venerdì 30 settembre 2016

Il misantropo di massa


Ringrazio Riccardo De Benedetti per il suo commento al post Eroi maltusiani (16 maggio 2016). Vorrei aggiungere qualche nota sparsa sulle modalità con cui questa “misantropia di massa” si manifesta, soprattutto in quegli individui che, pur non appartenendo a nessuna élite, sostengono la necessità dello “sfoltimento” dell’umanità (e per questo ritenendosi in automatico non-sacrificabili).

Un primo gruppo è rappresentato dai decrescisti (o “decrescenti”), sulla cui presunta “felicità” ha avuto modo di indagare Luca Simonetti in Contro la decrescita (cap. “Felici? Come no”, Longanesi, Milano, 2014, pp. 133-15):
«La loro caratteristica principale […] è una viva ostilità per il progresso tecnico-industriale, unita a un idoleggiamento quasi parossistico per la vita “naturale”, in campagna, contrapposta alla città. Ma c'è da chiedersi se questa attitudine giovi alla loro conclamata “felicità”: sono sempre sul piede di guerra, pronti a rivendicare la bontà delle loro scelte e a denigrare quelle altrui, in una ossessiva smania di confronto.
[…] [Chi non la pensa come loro] è un “signor Rossi”, una persona senza alcuna individualità, uno che non ha convinzioni, scopi o semplicemente una dignità, ma “rimbalza fra scrivania e supermercato” e vive una “vita grigia”.
[…] È comunque paradossale che proprio persone di questo genere, che mancano chiaramente di ogni fantasia e empatia, di ogni capacità di comprendere e immedesimarsi in un diverso tipo di vita, rimproverino agli altri la stessa mancanza.
[…] [Ai decrescisti] non viene neanche in mente l’idea che quelle vite non siano affatto spregevoli, ma vite umane, in tutto degne di esser vissute, piene di soddisfazioni e delusioni, e frutto di scelte, né più né meno della sua.
[…] Ora, secondo voi, gente così, che sta continuamente a rimarcare i difetti degli altri, per contrapporgli le proprie virtù,  può essere davvero felice? […] Eppure molti decrescenti, soprattutto, quelli sedicenti “felici”, sono proprio così: non c’è assolutamente modo di divere una vita piena e felice, se non come dicono loro».
Questo tipo di “superiorità” auto-attribuita si palesa in modi più raffinati (ma non più di tanto) anche nella genia degli Huxley (che probabilmente furono più giustificati, almeno dal punto di vista sociale, nel considerarsi degli “eletti”).
Mentre Aldous nel 1933 si lamentava, tra le altre cose, del fatto che «la prosperità, il grammofono e la radio hanno suscitato un pubblico che consuma in modo del tutto sproporzionato rispetto all’incremento della popolazione e quindi al naturale aumento di musicisti di talento» (suscitando per giunta la reprimenda di un Benjamin: «Questo modo di vedere non è progressista»), l’altrettanto inquietante Julian[1] nel 1957 elaborava progetti transumanistici per permettere all’elemento superiore di dominare, come nella peggior fantascienza, la parte inferiore dell’umanità (plebei, iloti, ilici, paria, “signor Rossi” ecc.).

In parallelo a questi progetti poco velatamente classisti e autoritari, la “maschera ecologista”, ha contributo alla promozione del maltusianesimo nel Terzo mondo: per citare un caso fra i tanti contenuti in Eco-imperialismo di Paul Driessen (Liberilibri, Macerata, 2006), il terrorismo psicologico sulla “non-sostenibilità” del DDT in Africa ha portato al blocco dei finanziamenti internazionali ai progetti di disinfestazione («Zanzare sostenibili, persone sacrificabili», commenta l’autore).
Inoltre l’ideologia del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, apparentemente opposta a quella “decrescista” tout court, attraverso la sua enorme influenza a livello istituzionale e mediatico, ha potuto osteggiare la costruzione di dighe, condutture ed impianti elettrici nei Paesi in via di sviluppo con la motivazione che «le risorse potrebbero esaurirsi da un momento all’altro».

È evidente quindi che, pure nell’ecologismo “classico”, sia presente una componente di misantropia, addolcita dall’inconscio antropocentrismo di chi vuol salvare Gaia per salvare l’uomo.
Anche qui non mancano espressioni di tale impulso: pensiamo ai suggerimenti «per favorire un sereno trapasso e una corretta destinazione delle proprie spoglie» contenuti in un libretto di Fulco Pratesi (fondatore e presidente onorario del WWF), Ecologia domestica. Bon ton verde e altre divagazioni (1989). Come scrive Vittorio Messori in una “recensione” (L’ideologia del WWF, “Avvenire”, 12 agosto 1990, ora in La sfida della fede, SugarCo, Milano, 2008, pp.425-428),
«per Pratesi il cadavere (anzi, “la carcassa umana”) non è che concime di cui si da la lista degli elementi, dal 66 per cento di ossigeno sino alla 0,04 di ferro, iodio e manganese. Si scaglia contro le casse da morto (occorre legno per costruirle), contro i cimiteri (“terra iperfertilizzata in cui vegetano solo crisantemi e cipressi”), contro le lapidi (originano antiestetiche cave di pietra).
Una soluzione, secondo lui, potrebbe essere questa: “Una bella buca sotto una quercia in campagna, due palate di terra ed ecco che possiamo tornare al ciclo della natura”. Ma questo in mancanza di meglio.
L’ideale, secondo il WWF, sarebbe la fondazione di una “Associazione per l’inumazione ecologica”. Il Presidente dà per questo alcune direttive che così, letteralmente, suonano: “Si potrebbero adoperare i carnai, gli appositi terreni recintati e sorvegliati, impiegati dalle associazioni naturalistiche come il WWF e la Lipu per alimentare i rapaci (soprattutto gli avvoltoi in Sardegna e i capovaccai  sulle colline a nord di Roma). In quei carnai i nostri resti mortali potrebbero servire da cibo agli ultimi grifoni. Il tempo medio di distruzione della salma è di poche ore. Restano le ossa, è vero. Ma a questo inconveniente si potrebbe ovviare se al festino partecipasse anche l’avvoltoio barbuto, che lancia le ossa sulle rocce per divorarne il midollo. In pochissimi giorni, delle nostre spoglie non resterebbero che escrementi mineralizzati”.
A questo proposito Pratesi cita con compiacimento una notizia del gennaio 1988: un ecologo inglese che, per nutrire i suoi amati avvoltoi sudafricani, si è portato sotto i loro nidi e si è sparato un colpo alla testa. L’italiano consiglia anche agli altri ecologi, “in vista del passo estremo, di portarsi in un luogo ricco di carnivori e lì attendere la morte in un luogo di difficile accesso”.
Ma c’è di più. Ecco ancora testuale: “Una alternativa (come ha suggerito l’ecologa Laura Conti) potrebbe essere il creare scatolette di cibo per cani e gatti in cui la carne umana sostituisca quella di altri animali”. Anche qui, esempio edificante, esso pure anglosassone: Lord Averbury, che siede alla Camera Alta di Londra per i liberali, ha stabilito che il suo cadavere sia distribuito come cibo  tra gli ospiti del canile municipale di Battersea. Perché, ha detto, “ogni cosa biodegradabile deve essere riciclata e sepoltura e anche cremazione sono un terribile spreco”. Polemizzando con il direttore del canile che pur ammettendo che “c’è molto valore nutritivo nella carcassa umana”, non se la sente di accettare l’offerta.
Sempre per Pratesi, le ceneri di chi si facesse cremare dovrebbero “essere usate per concimare i propri vasi e le aiuole”. E, alla barbarie cristiana che tributa rispetto per il cadavere, si contrappone la civile usanza “ancora in atto presso i Parsi, una setta zoroastriana, che depositano i loro cadaveri in cima ad un’alta torre e li fanno consumare dagli uccelli da preda”».
La filosofia del Vico sembra definitivamente superata, se uno dei tre “costumi eterni e universali” che egli considerava alla base della civiltà (la sepoltura dei morti, assieme alla religione e il matrimonio), viene ora messo da parte in nome di una nuova fede (Pratesi si autodefinisce «un verde credente e praticante, nonché leggermente fanatico»), la quale logicamente rivendica un dominio più esteso rispetto alla semplice imposizione della raccolta differenziata.
Il Filosofo raccomandava in aggiunta di “santissimamente custodire” tali costumi, affinché «’l mondo non s’infierisca e si rinselvi di nuovo»: non si può negare che ci sia qualcosa di barbarico nell’idea che un uomo debba farsi sbranare dalle belve; non caso ritroviamo la stessa pensata pure in Serge Latouche (che in effetti non si fa mai mancare nulla): «In Siberia si va a morire nella foresta per restituire agli animali quello che si è ricevuto da loro. Queste concezioni implicano rapporti di reciprocità tra gli uomini e il resto dell’universo: gli uomini sono pronti a darsi a Gaia (personificazione mitologica della Terra) come Gaia si è data a loro». (La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano, 2007, p. 118).

Una “sensibilità” peraltro condivisa da numerosi potentati nella nostra epoca[2]: per esempio, il Fondo Monetario Internazionale recentemente ha lanciato l’allarme longevità contro il disdicevole prolungamento dell’aspettativa di vita nelle società occidentali, auspicando un “intervento” degli Stati attraverso l’aumento dell’età pensionabile e della “flessibilità” lavorativa, oltre che ai tagli lineari a sanità e servizi. In Italia questa “cura contro le cure” ha già prodotto in tempi brevissimi un considerevole aumento della mortalità[3]. Anche in quest’ottica vanno lette le numerose petizioni a favore dell’eutanasia, come del resto viene ormai ammesso esplicitamente. Leggiamo infatti dal “Corriere”:
«È possibile che in futuro le cure per i malati terminali, pazienti che soffrono molto senza spiragli di speranza, vengano influenzate non solo dalle discussioni sull’“accanimento terapeutico”, ma anche da pure considerazioni di spesa? […] [Il discorso viene] rilanciato, in Inghilterra, dai 37 scienziati di “Lancet Oncology” secondo i quali le cure anticancro prestate ai malati terminali nelle ultime settimane di vita hanno costi spaventosi e spesso sono contrarie alla volontà di pazienti e famiglie: vanno quindi interrotte, altrimenti si verificherà “una crisi inimmaginabile”. Parole durissime, contrarie alle convinzioni che abbiamo maturato negli ultimi 60 anni: l’era di un benessere che sembrava non avere limiti. Ora, invece, si volta pagina. Le cure mediche dovrebbero essere l’ultima area da mettere in discussione. Ma alcune domande dovremo porcele per tempo. Prima che le grida degli antistatalisti Usa dei “Tea Party”, pronti a lasciar morire chi non ha voluto spendere per un’assicurazione sanitaria, si trasformino in una guerra intergenerazionale tra anziani che ricevono buone pensioni e ottime cure e giovani con pochi diritti e molti debiti» (Massimo Gaggi, Diritti del “fine vita” e bilanci degli Stati, “Corriere”, 30 settembre 2011)[4].
È perciò difficile considerare la continuità tra le richieste degli ecologisti e quelle dei sostenitori dei cosiddetti “diritti civili” come un semplice prodotto della comune ispirazione progressista. Questo fondo di misantropia dovrebbe invece essere esplicitato e magari analizzato, se non dal punto di vista politico, almeno da quello psicologico.

D’altronde, come dovremmo giudicare, per dirne una, la diatriba tra il noto Peter Singer e gli animalisti più radicali (già citata nel precedente articolo) sull’opportunità di considerare l’abbattimento di 38 milioni di polli nei mattatoi americani l’11 settembre 2001 tanto grave quanto l’attentato al World Trade Center (o addirittura anche più grave, poiché, come ha sostenuto sulla rivista “Vegan Voice” Joan Dunayer, «i polli sono più meritevoli della maggior parte degli umani, che causano molte sofferenze e morti non necessarie, ad esempio indossando prodotti di origine animale»)[5]? L’intervento successivo della militante animalista Karen Davis è un’ulteriore dimostrazione di siffatto odio (come al solito lastricato di buone intenzioni):
«Credo che sia da specisti pensare che l’attacco dell’11 settembre al World Trade Center sia stata una tragedia più grande di ciò che milioni di polli hanno dovuto subire quel giorno e di quello che essi sopportano quotidianamente perché incapaci di difendersi dagli appetiti umani schierati contro loro. Forse la parola “tragedia” non dovrebbe essere utilizzata in questo contesto, se non nel senso di una cosa terribile capitata a un essere umano che gli ha permesso di raggiungere, in maniera conscia o meno, una maggior consapevolezza e saggezza. Intendendo nel senso classico il termine “tragedia”, resta da vedere se l’America è un “eroe tragico” o addirittura una vittima “tragica”. Tuttavia, se la questione rimane quella di sapere se l’attacco al World Trade Center, con le sue centinaia di vittime umane, sia stato peggiore della somma delle sofferenze e del terrore subite da milioni di polli in quel giorno, non riesco a immaginare che una sola risposta non-specista a tale questione» (cfr. K. Davis, An Open Letter to “Vegan Voice”,  “United Poultry Concerns”, 26 dicembre 2001).
Chiarire a se stessi i motivi di tale ostilità verso i propri simili potrebbe aiutare a sviluppare i propositi che ci si è posti, e magari anche a condurre meglio le proprie battaglie. Persino io, talvolta, ho provato questo sentimento di avversione nei confronti del prossimo (ad esempio quando un sorvegliante di colore ha inavvertitamente sfasciato la custodia della mia bottiglia di champagne), ma non per questo ho tentato di risolvere un problema esclusivamente personale scaricandolo sulla collettività o usando la politica come scappatoia. Del resto esistono modi per esprimere il proprio malessere (l’arte, la numismatica, la pesca sportiva) che non contemplano la distruzione dei quattro quinti dell’umanità.

Alauiti e aleviti

Sui giornali italiani i sedicenti “esperti di Medio Oriente” confondono puntualmente gli alauiti (o alawiti) siriani con gli aleviti (o alevi) turchi. Un caso imbarazzante fu quello del giornalista del “Corriere” che, intervistando Ali Kenanoğlu, un alevita (turco) leader del partito filocurdo HDP, lo definì bellamente “alawita come il presidente siriano Assad”. Abbiamo già discusso di tale obbrobrio in coda a questo post (chiedo venia per l’autocitazione):
«Confondere gli aleviti con gli alawiti è l’errore più classico di chi crede di sapere tutto sulla Turchia. Il fatto che costui non sia il primo a cascarci non è una scusante, poiché non si tratta solo di una trascurabile gaffe: sarebbe bastata una ricerca di 0,40 secondi con Google per scoprire che il buon Kenanoğlu aveva già rilasciato una intervista (in inglese) nella quale affermava chiaramente che «Assad has no relation to Alevism» e che l’idea di accostare gli aleviti turchi con Assad è talmente assurda da poter venire in mente solo alla giunta Erdoğan, desiderosa di trovare qualsiasi scusa per reprimere una minoranza interna (a dir la verità bastava anche la prima riga della pagina di Wikipedia)».
In ogni caso, coloro i quali volessero andare oltre Wikipedia, potrebbero leggere con un certo profitto Islam for dummies (tradotto in italiano come “Islam per negati” nel 2007), che peraltro è, a detta del sociologo Stefano Allievi, la guida “ufficiale” per tutti i ragazzi che partono per l’Isis («Sa quale libro aveva acquistato su Amazon un ragazzo convertitosi all’Islam due mesi prima di partire per la guerra santa? Islam for dummies. Fatto più significativo di quello che immaginiamo»), i quali prima di intraprendere il grande passo vogliono giustamente farsi un’idea di quello che li aspetta  (purtroppo l’esperienza si è rivelata molto dolorosa per la maggior parte di essi).


A questo punto tanto vale citare proprio una pagina di Islam for dummies, nella quale si spiega chi sono gli aleviti (alevi) e perché non c’entrano nulla con gli alauiti (alawiti); anche sulle righe che seguono ci sarebbe qualcosa da ridire, ma prendiamole per buone (del resto in italiano dummies si può tradurre anche con “idioti”, “scemotti” o “tonti”):
«Alcuni possono confondere alevi e alawiti pensando che formino un unico gruppo. Malgrado la somiglianza dei nomi e la vicinanza geografica (e quello che potrebbe capitarvi di leggere), si tratta invece di due gruppi distinti.
Gli alevi sono una comunità etnica e religiosa che si concentra nella Turchia centrale e sudorientale, costituendo un’ampia percentuale della popolazione del Paese (si pensa fino al 30 per cento, quindi diversi milioni di persone).
Le loro organizzazioni sono molto attive tra gli emigrati, in particolare fra i turchi che lavorano in Germania. Inoltre aderisce al gruppo il 25 per cento circa dei curdi che vivono nei territori curdi. La sovrapposizione tra alevi e sufi dell’ordine della Bektashiyya è un fattore che complica un po’ la situazione. L’ordine della Bektashiyya tuttavia non è limitato agli alevi o alla sola Turchia.
Gli alevi ridimensionano i rituali tradizionali dell’islam quali la preghiera, il pellegrinaggio, il sawm durante il Ramadan, le cerimonie nelle moschee. Sostengono che il vero hajj è quello del cuore, piuttosto che quello prescritto dall’osservanza formale. Il loro digiuno rituale è limitato ai primi dodici giorni di Muharram (il primo mese dell’anno), in ricordo dei dodici imam. Come gli alawiti, anche gli alevi sembrano aver risentito del contatto con altre religioni. In agosto celebrano una festa in onore di Hajji Bektash, fondatore dell’ordine sufi della Bektashiyya.
Il Cem è la loro festività religiosa più importante. Fino a poco tempo fa la celebravano di notte e in segreto. Il Cem commemora il viaggio in paradiso di Maometto (mi’raj), contempla le sofferenze di Husayn e dei dodici imam, comprendendo un pasto accompagnato da una bevanda alcolica sacramentale, inni, danze.
Gli alevi hanno avuto un rapporto alterno con lo Stato turco. Avendo subito le persecuzioni ottomane, sono stati grandi sostenitori di Atatürk, il padre dell'odierna Turchia. Lo stato secolare fondato da Atatürk offriva loro una maggiore libertà religiosa e culturale. Spinti dal timore di una possibile influenza sunnita, molti giovani alevi si sono identificati nei partiti di sinistra, poiché vedevano un nesso tra il valore che attribuivano all’uguaglianza delle donne, alla giustizia per i poveri e alla tolleranza e il programma politico ed economico della sinistra. I sunniti in genere hanno guardato gli alevi con un certo distacco; in alcune occasioni, tuttavia, gruppi di sunniti hanno organizzato azioni violente contro le comunità alevi.
Gli sforzi del moderno Stato turco di creare un'identità nazionale si sono scontrati con il desiderio di alevi e curdi di conservare la propria cultura. Negli anni Ottanta del Novecento il governo ha iniziato a favorire i sunniti e gli alevi hanno reagito promuovendo con più decisione la loro identità religiosa e culturale, sostenendo d’essere i veri musulmani, i veri turchi e i veri anatolici, in opposizione al sunnismo, che considerano una distorsione araba e formalistica dell’islam».

giovedì 29 settembre 2016

Ai post l’ardua sentenza

«Inizialmente il potere seduttivo si basa su elementi fisici. Per questo motivi anche da adulti l’appeal aiuta, poiché in genere alla bellezza vengono associate alcune caratteristiche positive che nella realtà sono indipendenti, come la bontà, la competenza, la credibilità. È l’effetto What is beautiful is good (Cio che è bello è buono). “Solo le persone superficiali”, diceva Oscar Wilde “giudicano in base all’apparenza”. Infatti il saper guardare oltre l’immagine corporea è frutto di maturità».
Questo è l’incipit del quarto capitolo (“La seduzione della bellezza”) di un saggio dello psicoterapeuta Giacomo Dacquino, Seduzione. L’arte di farsi amare (Mondadori, Milano, 2004, p. 61). Nessuna svista tipografica: Dacquino, credendo che la citazione fosse davvero quella (la conferma pure con un’improbabile nota: «Opere, trad. it. Mondadori, Milano, 1984»), imbastisce un discorso antitetico a quel che realmente Wilde sosteneva ne Il ritratto di Dorian Gray: «Solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze» (“It is only shallow people who do not judge by appearances”).


Si tratta peraltro di un classico espediente retorico del Poeta per farsi invitare alle feste: «To ensure he kept getting invited to parties, he perfected a verbal trick: replacing a word in a sentence with its unexpected opposite» (cit. da un volume che attribuisce a Wilde la catastrofe del divismo americano).
È curioso che un autore citato appunto solo per sembrare originali venga qui richiamato per avallare un’idea banalissima (giudicare le persone per come son fatte dentro eccetera).

Molte sentenze derivanti dallo stesso modello hanno del resto enorme successo perché il paradosso, a livello retorico, è sempre appagante (come sostiene Aristotele, o forse Platone), mentre il buon senso fa sentire banali, ordinari, stupidi (in Italia l’industria culturale degli ultimi decenni è nata proprio in contrapposizione alla ragionevolezza).

Sarebbe tuttavia possibile “disinnescare” altre citazioni invertendone il senso. Per esempio:

  • «Non sono d’accordo con quello che dici, e non difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo»;
  • «Il sonno della ragione non genera mostri»;
  • «Beato quel popolo che ha bisogno di eroi»;
  • «Su ciò di cui non si può parlare, non si deve tacere»;
  • «Chi non conosce la storia, non è condannato a ripeterla»;
  • «Quando non sento la parola cultura, metto mano alla pistola».
Il pericolo tuttavia è che, anche in tal guisa, certe formule verrebbero ancora riproposte all’infinito come apologie dell’eroismo, del dilettantismo, del volontarismo o del menefreghismo... Perciò, come (non) fare? Ai post l’ardua sentenza (Risate a denti stretti 2.0).

lunedì 26 settembre 2016

Pokémon Go alla conquista del mondo

Vediamo di parlare di questo “Pokémon Go” prima che passi di moda: ammetto di non aver capito ancora di che si tratti o, per meglio dire, credo di aver capito trattasi di una cosa talmente idiota che è meglio fingere di non aver capito.

In ogni caso, su una pagina Facebook (“Amazing Maps”) compare questa mappa che indicherebbe i Paesi in cui è disponibile il giochino:


Pur non sapendone nulla, a me questo sembra un quadro eccessivamente ottimistico (basato principalmente su una “previsione di sviluppo”): infatti, da quel che si evince dopo un breve giro su Google, a parte i Paesi che l’hanno apertamente vietato (come Arabia Saudita e Iran), negli altri non solo è disponibile, ma già prima dell’8 agosto era possibile usarlo, per esempio, in Africa e in Turchia, oltre che in tante altre nazioni, come il prediletto Kazakistan.

La stampa turca in effetti lo ha adottato sin da subito come metafora di riferimento di vari eventi politici, tanto che il numero di volte in cui viene chiamato in causa dai loro media rispetto a quelli italiani mi fa pensare che nel nostro Paese questa “mania” non esista nemmeno. Comunque “Pokémon Go” è arrivato pure in Bhutan (sebbene sempre in forma “non ufficiale”).

Mi stupisce invece che in Corea del Sud non sia ancora disponibile (anche se ovviamente ci giocano come in tutti gli altri Paesi). Vengono addotti motivi di ordine militare, ma a mio parere le ragioni sono soprattutto di tipo culturale, perché in Corea del Sud non esiste una dimensione sociale del videogioco: si gioca in solitudine, chiusi in stanze buie, a volte per giorni di seguito, fino alla morte per inedia.

È vero che si può giocare anche con altre persone, ma comunque sempre seduti davanti a uno schermo, protetti dall’ambiente esterno e dall’interazione fisica con gli umani. Del resto bisogna dire che negli ultimi anni un numero non indifferente di donne ha iniziato a frequentare le cosiddette “Stanze del PC”, il che per certi versi ha minato alle basi il mito del maschio sudcoreano solitario, sudato e introverso, che fino a pochi anni fa costituiva il modello ideale di “videogiocatore”. Però i tempi non sembrano ancora maturi per uscire di casa: per ora si limiteranno a farsi una doccia e cambiarsi i vestiti prima di recarsi nelle “stanze”.

venerdì 23 settembre 2016

Una mulatta ucraina

Premessa: Chi giunge su questa pagina cercando porcherie, sparisca dalla faccia della terra all’istante. Non per altro, ma la Russia ha appena bloccato due famosi siti pornografici (spero la notizia non sia una bufala), con la raccomandazione di trovare qualcuno nella vita reale che faccia le stesse cose (magari non tutte). In ogni caso condivido la decisione e spero, ripeto, che la pornografia sparisca dalla faccia della terra assieme ai suoi fruitori (ché mi sputtanate pure le chiavi di ricerca, impedendomi di capire cosa piace alla gente normale).

Premessa seconda: I blogger di tutto il mondo hanno un problema con il referrer spam dall’Ucraina, che fa lievitare le visite falsando le statistiche (purtroppo qualcuno ci casca). Anch’io ho ricevuto centinaia di visite da Kiev e dintorni che difficilmente possono essere giustificate dal fatto che ogni tanto scrivo in russo o in polacco. Tuttavia, conoscendo appunto sia il russo che il polacco credo di poter imparare anche l’ucraino in tempi brevi; anzi, a dir la verità ho già iniziato… ora, proprio con questo post. In tal modo tutte queste visite saranno finalmente giustificate a posteriori (no pun intended).

Una copertina molto più realistica
di quanto possiate immaginare!
L’altro giorno sono andato a donare il sangue e per l’esame ordinario sono stato visitato da una dottoressa mulatta (tenente a mente questo particolare: “mulatta”). In realtà mi era già capitato di incontrarla precedentemente, ed essendo sempre rimasto un po’ indispettito dal tono sostenuto (anche questa volta: “Lei ha 160/90 di pressione, non potrebbe donare”; “Non può bere cinque caffè al giorno!”; “È in sovrappeso di XX chili”!), ho decido di ammansirla chiedendole da quale Paese venisse. Avevo sospettato infatti un’origine somala o tutt’al più brasiliana, tanto che mi era parsa addirittura una buona occasione per rinfrescare il mio portoghese o, nel peggiore dei casi, per praticare qualche lingua africana (da me sempre colpevolmente trascurate), in particolare appunto il somalo e l’amarico (in onore dei vecchi tempi, avete presente, Iiiiiiiiiiitaliani… mah).

Bene, allora le chiedo informazioni sul suo ceppo etnico, e salta fuori che questa dottoressa è… UCRAINA?!? Come è possibile una cosa del genere? Spero abbiate tenuto a mente il “mulatta”. Non ho indagato per educazione, ma mi è rimasta addosso una certa fregola di saperne di più.
Per il resto è stata una piacevolissima discussione: si è parlato un po’ in russo, sono saltate fuori cose interessanti. Seconda la prospettiva geolinguistica della dottoressa, gli ucraini vicini al confine polacco usano più parole polacche di quante dovrebbero: per esempio, anche se tutte le grammatiche e i dizionari indicano “Дякую” [Djakuju] come “grazie” (simile quindi al “Dziękuję” polacco), al contrario i “veri” ucraini dovrebbero dire proprio “Спасибо” [Spasiba], o almeno utilizzare la formula “Спасибі” [Spasibi].

A tal proposito, è quasi superfluo precisare che la dottoressa non ha cercato in alcun modo di nascondere la sua profonda passione per la Russia, anzi quando le ho detto, per pura piaggeria, che la letteratura ucraina è straordinaria (peraltro senza millantare nulla, essendo reduce dalla lettura di un fascistissimo articolo di Vasco Pratolini pubblicato su “Primato” del 15 dicembre 1941, Narratori ucraini a cura di Luigi Salvini, nel quale lo scrittore denunciava «l’intimo dualismo che segna la patria ucraina, ancora una volta soggetta all'imposizione moscovita e al dichiarato nemico del comunismo»), e che la lingua ucraina è più musicale di quella russa, lei ha ribattuto a entrambe le affermazioni con argomenti più che convincenti: da una parte, Достоевский + Тургенев + Пушкин + Булгаков contro il povero Taras Shevchenko, e dall’altra la differente pronuncia della е (cirillica) che in russo suona je e in ucraino soltanto e (come in italiano), una particolarità che in effetti addolcisce la cadenza (lo avevo già notato per il polacco).

Per concludere, la dottoressa mi ha ricordato che l’amicizia russo-ucraina continua a persistere e che la guerra è causata soltanto dalla “politica”. Non è la prima volta che sento utilizzare questa espressione da una persona dell’Est: per esempio, una signora polacca che aveva lavorato negli ospedali italiani come cuoca, mi fece un discorso simile sulla “politica” che una volta in Polonia gestiva le mense dei nosocomi; l’espressione quindi dovrebbe comprendere politici, funzionari e “miliziani” (in accezione sovietica).

Sono contento di aver conosciuto un’ucraina non solo mulatta, ma persino filorussa: vivendo in una zona disagiata, gli ucraini che finora avevo incontrato erano degli energumeni capaci di picchiarti per aver detto una parola in russo. Non sono capace di disprezzarli perché anch’io appartengo alla white trash, ma mi fa piacere pensare che a Kiev esista un’alta borghesia multietnica e filorussa.
*

I commenti qui sotto (e in privato) mi hanno spinto a fare qualche ulteriore ricerca. Non mi ero accorto ci fosse una (scarna) pagina Wikipedia dedicata agli Афроукраїнці [Afroukraintsi]: i nomi elencati sono poi gli stessi segnalati dai lettori. Ovvero: la cantante Haitana [Гайтана], che ha partecipato all’Eurovision 2012, nata nel 1979 a Kiev da madre ucraina e padre congolese, e il lottatore Žan Beleniuk [Жан Беленюк], argento nella lotta greco-romana alle ultime olimpiadi, nato a Kiev da madre ucraina e padre ruandese di etnia hutu (un pilota d’aerei che morirà nella guerra civile). Questo Beleniuk sembra si consideri un nazionalista (ha partecipato recentemente a una sfilata patriottica), ma secondo alcune indiscrezioni giornalistiche starebbe pensando di assumere la nazionalità russa a causa delle condizioni modeste in cui si trova la sua disciplina in Ucraina.

A questi aggiungiamo il cantante e presentatore televisivo Miroslav Kuvaldin [Мирослав Кувалдін], di origine nigeriana (ancora da parte di padre), che nel 2004 ha dichiarato alla “BBC” di non esser mai stato vittima di razzismo in Ucraina, a parte aver ricevuto qualche volta l’epiteto di “culo nero” («But so what? That’s true after all»). Si tratta di un’espressione molto diffusa in Russia (черножопый [černožópyj]) per indicare i cittadini sovietici originari delle repubbliche dell’Asia centrale.

Infine, sempre su segnalazione di Wikipedia, il gruppo reggae Čornobryvtsi [Чорнобривці], composto da giamaicani, molto celebre in patria: tra i pezzi più noti (perlopiù rivisitazioni di brani tradizionali), “Несе Галя воду” (“Halja porta l’acqua”), “Ти ж Мене Підманула” (“Non prendermi in giro”) e Їхалі козаки (“Cavalcarono i cosacchi”).

Per il resto, Wikipedia ci ricorda che «Чисельність українців з африканським походженням відносно невелика. Вони зосереджені, в основному, у великих містах України» [“Il numero di ucraini di origine africana è piuttosto basso. Essi sono concentrati perlopiù nelle grandi città].
L’articolo della BBC su Kuvaldin aggiunge qualche dettaglio sui motivi per cui un nigeriano si trovasse in Ucraina a metà degli anni ’70: «During the Cold War, the Soviet Union was anxious to promote its friendly “internationalist” image, and free higher education was offered to students from developing countries. Myroslav’s father was one of those who benefited and he met Myroslav’s mother when they studied medicine together».

Di questi scambi culturali tra Unione Sovietica e Terzo mondo ne scrisse, in tono decisamente poco idilliaco, anche il giornalista francese Gilbert Comte (Les étudiants noirs chez les communistes, “Le Spectacle du Monde”, aprile 1963):
«Nella sera di un agosto del 1962, un gruppo di ghanesi entra nel ristorante Chuchuliga di Sofia. Sentendo l’orchestra suonare, uno di loro invita una giovane bulgara a ballare. Prima che lei possa dire qualsiasi cosa, un soldato si avvicina al suo tavolo ed esclama: “Non avrai mica intenzione di andare con questo gorilla!”. Il rimprovero dà il via a una mischia generale: tutta la sala si precipita sugli stranieri per sbatterli fuori. I poliziotti assistono alla scena impassibili, intervenendo solo alla fine per condurre i neri in questura. Tra i sei ragazzi, quattro rimangono feriti: per questo vengono rilasciati dopo ventiquattr’ore. Gli altri due, Georges Annah e E. A. Attiga, trascinati davanti a un tribunale, sono condannati rispettivamente a uno e a tre mesi di reclusione per disturbo della quiete pubblica. Ci sono voluti sforzi non indifferenti da parte del governo d’Accra, compreso un intervento del presidente stesso, per ottenere la loro liberazione.
[…] A Mosca, nel 1960, durante una festa organizzata dalla facoltà di geografia, il somalo Abdulhamid Mohammed Hassan viene aggredito da quattro studenti sovietici per aver invitato una ragazza russa a ballare.
 […] Nei Paesi comunisti gli studenti stranieri sono sottoposti alle stesse restrizioni degli altri immigrati. […] Nell’università stessa, un sistema intricato di permessi limita il loro passaggio da un edificio all’altro. Gli studenti africani vengono confinato tra di loro e i contatti con gli studenti sovietici sono ridotti al minimo e soggetti a rigida sorveglianza […]».
Per completare il quadro con alcune informazioni prese da internet, segnaliamo che alla parata per il Giorno dell’Indipendenza del 2014 erano presenti due afro-ucraini di origine nigeriana provenienti da Ivano-Frankivsk (Ucraina occidentale), studenti all’università locale “del petrolio e del gas” (i programmi di studio ucraini sono evidentemente all’insegna della concretezza), dei quali il giornalista che ne scrive (l’articolo è in lingua, ma la foto è eloquente) riporta con orgoglio che i due parlano ucraino ma non capiscono il russo.
Un altro studente nigeriano, Leonardo Obodoeke di Ternopil, ha partecipato all’edizione nazionale del talent show “The voice”, lo stesso programma in cui il cantante gospel Anjanja Udohvo (o “Udongwo”) si è esibito in una toccante versione di “Hallelujah”. Ma qui non si tratta di afroucraini, ma di africani tout court (come anche il gruppo folk amatoriale Блек старс [“Blek Stars”], protagonista di numerosi festival popolari).

(Afro-ucraini, immagine da blackukrainian.tumblr.com)
Per quanto riguarda le fonti in inglese, blackukrainian.tumblr.com raccoglie sparute testimonianze di cultura nera in Ucraina, tra le quali segnalo un’intervista a due cugine di origine angolana, i cui padri arrivarono in Unione Sovietica sempre per la storia degli scambi culturali e si appaiarono con due sorelle ucraine. Le giovani denunciano un clima di razzismo che non si evince da altre testimonianze – dallo stesso sito, si registra  quella più positiva di una mulatta con padre del Burkina Faso e di Tina, figlia di uno studente del Ciad che (ovviamente!) partecipò ai programmi sovietici e poi restò in Ucraina.

Un’altra testimonianza non molto positiva è quella della regista russo-canadese Julia Ivanova, che nel documentario Family Portrait in Black and White (2011) narra la storia di “Mamma Olga” [Ольга Неня], affidataria di ventisette orfani dei quali sedici (!) di colore. Per l’ennesima volta, «Olga’s children are for the most part the beautifully unique result of relationships between African students – attending the affordable universities of the former Soviet country – and Ukrainian women» (chiedo scusa per la melassa, ma sto citando dall’“Huffington Post”).


Pur non avendo ancora visto il documentario (e avendo del resto poca voglia di farlo), non credo di poterne condividere lo spirito: con tutto il rispetto per la regista, non ha senso presentare vicende straordinarie come rappresentative della quotidianità.
Al contrario, mi sembra che di tutte le ex-repubbliche sovietiche l’Ucraina sia l’unica a registrare un fenomeno del genere: la costante di uno studente africano che mette incinta un’ucraina e poi torna al suo Paese (spesso non per volontà propria, ma per l’ovvia inflessibilità della burocrazia sovietica). Non mi pare esistano esempi di tal fatta in Polonia o in Bulgaria (ma chi può dirlo…).

Umetnost življenja

»Nikoli ne moreš kriviti drugega za lastno nesrečo, vedno si odgovoren sam«
[“Di qualunque nostra sventura non dobbiamo incolpare altri che noi”]
(C.P., 28 ottobre 1938)
Dato che si è parlato della versione turca del Mestiere di vivere, segnalo anche la traduzione in sloveno appena pubblicata, Umetnost življenja. Dal sito della leggendario “Radio Capodistria” (Tradotto in sloveno Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, 10 marzo 2016):
«Quando in Slovenia viene tradotto un autore italiano lo segnaliamo sempre con piacere. Questa volta si tratta del Mestiere di vivere di Cesare Pavese, il diario che, iniziato il 6 ottobre 1935 durante il periodo del confino, accompagna lo scrittore fino al 18 agosto 1950, nove giorni prima della sua prematura scomparsa. Opera, questa appena uscita in sloveno per i tipi di Beletrina, che ha dato del filo da torcere al traduttore.
Ha tradotto in sloveno autori come Svevo e D'Annunzio, Vassalli, Pasolini e la Morante, e ha ora affrontato Pavese e il suo diario uscito postumo nel 1952, Dean Rajčić, traduttore letterario capodistriano con una laurea in economia messa nel cassetto. “Sì, amo il Novecento – ci racconta al telefono da Lubiana, dove oggi vive e lavora - e nel caso di Pavese mi attraeva insieme l’uomo e lo scrittore. Ha una straordinaria forza, che si coglie particolarmente in quest’opera, Il mestiere di vivere”. Con Pavese Dean Rajčić poi ha faticato perché, ci spiega ancora, la sua è una prosa non semplice, che propone al traduttore frequenti dubbi di interpretazione.
La traduzione del Mestiere di vivere, a cui Cesare Pavese ha affidato negli ultimi quindici anni della sua vita i pensieri sul proprio mondo di poeta, di scrittore e di uomo e, soprattutto le confessioni ultime su quei drammi intimi che laceravano la sua esistenza, va ad aggiungersi ad altre opere dell'autore tradotte in Slovenia a partire dagli anni Sessanta, tra cui i romanzi e racconti La bella estate e Prima che il gallo canti. Più recente è la traduzione della raccolta di poesie Lavorare stanca, a cui si è dedicato un altro capodistriano, Gašper Malej […]».
L’autore dell’articolo tiene poi a precisare che in Italia Pavese «rimane uno scrittore molto letto». Jaz ne mislim tako, infatti speriamo che almeno l’Estero (che è sempre “Prestigioso”) contribuisca a un ritorno di interesse (lato sensu).

giovedì 22 settembre 2016

Yaşama Uğraşı

(fonte)
Vedi che serve tradurre? Aveva ragione, il buon Canfora: grazie alla pioneristica versione turca di Lavorare stanca del 1973 (a opera del poeta Cevat Çapan), ristampata periodicamente nel corso degli ultimi anni, oggi decine di giovani turchi (coff coff) possono manifestare la propria ammirazione su tumblr attraverso il tag “yaşama uğraşı”.

Benedetto Croce, l’amico di Evola


Non deve sorprendere che, nella voce della Wikipedia portoghese dedicata a Benedetto Croce, venga considerato come evento cruciale nella vita intellettuale del filosofo l’aver tenuto un carteggio (per altro trascurabile) nientedimeno che con Julius Evola. È noto infatti che, grazie all’influenza di Fernando Pessoa, autori che da noi vengono considerati come minimo impresentabili, sono invece considerati “normali” dalla cultura portoghese. Con ciò ovviamente non si intende sostenere che Wikipedia sia lo specchio dell’anima di un popolo, ma è difficile non scorgere un collegamento tra la reductio ad Evolam del povero Croce e la pacatezza con cui, per esempio, si organizzano a Lisbona conferenze sul “sogno imperiale” condiviso dal poeta nazionale e dall’esotérico fascista.

Mentre quindi in Italia Evola è tenuto a distanza di sicurezza e analizzato tutt’al più come fenomeno da baraccone, in Portogallo invece gode del credito derivante dagli interessi esoterici di Pessoa.
Sappiamo infatti – ed è una polemica ricorrente nella pubblicistica di destra – che il Pessoa venduto nelle librerie Feltrinelli è solo una versione edulcorata del vero Pessoa, che fu monarchico, antidemocratico, liberista, elitario e pure “edonista reaganiano” ante litteram (inventò lo slogan per la Coca-Cola).

Un ottimo articolo del pessimo Fraquelli (Tabucchi e la strana attrazione per l’occultista Pessoa, “Lettera43”, 26 Marzo 2012) ricostruisce il milieu allucinante dal quale emerse l’autore preferito da Tabucchi. Una delle pagine più oscure –è proprio il caso di dirlo– riguarda la complicità nell’organizzazione del finto suicidio di Aleister Crowley (descritto in modo tragicomico dal blog “Mundo Civilizado”).
Come scrisse René Guenon allo stesso Evola il 29 Ottobre 1949 dal Cairo: «Crowley […] [nel 1931] era in Portogallo, e scomparve all’improvviso; ne ritrovarono i vestiti in riva al mare, cosa che fece credere che si fosse annegato; ma era solamente una morte simulata, affinché non ci si occupasse più di lui e non si cercasse di sapere dove fosse andato. Infatti, era andato a Berlino per ricoprirvi il ruolo di consigliere segreto presso Hitler, che era allora agli inizi, è ciò che probabilmente avrà dato origine a certi racconti sulla “Golden Dawn” […]».

Per afferrare pienamente gli ideali politici di Pessoa, bisognerebbe in effetti pensarli nella prospettiva di sette e passa secoli di amicizia anglo-portoghese, così come del resto fanno i suoi appassionati di sinistra quando, per “salvarlo”, ne giustificano il conservatorismo con un’ammirazione eccessiva per Albione (la stessa che ispirò Hitler – ma di questo è meglio non parlarne). Quindi Pessoa è sì un destrorso, ma di quella destrosità al servizio degli interessi inglesi che tanto rassicura la nostra intellighenzia.

Dunque, a causa di tutte queste congiunture sfavorevoli, nell’enciclopedia attualmente più consultata al mondo, Benedetto Croce viene ricordato solamente per la sua forte correspondência (7 lettere) con l’“amico” Evola.

mercoledì 14 settembre 2016

Meritocrazia


I più ignorano che il termine meritocrazia originariamente era considerato un sinonimo di “tecnocrazia”: venne infatti creato nel 1958 dal sociologo britannico Michael Young per identificare il controllo dittatoriale ed elitario dei potenti sulle masse.

Per i casi strani della storia, negli ultimi decenni in Italia la “meritocrazia” è diventata parola d’ordine per chi aspira a una società più giusta ed efficiente. Tale “evoluzione” semantica appare un po’ sospetta, se consideriamo che in ambito anglosassone la meritocracy conserva ancora una certa ambivalenza: per esempio, il politologo canadese Daniel A. Bell (La democrazia non basta, “La Lettura” 17 maggio 2015), la considera una valida alternativa alla decadente e ipocrita democrazia e pone il Partito Comunista Cinese come modello di «grande organizzazione meritocratica» (spero non l’abbia detto in tono fantozziano).

Le sue considerazioni riguardanti il PCC (sulle quali almeno la stampa anglosassone ha trovato modo di avanzare qualche rilievo) implicano che le nostre società si adeguino al ritmo cinese in tutto e per tutto, evidentemente anche nelle statistiche sulle morti per eccesso di lavoro: in Cina si contano seicentomila decessi all’anno a causa di una patologia riconosciuta come 过劳死 [guò láo sǐ], che nella stampa occidentale è arrivata nella versione giapponese, karōshi (in effetti è da tempo che i “meritocratici” nostrani vorrebbero importarla, magari in forma di mobbing).

Ancora più imbarazzante è che Bell consigli come metodo per aumentare il grado di meritocracy nelle nostre società l’introduzione delle quote rosa... Come nel PCC, giusto? Sì... Ma volendo sorvolare sui poveri cinesi, è obbligo tuttavia domandarsi come sia possibile conciliare l’aspirazione a premiare il “merito” con l’istituzione di “corsie preferenziali”. Non è che alla fine, in termini pratici, la “meritocrazia” si rivela essere la classica cooptazione condotta con mezzi nuovi, magari più adatti alla sensibilità delle classi dominanti del momento?

Dalla lotta di classe alla lotta di quote, quindi: invece di eliminare le diseguaglianze, ci si assicura il monopolio della discriminazione stessa, e poi si stabilisce chi può “vivere al di sopra dei propri mezzi” e chi no.
Quelli che restano indietro sono sia cornuti che mazziati, poiché vengono per giunta ancora considerati dei “privilegiati” in quanto facente parte di “quote” fintamente considerate dominanti (ma in realtà ormai subalterne) come quelle di “maschio”, “bianco”, “eterosessuale”, “occidentale”, “italiano”, “cattolico”. Per farsi un’idea del livello a cui siamo giunti, segnalo la campagna di sensibilizzazione rivolta agli studenti “Check your privilege” lanciata due anni fa dall’Università di San Francisco (e poi replicata da altri istituti).

A questo punto sarebbe auspicabile che ognuno si creasse la propria meritocrazia in base alle categorie a cui appartiene, pretendendo poi che una di queste gli dia la possibilità di ottenere un privilegio che in seguito potrà spacciare come merito.

venerdì 9 settembre 2016

Anti-(a)fa. Una criticità teologico-politica


Non vogliamo dilungarci troppo sull’espressione “criticità”, peraltro già sdoganata dall’Accademia della Crusca (che nel 2012 la utilizzò nel titolo di un seminario) e dalla Treccani (che recentemente ha aggiunto alla voce il significato secondario di «singolo problema, singola situazione critica»): ci limitiamo a ricordare che, fino a poco tempo fa, la “criticità” era soltanto un «fenomeno per cui al minimo variare di uno dei parametri, segue un effetto di notevole portata». Poi, una volta entrata nel gergo giornalistico e politico, lo sfilacciamento semantico le ha fatto perdere ogni adesione a un significato preciso (pensiamo all’impiego del termine in ambiti come l’economia, la meteorologia, lo sport, la medicina o la pedagogia).

L’ambiguità è accentuata dall’invariabilità del nome: se le criticità posso indicare le “riserve”, le “controversie”, le “difficoltà” di una data situazione, la criticità diventa praticamente un sinonimo di “crisi”. In alcuni casi si arriva all’assurdo di utilizzare “criticità” al posto di “critica”, in una contorsione verbale che non trova alcuna ragione se non nel conformismo: il termine infatti si presta bene agli scopi della nuova “lingua di legno”, che già annovera nel suo repertorio espressioni altrettanto moleste quali “aprire un tavolo” o “al netto di”.

Con un po’ di inquietudine notiamo che l’attaccamento quasi maniacale per la parola dimostrato da opinionisti e governanti potrebbe forse derivare dall’abuso del precedente Presidente della Repubblica (anche quello nuovo però non scherza), il quale non perse occasione per utilizzarlo non solo nelle dichiarazioni alla stampa, ma anche nei documenti ufficiali, offrendo così alla Criticità l’occasione di eternarsi.
Per una “consacrazione” vera e propria, serve un impiego in qualche futura enciclica: in tal caso però bisognerebbe valutare i rischi (anzi, le criticità) che un innalzamento del termine al livello teologico potrebbe comportare (non sarebbe una cosa elegante, per esempio, liquidare l’Apocalisse come “una serie di criticità”…).

Il nostro problema si collega a quest’ultimo punto. Sappiamo che c’è sempre una criticità da superare. In questo periodo generalmente è il caldo (escludendo ovviamente i casi particolari in cui si verificano calamità naturali o atti terroristici): quindi, per farla breve, come si risolvono le criticità meteorologiche?

Per protestare contro un inverno particolarmente rigido, nel 1983 il “Gruppo d’intervento culturale” Jalons promosse una manifestazione chiedendo le dimissioni del Presidente della Repubblica al coro di «Verglas assassin, Mitterrand complice!» (“Ghiaccio Assassino, Mitterrand complice!”).
Anche in Italia i tempi sembrano maturi per una contestazione del genere, magari contro quel “caldo killer” che periodicamente balza in cima alle preoccupazioni dei connazionali: un raduno anti-afa in fondo non stupirebbe più di tanto, assuefatti come siamo da anni di cortei e sfilate nelle quali non viene rivendicato alcunché di concreto, né si prospettano alternative realistiche, ma semplicemente ci si trascina da una parte all’altra della città, a volte devastandola, mossi da una generica indignazione.

Tuttavia la riposta più razionale (o perlomeno la più immediata) rimane quella di installare un condizionatore. I giornali infatti avvertono: attenti al “boom”. E qui sorge la criticità teologico-politica. Perché è da qualche anno che tali ammennicoli provocano, specialmente in quei di Milano, una serie impressionante di cortocircuiti (o, per meglio dire, “un boom di blackout”).
Ciò è particolarmente preoccupante non per le squallide motivazioni con cui taluni deplorano l’altrui benessere; semmai perché l’abuso, inconsueto almeno per il capoluogo lombardo, cade proprio nel momento in cui Papa Francesco esprime, nella sua celebre enciclica “ambientalista” Laudato si’, una durissima condanna contro «il crescente aumento dell’uso e dell’intensità dei condizionatori d’aria», annoverando addirittura l’impiego smodato del climatizzatore tra le «abitudini nocive di consumo» alle quali i fedeli dovrebbero opporsi (§55).

È un dato inquietante, perché dimostra come a quei cattolici che invocavano da anni un pontefice che parlasse “alla gente” e che si occupasse “dei problemi concreti”, in realtà interessasse solamente l’esenzione da qualsiasi forma di obbedienza o rinuncia. A pensarci bene, è proprio da siffatto milieu che potrebbe partire la più grande manifestazione contro il caldo a cui la storia abbia mai assistito.

Anglicorum

 (“Corriere”, 8 giugno 2016)

 (“Corriere”, 12 giugno 2016)
Davvero simpatiche queste due letterine a Sergio Romano, in cui si auspica che con la Brexit anche l’inglese sparisca tra le lingue ufficiali dell’Unione. A entrambe le missive l’ex-ambasciatore ha risposto picche (anzi “sorry”):
«L’inglese non è soltanto la lingua del Regno Unito. È anche la lingua degli Stati Uniti. Se la City di Londra declinasse, la finanza internazionale parlerebbe pur sempre la lingua di Wall Street».

«La lingua ufficiale degli irlandesi è il celtico, ma pochi lo parlano e tutti usano l’inglese. Toccherà quindi all’Irlanda, se la Gran Bretagna ci abbandona, conservare l’inglese anche formalmente fra le lingue dell’Unione[1]».
È imbarazzante tuttavia che, dopo la Brexit, il buon Romano abbia reagito come il protagonista della famosa canzone napoletana “Chella llà”: «Londra era un ostacolo, ora può davvero nascere l’Europa» (“Linkiesta”, 26 giugno 2016).
Se non altro nell’esprimere la sua opinione è stato meno ambiguo di altri, e almeno questo gli fa onore: continuano infatti a latitare le considerazioni a freddo dei numerosi aedi della Perfida Albione (tra i quali va annoverato lo stesso Romano), che nonostante il profluvio di stronzate con cui hanno inondato giornali e televisioni (“La democrazia porta al nazismo!”, “Togliamo il diritto di voto ai vecchi!”, “Adesso in Inghilterra non si potrà più pagare con gli euri!”), non hanno ancora chiarito il punto fondamentale: può l’anglofilia essere subordinata all’europeismo? O, per esprimerci in termini che i gazzettieri possono capire: Londra bella e buona o Londra brutta e cattiva?

Sappiamo che in Italia per una regola non scritta (o magari messa nera su bianco in qualche luogo inaccessibile ai comuni mortali), i media nazionali non possono mai parlar male degli inglesi; anzi, ogni telegiornale deve dedicare almeno tre servizi a settimana alla regina Elisabetta e ai suoi fottutissimi parenti. Insomma, non è possibile indire un referendum per abolire l’influenza della monarchia inglese nel nostro Paese. Va bene così, tanto si sa che non si può mai giocare ad armi pari, specialmente con Albione. Però ora la questione si pone: se dobbiamo morire per Bruxelles, per l’eurocrazia e per la moneta unica, possiamo allora smettere di accreditare come unico etimo dell’Inghilterra quello di “Terra degli Angeli”? Si può tagliar corto con l’anglofilia da mentecatti? O perlomeno deportare Severgnini a Katmandu e costringerlo a occuparsi esclusivamente di filologia nepalese[2]?

Tornando alla questione della lingua, anche se cito spesso i precedenti inquietanti dell’utilizzo di un inglese cianciato, non si può negare che l’anglicizzazione nasca principalmente da necessità pratiche, soprattutto quando viene declinata in termini di “americanizzazione”.

Prendiamo, per esempio, il recente dibattito scatenato dalla “mania anglofona” dilagante nelle nostre università: essa genera comprensibili timori in quelli che la vedono come un cedimento al pensiero unico o alle mode intellettuali. Alcuni critici rilevano che nella realtà lavorativa nazionale l’inglese non è una lingua più richiesta di altre, dal momento che l’Italia non può campare semplicemente come “villaggio turistico mondiale” (in tal caso basterebbe solo un po’ di anglicorum), ma ha bisogno di una mediazione culturale di più alto livello se vuole confermare la sua vocazione esportatrice (o almeno integrare efficacemente i numerosi stranieri presenti sul territorio).
Credo esista un motivo di fondo, non del tutto esplicitato, di questa improvvisa necessità di anglicizzarsi, e riguarda il declino delle facoltà umanistiche statunitensi in atto ormai da decenni, descritto impietosamente da Allan Bloom in The Closing of the American Mind (1987).
Dal punto di vista educativo il nostro Paese può vantare in diversi campi (non solo umanistico, in effetti) eccellenze in grado di attrarre migliaia di studenti stranieri: sembra quindi che tale scelta sia dettata anche dall’esigenza di intercettare l’enorme massa di giovani provenienti dalle economie emergenti che cominciano a diffidare di un’educazione “all’americana”. Osservando la situazione da questa prospettiva, si comprende anche come il pericolo più grande non sia tanto l’americanizzazione linguistica, quanto quella culturale (che tra l’altro si potrebbe portare a compimento anche solo utilizzando la lingua italiana, come dimostrano i vari studi culturali, studi di genere ecc.).

Dunque non c’è solo la lingua di Wall Street o della Polizia del Kansas City. O, per meglio dire, queste possono sicuramente fornire un adeguato supporto nell’ipotesi assurda che a difendere l’ufficialità dell’inglese nell’Unione Europea rimanga solo Malta (con l’Irlanda impegnata a valorizzare il “celtico” per motivi irredentistici); ma pure in tal caso l’imposizione di una nuova lingua franca non consentirebbe di eludere alcune dinamiche obbligate.

Venendo infine all’idioma nazionale, di fronte al pericolo della sua scomparsa o di una riduzione a dialetto, Vincenzo Cerami sostenne che per evitare una colonizzazione gli italiani avrebbero dovuto esportare di più («chi esporta più prodotti esporta più lingua») e accettare di «diventare una colonia americana», perché se «è finito il latino, è finito il provenzale, pazienza: finirà anche l’italiano»[3].
A dispetto di tale asprezza, è necessario ricordare che nei secoli uno dei “prodotti” nostrani più esportati è stato proprio l’idioma gentile, attraverso l’arte, la letteratura, la navigazione, l’architettura, il teatro: lo prova, tra le altre cose, il vocabolario che i musicisti di tutto il mondo (anche quelli americani) sono costretti a utilizzare. Di conseguenza, almeno per gli orchestrali dell’apocalisse varranno ancora il motto: «Il giorno della fine non ti servirà l’inglese».

giovedì 8 settembre 2016

Ora e sempre Desistenza

Nel 1978 Furio Jesi osservava che «vi sono buone ragioni di allarmarsi […] quando in numerosi discorsi celebrativi proprio della Resistenza ricompare il linguaggio delle idee senza parole», cioè quel linguaggio espressione della Cultura di destra che costituisce ancora «il patrimonio culturale anche di chi oggi non vuole affatto essere di destra» (cfr. Cultura di destra, Nottetempo, Roma, 2011, p. 26).

Almeno da questo punto di vista, credo che attualmente non vi siano più ragioni di allarmarsi, poiché l’impossibilità di mitizzare ulteriormente la cosiddetta “Resistenza” è stata decretata da una semplice frase dell’attuale Presidente della Camera Laura Boldrini, proferita in occasione delle celebrazioni del 25 aprile 2015:
«Molti giovani in Paesi dove non c’è la democrazia a volte osano sperare di vivere in pace e in sicurezza e prendono ogni mezzo per arrivare in un posto sicuro, avrebbero preferito stare a casa loro, ma non hanno questo privilegio: molti di loro oggi sono partigiani nel loro Paese» (cfr. “Repubblica”).
Questa frase, incredibilmente trascurata dai numerosi storici specializzati nell’argomento “Resistenza”, segna un paradigm shift che andrebbe perlomeno rilevato: la definitiva neutralizzazione del tema della lotta partigiana.

Nell’ambito della storiografia resistenziale si era già registrato, a partire almeno dagli anni ’90, un altro cambio di paradigma, originato dalla necessità di rinverdire il mito ormai minacciato dall’emergere di nuove ideologie e “sensibilità”.
Essendo cadute le discriminanti politiche (destra o sinistra sono uguali) e morali (partigiano o fascista, un assassinio è sempre un assassino), per conciliare il rifiuto assoluto della violenza e della guerra (anche a scopo difensivo) con le azioni, talvolta cruentissime, dei partigiani, si avanzò una discriminante “filosofica”, basata sul “volontarismo” di chi decise liberamente di combattere non per la patria (ovviamente nel frattempo era caduta pure la discriminante “patriottica”), non per le idee (perché in fondo anche i fascisti erano “lettori forti”, come si dice oggi), ma, appunto, per la libertà.

Ecco perché, per fare un esempio tra tanti, il piccolo spacciatore (italiano) di quartiere poteva dichiarare che «il sangue dei partigiani è stato versato anche per la mia libertà di fumare» (la testimonianza forse val poco, ma posso assicurarvi di averla sentita personalmente). Secondo questo vago libertarismo, al quale si accodarono più o meno tutti, i fascisti erano senza dubbio “cattivi” perché avrebbero proibito le sfilate per la pace, le occupazioni scolastiche, la sessualità “alternativa”, le droghe leggere, eccetera.

Ora, a mettere definitivamente in crisi quest’ultimo paradigma giunge proprio la dichiarazione della Boldrini, che segna un punto di non ritorno nella concezione del “mito partigiano”.

La questione è in realtà molto semplice: cosa conferisce una superiorità morale a chi decide di restare nel proprio Paese a combattere rispetto a chi invece approfitta della possibilità di fuggire?
O, per dirla ancora meglio: perché migliaia di partigiani morti in Italia non fecero di tutto per rifugiarsi in massa in Svizzera o negli Stati Uniti?
Delle due l’una: o non fuggirono perché decisero di combattere (e allora gli immigrati non sono affatto odierni “partigiani”), oppure perché erano impossibilitati a farlo (e in tal modo cade l’estremo discrimine “volontaristico”, che impone la necessità di trovare un nuovo paradigma affinché la distinzione tra il partigiano e, per esempio, il soldato italiano spedito in Russia, abbia ancora un senso).

Che il cambio di paradigma non si sia tuttavia ancora verificato lo dimostra, tra le altre cose, la stucchevole esaltazione della “resistenza curda” che mal si concilia con la benevolenza accordata a quei “ribelli” siriani fuggiti da una guerra che hanno contributo a scatenare.
Più in generale, osserviamo gli effetti prodotti dall’incapacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è: una guerra civile si trasforma in pura guerra di sterminio, per il semplice motivo che una delle due parti in lotta subisce un progressivo salasso delle proprie forze (o di chi potenzialmente potrebbe combattere al suo fianco).

È nel passaggio da un paradigma all’altro che si producono genocidi, perché lo squilibrio tra forze regolari e “ribelli” rende inutile cercare una riconciliazione: tanto vale che una parte stermini l’altra, dopo aver concesso a chi non vuol combattere di darsi alla fuga (ciò fornisce addirittura un alibi morale al dittatore di turno).

Il fatto che sia considerato come minimo disdicevole porsi certi dubbi, dimostra che noi viviamo immersi in un nuovo mito, quello della Desistenza. Chi si arrende, chi abdica, chi diserta, viene considerato moralmente superiore. Il pericolo è che anche il “Mito della Desistenza” si riveli appunto come tale in meno di una generazione, e alla fine ci si accorga –per dirne una– che non provvedere nemmeno per finta alla difesa dei confini nazionali (o perlomeno europei) ha semplicemente fatto cambiare location al conflitto.

sabato 3 settembre 2016

Vignette contro Charlie Hebdo

L’unica cosa davvero irritante delle polemiche contro l’ennesima vignetta di “Charlie Hebdo” (questa volta particolarmente rivoltante per gli italiani) è la ricorrente sacralizzazione di quella cosa che tutti chiamano “satira” in una società dove nulla dovrebbe essere sacro. Per giunta una sacralizzazione selettiva, dato che pure il rituale del “Je suis Charlie” ha avuto sin dal principio una vittima sacrificale: il noto Dieudonné, che per aver commentato sarcasticamente la “grande marcia” (aggiungendo alla fine una battuta non più infelice di quelle del settimanale: «Je me sens Charlie Coulibaly») è stato condannato a due mesi di carcere con la condizionale per “apologia di terrorismo”.

L’immunità che detengono gli autori di “Charlie Hebdo” assomiglia molto a quella dei buffoni di corte. Per questo ho pensato, pur non sapendo disegnare, di fare qualche vignetta contro tutto quello rappresentato da “Charlie”, un qualcosa che inizia a puzzare di ipocrisia e doppiezza morale.

Visto che oggi va di moda spiegare i motivi per cui uno dovrebbe ridere a un disegnino, ho aggiunto anche una breve legenda:

1) La prima vignetta rappresenta una figura umana con un organo riproduttivo maschile al posto della testa che regge il solito slogan: con questo disegno voglio indicare che a mio parere chi continua a ripetere “Je suis Charlie” da più di un anno e mezzo di fronte a qualsiasi cosa succeda è un po’ una “testa di cazzo”. Soprattutto quando, per spiegarti i motivi per cui non bisogna offendersi, assume toni da precettore.

2) La seconda vignetta si riferisce al fatto che, mentre de Gaulle è scampato a cinque attentati, il povero Charb è caduto subito al primo. La “vittoria ai punti” di cui parlo nella didascalia quindi riguarda tale circostanza. Ricordiamo che la prima versione di “Charlie”, “Hara-Kiri”, dovette cambiare nome proprio per aver ironizzato sulla morte del Generale. Recentemente il settimanale, per prendere in giro un’europarlamentare francese, ha voluto offendere la memoria della figlia down di de Gaulle, Anne, morta a vent’anni nel 1948, profondamente amata dai suoi genitori.

3) Nella terza vignetta, una matita può permettersi di cantare la stucchevole canzoncina “Même pas peur” e vantarsi del suo coraggio protetta da uno stuolo di teste di cuoio. Purtroppo sono riuscito a colorare di nero solo il passamontagna perché mi si è scaricato il pennarello (non è una metafora), infatti il disegno è fatto a penna (si è scaricata anche quella). Spero che l’espediente della pars pro toto non venga frainteso.
[Ricordo di sfuggita, visto che a “Charlie” piace dileggare i morti italiani, che il primo a cadere nella redazione il giorno dell’attacco fu la guardia del corpo di Charb, Franck Brinsolaro, 49 anni, anche lui originario del Paese della mafia e delle lasagne.]

4) Dato che ho finito penne e pennarelli, l’ultimo l’ho fatto col pc: «I buffoni del re sono intoccabili... fino al nuovo re!». Nell’immagine, Carlo Martello. Credo non vi sia altro da aggiungere.