venerdì 30 settembre 2016

Il misantropo di massa


Ringrazio Riccardo De Benedetti per il suo commento al post Eroi maltusiani (16 maggio 2016). Vorrei aggiungere qualche nota sparsa sulle modalità con cui questa “misantropia di massa” si manifesta, soprattutto in quegli individui che, pur non appartenendo a nessuna élite, sostengono la necessità dello “sfoltimento” dell’umanità (e per questo ritenendosi in automatico non-sacrificabili).

Un primo gruppo è rappresentato dai decrescisti (o “decrescenti”), sulla cui presunta “felicità” ha avuto modo di indagare Luca Simonetti in Contro la decrescita (cap. “Felici? Come no”, Longanesi, Milano, 2014, pp. 133-15):
«La loro caratteristica principale […] è una viva ostilità per il progresso tecnico-industriale, unita a un idoleggiamento quasi parossistico per la vita “naturale”, in campagna, contrapposta alla città. Ma c'è da chiedersi se questa attitudine giovi alla loro conclamata “felicità”: sono sempre sul piede di guerra, pronti a rivendicare la bontà delle loro scelte e a denigrare quelle altrui, in una ossessiva smania di confronto.
[…] [Chi non la pensa come loro] è un “signor Rossi”, una persona senza alcuna individualità, uno che non ha convinzioni, scopi o semplicemente una dignità, ma “rimbalza fra scrivania e supermercato” e vive una “vita grigia”.
[…] È comunque paradossale che proprio persone di questo genere, che mancano chiaramente di ogni fantasia e empatia, di ogni capacità di comprendere e immedesimarsi in un diverso tipo di vita, rimproverino agli altri la stessa mancanza.
[…] [Ai decrescisti] non viene neanche in mente l’idea che quelle vite non siano affatto spregevoli, ma vite umane, in tutto degne di esser vissute, piene di soddisfazioni e delusioni, e frutto di scelte, né più né meno della sua.
[…] Ora, secondo voi, gente così, che sta continuamente a rimarcare i difetti degli altri, per contrapporgli le proprie virtù,  può essere davvero felice? […] Eppure molti decrescenti, soprattutto, quelli sedicenti “felici”, sono proprio così: non c’è assolutamente modo di divere una vita piena e felice, se non come dicono loro».
Questo tipo di “superiorità” auto-attribuita si palesa in modi più raffinati (ma non più di tanto) anche nella genia degli Huxley (che probabilmente furono più giustificati, almeno dal punto di vista sociale, nel considerarsi degli “eletti”).
Mentre Aldous nel 1933 si lamentava, tra le altre cose, del fatto che «la prosperità, il grammofono e la radio hanno suscitato un pubblico che consuma in modo del tutto sproporzionato rispetto all’incremento della popolazione e quindi al naturale aumento di musicisti di talento» (suscitando per giunta la reprimenda di un Benjamin: «Questo modo di vedere non è progressista»), l’altrettanto inquietante Julian[1] nel 1957 elaborava progetti transumanistici per permettere all’elemento superiore di dominare, come nella peggior fantascienza, la parte inferiore dell’umanità (plebei, iloti, ilici, paria, “signor Rossi” ecc.).

In parallelo a questi progetti poco velatamente classisti e autoritari, la “maschera ecologista”, ha contributo alla promozione del maltusianesimo nel Terzo mondo: per citare un caso fra i tanti contenuti in Eco-imperialismo di Paul Driessen (Liberilibri, Macerata, 2006), il terrorismo psicologico sulla “non-sostenibilità” del DDT in Africa ha portato al blocco dei finanziamenti internazionali ai progetti di disinfestazione («Zanzare sostenibili, persone sacrificabili», commenta l’autore).
Inoltre l’ideologia del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, apparentemente opposta a quella “decrescista” tout court, attraverso la sua enorme influenza a livello istituzionale e mediatico, ha potuto osteggiare la costruzione di dighe, condutture ed impianti elettrici nei Paesi in via di sviluppo con la motivazione che «le risorse potrebbero esaurirsi da un momento all’altro».

È evidente quindi che, pure nell’ecologismo “classico”, sia presente una componente di misantropia, addolcita dall’inconscio antropocentrismo di chi vuol salvare Gaia per salvare l’uomo.
Anche qui non mancano espressioni di tale impulso: pensiamo ai suggerimenti «per favorire un sereno trapasso e una corretta destinazione delle proprie spoglie» contenuti in un libretto di Fulco Pratesi (fondatore e presidente onorario del WWF), Ecologia domestica. Bon ton verde e altre divagazioni (1989). Come scrive Vittorio Messori in una “recensione” (L’ideologia del WWF, “Avvenire”, 12 agosto 1990, ora in La sfida della fede, SugarCo, Milano, 2008, pp.425-428),
«per Pratesi il cadavere (anzi, “la carcassa umana”) non è che concime di cui si da la lista degli elementi, dal 66 per cento di ossigeno sino alla 0,04 di ferro, iodio e manganese. Si scaglia contro le casse da morto (occorre legno per costruirle), contro i cimiteri (“terra iperfertilizzata in cui vegetano solo crisantemi e cipressi”), contro le lapidi (originano antiestetiche cave di pietra).
Una soluzione, secondo lui, potrebbe essere questa: “Una bella buca sotto una quercia in campagna, due palate di terra ed ecco che possiamo tornare al ciclo della natura”. Ma questo in mancanza di meglio.
L’ideale, secondo il WWF, sarebbe la fondazione di una “Associazione per l’inumazione ecologica”. Il Presidente dà per questo alcune direttive che così, letteralmente, suonano: “Si potrebbero adoperare i carnai, gli appositi terreni recintati e sorvegliati, impiegati dalle associazioni naturalistiche come il WWF e la Lipu per alimentare i rapaci (soprattutto gli avvoltoi in Sardegna e i capovaccai  sulle colline a nord di Roma). In quei carnai i nostri resti mortali potrebbero servire da cibo agli ultimi grifoni. Il tempo medio di distruzione della salma è di poche ore. Restano le ossa, è vero. Ma a questo inconveniente si potrebbe ovviare se al festino partecipasse anche l’avvoltoio barbuto, che lancia le ossa sulle rocce per divorarne il midollo. In pochissimi giorni, delle nostre spoglie non resterebbero che escrementi mineralizzati”.
A questo proposito Pratesi cita con compiacimento una notizia del gennaio 1988: un ecologo inglese che, per nutrire i suoi amati avvoltoi sudafricani, si è portato sotto i loro nidi e si è sparato un colpo alla testa. L’italiano consiglia anche agli altri ecologi, “in vista del passo estremo, di portarsi in un luogo ricco di carnivori e lì attendere la morte in un luogo di difficile accesso”.
Ma c’è di più. Ecco ancora testuale: “Una alternativa (come ha suggerito l’ecologa Laura Conti) potrebbe essere il creare scatolette di cibo per cani e gatti in cui la carne umana sostituisca quella di altri animali”. Anche qui, esempio edificante, esso pure anglosassone: Lord Averbury, che siede alla Camera Alta di Londra per i liberali, ha stabilito che il suo cadavere sia distribuito come cibo  tra gli ospiti del canile municipale di Battersea. Perché, ha detto, “ogni cosa biodegradabile deve essere riciclata e sepoltura e anche cremazione sono un terribile spreco”. Polemizzando con il direttore del canile che pur ammettendo che “c’è molto valore nutritivo nella carcassa umana”, non se la sente di accettare l’offerta.
Sempre per Pratesi, le ceneri di chi si facesse cremare dovrebbero “essere usate per concimare i propri vasi e le aiuole”. E, alla barbarie cristiana che tributa rispetto per il cadavere, si contrappone la civile usanza “ancora in atto presso i Parsi, una setta zoroastriana, che depositano i loro cadaveri in cima ad un’alta torre e li fanno consumare dagli uccelli da preda”».
La filosofia del Vico sembra definitivamente superata, se uno dei tre “costumi eterni e universali” che egli considerava alla base della civiltà (la sepoltura dei morti, assieme alla religione e il matrimonio), viene ora messo da parte in nome di una nuova fede (Pratesi si autodefinisce «un verde credente e praticante, nonché leggermente fanatico»), la quale logicamente rivendica un dominio più esteso rispetto alla semplice imposizione della raccolta differenziata.
Il Filosofo raccomandava in aggiunta di “santissimamente custodire” tali costumi, affinché «’l mondo non s’infierisca e si rinselvi di nuovo»: non si può negare che ci sia qualcosa di barbarico nell’idea che un uomo debba farsi sbranare dalle belve; non caso ritroviamo la stessa pensata pure in Serge Latouche (che in effetti non si fa mai mancare nulla): «In Siberia si va a morire nella foresta per restituire agli animali quello che si è ricevuto da loro. Queste concezioni implicano rapporti di reciprocità tra gli uomini e il resto dell’universo: gli uomini sono pronti a darsi a Gaia (personificazione mitologica della Terra) come Gaia si è data a loro». (La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 118).

Una “sensibilità” peraltro condivisa da numerosi potentati nella nostra epoca[2]: per esempio, il Fondo Monetario Internazionale recentemente ha lanciato l’allarme longevità contro il disdicevole prolungamento dell’aspettativa di vita nelle società occidentali, auspicando un “intervento” degli Stati attraverso l’aumento dell’età pensionabile e della “flessibilità” lavorativa, oltre che ai tagli lineari a sanità e servizi. In Italia questa “cura contro le cure” ha già prodotto in tempi brevissimi un considerevole aumento della mortalità[3]. Anche in quest’ottica vanno lette le numerose petizioni a favore dell’eutanasia, come del resto viene ormai ammesso esplicitamente. Leggiamo infatti dal “Corriere”:
«È possibile che in futuro le cure per i malati terminali, pazienti che soffrono molto senza spiragli di speranza, vengano influenzate non solo dalle discussioni sull’“accanimento terapeutico”, ma anche da pure considerazioni di spesa? […] [Il discorso viene] rilanciato, in Inghilterra, dai 37 scienziati di “Lancet Oncology” secondo i quali le cure anticancro prestate ai malati terminali nelle ultime settimane di vita hanno costi spaventosi e spesso sono contrarie alla volontà di pazienti e famiglie: vanno quindi interrotte, altrimenti si verificherà “una crisi inimmaginabile”. Parole durissime, contrarie alle convinzioni che abbiamo maturato negli ultimi 60 anni: l’era di un benessere che sembrava non avere limiti. Ora, invece, si volta pagina. Le cure mediche dovrebbero essere l’ultima area da mettere in discussione. Ma alcune domande dovremo porcele per tempo. Prima che le grida degli antistatalisti Usa dei “Tea Party”, pronti a lasciar morire chi non ha voluto spendere per un’assicurazione sanitaria, si trasformino in una guerra intergenerazionale tra anziani che ricevono buone pensioni e ottime cure e giovani con pochi diritti e molti debiti» (Massimo Gaggi, Diritti del “fine vita” e bilanci degli Stati, “Corriere”, 30 settembre 2011)[4].
È perciò difficile considerare la continuità tra le richieste degli ecologisti e quelle dei sostenitori dei cosiddetti “diritti civili” come un semplice prodotto della comune ispirazione progressista. Questo fondo di misantropia dovrebbe invece essere esplicitato e magari analizzato, se non dal punto di vista politico, almeno da quello psicologico.

D’altronde, come dovremmo giudicare, per dirne una, la diatriba tra il noto Peter Singer e gli animalisti più radicali (già citata nel precedente articolo) sull’opportunità di considerare l’abbattimento di 38 milioni di polli nei mattatoi americani l’11 settembre 2001 tanto grave quanto l’attentato al World Trade Center (o addirittura anche più grave, poiché, come ha sostenuto sulla rivista “Vegan Voice” Joan Dunayer, «i polli sono più meritevoli della maggior parte degli umani, che causano molte sofferenze e morti non necessarie, ad esempio indossando prodotti di origine animale»)[5]? L’intervento successivo della militante animalista Karen Davis è un’ulteriore dimostrazione di siffatto odio (come al solito lastricato di buone intenzioni):
«Credo che sia da specisti pensare che l’attacco dell’11 settembre al World Trade Center sia stata una tragedia più grande di ciò che milioni di polli hanno dovuto subire quel giorno e di quello che essi sopportano quotidianamente perché incapaci di difendersi dagli appetiti umani schierati contro loro. Forse la parola “tragedia” non dovrebbe essere utilizzata in questo contesto, se non nel senso di una cosa terribile capitata a un essere umano che gli ha permesso di raggiungere, in maniera conscia o meno, una maggior consapevolezza e saggezza. Intendendo nel senso classico il termine “tragedia”, resta da vedere se l’America è un “eroe tragico” o addirittura una vittima “tragica”. Tuttavia, se la questione rimane quella di sapere se l’attacco al World Trade Center, con le sue centinaia di vittime umane, sia stato peggiore della somma delle sofferenze e del terrore subite da milioni di polli in quel giorno, non riesco a immaginare che una sola risposta non-specista a tale questione» (cfr. K. Davis, An Open Letter to “Vegan Voice”,  “United Poultry Concerns”, 26 dicembre 2001).
Chiarire a se stessi i motivi di tale ostilità verso i propri simili potrebbe aiutare a sviluppare i propositi che ci si è posti, e magari anche a condurre meglio le proprie battaglie. Persino io, talvolta, ho provato questo sentimento di avversione nei confronti del prossimo (ad esempio quando un sorvegliante di colore ha inavvertitamente sfasciato la custodia della mia bottiglia di champagne), ma non per questo ho tentato di risolvere un problema esclusivamente personale scaricandolo sulla collettività o usando la politica come scappatoia. Del resto esistono modi per esprimere il proprio malessere (l’arte, la numismatica, la pesca sportiva) che non contemplano la distruzione dei quattro quinti dell’umanità.

giovedì 29 settembre 2016

Ai post l’ardua sentenza

«Inizialmente il potere seduttivo si basa su elementi fisici. Per questo motivi anche da adulti l’appeal aiuta, poiché in genere alla bellezza vengono associate alcune caratteristiche positive che nella realtà sono indipendenti, come la bontà, la competenza, la credibilità. È l’effetto What is beautiful is good (Cio che è bello è buono). “Solo le persone superficiali”, diceva Oscar Wilde “giudicano in base all’apparenza”. Infatti il saper guardare oltre l’immagine corporea è frutto di maturità».
Questo è l’incipit del quarto capitolo (“La seduzione della bellezza”) di un saggio dello psicoterapeuta Giacomo Dacquino, Seduzione. L’arte di farsi amare (Mondadori, Milano, 2004, p. 61).
Nessuna svista tipografica: Dacquino crede che la citazione sia davvero quella (tenta anche di confermarla con un un generico riferimento bibliografico: «Opere, trad. it. Mondadori, Milano, 1984») e non a caso ci imbastisce sopra un discorso antitetico alla sentenza di Wilde (da Il ritratto di Dorian Gray): «Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze» (“It is only shallow people who do not judge by appearances”).


Si tratta peraltro solo uno dei classici espedienti retorici del Poeta per farsi invitare alle feste: «To ensure he kept getting invited to parties, he perfected a verbal trick: replacing a word in a sentence with its unexpected opposite» (cit. da un volume che attribuisce a Wilde la catastrofe del divismo americano). Resta comunque singolare che un autore appunto evocato solo per sembrare originali venga qui invece richiamato per avallare un’idea ormai divenuta banalissima (giudicare le persone per come son fatte dentro eccetera).

Molte sentenze derivanti dallo stesso modello riscuotono sempre grande successo, perché il paradosso a livello retorico è sempre appagante (come sostiene Aristotele, o forse Platone), mentre il buon senso fa sentire banali, ordinari, stupidi (in Italia l’industria culturale degli ultimi decenni è nata proprio in contrapposizione alla ragionevolezza).

Sarebbe tuttavia possibile “disinnescare” altre citazioni invertendone il senso. Per esempio:

  • «Non sono d’accordo con quello che dici, e non difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo»;
  • «Il sonno della ragione non genera mostri»;
  • «Beato quel popolo che ha bisogno di eroi»;
  • «Su ciò di cui non si può parlare, non si deve tacere»;
  • «Chi non conosce la storia, non è condannato a ripeterla»;
  • «Quando non sento la parola cultura, metto mano alla pistola».
Il pericolo tuttavia è che, anche in tal guisa, certe formule verrebbero ancora riproposte all’infinito come apologie dell’eroismo, del dilettantismo, del volontarismo o del menefreghismo... Perciò, come (non) fare? Ai post l’ardua sentenza (Risate a denti stretti 2.0).

lunedì 26 settembre 2016

Pokémon Go alla conquista del mondo

Vediamo di parlare di questo “Pokémon Go” prima che passi di moda: ammetto di non aver capito ancora di che si tratti o, per meglio dire, credo di aver capito trattasi di una cosa talmente idiota che è meglio fingere di non aver capito.

In ogni caso, su una pagina Facebook (“Amazing Maps”) compare questa mappa che indicherebbe i Paesi in cui è disponibile il giochino:


Pur non sapendone nulla, a me questo sembra un quadro eccessivamente ottimistico (basato principalmente su una “previsione di sviluppo”): infatti, da quel che si evince dopo un breve giro su Google, a parte i Paesi che l’hanno apertamente vietato (come Arabia Saudita e Iran), negli altri non solo è disponibile, ma già prima dell’8 agosto era possibile usarlo, per esempio, in Africa e in Turchia, oltre che in tante altre nazioni, come il prediletto Kazakistan.

La stampa turca in effetti lo ha adottato sin da subito come metafora di riferimento di vari eventi politici, tanto che il numero di volte in cui viene chiamato in causa dai loro media rispetto a quelli italiani mi fa pensare che nel nostro Paese questa “mania” non esista nemmeno. Comunque “Pokémon Go” è arrivato pure in Bhutan (sebbene sempre in forma “non ufficiale”).

Mi stupisce invece che in Corea del Sud non sia ancora disponibile (anche se ovviamente ci giocano come in tutti gli altri Paesi). Vengono addotti motivi di ordine militare, ma a mio parere le ragioni sono soprattutto di tipo culturale, perché in Corea del Sud non esiste una dimensione sociale del videogioco: si gioca in solitudine, chiusi in stanze buie, a volte per giorni di seguito, fino alla morte per inedia.

È vero che si può giocare anche con altre persone, ma comunque sempre seduti davanti a uno schermo, protetti dall’ambiente esterno e dall’interazione fisica con gli umani. Del resto bisogna dire che negli ultimi anni un numero non indifferente di donne ha iniziato a frequentare le cosiddette “Stanze del PC”, il che per certi versi ha minato alle basi il mito del maschio sudcoreano solitario, sudato e introverso, che fino a pochi anni fa costituiva il modello ideale di “videogiocatore”. Però i tempi non sembrano ancora maturi per uscire di casa: per ora si limiteranno a farsi una doccia e cambiarsi i vestiti prima di recarsi nelle “stanze”.

venerdì 23 settembre 2016

Una mulatta ucraina

Premessa: Chi giunge su questa pagina cercando porcherie, sparisca dalla faccia della terra all’istante. Non per altro, ma la Russia ha appena bloccato due famosi siti pornografici (spero la notizia non sia una bufala), con la raccomandazione di trovare qualcuno nella vita reale che faccia le stesse cose (magari non tutte). In ogni caso condivido la decisione e spero, ripeto, che la pornografia sparisca dalla faccia della terra assieme ai suoi fruitori (ché mi sputtanate pure le chiavi di ricerca, impedendomi di capire cosa piace alla gente normale).

Premessa seconda: I blogger di tutto il mondo hanno un problema con il referrer spam dall’Ucraina, che fa lievitare le visite falsando le statistiche (purtroppo qualcuno ci casca). Anch’io ho ricevuto centinaia di visite da Kiev e dintorni che difficilmente possono essere giustificate dal fatto che ogni tanto scrivo in russo o in polacco. Tuttavia, conoscendo appunto sia il russo che il polacco credo di poter imparare anche l’ucraino in tempi brevi; anzi, a dir la verità ho già iniziato… ora, proprio con questo post. In tal modo tutte queste visite saranno finalmente giustificate a posteriori (no pun intended).

Una copertina molto più realistica
di quanto possiate immaginare!
L’altro giorno sono andato a donare il sangue e per l’esame ordinario sono stato visitato da una dottoressa mulatta (tenente a mente questo particolare: “mulatta”). In realtà mi era già capitato di incontrarla precedentemente, ed essendo sempre rimasto un po’ indispettito dal tono sostenuto (anche questa volta: “Lei ha 160/90 di pressione, non potrebbe donare”; “Non può bere cinque caffè al giorno!”; “È in sovrappeso di XX chili”!), ho decido di ammansirla chiedendole da quale Paese venisse. Avevo sospettato infatti un’origine somala o tutt’al più brasiliana, tanto che mi era parsa addirittura una buona occasione per rinfrescare il mio portoghese o, nel peggiore dei casi, per praticare qualche lingua africana (da me sempre colpevolmente trascurate), in particolare appunto il somalo e l’amarico (in onore dei vecchi tempi, avete presente, Iiiiiiiiiiitaliani… mah).

Bene, allora le chiedo informazioni sul suo ceppo etnico, e salta fuori che questa dottoressa è… UCRAINA?!? Come è possibile una cosa del genere? Spero abbiate tenuto a mente il “mulatta”. Non ho indagato per educazione, ma mi è rimasta addosso una certa fregola di saperne di più.
Per il resto è stata una piacevolissima discussione: si è parlato un po’ in russo, sono saltate fuori cose interessanti. Seconda la prospettiva geolinguistica della dottoressa, gli ucraini vicini al confine polacco usano più parole polacche di quante dovrebbero: per esempio, anche se tutte le grammatiche e i dizionari indicano “Дякую” [Djakuju] come “grazie” (simile quindi al “Dziękuję” polacco), al contrario i “veri” ucraini dovrebbero dire proprio “Спасибо” [Spasiba], o almeno utilizzare la formula “Спасибі” [Spasibi].

A tal proposito, è quasi superfluo precisare che la dottoressa non ha cercato in alcun modo di nascondere la sua profonda passione per la Russia, anzi quando le ho detto, per pura piaggeria, che la letteratura ucraina è straordinaria (peraltro senza millantare nulla, essendo reduce dalla lettura di un fascistissimo articolo di Vasco Pratolini pubblicato su “Primato” del 15 dicembre 1941, Narratori ucraini a cura di Luigi Salvini, nel quale lo scrittore denunciava «l’intimo dualismo che segna la patria ucraina, ancora una volta soggetta all'imposizione moscovita e al dichiarato nemico del comunismo»), e che la lingua ucraina è più musicale di quella russa, lei ha ribattuto a entrambe le affermazioni con argomenti più che convincenti: da una parte, Достоевский + Тургенев + Пушкин + Булгаков contro il povero Taras Shevchenko, e dall’altra la differente pronuncia della е (cirillica) che in russo suona je e in ucraino soltanto e (come in italiano), una particolarità che in effetti addolcisce la cadenza (lo avevo già notato per il polacco).

Per concludere, la dottoressa mi ha ricordato che l’amicizia russo-ucraina continua a persistere e che la guerra è causata soltanto dalla “politica”. Non è la prima volta che sento utilizzare questa espressione da una persona dell’Est: per esempio, una signora polacca che aveva lavorato negli ospedali italiani come cuoca, mi fece un discorso simile sulla “politica” che una volta in Polonia gestiva le mense dei nosocomi; l’espressione quindi dovrebbe comprendere politici, funzionari e “miliziani” (in accezione sovietica).

Sono contento di aver conosciuto un’ucraina non solo mulatta, ma persino filorussa: vivendo in una zona disagiata, gli ucraini che finora avevo incontrato erano degli energumeni capaci di picchiarti per aver detto una parola in russo. Non sono capace di disprezzarli perché anch’io appartengo alla white trash, ma mi fa piacere pensare che a Kiev esista un’alta borghesia multietnica e filorussa.
*

I commenti qui sotto (e in privato) mi hanno spinto a fare qualche ulteriore ricerca. Non mi ero accorto ci fosse una (scarna) pagina Wikipedia dedicata agli Афроукраїнці [Afroukraintsi]: i nomi elencati sono poi gli stessi segnalati dai lettori. Ovvero: la cantante Haitana [Гайтана], che ha partecipato all’Eurovision 2012, nata nel 1979 a Kiev da madre ucraina e padre congolese, e il lottatore Žan Beleniuk [Жан Беленюк], argento nella lotta greco-romana alle ultime olimpiadi, nato a Kiev da madre ucraina e padre ruandese di etnia hutu (un pilota d’aerei che morirà nella guerra civile). Questo Beleniuk sembra si consideri un nazionalista (ha partecipato recentemente a una sfilata patriottica), ma secondo alcune indiscrezioni giornalistiche starebbe pensando di assumere la nazionalità russa a causa delle condizioni modeste in cui si trova la sua disciplina in Ucraina.

A questi aggiungiamo il cantante e presentatore televisivo Miroslav Kuvaldin [Мирослав Кувалдін], di origine nigeriana (ancora da parte di padre), che nel 2004 ha dichiarato alla “BBC” di non esser mai stato vittima di razzismo in Ucraina, a parte aver ricevuto qualche volta l’epiteto di “culo nero” («But so what? That’s true after all»). Si tratta di un’espressione molto diffusa in Russia (черножопый [černožópyj]) per indicare i cittadini sovietici originari delle repubbliche dell’Asia centrale.

Infine, sempre su segnalazione di Wikipedia, il gruppo reggae Čornobryvtsi [Чорнобривці], composto da giamaicani, molto celebre in patria: tra i pezzi più noti (perlopiù rivisitazioni di brani tradizionali), “Несе Галя воду” (“Halja porta l’acqua”), “Ти ж Мене Підманула” (“Non prendermi in giro”) e Їхалі козаки (“Cavalcarono i cosacchi”).

Per il resto, Wikipedia ci ricorda che «Чисельність українців з африканським походженням відносно невелика. Вони зосереджені, в основному, у великих містах України» [“Il numero di ucraini di origine africana è piuttosto basso. Essi sono concentrati perlopiù nelle grandi città].
L’articolo della BBC su Kuvaldin aggiunge qualche dettaglio sui motivi per cui un nigeriano si trovasse in Ucraina a metà degli anni ’70: «During the Cold War, the Soviet Union was anxious to promote its friendly “internationalist” image, and free higher education was offered to students from developing countries. Myroslav’s father was one of those who benefited and he met Myroslav’s mother when they studied medicine together».

Di questi scambi culturali tra Unione Sovietica e Terzo mondo ne scrisse, in tono decisamente poco idilliaco, anche il giornalista francese Gilbert Comte (Les étudiants noirs chez les communistes, “Le Spectacle du Monde”, aprile 1963):
«Nella sera di un agosto del 1962, un gruppo di ghanesi entra nel ristorante Chuchuliga di Sofia. Sentendo l’orchestra suonare, uno di loro invita una giovane bulgara a ballare. Prima che lei possa dire qualsiasi cosa, un soldato si avvicina al suo tavolo ed esclama: “Non avrai mica intenzione di andare con questo gorilla!”. Il rimprovero dà il via a una mischia generale: tutta la sala si precipita sugli stranieri per sbatterli fuori. I poliziotti assistono alla scena impassibili, intervenendo solo alla fine per condurre i neri in questura. Tra i sei ragazzi, quattro rimangono feriti: per questo vengono rilasciati dopo ventiquattr’ore. Gli altri due, Georges Annah e E. A. Attiga, trascinati davanti a un tribunale, sono condannati rispettivamente a uno e a tre mesi di reclusione per disturbo della quiete pubblica. Ci sono voluti sforzi non indifferenti da parte del governo d’Accra, compreso un intervento del presidente stesso, per ottenere la loro liberazione.
[…] A Mosca, nel 1960, durante una festa organizzata dalla facoltà di geografia, il somalo Abdulhamid Mohammed Hassan viene aggredito da quattro studenti sovietici per aver invitato una ragazza russa a ballare.
 […] Nei Paesi comunisti gli studenti stranieri sono sottoposti alle stesse restrizioni degli altri immigrati. […] Nell’università stessa, un sistema intricato di permessi limita il loro passaggio da un edificio all’altro. Gli studenti africani vengono confinato tra di loro e i contatti con gli studenti sovietici sono ridotti al minimo e soggetti a rigida sorveglianza […]».
Per completare il quadro con alcune informazioni prese da internet, segnaliamo che alla parata per il Giorno dell’Indipendenza del 2014 erano presenti due afro-ucraini di origine nigeriana provenienti da Ivano-Frankivsk (Ucraina occidentale), studenti all’università locale “del petrolio e del gas” (i programmi di studio ucraini sono evidentemente all’insegna della concretezza), dei quali il giornalista che ne scrive (l’articolo è in lingua, ma la foto è eloquente) riporta con orgoglio che i due parlano ucraino ma non capiscono il russo.
Un altro studente nigeriano, Leonardo Obodoeke di Ternopil, ha partecipato all’edizione nazionale del talent show “The voice”, lo stesso programma in cui il cantante gospel Anjanja Udohvo (o “Udongwo”) si è esibito in una toccante versione di “Hallelujah”. Ma qui non si tratta di afroucraini, ma di africani tout court (come anche il gruppo folk amatoriale Блек старс [“Blek Stars”], protagonista di numerosi festival popolari).

(Afro-ucraini, immagine da blackukrainian.tumblr.com)
Per quanto riguarda le fonti in inglese, blackukrainian.tumblr.com raccoglie sparute testimonianze di cultura nera in Ucraina, tra le quali segnalo un’intervista a due cugine di origine angolana, i cui padri arrivarono in Unione Sovietica sempre per la storia degli scambi culturali e si appaiarono con due sorelle ucraine. Le giovani denunciano un clima di razzismo che non si evince da altre testimonianze – dallo stesso sito, si registra  quella più positiva di una mulatta con padre del Burkina Faso e di Tina, figlia di uno studente del Ciad che (ovviamente!) partecipò ai programmi sovietici e poi restò in Ucraina.

Un’altra testimonianza non molto positiva è quella della regista russo-canadese Julia Ivanova, che nel documentario Family Portrait in Black and White (2011) narra la storia di “Mamma Olga” [Ольга Неня], affidataria di ventisette orfani dei quali sedici (!) di colore. Per l’ennesima volta, «Olga’s children are for the most part the beautifully unique result of relationships between African students – attending the affordable universities of the former Soviet country – and Ukrainian women» (chiedo scusa per la melassa, ma sto citando dall’“Huffington Post”).


Pur non avendo ancora visto il documentario (e avendo del resto poca voglia di farlo), non credo di poterne condividere lo spirito: con tutto il rispetto per la regista, non ha senso presentare vicende straordinarie come rappresentative della quotidianità.
Al contrario, mi sembra che di tutte le ex-repubbliche sovietiche l’Ucraina sia l’unica a registrare un fenomeno del genere: la costante di uno studente africano che mette incinta un’ucraina e poi torna al suo Paese (spesso non per volontà propria, ma per l’ovvia inflessibilità della burocrazia sovietica). Non mi pare esistano esempi di tal fatta in Polonia o in Bulgaria (ma chi può dirlo…).

giovedì 22 settembre 2016

Benedetto Croce, l’amico di Evola


Non deve sorprendere che, nella voce della Wikipedia portoghese dedicata a Benedetto Croce, venga considerato come evento cruciale nella vita intellettuale del filosofo l’aver tenuto un carteggio (per altro trascurabile) nientedimeno che con Julius Evola. È noto infatti che, grazie all’influenza di Fernando Pessoa, autori che da noi vengono considerati come minimo impresentabili, sono invece considerati “normali” dalla cultura portoghese. Con ciò ovviamente non si intende sostenere che Wikipedia sia lo specchio dell’anima di un popolo, ma è difficile non scorgere un collegamento tra la reductio ad Evolam del povero Croce e la pacatezza con cui, per esempio, si organizzano a Lisbona conferenze sul “sogno imperiale” condiviso dal poeta nazionale e dall’esotérico fascista.

Mentre quindi in Italia Evola è tenuto a distanza di sicurezza e analizzato tutt’al più come fenomeno da baraccone, in Portogallo invece gode del credito derivante dagli interessi esoterici di Pessoa.
Sappiamo infatti – ed è una polemica ricorrente nella pubblicistica di destra – che il Pessoa venduto nelle librerie Feltrinelli è solo una versione edulcorata del vero Pessoa, che fu monarchico, antidemocratico, liberista, elitario e pure “edonista reaganiano” ante litteram (inventò lo slogan per la Coca-Cola).

Nell’articolo Tabucchi e la strana attrazione per l’occultista Pessoa (“Lettera43”, 26 Marzo 2012) Marco Fraquelli ricostruisce il milieu allucinante dal quale emerse l’autore preferito da Tabucchi. Una delle pagine più oscure –è proprio il caso di dirlo– riguarda la complicità nell’organizzazione del finto suicidio di Aleister Crowley (descritto in modo tragicomico dal blog “Mundo Civilizado”).
Come scrisse René Guenon allo stesso Evola il 29 Ottobre 1949 dal Cairo: «Crowley […] [nel 1931] era in Portogallo, e scomparve all’improvviso; ne ritrovarono i vestiti in riva al mare, cosa che fece credere che si fosse annegato; ma era solamente una morte simulata, affinché non ci si occupasse più di lui e non si cercasse di sapere dove fosse andato. Infatti, era andato a Berlino per ricoprirvi il ruolo di consigliere segreto presso Hitler, che era allora agli inizi, è ciò che probabilmente avrà dato origine a certi racconti sulla “Golden Dawn” […]».

Per afferrare pienamente gli ideali politici di Pessoa, bisognerebbe in effetti pensarli nella prospettiva di sette e passa secoli di amicizia anglo-portoghese, così come del resto fanno i suoi appassionati di sinistra quando, per “salvarlo”, ne giustificano il conservatorismo con un’ammirazione eccessiva per Albione (la stessa che ispirò Hitler – ma di questo è meglio non parlarne). Quindi Pessoa è sì un destrorso, ma di quella destrosità al servizio degli interessi inglesi che tanto rassicura la nostra intellighenzia.

Dunque, a causa di tutte queste congiunture sfavorevoli, nell’enciclopedia attualmente più consultata al mondo, Benedetto Croce viene ricordato solamente per la sua forte correspondência (7 lettere) con l’“amico” Evola.

venerdì 9 settembre 2016

Anti-(a)fa. Una criticità teologico-politica


Non vogliamo dilungarci troppo sull’espressione “criticità”, peraltro già sdoganata dall’Accademia della Crusca (che nel 2012 la utilizzò nel titolo di un seminario) e dalla Treccani (che recentemente ha aggiunto alla voce il significato secondario di «singolo problema, singola situazione critica»): ci limitiamo a ricordare che, fino a poco tempo fa, la “criticità” era soltanto un «fenomeno per cui al minimo variare di uno dei parametri, segue un effetto di notevole portata». Poi, una volta entrata nel gergo giornalistico e politico, lo sfilacciamento semantico le ha fatto perdere ogni adesione a un significato preciso (pensiamo all’impiego del termine in ambiti come l’economia, la meteorologia, lo sport, la medicina o la pedagogia).

L’ambiguità è accentuata dall’invariabilità del nome: se le criticità posso indicare le “riserve”, le “controversie”, le “difficoltà” di una data situazione, la criticità diventa praticamente un sinonimo di “crisi”. In alcuni casi si arriva all’assurdo di utilizzare “criticità” al posto di “critica”, in una contorsione verbale che non trova alcuna ragione se non nel conformismo: il termine infatti si presta bene agli scopi della nuova “lingua di legno”, che già annovera nel suo repertorio espressioni altrettanto moleste quali “aprire un tavolo” o “al netto di”.

Con un po’ di inquietudine notiamo che l’attaccamento quasi maniacale per la parola dimostrato da opinionisti e governanti potrebbe forse derivare dall’abuso del precedente Presidente della Repubblica (anche quello nuovo però non scherza), il quale non perse occasione per utilizzarlo non solo nelle dichiarazioni alla stampa, ma anche nei documenti ufficiali, offrendo così alla Criticità l’occasione di eternarsi.
Per una “consacrazione” vera e propria, serve un impiego in qualche futura enciclica: in tal caso però bisognerebbe valutare i rischi (anzi, le criticità) che un innalzamento del termine al livello teologico potrebbe comportare (non sarebbe una cosa elegante, per esempio, liquidare l’Apocalisse come “una serie di criticità”…).

Il nostro problema si collega a quest’ultimo punto. Sappiamo che c’è sempre una criticità da superare. In questo periodo generalmente è il caldo (escludendo ovviamente i casi particolari in cui si verificano calamità naturali o atti terroristici): quindi, per farla breve, come si risolvono le criticità meteorologiche?

Per protestare contro un inverno particolarmente rigido, nel 1983 il “Gruppo d’intervento culturale” Jalons promosse una manifestazione chiedendo le dimissioni del Presidente della Repubblica al coro di «Verglas assassin, Mitterrand complice!» (“Ghiaccio Assassino, Mitterrand complice!”).
Anche in Italia i tempi sembrano maturi per una contestazione del genere, magari contro quel “caldo killer” che periodicamente balza in cima alle preoccupazioni dei connazionali: un raduno anti-afa in fondo non stupirebbe più di tanto, assuefatti come siamo da anni di cortei e sfilate nelle quali non viene rivendicato alcunché di concreto, né si prospettano alternative realistiche, ma semplicemente ci si trascina da una parte all’altra della città, a volte devastandola, mossi da una generica indignazione.

Tuttavia la riposta più razionale (o perlomeno la più immediata) rimane quella di installare un condizionatore. I giornali infatti avvertono: attenti al “boom”. E qui sorge la criticità teologico-politica. Perché è da qualche anno che tali ammennicoli provocano, specialmente in quei di Milano, una serie impressionante di cortocircuiti (o, per meglio dire, “un boom di blackout”).
Ciò è particolarmente preoccupante non per le squallide motivazioni con cui taluni deplorano l’altrui benessere; semmai perché l’abuso, inconsueto almeno per il capoluogo lombardo, cade proprio nel momento in cui Papa Francesco esprime, nella sua celebre enciclica “ambientalista” Laudato si’, una durissima condanna contro «il crescente aumento dell’uso e dell’intensità dei condizionatori d’aria», annoverando addirittura l’impiego smodato del climatizzatore tra le «abitudini nocive di consumo» alle quali i fedeli dovrebbero opporsi (§55).

È un dato inquietante, perché dimostra come a quei cattolici che invocavano da anni un pontefice che parlasse “alla gente” e che si occupasse “dei problemi concreti”, in realtà interessasse solamente l’esenzione da qualsiasi forma di obbedienza o rinuncia. A pensarci bene, è proprio da siffatto milieu che potrebbe partire la più grande manifestazione contro il caldo a cui la storia abbia mai assistito.

Anglicorum

 (“Corriere”, 8 giugno 2016)

 (“Corriere”, 12 giugno 2016)
Qui sopra due simpatiche letterine a Sergio Romano risalenti al giugno scorso, in cui si auspicava che sulla scia della Brexit anche l’inglese scomparisse dalle lingue ufficiali dell’Unione. Ovviamente l’ex-ambasciatore non ha potuto far altro che replicare a entrambe “picche” (o sorry):
«L’inglese non è soltanto la lingua del Regno Unito. È anche la lingua degli Stati Uniti. Se la City di Londra declinasse, la finanza internazionale parlerebbe pur sempre la lingua di Wall Street».

«La lingua ufficiale degli irlandesi è il celtico, ma pochi lo parlano e tutti usano l’inglese. Toccherà quindi all’Irlanda, se la Gran Bretagna ci abbandona, conservare l’inglese anche formalmente fra le lingue dell’Unione».
Lasciamo da parte il “celtico” (che sarebbe il gaelico, ma è un bel modo ottocentesco per definirlo) e il fatto che l’inglese è lingua ufficiale anche di Malta; veniamo inveceal punto: nonostante il tono apologetico assunto in questa occasione nei confronti del britannico idioma, il buon Romano ha poi reagito alla Brexit come il protagonista della famosa canzone napoletana Chella llà: «Londra era un ostacolo, ora può davvero nascere l’Europa» (“Linkiesta”, 26 giugno 2016).

Se non altro nell’esprimere la sua opinione, il diplomatico è stato meno ambiguo di altri (almeno questo gli fa onore, o forse era proprio il lamento dell’amante tradito?): continuano però a latitare le considerazioni a freddo dei numerosi aedi della Perfida Albione, che nonostante il profluvio di panzane con cui hanno inondato giornali e televisioni (“La democrazia porta al nazismo”, “Togliamo il diritto di voto ai vecchi”, “Adesso in Inghilterra non si può più pagare con gli euro”), non hanno ancora chiarito il punto fondamentale: può l’anglofilia essere subordinata all’europeismo? O, per esprimerci in termini che anche i gazzettieri possono capire: Londra buona o cattiva?

Sappiamo che in Italia, per una regola non scritta (o messa nera su bianco su qualche foglio inaccessibile ai comuni mortali), i media nazionali non possono parlar male degli inglesi; anzi, ogni telegiornale deve dedicare almeno tre servizi a settimana alla regina Elisabetta e ai suoi fottutissimi parenti. Insomma, non è possibile indire un referendum per abolire l’influenza della monarchia inglese nel nostro Paese. Va bene così, tanto si sa che con Albione non si può mai giocare ad armi pari. Però ora la questione si pone: se dobbiamo morire per Bruxelles, per l’eurocrazia e per la moneta unica, potremmo almeno tagliar corto con questa anglofilia da mentecatti?

Tornando alla questione della lingua, anche se la diffusione dell’inglese “ciancicato” ha precedenti inquietanti, non si può negare che l’anglicizzazione nasca principalmente da necessità pratiche, soprattutto quando declinata in termini di “americanizzazione”. Pensiamo, per esempio, al recente dibattito sorto dalla “smania inglese” dilagante nelle nostre università: essa genera comprensibili timori in quelli che la vedono come un cedimento al pensiero unico o alle mode intellettuali. Alcuni critici rilevano peraltro che nella nostra realtà lavorativa l’inglese non è una lingua più richiesta di altre, dal momento che l’Italia non può campare semplicemente come “villaggio turistico mondiale” (in tal caso basterebbe solo un po’ di anglicorum), ma per sopravvivere ha bisogno di una mediazione culturale di più alto livello, sia per consolidare la sua vocazione esportatrice che per integrare efficacemente i numerosi stranieri presenti sul territorio.

Credo esista un motivo di fondo, non del tutto esplicitato, di questa improvvisa necessità di “anglicizzarsi”, e riguarda il declino delle facoltà umanistiche statunitensi in atto da decenni, descritto impietosamente da Allan Bloom in The Closing of the American Mind (1987).
Dal punto di vista educativo il nostro Paese può vantare, in diversi campi, eccellenze in grado di attrarre migliaia di studenti stranieri: sembra quindi che tale scelta sia dettata anche dall’esigenza di intercettare l’enorme massa di giovani provenienti dalle economie emergenti che cominciano a diffidare di un’educazione “all’americana”. Osservando la situazione da questa prospettiva, si comprende anche come il pericolo più grande non sia tanto l’americanizzazione linguistica, quanto quella culturale (che tra l’altro si potrebbe portare a compimento anche solo utilizzando la lingua italiana, come dimostrano i vari studi culturali, studi di genere ecc.).

Dunque non c’è solo la lingua di Wall Street o della Polizia del Kansas City. O, per meglio dire, queste possono sicuramente fornire un adeguato supporto nell’ipotesi assurda che a difendere l’ufficialità dell’inglese nell’Unione Europea rimanga solo Malta (con l’Irlanda impegnata a valorizzare il “celtico” per motivi irredentistici); ma pure in tal caso l’imposizione di una nuova lingua franca non consentirebbe di eludere alcune dinamiche obbligate.

Per concludere finalmente con l’amato idioma gentile, vogliamo ricordare che, di fronte al pericolo della sua scomparsa o di una riduzione a dialetto, Vincenzo Cerami sostenne che i suoi connazionali avrebbero dovuto esportare di più («chi esporta più prodotti esporta più lingua»), oppure accettare di «diventare una colonia americana», perché se «è finito il latino, è finito il provenzale, pazienza: finirà anche l’italiano». (cfr. “I Paesi più forti esportano insieme alle merci anche il loro vocabolario”, Il Messaggero, 26 settembre 1989; ora in Pensieri così, Garzanti, Milano 2002, p. 93).
A dispetto di tali asprezze, è tuttavia necessario ricordare che nei secoli uno dei “prodotti” nostrani più esportati è stato proprio la lingua italiana, attraverso l’arte, la letteratura, la navigazione, l’architettura, il teatro: lo prova, tra le altre cose, il vocabolario che i musicisti di tutto il mondo (anche quelli americani) sono costretti a utilizzare. Di conseguenza, almeno per gli orchestrali dell’apocalisse varranno ancora il motto: «Il giorno della fine non ti servirà l’inglese».

sabato 3 settembre 2016

Vignette contro Charlie Hebdo

L’unica cosa davvero irritante delle polemiche contro l’ennesima vignetta di “Charlie Hebdo” (questa volta particolarmente rivoltante per gli italiani) è la ricorrente sacralizzazione di quella cosa che tutti chiamano “satira” in una società dove nulla dovrebbe essere sacro. Per giunta una sacralizzazione selettiva, dato che pure il rituale del “Je suis Charlie” ha avuto sin dal principio una vittima sacrificale: il noto Dieudonné, che per aver commentato sarcasticamente la “grande marcia” (aggiungendo alla fine una battuta non più infelice di quelle del settimanale: «Je me sens Charlie Coulibaly») è stato condannato a due mesi di carcere con la condizionale per “apologia di terrorismo”.

L’immunità che detengono gli autori di “Charlie Hebdo” assomiglia molto a quella dei buffoni di corte. Per questo ho pensato, pur non sapendo disegnare, di fare qualche vignetta contro tutto quello rappresentato da “Charlie”, un qualcosa che inizia a puzzare di ipocrisia e doppiezza morale.

Visto che oggi va di moda spiegare i motivi per cui uno dovrebbe ridere a un disegnino, ho aggiunto anche una breve legenda:

1) La prima vignetta rappresenta una figura umana con un organo riproduttivo maschile al posto della testa che regge il solito slogan: con questo disegno voglio indicare che a mio parere chi continua a ripetere “Je suis Charlie” da più di un anno e mezzo di fronte a qualsiasi cosa succeda è un po’ una “testa di cazzo”. Soprattutto quando, per spiegarti i motivi per cui non bisogna offendersi, assume toni da precettore.

2) La seconda vignetta si riferisce al fatto che, mentre de Gaulle è scampato a cinque attentati, il povero Charb è caduto subito al primo. La “vittoria ai punti” di cui parlo nella didascalia quindi riguarda tale circostanza. Ricordiamo che la prima versione di “Charlie”, “Hara-Kiri”, dovette cambiare nome proprio per aver ironizzato sulla morte del Generale. Recentemente il settimanale, per prendere in giro un’europarlamentare francese, ha voluto offendere la memoria della figlia down di de Gaulle, Anne, morta a vent’anni nel 1948, profondamente amata dai suoi genitori.

3) Nella terza vignetta, una matita può permettersi di cantare la stucchevole canzoncina “Même pas peur” e vantarsi del suo coraggio protetta da uno stuolo di teste di cuoio. Purtroppo sono riuscito a colorare di nero solo il passamontagna perché mi si è scaricato il pennarello (non è una metafora), infatti il disegno è fatto a penna (si è scaricata anche quella). Spero che l’espediente della pars pro toto non venga frainteso.
[Ricordo di sfuggita, visto che a “Charlie” piace dileggare i morti italiani, che il primo a cadere nella redazione il giorno dell’attacco fu la guardia del corpo di Charb, Franck Brinsolaro, 49 anni, anche lui originario del Paese della mafia e delle lasagne.]

4) Dato che ho finito penne e pennarelli, l’ultimo l’ho fatto col pc: «I buffoni del re sono intoccabili... fino al nuovo re!». Nell’immagine, Carlo Martello. Credo non vi sia altro da aggiungere.

venerdì 2 settembre 2016

International Love

El buen deseo
«Desde el punto de vista de la seleccion humana, [...] la mujer no colabora con su preferencia sentimental en el perfeccionamiento de la especie, al menos en el sentido que los hombres atribuimos a éste. Tiende más bien a eliminar los mejores individuos, masculinamente hablando, a los que innovan y emprenden altas empresas, y manifesta un decidido entusiasmo por la mediocridad. Cuando se ha pasado buena porción de la vida en la pupila alerta, observando el ir y venir de la mujer, no es fácil hacerse ilusiones sobre la norma de sus preferencias. Todo el buen deseo que a veces muestra de exaltarse por los hombres óptimos suele fracasar tristemente, y, en cambio, se le ve nadar a gusto, como en su elemento, cuando circula entre los hombres mediocres»
(José Ortega y Gasset, Estudios sobre el amor, 1927)
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Che si sappia
«La maggior parte dei maschi infedeli, seduttivi o sessualmente violenti sono favoriti dalla selezione naturale, perché essa trasmette il patrimonio genetico a un alto numero di discendenti: i quali, ereditando i suoi geni, propenderanno a loro volta per la seduzione e così via»
(Luigi Zoja, Il gesto di Ettore, 2003)
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Ce n’est pas vrai, mais j’y crois (1)
«Eros, l’amour passion, l’amour païen, qui a répandu dans notre monde occidental le poison de l'ascèse idéaliste, tout ce qui un Nietzsche injustement reproche au christianisme, sera sauvé par Agapè, l’amour de charité, l’amour chrétien» 
(Denis de Rougemont, L’Amour et l’Occident, 1939)
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Non è vero ma ci credo (2)
«Se siete uomo, non sposate una donna più intelligente, più ricca, più nobile, più brillante di voi, perché ve ne pentireste. Mirate più in basso, o almeno alla parità. Non è vero che la donna sia inferiore all’uomo, ma nella composizione di una coppia conviene che ciò accada»
(Lanza del Vasto, Per evitare la fine del mondo, Jaca Book, 1981, p. 51)
Intellectual honesty
«I am single, never married, never lived with a woman, and I am so alone that I am slowly going crazy. I am fifty pounds overweight, work as a clerk in a welfare office and as a security guard at nights. I find going out to meet women very frustrating. Going to dances and no one wanting to dance with me gets me pissed. I get very depressed and antisocial. I have a perverse but vicarious thrill in other people (usually men) who go berserk in public placese and kill innocent bystanders, such as David Berkowitz (Son of Sam). When I was in college, I wanted to shoot good-looking coeds on campus with a concealed automatic pistol. They never look at me or acknowledge my humanity; so maybe I'm not good enough for them. I think they're afraid I'm going to rape them. I would never rape a woman because I don't think I could convince them. I'm serious, they'd probably scream and I would run. Berkowit'z strategy was more direct, hostile, vengeful, and up-front. I admire Berkowitz, Son of Sam, for what he did»
(Shere Hite, The Hite Report on Men and Male Sexuality, 1981)
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Malhonnêteté intellectuelle
« [Tisserand], d’un ton presque rêveur, il a soupiré : “Putain, j’ai vingt-huit ans et je suis toujours puceau !… ” Je m’en suis quand même étonné ; il m’a alors expliqué qu’un reste d’orgueil l’avait toujours empêché d’aller aux putes. Je l’en ai blâmé ; peut-être un peu vivement, car il a tenu à me réexpliquer son point de vue le soir même, […]. Il a dit : “Tu comprends, j’ai fait mon calcul ; j’ai de quoi me payer une pute par semaine ; le samedi soir, ça serait bien. Je finirai peut-être par le faire. Mais je sais que certains hommes peuvent avoir la même chose gratuitement, et en plus avec de l’amour. Je préfère essayer ; pour l’instant, je préfère encore essayer”»
(Michel Houellebecq, Extension du domaine de la lutte, 1994)
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La mujer en la nevera
«En el hombre casi no existe el instinto sexual como impulso ciego sino que éste se da articulado con la fantasía, la imaginación, de modo que más que un instinto es una creación humana. […] El hombre va a la mujer como a una fiesta y a un frenesí, como a un éxtasis que rompa la monotonía de la existencia, y encuentra casi siempre un ser que sólo es feliz ocupado en faenas cotidianas, sea en zurcir la ropa blanca, sea en acudir al dancing» 
(José Ortega y Gasset, Estudios sobre el amor, 1927)
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Platonic love
«Modesty is the first sacrifice demanded by Socrates in Plato’s Republic for the establishment of a city where women have the same education, live the same lives and do the same jobs as men. If the difference between men and women is not to determine their ends, if it is not to be more significant than the difference between bald men and men with hair, then they must strip and exercise naked together just as Greek men did.
With some qualifications, feminists praise this passage in Plato and look upon it as prescient, for it culminates in an absolute liberation of women from the subjection of marriage and childbearing and -rearing, which become no more important than any other necessary and momentary biological event. Socrates provides birth control, abortion and day-care centers, as well as marriages that last a day or a night and have as their only end the production of sound new citizens to replenish the city’s stock, cared for by the city. He even adds infanticide to the list of conveniences available»
(Allan Bloom, The Closing of the American Mind, 1987)
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De la libération au libéralisme
« Décidément dans nos sociétés, le sexe représente bel et bien un second système de différenciation, tout à fait indépendant de l’argent ; et il se comporte comme un système de différenciation au moins aussi impitoyable. Les effets de ces deux systèmes sont d’ailleurs strictement équivalents. Tout comme le libéralisme économique sans frein, et pour des raisons analogues, le libéralisme sexuel produit des phénomènes de paupérisation absolue. Certains font l’amour tous les jours ; d’autres cinq ou six fois dans leur vie, ou jamais. Certains font l’amour avec des dizaines de femmes ; d’autres avec aucune. C’est ce qu’on appelle la "loi du marché". Dans un système économique où le licenciement est prohibé, chacun réussit plus ou moins à trouver sa place. Dans un système sexuel où l’adultère est prohibé, chacun réussit plus ou moins à trouver son compagnon de lit. En système économique parfaitement libéral, certains accumulent des fortunes considérables ; d’autres croupissent dans le chômage et la misère. En système sexuel parfaitement libéral, certains ont une vie érotique variée et excitante ; d’autres sont réduits à la masturbation et à la solitude. Le libéralisme économique, c’est l’extension du domaine de la lutte, son extension à tous les âges de la vie et à toutes les classes de la société. De même, le libéralisme sexuel, c’est l’extension du domaine de la lutte, son extension à tous les âges de la vie et à toutes les classes de la société »
(Michel Houellebecq, Extension du domaine de la lutte, 1994)
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Ultima ratio
«Si ergo uxor tentatio est, esto cautior, quaere remedium adversus tentationis periculum»
(S. Ambrosius, Exhortatio virginitatis, IV, 31)

giovedì 1 settembre 2016

Un commento di LFM

Ho cancellato il testo di questo post perché era dedicato al lituano e ora ho creato un blog a parte per quella lingua (ancora in costruzione), tuttavia ho voluto tenerlo stesso perché qui sotto compare un fantastico commento di Lidia Federica Mazzitelli che deve rimanere per mille e mille anni!