venerdì 30 settembre 2016

Il misantropo di massa


Ringrazio Riccardo De Benedetti per il suo commento al post Eroi maltusiani (16 maggio 2016). Vorrei aggiungere qualche nota sparsa sulle modalità con cui questa “misantropia di massa” si manifesta, soprattutto in quegli individui che, pur non appartenendo a nessuna élite, sostengono la necessità dello “sfoltimento” dell’umanità (e per questo ritenendosi in automatico non-sacrificabili).

Un primo gruppo è rappresentato dai decrescisti (o “decrescenti”), sulla cui presunta “felicità” ha avuto modo di indagare Luca Simonetti in Contro la decrescita (cap. “Felici? Come no”, Longanesi, Milano, 2014, pp. 133-15):
«La loro caratteristica principale […] è una viva ostilità per il progresso tecnico-industriale, unita a un idoleggiamento quasi parossistico per la vita “naturale”, in campagna, contrapposta alla città. Ma c'è da chiedersi se questa attitudine giovi alla loro conclamata “felicità”: sono sempre sul piede di guerra, pronti a rivendicare la bontà delle loro scelte e a denigrare quelle altrui, in una ossessiva smania di confronto.
[…] [Chi non la pensa come loro] è un “signor Rossi”, una persona senza alcuna individualità, uno che non ha convinzioni, scopi o semplicemente una dignità, ma “rimbalza fra scrivania e supermercato” e vive una “vita grigia”.
[…] È comunque paradossale che proprio persone di questo genere, che mancano chiaramente di ogni fantasia e empatia, di ogni capacità di comprendere e immedesimarsi in un diverso tipo di vita, rimproverino agli altri la stessa mancanza.
[…] [Ai decrescisti] non viene neanche in mente l’idea che quelle vite non siano affatto spregevoli, ma vite umane, in tutto degne di esser vissute, piene di soddisfazioni e delusioni, e frutto di scelte, né più né meno della sua.
[…] Ora, secondo voi, gente così, che sta continuamente a rimarcare i difetti degli altri, per contrapporgli le proprie virtù,  può essere davvero felice? […] Eppure molti decrescenti, soprattutto, quelli sedicenti “felici”, sono proprio così: non c’è assolutamente modo di divere una vita piena e felice, se non come dicono loro».
Questo tipo di “superiorità” auto-attribuita si palesa in modi più raffinati (ma non più di tanto) anche nella genia degli Huxley (che probabilmente furono più giustificati, almeno dal punto di vista sociale, nel considerarsi degli “eletti”).
Mentre Aldous nel 1933 si lamentava, tra le altre cose, del fatto che «la prosperità, il grammofono e la radio hanno suscitato un pubblico che consuma in modo del tutto sproporzionato rispetto all’incremento della popolazione e quindi al naturale aumento di musicisti di talento» (suscitando per giunta la reprimenda di un Benjamin: «Questo modo di vedere non è progressista»), l’altrettanto inquietante Julian[1] nel 1957 elaborava progetti transumanistici per permettere all’elemento superiore di dominare, come nella peggior fantascienza, la parte inferiore dell’umanità (plebei, iloti, ilici, paria, “signor Rossi” ecc.).

In parallelo a questi progetti poco velatamente classisti e autoritari, la “maschera ecologista”, ha contributo alla promozione del maltusianesimo nel Terzo mondo: per citare un caso fra i tanti contenuti in Eco-imperialismo di Paul Driessen (Liberilibri, Macerata, 2006), il terrorismo psicologico sulla “non-sostenibilità” del DDT in Africa ha portato al blocco dei finanziamenti internazionali ai progetti di disinfestazione («Zanzare sostenibili, persone sacrificabili», commenta l’autore).
Inoltre l’ideologia del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, apparentemente opposta a quella “decrescista” tout court, attraverso la sua enorme influenza a livello istituzionale e mediatico, ha potuto osteggiare la costruzione di dighe, condutture ed impianti elettrici nei Paesi in via di sviluppo con la motivazione che «le risorse potrebbero esaurirsi da un momento all’altro».

È evidente quindi che, pure nell’ecologismo “classico”, sia presente una componente di misantropia, addolcita dall’inconscio antropocentrismo di chi vuol salvare Gaia per salvare l’uomo.
Anche qui non mancano espressioni di tale impulso: pensiamo ai suggerimenti «per favorire un sereno trapasso e una corretta destinazione delle proprie spoglie» contenuti in un libretto di Fulco Pratesi (fondatore e presidente onorario del WWF), Ecologia domestica. Bon ton verde e altre divagazioni (1989). Come scrive Vittorio Messori in una “recensione” (L’ideologia del WWF, “Avvenire”, 12 agosto 1990, ora in La sfida della fede, SugarCo, Milano, 2008, pp.425-428),
«per Pratesi il cadavere (anzi, “la carcassa umana”) non è che concime di cui si da la lista degli elementi, dal 66 per cento di ossigeno sino alla 0,04 di ferro, iodio e manganese. Si scaglia contro le casse da morto (occorre legno per costruirle), contro i cimiteri (“terra iperfertilizzata in cui vegetano solo crisantemi e cipressi”), contro le lapidi (originano antiestetiche cave di pietra).
Una soluzione, secondo lui, potrebbe essere questa: “Una bella buca sotto una quercia in campagna, due palate di terra ed ecco che possiamo tornare al ciclo della natura”. Ma questo in mancanza di meglio.
L’ideale, secondo il WWF, sarebbe la fondazione di una “Associazione per l’inumazione ecologica”. Il Presidente dà per questo alcune direttive che così, letteralmente, suonano: “Si potrebbero adoperare i carnai, gli appositi terreni recintati e sorvegliati, impiegati dalle associazioni naturalistiche come il WWF e la Lipu per alimentare i rapaci (soprattutto gli avvoltoi in Sardegna e i capovaccai  sulle colline a nord di Roma). In quei carnai i nostri resti mortali potrebbero servire da cibo agli ultimi grifoni. Il tempo medio di distruzione della salma è di poche ore. Restano le ossa, è vero. Ma a questo inconveniente si potrebbe ovviare se al festino partecipasse anche l’avvoltoio barbuto, che lancia le ossa sulle rocce per divorarne il midollo. In pochissimi giorni, delle nostre spoglie non resterebbero che escrementi mineralizzati”.
A questo proposito Pratesi cita con compiacimento una notizia del gennaio 1988: un ecologo inglese che, per nutrire i suoi amati avvoltoi sudafricani, si è portato sotto i loro nidi e si è sparato un colpo alla testa. L’italiano consiglia anche agli altri ecologi, “in vista del passo estremo, di portarsi in un luogo ricco di carnivori e lì attendere la morte in un luogo di difficile accesso”.
Ma c’è di più. Ecco ancora testuale: “Una alternativa (come ha suggerito l’ecologa Laura Conti) potrebbe essere il creare scatolette di cibo per cani e gatti in cui la carne umana sostituisca quella di altri animali”. Anche qui, esempio edificante, esso pure anglosassone: Lord Averbury, che siede alla Camera Alta di Londra per i liberali, ha stabilito che il suo cadavere sia distribuito come cibo  tra gli ospiti del canile municipale di Battersea. Perché, ha detto, “ogni cosa biodegradabile deve essere riciclata e sepoltura e anche cremazione sono un terribile spreco”. Polemizzando con il direttore del canile che pur ammettendo che “c’è molto valore nutritivo nella carcassa umana”, non se la sente di accettare l’offerta.
Sempre per Pratesi, le ceneri di chi si facesse cremare dovrebbero “essere usate per concimare i propri vasi e le aiuole”. E, alla barbarie cristiana che tributa rispetto per il cadavere, si contrappone la civile usanza “ancora in atto presso i Parsi, una setta zoroastriana, che depositano i loro cadaveri in cima ad un’alta torre e li fanno consumare dagli uccelli da preda”».
La filosofia del Vico sembra definitivamente superata, se uno dei tre “costumi eterni e universali” che egli considerava alla base della civiltà (la sepoltura dei morti, assieme alla religione e il matrimonio), viene ora messo da parte in nome di una nuova fede (Pratesi si autodefinisce «un verde credente e praticante, nonché leggermente fanatico»), la quale logicamente rivendica un dominio più esteso rispetto alla semplice imposizione della raccolta differenziata.
Il Filosofo raccomandava in aggiunta di “santissimamente custodire” tali costumi, affinché «’l mondo non s’infierisca e si rinselvi di nuovo»: non si può negare che ci sia qualcosa di barbarico nell’idea che un uomo debba farsi sbranare dalle belve; non caso ritroviamo la stessa pensata pure in Serge Latouche (che in effetti non si fa mai mancare nulla): «In Siberia si va a morire nella foresta per restituire agli animali quello che si è ricevuto da loro. Queste concezioni implicano rapporti di reciprocità tra gli uomini e il resto dell’universo: gli uomini sono pronti a darsi a Gaia (personificazione mitologica della Terra) come Gaia si è data a loro». (La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 118).

Una “sensibilità” peraltro condivisa da numerosi potentati nella nostra epoca[2]: per esempio, il Fondo Monetario Internazionale recentemente ha lanciato l’allarme longevità contro il disdicevole prolungamento dell’aspettativa di vita nelle società occidentali, auspicando un “intervento” degli Stati attraverso l’aumento dell’età pensionabile e della “flessibilità” lavorativa, oltre che ai tagli lineari a sanità e servizi. In Italia questa “cura contro le cure” ha già prodotto in tempi brevissimi un considerevole aumento della mortalità[3]. Anche in quest’ottica vanno lette le numerose petizioni a favore dell’eutanasia, come del resto viene ormai ammesso esplicitamente. Leggiamo infatti dal “Corriere”:
«È possibile che in futuro le cure per i malati terminali, pazienti che soffrono molto senza spiragli di speranza, vengano influenzate non solo dalle discussioni sull’“accanimento terapeutico”, ma anche da pure considerazioni di spesa? […] [Il discorso viene] rilanciato, in Inghilterra, dai 37 scienziati di “Lancet Oncology” secondo i quali le cure anticancro prestate ai malati terminali nelle ultime settimane di vita hanno costi spaventosi e spesso sono contrarie alla volontà di pazienti e famiglie: vanno quindi interrotte, altrimenti si verificherà “una crisi inimmaginabile”. Parole durissime, contrarie alle convinzioni che abbiamo maturato negli ultimi 60 anni: l’era di un benessere che sembrava non avere limiti. Ora, invece, si volta pagina. Le cure mediche dovrebbero essere l’ultima area da mettere in discussione. Ma alcune domande dovremo porcele per tempo. Prima che le grida degli antistatalisti Usa dei “Tea Party”, pronti a lasciar morire chi non ha voluto spendere per un’assicurazione sanitaria, si trasformino in una guerra intergenerazionale tra anziani che ricevono buone pensioni e ottime cure e giovani con pochi diritti e molti debiti» (Massimo Gaggi, Diritti del “fine vita” e bilanci degli Stati, “Corriere”, 30 settembre 2011)[4].
È perciò difficile considerare la continuità tra le richieste degli ecologisti e quelle dei sostenitori dei cosiddetti “diritti civili” come un semplice prodotto della comune ispirazione progressista. Questo fondo di misantropia dovrebbe invece essere esplicitato e magari analizzato, se non dal punto di vista politico, almeno da quello psicologico.

D’altronde, come dovremmo giudicare, per dirne una, la diatriba tra il noto Peter Singer e gli animalisti più radicali (già citata nel precedente articolo) sull’opportunità di considerare l’abbattimento di 38 milioni di polli nei mattatoi americani l’11 settembre 2001 tanto grave quanto l’attentato al World Trade Center (o addirittura anche più grave, poiché, come ha sostenuto sulla rivista “Vegan Voice” Joan Dunayer, «i polli sono più meritevoli della maggior parte degli umani, che causano molte sofferenze e morti non necessarie, ad esempio indossando prodotti di origine animale»)[5]? L’intervento successivo della militante animalista Karen Davis è un’ulteriore dimostrazione di siffatto odio (come al solito lastricato di buone intenzioni):
«Credo che sia da specisti pensare che l’attacco dell’11 settembre al World Trade Center sia stata una tragedia più grande di ciò che milioni di polli hanno dovuto subire quel giorno e di quello che essi sopportano quotidianamente perché incapaci di difendersi dagli appetiti umani schierati contro loro. Forse la parola “tragedia” non dovrebbe essere utilizzata in questo contesto, se non nel senso di una cosa terribile capitata a un essere umano che gli ha permesso di raggiungere, in maniera conscia o meno, una maggior consapevolezza e saggezza. Intendendo nel senso classico il termine “tragedia”, resta da vedere se l’America è un “eroe tragico” o addirittura una vittima “tragica”. Tuttavia, se la questione rimane quella di sapere se l’attacco al World Trade Center, con le sue centinaia di vittime umane, sia stato peggiore della somma delle sofferenze e del terrore subite da milioni di polli in quel giorno, non riesco a immaginare che una sola risposta non-specista a tale questione» (cfr. K. Davis, An Open Letter to “Vegan Voice”,  “United Poultry Concerns”, 26 dicembre 2001).
Chiarire a se stessi i motivi di tale ostilità verso i propri simili potrebbe aiutare a sviluppare i propositi che ci si è posti, e magari anche a condurre meglio le proprie battaglie. Persino io, talvolta, ho provato questo sentimento di avversione nei confronti del prossimo (ad esempio quando un sorvegliante di colore ha inavvertitamente sfasciato la custodia della mia bottiglia di champagne), ma non per questo ho tentato di risolvere un problema esclusivamente personale scaricandolo sulla collettività o usando la politica come scappatoia. Del resto esistono modi per esprimere il proprio malessere (l’arte, la numismatica, la pesca sportiva) che non contemplano la distruzione dei quattro quinti dell’umanità.

giovedì 29 settembre 2016

Ai post l’ardua sentenza

«Inizialmente il potere seduttivo si basa su elementi fisici. Per questo motivi anche da adulti l’appeal aiuta, poiché in genere alla bellezza vengono associate alcune caratteristiche positive che nella realtà sono indipendenti, come la bontà, la competenza, la credibilità. È l’effetto What is beautiful is good (Cio che è bello è buono). “Solo le persone superficiali”, diceva Oscar Wilde “giudicano in base all’apparenza”. Infatti il saper guardare oltre l’immagine corporea è frutto di maturità».
Questo è l’incipit del quarto capitolo (“La seduzione della bellezza”) di un saggio dello psicoterapeuta Giacomo Dacquino, Seduzione. L’arte di farsi amare (Mondadori, Milano, 2004, p. 61).
Nessuna svista tipografica: Dacquino crede che la citazione sia davvero quella (tenta anche di confermarla con un un generico riferimento bibliografico: «Opere, trad. it. Mondadori, Milano, 1984») e non a caso ci imbastisce sopra un discorso antitetico alla sentenza di Wilde (da Il ritratto di Dorian Gray): «Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze» (“It is only shallow people who do not judge by appearances”).


Si tratta peraltro solo uno dei classici espedienti retorici del Poeta per farsi invitare alle feste: «To ensure he kept getting invited to parties, he perfected a verbal trick: replacing a word in a sentence with its unexpected opposite» (cit. da un volume che attribuisce a Wilde la catastrofe del divismo americano). Resta comunque singolare che un autore appunto evocato solo per sembrare originali venga qui invece richiamato per avallare un’idea ormai divenuta banalissima (giudicare le persone per come son fatte dentro eccetera).

Molte sentenze derivanti dallo stesso modello riscuotono sempre grande successo, perché il paradosso a livello retorico è sempre appagante (come sostiene Aristotele, o forse Platone), mentre il buon senso fa sentire banali, ordinari, stupidi (in Italia l’industria culturale degli ultimi decenni è nata proprio in contrapposizione alla ragionevolezza).

Sarebbe tuttavia possibile “disinnescare” altre citazioni invertendone il senso. Per esempio:

  • «Non sono d’accordo con quello che dici, e non difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo»;
  • «Il sonno della ragione non genera mostri»;
  • «Beato quel popolo che ha bisogno di eroi»;
  • «Su ciò di cui non si può parlare, non si deve tacere»;
  • «Chi non conosce la storia, non è condannato a ripeterla»;
  • «Quando non sento la parola cultura, metto mano alla pistola».
Il pericolo tuttavia è che, anche in tal guisa, certe formule verrebbero ancora riproposte all’infinito come apologie dell’eroismo, del dilettantismo, del volontarismo o del menefreghismo... Perciò, come (non) fare? Ai post l’ardua sentenza (Risate a denti stretti 2.0).

domenica 25 settembre 2016

Teologia della liberalizzazione (Ludwig von Mises)


Due citazioni da Socialismo (1950) di Ludwig von Mises (edizione Rusconi, 1989):
«L’attesa di un ordine nuovo, stabilito da Dio stesso e prossimo a venire, e la concentrazione di ogni azione e di tutti i pensieri sull’imminente avvento del Regno di Dio rendono l’insegnamento di Gesù completamente negativo. Egli rifiuta tutto l’esistente senza offrire nulla in sua sostituzione. Arriva a pretendere lo scioglimento di tutti i legami sociali esistenti. […] Gesù è in grado di tollerare le leggi terrene dell’Impero romano e le prescrizioni della legge ebraica perché è indifferente ad esse, disprezzandole come cose importanti solo nell’ambito di ristretti limiti temporali, e non perché egli riconosca il loro valore. Il suo zelo nel distruggere i legami sociali non conosce limiti. […] Ai seguaci di questa dottrina non è richiesto nessun sistema etico né alcuna particolare condotta in un qualche senso positivo. […] Il più chiaro parallelo moderno all’atteggiamento di completa negazione tipico del cristianesimo primitivo è il bolscevismo. Anche i bolscevichi desiderano distruggere tutto ciò che esiste, perché lo considerano irrimediabilmente cattivo. Essi hanno però in mente idee, per quanto indefinite e contraddittorie, riguardo al futuro ordine sociale. […] L’insegnamento di Gesù, sotto questo rispetto, è invece semplicemente negazione.
Gesù non era un riformatore sociale. I suoi insegnamenti non aveva nessuna applicazione morale alla vita terrena. […] È proprio questo che ha permesso al cristianesimo di fare la sua trionfale avanzata nel mondo. Essendo neutrale rispetto a ogni sistema sociale, esso è stato in grado di attraversare i secoli senza essere distrutto dalle tremende rivoluzioni sociali che hanno avuto luogo. Solo per questa ragione esso poté diventare la religione degli imperatori romani e degli imprenditori anglosassoni, dei negri africani e dei teutoni europei, dei signori feudali del Medioevo e dei moderni operai dell’industria. Ogni epoca e ogni partito ha potuto attingere dal cristianesimo ciò che desiderava, perché esso non contiene nulla che lo leghi a un determinato sistema sociale» (pp. 460-61). 
«I Vangeli […] da una parte sono indifferenti a tutte le questioni sociali, dall’altra sono pieni di risentimento contro la proprietà e contro tutti i proprietari. È così che la dottrina cristiana, una volta separata dal contesto in cui Cristo predicava –l’attesa dell’imminente Regno di Dio–, può essere estremamente distruttiva. Mai e in nessun luogo un sistema di etica sociale, un sistema cioè di norme che regolino la cooperazione sociale, può essere costruito su una dottrina che proibisce qualunque preoccupazione per il sostentamento quotidiano e il lavoro e che, al medesimo tempo, esprime un feroce risentimento contro i ricchi, predica l’odio verso la famiglia e difende la castrazione volontaria.
Le conquiste culturali della Chiesa nei secoli del suo sviluppo sono opera della Chiesa, non del cristianesimo. […] L’etica sociale di Gesù non ha contribuito affatto a tale sviluppo. La conquista della Chiesa consiste in questo caso nell’aver reso questa morale inoffensiva, ma sempre solo per un limitato periodo di tempo. […]
Dalle parole dei Vangeli non può venire mai desunta un’etica sociale applicabile alla vita terrena. […] La Chiesa occidentale ha sempre incorporato nei proprio insegnamento quell’etica sociale che corrispondeva meglio ai suoi interessi del momento e che meglio favoriva la sua posizione nello Stato e nella società.
[…] Ora, però, anche se è destinato a fallire ogni tentativo di costruire sui Vangeli una specifica etica sociale cristiana, non potrebbe essere possibile armonizzare le dottrine cristiane con un’etica sociale che promuova, invece di distruggerla, la vita sociale e utilizzare così le grandi forze del cristianesimo al servizio della civiltà?» (pp. 465-67).
Bisogna dar atto al Mises di aver espresso con chiarezza la propria opinione (gli equivoci, in questo caso, nascono soprattutto dai suoi interpreti): il messaggio dei Vangeli? negativo e sterile, incapace di generare un qualsiasi sistema etico (addirittura distruttivo e nefasto qualora venisse realmente osservato); la missione della Chiesa? mera difesa di interessi corporativi, a scapito della civiltà e del progresso.

Mises sembra proporre come alternativa alla “teologia della liberazione”, una “teologia della liberalizzazione”, riassumibile in questi termini: per compensare duemila anni di negazione (arginata solo dagli interessi del momento, che hanno accidentalmente prodotto risultati positivi), ora che i liberali hanno scoperto la formula perfetta del buon governo, la Chiesa dovrebbe finalmente mettersi al servizio della civiltà (cioè del libero mercato).

Eppure lo stesso Mises è consapevole che nessuna istituzione intenzionata a seguire esclusivamente i propri “interessi del momento” potrebbe sopravvivere nei secoli: quindi, per non cadere in contraddizione, deve giustificare in qualche modo il “successo” della Chiesa evitando di razionalizzare l’effetto della grazia divina nella storia.

Da un lato infatti l’economista austriaco evidenzia la pochezza dell’idea comunista, rinfacciando a Marx (e indirettamente a Hegel) di non aver mai formulato ipotesi concrete sull’ordine sociale che seguirà al crollo del capitalismo (è nota la ridicola descrizione contenuta ne L’ideologia tedesca: con la fine dell’alienazione, l’uomo potrà «andare a caccia la mattina pescare al pomeriggio, allevare il bestiame la sera, criticare dopo cena, così come gli viene voglia»); dall’altro tuttavia, per attaccare il cristianesimo, conferisce persino ai bolscevichi «idee, per quanto indefinite e contraddittorie, riguardo al futuro ordine sociale» (ma almeno si fossero limitati a pescare e criticare!).

Questo atteggiamento paradossale nasce da una certa impulsività nell’affrontare la “questione cristiana”: se è necessario dimostrare che il cristianesimo è più “mitologico” del marxismo, all’occorrenza saltano fuori le “idee” per il futuro della società socialista.

Alla luce di queste considerazioni, l’offerta finale del Mises alla Chiesa assomiglia un po’ alla tentazione di Gesù nel deserto: se davvero volete mettere in pratica gli insegnamenti di Cristo, allora aiutateci a trasformare “le pietre in pane”.

venerdì 23 settembre 2016

Una mulatta ucraina

Premessa: Chi giunge su questa pagina cercando porcherie, sparisca dalla faccia della terra all’istante. Non per altro, ma la Russia ha appena bloccato due famosi siti pornografici (spero la notizia non sia una bufala), con la raccomandazione di trovare qualcuno nella vita reale che faccia le stesse cose (magari non tutte). In ogni caso condivido la decisione e spero, ripeto, che la pornografia sparisca dalla faccia della terra assieme ai suoi fruitori (ché mi sputtanate pure le chiavi di ricerca, impedendomi di capire cosa piace alla gente normale).

Una copertina molto più realistica
di quanto possiate immaginare!
L’altro giorno sono andato a donare il sangue e per l’esame ordinario sono stato visitato da una dottoressa mulatta (tenente a mente questo particolare: “mulatta”). In realtà mi era già capitato di incontrarla precedentemente, ed essendo sempre rimasto un po’ indispettito dal tono sostenuto (anche questa volta: “Lei ha 160/90 di pressione, non potrebbe donare”; “Non può bere cinque caffè al giorno!”; “È in sovrappeso di XX chili”!), ho decido di ammansirla chiedendole da quale Paese venisse. Avevo sospettato infatti un’origine somala o tutt’al più brasiliana, tanto che mi era parsa addirittura una buona occasione per rinfrescare il mio portoghese o, nel peggiore dei casi, per praticare qualche lingua africana (da me sempre colpevolmente trascurate) come il somalo o l’amarico (in onore dei vecchi tempi, avete presente, Iiiiiiiiiiitaliani… mah).

Bene, allora le chiedo informazioni sul suo ceppo etnico, e salta fuori che questa dottoressa è… UCRAINA?!? Come è possibile? Spero abbiate tenuto a mente il “mulatta”. Non ho indagato per educazione, ma mi è rimasta addosso una certa fregola di saperne di più.
Per il resto è stata una piacevolissima discussione: si è parlato un po’ in russo, sono saltate fuori cose interessanti. Seconda la prospettiva geolinguistica della dottoressa, gli ucraini vicini al confine polacco usano più parole polacche di quante dovrebbero: per esempio, anche se tutte le grammatiche e i dizionari indicano “Дякую” [Djakuju] come “grazie” (simile quindi al “Dziękuję” polacco), al contrario i “veri” ucraini dovrebbero dire proprio “Спасибо” [Spasiba], o almeno utilizzare la formula “Спасибі” [Spasibi].

A tal proposito, è quasi superfluo precisare che la dottoressa non ha cercato in alcun modo di nascondere la sua profonda passione per la Russia, anzi quando le ho detto, per pura piaggeria, che la letteratura ucraina è straordinaria (peraltro senza millantare nulla, essendo reduce dalla lettura di un fascistissimo articolo di Vasco Pratolini pubblicato su “Primato” del 15 dicembre 1941, Narratori ucraini a cura di Luigi Salvini, nel quale lo scrittore denunciava «l’intimo dualismo che segna la patria ucraina, ancora una volta soggetta all'imposizione moscovita e al dichiarato nemico del comunismo»), e che la lingua ucraina è più musicale di quella russa, lei ha ribattuto a entrambe le affermazioni con argomenti più che convincenti: da una parte, Достоевский + Тургенев + Пушкин + Булгаков contro il povero Taras Shevchenko, e dall’altra la differente pronuncia della е (cirillica) che in russo suona je e in ucraino soltanto e (come in italiano), una particolarità che in effetti addolcisce la cadenza (lo avevo già notato per il polacco).

Per concludere, la dottoressa mi ha ricordato che l’amicizia russo-ucraina continua a persistere e che la guerra è causata soltanto dalla “politica”. Non è la prima volta che sento utilizzare questa espressione da una persona dell’Est: per esempio, una signora polacca che aveva lavorato negli ospedali italiani come cuoca, mi fece un discorso simile sulla “politica” che una volta in Polonia gestiva le mense dei nosocomi; l’espressione quindi dovrebbe comprendere politici, funzionari e “miliziani” (in accezione sovietica).

Sono contento di aver conosciuto un’ucraina non solo mulatta, ma persino filorussa: vivendo in una zona disagiata, gli ucraini che finora avevo incontrato erano degli energumeni capaci di picchiarti per aver detto una parola in russo. Non sono capace di disprezzarli perché anch’io appartengo alla white trash, ma mi fa piacere pensare che a Kiev esista un’alta borghesia multietnica e filorussa.
*

I commenti qui sotto (e in privato) mi hanno spinto a fare qualche ulteriore ricerca. Non mi ero accorto ci fosse una (scarna) pagina Wikipedia dedicata agli Афроукраїнці [Afroukraintsi]: i nomi elencati sono poi gli stessi segnalati dai lettori. Ovvero: la cantante Haitana [Гайтана], che ha partecipato all’Eurovision 2012, nata nel 1979 a Kiev da madre ucraina e padre congolese, e il lottatore Žan Beleniuk [Жан Беленюк], argento nella lotta greco-romana alle ultime olimpiadi, nato a Kiev da madre ucraina e padre ruandese di etnia hutu (un pilota d’aerei che morirà nella guerra civile). Questo Beleniuk sembra si consideri un nazionalista (ha partecipato recentemente a una sfilata patriottica), ma secondo alcune indiscrezioni giornalistiche starebbe pensando di assumere la nazionalità russa a causa delle condizioni modeste in cui si trova la sua disciplina in Ucraina.

A questi aggiungiamo il cantante e presentatore televisivo Miroslav Kuvaldin [Мирослав Кувалдін], di origine nigeriana (ancora da parte di padre), che nel 2004 ha dichiarato alla “BBC” di non esser mai stato vittima di razzismo in Ucraina, a parte aver ricevuto qualche volta l’epiteto di “culo nero” («But so what? That’s true after all»). Si tratta di un’espressione molto diffusa in Russia (черножопый [černožópyj]) per indicare i cittadini sovietici originari delle repubbliche dell’Asia centrale.

Infine, sempre su segnalazione di Wikipedia, il gruppo reggae Čornobryvtsi [Чорнобривці], composto da giamaicani, molto celebre in patria: tra i pezzi più noti (perlopiù rivisitazioni di brani tradizionali), “Несе Галя воду” (“Halja porta l’acqua”), “Ти ж Мене Підманула” (“Non prendermi in giro”) e Їхалі козаки (“Cavalcarono i cosacchi”).

Per il resto, Wikipedia ci ricorda che «Чисельність українців з африканським походженням відносно невелика. Вони зосереджені, в основному, у великих містах України» [“Il numero di ucraini di origine africana è piuttosto basso. Essi sono concentrati perlopiù nelle grandi città].
L’articolo della BBC su Kuvaldin aggiunge qualche dettaglio sui motivi per cui un nigeriano si trovasse in Ucraina a metà degli anni ’70: «During the Cold War, the Soviet Union was anxious to promote its friendly “internationalist” image, and free higher education was offered to students from developing countries. Myroslav’s father was one of those who benefited and he met Myroslav’s mother when they studied medicine together».

Di questi scambi culturali tra Unione Sovietica e Terzo mondo ne scrisse, in tono decisamente poco idilliaco, anche il giornalista francese Gilbert Comte (Les étudiants noirs chez les communistes, “Le Spectacle du Monde”, aprile 1963):
«Nella sera di un agosto del 1962, un gruppo di ghanesi entra nel ristorante Chuchuliga di Sofia. Sentendo l’orchestra suonare, uno di loro invita una giovane bulgara a ballare. Prima che lei possa dire qualsiasi cosa, un soldato si avvicina al suo tavolo ed esclama: “Non avrai mica intenzione di andare con questo gorilla!”. Il rimprovero dà il via a una mischia generale: tutta la sala si precipita sugli stranieri per sbatterli fuori. I poliziotti assistono alla scena impassibili, intervenendo solo alla fine per condurre i neri in questura. Tra i sei ragazzi, quattro rimangono feriti: per questo vengono rilasciati dopo ventiquattr’ore. Gli altri due, Georges Annah e E. A. Attiga, trascinati davanti a un tribunale, sono condannati rispettivamente a uno e a tre mesi di reclusione per disturbo della quiete pubblica. Ci sono voluti sforzi non indifferenti da parte del governo d’Accra, compreso un intervento del presidente stesso, per ottenere la loro liberazione.
[…] A Mosca, nel 1960, durante una festa organizzata dalla facoltà di geografia, il somalo Abdulhamid Mohammed Hassan viene aggredito da quattro studenti sovietici per aver invitato una ragazza russa a ballare.
 […] Nei Paesi comunisti gli studenti stranieri sono sottoposti alle stesse restrizioni degli altri immigrati. […] Nell’università stessa, un sistema intricato di permessi limita il loro passaggio da un edificio all’altro. Gli studenti africani vengono confinato tra di loro e i contatti con gli studenti sovietici sono ridotti al minimo e soggetti a rigida sorveglianza […]».
Per completare il quadro con alcune informazioni prese da internet, segnaliamo che alla parata per il Giorno dell’Indipendenza del 2014 erano presenti due afro-ucraini di origine nigeriana provenienti da Ivano-Frankivsk (Ucraina occidentale), studenti all’università locale “del petrolio e del gas” (i programmi di studio ucraini sono evidentemente all’insegna della concretezza), dei quali il giornalista che ne scrive (l’articolo è in lingua, ma la foto è eloquente) riporta con orgoglio che i due parlano ucraino ma non capiscono il russo.
Un altro studente nigeriano, Leonardo Obodoeke di Ternopil, ha partecipato all’edizione nazionale del talent show “The voice”, lo stesso programma in cui il cantante gospel Anjanja Udohvo (o “Udongwo”) si è esibito in una toccante versione di “Hallelujah”. Ma qui non si tratta di afroucraini, ma di africani tout court (come anche il gruppo folk amatoriale Блек старс [“Blek Stars”], protagonista di numerosi festival popolari).

(Afro-ucraini, immagine da blackukrainian.tumblr.com)
Per quanto riguarda le fonti in inglese, blackukrainian.tumblr.com raccoglie sparute testimonianze di cultura nera in Ucraina, tra le quali segnalo un’intervista a due cugine di origine angolana, i cui padri arrivarono in Unione Sovietica sempre per la storia degli scambi culturali e si appaiarono con due sorelle ucraine. Le giovani denunciano un clima di razzismo che non si evince da altre testimonianze – dallo stesso sito, si registra  quella più positiva di una mulatta con padre del Burkina Faso e di Tina, figlia di uno studente del Ciad che (ovviamente!) partecipò ai programmi sovietici e poi restò in Ucraina.

Un’altra testimonianza non molto positiva è quella della regista russo-canadese Julia Ivanova, che nel documentario Family Portrait in Black and White (2011) narra la storia di “Mamma Olga” [Ольга Неня], affidataria di ventisette orfani dei quali sedici (!) di colore. Per l’ennesima volta, «Olga’s children are for the most part the beautifully unique result of relationships between African students – attending the affordable universities of the former Soviet country – and Ukrainian women» (chiedo scusa per la melassa, ma sto citando dall’“Huffington Post”).


Pur non avendo ancora visto il documentario (e avendo del resto poca voglia di farlo), non credo di poterne condividere lo spirito: con tutto il rispetto per la regista, non ha senso presentare vicende straordinarie come rappresentative della quotidianità.
Al contrario, mi sembra che di tutte le ex-repubbliche sovietiche l’Ucraina sia l’unica a registrare un fenomeno del genere: la costante di uno studente africano che mette incinta un’ucraina e poi torna al suo Paese (spesso non per volontà propria, ma per l’ovvia inflessibilità della burocrazia sovietica). Non mi pare esistano esempi di tal fatta in Polonia o in Bulgaria (ma chi può dirlo…).

Umetnost življenja (Cesare Pavese)

»Nikoli ne moreš kriviti drugega za lastno nesrečo, vedno si odgovoren sam«
[“Di qualunque nostra sventura non dobbiamo incolpare altri che noi”]
(C.P., 28 ottobre 1938)
Voglio segnalare la traduzione appena pubblicata del Mestiere di vivere in sloveno, Umetnost življenja. Apprendo la notizia dal sito della leggendaria “Radio Capodistria” (Tradotto in sloveno Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, 10 marzo 2016):
«Quando in Slovenia viene tradotto un autore italiano lo segnaliamo sempre con piacere. Questa volta si tratta del Mestiere di vivere di Cesare Pavese, il diario che, iniziato il 6 ottobre 1935 durante il periodo del confino, accompagna lo scrittore fino al 18 agosto 1950, nove giorni prima della sua prematura scomparsa. Opera, questa appena uscita in sloveno per i tipi di Beletrina, che ha dato del filo da torcere al traduttore.
Ha tradotto in sloveno autori come Svevo e D'Annunzio, Vassalli, Pasolini e la Morante, e ha ora affrontato Pavese e il suo diario uscito postumo nel 1952, Dean Rajčić, traduttore letterario capodistriano con una laurea in economia messa nel cassetto. “Sì, amo il Novecento – ci racconta al telefono da Lubiana, dove oggi vive e lavora - e nel caso di Pavese mi attraeva insieme l’uomo e lo scrittore. Ha una straordinaria forza, che si coglie particolarmente in quest’opera, Il mestiere di vivere”. Con Pavese Dean Rajčić poi ha faticato perché, ci spiega ancora, la sua è una prosa non semplice, che propone al traduttore frequenti dubbi di interpretazione.
La traduzione del Mestiere di vivere, a cui Cesare Pavese ha affidato negli ultimi quindici anni della sua vita i pensieri sul proprio mondo di poeta, di scrittore e di uomo e, soprattutto le confessioni ultime su quei drammi intimi che laceravano la sua esistenza, va ad aggiungersi ad altre opere dell'autore tradotte in Slovenia a partire dagli anni Sessanta, tra cui i romanzi e racconti La bella estate e Prima che il gallo canti. Più recente è la traduzione della raccolta di poesie Lavorare stanca, a cui si è dedicato un altro capodistriano, Gašper Malej […]».
L’autore dell’articolo tiene poi a precisare che in Italia Pavese «rimane uno scrittore molto letto». Jaz ne mislim tako, infatti speriamo che almeno l’Estero (che è sempre “Prestigioso”) contribuisca a un ritorno di interesse (lato sensu).

giovedì 22 settembre 2016

Benedetto Croce, l’amico di Evola


Non deve sorprendere che, nella voce della Wikipedia portoghese dedicata a Benedetto Croce, venga considerato come evento cruciale nella vita intellettuale del filosofo l’aver tenuto un carteggio (per altro trascurabile) nientedimeno che con Julius Evola. È noto infatti che, grazie all’influenza di Fernando Pessoa, autori che da noi vengono considerati come minimo impresentabili, sono invece considerati “normali” dalla cultura portoghese. Con ciò ovviamente non si intende sostenere che Wikipedia sia lo specchio dell’anima di un popolo, ma è difficile non scorgere un collegamento tra la reductio ad Evolam del povero Croce e la pacatezza con cui, per esempio, si organizzano a Lisbona conferenze sul “sogno imperiale” condiviso dal poeta nazionale e dall’esotérico fascista.

Mentre quindi in Italia Evola è tenuto a distanza di sicurezza e analizzato tutt’al più come fenomeno da baraccone, in Portogallo invece gode del credito derivante dagli interessi esoterici di Pessoa.
Sappiamo infatti – ed è una polemica ricorrente nella pubblicistica di destra – che il Pessoa venduto nelle librerie Feltrinelli è solo una versione edulcorata del vero Pessoa, che fu monarchico, antidemocratico, liberista, elitario e pure “edonista reaganiano” ante litteram (inventò lo slogan per la Coca-Cola).

Nell’articolo Tabucchi e la strana attrazione per l’occultista Pessoa (“Lettera43”, 26 Marzo 2012) Marco Fraquelli ricostruisce il milieu allucinante dal quale emerse l’autore preferito da Tabucchi. Una delle pagine più oscure –è proprio il caso di dirlo– riguarda la complicità nell’organizzazione del finto suicidio di Aleister Crowley (descritto in modo tragicomico dal blog “Mundo Civilizado”).
Come scrisse René Guenon allo stesso Evola il 29 Ottobre 1949 dal Cairo: «Crowley […] [nel 1931] era in Portogallo, e scomparve all’improvviso; ne ritrovarono i vestiti in riva al mare, cosa che fece credere che si fosse annegato; ma era solamente una morte simulata, affinché non ci si occupasse più di lui e non si cercasse di sapere dove fosse andato. Infatti, era andato a Berlino per ricoprirvi il ruolo di consigliere segreto presso Hitler, che era allora agli inizi, è ciò che probabilmente avrà dato origine a certi racconti sulla “Golden Dawn” […]».

Per afferrare pienamente gli ideali politici di Pessoa, bisognerebbe in effetti pensarli nella prospettiva di sette e passa secoli di amicizia anglo-portoghese, così come del resto fanno i suoi appassionati di sinistra quando, per “salvarlo”, ne giustificano il conservatorismo con un’ammirazione eccessiva per Albione (la stessa che ispirò Hitler – ma di questo è meglio non parlarne). Quindi Pessoa è sì un destrorso, ma di quella destrosità al servizio degli interessi inglesi che tanto rassicura la nostra intellighenzia.

Dunque, a causa di tutte queste congiunture sfavorevoli, nell’enciclopedia attualmente più consultata al mondo, Benedetto Croce viene ricordato solamente per la sua forte correspondência (7 lettere) con l’“amico” Evola.

domenica 11 settembre 2016

Le béton consacré


Le 5 juin 1929, Le Corbusier écrivait à Mme de Salle, pour lui annoncer qu’il renonçait à poursuivre l’étude d’une église que cette bienfaitrice lui avait confiée à Tremblay, près de Paris (cf. Royan 2003. Renouveau de l’architecture sacrée à la reconstruction, Éd. Du Caue 17, 2004):
« Nous voulions vous dire le résultat de nos réflexions au sujet de l’église. Et tout d’abord vous demander ce que pensait l’archevêché de notre existence en cette affaire. Nos réflexions nous ont conduit à admettre qu’en toute sincérité, qu’en toute conscience, nous ne pouvions construire une église catholique : ceci pour 2 raisons. La première, c’est que si l’on veut respecter le culte catholique et ses traditions, on ne peut avec le béton que “moderniser” une tradition préexistante. Et cela nous est pénible, car nous aurions à créer des organismes neufs basés sur des problèmes d’esprit neufs. La seconde, c’est que, si nous suivons la voie qui nous est chère, nous pensons à créer un lieu de méditation. Et nous avons établi une étude de principe sur ce thème, et nous avons une solution qui nous satisfait. Or, dans un tel cadre, les objets de culte catholique apparaissent paradoxaux.
Mais plus encore, l’attitude d’un tel bâtiment, si en dehors des problèmes habituels contemporains, est si inattendue, si nouvelle, que nous sommes persuadés de provoquer l’étonnement, la protestation, la violence.
Et nous vous entraînerions dans une polémique, une aventure, pleine des violences toujours provoquées par les innovations. Et combien fort lorsqu’il s’agit d’une religion en quelque sorte canonique.
Vous voyez que c’est l’essence même du vif intérêt que nous avons apporté à ce problème, qui nous conduit à cette attitude négative »
Images: l’Église Saint-Paul à Foligno (Google Street View) conçue par Massimiliano Fuksas (cliquez pour agrandir):

 





Malheureusement, le bâtiment n’est pas utilisable pour célébrer la messe, car il n’est pas possible de fournir le chauffage à ce gigantesque cube de béton armé. Les prêtres ont décidé de déplacer toutes les fonctions religieuses dans la salle de la paroisse afin d’empêcher le départ massif des fidèles, qui ont déjà surnommé l’église « le congélateur » (cf. « Umbria Domani »). Selon la presse locale, pour résoudre le problème l’église sera transformée en un « centre sportif »:

venerdì 9 settembre 2016

Anti-(a)fa. Una criticità teologico-politica


Non vogliamo dilungarci troppo sull’espressione “criticità”, peraltro già sdoganata dall’Accademia della Crusca (che nel 2012 la utilizzò nel titolo di un seminario) e dalla Treccani (che recentemente ha aggiunto alla voce il significato secondario di «singolo problema, singola situazione critica»): ci limitiamo a ricordare che, fino a poco tempo fa, la “criticità” era soltanto un «fenomeno per cui al minimo variare di uno dei parametri, segue un effetto di notevole portata». Poi, una volta entrata nel gergo giornalistico e politico, lo sfilacciamento semantico le ha fatto perdere ogni adesione a un significato preciso (pensiamo all’impiego del termine in ambiti come l’economia, la meteorologia, lo sport, la medicina o la pedagogia).

L’ambiguità è accentuata dall’invariabilità del nome: se le criticità posso indicare le “riserve”, le “controversie”, le “difficoltà” di una data situazione, la criticità diventa praticamente un sinonimo di “crisi”. In alcuni casi si arriva all’assurdo di utilizzare “criticità” al posto di “critica”, in una contorsione verbale che non trova alcuna ragione se non nel conformismo: il termine infatti si presta bene agli scopi della nuova “lingua di legno”, che già annovera nel suo repertorio espressioni altrettanto moleste quali “aprire un tavolo” o “al netto di”.

Con un po’ di inquietudine notiamo che l’attaccamento quasi maniacale per la parola dimostrato da opinionisti e governanti potrebbe forse derivare dall’abuso del precedente Presidente della Repubblica (anche quello nuovo però non scherza), il quale non perse occasione per utilizzarlo non solo nelle dichiarazioni alla stampa, ma anche nei documenti ufficiali, offrendo così alla Criticità l’occasione di eternarsi.
Per una “consacrazione” vera e propria, serve un impiego in qualche futura enciclica: in tal caso però bisognerebbe valutare i rischi (anzi, le criticità) che un innalzamento del termine al livello teologico potrebbe comportare (non sarebbe una cosa elegante, per esempio, liquidare l’Apocalisse come “una serie di criticità”…).

Il nostro problema si collega a quest’ultimo punto. Sappiamo che c’è sempre una criticità da superare. In questo periodo generalmente è il caldo (escludendo ovviamente i casi particolari in cui si verificano calamità naturali o atti terroristici): quindi, per farla breve, come si risolvono le criticità meteorologiche?

Per protestare contro un inverno particolarmente rigido, nel 1983 il “Gruppo d’intervento culturale” Jalons promosse una manifestazione chiedendo le dimissioni del Presidente della Repubblica al coro di «Verglas assassin, Mitterrand complice!» (“Ghiaccio Assassino, Mitterrand complice!”).
Anche in Italia i tempi sembrano maturi per una contestazione del genere, magari contro quel “caldo killer” che periodicamente balza in cima alle preoccupazioni dei connazionali: un raduno anti-afa in fondo non stupirebbe più di tanto, assuefatti come siamo da anni di cortei e sfilate nelle quali non viene rivendicato alcunché di concreto, né si prospettano alternative realistiche, ma semplicemente ci si trascina da una parte all’altra della città, a volte devastandola, mossi da una generica indignazione.

Tuttavia la riposta più razionale (o perlomeno la più immediata) rimane quella di installare un condizionatore. I giornali infatti avvertono: attenti al “boom”. E qui sorge la criticità teologico-politica. Perché è da qualche anno che tali ammennicoli provocano, specialmente in quei di Milano, una serie impressionante di cortocircuiti (o, per meglio dire, “un boom di blackout”).
Ciò è particolarmente preoccupante non per le squallide motivazioni con cui taluni deplorano l’altrui benessere; semmai perché l’abuso, inconsueto almeno per il capoluogo lombardo, cade proprio nel momento in cui Papa Francesco esprime, nella sua celebre enciclica “ambientalista” Laudato si’, una durissima condanna contro «il crescente aumento dell’uso e dell’intensità dei condizionatori d’aria», annoverando addirittura l’impiego smodato del climatizzatore tra le «abitudini nocive di consumo» alle quali i fedeli dovrebbero opporsi (§55).

È un dato inquietante, perché dimostra come a quei cattolici che invocavano da anni un pontefice che parlasse “alla gente” e che si occupasse “dei problemi concreti”, in realtà interessasse solamente l’esenzione da qualsiasi forma di obbedienza o rinuncia. A pensarci bene, è proprio da siffatto milieu che potrebbe partire la più grande manifestazione contro il caldo a cui la storia abbia mai assistito.

sabato 3 settembre 2016

Vignette contro Charlie Hebdo

L’unica cosa davvero irritante delle polemiche contro l’ennesima vignetta di “Charlie Hebdo” (questa volta particolarmente rivoltante per gli italiani) è la ricorrente sacralizzazione di quella cosa che tutti chiamano “satira” in una società dove nulla dovrebbe essere sacro. Per giunta una sacralizzazione selettiva, dato che pure il rituale del “Je suis Charlie” ha avuto sin dal principio una vittima sacrificale: il noto Dieudonné, che per aver commentato sarcasticamente la “grande marcia” (aggiungendo alla fine una battuta non più infelice di quelle del settimanale: «Je me sens Charlie Coulibaly») è stato condannato a due mesi di carcere con la condizionale per “apologia di terrorismo”.

L’immunità che detengono gli autori di “Charlie Hebdo” assomiglia molto a quella dei buffoni di corte. Per questo ho pensato, pur non sapendo disegnare, di fare qualche vignetta contro tutto quello rappresentato da “Charlie”, un qualcosa che inizia a puzzare di ipocrisia e doppiezza morale.

Visto che oggi va di moda spiegare i motivi per cui uno dovrebbe ridere a un disegnino, ho aggiunto anche una breve legenda:

1) La prima vignetta rappresenta una figura umana con un organo riproduttivo maschile al posto della testa che regge il solito slogan: con questo disegno voglio indicare che a mio parere chi continua a ripetere “Je suis Charlie” da più di un anno e mezzo di fronte a qualsiasi cosa succeda è un po’ una “testa di cazzo”. Soprattutto quando, per spiegarti i motivi per cui non bisogna offendersi, assume toni da precettore.

2) La seconda vignetta si riferisce al fatto che, mentre de Gaulle è scampato a cinque attentati, il povero Charb è caduto subito al primo. La “vittoria ai punti” di cui parlo nella didascalia quindi riguarda tale circostanza. Ricordiamo che la prima versione di “Charlie”, “Hara-Kiri”, dovette cambiare nome proprio per aver ironizzato sulla morte del Generale. Recentemente il settimanale, per prendere in giro un’europarlamentare francese, ha voluto offendere la memoria della figlia down di de Gaulle, Anne, morta a vent’anni nel 1948, profondamente amata dai suoi genitori.

3) Nella terza vignetta, una matita può permettersi di cantare la stucchevole canzoncina “Même pas peur” e vantarsi del suo coraggio protetta da uno stuolo di teste di cuoio. Purtroppo sono riuscito a colorare di nero solo il passamontagna perché mi si è scaricato il pennarello (non è una metafora), infatti il disegno è fatto a penna (si è scaricata anche quella). Spero che l’espediente della pars pro toto non venga frainteso.
[Ricordo di sfuggita, visto che a “Charlie” piace dileggare i morti italiani, che il primo a cadere nella redazione il giorno dell’attacco fu la guardia del corpo di Charb, Franck Brinsolaro, 49 anni, anche lui originario del Paese della mafia e delle lasagne.]

4) Dato che ho finito penne e pennarelli, l’ultimo l’ho fatto col pc: «I buffoni del re sono intoccabili... fino al nuovo re!». Nell’immagine, Carlo Martello. Credo non vi sia altro da aggiungere.

venerdì 2 settembre 2016

International Love

El buen deseo 
«Desde el punto de vista de la seleccion humana, [...] la mujer no colabora con su preferencia sentimental en el perfeccionamiento de la especie, al menos en el sentido que los hombres atribuimos a éste. Tiende más bien a eliminar los mejores individuos, masculinamente hablando, a los que innovan y emprenden altas empresas, y manifesta un decidido entusiasmo por la mediocridad. Cuando se ha pasado buena porción de la vida en la pupila alerta, observando el ir y venir de la mujer, no es fácil hacerse ilusiones sobre la norma de sus preferencias. Todo el buen deseo que a veces muestra de exaltarse por los hombres óptimos suele fracasar tristemente, y, en cambio, se le ve nadar a gusto, como en su elemento, cuando circula entre los hombres mediocres»  
(«Dal punto di vista della selezione umana, […] la donna non contribuisce, con le sue scelte sentimentali, al perfezionamento della specie, almeno nel senso che noi uomini gli attribuiamo. Tende, viceversa, ad eliminare quelli che dal punto di vista maschile sono gli esemplari migliori, gli innovatori, i realizzatori di grandi imprese, e manifesta una decisa preferenza per la mediocrità. […] Tutte le buone intenzioni che [la donna] talvolta manifesta di esaltarsi per gli uomini eccelsi, di solito falliscono tristemente, e la si vede invece a suo agio, come nel proprio elemento, quando si trova tra uomini mediocri») 
(José Ortega y Gasset, Estudios sobre el amor, 1927; tr. it. La scelta in amore, ES, 2006, p. 56)
*
Che si sappia 
«La maggior parte dei maschi infedeli, seduttivi o sessualmente violenti sono favoriti dalla selezione naturale, perché essa trasmette il patrimonio genetico a un alto numero di discendenti: i quali, ereditando i suoi geni, propenderanno a loro volta per la seduzione e così via» 
(Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, 2003) 
*
Ce n’est pas vrai, mais j’y crois (1) 
«Eros, l’amour passion, l’amour païen, qui a répandu dans notre monde occidental le poison de l'ascèse idéaliste, tout ce qui un Nietzsche injustement reproche au christianisme, sera sauvé par Agapè, l’amour de charité, l’amour chrétien» 
(«L’amore di carità, l’amore cristiano, che ha nome Agapé […] è l’affermazione dell’essere in atto. Ed è stato Eros, l’amore-passione, l’amore pagano, a diffondere nel nostro mondo occidentale il veleno dell’ascesi idealista, tutto quel che un Nietzsche rimprovera ingiustamente al cristianesimo») 
(Denis de Rougemont, L’Amour et l’Occident, 1939; tr. it. L’amore e l’occidente, Rizzoli, 2006,  p. 368)
Non è vero ma ci credo (2) 
«Se siete uomo, non sposate una donna più intelligente, più ricca, più nobile, più brillante di voi, perché ve ne pentireste. Mirate più in basso, o almeno alla parità. Non è vero che la donna sia inferiore all’uomo, ma nella composizione di una coppia conviene che ciò accada» 
(Lanza del Vasto, Per evitare la fine del mondo, Jaca Book, 1981, p. 51) 
Statistiche
«Nella vita succede a tutti d’incontrare una troia. A pochissimi, di conoscere una donna amante e onesta. Su cento, 99 sono troie»
(Cesare Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, 5 febbraio 1938)
*
Prova d’ingresso
«La stirpe dei Gonzaga aveva la fama di essere debole e tarata fino dai tempi del malfermo duca Gugliemo, il padre di Vincenzo; quest’ultimo aveva dovuto smentire le voci di una sua leggendaria impotenza superando, poco prima del matrimonio con Eleonora dei Medici, un esame di virilità e prestanza sessuale sul corpo di una mercenaria e davanti a una commissione esaminatrice preseduta dal segretario granducale Belisario Vinta»
(Siro Ferrone, Arlecchino. Vita e avventure di Tristano Martinelli attore, Laterza, 2006, p. 165)
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Intellectual honesty
«I am single, never married, never lived with a woman, and I am so alone that I am slowly going crazy. I am fifty pounds overweight, work as a clerk in a welfare office and as a security guard at nights. I find going out to meet women very frustrating. Going to dances and no one wanting to dance with me gets me pissed. I get very depressed and antisocial. I have a perverse but vicarious thrill in other people (usually men) who go berserk in public placese and kill innocent bystanders, such as David Berkowitz (Son of Sam). When I was in college, I wanted to shoot good-looking coeds on campus with a concealed automatic pistol. They never look at me or acknowledge my humanity; so maybe I'm not good enough for them. I think they're afraid I'm going to rape them. I would never rape a woman because I don't think I could convince them. I'm serious, they'd probably scream and I would run. Berkowit'z strategy was more direct, hostile, vengeful, and up-front. I admire Berkowitz, Son of Sam, for what he did» 
(«Sono single, non mi sono mai sposato, non ho mai vissuto con una donna e sono così solo che sto lentamente impazzendo. Sono in sovrappeso di venti chili e come secondo lavoro faccio la guardia notturna. Trovo molto frustante uscire per cercare di conoscere donne. Andare a ballare e non trovare nessuna che voglia ballare con me mi fa venire una grande rabbia. Sto diventando sempre più depresso e antisociale. Provo un’eccitazione perversa ma complice per quelli (specialmente uomini) che vanno fuori di testa nei luoghi pubblici e uccidono persone che sono lì per caso […]. Quando ero al college, avrei voluto sparare alle compagne belle con una pistola automatica nascosta. Non mi guardano mai, non mi riconoscono come essere umano, forse non merito nulla per loro. Penso che abbiano paura che le violenti. Non violenterei mai una donna, non penso che riuscirei a convincerla che faccio sul serio, probabilmente griderebbe e io scapperei […]»
(Shere Hite, The Hite Report on Men and Male Sexuality, 1981; tr. it. I nuovi maschi, Mondadori, Milano, 2004, pp. 136-137)
*
Malhonnêteté intellectuelle 
« [Tisserand], d’un ton presque rêveur, il a soupiré : “Putain, j’ai vingt-huit ans et je suis toujours puceau !… ” Je m’en suis quand même étonné ; il m’a alors expliqué qu’un reste d’orgueil l’avait toujours empêché d’aller aux putes. Je l’en ai blâmé ; peut-être un peu vivement, car il a tenu à me réexpliquer son point de vue le soir même, […]. Il a dit : “Tu comprends, j’ai fait mon calcul ; j’ai de quoi me payer une pute par semaine ; le samedi soir, ça serait bien. Je finirai peut-être par le faire. Mais je sais que certains hommes peuvent avoir la même chose gratuitement, et en plus avec de l’amour. Je préfère essayer ; pour l’instant, je préfère encore essayer”» 
(«[Tisserand], con tono sognante, ha sospirato: “Cazzo, ho venticinque anni e sono ancora vergine!...” La cosa mi ha sorpreso, nonostante tutto; allora mi ha spiegato che un residuo d’orgoglio gli ha sempre impedito di andare a puttane. L’ho biasimato – forse con troppa energia, visto che poi la sera […] ci ha tenuto a rispiegarmi il suo punto di vista. […] Ha detto: “Capisci, ho fatto i conti: posso permettermi una puttana a settimana; l’ideale sarebbe il sabato sera. Forse finirò per farlo. Però, sapendo che un sacco di uomini riescono ad ottenere la stessa cosa gratis, e per giunta per amore, preferisco insistere; per ora, preferisco ancora insistere”» 
(Michel Houellebecq, Extension du domaine de la lutte [Estensione del dominio della lotta], 1994)
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Go Platonic 
“Modesty is the first sacrifice demanded by Socrates in Plato’s Republic for the establishment of a city where women have the same education, live the same lives and do the same jobs as men. If the difference between men and women is not to determine their ends, if it is not to be more significant than the difference between bald men and men with hair, then they must strip and exercise naked together just as Greek men did.
With some qualifications, feminists praise this passage in Plato and look upon it as prescient, for it culminates in an absolute liberation of women from the subjection of marriage and childbearing and -rearing, which become no more important than any other necessary and momentary biological event. Socrates provides birth control, abortion and day-care centers, as well as marriages that last a day or a night and have as their only end the production of sound new citizens to replenish the city’s stock, cared for by the city. He even adds infanticide to the list of conveniences available” 
(«Il pudore è il primo sacrificio che, nella Repubblica di Platone, Socrate chiede per costituire una città dove le donne hanno la stessa educazione, vivono la stessa vita e fanno gli stessi lavori degli uomini. […] Devono spogliarsi e fare ginnastica insieme nudi, come facevano gli uomini greci. Con alcune riserve le femministe lodano questo passaggio di Platone e lo considerano preveggente, perché culmina in una totale liberazione della donna dalla schiavitù del matrimonio, dalla gravidanza e dall’educazione dei figli. […] Socrate garantiva il controllo delle nascite, l’aborto e gli asili, così come matrimonio che duravano un giorno o una notte e avevano il solo fine di generare nuovi sani cittadini dei quali si sarebbe presa cura la città per infoltire le sue scorte. Aggiunge anche l’infanticidio all’elenco dei servizi disponibili») 
(Allan Bloom, The Closing of the American Mind, 1987; tr. it. La chiusura della mente americana, Lindau, 2009, p. 115-116)
*
Die Kunst der Verführung (L’arte della seduzione) 
„Erwähnt sei, daß neben Merkmalen, die wir mit dem Gesichtssinn wahrnehmen (etwa Schulterbreite des Mannes, Brust der Frau), auch geruchliche Signale eine Rolle spielen. So hat LeMagnen festgestellt, daß Frauen bestimmte Moschussubstanzen wahrnehmen, die Männer nicht riechen können. Erst wenn man Männern das weibliche Hormon Östrogen injiziert, können sie es auch. Die Riechschwelle der Frauen zeigt Schwankungen im Ovulationszyklus. Mit der Menopause erlischt die Fähigkeit, diese Geruchsstoffe wahrzunehmen. Man kann vermuten, daß Männer Geruchsstoffe ähnlicher Art abgeben, ohne es selbst zu merken. Bemerkenswert ist in diesem Zusammenhang, daß es im Mittelmeergebiet Tanzformen gibt, bei denen die Männer vor ihren Erwählten Tüchlein schwenken. Oft tragen sie dieselben vor dem Tanze in der Achselhöhle und imprägnieren sie auf diese Wiese mit ihrem Duft“ 
[«Accanto alle caratteristiche che percepiamo per via visiva (per esempio la larghezza delle spalle dell’uomo, il seno della donna) ve ne sono di olfattive; LeMagnen ha potuto stabilire che le donne percepiscono l’odore muschiato di certe sostanze che l’uomo non percepisce, a meno che gli si inietti l’ormone femminile estrogeno; questa specifica capacità olfattiva della donna subisce oscillazioni durante il ciclo ovulatorio e con la menopausa si spegne. Si può supporre che il maschio umano secerna sostanze di questo tipo senza accorgersene lui stesso. Al proposito è notevole il fatto che nell’area mediterranea si hanno danze nelle quali gli uomini agitano davanti alla loro preferita dei fazzoletti che spesso vengono portati sotto l’ascella prima della danza, risultando così impregnati dell’odore personale»] 
(Irenäus Eibl-EibesfeldtLiebe und Hass, 1970; tr .it. Amore e odio, Adelphi, Milano, 2007, pp. 39-40)
*
La mujer nevera 
«En el hombre casi no existe el instinto sexual como impulso ciego sino que éste se da articulado con la fantasía, la imaginación, de modo que más que un instinto es una creación humana. […] El hombre va a la mujer como a una fiesta y a un frenesí, como a un éxtasis que rompa la monotonía de la existencia, y encuentra casi siempre un ser que sólo es feliz ocupado en faenas cotidianas, sea en zurcir la ropa blanca, sea en acudir al dancing». 
(«All’uomo normale “piacciono” quasi tutte le donne che ha modo d’incontrare. […] Nell’uomo praticamente non esiste, a rigor di termini, l’istinto sessuale puro, essendo quasi sempre indissolubilmente unito almeno alla fantasia. […] L’uomo va verso la donna come a una festa e in delirio, come a un’estasi che rompa la monotonia dell’esistenza, e trova quasi sempre un essere che è felice soltanto occupato nelle incombenze quotidiane, che si tratti del rammendare la biancheria, o dell’andare a ballare») 
(José Ortega y Gasset, Estudios sobre el amor, 1927; tr. it. La scelta in amore, ES, 2006, p. 56)
*
De la libération au libéralisme 
« Décidément dans nos sociétés, le sexe représente bel et bien un second système de différenciation, tout à fait indépendant de l’argent ; et il se comporte comme un système de différenciation au moins aussi impitoyable. Les effets de ces deux systèmes sont d’ailleurs strictement équivalents. Tout comme le libéralisme économique sans frein, et pour des raisons analogues, le libéralisme sexuel produit des phénomènes de paupérisation absolue. Certains font l’amour tous les jours ; d’autres cinq ou six fois dans leur vie, ou jamais. Certains font l’amour avec des dizaines de femmes ; d’autres avec aucune. C’est ce qu’on appelle la "loi du marché". Dans un système économique où le licenciement est prohibé, chacun réussit plus ou moins à trouver sa place. Dans un système sexuel où l’adultère est prohibé, chacun réussit plus ou moins à trouver son compagnon de lit. En système économique parfaitement libéral, certains accumulent des fortunes considérables ; d’autres croupissent dans le chômage et la misère. En système sexuel parfaitement libéral, certains ont une vie érotique variée et excitante ; d’autres sont réduits à la masturbation et à la solitude. Le libéralisme économique, c’est l’extension du domaine de la lutte, son extension à tous les âges de la vie et à toutes les classes de la société. De même, le libéralisme sexuel, c’est l’extension du domaine de la lutte, son extension à tous les âges de la vie et à toutes les classes de la société » 
[«Decisamente nella nostra società il sesso rappresenta un secondo sistema di differenziazione, del tutto indipendente dal denaro; e si comporta come un sistema di differenziazione altrettanto spietato, se non di più. Tuttavia gli effetti di questi due sistemi sono strettamente equivalenti. Come il liberalismo economico incontrollato, e per ragioni analoghe, così il liberalismo sessuale produce fenomeni di depauperamento assoluto. Taluni fanno l’amore ogni giorno; altri lo fanno cinque o sei volte in tutta la vita, oppure mai. Taluni fanno l’amore con decine di donne; altri con nessuna. È ciò che viene chiamato “legge del mercato”. In un sistema economico dove il licenziamento sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare un posto. In un sistema sessuale dove l’adulterio sia proibito, tutti riescono più o meno a trovare il proprio compagno di talamo. In situazione economica perfettamente liberale, c’è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c’è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società»] 
(Michel HouellebecqExtension du domaine de la lutte [Estensione del dominio della lotta], 1994)
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È troppo tardi 
«Le vedeva con gli altri, a braccio degli altri, al tavolo degli altri, in automobile con gli altri e se lui le fissava, infastidite voltano la testa dall’altra parte sempre così. E con che uomini erano? Dei miliardari, dei divi del cinema, degli apollo? No. Magari erano degli scafessi qualsiasi senza arte né parte, o con la pancia, o analfabeti capaci di parlar solo di calcio, dei volgari, brutti anche ma evidentemente avevano il piglio giusto conoscevano le due tre cretinate che piacciono alle donne e pensandoci gli veniva una rabbia un dispiacere un rimpianto ormai senza veleno, tanto! Ormai anche a saperci fare è troppo tardi» 
(Dino Buzzati, Un amore, Mondadori, 1963, pp. 254-255)
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Ultima ratio 
Si ergo uxor tentatio est, esto cautior, quaere remedium adversus tentationis periculum
[«Se dunque la donna ti è causa di tentazione, sii cauto e cerca rimedi contro il pericolo»]
(S. Ambrosius, Exhortatio virginitatis, IV, 31)