e conflitti» (p. 157) e intralcia «il desiderio di una normale relazione di amore con l’altro sesso» (p. 237). Questo esclude che per Caprio si trattasse di una questione di “peccato” o di “comune senso del pudore”; il dottore parlava proprio di “liberazione dell’eros” (seppur in una prospettiva matrimoniale, anche se ovviamente non era nemmeno contrario al divorzio).

Oggi chi la legge in modo diverso è perché evidentemente vuole imporre una sua interpretazione, magari strumentale, dell’omosessualità.
Si può ancora dire qualcosa sull’argomento? Ormai evito di parlarne perché odio il clima di intimidazione che si è generato. Inoltre, grazie a un recente hackeraggio delle email della fondazione di Soros, si è scoperto che un’importante associazione italiana pro-gay ha preso bei soldi, quindi è meglio stare attenti: lasciamo infatti da parte altre raccomandazioni forse più imbarazzanti (come quelle di Goldman Sachs e compagnia bella), o la militarizzazione dell’omosessualità (che va di pari passo con l’omosessualizzazione degli eserciti). Non parliamo nemmeno del lato nazi dell’omoerotismo (dai Wandervogel a Michael Kühnen). Volemose bene.

Diciamo allora qualcosa sulla strage di Orlando del giugno scorso. I gay sorosiani, per il fatto che secondo loro non se n’è parlato abbastanza, hanno ovviamente tirato in ballo l’omofobia universale. A mio parere invece la questione è molto più complessa, e certi schematismi sembrano proprio una riproposizione inconsapevole del bigottismo: prima di tutto, non si può parlar troppo male del terrorismo islamico, ché sennò si viene etichettati come “populisti”. Nelle nostre società gli unici autorizzati a insultare i mussulmani senza timore di incappare nel reato di “islamofobia” sono proprio i gay.
Perciò l’accusa deve essere ribaltata: sono le associazioni omosessuali a non aver alzato abbastanza la voce. Se mi è concessa un’ipotesi, io credo che una delle ragioni (inconfessabili) per cui abbiano tenuto il profilo basso vada individuata nel fatto che le vittime non si possono inquadrare nello stereotipo del gay sobrio, benestante e coniugato, ovvero il modello attraverso il quale queste congreghe hanno acquisito sempre più potere. I cinquanta gay falciati dal terrorista non possono essere spacciati come “martiri” della causa perché la loro concezione dell’omosessualità è, per certi versi, “controrivoluzionaria”, cioè isolazionista, ghettizzante e orgiastica. Non è un caso che la maggior parte dei avesse un cognome di origine latino-americana e un’età inferiore ai trent’anni: è evidente che il loro stile di vita non annoverasse affatto l’idea di matrimonio (e non per ragioni anagrafiche, visto che in questi club gli anziani “a caccia” non mancano).

Insomma, c’è sempre un prezzo da pagare: gli omosessuali hanno ottenuto il matrimonio e lo status di “Vittime” in cambio di una stereotipizzazione della loro condotta di vita (ecco perché la “cultura gay” esclude intellettuali come Genet, Pasolini o Mishima in favore di Lady Gaga e oscuri gender theorist americani) e, soprattutto, l’assoluta disponibilità a lasciarsi strumentalizzare dai potenti di turno.
Siamo sinceri: se l’attentatore fosse stato bianco, cristiano e americano, della strage di Orlando se ne parlerebbe ancora (almeno una volta al giorno). Invece, oltre per i motivi a cui abbiamo accennato, anche la congiuntura politicamente sfavorevole (un’attenzione eccessiva sul tema avrebbe potuto sfavorire la campagna della Clinton) ha impedito a media e associazioni di far troppo baccano.  
Il modo in cui negli ultimi anni i gay si sono fatti dettare la linea da Obama è grottesco: non ricordo ideologie che si lasciassero sfruttare fino in fondo senza nemmeno produrre, chessò, qualche forma di obiezione (per dire: il cristianesimo ebbe gli scismi, il comunismo la dissidenza…).
Dobbiamo anche accennare al fatto che nell’Unione Europea le politiche a favore dei gay hanno funzionato come enorme foglia di fico: recentemente ho sentito in una trasmissione televisiva Mario Monti (proprio lui), affermare che “l’Europa ci ha dato i diritti”, tralasciando il fatto che ha distrutto le nostre vite facendo la fortuna dei banchieri. Rendiamoci conto: se persino un Mario Monti utilizza la “questione gay”, fino a che punto possiamo arrivare?

Penso che più che prevenire l’omosessualità, il problema è di prevenire la sua politicizzazione (e conseguente strumentalizzazione). Altrimenti tra un po’ verranno a raccontarci che i matrimoni gay si possono avere solo con l’austerity e la disoccupazione in doppia cifra, perché la spesa pubblica e l’inflazione sono robe anni ’80 tipo i Frankie Goes to Hollywood e i pederasti libertini.

lunedì 24 ottobre 2016

Vladimir Putin (in polacco)


Solar/Białas (ft. Quebonafide, TomB, Beteo, prod. Lanek)
“Vladimir Putin”
(2014)

Nell’intro il rapper ripete in polacco una frase di Putin contro l’oligarca ucraino Kolomoyskyi, a suo parere finaziato da Abramovič.
Ci sono alcuni versi che si riferiscono alla tragedia di Smoleńsk: “Non è stata una cazzo di betulla” (perché tra le ipotesi c’è anche quella che un’ala dell’aereo sia stata rotta da un albero); “Puoi sentire gli spari” (dei testimoni parlarono di un’esecuzione dopo l’incidente); l’allusione alla “foresta” si riferisce sia a Smoleńsk che a Katyń.

[Verse 1: Solar]
Stalin to nie newschool; VP
Jak przeżyć raka mózgu; VP
Mówię do Tuska „Tusku Tusku”; VP
Chciałbyś Angelę Merkel w łóżku; VP
Gram sobie dziś koncert na Krymie; VP
Robię te manewry synek; VP
To kurwa nie są żarty już; VP
W Estonii after-party; VP
Litwo, ojczyzną moją będziesz; VP
Jak się przez Ukrainę przedrę; VP
Wpadnij na wódkę, sex i wódkę; VP
Wale nie młotem, walę sierpem; Vladimir Klitschko

[Verse 2: Białas]
To nie była kurwa brzoza; VP
Czuję się jak na mefedronie; VP
Bo dziwko mogę wszystko; VP
Vladimir Putin, dziwko; VP
Mówię do Obamy nigga; VP
W Bałtyku sobie pływam; VP
Ruszamy z rapem w Rosję; Łada Music
Dodaj gazu troszkę; VP
Bierzemy was na hooki; VP
Oglądam sobie atomówki; VP
Wezmę jeszcze to; VP
Wszystko przemija, bo (bo!, bo!); Borys Jelcyn

[Hook: Beteo]
Wpadłem Ci w oko, mów mi Vladimir Putin
Masz na mnie oko, mów mi Vladimir Putin
Nie wywracaj oczami, ja to Vladimir Putin
Wszystkie oczy na mnie, ja to Vladimir Putin
Vladimir Putin, Vladimir Putin
Vladimir Putin, mów mi Vladimir Putin
Vladimir Putin, Vladimir Putin
Vladimir Putin, ja to Vladimir Putin

[Verse 3: Quebonafide]
Jedna miłość, świat jest mój; VP
Miłość do władzy, czyść mi buty; VP
Słychać strzały, 1:10; VP
Wiesz co trzymam w lesie, 
nie wiesz co trzymam w lesie...
Jestem unikatem; VP
Wiecznym jubilatem; VP
Mam urodziny co dnia, 
litość to zbrodnia
żywa pochodnia, mina pogodna; VP
Świat mam pod przyciskiem; VP
Będzie trzeba to nacisnę; VP
Gram z NATO w „Jeden z dziesięciu”; VP
Wybieram pana numer 3; Yanukovych


[Verse 4: TomB]
Urządzam sobie polowanie; VP
Cały świat biorę na klatę; VP
On dla mnie nie ma granic; VP
Jak ktoś tylko źle postawi,
wjadymy w suki
Nie lubię kurwa tych pedałów; VP
Z panczem chciałbym iść na zachód; VP
Stanów lękowych wieczne braki; VP
To mnie lękają się te Stany; VP
Mamy tu wszystkie klimaty; VP
Lecim na Kubę z rakietami; VP
Na pół Ukrainkę przeciąć; Salomon Putin
Chyba dawno nikt cię nie rżnął; Pussy Riot

Stalin non è newschool; VP
Come sopravvivere al cancro al cervello; VP
Chiamo Tusk “Tuskino, Tuskino”; VP
Vorresti avere la Merkel nel letto; VP
Faccio i concerti in Crimea; VP
Faccio qualche manovra, figliolo; VP
Non c’è un cazzo da ridere; VP
Poi in Estonia, l’after-party; VP
Lituania, sarai la mia patria; VP
Come ho fatto con l’Ucraina; VP
Ci sono andato per vodka, sesso e vodka; VP
Non colpisco col martello, ma con la falce; Vladimir Klitschko


Non è stata una cazzo di betulla; VP
Mi sento come sotto mefedrone; VP
Perché posso fare tutto, troia!; VP
Vladimir Putin, troia; VP
Chiamo Obama “nigga”; VP
Mi faccio una nuotata nel Baltico; VP
Entriamo col rap in russia; Łada Music
Dacci più gas; VP
Vi portiamo on the hooks; VP
Do un’occhiata a qualche atomica; VP
Prendo pure quella; VP
Tutto passa, perché (perché!, perché!); Boris Eltsin


Ti entro negli occhi, chiamami Vladimir Putin
Hai gli occhi su di me, chiamami Vladimir Putin
Non staccarmi gli occhi di dosso, questo è Vladimir Putin
Tutti gli occhi su di me, questo è Vladimir Putin
Vladimir Putin, chiamami Vladimir Putin
Vladimir Putin, questo è Vladimir Putin


Un solo amore, il mondo è mio; VP
Amore per il potere, puliscimi gli stivali; VP
Puoi sentire gli spari, 1 a 10; VP
Sai cosa nascondo nel bosco,
non lo sai cosa nascondo nel bosco...
Sono unico; VP
Un giubileo infinito; VP
Il compleanno tutti i giorni,
la pietà è un crimine
Una torcia umana, la faccia allegra; VP
Ho tutto il mondo sotto un pulsante; VP
Se mi costringerete, lo premerò; VP
Gioco a “Ne resterà solo uno” con la NATO; VP
Scelgo il signor numero 3; Janukovic


Vado un po’ a caccia; VP
Prendo tutto il mondo di petto; VP
Per me non ci sono confini; VP
Se qualcuno scommette male,
cacceremo quelle cagne
Non mi piacciono questi cazzo di froci; VP
Con una battuta vorrei andar in occidente; VP
Non sento mai stati d’ansia; VP
Sono gli Stati [Uniti] in ansia per me; VP
Qui abbiamo ogni tipo di clima; VP
Volo a Cuba con i missili; VP
Taglio l’ucraina a metà: Salomone Putin
Era da un pezzo che nessuno ti scopava; Pussy Riot

domenica 23 ottobre 2016

Sergio Romano, l’ambasciatore di Cacania

Ho deciso di raccogliere in una pagina tutti gli articoli dedicati al tema “Sergio Romano elogia Carlo Azeglio Ciampi”, perché non mi pareva il caso di dedicare così tanti post a un argomento del genere. Alla fine la storia si è conclusa bene, nel senso Sergio Romano ha smesso di parlarne (o per meglio dire io ho smesso di seguirlo, ma tant’è).

venerdì 21 ottobre 2016

Come rientrare nella categoria sociologica di “fondamentalista cattolico”

«I cani abbaiano, la carovana passa»
(proverbio arabo)

«Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai» (Fil 3, 2)

«God gives some Popes,
God tolerates some Popes
and God inflicts some Popes»
(Bob Dylan, attribuita)



In questi giorni si è fatto un gran parlare delle due inchieste sul “fondamentalismo cattolico” pubblicate a distanza di poche settimane da “La Nuova Europa” (Fondamentalismo cattolico, il panorama italiano, 27 settembre 2016) e da “La Stampa” (Quei cattolici contro Francesco che adorano Putin, 16 ottobre 2016).
I “fondamentalisti” chiamati in causa si sono sentiti offesi soprattutto da ’l modo: è parso, in effetti, poco corretto mascherare una lista di proscrizione dietro l’alibi dell’“Inchiesta Sociologica”. Risulta difficile non condividere tale indignazione, tanto più che uno degli estensori dell’articolo de “La Stampa” si è sentito in dovere di definire in altra sede tali “fondamentalisti” come «piccole pozze inquinate» che spandono «mediocri e meschini veleni» (precisando però che queste canaglie «non riescono neppure a sfiorare il grande fiume alimentato dallo Spirito Santo»).

Ora, i casi sono due: o queste non sono inchieste sociologiche, ma esortazioni “fraterne” (si fa per dire) a non contestare il Santo Padre, e allora in tal caso gli autori dovrebbero ribattere in maniera più puntuale alle obiezioni dei “dissidenti”; oppure sono inchieste sociologiche, e perciò non è ammissibile il tono moralistico e diffamatorio con cui gli studiosi maltrattano gli “aborigeni”.
Se questo è far sociologia, allora possiamo dire che il primo sociologo della storia fu Paolo IV, il pontefice che nel 1558 istituì l’Index librorum prohibitorum. Cerchiamo di esser seri: come si può anche lontanamente paragonare il fondamentalismo islamico con quello cattolico?
Come primo passo andrebbe almeno chiarito cosa s’intende classificare sotto tale ambigua etichetta. Manca infatti, in entrambe le “inchieste”, una definizione precisa del termine: l’articolista de “La Nuova Europa”, dopo aver appunto esordito con l’infelice parallelo tra fondamentalismo islamico e cattolico («A noi oggi può sembrare che il fondamentalismo per antonomasia sia quello […] islamico, mentre in varie forme e gradi […] è presente in tutte le religioni, come anche in tutte le confessioni cristiane»), allarga la categoria a quella di “fondamentalismo diffuso”, «un arcipelago di intellettuali, giornalisti e siti internet, di non grandi dimensioni, ma più largo e fluido di quelle istituzioni e maggiormente idoneo a creare contaminazioni culturali fuori dai suoi confini».
Questo “mucchio selvaggio” arriverebbe così a comprendere Roberto De Mattei («l’intellettuale di riferimento più importante e qualificato del “fondamentalismo diffuso”») e la casa editrice Fede & Cultura (rea di aver pubblicato il Catechismo di Pio X e dei testi di Ratzinger), il cardinal Burke e Sandro Magister, Antonio Socci e Giuliano Ferrara, e chi più ne ha più ne metta. In pratica, tutti quelli che «sviluppano una linea decisamente critica nei confronti di papa Francesco» sono suscettibili di rientrare nella categoria di “fondamentalisti”.

In realtà lo stesso redattore di questa lista nera, qualche giorno prima, aveva contribuito a confondere ancora di più le acque sulla natura della nuova categoria, intervistando un sociologo nella cornice del “Dossier Fondamentalismo” (La realtà del fondamentalismo cattolico, 13 settembre 2016), il quale aveva invece dichiarato che «nel mondo cattolico una versione assolutamente identica del fenomeno [scil. il fondamentalismo protestante] non è possibile, perché il cattolicesimo, a differenza del protestantesimo e dell’islam, non è una religione del libro […]. Quando sembra che la Chiesa si apra alla modernità, nasce una reazione, una rivendicazione del ritorno ai “fondamenti”. Solo che il fondamento in questo caso non è la Scrittura, ma la Tradizione».
Tale sociologo si è poi sentito in dovere di esporre il proprio concetto di “Tradizione”: «La Tradizione è un dato vivente e che cos’è la Tradizione oggi lo definiscono il Papa e i vescovi».


“Pontefice è chi decide sullo stato di eccezione”
Questa idea che “Tradizione” sia ciò che afferma il Papa pare tutt’altro che pacifica; per certi versi potremmo considerarla una “eresia conservatrice”. Come scrive il blog “Vigiliae Alexandrinae”, dal quale abbiamo tratto la definizione (The Ultramontanist’s Progress. Analisi di un’eresia conservatrice, 23 aprile 2014):
«Secondo la regola cattolica dell'evoluzione omogenea l’autorità, anche quella del Pontefice, non dovrebbe essere più che un’istanza declaratoria, quand’anche in senso evolutivo (dall’implicito all’esplicito), del contenuto oggettivo della Tradizione […]. Ciò considerato, risulta innovativa, e, alla luce degli sviluppi successivi, persino funesta, l’assenza del vincolo della Tradizione nell’Enciclica Mediator Dei di Pio XII, ossia la possibilità dell’idea che debba considerarsi tradizionale ogni forma liturgica soltanto in quanto approvata da un Pontefice. È a questo punto che emerge  la presenza, nella Chiesa degli anni Cinquanta e Sessanta, di una corrente che approfitta con una certa disinvoltura della lacuna della Mediator Dei e che [Alcuin] Reid definisce, in maniera del tutto azzeccata, “ultramontanista”. […] Il nuovo ultramontanismo si fa ogni volta più radicalmente sostenitore dell'autorità del Papa quanto più questa aumenta il proprio potere mutandosi in esso ed erodendo il fondamento della Tradizione, quanto più abbandona il “recinto di Pietro” e del papato esponendo la propria debolezza.
[…] Si assiste così a un’obbedienza che da razionale si fa occasionalista per diventare, infine, irrazionalista: “I tempi sono cambiati, l’ha detto il Papa!”. Del fatto che i vecchi nemici della sovranità pontificia siano oggi i più coerenti ultramontanisti, non c’è da stupirsi, proprio perché la svolta pastorale del Concilio Vaticano II allaccia l’ufficio petrino (non la sua intima essenza naturalmente) alla locomotiva hegeliana della storia, dell’economia e del progresso umano. Meno scontata appare invece la posizione dei conservatori odierni, il cui vasto spettacolo in Italia è notoriamente recitato da [omissis]».
Per parafrasare Carl Schmitt, gli “ultramontanisti” odierni sono quelli convinti che «Pontefice è chi decide sullo stato di eccezione». Da qui al Pietro II di Sergio Quinzio, che proclama solennemente «il dogma del fallimento del cristianesimo nella storia del mondo» (Mysterium iniquitatis, Adelphi, Milano, 1995, p. 86), il passo è breve.
Il Papa immaginario del teologo adelphiano è il più coerente interprete della contrapposizione tra Magistero e Tradizione: «La fede cristiana in sé non può conoscere alcun progresso storico, perché il cristianesimo fu veramente e pienamente tale nel suo inizio, soltanto in Gesù Cristo, e di lì in poi si è svolto allontanandosi dalle perfette origini» (p. 32). In tal modo Pietro II identifica nella tradizione «la secolarizzazione dell’annuncio cristiano» indotta «dal mancato compimento delle promesse e delle attese escatologiche presentate nel Nuovo Testamento come vicinissime a realizzarsi con il ritorno di Cristo» (p. 38).
In fondo anche tale forma mentis potrebbe tranquillamente essere classificata nella categoria di “fondamentalismo”, con la sola differenza che per essa non vale il Sola Scriptura o il Sola Traditio, ma il Sola Auctoritas (sóla con accento acuto, ovviamente).


Nemici del pueblo
È tuttavia l’articolo de “La Stampa” (il quale peraltro non fa che allungare la lista dei “fondamentalisti” già stilata in precedenza) ad aver dato il via a una querelle destinata a durare a lungo: non solo per la malvagia intrinseca dei “fondamentalisti” (le “piccole pozze inquinate” di cui parla uno dei due compilatori), ma anche per l’atteggiamento che denunciavamo all’inizio, ovvero l’ipocrisia di chi vuole camuffare un attacco bell’e buono dietro presunte finalità “scientifiche”. Sul banco degli imputati vengono infatti chiamati altri “dissidenti”:
«Ci sono le prese di distanza soft del giornale online “La Bussola quotidiana” e del mensile “Il Timone”, diretti da Riccardo Cascioli. C’è il quasi quotidiano rimprovero al Pontefice argentino messo in rete dal vaticanista emerito dell’“Espresso”, Sandro Magister. Ci sono i toni apocalittici e irridenti di Maria Guarini, animatrice del blog “Chiesa e Postconcilio”, fino ad arrivare alle critiche più dure dei gruppi ultratradizionalisti e sedevacantisti, quelli che ritengono non esserci stato più un Papa valido dopo Pio XII».
Anche al costo di ripeterci, osserviamo nuovamente che la stesura di una lista di proscrizione non dispensa dall’obbligo di specificare i motivi per cui essa è stata compilata (se non in tempi di totalitarismo); mentre un approccio sociologico implicherebbe sia una definizione la più icastica possibile delle categorie adottate (e non l’utilizzo di concetti “liquidi” e capziosi come quello di “fondamentalismo”) sia un atteggiamento di assoluta imparzialità e neutralità nei confronto del soggetto studiato.
Di conseguenza, molte delle reazioni degli “aborigeni” sembrano più che giustificate: non solo quelle espresse con la massima pacatezza, per esempio, da “AsiaNews” o da mons. Luigi Negri a “La Bussola Quotidiana” («Ogni affermazione chiara, esplicita, con una sua struttura logica è fondamentalismo?»), ma anche quelle più prorompenti, come la risposta del direttore di “Riscossa Cristiana”: «[Le] liste di proscrizione non entrano assolutamente nel merito delle critiche che vengono fatte a Bergoglio. […] Chi critica Bergoglio è cattivo. Punto e basta. Perché lo critica? Non importa. Basta scrivere che i critici sono cattivi e fondamentalisti, integralisti, lefebvriani, ultraconervatori, eccetera, e il gioco è fatto». Aggiungiamo che paradossalmente, proprio quest’ultimo pezzo offre più indicazioni “sociologiche” sul fondamentalista tipico che non le due pseudo-inchieste: «Bergoglio è personaggio da Scalfari e relativi ambienti radical-chic. Insomma, alla gran parte del popolo italiano, affaccendato principalmente nella quotidiana preoccupazione di sopravvivere, di Bergoglio, alla fin fine, non gliene importa più nulla. Basta vedere come vanno scemando le presenze a San Pietro la domenica».
In questo riconosciamo a “La Nuova Europa” una minima aderenza alla realtà quando descrive (purtroppo sempre in modo denigratorio e poco obiettivo) “l’interlocutore privilegiato” del fondamentalismo cattolico:
«Il mondo non progressista e di sensibilità popolare all’interno della Chiesa, che ha paura del crollo delle evidenze e cerca una difesa per farvi argine: i “buoni cattolici” più o meno praticanti decisi a difendere i valori morali, a cominciare dalla vita e dalla famiglia; i cattolici (o anche non cattolici) che vorrebbero difendere il crocefisso dalla mezzaluna; i cattolici (o anche non cattolici) che “va bene aiutare i poveri ma non esageriamo con l’ecologia e il populismo”. E poi quelli che hanno paura del gender, degli immigrati, dei ladri, e che si sentirebbero meglio se il papa guidasse una crociata in difesa dell’Occidente e dei suoi valori. Lungo queste derive si scivola facilmente in una posizione critica, se non proprio di contestazione, dell’attuale pontefice, che dà scandalo perché questa crociata non la guida, né la indice; anzi vuole incontrar e tutti con la temerarietà disarmata e “ingiusta” della Misericordia».
Alla fine, però, nessuno è riuscito a capire cosa fanno i catto-fondamentalisti (e soprattutto perché lo fanno), né da dove provengono e come sono distribuiti geograficamente, oppure qual è la loro idea di “tradizione”: sappiamo soltanto che sono pochissimi e non contano nulla, ma minacciano uno scisma e sono sostenuti da “ambienti di Hong Kong”, da “settori Usa” («Ricche fondazioni di conservatori alla Donald Trump»), dalla “destra europea” e, soprattutto, da Vladimir Putin. Questo è il “colpo di scena” che “La Stampa” offre ai suoi lettori, per bocca del sociologo già interpellato da “La Nuova Europa”: «Con il dissenso anti-Francesco collaborano fondazioni russe legatissime a Putin».


Figli di Putin
Questa è l’accusa che ha fatto saltare i nervi quasi a tutti: La spectre putiniana ha lanciato un’OPA sul fondamentalismo cattolico (per dirla in gergo giornalistico, così ci capiamo). È un’insinuazione che non penso meriti risposta, anche perché il fatto che un catto-fondamentalista sia innamorato o meno del Presidente russo non aggiunge o toglie nulla alle sue riserve nei confronti di Francesco (le quali, lo ripetiamo, non hanno ricevuto nessuna risposta, se non quella che «i tempi sono cambiati perché l’ha detto il Papa»).
Proprio in spregio alla vacuità di tali attacchi, le invettive che seguiranno saranno squisitamente personali, perciò chi vuole può tralasciare i tre capitoletti che seguono e saltare direttamente alle conclusioni (in tutti sensi).

Dicevamo: a mio parere, al giorno d’oggi Papa Francesco rappresenta uno dei migliori alleati di Putin. Me ne sono reso conto dopo un viaggio in Polonia, grazie al quale ho finalmente capito che quello che la maggior parte degli opinionisti italiani chiama “geopolitica” non è che un guazzabuglio di wishful thinking, doppiezza morale e feticismo per gli altrui dittatori.
Ora, se volessi usare gli standard dei sociologi di cui sopra, dovrei definire quasi l’intera popolazione polacca come “fondamentalista”, e non soltanto per questioni religiose: l’atteggiamento di Papa Francesco genera numerosi timori anche dal punto di vista politico. Mettevi nei panni di un polacco: cosa può pensare nel vedere quello stesso Papa che esprime giudizi francamente intollerabili nei suoi confronti (perché è “cattivo” verso gli immigrati), fare poi comunella con Putin?
Non è solo per campanilismo se all’ultima Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia i polacchi hanno finto che ci fosse ancora Giovanni Paolo II. Il fatto è che l’evidente indebolimento della Chiesa si riflette sullo scacchiere internazionale: mentre Putin viene considerato l’ultimo baluardo dei cristiani in Medio Oriente (e forse nel mondo), al contrario i polacchi (e gli ungheresi) sono dipinti, proprio “grazie” a Papa Francesco, come mostri di egoismo e intolleranza.
Questo mi sembra un argomento forte contro l’equazione “cattolico fondamentalista” = “pagato da Putin”. Del resto, sarebbe sbagliato negare che in certe frange di cattolici (ma non solo quelle anti-Bergoglio, anzi…) vi sia la tendenza a idolatrare il Presidente russo sempre e comunque. Infatti questo sarebbe stato un argomento interessante, se affrontato in maniera più degna: ma a quanto pare un certo tipo di “sociologia” funziona solo a suon di illazioni.
Allora, volendo giocare sullo stesso terreno, potremmo insinuare che a una parte del mondo ortodosso legata a Putin non dispiace affatto il “suicidio” messo in atto dalla Chiesa cattolica, considerando le opportunità che esso apre nell’Europa Orientale. Alcuni polacchi, poi, hanno ancora ben presente il ruolo che ebbero i servizi sovietici nel favorire certe “aperture” vaticane (senza rivangare, ricordiamo solo il movimento Pax).

Un Papa lituano
Una volta mi trovai a conversare con un gruppo di lituane: per piaggeria dissi che un giorno mi sarebbe piaciuto vedere uno dei loro salire al soglio pontificio. Purtroppo mi spiegai male (il lituano è difficile) e loro invece capirono che volessi sostenere che Giovanni Paolo II fosse lituano…
“Ma noooo, era polacco, anche se noi lituani e polacchi siamo due popoli fratelli, una volta eravamo uno stesso Paese, noi a scuola studiamo le poesie di Mickiewicz, ecc…”
“No, io intendevo dire che mi piacerebbe in futuro vedere un Papa lituano!”
“Ooohhh, labai ačiū!”.
Le lituane sono donne amabili e cordiali, dai lineamenti delicati e dall’aspetto gradevole: è facile innamorarsene, lo sappiamo. Però ci si può innamorare anche di un Papa lituano (perché no, chi siamo noi per giudicare?). Riuscite a immaginarlo, un Papa stile Charles Bronson (che tra l’altro era proprio di origine lituana)? Putin potrebbe portare i rubli con la carriola che nessun “fondamentalista” li accetterebbe.
Questo è il punto: un’autorità che si basa solo su se stessa finisce per girare in tondo a mordersi la coda. Soltanto il Signore può dire: “Io sono colui che sono”; sulle labbra di un essere umano (sia pure un Pontefice) queste parole divine si trasformano nel noto adagio belliano: «Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo».
Quindi invece di immaginare chissà quali trame nere, rosse o russe, cerchiamo anche capire il bisogno di certi cattolici: è davvero colpa loro? Sono solo “pozze inquinate”? Mi domando quale fedele di qualsiasi altra religione sarebbe in grado di reggere il numero di “rivoluzioni” che i cattolici hanno dovuto sopportare negli ultimi decenni. È chiaro che dopo anni di “teologia col martello”, uno comincia ad avere allucinazioni (Charles Bronson vestito di bianco…?).

Mamma li turchi!
Visto che abbiamo messo di mezzo Putin, allora parliamo anche di Erdoğan: se voi foste turchi, avreste assaggiato da tempo la “misericordia” di Papa Francesco. Paradossalmente invece molti “fondamentalisti” hanno plaudito al suo ingiustificabile Kulturkampf contro Ankara (anche per la putinolatria di cui sopra e un certo lepantismo di ritorno).
Però nessun neopapista ha ancora spiegato i motivi per cui Bergoglio abbia voluto seminare zizzania da quelle parti: per quanto mi riguarda, credo di aver scritto già abbastanza sull’argomento, ma finora non mi sono mai permesso di criticare il Papa (anzi, semmai ho tentato più volte di giustificare le sue così poco caritatevoli sparate). Adesso però volano gli stracci, e dunque mi sembra l’occasione adatta per riportare le parole che mi scrisse un amico (tutt’altro che filo-turco), dopo il tentato golpe del luglio scorso: «Sbaglio, forse, a pensare di aver capito dove ha trovato il coraggio Bergoglio di condannare così duramente, ed esplicitamente (lui che fa dell’implicito il suo verbo) il genocidio armeno?».
Rendiamoci conto a quali conseguenze può portare questo “decisionismo” (alcune volte modulato su veri e propri “colpi di testa”): da una parte c’è uno dei conflitti assurdi del dopoguerra, quello tra Azerbaijan e Armenia; dall’altra, la questione del “genocidio” che finalmente era sulla via di risoluzione grazie a Erdoğan, ma che anche a causa dell’intervento del pontefice è diventata motivo di discordia invece che di conciliazione.
«Dai loro frutti li riconoscerete», diceva Qualcuno…

Conclusione
Recentemente mi è capitato di parlare con un terziario francescano molto carismatico, un ultrasettantenne meridionale dall’eloquio accattivante, simile nell’aspetto a un incrocio tra Gurdjieff e Nino Manfredi. Costui mi ha rivelato verità sconvolgenti sul cristianesimo: Gesù, San Giacomo e la Maddalena erano fratelli, e a Santiago di Compostela ci sarebbero i documenti che lo dimostrano. O qualcosa del genere, perché devo ammettere che, nonostante la sua fervente oratoria, non sono riuscito a seguire tutto il discorso. Ovviamente ho rinunciato al primo istante a ribattere, tuttavia alla fine ho voluto porgli una domanda provocatoria: «Dato che lei ha delle idee molto “eterodosse”, di sicuro sarà entusiasta del Papa Francesco, è vero?». La sua risposta, sempre in tono magniloquente, mi ha spiazzato: «Non mi piace affatto perché, come dico sempre, è facile parlare ma difficile è il fare».
Ora, ecco cosa dovrebbe realmente preoccupare: il fatto che Bergoglio, a ben vedere, non piace proprio a tutti, anzi… «Quelli che hanno paura del gender, degli immigrati, dei ladri», per usare la sgradevole formula con cui in uno degli articoli si descrivono i “fondamentalisti”, in realtà cominciano a essere tanti. Troppi, dal mio punto di vista. Sarebbe forse necessario fare un’inchiesta sul numero di persone che hanno smesso di andare a messa negli ultimi tre anni: piazze piene, chiese vuote? Chissà…

giovedì 20 ottobre 2016

Svizzerofobia

«Mi fecero attraversare il paese, senza rivolgermi una sola parola, senza guardarmi in faccia; senza dare importanza di capire se fossi uomo o una bestia. Vivevo un incubo che non potrò dimenticare. In corpo non avevo che odio smisurato verso i governanti, verso i ricchi che mi avevano sbattuto fuori di casa.
Mentr’ero così teso, una voce da maiale mi scosse.
“Scendere” mi disse.
La macchina si era fermata davanti a una baracca in mezzo a un campo e non molto lontano dalla baracca c’erano un gruppo di edifici in costruzione. Vidi tutto questo confusamente.
Scesi, un poco esitante, dato che il mio pensiero dominante da Chiasso in poi era di fare dietrofront. Non mi ci potevo adattare ad un mondo così coperto di neve tra gente priva di pietà, di quella pietà di cui noi uomini del Sud sovrabbondiamo. Per noi è sconvolgete incontrare gente che non ti guardi negli occhi, che non ti faccia un sorriso, che non ti rivolga la parola, che non ami discorrere con te, che non ti offra qualcosa, che si rifiuti di ricevere da te un qualche dono. Nonostante il nostro disagio economico noi siamo ancora degli uomini. Non delle statue di legno con occhi e gambe.
“Schnell, schnell, svelto!” mi scosse la stessa voce sgradevole.
Guardai l’uomo, ma non vidi un viso, non scorsi degli occhi. Ne sentivo, stranamente, solo la voce, scorgevo solo la sua sagoma. Altro di lui non vedevo. Scesi, presi il mio sacco e la scatola di cartone zeppi di pane biscottato e stracci vecchi. Il freddo era così forte che battevo i denti, le ossa mi si erano sciolte.
Qualcuno si fece sulla soglia della porta della baracca e parlando all’interno disse: “È arrivato un altro saraceno”. Lo disse in siciliano. Quel parlato mi confortò. Trovavo dei miei uguali.
“Komm, schnell… venire” mi disse l’uomo di cui ancora non riuscivo a vedere il viso. Scorgevo solo un’ombra davanti a me e sentivo una vociaccia. Basta.
Entrammo nella baracca. L’uomo disse con tono perentorio.
“Letto per dormire anche lui. Dove?”.
“Questo, è libero” disse il siciliano di poco prima. Indicò il letto in basso in una celletta di 3 x 2 con tre letti a castello.
C’era odore di piscio. C’era odore di fagioli, di cavoli; c’era odore acre di sudicio, di puzza di piedi e di rinchiuso. In compenso l’ambiente era caldo. Avevo smesso di battere i denti. Vedevo più chiaro davanti a me.
“Bene” disse la voce dell’uomo che mi aveva accompagnato in macchina. Lo guardai, cominciai a vedere, ma in modo confuso, i tratti del suo viso.
Mi colpirono i suoi occhi azzurri. Di un azzurro smorto, acquoso. Come di pesce morto da diversi giorni.
“Occorre occupare posto” continuò con la sua voce senza calore, come se uscisse da una statua di ghiaccio. “Coperta necessaria è, questo è, questo è” e toccò lenzuola e cuscino. “Tutto trovarsi bene suo posto. Qui dormire. Domani lavoro cominciare ore, non dopo” mi disse e mi piantò sette dita aperte davanti alla faccia. Dissi che avevo capito, muovendo la testa, mentre non mi riusciva di staccare lo sguardo dai suoi occhi così acquosi. Il suo viso continuavo a non vederlo distintamente.
L’uomo andò via subito; e io respirai a mio agio. Come quando in un brutto sogno si ha l’impressione di essere schiacciati da un corpo e ci si sveglia e si prova sollievo» 
(Saverio Strati, Noi lazzaroni, Mondadori, Milano, 1970, p. 141)

domenica 16 ottobre 2016

Laoshu ha avuto un ictus

Per chi non lo conoscesse, Moses McCormick (nome d’arte “Laoshu”) è un afroamericano che negli ultimi quindici anni si è messo a studiare una cinquantina lingue, raggiungendo risultati degni di nota soprattutto nel campo degli idiomi asiatici (cinese mandarino, cantonese, giapponese, coreano, vietnamita…).
Per mantenersi ha messo in piedi anche a sort of business attraverso il quale vende corsi incentrati sul suo metodo, che promuove in maniera piuttosto spettacolare (per esempio recandosi nei supermercati con una telecamera nascosta e approcciando ogni straniero in cui si imbatte).
Ha fatto anche un video in italiano, anche se le uniche volte in cui l’ho visto parlare nella nostra lingua “dal vivo” è stato con dei somali di mezza età (la città in cui vive, Columbus in Ohio, ospita una delle più grandi comunità degli Stati Uniti), a testimonianza che almeno fino a una generazione fa l’italofonia a Mogadiscio era ancora tenuta in considerazione.


Solitamente non guardo mai i video personali, ma oggi sono rimasto colpito da un titolo, “My Stroke Anniversary And Consistant Gains”, e non ho potuto fare a meno di cliccare: così ho scoperto che un anno fa Moses McCormick, un trentaquattrenne altro due metri e magro come uno stecco, ha avuto un ictus! È vero che è sposato, ha due figlie piccole (più una terza in arrivo, mi pare di aver capito), ma com’è potuto accader?
Sono risalito al video precedente (“The Story Of My Life”), pubblicato il 17 settembre 2015 (singolare il fatto che lui invece affermi di aver avuto il colpo l’11 ottobre e non il 12 settembre, forse è ancora un po’ confuso) e dai commenti è venuto fuori che si è trattato tecnicamente di Transient Ischemic Attack (“Attacco ischemico transitorio”), dunque una specie di ictus meno aggressivo (un “mini-stroke”), che però ha stupito i medici per essersi verificato in un paziente apparentemente sanissimo («I underwent several test and they insist that everything is normal and I’m healthy»).

Subito la paranoia ha iniziato a serpeggiare tra i seguaci: non è che troppe lingue mandano in pappa il cervello? Qualcuno ha provato a scherzare («I think you finally did it. You filled your brain to capacity with these languages Moses! They're trying to bust out»), ma in generale ha prevalso l’apprensione, sia per le condizioni di Moses (che subito dopo l’attacco ammetteva di avere problemi a parlare e a usare il suo braccio destro), sia per la possibilità che stesse emergendo una nuova malattia, il mal del poliglotta. Un utente ha consigliato a tutti gli appassionati di lingue di prestare massima attenzione agli stress symptoms, ricordando come anche lui dopo aver studiato per settimane russo, tedesco e italiano fosse stato sopraffatto dal mal di testa, dall’impossibilità di concentrazione e da un malessere generale, decidendo alla fine di studiare solo il russo e dedicare all’italiano il fine settimana.
Degno di nota anche il commento di Richard Simcott, un altro “iperpoliglotta” abbastanza noto nel web:


Dopo un anno, sembra che il Nostro si sia ripreso alla perfezione (non si riesce nemmeno a concepire la tragedia di “perdere” decine di lingue a causa di un danno cerebrale), e sia anche prodigo di consigli: «Quando passate i trent’anni, dovete avere più cura di voi stessi, mangiare sano, fare esercizio, perché il vostro corpo diventa sempre più fragile…».
Forse è venuto il momento di diventare suo seguaci anche in questo.

Le roi est mort (in thailandese)

L’Ambasciata italiana di Bangkok in occasione della morte «dell’amatissimo Re di Thailandia», Bhumibol Adulyadej, venuto a mancare il 13 ottobre, ha raccomandato a residenti e viaggiatori «generale cautela e osservanza dei divieti di ordine pubblico che dovessero essere emessi; massimo rispetto per i sentimenti del popolo thailandese; un abbigliamento consono al particolare momento; pazienza ed educazione in caso di chiusura di siti di interesse turistico; evitare fotografie, video e selfies in occasione delle manifestazioni di lutto», ricordando infine che «in Thailandia è in vigore la Legge sulla Lesa Maestà».
Le bacheche Facebook di alcuni dei miei contatti, i cui profili virtuali (e non solo) penso rimarranno listati a lutto per lungo tempo, non mi hanno però fatto tornare la voglia di riprendere in mano il thailandese. Stiamo parlando, per chiarirci, di questo:

ขอพระองค์ ทรงพระเจริญ
[Kon-pra-hon son-pra-ja-ren]
(“Lunga vita a Sua Maestà”)
Chi non ha mai approcciato questa lingua difficilmente può immaginare quanto sia complessa (ovviamente sto parlando di chi utilizza metodi convenzionali): il fatto che i thailandesi non utilizzino la punteggiatura rende ancora più complicata l’interpretazione, poiché alcuni caratteri cambiano senso e suono a seconda delle combinazioni (tuttavia, nonostante sia generalmente riconosciuto che l’alfabeto thailandese sia il più difficile del mondo, qualcuno sostiene che il tibetano sia ancora più difficile).

Condividendo quindi l’appello dei diplomatici, non posso però fare a meno di segnalare uno dei sistemi migliori (trovato su YouTube) per imparare almeno i caratteri, che forse suonerà irrispettoso (tanto qui in Italia la lesa maestà vale solo per l’Imperatore di Cacania e i suoi accoliti).


Il metodo utilizza i classici trucchi mnemonici, come quello dell’associazione con immagini insolite e colorite, forse abusando un po’ di certi stereotipi della fantasia occidentale (come i famosi rappresentanti del “terzo genere”).

Chi preferisse qualcosa di meno esuberante, senza risalire al Dictionarium Linguae Thai. Sive Siamensis. Interpretatione Latina, Gallica et Anglica (1854), può sempre rifarsi all’ottima introduzione interattiva curata da Gianni Maiani.

Non che sia una necessità impellente imparare il thailandese, ma questo Paese è incredibilmente sottovalutato dalle nostre parti, essendo entrato nell’immaginario appunto come luogo di perdizione. Questa cosa mi ha fatto sempre sorridere: uno scapolo non può farsi un viaggio in Thailandia, magari solo per convincersi che il “patrimonio culturale mondiale” non è situato esclusivamente in Italia; deve essere per forza un maniaco sessuale che non vede l’ora di sputtanarsi (è proprio il caso di dirlo) tutti i risparmi in “massaggi”.

Mi diverte perché in realtà l’offerta di deboscia a Bangkok è di molto inferiore a quella, per esempio, di Zurigo o Berlino: pensiamo al fatto che, per dirne una, le leggi thailandesi prevedono la pena di morte per il traffico di stupefacenti, mentre nelle città del Nord Europa puoi comprare praticamente qualsiasi cosa (sesso, droga, surrogati del rock&roll) senza risvolti giudiziari. Tuttavia nessun quarantenne sfigato che dicesse “Amici, vado in Isvizzera”, susciterebbe il minimo sospetto: andrà sicuramente a fare passeggiate in montagna e degustazioni di piatti tipici… e in effetti poi va a fare proprio quello! (Ecco il segreto: concederti tutto per farti passare la voglia).

Meglio comunque tagliar corto su tale argomento, perché nei periodi di interregno i nervi sono notoriamente tesi. Del resto, i thailandesi che ho conosciuto mi sono sempre sembrati profondamente devoti al Re e al Buddha. Sarà che in genere io attiro soprattutto un certo tipo di personalità bigotta e retriva; infatti alla fine l’unica frase che mi si è impressa nella mente in thailandese è “A che ora inizia la cerimonia?” (ทำพิธีกี่โมงครับ), che può essere utilizzato per qualsiasi tipo di rito. Sì, meglio chiuderla qui con una bella foto del Papa e del Re (erano tempi più semplici, in cui i pontifices si limitavano a costruire ponti tra l’uomo e Dio):

sabato 15 ottobre 2016

What We Talk About When We Talk About Pussy

I’m not particularly pleased with the quality of my remarks in English on this blog. I feel too much self-consciousness when I write in inglese, and the fact that this same expression has two meanings (“consciousness of oneself” and “shyness”) leads me to think that English language demands a certain nimbleness, which also compensates for the relative ease of its grammar.

But the fact of the matter is, this kind of “fluency” flows and streams from the silliest things on which we have been building our skills (like bad rap songs and stuff). While I’m writing these lines, I’m realizing that since I was a child, English has been, symbolically, the language of spare time. So I can’t think about it only in a “playful” dimension, if I may say so. Maybe it’s not by chance that I’ve never worked in an English-speaking work environment (normally, I use English only to simplify communication with non-native speakers – but that sounds like a kind of game too, I think).

And for that, I have to admit that I like to swear in English, because it seems a funny way to fill grammatical gaps (in addition, I can be vulgar without the burden of shyness). Moreover, I think that English speakers use bad words in a more vivid and stringent manner (icastico, we say). But probably that happens not only because we’ve been “americanised” through cheap movies’ ribaldry.

Actually, I have a theory about that. In order to illustrated it, let’s look at the so-called So many pussies’ case, when Russian Foreign Minister Sergey Lavrov during a CNN interview told host Christiane Amanpour that “there are so many pussies around the presidential campaign on both sides that I prefer not to comment about this”.


This Lavrov, he’s a good guy: “English is not my mother tongue, I don’t know that I would sound decent”. Well, my “theory” is that non-native speakers don’t “feel” the seriousness of a bad word in another language. Besides the Russian Foreign Minister, there are thousands of examples, but here you are one of the most meaningful: a few years ago a Greek love song, Πουτάνα στην Ψυχή [”A whore in the soul”], has been highly successful on the charts.  I think you’ll agree it’s not nice to use the word whore in a love ballad, but either way it worked. The reason is simple: Πουτάνα is a loanword from Italian Puttana, so in the end Greek people don’t take it seriously, even if the expressions share the same meaning. 
Indeed language is a harmonious and organic phenomenon, thus sound is the essential element. I guess that's why Shakespeare invented so many insults for his masterpieces...

But there’s still a difficulty. We can see how in this case the word “pussy” provokes an immediate burst of laughter by the interviewer:



On the other hand, presidential candidate Donald Trump’s weird statement about “Grab ’em by the pussy” (referred to women) hasn’t caused the same hilarity, I guess. Probably this is the result of an unique combination between a low voice, a foreign accent and, more generally, gravity (?).
By the way, when we ran into that phrase echoing all over the world, we weren’t able to hold back laughter. If we were Americans, this probably would have shocked us. But there are so many pussies, that you can't sound decent anymore (and then you ask me why I’m not pleased with my English posts...).

L’ultima forma possibile di carità (Sergio Quinzio)


Il teologo Sergio Quinzio sul “Corriere della Sera” del 13 dicembre 1993:
Il “suicidio sessuale”, l’ultima forma possibile di carità 
Il nostro tempo è quello del conclamato trionfo dell’uomo “scientifico” ed “economico”, che calcola razionalmente le sue scelte in funzione dei vantaggi da conseguire. È tragicamente “giusto” che sia anche – paradossalmente, dialetticamente – il tempo della più assoluta negazione del carattere ragionevolmente utilitaristico delle nostre scelte. Molti fatti stanno lì a provarlo, ma la notizia che ci giunge adesso da San Francisco, la capitale gay d’America, lo dimostra con macabra evidenza. Non sappiamo, o almeno non sappiamo ancora, guarire l’Aids, ma sappiamo che l’uso del preservativo nei rapporti sessuali – e in particolare omosessuali – sarebbe un freno al dilagare di un’infezione talmente grave e diffusa da minacciare il futuro dell’umanità. Il rimedio, a quel che sembra, è efficace nella quasi totalità dei casi per impedire il contagio; e per giunta è un rimedio semplice da applicare, di basso costo, autorevolmente raccomandato e ampiamente pubblicizzato. La strada indicata è dunque chiara e facile, ma pare che una buona parte dei gay di San Francisco (almeno un terzo del totale) non la percorrano. Perché? Per una ragione del tutto opposta a quella prevedibile, e cioè non per mancanza di informazioni e di educazione. Si rifiutano, al contrario, proprio di percorrere quella strada dopo averla sperimentata, e con consistenti benefici. Perché, dunque? Gli esperti spiegano che la causa è soprattutto psicologica, perché gli omosessuali di San Francisco non riescono più a sostenere lo spettacolo delle sofferenze e delle morti che comunque li circonda e li minaccia. Allora tanto vale prevenire il destino, abbandonarsi ad esso. Si parla di “suicidi sessuali”. Contro quello che si proclama a gran voce alla luce del giorno, la realtà più segreta è che, nelle nostre tenebre, attrae ormai, più del piacere sessuale, la morte. Dopo aver razionalmente respinto il più possibile lontano da noi la morte, è, naturalmente, con la morte, invano nascosta ed esorcizzata, che alla fine dobbiamo confrontarci. Lo fanno i gay americani sfidando “eroicamente” quello che era l’ultimo tabù, ormai del resto cinicamente sfidato facendo rientrare nella logica dei consumi anche il commercio dei morti. Ma il più strano e incredibile, per i nostri criteri consueti, è il fatto che la morte finisca per acquistare quel significato positivo che la vita ha largamente perduto. Fra gli omosessuali di San Francisco, darsi a vicenda la morte è l’ultima forma possibile di solidarietà. O vogliamo dire senz’altro di carità?

giovedì 13 ottobre 2016

Il giullare di frodo


Lasciando da parte le solite banalità, che tanto potrete già leggere per ogni dove, vorrei ricordare Dario Fo attraverso uno dei contributi più intelligenti (e forse proprio per questo ignoto ai più) all’interpretazione dell’opera e del personaggio: il saggio di Carlo SusaIl giullare di frodo. Medioevo, cultura popolare e teatro politico nel Mistero Buffo di Dario Fo” (in A. Cascetta – L. Peja, La prova del Nove: scritture per la scena e temi epocali nel secondo Novecento, Vita & Pensiero, Milano, 2005, pp. 175-216).

È una lettura che, pur non risparmiando critiche all’artista, dimostra tutto sommato che egli fu più sintomo che causa della spaccatura tra cultura “alta” e “bassa” nel nostro Paese, e che di conseguenza nemmeno la sua attività teatrale, seppur orientata alla risoluzione dell’aporia (in senso politico con la manipolazione della “cultura del corpo” attraverso le categorie gramsciane di “egemonia” e “subalternità”, e in senso culturale col “carnevalesco” del Bachtin) riuscì nell’intento.
Se tuttavia Fo diede l’impressione di poter essere al contempo popolare e “alto”, ciò fu dovuto quasi esclusivamente alle sue straordinarie capacità individuali: tanto è vero che – per fare un esempio fra tanti – già all’epoca della messa in scena del Mistero Buffo, gli stilemi brechtiani passarono immediatamente in secondo piano rispetto al “corpo” (lato sensu) dell’attore. Come scrive infatti Susa: «Nel modello brechtiano di teatro epico, dovrebbero essere le parti introduttive – “stranianti” per il loro valore critico e razionale – a dare valore a Mistero buffo; in realtà, è accaduto l’esatto contrario: le tecniche della narrazione orale che, inizialmente, venivano utilizzate per far “rivivere” pezzi teatrali di un passato lontano, hanno via via contaminato e ravvivato i momenti teorici, al punto che, in molti casi […] il confine tra momenti teatrali e meta-teatrali non esiste» (allo spettatore attuale servirebbe quindi una didascalia per spiegare le didascalie…).

Non è l’unico paradosso sul quale Fo ha costruito la sua fortuna. Partendo dagli studi di Aron Gurevič, il quale ribalta la prospettiva bachtiniana dimostrando che «la categoria del grottesco medievale [è] il frutto non della cultura di un’unica classe, quella popolare, ma del dialogo tra cultura agraria e teologia cristiana promosso dalla Chiesa nell’ambito della sua straordinaria opera di evangelizzazione della masse contadine», il Susa riesce addirittura a dimostrare che il “giullare Dario Fo”, a prescindere dalle idee propugnate, promosse inconsapevolmente «un modello culturale pre-moderno e anti-progressista, di carattere sostanzialmente cristiano».
Sempre seguendo Gurevič, Susa osserva anche che «le due culture distinte e contrapposte probabilmente esistevano nell’Unione Sovietica di Bachtin, in cui era presenta una cultura ufficiale di partito, autoreferenziale, e una cultura “reale” legata alle tradizioni popolare e alla vita di tutti i giorni».

La carica “rivoluzionaria” del teatro di Fo, contro i suoi stessi intenti, sta quindi tutta nel recupero e nella reinvenzione di motivi storico-culturali (il popolaresco, l’oralità, la corporeità, l’“intento catechetico” della moralità medievale) che andavano perdendosi nella contemporaneità italiana (ed europea, se consideriamo che all’assegnazione del premio Nobel contribuì anche la fortuna internazionale delle sue opere).
È probabile che solo in questo i posteri riconosceranno la grandezza dell’autore, indipendentemente dalle ideologie e dalle appartenenze politiche (a dimostrazione che anche la cultura egemone del momento, quella che abbandona i suoi “venerati maestri” un attimo dopo il decesso, rispetta il principio dell’ars longa vita brevis).

mercoledì 12 ottobre 2016

La Svizzera ha un forte esercito

La Svizzera ha un forte esercito
(Giuseppe Biscossa, “Meridiano 12”, Marzo 1966, anno 114, n. 1411, pp. 53-59)

La Svizzera ha messo a guardia delle sue frontiere e delle Alpi un esercito modernissimo. I suoi cittadini sono tutti addestrati in un modo razionale a difendere con le armi la loro neutralità.
“Perché gli Svizzeri, che sono neutrali e che da secoli non hanno guerre, tengono i piedi un Esercito e vi spendono somme enormi?”.
La risposta è facile: “Gli Svizzeri sono neutrali e non hanno conosciuto le due guerre mondiali proprio perché hanno un Esercito bene armato e sanno fare, in tempo di pace, sacrifici finanziari molto grossi e pesanti per tenerlo sempre in efficienza”.
Qualcuno dice che è un pia illusioni patriottarda. “Se il Kaiser avesse voluto…, se Hitler avesse voluto…, se oggi i Russi volessero…”.
Tutte cose vere: ma non pensa che a far volere o non volere interviene quasi sempre la domanda: “Vale la pena?”.
Gli Svizzeri mantengono e potenziano il loro Esercito proprio perché “non valga la pena” di passare per il loro territorio, per scoraggiare un eventuale aggressore che volesse invadere la Confederazione elvetica. 
Esercito di milizie 
La storia militare degli Svizzeri comincia assai prima dei mercenari. Sono ricordi di vittorie che vengono tenuti vivi come glorie nazionali (proprio alla fine dell’anno scorso venne celebrato il 650° anniversario della battaglia del Morgarten in cui i montanari del primo nucleo della Svizzera sconfissero le forze d’Austria).
L’odierno Esercito svizzero ha come data di nascita il 1848, allorché le competenze per la difesa militare del Paese passarono dai Cantoni alla Confederazione.
Da quel momento andò formandosi l’Esercito di milizie – com’è chiamato in Svizzera – che rappresenta uno dei più interessanti e riusciti esempi d’integrazione fra vita borghese e vita militare.
Il cittadino svizzero si porta a casa, con l’uniforme, lo zaino, il fucile e – da quando nella seconda guerra mondiale i Tedeschi lanciarono i primi paracadutisti – una certa scorta di munizioni.
Inoltre, per essere dichiarati abili al servizio militare, gli Svizzeri vengono sottoposti non soltanto a un esame medico, ma anche a una prova di ginnastica.
L’esame medico è quello che è: il dottore militare giudica a seconda della sua scienza e dei suoi strumenti d’indagine. Contro il suo verdetto, niente da fare.
Ma la prova di ginnastica è un’altra cosa: bisogna volerla superare. Difatti ci sono maestri privati di ginnastica che fanno fior di soldi, insegnando ai giovani il modo di essere promossi a quell’esame, in cui sarebbe tanto facile fingere di non riuscire.
Indubbiamente, ciò in parte dipende dal fatto che il soldato svizzero non ha sofferto gli orrori di due guerre mondiali, ma non solo da ciò.
Il militesente in Svizzera non solo non è ricercato (perché in generale il termine si collega all’idea di malato), ma molto spesso non ci tiene nemmeno lui a essere individuato. Il servizio armato della Patria, cioè la difesa della libertà, della pace e del benessere, è considerato un indispensabile elemento di compiutezza per un uomo: una ragazza elvetica difficilmente si sceglie il proprio fidanzato tra l’esigua percentuale di scartati alle visite di reclutamento. L’aver assolto con lode il servizio militare è una condizIone indispensabile per venire assunti a posti pubblici e anche a molti impieghi privati. 
“Naia” in pillole 
Il servizio militare svizzero è sistemato in modo che, oltre a essere più razionale ai fini bellici in un tempo in cui le armi cambiano – si può dire – di mese in mese, evita la frattura nella vita normale provocata dalle lunghe ferme di 18, 24 e anche più mesi.
L’Esercito (con questo nome s’intendono le Forze Armate in generale, cioè anche l’Aviazione, non essendoci la Marina) è suddiviso in due grandi settori: quello didattico e quello funzionale.
Il settore didattico è rappresentato dalle Scuole: Scuole Reclute, Scuole Sottufficialì, Scuole Ufficiali. Il settore funzionale è costituito delle unità d’incorporazione.
Ecco ciò che capita al cittadino ventenne che viene dichiarato abile al servizio militare.
Fa 17 settimane in una Scuola Reclute. Poi, se non gli vengono individuate attitudini per fare il sottufficiale o l’ufficiale, torna a casa. Naturalmente torna a casa con la sua uniforme con lo zaino, con il suo fucile d’assalto (assai simile a quello in corso d’introduzione nei reparti della NATO: pesa circa 5 chili e ha un caricature di 24 colpi da sparare isolatamente o a raffica una portata sino a 500-600 metri, e la possibilità di lanciare bombe anticarro, fumogene e dirompenti) e con una certa quantità di munizioni.
Durante periodo in cui rimane nell’Attiva (dai 20 ai 32 anni compresi) è chiamato per otto volte – cioè, in media. circa ogni anno e mezzo – a corsi di ripetizione di tre settimane l’uno, che hanno lo scopo di tenerlo agile fisicamente, preparato alle asprezze della vita in grigioverde e nello stesso tempo aggiornato sulle nuove tecniche di guerra.
Giunto al 33° anno dì età, il milite entra nella Landwehr, cioè nelle formazioni territoriali con carattere statico; lì compie in dieci anni cinque corsi di ripetizione simili, anche se meno esigenti, a quelli dell’Attiva.
A 43 anni viene passato nel Landsturm, dove rimane sino al congedo assoluto ora portato a cinquant’anni (per gli Ufficiali, a 55): ha mansioni di guardia locale, impiegata sul posto di residenza, a collaborazione con le autorità civili.
Gli Svizzeri prendono la “naia” a pillole? In certo qual senso, sì: ma sia la Scuola Reclute di 4 mesi, sia i corsi di ripetizione di tre settimane, sono davvero (lo posso assicurare per aver seguito come giornalista alcune manovre e per avere congiunti e amici che li hanno compiuti e li compiono) pillole concentrate. Indubbiamente, il servizio militare svizzero è tra i più duri nell’Europa occidentale. 
Ufficiali della “gavetta” 
Ecco ora il caso del milite prescelto per la “carriera”.
Fra gli elementi che determinano questa scelta, il titolo scolastico non è determinante. La scelta è fatta in base a un complesso di attitudini militari tra le quali contano le doti che solitamente si dicono “umane”.
La scelta per l’eventuale nomina a caporale (che in Svizzera è già un sottufficiale) è fatta durante la Scuola Reclute. Il candidato frequenta una Scuola Sottufficiali della durata di quattro settimane. Se è promosso, paga i galloni, comandando un reparto durante una Scuola Reclute.
Se le sue qualità di capo sono spiccate, viene inviato a una Scuola Ufficiali, dove rimane per quattro mesi, uscendone con il grado di Tenente. (I gradi degli Ufficiali dell’Esercito svizzero sono: 1. Tenente, pari al Sottotenente in Italia; 2. Primo Tenente, analogo al Tenente in Italia; 3. Capitano; 4. Maggiore; 5. Tenente Colonnello; 6. Colonnello; 7. Colonnello Brigadiere; 8. Colonnello Divisionario; 9. Comandante di Corpo. Il Generale, in caso di mobilitazione di guerra, è uno solo, Comandante supremo delle Forze Armate, ed è nominato dall’Assemblea Federale, cioè dai due rami del Parlamento uniti).
Dopo la Scuola, il neoufficiale paga i galloni, comandando una sezione in una Scuola Reclute.
Non esistono militari in Servizio Permanente, salvo un ristrettissimo gruppo di Ufficiali istruttori, che però, come ogni altro Ufficiale svizzero, provengono dalla gavetta, anche se poi fanno periodi di specializzazione e di perfezionamento al Politecnico di Zurigo e presso Accademie e Scuole di guerra straniere, tra cui quella italiana di Civitavecchia. 
Il terreno e le armi 
L’Esercito svizzero è organizzato esclusivamente per la difesa dei settori geografici in cui è diviso il territorio nazionale: le Alpi, l’Altopiano e il Giura. Nel primo settore l’Esercito ha unità atte a una guerra di montagna, che può essere condotta con mezzi motorizzati o meccanizzati solo entro limiti ancor oggi molto ristretti; negli altri due, le unità sono caratterizzate dall’impiego di tali mezzi.
La fanteria ha la tradizionale prevalenza numerica come “regina delle battaglie”, ma va sempre più diversificandosi in seguito ai progressi della tecnica. Poi ci sono l’artiglieria, il genio (che ha in dotazione i mezzi per la guerra nei fiumi e nei laghi), l’aviazione, i “leggeri” (truppe meccanizzate leggere), le truppe di collegamento e le truppe sanitarie, nonché formazioni di trasporto con automezzi per le truppe appiedate.
Un nome che incuriosisce parecchio, quando si parla dell’Esercito svizzero, è quello del “treno”: indica reparti con muli e cavalli assegnati al battaglione.
Esistono anche in Svizzera gli alpini veri e propri, e sono i “granatieri”, truppe d’assalto specializzate per la guerra d’alta montagna, benché possano avere altri impieghi nella zona collinare.
Le armi – come strumenti tecnici da combattimento – dell’Esercito svizzero sono, in generale, moderne e abbondanti. Forse in nessun Esercito europeo reparti combattenti dispongono di un volume di fuoco così rilevante come nei reparti elvetici.
L’Aviazione è il punto debole del sistema militare svizzero Dopo dibattiti che appassionarono l’opinione pubblica e vicende parlamentari che altrove avrebbero portato a una crisi di governo, la Svizzera ha deciso di disporre – al prezzo di circa 3 miliardi di lire l’uno – di 57 “Mirage” bi-sonici per l’intercettazione e la penetrazione. Con le vette altissime da cui si spazia su tutta l’Europa, con il perfezionato sistema di radar (quasi tutte le spie al servizio dei Sovietici finora individuate in Svizzera s’interessavano di esso), con l’esistenza di un’industria missilistica nazionale efficiente e che si sarebbe potuta potenziare, forse sarebbe stato meglio affidare l’intercezione ai missili e concentrare lo sforzo, in aviazione, sul settore dell’appoggio tattico al suolo. 
Il “Ridotto nazionale” 
Un altro elemento della preparazione militare elvetica è il Ridotto nazionale, cioè quel complesso di istallazioni militari nel cuore delle Alpi, la maggior parte in caverna, che, originato dalle fortificazioni create nel secolo scorso sulle possibili vie di penetrazione nelle regioni alpine, durante la seconda guerra mondiale venne sviluppato e trasformato in una moderna e vasta fortezza alpina.
Molte leggende sono nate in merito. Si dice: “In caso di guerra gli Svizzeri ritireranno tutta la loro popolazione in un’immensa città scavata entro le Alpi… Il nemico non troverebbe più un essere vivente né una costruzione intatta sull’Altopiano e nelle Prealpi…”
In realtà, non è così. Nel Ridotto nazionale si ritirerebbero le forze combattenti, dopo un’eventuale rottura sulle frontiere. Ma la popolazione civile non potrebbe ricoverarsi tutta nella fortezza alpina: dovrebbe rimanere nelle zone invase, mentre i suoi soldati svolgerebbero azioni di disturbo sui fianchi dell’invasore. 
Atomiche e guerriglia 
Gli ambienti militari non escludono il ricorso alla guerriglia: ne sono prova le uova di cemento (nidi per piccoli gruppi di partigiani) disseminate in varie parti del Paese e ormai divenute elemento integrante della struttura naturale: da lì anche solo due o tre uomini possono svolgere azioni di guerriglia efficacissime.
Ma le supreme autorità militari elvetiche non si sentono di trasformare l’intero Esercito in una miriade di commandos partigiani; ciò vorrebbe dire in partenza l’abbandono della popolazione dell’Altopiano, cioè del settore dove si trovano i quattro quinti del potenziale industriale svizzero. Inoltre, l’esperienza di altri Paesi, Vietnam compreso, ha dimostrato che l’unità con optimum d’efficacia anche nella guerra partigiana è il battaglione. I battaglioni svizzeri vengono perciò addestrati a svolgere tanto la guerra tradizionale quanto la guerriglia. Con votazione federale, la Svizzera si è decisa a dotarsi di armi atomiche. 
Mobilitazione-lampo di un popolo intero 
Si calcola che la Svizzera, con 5 milioni di abitanti compresi gli stranieri residenti stabilmente, possa mettere in grigioverde, in caso di guerra, 800.000 cittadini (comprese le donne, quali automobiliste, sanitarie e in servizi consimili non armati). Essi, grazie a un sistema di mobilitazione decentralizzata unico nel mondo, in 24 ore si troverebbero al posto loro assegnato nello schieramento difensivo del Paese, pronti per agire.
Da quel momento potrebbe essere messo in atto, nei settori minacciati d’invasione, un grandioso piano di distruzioni accuratamente preparato e continuamente provato, per rendere difficile o addirittura impossibile il passaggio del nemico. Con ogni probabilità, è stato questo il deterrente principale in favore della Svizzera nella seconda guerra mondiale.
Forse, qualche osservatore attento potrà obiettare che, a sette lustri dal Duemila, il sistema militare svizzero tiene troppo conto delle distanze geografiche. Ciò spiega, ad esempio, perché gli ambienti dell’Esercito abbiano dato parere sfavorevole alla costruzione di una raffineria a Stabio (Ticino meridionale, ai confini con il Varesotto), “troppo vicina alla frontiera”; per lo stesso motivo, le difese del San Gottardo – il quale, tuttavia, non è che uno dei tre o quattro grandi pilastri della struttura militare elvetica lungo l’arco delle Alpi – sono rivolte specialmente a sud, perché più vicine al confine meridionale. Ora, unità paracadutate o elitrasportate potrebbero invece tentarne il forzamento dalla pane opposta, da nord, nel qual caso un’eventuale impreparazione toglierebbe alla Svizzera quella funzione di guardiana dei passi delle Alpi che, insieme con il mantenimento d’una neutrale isola umanitaria in un’Europa travolta dalla piena, costituisce la giustificazione morale della sua neutralità armata.
È probabile che i responsabili dell’Esercito svizzero, che sono, nel mondo, tra i più intelligentemente preoccupati di tenersi aggiornati alla rapida evoluzione dell’arte bellica, finiranno con l’eliminare questo neo dalla preparazione militare elvetica. Un popolo pacifico come lo Svizzero si arma unicamente per difendere – e qui l’ordine d’elencazione indica una gerarchia di valori esemplarmente sentita dalla maggioranza degli Svizzeri – la propria libertà, la propria pace, il proprio benessere.