venerdì 20 maggio 2016

Nuvole di guerra

(cavi sottomarini nel mondo)
La storia del Syrian Electronic Army, il primo “esercito digitale” mai comparso in un Paese arabo, è una di quelle sulle quali solitamente gli americani costruirebbero una serie televisiva (a meno che non intervengano ragioni di National Security): un gruppo di geni dell’informatica chiamato a modernizzare la Siria a metà degli anni ’90 ma che dopo il 2011 si è ritrovato in trincea (una trincea neanche troppo virtuale).
Alcuni dei loro attacchi, come quello al sito dell’esercito statunitense, sono già entrati nella leggenda; tra i loro obiettivi si contano, oltre i siti e gli account social degli oppositori del regime, anche i portali di importanti testate, tra le quali “Repubblica” (ma non vogliamo farne degli eroi solo per questo, anche se è stato un gesto apprezzabile).

Restando in tema di serie americane, negli ultimi tempi l’immagine dei pirati informatici cinici e idealisti, capaci di destabilizzare un’intera nazione dalla loro cameretta, è stata valorizzata da produzioni come Homeland e House of Cards. È anche risaputo che il Pentagono, dopo aver tagliato di ventimila unità i Marines, ha quintuplicato i suoi battaglioni di hacker (arruolando persino ex criminali) allo scopo di destabilizzare i Paesi nemici attraverso la rete elettrica, le banche e le telecomunicazioni.
È un tipo di guerra ancora agli albori ma che già registra le sue battaglie campali, come quella del virus “Stuxnet” creato in collaborazione con Israele per sabotare il programma atomico iraniano (sembra che gli israeliani abbiano però rinunciato a sferrare attacchi cibernetici alla Siria per timore di ritorsioni da Cina e Russia) e, sui versanti opposti, le imprese appunto degli hacker cinesi (sicuramente i più coriacei del mondo), dei russi (che ultimamente hanno attaccato anche il sito della Difesa italiano) e, a quel che sembra, persino dei nordcoreani.

Bisogna tuttavia capire se la cyberwarfare meriti realmente l’appellativo di “guerra”: già in tanti utilizzano termini tratti dal gergo militare per definire quello che a livello legale è considerato ancora un crimine individuale (seppur “internazionale”); per esempio l’ex direttore della CIA Leon Panetta ha paventato il pericolo per gli Stati Uniti di una “cyber Pearl Harbor” (non porta molto bene agli americani evocare quell’attacco).

In generale poi si percepisce tutto quello che è legato all’informatica come qualcosa di “leggero”, evanescente, senza struttura, deterritorializzato ecc… A ben guardare però anche questa “guerra non convenzionale” qualora si verificasse dovrebbe appoggiarsi su infrastrutture di tutto rispetto, come le migliaia di chilometri di cavi sottomarini che fanno assomigliare il mondo a un gigantesco gomitolo. È difficile farsi un’idea dell’immensità dei data center, grandezze che si misurano in centinaia di ettari e tonnellate d’acciaio: il fatto che poi gli scienziati affermino che internet pesa “meno di una fragola” (un calcolo che include solo gli elettroni e lascia da parte tutto il resto) fa sospettare che il reale “peso” di internet non sia affatto percepito e che possa addirittura originare fenomeni di allucinazione collettiva. L’enfasi attuale sul “cloud computing” di certo non aiuta; come afferma il giornalista Andrew Blum:
«Se un cavo si rompe bisogna mandare una nave in mare, buttare un gancio in mare, tirarlo su, trovare l’altro capo, saldare i due pezzi e rimandarlo giù. È un processo fisicamente intenso. […] Quando vedete questi ragazzi lavorare su questo cavo con un seghetto, smettete di pensare a Internet come alla nuvola. Comincia a sembrare una cosa incredibilmente fisica. Quello che mi ha sorpreso è anche che, per quanto tutto si basi sulle tecnologie più sofisticate, e siano cose assolutamente nuove, il processo fisico stesso esiste da molto tempo e la cultura è sempre la stessa. Vedete gli operai locali. Vedete gli ingegneri inglesi che danno indicazioni sul fondo. E ancora più importante, i luoghi sono gli stessi. Questi cavi continuano a collegare i classici porti di città, luoghi come Lisbona, Mombasa, Mumbai, Singapore, New York».
Un traino per la posa dei cavi sul fondo marino (“Daily Mail”)
Gli unici finora a essersi accorti in modo diretto della complessità di tali processi sono stati le migliaia di arabi, asiatici e indiani che nel 2008 hanno subito le conseguenze della rottura di sei cavi sottomarini.
Questo lascia dunque pensare che se una guerra cibernetica dovrà essere combattuta, la gestione di essa non verrà affidata soltanto a degli sfigati chiusi nelle loro stanzette, a meno che queste stanzette non si trovino all’interno di un sottomarino e questi sfigati non indossino una divisa.
Tuttavia c’è forse da sperare che l’illusione di vivere tutti sopra una nuvola (invece che sulla mitica tartaruga cosmica) influenzi persino la nostra concezione della guerra: non più bombe, carrarmati e sottomarini, ma siti americani sabotati, database violati, dati sensibili rubati. Cloudywarfare.

lunedì 16 maggio 2016

Eroi maltusiani


I colossali progetti per il controllo demografico mondiale, sviluppati negli ultimi decenni dalle varie “agenzie” internazionali (e sostenuti da pubblicisti infervorati), si reggono essenzialmente sue due piedi d’argilla, l’uno riguardante i presupposti e l’altro i fini.

Partiamo dall’aporia che condiziona il pensiero ecologista nelle sue conformazioni più disparate: è l’Homo sapiens una specie tra le altre, oppure è «un fenomeno deviante rispetto al maestoso fluire dell’evoluzione» (per citare il noto Aurelio Peccei)? Rispondere a tale quesito permetterebbe di avere una visione più chiara dei principi che hanno ispirato importanti trasformazioni in campo sociale, culturale e persino legislativo. Infatti, se l’essere umano è un animale come gli altri, allora tutto ciò che fa non può essere considerato in alcun modo “innaturale”, nemmeno quando crea disequilibri nell’ambiente circostante; se invece è considerato una specie “aliena”, allora non si comprende per quali motivi dovrebbe compromettere la propria sopravvivenza in favore della salvaguardia di un habitat al quale non appartiene.

Finora una discussione limpida sul tema è stata sempre ostacolata dalla necessità di imporre un nuovo concetto di “umanità” con pretesti evanescenti come quello della salvaguardia dell’ambiente (che spesso viene confuso con le forme più basse di eudemonismo). Sarebbe necessario invece approfondire il “problema uomo” in una forma che vada oltre la classica petitio principii: per fare un esempio celeberrimo, nel volume del sunnominato Aurelio Peccei Cento pagine per l’avvenire è delineata un’antropologia angusta e deprimente che troverebbe però il suo riscatto nell’idea di “uomo nuovo”, la trasformazione del “fenomeno deviante” (l’Homo sapiens) in una creatura in grado di vivere in completa simbiosi con la natura che lo circonda. È una classica dimostrazione di come chi si occupa di fare proposte rivoluzionarie sul futuro dell’umanità dimentichi poi di specificare i fini: in questo  caso lo stile roboante e inutilmente provocatorio dell’autore non riesce a occultare interamente la misera pregiudiziale metafisica nascosta nei suoi proclami. In fondo, l’anelito alla restaurazione del kosmos, dell’intero, della perfezione, della staticità, dell’equilibrio ecc… non è che un pallido adattamento della più nobile Apokatastasis panton. Da qui si deduce che, nel migliore dei casi, le posizioni ecologistiche servono più che altro a dissimulare una pseudo-gnosi talmente confusa e sfuggente da non poter neppure essere dichiarata.

Questo sarebbe il secondo punto debole a cui accennavamo all’inizio: quale parte dell’umanità meriterebbe di essere salvata e quale sacrificata secondo i sostenitori della palingenesi demografica?
Periodicamente si assiste al rilancio di proposte di riduzione dei terrestri al di sotto del miliardo di unità, da parte di individui che, a quanto pare, credono di provenire da un altro pianeta. Chi decide, in effetti, quali sono gli umani autorizzati a riprodursi e quali invece devono sottoporsi a una sterilizzazione (volontaria o meno)? Su questo punto fondamentale la confusione è più grande che mai (e forse anche auspicata). Mi sembra che la retorica melensa e ipocrita dei vari “benefattori” non riesca a celare la misantropia che li ispira. Nel volume di Riccardo Cascioli, Il complotto demografico (Piemme, 1996), ancora oggi un valido resoconto della visione cattolica sul tema (sempre che le cose non siano cambiate negli ultimi vent’anni…), sono raccolte diverse testimonianze di questa insofferenza nei confronti del prossimo mascherata da pseudo-scienza, ma spesso espressa attraverso «un linguaggio apocalittico-catastrofico» (p. 52). A colpirmi non è tanto il famigerato NSSM200, il memorandum di Kissinger che sembra ispirato alla Modest proposal di Swift, un’apoteosi di cinismo yankee sulla quale stendere un velo pietoso (Your cynicism is simply a pose, scriveva Wilde), ma per esempio le sentenze apodittiche con cui Paul Ehrlich predice il destino del popolo americano: «Negli anni Settanta centinaia di milioni di persone moriranno di fame. Un collasso della civiltà sarà seguito da carestie catastrofiche, pestilenze e probabilmente una guerra termonucleare. Tra il 1980 e il 1989 una terribile carestia sterminerà 65 milioni di americani» (The Population Bomb, Ballatine, New York, 1968, p. xi). Per inciso, Ehrlich ha indirettamente partecipato all’“evo” obamiano attraverso il consulente della Casa Bianca per la scienza e la tecnologia John Holdren, che firmò con lo stesso Ehrlich (e la moglie Anne) diversi volumi, tra cui il saggi del 1977 Ecoscience, nel quale si suggeriscono provvedimenti drastici contro il pericolo della sovrappopolazione: aborti forzati, sterilizzazioni di massa, contaminazione delle riserve acquifere con farmaci anti-fertilità, arresto per chi fa più di un figlio, creazione di un governo mondiale.
Il wishful thinking di Ehrlich (poiché di questo si tratta, avendo l’autore spostato la sua “previsione” di dieci anni nelle successive ristampe…) assomiglia molto a quello che avrebbe ispirato Charles Manson nella strage di Bel Air: per certi versi, l’Helter Skelter immaginato dalla Manson Family (la “grande guerra” attraverso la quale i neri avrebbero massacrato i bianchi e poi sarebbero stati schiavizzati dalla “Famiglia” stessa), fa di Manson una sorta di “eroe malthusiano”. La definizione (héros malthusien), coniata dallo scrittore Richard Millet per il suo strampalato Eloge littéraire d’Anders Breivik, si adatta particolarmente a quelli che si sono auto-incaricati della missione di sfoltire l’umanità in virtù di disegni oligarchici ed elitari. Questa cultura violenta non sembra essere affatto estranea a chi si professa ambientalista: qualche giorno dopo la strage di Oslo del 2011, il celebre cantante Morrissey, vegetariano e animalista radicale, dichiarò che la morte di 77 persone non era niente in confronto a quello che accade nei fast-food ogni giorno. Una polemica analoga si verificò quando l’altrettanto celebre Peter Singer (celebre non come cantante, ma come filosofo), rifiutò di considerare l’abbattimento di 38 milioni di polli avvenuto nei mattatoi americani l’11 settembre 2001 tanto grave quanto l’attentato al World Trade Center, ottenendo così l’epiteto di “specista”.

Il nocciolo della questione è che una parte dell’umanità decide di assumersi l’obbligo di cancellare l’altra, in base al principio che essa sia autorizzata a farlo avendo la “consapevolezza” (uno dei tanti termini con cui può essere tradotto gnosis) che questo è ciò che va fatto. Da tale ragionamento tautologico deriva la perenne autoesclusione dei “demofobi” dal numero dei sacrificabili per la salvezza del pianeta. Il guaio per costoro è che anche chi si considera membro di un élite resta pur sempre un animale sociale (che però crede di essere più uguale degli altri). Per assurdo, quindi, pure una schiera di eletti ha bisogno della collaborazione del prossimo, poiché su questa terra non si è mai data un’aristocrazia senza plebe. Un esempio eloquente del paradosso è il romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli, nel quale un misantropo (o, per dirla con lo scrittore, “fobantropo”), si ritrova in un mondo dove tutta l’umanità si è come volatilizzata e si accorge che non può esiste un Roi du monde senza sudditi. È un’eventualità che maltusiani e denatalisti dovrebbero tenere in conto, anche perché, volendo citare ancora il Poeta, There are only two tragedies in life: one is not getting what one wants, and the other is getting it.

giovedì 12 maggio 2016

La questione tedesca come problema letterario


Nella conferenza Goethe und die Demokratie (1949; tr. it. B. Arzeni, 1978), Thomas Mann traccia il profilo di due Germanie, la “buona” (la Germania europea) e la “cattiva” (l’Europa tedesca, «aspirazione terrificante del nazionalismo germanico»): si tratta di un discorso contemporaneamente al di qua e al di là del politico, ma che ciononostante riesce a dire molto sulla Germania odierna e la “questione” che essa rappresenta per l’europismo. Secondo la dicotomia di Mann, da una parte esisterebbe una Germania alla quale si addicono «l’espandersi cordiale, il senso aperto per il mondo, la conoscenza e l’ammirazione e l’accogliere e il rielaborare le civiltà straniere», mentre sull’altro versante incomberebbero «il culto tedesco romantico della morte» e «la volontà aristocraticamente poetica del dissolvimento»: al centro delle tendenze, colui che a detta dell’Autore è «l’ultimo sovrano spirituale dell’Europa», Johann Wolfgang Goethe.

Goethe è il tipo di tedesco che anela a qualcosa di “completamente diverso”, a una civiltà (e a una spiritualità) “straniera”: «Considerava la sua nascita e la sua esistenza in Germania come una meschinità, in confronto a quello che sarebbe potuto diventare in Inghilterra», afferma Mann. Oltre al Regno Unito (inteso in realtà come Impero Britannico), intriso di pragmatismo democratico, di una vitalità che aveva risolto efficacemente la discrepanza tutta tedesca fra pensiero e azione, Goethe cercava la fuga, l’evasione (uno dei motivi della sua esistenza non solo intellettuale) anche nelle masse cattoliche italiane (il cui “sentimento popolare” percepiva come intima forza di natura) e infine, negli Stati Uniti d’America. Il Goethe “americano” è quello in cui prevale definitivamente l’avversione per ciò che “astratto” e “nemico della vita”: «La sua vecchiaia è animata da curiosità per ciò che è vivo, […] [trova] piacere in discorsi e ragionamenti economici e tecnici […], [tanto che] alla tavola di questo grand seigneur del secolo decimottavo, spesso così rigido e solenne, si parla quasi più e con più calore di navi a vapore, dei primi tentativi di navigazione aerea, di progetti tecnici di importanza mondiale ancora utopistici, come canale di Panama e di Suez, collegamento fra il Danubio e il Reno, che non di letteratura e di poesia».
È tuttavia un entusiasmo soltanto yankee, perché il Goethe tedesco ora rimpiange di non aver lasciato la patria trent’anni prima alla volta dell’America per risparmiarsi «Kant e tutto il resto». Egli non parla alla “Germania buona”, ricca di spirito ma impotente di fronte all’avvento della “Letteratura mondiale” (Weltliteratur), al «libero commercio delle idee e dei sentimenti» che per Goethe avrebbe caratterizzato la vita spirituale del XIX secolo.
Un tale esito nella coscienza del Poeta, più che alla senilità o al rincitrullimento, fu dovuto alle contraddizioni mai risolte di un’anima che ha rappresentato a lungo anche lo spirito dell’intera nazione. Prima dell’infatuazione per gli Stati Uniti, ci fu infatti l’entusiasmo estetizzante per l’Italia (e il cattolicesimo) come «amore conservativo per l’elemento popolare», contrapposto agli ideali rivoluzionari per l’Umanità intesa in senso utopico, tipica della Germania schilleriana e della Francia giacobina. Il Viaggio in Italia, dunque, è da interpretarsi soprattutto come fuga da tutto ciò è tedesco: «Si dovrebbe diventar subito cattolici per partecipare all’esistenza degli uomini. Mescolarsi a loro, pari a loro, una vita in piazza, in mezzo al popolo. Che gente misera, solitaria, siamo noi, nei nostri piccoli stati sovrani!».
La Germania è troppo “amletica” per Goethe: egli vuole il Fortebraccio inglese, italiano e infine americano. Proprio nell’ultima fase della sua vita estenderà la stessa insofferenza all’Europa intera, divenuta ormai una Großdeutschland, «un mondo complicato, stanco, vecchio, […] sovraccarico di tradizione spirituale e storica e minacciato infine da nichilismo». È interessante osservare come a porre le basi per l’esito nichilista sia stato lo stesso Goethe, nell’istante in cui tentò di saldare natura e cultura attraverso il vitalismo, accompagnando la repulsione per la teoria, il pensiero, l’ideale, con l’estetismo naturale, il panteismo spinoziano, il culto del genio. L’atto di fede conclusivo nel progresso non fu che il prevalere dell’istinto di sopravvivenza (che Mann riconosce come “tratto democratico”) sulla “Germania cattiva” del Kult des Todes citato all’inizio.

Riconoscere nella Germania moderna e contemporanea le stesse contraddizioni evidenziate nel saggio di Mann potrebbe apparire come un paragone indebito. Tuttavia oggi sono in atto, nel bene e nel male, sommessi tentativi di leggere la storia tedesca nella prospettiva di una prossima islamizzazione. Sarebbe facile chiamare in causa le “persianerie” del West-östlicher Divan (l’ennesimo “altrove” cercato da Goethe), ma si può benissimo rimanere a un livello meno alato: ricordiamo che fu Guglielmo II a far ricostruire nel 1898 il mausoleo del Saladino completamente abbandonato, contribuendo quindi alla rinascita del mito del sovrano vittorioso tra le masse arabe. Possiamo sorvolare sui rapporti tra Islam e nazismo (per tutta la gazzarra propagandistica messa in piedi proprio in questi anni), ma è impossibile fingere che il problema non esista. L’odierna “smania siriana” o, da una prospettiva più ampia, l’entusiasmo per un’immigrazione “rigenerante” (classico metodo anti-age tedesco, risalente appunto al Faust), puzza un po’ troppo di letterario. Oggi la Germania non è quella che Goethe avrebbe voluto, poiché quella “buona”, cioè spirituale, è totalmente impotente (non esiste nessuna egemonia culturale tedesca nemmeno come midcult), mentre quella “cattiva” è straripante: il divario è perciò sempre più pronunciato e la sopravvivenza impone nuovamente la ricerca di un Fortebraccio. La catastrofe è già annunciata, ma ci si augura almeno che in tempi in cui domina la mediocrità in tutti i campi, anch’essa si lasci influenzare dall’andazzo generale e si realizzi perciò nelle modalità le più modeste possibili.

sabato 7 maggio 2016

Il governo spende cinque milioni per tradurre un libro

«Un’impresa titanica per un’opera titanica che ha superato i millenni, accompagnando le sorti degli ebrei. È la traduzione in italiano, la prima nella storia, del Talmud, il corpus di sapienza, usi, leggi e consuetudini ebraiche compilato in epoche diverse in due luoghi differenti. […] Originale a fronte, la versione italiana del testo sacro ha avuto la sua genesi in un finanziamento di 5 milioni di euro del ministero dell’Istruzione (Miur) e nella fruttuosa collaborazione tra la presidenza del Consiglio, lo stesso Miur, il Cnr e l’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane. Cinquanta esperti-traduttori hanno lavorato al volume, che comprende 70 pagine nell’originale del Talmud su un totale di oltre cinquemila» (P. Salom, Il primo Talmud in italiano, ecco il sapere antico degli ebrei, “Corriere”, 1 aprile 2016).
La notizia circolava già dal 2010, ma se oggi non viene presentata con titoli come “Il governo spende cinque milioni per tradurre un libro” è perché la storia della ka$ta ormai non funziona più (alcuni si sono persino accorti di come sia stata utilizzata a fini poco democratici). Si tratta comunque una cifra importante, 5 milioni di euro per cinquanta esperti-traduttori: verrebbe quasi da dire che è proprio vero che gli ebrei ci sanno fare con i soldi – ma meglio non fare questo tipo di battute, che sono soltanto offensive e per niente divertenti. Tuttavia mi permetto di riciclare la frecciata di un amico: se in Italia son servite cinquanta persone per tradurre un volume, negli Stati Uniti ne è bastata una (Jacob Neusner) per tradurre cinquanta volumi. Stiamo parlando della edizione della Hendrickson, Babylonian and Jerusalem Talmud Collection (2008–2011) che anche dal punto di vista qualità/prezzo sembra più accessibile di quella italiana (senza dimenticare il fatto che il dr. Neusner nella traduzione ha usato più volte la parola “fuck”, come commenta scandalizzato un lettore).


In ogni caso sempre il “Corriere” ci avvisa che le prime due edizioni sono andate a ruba “come solo un romanzo di Grisham” (Gli italiani conquistati dal Talmud, 21 aprile 2016). È una notizia straordinaria e commovente. A questo punto spero che qualcuno me lo regali alla prossima Hanukkah.

mercoledì 4 maggio 2016

Decrescere e rincrescere

L’opposizione ai dogmi decrescisti è ben accetta da qualsiasi parte provenga; l’unico rischio è quello di considerare la reazione gretta dell’idiota tecnologico come l’unica proporzionata alle sparate di un Serge Latouche. È anche vero che la mancanza di ritegno di tale autore, amplificata dai numerosi epigoni, obbliga talvolta ad affermare l’ovvio anche con una certa brutalità: per questo ho trovato ugualmente costruttivo il contributo di Luca Simonetti, Contro la decrescita (Longanesi, 2014), nonostante egli faccia di tutta l’erba un fascio assimilando il pensiero decrescista all’idealismo, all’irrazionalismo e al romanticismo. Del resto è inevitabile che il buon senso, represso soprattutto dagli intellettuali italiani che hanno perso da qualche decennio la pratica della ragionevolezza, riemerga in forme anche estreme.

In effetti se dovessi fare il gioco della torre tra l’opera omnia di Ivan Illich e la penicillina, cioè decidere senza quale di queste due cose il mondo sarebbe peggiore, è chiaro che butterei giù Nemesi medica e tutto il resto. Ma è un concetto che va espresso in modo discreto, anche perché persino nel calderone irrazionalistico imbandito da Simonetti, che va appunto da Illich a Evola e da Labriola ad Adorno, si possono trovare spunti positivi.
Tanto per citare, nella famigerata Dialettica dell’illuminismo si afferma che «l’ostilità alla meccanizzazione è divenuta un semplice ornamento della cultura industriale di massa, che non può fare a meno del bel gesto. […] L’esaltazione dei fenomeni vitali, dalla bestia bionda all’isolano dei mari del Sud, sfocia inevitabilmente nel film “esotico”, nei manifesti pubblicitari delle vitamine e delle creme di bellezza […]»; a ben vedere, un’affermazione non così lontana da alcune notevoli intuizioni di Simonetti, come l’accostamento della decrescita al liberismo: «Senza neanche accorgersene, la decrescita fa sua la ricostruzione che del mercato e dell’economia hanno dato gli economisti e i filosofi neoliberisti, per cui cioè l’economia è un sistema autonomo e interamente separato dalla politica e dalla società, che va da sé […]» (p. 54).
Questo solo per ricordare che è sempre meglio distinguere Adorno-Horkheimer da Latouche & co., cioè chi propone una riflessione critica sulla filosofia europea degli ultimi tre secoli da chi parla di “lavatrice condominiale”, “arte di arrangiarsi” e amenità del genere.

Ad ogni modo si dovrebbe evitare di leggere troppo questo Latouche: a me per esempio fa uno strano effetto, dato che me ne basta una sola riga per rivalutare persino la dépense batailliana: «Le luxe, le deuil, les guerres, les cultes, les constructions de monuments somptuaires, les jeux, les spectacles, les arts, l’activité sexuelle perverse (c’est-à-dire détournée de l’activité génitale) représentent autant d’activités qui, tout au moins dans les conditions primitives, ont leur fin en elles-mêmes» (La Notion de dépense [1933], Les Éditions de Minuit, Paris, 1967, p. 28).
Il lusso, i lutti, le guerre, i culti, i monumenti, i giochi, gli spettacoli, le arti, persino l’attività sessuale perversa (eh?): non c’è nulla di meglio di dispendersi in tutti i modi possibili. Da Bataille a Keynes, e ritorno.
La tentazione diventa poi irresistibile quando ci si ritrova il Latouche a rimorchio della Laudato si’ di Papa Francesco, probabilmente alla ricerca di una beatificazione (a questo punto non solo letteraria): grazie al cielo (o Chi per esso) qualche intellettuale cattolico è intervenuto a fare un po’ di chiarezza. Si legga, ad esempio, l’intervista dell’economista Stefano Zamagni a “Mondo e Missione”, La parola: Decrescita («La ricetta non è la decrescita globale, ma una crescita sostenibile per tutti»), oppure le coraggiose considerazioni di Sandro Magister (valga come esempio, anche se ne parla in modo indiretto, l’articolo Benvenuti i ricchi. Francesco li accoglie a braccia spalancate, “l’Espresso”, 11 marzo 2016: «Immaginare che la ricchezza sia una realtà preesistente, accaparrata da pochi a scapito dei molti, e quindi basti redistribuirla con equità, è del tutto fuorviante. A muovere l’economia mondiale non è l’abbondanza di beni, ma la loro scarsità»).

L’idea che sul terreno della Spesa Pubblica Improduttiva possano incontrarsi Bataille, Keynes e Leone XIII (ma pure Papa Borgia) è alquanto suggestiva. Del resto il buon Latouche ha tirato troppo la corda: anche se ultimamente ne ha sparate un paio contro l’austerità (solito specchietto per allodole), è ormai palese come la sua retorica si ponga al servizio di un progetto oligarchico e regressivo. Slogan come «La Felicità interna lorda è più importante del Prodotto interno lordo» sono appunto solo trovate pubblicitarie che possono avere successo esclusivamente in una società dove nel PIL vengono conteggiate anche le produzioni immateriali (che possono essere pure stronzate sesquipedali, ma proprio perché siamo “sviluppisti” non chiederemmo mai a Latouche di far decrescere la sua ridondante bibliografia).

Sarebbe necessario formare dei Comitati di Liberazione internazionali contro questo progetto abominevole: dispensarsi, nel senso di spendersi, anche a livello intellettuale. In realtà il compito dovrebbe essere abbastanza semplice, considerando che le balle di Latouche hanno successo finché l’adepto non si accorge che dal magico mondo della “crescita per pochi” quelli come lui sono esclusi. Il lettore di Latouche non può continuare a far finta che i deliri del suo guru non siano diretti contro di lui: è proprio lui che deve smettere di usare il computer, di viaggiare, di avere il riscaldamento in casa, di farsi una doccia ogni tre giorni ecc…
L’idillio è sempre per pochi: la vita contadina non è biologica, a chilometro zero ed ecosostenibile; e anche se lo fosse, nessuno vorrebbe viverla sul serio. In fondo si possono utilizzare toni alati non solo per infiorettare l’“abbondanza frugale” (che non è affatto una bella cosa) ma anche per esaltare la caccia incessante alle risorse che non si fermerà finché resterà almeno un uomo sulla Terra (o su altri pianeti). In fondo è sempre meglio avere a che fare con la predazione, la voracità, il desiderio, o anche solo il mero istinto di sopravvivenza, che con qualsiasi altra “virtù” imposta dalla decrescita. La cosa può rincrescere, ma almeno non decresce.

Israele come nazione

Nonostante i rapporti tra Putin e la comunità ebraica nazionale (capeggiata dal rabbino Berel Lazar) siano da sempre eccellenti, sembra che nell’ultimo periodo il “filosemitismo” del presidente russo sia cresciuto in modo esponenziale: risale a pochi giorni fa il plauso alle associazioni ebraiche internazionali per aver contribuito alla stabilità interna del Paese, rivolto direttamente al rappresentante del World Jewish Congress, Ronald Lauder (Putin thanks Jewish organizations…, “Interfax”, 19 aprile 2016). Il presidente ha anche stigmatizzato l’ascesa dell’antisemitismo in Europa occidentale, contrapponendolo alla situazione russa che invece registra un livello minimo di sentimento antiebraico (confermato dalle stesse parole di Lauder).

Dal canto loro, i cittadini israeliani hanno identificato in Putin “l’uomo dell’anno” del 2015 (secondo un sondaggio a dire il vero un po’ improvvisato, del “Jerusalem Post”), mentre un esponente della destra come Yitzhak Hanegbi (più volte ex-ministro, supervisore del Mossad, oggi presidente della commissione Esteri della Knesset) ha proclamato la sua ammirazione per il «modello geniale e brillante» rappresentato dal leader di Mosca (cfr. “Corriere”, 30 marzo 2016).

Inoltre uno dei leader dell’opposizione siriana, Riyad Farid Hijab che per un breve periodo ha anche coperto la carica di primo ministro, ha accusato Assad di aver ottenuto un appoggio indiretto da Israele in cambio della cessione formale delle alture del Golan, assicurandosi anche un sostegno logistico, come dimostrerebbe l’utilizzo di droni israeliani per raccogliere informazioni sui ribelli.

Al di là delle congiunture estemporanee della politica internazionale, sta emergendo uno scenario che gli antisionisti più viscerali hanno sempre rifiutato di prendere in considerazione: nel caso Israele smettesse di essere l’avamposto occidentale in Medio Oriente, come muterebbe l’atteggiamento di quella galassia che si appella all’antiamericanismo, all’anti-imperialismo eccetera? Diverrebbe necessario accantonare la questione palestinese, o almeno rassegnarsi all’idea che qualsiasi scontro etnico-religioso possa trasformarsi in “questione” sui cui puntare i riflettori, pena il rischio di essere tacciati di antisemitismo senza più nessuna attenuante a cui appigliarsi?

La situazione è complicata soprattutto dal fatto che considerare Israele come una nazione tra le altre comporterebbe vantaggi e svantaggi per entrambi gli schieramenti: in generale si dissolverebbero le nebbie messianiche attorno alle interpretazioni sul destino del popolo ebraico, percepito come una sorta di “orologio cosmico” atto a calcolare la fine dei tempi. Se Israele è già nazione, ciò significa che, violando l’interdetto divino, ha avuto il suo re. Poco male, se non fosse che una sfilza di nuovi profeti (Rosenzweig, Benjamin, Bloch, Löwith, Taubes) ha messo in guardia (a volte inconsapevolmente) sulla pericolosità della secolarizzazione di temi sacri nella modernità.
Come dimostrazione basti lo zelo con cui, anche a livello legislativo, gli alleati di Israele stanno pianificando l’introduzione del reato di blasfemia affinché nessuno osi bestemmiare la santità del popolo eletto con impia verba come “apartheid” o “pulizia etnica”. Del resto quando le speranze messianiche si incanalano nella politica ordinaria, il minimo che può accadere è che un governante mediocre venga appunto scambiato per un Māšîăḥ (non è tuttavia solo un problema israeliano).

Il riconoscimento di Israele quale nazione tra le altre avrebbe in realtà conseguenze soprattutto per gli ebrei, poiché potrebbe avverarsi il presentimento che ebbe David Grossman durante la guerra di Gaza del 2009: «Ciò che è avvenuto nelle ultime settimane nella striscia di Gaza ci pone davanti a uno specchio nel quale si riflette un volto per il quale, se lo guardassimo dall’esterno o se fosse quello di un altro popolo, proveremmo orrore». In tal modo però le comunità ebraiche potrebbero slegare il loro destino dalla patria eletta e concentrarsi sulle proprie responsabilità nazionali: se non altro ci risparmieremmo l’indecente strumentalizzazione della Shoah che, almeno in Italia (ehm), si verifica a ogni “Giornata della Memoria”. Quest’anno, per esempio, è stato particolarmente imbarazzante il modo in cui i rappresentanti dell’ebraismo italiano hanno sfruttato la celebrazione per condannare la ripresa delle relazioni italo-iraniane. Se Israele fosse già nazione tra le altre, l’unica rimostranza accettabile e legittimata degli ebrei italiani riguarderebbe la sicurezza e la libertà della minoranza israelita persiana, indipendentemente dalle relazioni diplomatiche intrattenute da Israele.

Può sembrare una provocazione, ma non è forse questo l’atteggiamento che le comunità semitiche assumono nei confronti delle altre minoranze, presupponendo una “solidarietà di destino” persino con gruppi che invece si mostrano apertamente ostili nei loro riguardi? Esiste, anche da questa prospettiva, una “questione ebraica”, proprio perché risulta impossibile un approccio univoco da parte israelita su problemi come immigrazione, integrazione e multiculturalismo (per un approfondimento mi permetto di rimandare al mio La questione antirazziale).

Diverso è il discorso per gli antisionisti, che da tutto questo avranno probabilmente solo qualche fastidio. In fondo la loro attività politica si riduce soprattutto a slacktivism (a parte qualche rara ed eroica eccezione). Per giustificare il ruolo sociale di “antagonisti” dovranno semplicemente rivestire coi panni del cattivo un altro obiettivo: in parte sta già accadendo, da “sinistra” con la demonizzazione della Turchia e da “destra” con le fantasie malate di una “soluzione sionista” sperimentabile a livello europeo. In ogni caso, Nihil sub sole novum (che in ebraico – grazie Go--le – si dice: אין חדש תחת השמש).

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domenica 1 maggio 2016

Il Primo Maggio nell’Impero Ottomano

«Nonostante l’indifferenza delle altre comunità, Abram Benaroya proclamò ufficialmente la formazione della Federazione Socialista dei lavoratori di Salonicco alla metà di marzo 1909 impegnandosi a rafforzarne l’azione. Come primo passo, la Federazione pubblicò un documento intitolato Appello di maggio a tutti i lavoratori ottomani in cui veniva proposto un  programma di riforme sociali e politiche. Questo fu seguito, il 6 giugno 1909, da un incontro a cui parteciparono circa 5mila lavoratori di varie nazionalità provenienti da Salonicco, dalla Bulgaria e dall’Armenia che produsse un documento in cui veniva denunciata la restrittiva legislazione ottomana che negava, di fatto, il diritto di formare associazioni sindacali e di scioperare.
[…] Dopo aver raccolto denaro sufficiente, Benaroya pubblicò il 27 agosto 1909 il settimanale Amele Gazetesi (“La Gazzetta dei Lavoratori”), pubblicato in quattro lingue – turco, greco, bulgaro e ladino. Ma l’esperimento ebbe vita breve. Dopo il quarto numero, l’edizione turco-greca fu sospesa. Con il nono numero, per mancanza di fondi il giornale cessò le pubblicazioni. La Federazione continuò a pubblicare un settimanale in ladino per i suoi lettori ebrei, La Solidaridad Ouvradera (“La Solidarietà Operaia”). Da quel momento, il nazionalismo operò in funzione centrifuga e la Federazione Socialista entrò in crisi. Nel novembre 1909 una parte consistente della componente bulgare ne uscì, probabilmente, per passare nel Partito dei Lavoratori Socialdemocratici Bulgari, il cui segretario, Vasil Glavinov, era stato per molto tempo un aspro critico della Federazione. Scossi da queste rivalità, i socialisti non furono in grado di organizzare alcuna manifestazione in occasione del Primo Maggio 1910.
Il Primo Maggio 1909 aveva fatto invece la comparsa sulla scena politica turca un’associazione multietnica, il Centro Socialista, che si poneva come compito principale quello di educare i lavoratori di Costantinopoli. Il Centro servì in sostanza come contenitore rivolto a popolazione di origine non turca, principalmente socialisti bulgari ed ebrei di Salonicco e fin dall’inizio stabilì relazioni con l’Ufficio dell’Internazionale Socialista a Bruxelles.
[…] Nel 1912 i circoli dei lavoratori e le organizzazioni come la Federazione Benaroya di Salonicco sfruttarono questo momento favorevole [scil. dovuto alla necessità governativa di ampliare il fronte nazionale a sostegno della Prima guerra balcanica includendo kemalisti e socialisti] per riorganizzarsi e riprendere l’iniziativa politica. Avendo cambiato il nome in Gruppo per lo Studio delle Scienze sociali, il movimento socialdemocratico ora pensava di poter riavviare l’attività a Istanbul. Le varie associazioni di orientamento socialista si ritrovarono in piazza in occasione del Primo Maggio 1912 e tutte insieme si schierarono apertamente contro la prospettata guerra nei Balcani».

(George S. Harris, The origins of communism in Turkey, Hoover Institution Press, Stanford, 1967, pp. 17-20, 30; tr. it. “Primo Maggio 1909 e 1912. Inizi del movimento operaio nell’Impero Ottomano”, in Primo Maggio nella storia della classe operaia, Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2005³, pp. 175-178).

Primo Maggio con noia


Sono un appassionato di liturgie decadenti, ma non così tanto da andare oltre al solito pezzo dei CCCP per festeggiare il Primo Maggio; di più non posso, anche gli Stormy Six mi paiono eccessivi.

Questa celebrazione, bisogna ammetterlo, si è infantilita di molto. È vero che già nel 1892 Antonio Labriola scriveva a Engels che per gli operai italiani «il Primo maggio è un quissimile della festa della Madonna», ma ai tempi si era sicuramente più sensibili a un certo tipo di cerimoniale. Per esempio il leggendario Piero Gori (1865-1911), anarchico, nei suoi comizi di inizio secolo contrapponeva la “Pasqua di morte” «festeggiata nell’ombra delle chiese dai sacerdoti cattolici» con rituali «presi in sana pianta a le antiche religioni egiziane e asiatiche», alla “Pasqua della vita” (e “della gioia”, e “dell’amore”) degli «operai della Terza Roma», cittadini della «grande patria irredenta» (il mondo intero, in pratica).

A certi invasamenti non era estraneo neppure Karl Liebknecht, che in un discorso del 1900 paragonò la «festa della vittoria del socialismo e della resurrezione dell’umanità» alla notte di Walpurga, «festa della vittoria della primavera e del risveglio della natura».
Altre testimonianze di afflato mistico le troviamo nel senatore Ettore Ciccotti («È una rinovellata Pasqua cristiana […]. Si ha la magia e la filosofia di tutte le festività, da quelle pagane a quelle cristiane, ma estesa sino ad avere per confine il mondo», 1903) e nel socialista belga (e poi collaborazionista) Henri De Man: «Il Primo Maggio ha per il mondo operaio un significato simile a quello delle feste del cristianesimo per i primi cristiani […] Scegliendo il primo giorno di maggio, i proletari assimilarono accortamente il contenuto simbolico dell’antica festa della primavera pagana e cristiana. Quello che per i pagani germani e celti significava la celebrazione della primavera della natura e per i cattolici la festa della vergine infiorata, è diventato per i lavoratori socialisti il giorno della rinnovazione vittoriosa di tutto ciò che è invecchiato e deperito» (le citazioni sono tratte da Sappi che oggi è la tua festa... Per la storia del 1° maggio, cur. A. Panaccione, Marsilio, Venezia, 1986).

Sembra che anche i rituali più informali e svaccati non siano in grado di evitare la “liturgizzazione”. Del resto nelle polemiche pre- e post-comuniste su “spiriti” e “spettri”, qualcuno era giunto persino a comprendere che la condanna della nazionalizzazione (in salsa gollista o peronista) del Primo Maggio avrebbe dovuto implicare un’eguale condanna della condotta tenuta dai sovietici nell’Est Europa. Tanto per capirci: l’anno scorso mi trovavo in Polonia e da quelle parti il Primo Maggio fino al 1989 ha significato soprattutto colpi di cannone (piacevano a Jaruzelski) e custodia preventiva (o proiettili della polizia) per chi desiderava manifestare senza autorizzazione. Non a caso quando ho chiesto a un tassista mio coetaneo se quel primo venerdì di maggio Varsavia sarebbe stata bloccata dai cortei, il giovanotto si è messo a sghignazzare rivelandomi che sarebbe stato un dì come tutti gli altri (il vero festone polacco è il 3 maggio, “Giorno della Costituzione”).

Perciò non è stato solo a causa della kermesse gaulliste (M. Dommanget) se si è prosciugato l’ardore rivoluzionario e lo spirito socialista. Oggi l’onesta imporrebbe di riconoscere le nuove forme con cui i singoli comparti del proletariato mondiale vengono ancorati alla classe borghese di riferimento del proprio imperialismo. Eppure già il fatto di provare imbarazzo nell’esprimermi in tal guisa mi fa intendere chi abbia vinto sul serio nella secolare lotta tra il capitale e il lavoro: è lo stesso motivo per cui, tornando ab ovo, nonostante i martiri di Chicago del 1886 stessero combattendo per me, e nonostante questa dovrebbe essere la “mia” festa (cioè la “nostra”), oggi, Primo Maggio 2016, preferirei trovarmi in Polonia piuttosto che nell’Italia del concertone e delle chiacchiere.

Riconosco che qualcosa è andato storto, ma proprio per questo faccio fatica a darmi una risposta. Chi dovrebbe difendere il proletariato internazionale ai nostri giorni? Quelle stesse forze politiche che hanno trasformato la lotta di classe in lotta di quote, anteponendo (seppur “da sinistra”) le divisioni di genere e di razza a quelle di ceto? Se non vivessimo provvidenzialmente in un’epoca refrattaria a revanscismi o internazionalismi di ogni genere, quelli che ci governano sventolando arcobaleni sarebbero riusciti ancora una volta a mandarci al macello (non è troppo tardi...).

In ogni caso anche loro, nel loro piccolo, sono riusciti a “ingabbiare” il Primo Maggio, e se ci fosse meno ipocrisia e più iconoclastia pure io mi sarei accontentato di scendere in piazza adeguandomi allo svaccamento generale (in fondo ho dei gusti molto semplici). Ma non posso, e non voglio, festeggiare con voi.