mercoledì 29 giugno 2016

La Turchia chiede scusa a tutti

La giornata di ieri, cominciata per la Turchia all’insegna della distensione con le scuse di Erdoğan a Putin e la riapertura dei canali diplomatici con Israele, si è purtroppo conclusa con l’ennesimo attentato.
Le modalità lasciano pensare a un mandante diverso dal PKK (o altre sue emanazioni), che di solito predilige coinvolgere negli attacchi soprattutto soldati e poliziotti, in modo da “rivendere” l’immagine dei propri militanti come quella di guerriglieri e non terroristi.

L’assalto all’aeroporto Atatürk di Istanbul giunge peraltro a funestare una stagione turistica già in crisi per i numerosi contraccolpi causati anche, come ha dichiarato oggi al “Corriere” Elena Ventura (titolare di un’agenzia di viaggi), da «una campagna anti-turca che sta scoraggiando le scelte di molti» (I numeri dei visitatori erano già a picco, “Corriere”, 29 giugno 2016).
A tale campagna collabora attivamente la maggior parte del giornalismo italiano, come anche da queste parti si è più volte tentato di denunciare.

Per esempio, la crisi tra Mosca e Ankara durante questi mesi è stata rappresentata da molti quotidiani con gli stessi toni utilizzati dai titolari della pagina Facebook “E mo’ so cazzi” (nome eloquente) in alcuni pregiatissimi tazebao:

(fonte)
(fonte)
Anche dopo la fine della crisi, “Il Sole 24 Ore” non si è fatto mancare il titolo a effetto: Erdoğan si piega davanti a Putin. Del resto nel presentare l’accordo con Israele pure il “Corriere” ha voluto rimarcare la differenza tra “Il Sultano” (soprannome ufficiale del leader turco) e... “Bibi” (sì, l’adorabile Netanyahu).


Non voglio neppure soffermarmi sull’analisi di Antonio Ferrari, che un attimo dopo gli attacchi ha espresso giudizi francamente incommentabili:
«Coloro che hanno combattuto, per anni, contro la linea dittatoriale del presidente-sultano Recep Tayyip Erdoğan, che non ha esitato a sostenere i tagliagole dell’Isis per ragioni di interesse ma anche di ideologia, hanno buon gioco, adesso, a sostenere che il regime paga i suoi errori» (A. Ferrari, Il sultano Erdoğan aveva appena deciso di cambiare rotta…, “Corriere”, 29 giugno 2016).
Ormai dire che Erdoğan (o la Turchia intera) “sostiene l’Isis” è diventato quasi proverbiale, uno stilema à la page come il “piuttosto che” con valore disgiuntivo. A mio modesto parere, sarebbe utile abbassare i toni nei confronti della Turchia di Erdoğan almeno nello stesso modo in cui è stato fatto con la Russia di Putin: non se ne può più di queste perenni divisioni tra buoni e cattivi (o tra Batman e Joker).

Detto ciò, mi limito a evidenziare alcuni aspetti delle nuove mosse strategiche di Ankara che mi pare siano passati in secondo piano: prima di tutto grazie all’accordo con Israele la Turchia ottiene un allentamento del blocco di Gaza e un riconoscimento politico di Hamas. Sono contento che almeno Erdoğan si ricordi dei poveri palestinesi: lo farà sicuramente perché è un islamo-fascista che vuole rifondare l’Impero Ottomano, ma perlomeno ciò si tradurrà in benefici concreti per un popolo martoriato e ridotto alla miseria. I mercantili sono già pronti a sbarcare migliaia di tonnellate di aiuti per gli abitanti di Gaza, mentre le imprese turche nei prossimi anni si impegneranno a costruire ospedali, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione. Tutto questo conviene, cinicamente, anche a Israele, che in un frangente particolarmente esplosivo come quello attuale non può permettersi di aprire un nuovo fronte nella Striscia.
Per quanto riguarda invece la lettura dell’accordo in funzione anti-iraniana, mi sembra si possa condividere, anche se ancora una volta preferirei non leggere le solite sparate sui contrasti sciiti-sunniti o persiani-ottomani. Parliamo invece di senso geopolitico della scelta (oggi che gli Stati Uniti hanno finalmente concesso ai loro alleati di trattare alla luce del sole con Teheran), di senso energetico (l’Iran è, tra le altre cose, il primo concorrente regionale della Turchia nel settore siderurgico), e infine anche culturale-mediatico, poiché una “Persia” pacificata (comprendente Iraq e Siria) rischia nei prossimi decenni di sottrarre un numero considerevole di turisti ad Ankara.

Parlando invece della pacificazione con la Russia, ho già approfondito la questione in un articolo precedente (Il grande e irreprensibile Erdoğan, 2 giugno 2016) e non ho altro da aggiungere, se non che mi compiaccio del gesto di Erdoğan e sono lieto che anche i miei numerosi amici filo-putiniani (ai quali non ho nulla da imputare, sia chiaro) abbiano apprezzato.
Pace, fratelli!, intimava il Pascoli…

Continuiamo ad augurarci con tutto il cuore che la scia di attentati si interrompa al più presto.
In quest’ultimo caso se non altro la reazione immediata è stata “convincente”, nel senso che la solerzia delle forze di sicurezza ha impedito un numero ancor più alto di vittime, anche se si evidenziano ancora carenze a livello di intelligence e prevenzione: ma forse da questo punto di vista la svolta decisiva può giungere proprio dalla doppia “tregua” con Mosca e Tel Aviv.

lunedì 27 giugno 2016

Bagatelle per un genocidio


Le ricorrenti crisi suscitate negli ultimi anni dalla questione del genocidio armeno (purtroppo non solo diplomatiche, come dimostra la polveriera del Nagorno Karabakh), riflettono il carattere della nostra epoca e per questo, al di là delle opinioni personali o delle appartenenze ideologiche, andrebbero inquadrate nel loro contesto.

Uno dei temi principali della contemporaneità è il progressivo decadimento dell’idea di mediazione, che oltrepassa il campo politico e si insinua addirittura in quello religioso: non è un caso che le polemiche più accese sulla questione negli ultimi anni siano scaturite dalle iniziative di Papa Francesco, la figura che, nel bene e nel male, rappresenta una delle principali personificazioni della “dissoluzione degli schemi” di cui stiamo parlando.

In questo, il Pontefice sembra decisamente poco “gesuitico”, soprattutto a causa del suo strabordante carisma: infatti nessuno sarebbe così temerario da imporgli di non utilizzare l’espressione “genocidio” al cospetto di un rappresentante della Chiesa Armena. D’altro canto Bergoglio, nel suo discorso di Erevan non ha di certo “benedetto le armi”, semmai ha più volte inviato alla pace; era però scontato che i turchi prestassero attenzione esclusivamente ai passi più “controversi” (se così possiamo dire) dell’intervento, non solo per la poca dimestichezza col concetto di inculturazione (bandiera moderna della Societas Iesu), ma anche per i rischi che oggi comporta il discorso “identitario”.

Perché, a ben vedere, l’ideale paolino del “farsi tutto a tutti” rischia di trovare un enorme ostacolo proprio nella radicalizzazione delle identità e delle “culture”, alimentata principalmente dalle ambiguità con cui il mito universalistico si è ripresentato nelle vesti della globalizzazione.
Il problema di cosa possa essere definito “genocidio” (e cosa invece no) non riguarda infatti soltanto la ricerca storica, ma investe in modo indiretto tutti i livelli della convivenza sociale.
Nelle ultime pagine di Connessioni (Bollati Boringhieri, Torino, 2001, pp. 213-4), l’antropologo Jean-Loup Amselle ha espresso considerazioni illuminanti sul problema:
«In questo periodo segnato dalla fine della guerra fredda, la tematica del genocidio rappresenta […] l’arma principale dell’esercizio del diritto di ingerenza e occupa, a tale proposito, un posto essenziale nella gestione del nuovo ordine internazionale. […] L’inconveniente di tale posizione, che prevale ormai su scala internazionale, è di rinchiudere ogni gruppo in una sorta di essenzialismo culturale con il risultato di incoraggiare il sorgere di conflitti tra le culture».
Nel caso degli armeni, il pericolo dell’essenzialismo è particolarmente accentuato non solo dalla relazione mimetica che il riconoscimento di un “nuovo” genocidio (accanto a quello ebraico) comporterebbe, ma anche da un’identità che nel corso dei secoli si è proiettata sempre oltre l’etnia, la cultura, la religione e la lingua.

Basti pensare solo ai “primati” che l’Armenia può vantare, come prima nazione cristiana al mondo grazie alla conversione di Tiridate III (alla quale seguì una repentina separazione da Roma) e, in epoca moderna, come una delle prime repubbliche ad abbracciare il socialismo (e una delle ultime ad abbandonare l’URSS, il che comunque non ha attenuato l’inevitabile necessità di revanscismo condivisa con gli altri Paesi ex-sovietici). Non si può certo riassumere in tal modo la storia di un Paese che per profondità assomiglia idealmente a quella di un intero continente, tuttavia è indicativo che tale popolo abbia sempre cercato di elevare la propria identità al di là di tutto, oltre la razza, la politica e la storia.

In quest’epoca post-moderna, o post-storica (ognuno la chiami come vuole) è il concetto di genocidio a rappresentare l’ultimo baluardo dell’identità. L’Europa, per esempio, ha istituito un vero e proprio culto della Shoah per sopperire alla mancanza di una religio civilis in grado di resistere al nichilismo. È anche per questo che molti storici di origine ebraica si sono opposti all’idea che a un evento identificato come “unico e irripetibile” si affianchi un “gemello” (magari tragico, in senso girardiano) come il Medz Yeghern: ciò potrebbe condurre a una “secolarizzazione” della holocaustica religio e al ripristino dell’equilibrio tra oblio e memoria (anzi “Memoria”, ipostatizzata da riti collettivi e reati d’opinione).

Non dimentichiamo inoltre che a differenza di Israele, il quale non può rivendicare una continuità etnica e nazionale se non inficiando il proprio universalismo (come paventato dagli antichi profeti), al contrario l’Armenia avrebbe la possibilità di “strumentalizzare” il proprio genocidio senza alcun sdoppiamento. Questo è però un argomento difficile da affrontare, soprattutto oggi che di revisionismo si discute non nelle accademie ma nei tribunali. Al di là quindi dell’opinione che uno potrebbe avere sul “genocidio”, è evidente che oggi il suo riconoscimento sta per essere raggiunto non in base a una giusta riappacificazione tra Turchia e Armenia, ma in un clima avvelenato che potrebbe rivelarsi foriero di nuovi conflitti.

La recente mossa del parlamento tedesco di riconoscere il genocidio armeno, per esempio, andrebbe letta alla luce di queste osservazioni. Volendo anche credere alla buonafede della Germania (il che è decisamente problematico), non si può negare che nell’accusa del ministro della giustizia turco Bekir Bozdağ («I tedeschi dovrebbero guardare alla propria storia: non sono stati loro a bruciare gli ebrei vivi nei forni?») ci sia un fondo di verità: dalla proclamazione di un altro “evento unico e irripetibile” la Germania trarrebbe più di un vantaggio (il primo dei quali è il decentramento dal nazismo dell’attuale “religione civile”).
Non è escluso in effetti che l’insistenza attuale sul genocidio armeno rappresenti anche il riflesso se non di una guerra, almeno di un Kulturkampf “per procura”: essendo obbligati ad andare d’amore e d’accordo, le nazioni europee cercano di scaricare i conflitti sull’esterno. Inutile ricordare cosa accade in occasione delle cosiddette “primavere arabe”, o in che modi alcuni Stati hanno provato a sfruttare le sanzioni alla Russia per danneggiare indirettamente le economie avversarie.

Anche in tal caso, poi, ritorna sempre il problema della “mediazione”: l’Unione Europea finora non è riuscita a essere un arbitro imparziale, ed è difficile che lo diventi proprio ora che sta implodendo. È accaduto esattamente il contrario di quanto auspicato dal già citato Amselle, ovvero la nascita di uno spazio europeo sovranazionale e repubblicano modellato su quegli imperi che hanno permesso «[il] mantenimento della coesistenza più o meno pacifica delle diverse nazioni o etnie» (p. 215: ovviamente l’antropologo pensa più all’Indirect rule britannica che all’Eyalet ottomano).

Questo spiega anche il paradosso di un’Europa dissolvitrice delle identità, che tuttavia si preoccupa di “aizzarle” nei popoli fuor di essa. La storia ci ha abituati alle assurdità: non vorremo però assistere anche a quella di un “genocidio che alimenta se stesso”.
Il riconoscimento del massacro degli armeni come “genocidio” nelle condizioni attuali rischia quindi di trasformarsi non solo l’ennesimo argomento di propaganda anti-turca ma, considerando appunto la situazione del Nagorno Karabakh, un perfetto casus belli.

In realtà non ci sarebbe affatto bisogno di esasperare così gli animi, poiché i tentativi per arrivare a un giudizio condiviso sono in atto da anni, e proprio perché si tratta di una questione delicata, è necessario trovare il giusto equilibrio tra l’oblio (che purtroppo è la legge della storia, ma che implica anche il perdono) e la memoria (che serve allo “spirito di corpo”, ma non deve essere custodita in un sepolcro imbiancato).

Allo scopo di giungere a una riconciliazione , gli argomenti portati dall’ex ambasciatore italiano ad Ankara Carlo Marsili mi sembrano molto più utili che non certi “gesti eclatanti” di cui abbiamo parlato più sopra.
Come egli spiega nel volume La Turchia bussa alla porta. Viaggio nel paese sospeso tra Asia e Europa (Egea, Milano, 2011), le prime rivolte armene all’interno dell’Impero Ottomano esplosero verso la fine dell’Ottocento, con la creazione di fronti patriottici tra Van e Erzurum e con centrali dislocate in Russia. Nel 1915 l’esercito ottomano era stato battuto a Kars dall’armata russa del Caucaso, nella quale erano inquadrate unità di volontari armeni. Il ministro della Guerra (e capo dei Giovani Turchi) Enver Paşa ordinò quindi che gli armeni facenti parte dell’esercito fossero assegnati a reparti non operativi per timore di collaborazionismo col nemico. Gli armeni allora crearono una roccaforte autonoma a Van e a seguito di ciò cominciarono le prime deportazioni. È in tale contesto, con l’Impero impegnato a oriente contro la Russia e a occidente con gli anglo-francesi, che va dunque inquadrato il massacro.

In una lettera al “Corriere della Sera” (Turchia e Armenia: proposta di un accordo, 6 maggio 2015), Marsili aggiunge che tali circostanze spiegano perché «non ci sia consenso degli storici sulla configurazione di genocidio per i massacri degli armeni nel 1915 (il maggior storico del Medio Oriente, Bernard Lewis, ad esempio, lo nega), anche in mancanza di un approfondimento dei fatti attraverso una commissione di ricercatori sotto l’egida delle Nazioni Unite con accesso agli archivi sia ottomani, sia di Paesi terzi che la Turchia, a quanto mi risulta, sarebbe disposta ad accettare».

Di certo istituire il reato di revisionismo (cioè di opinione) non è un modo per giungere a una verità condivisa, In generale è noto che i “fatti” non si presentano alla coscienza degli storici in maniera totalmente diretta e comprensibile, come se piovessero dal cielo: essi necessitano sempre di essere interpretati, e tale interpretazioni non può prescindere dalle circostanze (anche individuali) in cui si trova a operare lo studioso.

Visto che oggi è così semplice affermare che “I turchi hanno sterminato gli armeni”, mi domando che effetto farebbe la frase “Gli ebrei hanno sterminato gli armeni”: sono sicuro che non verrebbe accolta con lo stesso entusiasmo. Eppure seguendo la medesima logica manipolatoria, sarebbe possibile dimostrare anche questa “verità” (che poi uno Stato provvederebbe a istituzionalizzare). Scrive infatti Gershom Scholem (uno studioso che non può essere certo tacciato di antisemitismo),
«Sin dall’inizio i Dönme [gli ebrei seguaci di Sabbatai Zevi convertitisi in massa all’islam] ebbero un ruolo importante nel Comitato per l’Unione e il Progresso, l’organizzazione del movimento dei Giovani Turchi, nato a Salonicco. […] Vi furono anche devoti sabbatiani che unirono patriottismo e nazionalismo turco all’utopismo messianico ebraico. Ad esempio, abbiamo prove attendibili che Cavid Bey, uno dei tre ministri dönme nel primo governo dei Giovani Turchi e importante leader dell’omonimo partito, ebbe un ruolo di spicco nell’organizzazione della setta karakash. Di fatto apparteneva alla più importante famiglia di questo gruppo, la famiglia Russo, discendente in linea diretta del dio incarnato Barukhyah Russo o Osman Baba» (L’idea messianica nell’ebraismo [1971], Adelphi, Milano, 2008, p. 158).
L’ebraismo fa da sfondo anche ai legami tra Giovani Turchi e “Giovine Italia”: come afferna Gina Formiggini in Stella d’Italia Stella di David. Gli ebrei dal Risorgimento alla Resistenza (Mursia, Milano, 1970),
«Sin dagli albori dell’800 furono molti gli ebrei affiliati alla Carboneria e alla Giovane Italia. […] Volontari ebrei affluivano da ogni parte d’Italia e anche dall’estero. […] Sara Nathan, donna eletta, dotata di profonda religiosità, credeva nell’evento dell’Era Messianica, di una religione cosmica che unirà tutti gli uomini della terra. […] Vi era profonda analogia fra il suo pensiero e quello di Mazzini. […] Il Mazzini, lettore assiduo della Bibbia, attinse non poco al pensiero ebraico. “Pensiero e Azione”, “Religione del dovere”, “Dio e popolo”, “Doveri anteposti ai diritti”, “L’Umanità profeta di Dio” […] sono formule ebraiche, senza contare che in tutta l’opera mazziniana troviamo espressioni di messianismo. Sembra persino che talvolta Mazzini venisse scambiato per ebreo per il suo volto, il suo gesticolare. Non se ne rammaricava affatto» (passim, pp. 266-267).
L’ultima frase si riferisce al fatto che Mazzini viaggiò per l’Europa con il passaporto del rabbino Sabato Morais (1823-1897). È quindi anche attraverso i contatti tra le varie comunità ebraiche che da Berlino a Sarajevo si diffuse la “moda” della gioventù nazionale.

A sostenere i Giovani Turchi ci furono poi importanti affaristi italiani, come Giuseppe Volpi di Misurata e Bernardino Nogara.
Il primo fu fondatore della Società italiana per le miniere d’Oriente (1902) e della Società commerciale d’Oriente (1908), ambedue con base a Salonicco, e strinse legami con Emmanuel Carasso, uno dei rappresentanti di spicco dei Giovani Turchi, appartenente a una storica famiglia sefardita, presidente della loggia massonica Macedonia Risorta e in seguito deputato del parlamento ottomano (fino alla sua caduta in disgrazia) e membro della commissione che negoziò la fine della guerra italo-turca (1912).
Il Nogara invece, legato al Conte Volpi dalla comune affiliazione alla Banca Commerciale Italiana (nella sua emanazione di Società Commerciale d’Oriente) e dagli interessi minerari a Salonicco e nei Balcani, grazie ai suoi preziosi contatti si troverà per le mani il debito pubblico ottomano e la gestione delle finanze vaticane.
Entrambi questi personaggi seguiranno da distanza ravvicinata il colpo di stato dei Giovani Turchi del 1908, appoggiandolo non solo finanziariamente, ma anche “materialmente”, trovandosi in quei giorni proprio a Istanbul.

Dovremmo quindi parlare anche di una responsabilità indiretta nel genocidio armeno, oltre che degli ebrei, anche degli italiani? I “fatti” su cui imbastire un’arringa accusatoria mascherata da “verità storica” ci sono, basterebbe metterli assieme in una narrazione coerente; quello che manca è però il sostrato ideologico. Che invece è oggi fortemente anti-turco, anche se nessuno si degna di comprenderne e indagarne i motivi.

giovedì 16 giugno 2016

Carl Schmitt e il pianeta misterioso. Note sulla Terza guerra mondiale


Papa Francesco afferma che la Terza guerra mondiale è cominciata, ma per ora si sta combattendo “a pezzetti”.
Alcuni opinionisti americani invece sostengono che la Terza guerra mondiale è già stata vinta con la fine del comunismo, e che ora ci troveremmo in mezzo alla Quarta, quella contro l’islam (o l’“islamofascismo” o l’“islam politico”).
Probabilmente qualcuno, da qualche parte del mondo, or ora starà dicendo che pure la guerra contro l’“islam” è vinta e che adesso ci aspetta una Quinta guerra mondiale tra USA-Cina, Usa-Russia, ecc…

Non sono facezie: il nome con cui ci si riferisce a una guerra rivela i criteri con cui la si interpreta. È per questo che i russi chiamano la Seconda guerra mondiale “Grande guerra patriottica” e che il parlamento ucraino ha appena vietato di utilizzare l’espressione (come parte di una serie di norme per favorire la decomunistizzazione definitiva del Paese).
Ed è sempre per questo che nelle aule scolastiche italiane fino a pochi decenni fa la Prima guerra mondiale veniva presentata come “Quarta guerra d’indipendenza”, prima che prevalesse la lettura unilaterale del conflitto quale “inutile strage”, come venne definito da Benedetto XV nell’agosto del 1917.
La nostra analisi potrebbe partire proprio da qui: senza nulla togliere alla nobiltà e al coraggio dell’allora Pontefice, è innegabile che le istituzioni europee (non solo quelle italiane), in questi anni di quadruplicazione del “centenario” della Grande guerra, abbiano approfittato della definizione di “inutile strage” più per motivi di propaganda post-nazionalistica (l’Europa-Nazione come espressione di un nazionalismo alternativo e benevolo) che per un sincero mea culpa.
Una conseguenza di tale negazione di senso è l’attuale propensione a interpretare qualsiasi avvenimento come prodromo a un nuovo conflitto mondiale. Anche in questi giorni si è potuto riscontrare come un’insignificante esercitazione NATO (“Anakonda”) sia riuscita a ispirare gli ennesimi voli pindarici dei cosiddetti “esperti di geopolitica”. La paranoia del “gesto eclatante” è del resto diffusa a tutti livelli; in una rivista legata alla BBC, uno storico come Christopher Clarke trovò il coraggio di scrivere questo:
«L’assassinio di Sarajevo è presentato in molti resoconti come un pretesto, un evento poco legato alle forze reali, la cui interazione scatenò la guerra. La verità è che l’omicidio dell’arciduca presentò alle autorità austro-ungariche una sfida che esse non poterono permettersi di ignorare. Per trasmettere il senso della gravità della situazione nella prospettiva di allora, dobbiamo semplicemente chiederci come risponderebbero oggi, ad esempio, gli Stati Uniti di fronte all’assassino di un presidente eletto e di sua moglie da parte di un commando addestrato a Teheran» (C. Clarke, Lo sparo che fece 10 milioni di morti, “BBC History”, n. 20, dicembre 2012, p. 49).
Se almeno gli italiani continuassero a chiamare la Grande Guerra “Quarta guerra d’indipendenza”, forse avrebbero più ritegno nello strologare sulla prossima. Soprattutto perché –ora veniamo al punto– nel mondo d’oggi non esiste più (o non ancora) un luogo in cui combattere questa benedetta “Guerra Mondiale”.
Sul Pianeta Terra, l’habitat elettivo di ciò che chiamiamo “guerra mondiale” è notoriamente l’Europa: se per assurdo in questo istante scoppiasse un conflitto tra Cina e Giappone e intervenissero americani e russi, tutto ciò non potrebbe essere definito ancora “guerra mondiale”. Non è una lettura eurocentrica, tanto è vero che pure gli attori principali del nostro evo sembrano averne una qualche istintiva consapevolezza (forse è anche per questo che, nonostante le migliaia di pretesti, Pechino e Tokyo non sono ancora “venuti alle mani”).

Uno degli autori che ha tentato di comprendere tale condizione è stato Carl Schmitt: pur con tutti i suoi limiti, egli è riuscito a fornire una previsione verosimile di cosa sarebbe stata la guerra in un’epoca di “dopoguerra assoluto”. Tuttavia il filosofo è riuscito soltanto a vedere (o intravedere), senza capire fino in fondo: non per limiti di prospettiva o intelligenza, ma probabilmente per i segni che la sconfitta tedesca nella Seconda guerra mondiale lasciò nel suo animo.  

Per cominciare, vorrei partire da un tema apparentemente secondario, che tuttavia compare con una certa frequenza nell’opera del giurista tedesco: quello del “pianeta misterioso” (peraltro già affrontato in altra sede, cfr. Il nomos della tecnica). Si tratta di un pregevole tentativo di “guardare oltre” che per vari motivi non è mai stato approfondito, e anzi è rimasto circoscritto a una boutade nella “Presentazione” a Il nomos della terra (tr. it. E. Castrucci, Adelphi, Milano, 1991, p. 15):
«L’ordinamento eurocentrico finora vigente del diritto internazionale sta oggi tramontando. Con esso affonda il vecchio nomos della terra. Questo era scaturito dalla favolosa e inattesa scoperta di un nuovo mondo, da un evento storico irripetibile. Una sua ripetizione moderna si potrebbe pensare solo in paralleli immaginari, come se ad esempio uomini in viaggio verso la luna scoprissero un nuovo corpo celeste finora del tutto sconosciuto, da poter sfruttare liberamente e da utilizzare al fine di alleggerire i conflitti sulla terra. La questione di un nuovo nomos della terra non può trovare una risposta in siffatte fantasie».
È deplorevole, a mio parere, che un’intuizione così promettente venga liquidata come “fantasia”. Invece di lasciarla cadere, Schmitt avrebbe dovuto perlomeno collocare questo “nuovo corpo celeste” in un punto specifico della sua filosofia: si tratta di un pianeta disabitato, che replica la «comparsa di spazi liberi immensi» fornendo le basi a un rinnovato Jus Publicum Europaeum? Oppure è un satellite popolato da alieni, la cui comparsa, al pari di una hegeliana “astuzia della Ragione”, offre finalmente ai terrestri la possibilità di dare un senso alla parola “umanità” oltre la criminalizzazione del nemico?

Non sono soltanto divagazioni, poiché se qui Schmitt sembra avvalorare l’ipotesi della res nullius galattica, in altro luogo lo stesso corpo celeste ricompare, questa volta abitato: «L’umanità in quanto tale non può condurre nessuna guerra, perché essa non ha nemici, quanto meno non su questo pianeta» (Le categorie del “politico”, Il Mulino, Bologna, 1972, p. 139).
Anche nella suggestiva Teoria del partigiano (cur. F. Volpi, Adelphi, Milano, 2005, pp. 111-112) l’Autore avanza timidamente l’idea di una “dimensione interplanetaria” del conflitto, senza però accennare nemmeno alle caratteristiche del “cosmo-partigiano” (di cui invece tratta il compianto Franco Volpi nella postfazione).
In effetti è curioso che a un certo punto Schmitt non si sia messo a parlare di “corsari dello spazio” (nonostante egli proponga il parallelo tra guerra partigiana e privateering, nonché tra il partigiano e il sottomarino [p. 77]) o di uno Jus Publicum Universale generato dal nuovo equilibrio terra-mare, declinato nel senso di “Terra” come pianeta e “Mare” come spazio intergalattico.
Pare sia stato proprio un certo risentimento da “vinto” a impedirgli di riconoscere queste analogie, attraverso le quali avrebbe indirettamente conferito una qualche nobiltà alla nostra epoca; in certi passaggi la sprezzatura emerge chiaramente:
«All’ombra dell’odierno equilibrio atomico delle potenze mondiali, sotto la campa di vetro, per così dire, dei loro giganteschi arsenali distruttivi, potrebbe ritagliarsi uno spazio destinato alla guerra limitata e circoscritta condotta con armi e perfino mezzi di distruzione tradizionali, sul cui dosaggio le grandi potenze potrebbero apertamente o tacitamente accordarsi. Questo provocherebbe una guerra controllata da quelle potenze, e sarebbe una specie di dogfight» (Teoria del partigiano, pp. 110-111).
Idealizzare il “modello Vestfalia” come l’unico in grado di limitare la guerra e nel contempo farsi beffe del nuovo equilibrio internazionale perché parla inglese e russo (invece che tedesco) è, a mio modesto parere, una posizione intellettualmente poco onesta. Carl Schmitt, che si vuole così “spregiudicato” nelle sue analisi (tanto da essere definito da taluni come “il Nietzsche della politologia”), non è immune da una certa Romantik: la sua concezione idillica del “legame con la terra”, per esempio, lo porta a descrivere con toni patetici l’azione di un esercito di terra che manterrebbe «una relazione positiva con il territorio occupato e con la sua popolazione» (Il nomos della terra, p. 424), in contrapposizione alla flotta che agirebbe invece “di forza” e “coartivamente” (per non dire del Partigiano raffigurato quale “eroe tellurico”, un altro eccesso di idealizzazione che sembra compensare le ingenue considerazioni a cui abbiamo accennato).

Dopotutto, ciò che ancora chiediamo a Schmitt (senza però ricevere risposta) è di indicare un theatrum belli consono all’era atomica. Nella sua “teoria degli elementi”, accanto a Terra e Mare, e all’Aria (che interviene a spezzare l’equilibrio), manca il Fuoco. Stiamo parlando non solo del fuoco della contraerea che riporta la cosiddetta “guerra aerea autonoma” a una dimensione orizzontale del conflitto, ma anche di un altro tipo di “fuoco”, quello nucleare, che dopo l’agosto 1945 non è più stato riacceso. Come è stato possibile?
In questo campo abbondano non solo le spiegazioni provvidenzialistiche (soprattutto da parte degli atei), ma anche quelle che filosoficamente potremmo definire anti-timotiche, riassumibili nella formula “equilibrio del terrore”: improvvisamente, gli uomini sarebbero diventati tanto razionali, sensibili e pacifici, da riuscire a fermarsi a un passo dall’apocalisse.
Questa interpretazione, oltre a essere al contempo ottimistica e demoralizzante (perché toglie all’essere umano sia il coraggio che l’incoscienza), contraddice la fondamentale legge di Murphy: «Se qualcosa può andar male, lo farà».
Volendo tuttavia accettare un’evoluzione inspiegabile nella coscienza della specie, dovremmo comunque riconoscere che a impedire l’apocalisse nucleare durante la Guerra fredda non contribuirono solamente l’“equilibrio del terrore” o la “lotta tra cani”. Se avessimo una sensibilità hegeliana, diremmo che l’atomica è comparsa nella storia al momento giusto, ovvero in concomitanza con le prime spedizioni nello spazio. In tal modo diventerebbero ancora più plausibili le analogie tra l’oltremare, «un campo in cui si afferma il libero e spietato uso della violenza» (Il nomos della terra, p. 93) e l’oltrespazio, o ancora meglio tra la scoperta delle Americhe, che «servì […] a limitare la guerra europea» (ivi, p. 98) e la colonizzazione di nuovi pianeti.

L’elemento del “fuoco” potrebbe dunque scatenarsi nello spazio intergalattico, l’unico luogo fisico in cui sia lecito atomizzare l’avversario senza condurre una guerra di sterminio?
Tutto sommato questo potrebbe essere quasi  un “lieto fine” (si fa per dire): il Pianeta Terra, divenuto una confederazione universale di nazioni (o di agglomerati sovranazionali), “scaricherebbe” il conflitto tra la Luna, Marte e Urano (ma chi si azzarderà mai a colonizzare quel pianeta?).


Qualcosa tuttavia sfugge. È vero, infatti, che gli uomini non hanno smesso di farsi la guerra: sembra anzi che l’aspirazione a costituire enormi raggruppamenti di Stati su modello delle superpotenze orwelliane (Eurasia, Estasia e Oceania) rappresenti inconsciamente il desiderio di creare lo spazio bellico adatto ad accogliere una guerra atomica.

Inoltre continua a sussistere l’obbligo di individuare un “nemico assoluto” su cui finalmente replicare Hiroshima e Nagasaki in grande stile. Per certi versi, l’Isis è comparso al posto giusto e al momento giusto, anche se più che a un agnello sacrificale assomiglia al famigerato “pollo” del gioco delle tre carte: tanto è vero che, senza turbare i sonni dei pacifisti, i russi stanno “sperimentando” sugli improvvisati jihadisti le armi più micidiali che si possano utilizzare prima di quelle atomiche.
È un fatto tuttavia che chi detiene (almeno per il momento) la superiorità tecnologica in campo bellico non potrebbe analogamente gloriarsi di adoperare armi del genere: non solo perché la “copertura” umanitaria è svanita nel brevissimo passaggio da un millennio all’altro (1999-2001), ma anche perché dopo un decennio di “inutili stragi” (questa volta la definizione calza a pennello), di Vietnam replicati più per motivi ideologici che strategici, gli Stati Uniti si sono ridotti a trovare l’unico spazio bombardabile nel deserto siriano (anche qui, bisogna notare che l’Isis ha scelto poco intelligentemente di “territorializzarsi” in uno dei luoghi attualmente più suscettibili di nuclearizzazione, al pari delle foreste asiatiche e delle distese artiche).

Col nuovo secolo è emersa altresì una tendenza inedita nell’inconscio collettivo, soprattutto grazie alla piena diffusione di internet: la necessità di catalogare tutto l’esistente per conservarlo in eterno (cfr. la mia lettura della Laudato si’ di Papa Francesco).
Già ai tempi dell’intervento NATO nei Balcani diversi commentatori paventarono la minaccia dei bombardamenti per alcune specie protette della flora e della fauna locali (non parlavano di esseri umani…): ricordo che qualcuno (purtroppo al momento non riesco a risalire alla fonte) avanzò la proposta di clonare gli animali a rischio di estinzione (erano i tempi della Pecora Dolly).
Oggi che queste tecnologie si fanno sempre più “democratiche”, la catalogazione è divenuta quasi un obbligo: penso, ad esempio, agli scienziati siriani che all’inizio della guerra civile hanno provveduto a inviare tutte le sementi nazionali al noto Svalbard Global Seed Vault, oppure all’impegno assunto da alcune imprese (anche italiane) di restaurare i monumenti distrutti dall’Isis per mezzo di stampanti 3D.
Non è da escludere in futuro l’eventualità che, una volta nuclearizzato un Paese, l’aggressore venga poi costretto dallo “spirito dei tempi” a ricostruirlo esattamente com’era.

Per tirare le somme (e non le cuoia): l’unica Terza guerra mondiale che può essere definita come tale dovrebbe essere combattuta in Europa, ma ciò, almeno nella pratica, è –quasi– impossibile; di conseguenza le superpotenze ricorrono a ogni tipo di espediente nell’attesa che finalmente emergano degli “spazi nuovi” in grado di garantire un theatrum belli per la guerra atomica (questo potrebbe forse spiegare la tendenza attuale di alcuni Stati ad agglomerarsi, per garantire una “periferia” annichilabile a fronte di un “centro” da salvaguardare).
Quindi, per citare un titolo azzeccato, La fin du monde n’est pas pour demain: nel caso dovessi sbagliarmi, sono in debito di una birra.

domenica 12 giugno 2016

Konni

Ho appena scoperto che la cagnolona di Putin, Connie/Konni (Конни), è morta alla fine del 2014 all’età di quindici anni. La notizia mi era completamente sfuggita; mi sembra doveroso ricordarla seppur in ritardo, soprattutto perché è stata l’unica personalità politica di un certo livello a mettere paura alla Merkel...

Molti si ricorderanno quando nel gennaio 2007 il Labrador femmina irruppe nella residenza estiva del Presidente russo a Sochi durante l’incontro tra quest’ultimo e la cancelliera tedesca. Pare che Putin ignorasse la cinofobia della Merkel, anche se probabilmente contava sul fatto che la cagna riuscisse a controllarsi: pure Konni, del resto, era sempre stato un animale mansueto.

Invece la Mutti si dimostrò come al solito poco conciliante, esprimendo, nel suo russo fluente, la speranza che Konni non mangiasse i giornalisti (qualcuno la interpretò come un’allusione alla recente scomparsa della Politkovskaja). 

La povera Konni decise di far buon viso a cattivo gioco e, dopo aver annusato le mani della governante tedesca, si sedette ai suoi piedi. Negli anni successivi tanti altri politici europei tenteranno questa strategia per ammansire la blonde Bestie, ma sfortunatamente nessuno di loro avrà successo.





venerdì 10 giugno 2016

Putin ha incontrato Reagan come spia del KGB?

Putin ha incontrato Reagan come spia del KGB?
(Adrian Blomfield, Did Vladimir Putin meet Ronald Reagan as an undercover KGB man?, “Telegraph”, 19 marzo 2009)

Vladimir Putin si trova al centro di una bizzarra polemica dopo la pubblicazione di una fotografia che mostra l’ex spia del KGB mentre finge di far parte di una comitiva turistica incaricata di provocare Ronald Reagan sul rispetto dei diritti umani negli Stati Uniti. 
Secondo Pete Souza, il fotografo ufficiale del presidente Barack Obama, l’immagine che egli stesso scattò nella Piazza Rossa vent’anni fa dimostra che Putin faceva parte di un piano del KGB per mettere in imbarazzo Reagan durante la sua prima visita a Mosca.
Nonostante il Cremlino si diletti spesso nella divulgazione di fotografie di Putin che va a caccia o a pesca a dorso nudo, i funzionari di Mosca hanno reagito furiosamente alla pubblicazione dell’immagine.
Fonti politiche hanno detto che il Cremlino è convinto che l’amministrazione Obama abbia approvato la diffusione della fotografia nel tentativo di infangare Putin. Il portavoce ufficiale del Primo Ministro non ha rilasciato dichiarazioni, ma alcuni esperti russi hanno affermato che il giovane uomo in maglietta con una macchina fotografica al collo non può essere Putin.
Tuttavia Souza non ha dubbi riguardo l’autenticità della fotografia: egli ha infatti dichiarato alla radio che l’incontro avvenne nell’estate del 1988, mentre Gorbaciov stava accompagnando Reagan nella sua visita alla Piazza Rossa.
Pete Souza faceva parte della delegazione in qualità di fotografo ufficiale di Reagan. Il presidente americano fu condotto verso un gruppo di turisti russi che erano stati evidentemente chiamati nella Piazza Rossa proprio allo scopo di incalzare Reagan con una serie di domande mirate sulla situazione dei diritti umani negli USA.
Souza sostiene che un ufficiale dei servizi segreti gli avrebbe rivelato la reale identità dei turisti: «Erano membri del KGB con i loro familiari».
«Tra le mie fotografie ce n’è una di un turista con una macchina fotografica al collo» continua Souza. «Mi è stato fatto notare che quell’uomo era Putin, come poi abbiamo verificato. Non appena vedrete la fotografia anche voi esclamerete: “Oddio, è proprio lui!”».
Gli esperti di Mosca tuttavia sono poco persuasi.
Al momento della visita di Reagan, Putin era in servizio come spia di livello medio a Dresda, nella Germania dell’Est, e non sarebbe mai stato richiamato a Mosca per una cosa del genere.
Inoltre l’uomo nella foto sembra avere più capelli di quanto Putin non ne abbia mai avuti. Sembra anche troppo magro: Putin ha sempre detto di aver messo su un sacco di chili a Dresda, perché beveva quasi 4 litri di birra a settimana.

giovedì 9 giugno 2016

Anakonda and friends


È iniziata da due giorni l’operazione “Anakonda”, la più grande esercitazione militare congiunta della NATO dalla fine della guerra fredda, che coinvolge 31.000 soldati da 24 paesi (14.000 americani e 12.000 polacchi), 3.000 veicoli, 105 aeromobili e 12 navi.
“Anakonda 16” non solo risponde ai timori della Polonia e dei Paesi baltici che il meccanismo difensivo dell’Alleanza possa non scattare nel caso di un’aggressione russa, ma serve anche a fugare (almeno temporaneamente) i sospetti di una segreta intenzione degli americani di abbandonare l’Europa orientale al suo destino (mascherando come neo-isolazionismo il trasferimento dei propri interessi militari in Asia).

È singolare che nessuno abbia sottolineato la probabile origine mackinderiana del nome dell’operazione: il geografo più conosciuto dell’Età edoardiana aveva infatti proposto l’anaconda strategy per soffocare lentamente la Russia e impossessarsi delle sue ricchezze naturali. Ora, non so se ai piani alti della Nato sia circolato qualche volume tipo Heartland for dummies (è una battuta che faccio sempre, tanto questo blog non lo legge nessuno), ma è probabile che tale denominazione sia stata scelta soprattutto per far colpo sugli alleati (non a caso il nome ufficiale è con la “k”).
In fondo a credere alla dottrina dell’Heartland ormai sono rimasti solo Dugin e pochi altri (si tratta di una fantasia ottocentesca che Mackinder ha recepito dalle suggestioni pseudo-esoteriche diffuse nei circoli fabiani in cui era introdotto: oggi, tanto per dirne una, la Russia vuole colonizzare la Luna); inoltre l’anaconda (quella vera) quando soffoca la sua preda ha bisogno di tempo e spazio, mentre l’Anakonda di cui stiamo parlando è sì imponente, ma di vita breve (dura una manciata di giorni) e coinvolge un’area che si misura nell’ordine delle centinaia di km. Ciò che la distingue dalla routine, oltre al nome altisonante, è più che altro il dispiegamento di mezzi, anch’esso non così impressionante se consideriamo che l’aviazione polacca usa ancora caccia sovietici (meglio non indagare sulle commesse miliardarie per i famigerati F-16).

Infine, non si può sottovalutare il problema rappresentato dall’exclave di Kaliningrad (la leggendaria Königsberg kantiana), che i russi hanno ottenuto alla fine della Seconda guerra mondiale e alla quale sono talmente affezionati da far pensare che la vera Russia sia proprio quella, mentre lo sterminato territorio orientale rappresenterebbe solo una maestosa coreografia per sviare l’attenzione degli avversari (sono convinto che Mackinder avrebbe apprezzato questa tesi per la sua austrusità). Insomma, la piccola anaconda deve guardarsi pure le spalle...

Una nota di colore: i vari account su Twitter collegati alla NATO in questo periodo sono naturalmente in subbuglio. Da tenere d’occhio quello della delegazione polacca, che ogni giorno celebra gli Anakonda and friends (anche questo uno slogan memorabile):

martedì 7 giugno 2016

Magazzino d’anime


Per quanto concerne il problema dell’immigrazione, la Grecia sicuramente non ha meno problemi dell’Italia, e il fatto che da Roma non arrivi alcuna sponda (alla faccia della solidarietà mediterranea tanto strombazzata) non fa che aggravare la situazione.

Se non altro la classe politica ellenica, nonostante il malgoverno di Tsipras e dei suoi compagni-camerati-compari, continua a mantenere più dignità della nostra: nei confronti dell’Austria, per esempio, mentre i rappresentanti italiani sono andati a piagnucolare dalla Merkel per il famigerato “muro” del Brennero (che da incapace qual è ha combinato il solito pasticcio, auspicando a giorni alterni la chiusura o apertura della frontiera), i greci, preso atto dell’esclusione dal vertice europeo di Vienna sull’immigrazione, hanno preferito non correre dalla maestra e gestirsela da soli, richiamando l’ambasciatore

L’irritazione dei greci è più che giustificata: non contenti di averli umiliati in tutti i modi possibili, ora gli eurocrati sembra facciano apposta a trattare direttamente con Paesi fuori dall’Unione come Albania, Kosovo, Macedonia (Fyrom…), Montenegro e Turchia (con i quali peraltro Atene ha più di un conto in sospeso), promettendo loro regalie miliardarie e un ingresso privilegiato qualora li aiutino a “smistare” gli immigrati.

Ecco perché la migliore definizione della vergogna di Idomeni resta quella del vice-ministro per l’immigrazione Ioannis Muzalas “Magazzino d’anime” [αποθήκη ψυχών], espressione ripresa dallo stesso Tsipras, che infine l’attuale ministro degli Esteri austriaco, Sebastian Kurz, ha indirettamente avallato proponendo di trasformare gli arcipelaghi dell’Egeo in una Ellis Island europea.

Magazzino d’anime sarebbe in realtà un titolo perfetto per descrivere anche la situazione dei greci in Europa, o degli “europei” stessi eternamente in fase di formazione, come l’homo sovieticus o, per fare un paragone più stringente, l’homunculus alchemico. Τι κάνουμε εδώ; Temiamo che un giorno, quando l’incubo sarà finito, questo libro lo scriverà proprio un greco.

giovedì 2 giugno 2016

Il grande e irreprensibile Erdoğan


La Turchia è a un passo dall’ingresso in Europa ma le condizioni in cui vi entra non sono certo le migliori: non soltanto per le numerose crisi interne e internazionali in cui il Paese è invischiato, ma anche per il modo in cui il premier Erdoğan è stato ridotto dal sistema mediatico a “bestia nera”. Ormai il presidente turco viene accostato con sempre meno scrupoli direttamente ad Adolf Hitler: di recente un gruppo di artisti tedeschi ha dato una rappresentazione plastica di tale paragone (che tanto appassiona i nostri giornalisti) proiettando sui muri dell’ambasciata turca di Berlino la sua immagine accostata a quella del dittatore nazista. Le mistificazioni si susseguono incessantemente: l’ultima, in ordine di tempo (ma il computo va aggiornato giorno per giorno), è quella sul Don Giovanni di Mozart censurato “per non indispettire Ankara”. La notizia, inventata di sana pianta (la “Taz” le riconosce una paternità interamente italiana) è stata pubblicata da “Il Fatto Quotidiano” e -ovviamente- da “Il Giornale”. La bufala è servita giusto in tempo per esaltare il trionfo di umanità e bellezza del concerto di Palmira organizzato dai russi in contrapposizione alla barbarie censoria islamista.
 
Gli attriti tra Mosca e Ankara rappresentano in effetti uno dei nodi più rilevanti della questione: dopo lo scontro con Putin, la popolarità di Erdoğan è letteralmente precipitata sia in Europa sia negli Stati Uniti. Non solo perché i russi sono da sempre bravissimi nelle “pubbliche relazioni” (basta pensare che per cinquant’anni hanno fatto credere al mondo che il massacro di Katyń fosse opera dei nazisti), ma anche perché nei rapporti internazionali vale la regola stabilita da un proverbio turco, “Quando il pazzo vede un altro pazzo, nasconde il bastone” (Deli deliyi görünce sopasını saklarmış), ovvero quando uno scalmanato incontra uno come lui è bene che si dia una calmata. Riportato alla situazione geopolitica, ciò significa che se in campo russo è il formidabile Sergej Lavrov ad aver permesso al suo leader di “nascondere il bastone” (soprattutto dopo la scomparsa di Evgenij Primakov, vero mentore di Putin), in quello turco fino a qualche settimana fa era l’altrettanto indispensabile Ahmet Davutoğlu a svolgere un ruolo analogo. La decisione di farlo fuori, presentata dalla nostra stampa con i soliti toni bonari (si fa per dire) – vedi sul “Corriere” Franco Venturini: «I nuovi Sultani invece della scimitarra per decapitare usano le dimissioni per emarginare» – ha indiscutibilmente deteriorato l’autorità di Erdoğan (e consentito ai media di attaccarlo con più forza). Del resto è soprattutto grazie alla pacatezza di Davutoğlu se lo scontro tra Ankara e Mosca non è degenerato, nonostante Lavrov abbia sempre trattato, per ovvie ragioni istituzionali, con il suo omologo turco Mevlüt Çavuşoğlu (anche lui una sagoma).

Ora il buon Ahmet è sparito dalle scene ed è probabile che di lui non se ne sentirà più parlare: a quanto pare il Presidente turco ha fatto valere il noto principio “Io ti ho creato e io ti distruggo”. Tuttavia, al di là delle distorsioni mediatiche, per farsi un’idea dei punti principali di contrasto sarebbe utile consultare la lista del “rapporto Pelican” (Pelikan dosyası) divulgato da un gruppo di attivisti pro-Erdoğan: a parte le scaramucce su nomine e candidature, la rottura è sostanzialmente maturata a causa sia della controversa riforma presidenzialista sia, per quanto riguarda la politica estera (che Davutoğlu stava modellando secondo i principi del neo-ottomanesimo, di cui è il più illustre teorico), sui negoziati con le varie organizzazioni curde (compreso il famigerato PKK).
Come successore di Davutoğlu, Erdoğan ha imposto Binali Yıldırım: pur essendo una scelta scontata, essa dimostra comunque la scaltrezza dell’uomo politico. L’immagine di Yıldırım, che per più un decennio ha ricoperto quasi ininterrottamente la carica di Ministro dei Trasporti, è infatti legata ai successi politici ed economici dell’AKP, essendo egli il fautore dell’urbanizzazione estrema che negli ultimi anni ha consentito una crescita costante del PIL e – dettaglio troppo spesso trascurato – il saldo dei debiti col FMI nel 2013 (un “record” che pochi Paesi possono vantare). Con tale scelta Erdoğan spera di portare a termine il cammino verso il presidenzialismo nel modo meno accidentato possibile, affinché il popolo turco non giudichi il processo come già ha fatto l’opposizione, cioè un “golpe di palazzo”.

È vero che il fine giustifica i mezzi, e bisogna dar atto a Erdoğan di non esser stato così temerario da prorporre come premier il marito di sua figlia Berat Albayrak (che è rimasto Ministro per l’Energia); nondimeno il chiodo fisso per il presidenzialismo in un periodo così angosciante per il Paese potrebbe  spingerlo a fare il fatidico “passo più lungo della gamba”. A dirla tutta, l’opzione presidenzialista di per sé non sarebbe una soluzione sbagliata per la Turchia: il progetto era stato accarezzato da Turgut Özal durante il suo mandato presidenziale (1989-1993) per risolvere quello squilibrio tra potere politico e militare che ha funestato la recente storia turca, e un osservatore imparziale potrebbe considerare tale iniziativa come un progresso nel processo di democratizzazione.
Tuttavia non accorgersi dell’attuale mancanza di condizioni per portare a termine il progetto potrebbe rappresentare un errore fatale per Erdoğan. Infatti non è solamente la situazione interna a metterne a rischio la leadership: quello che accade al di là del confine dovrebbe essere ancor più preoccupante. Oltre la Siria e tutto il resto (non dimentichiamo le recenti fiammate tra Armenia e Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh), anche i presupposti con cui la Turchia entra in Europa, per tornare al punto da dove abbiamo iniziato, sono davvero poco entusiasmanti: togliendo di mezzo Davutoğlu, Erdoğan ha vincolato in modo definitivo il proprio destino politico a figure decadenti quali Angela Merkel e Barack Obama. Anche lo scenario più benevolo per lui, ovvero l’elezione di Clinton negli Stati Uniti e il rinvio dell’inevitabile crollo dell’egemonia tedesca nell’Unione Europea, non potrà comunque risparmiargli il rischio di diventare un capro espiatorio: se già il presidente turco viene dipinto come un mostro, i media non dovranno fare alcuno sforzo per imputargli (proprio come fanno ora!) la guerra civile siriana, la crisi immigratoria, l’ascesa dell’Isis, il terrorismo ecc…

Ancor più penoso immaginare cosa accadrebbe con l’avvento coordinato al potere di personaggi come Donald Trump e Marine Le Pen (che, a differenza degli avversari, suscitano enorme entusiasmo nei propri sostenitori): la Turchia da confine orientale dell’UE e della NATO potrebbe addirittura venir ridotto a Paese ostile? Non è impossibile crederlo, considerando ancora l’avversione che il tandem Merkel-Erdoğan provoca negli europei. Eppure l’ingresso della Turchia potrebbe ritardare la fine del progetto, o addirittura dargli nuova linfa attraverso la stabilizzazione dei Balcani, la risoluzione della crisi siriana, la conclusione della questione cipriota e molto altro. Purtroppo ciò non accadrà, perché i nostri mondi si stanno inesorabilmente distanziando (o magari stanno semplicemente crollando): gli Stati Uniti non sono più in grado di immaginare un ordine internazionale che li contempli ancora come dominanti, mentre l’Unione Europea è un castello di carte basato sull’inganno e la depredazione. Un destino del genere, nonostante tutto, non lo meriterebbe nemmeno la Turchia “mostruosa” dipinta dai nostri media. Come dicono da quelle parti: Allah düşmanıma vermesin.