giovedì 24 marzo 2016

Bruxelles : la drôle de paix

(Leo Belgicus)
La Belgique a certainement commis quelques erreurs dans la gestion du problème du terrorisme : le plus important est celui de le traiter comme une affaire d’ordre publique, une attitude qui jette les bases d’un Etat policier, la seule forme de gouvernement qui permet la gestion de l’ordinaire avec les caractéristiques de l’état d’exception (c'est ce qui se passe en France en ce moment). Cela ne justifie pourtant pas l’avalanche de vitupérations à l’égard de la Pauvre Belgique.

Par exemple le politologue français Gilles Kepel a déclaré au quotidien italien « Corriere della Sera » que la Belgique est un état en déliquescence (à l’instar de l’Afghanistan, de l’Irak et de la Syrie !) et que la société belge est au bord de la guerre civile à cause de la division linguistique entre Flamands et Wallons... (Le stragi organizzate in Belgio..., « Corriere della Sera », 22 mars 2016). Un journaliste, dans le même quotidien, renchérit: « Bruxelles est protégée comme une vieille installation de campagne (sic) » : il aurait pu ajouter que « la Belgique est le bâton merdeux de l’Europe », comme disait Baudelaire.

C’est de la propagande, il est clair: tout peut aider à propager la nécessité de centraliser tout le pouvoir de décision dans les mains d’une oligarchie qui n’est élue par personne. Si une météorite était tombée sur Bruxelles, tout le monde aurait répété les mêmes choses.

Même si toute occasion est bonne pour invoquer « plus d’Europe », fonder une communauté sur la terreur, l’angoisse et la peur ne me paraît pas être une bonne idée : la crainte de sauter dans le métro va devenir la seule raison pour se sentir européens de cette manière.

C’est préoccupante surtout parce que nous ne sommes pas en guerre (aussi beaucoup prétendent le contraire). Il faut au moins être deux pour faire une guerre : comme dit Clausewitz, « Der Eroberer ist immer friedliebend » (Un conquérant est toujours ami de la paix). Pour citer Eric Werner (« L’avant-blog ») : « C’est la défense qui est à l’origine de la guerre, non l’attaque. C’est toujours, en effet, le défenseur qui décide s’il y aura ou non une guerre. […] Si la soumission est ce qui permet d’échapper à la guerre, l’inverse est vrai aussi: la guerre est ce qui permet d'échapper à la soumission ».

L’Union européenne a clairement montré la volonté de ne pas combattre, pour plein de raisons (lâcheté, paranoïa, incompétence, mal de vivre…) ; alors pourquoi ces conquérants continuent de taquiner l’adversaire au lieu de lui donner le coup de grâce ? Le « stragisme » sans but à un certain point peut conduire à une réaction disproportionnée.

C'est la drôle de la paix : une communauté qui refuse de résister (et le proclame en pleurant !) est continuellement invité à l’action par l’ennemi. A quoi ça sert ? Peut-être que l’expression Qualis rex, talis grex (« Tel qu’est le roi, tels sont ses sujets ») vaut également pour les ennemies ? Peut-être que cette « Europe » mérite les conquérants les plus méprisables, les plus ignobles et les plus puéril de l’histoire humaine ?

La Turchia finanzia l’Isis (ecco la prova)

(alphadesigner)
Finalmente abbiamo la prova che la Turchia finanzia l’Isis: la casa editrice turca, che prende il nome dalla dea Iside e pubblica anche volumi in italiano (nella collana “Quaderni del Bosforo”) ha infatti sede a Istanbul ed è difficile immaginare che non usufruisca di finanziamenti da parte di qualche turco. Se questa non è una prova che la Turchia (o addirittura l’Impero Ottomano) sostiene l’Isis, allora non credo possano essercene altre.
Ah già, stavate cercando il solito pezzo anti-turco: ma per quello non basta leggere un qualsiasi giornale italiano? Ormai viene dato per scontato che dietro al sedicente “Stato Islamico” ci siano Erdoğan e suo figlio che distribuiscono lingotti d’oro (trattandosi di un assioma, le prove non servono). Questo modo di porsi nei confronti della Turchia (in realtà un’estensione del tipico Selbsthass italiota) è un sintomo del nostro inguaribile provincialismo. Non si tratta tuttavia solo di un problema di indole nazionale, ma anche di circunstancia: la Turchia è diventata il capro espiatorio perfetto su cui scaricare le colpe dell’Italia, dell’Europa e di quello che chiamiamo Occidente. Proviamo a cercare di comprendere come è potuta nascere la “leggenda nera” attorno a uno dei nostri più preziosi alleati.

Prima di tutto, bisogna mettere in conto il risveglio della Russia non solo come potenza politica e militare, ma anche e soprattutto mediatica. L’idea di lanciare un canale anglofono come Russia Today è stata sicuramente un’ottima pensata, anche perché pochissimi russofili, nonostante lo zelo, sembrano intenzionati a imparare almeno qualche parola dell’idioma di Puškin (questo, tra parentesi, è uno dei motivi per cui si tende sempre più a mitizzare tutto ciò che accade a Mosca). Inoltre una classe politica uscita dal KGB all’occorrenza trova ancora vantaggioso rispolverare la cara vecchia disinformatsija: lo attestano le prove ridicole con cui si è tentato di collegare la famiglia Erdoğan ai “tagliagole” dell’Isis. Quella più eclatante (in tutti i sensi)  è stata una foto del figlio del presidente turco, Bilal, con due kebabbari, i fratelli Kember, spacciati dal Cremlino per miliziani del califfato (i primi ad abboccare sono stati ovviamente quelli di “Libero”).
Oltre all’apparato mediatico, la Russia in questi anni ha anche dispiegato la sua versione del soft power: come scrive “Le Monde” (15 febbraio) a proposito della provincia di Hatay, una zona contesta tra Turchia e Siria,
«Damas et Moscou n’auraient aucun mal à déstabiliser le Hatay, d’ores et déjà submergé par les réfugiés et les combattants en déroute. Transformer la région en un nouveau Donbass est à la portée de Moscou qui excelle à la fabrication de “trous noirs”, ces zones de non-droit apparues en Ukraine, en Géorgie (Abkhazie, Ossétie du Sud) et en Moldavie (Transnistrie)»

[“Damasco e Mosca non avrebbero alcun problema a destabilizzare Hatay, già sommersa da rifugiati e combattenti in fuga. Trasformare la regione in un nuovo Donbass è alla portata di Mosca che eccelle nella creazione di “buchi neri”, quelle zone di non-diritto comparse in Ucraina, in Georgia (Abkhazia, Ossezia del Sud) e in Moldavia (Transnistria)”].
Questo è il fattore aggiunto che ha consentito a Mosca di recuperare posizioni. In fondo la situazione della Siria odierna non differisce di molto da quella della Jugoslavia negli anni ’90: si tratta di una “guerra per procura” dove ogni potenza appoggia una fazione etnica o religiosa. Tuttavia ai tempi dell’intervento NATO nei Balcani i serbi non riuscirono a convincere gli aggressori che l’esercito bosniaco (appoggiato dai turchi) fosse composto da fondamentalisti e mujahideen provenienti da decine di Paesi. Entrambi i Clinton (marito e moglie) rivendicano ancora il fatto di aver impedito la nascita di un califfato nei Balcani grazie all’operazione Deliberate Force: questa è, mutatis mutandis, la stessa dottrina che Obama ha tentato di seguire su pressione del proprio segretario di stato (la signora Clinton, appunto). Quando l’iniziativa si è dimostrata essere quel che era, cioè una risposta vecchia a un problema nuovo, gli strateghi hanno giustamente scaricato la responsabilità sul più malinconico dei Nobel per la Pace. Al di là delle beghe condominiali alla Casa Bianca, l’andamento del conflitto dovrebbe tuttavia far intuire chi tra i contendenti ha tratto reale vantaggio dalla cannibalizzazione dell’opposizione perpetrata dall’Isis: è falso sostenere che la Turchia abbia in qualche modo beneficiato dell’estensione del sedicente califfato, anche in nome di corbellerie quali la “rivalsa sunnita” o il “neo-ottomanesimo” inventate a scopo propagandistico. Ripensando alla sorte dello stesso Milošević, ma anche di Saddam o Gheddafi, tornano alla mente le parole con cui don Abbondio ricordava Perpetua: «Ha proprio fatto uno sproposito a morire ora; ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei». Purtroppo i tempi non erano ancora maturi affinché anche questi rivoluzionari imbiancati trovassero il loro avventore, cioè uno spauracchio grazie al quale presentarsi come baluardi della pace, della laicità, del diritto, della libertà eccetera. Solamente Assad è riuscito, “miracolosamente” (si fa per dire – anche se bisogna dargli atto di una certa resilienza), a sopravvivere al crollo ignominioso del socialismo arabo, logorato e distrutto dalla pretesa di vecchi ufficiali golpisti di assurgere al ruolo di paladini del legittimismo (chi di spada ferisce…).

Il secondo motivo per cui la Turchia di Erdoğan è stata trasformata a livello mediatico in uno “Stato canaglia” è l’inadeguatezza delle istituzioni europee nella gestione del fenomeno migratorio. Anche qui, il parallelo con le guerre balcaniche è lampante (ma ancora ingannevole): la Germania riuscì a procurarsi manodopera qualificata a basso costo approfittando dei conflitti scoppiati nella ex-Jugoslavia; molti di quei profughi, pur essendo mussulmani, erano dal punto di vista culturale (e anche etnico) del tutto europei. Tuttavia oggi anche i tedeschi hanno preferito adottare soluzioni anacronistiche: se per tutto il 2015 i loro media hanno alimentato le speranze dei migranti siriani, anche con toni smaccatamente propagandistici (come l’accoglienza con applausi alla stazione), alla fine la doccia fredda di Colonia ha imposto il ridimensionamento delle pretese (molto più prosaiche dell’umanitarismo a buon mercato distribuito a piene mani: la Merkel voleva in un colpo solo risolvere la crisi demografica senza interrompere la guerra ai salari).
Non è quindi colpa della Turchia se a un certo punto centinaia di migliaia di profughi hanno deciso di muoversi verso l’Eldorado che è stato loro promesso; è falso dire che Ankara non abbia tentato di assorbire e gestire questa enorme massa umana; per fonte diretta so che molti siriani sono stati assunti dallo Stato come insegnanti o infermieri, ma chi tra di loro è appena più qualificato degli altri non ha potuto resistere alla tentazione di spostarsi nella “generosissima” Europa del Nord.
Affermare che la Turchia stia “ricattando” l’Unione Europea è pertanto un modo particolarmente vile per scaricarsi la coscienza: soprattutto noi italiani siamo gli ultimi a poter dare lezioni, visto come abbiamo deliberatamente sabotato qualsiasi tentativo di salvaguardare la frontiera meridionale dell’Unione a cui apparteniamo, pretendendo pure in cambio di ottenere solidarietà da chi ha lottato con tutti i mezzi disponibili per difendere quei confini (polacchi e ungheresi, tanto per citare).
L’immigrazione pone inoltre il problema dell’integrazione, al quale è poi collegato quello dei foreign fighters: anche qui, la Turchia viene incolpata di “lasciar passare” combattenti stranieri dirottandoli verso il sedicente Stato Islamico (sempre per la storia che l’Isis è bello, sunnita, ottomano ecc…). Ora, è da anni che invece le autorità di Ankara respingono al mittente migliaia di cittadini inglesi, francesi, belgi, tedeschi, olandesi (la lista è lunga…) perché sospettati di voler andare a combattere in Siria. Il problema è che, una volta rimpatriati, gli aspiranti kamikaze vengono spesso rilasciati per i motivi più disparati: alcuni servono da “esca” per rastrellare altri terroristi; altri invece vengono riciclati come spie o confidenti; ma una buona parte (è imbarazzante ammetterlo) viene lasciata libera di vagare per mezza Europa per senso di colpa, buonismo, vigliaccheria e tante altre meschine ragioni legate agli irrisolti problemi dell’integrazione e della gestione dell’ordine pubblico in una situazione dove il numero di stranieri è assolutamente sproporzionato rispetto a quello degli “indigeni”.

Vi sono poi molti altri motivi meno evidenti e più ambigui per cui la Turchia è finita sul banco degli imputati: uno di questi è la “mania curda” scoppiata nella galassia della sinistra radicale (cioè radical chic) che va di pari passo a un’implicita rivalutazione di quella che fino a poco tempo fa veniva chiamata “l’entità sionista”, da sempre promotrice della nascita di un Kurdistan a sua immagine e somiglianza (etnocentrico e guerrafondaio, quindi, ma anche molto attento al maquillage). In pratica i curdi sono diventati i nuovi palestinesi (mentre quelli “vecchi” sono stati dimenticati, forse relegati nelle tenebre del sunnismo accanto all’Arabia Saudita o allo stesso Isis), e la Turchia è diventata la cattivona di turno (è bastato sostituire nei volantini “sionismo” con “ottomanesimo” o roba del genere). Questa tendenza è osservabile non solo a livello collettivo, ma anche personale: quanti conoscenti che fino a poco tempo fa parlavano di Israele con la bava alla bocca oggi sono così attenti nel fare dei distinguo – alcuni addirittura si esaltano apertamente all’idea di uno Stato ebraico fantasmagoricamente anti-americano e filo-russo. Quello che più mi sconcerta in tutto questo è la necessità di avere sempre qualche nemico immaginario da odiare, previa ovviamente la riduzione dei conflitti internazionali al livello di una striscia di fumetti o di un film d’azione hollywoodiano (l’importante è che la distinzione tra buoni e cattivi sia la più netta ed elementare possibile).

Dulcis in fundo, il motivo principale per cui siamo diventati tutti turcofobi è la paura tremenda di dover combattere. Questa Europa si compiace di essere un’isola felice in un mondo violento e insensibile, ma finge di ignorare che tale singolare evenienza ha potuto verificarsi solamente grazie agli americani. Una volta che gli interessi degli Stati Uniti d’America dovessero divergere da quelli dei fantomatici Stati Uniti d’Europa, sarà difficile evitare lo scontro mettendosi a piangere, organizzando girotondi in piazza o creando hashtag accattivanti. Perciò abbiamo bisogno di ripeterci che la Turchia vuole trascinarci in guerra. Invece, ancora una volta, è esattamente il contrario: è solo grazie a questa patria immensa, l’ultima garanzia di stabilità in una delle regioni più lacerate e incandescenti del pianeta, che forse noi “europei” possiamo ancora godere di una prolungata pace.
Volendo essere il più realista possibile, mi domando da italiano come si porrebbero i miei connazionali nei confronti di un alleato infinitamente più esigente della Turchia quale è la Russia. Del resto, sempre parlando da italiano (o italiota?), continua a sfuggirmi la natura del dilemma “NATO o non NATO” col quale ci struggiamo da decenni: non vogliamo accettare il Patto Atlantico perché ci costringe a fare la guerra, ma al contempo ci rifiutiamo di abbandonarlo perché ciò potrebbe costringerci a fare la guerra. Oltre a ciò, continuiamo a biasimare quei Paesi che, per un motivo o per l’altro, prendono sul serio il loro ruolo nell’Alleanza o perlomeno esigono che venga rispettato il principio del pacta sunt servanda; mentre noi non abbiamo ancora deciso cosa fare da grandi: non è un caso che poi i nostri figli migliori vogliano diventare giannizzeri.

mercoledì 16 marzo 2016

I pederasti (Ruggero Savinio)

«Ricorda ancora l’ossessione, ammantata di allegria, prodotta da ogni ipotesi di devianza dalla norma di rapporti amorosi tra uomo e donna, presumibilmente ancorati alla loro forma più elementare, quella che un grande trasgressore con l’anima del moralista riassumeva nella formula: bouche sur bouche, sexe sur sexe, e di cui a casa sua nemmeno si faceva parola, visto il pudore che impediva di parlare, se non per allusioni scherzose, delle faccende sessuali.
L’ossessione era dunque quella dell’omosessualità, e Leo, ricordandone il peso, si stupiva di quanto, nel volgere di pochi anni, fosse cambiata la mentalità degli italiani: sembra quasi, a vedere esibiti a ogni angolo di strada atteggiamenti lontanissimi da un’ipotesi di virilità, che essi non aspettassero che il crollo delle barriere di moralità e convenienza per dare sfogo alla loro prorompente vocazione femminile.
A dire il vero, non si devono confondere omosessualità e femminilità: spesso, infatti, l’omosessualità è invece proprio una condizione di esasperato maschilismo, una venerazione idolatrica del membro maschile, pietra di paragone e omphalos di un universo di fantasia e desideri, ma questo Leone l’avrebbe imparato col tempo, quando incominciò a osservare più da vicino quel terreno misterioso e a segnalarne le regioni ciascuna con la sua specificità, distinguendo così le checche dai froci, e considerando una categoria a sé quella che nel suo ambiente familiare a quel tempo dava il nome all’intera specie: i pederasti.
Il nome era attribuito con una facilità e un’allegria esagerati. Leone ripensa al naufragio dell’amicizia di suo padre e di un suo giovane amico, ammiratore e quasi discepolo, che si sentì ferito un giorno dall’apprendere che il maestro tanto amato lo qualificava con gli altri del nome: pederasta.
[…] Ora, ripensando a quell’epoca e a come usasse classificare sotto l’etichetta di pederasta tutto quanto, uscendo dalla norma dei comportamenti accettati, fosse considerato pendere nel campo di una delicatezza donnesca tutta svenevolezze e moine, senza nerbo insomma e senza forza persuasiva, pensa agli esempi innumerevoli di un’omosessualità al contrario volta a una virilità eroica e muscolosa – quello di Michelangelo essendo il più famoso e alto; e pensa anche che l’epoca dei padri e della propria infanzia era ossessionata da un’idea di valore maschile, che occupava le menti dei più sempliciotti nelle sue versioni scalcinate e ovvie – una maschilità da caserma per tanti anni tenne il potere in Italia – ma che, nelle sue versioni più raffinate, non risparmiava nemmeno le intelligenze più sottili».
(Ruggero Savinio, Ombra portata, Anabasi, Milano, 1992, pp. 25-26).

martedì 15 marzo 2016

Ritratto del Battista da giovane

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 12 aprile 1999)
«Qualche quesito da sottoporre a Mario Cervi, Angelo Panebianco, Vittorio Feltri e agli autorevoli commentatori che hanno sottolineato in questi giorni la persistenza di un recidivo e petulante “antiamericanismo” come chiave interpretativa dell’atteggiamento ostile nei confronti della guerra in Kosovo. Come far rientrare nel pregiudizio “antiamericano” l’esplicita perplessità espressa da Henry Kissinger sul “Newsweek” […] e la contrarietà di Colin Powell al modo di condurre la spinosa questione da parte della Albright?
[…] È possibile, inoltre, che non sia abbia voglia di chiedersi come mai, al contrario del moltissimo “antiamericani” inossidabili che anche in questa occasione hanno menato la danza suttchevolmente ripetitivo dell’antiamericanismo di maniera, molti “antiamericani” di ieri, e che magari nel 1991 portavano le loro figliolette in spalla a piazza San Pietro per protestare contro la guerra yankee in Iraq, si siano improvvisamente risvegliati fervidi “filoamericani”?
[…] L’antiamericanismo classico stavolta c’entra ben poco. C’è ovviamente da essere grati agli Stati Uniti d’America per essere stati dalla parte “giusta” per ben due volte consecutivamente, contro il nazismo prima e contro il comunismo poi. Ma sarebbe un filoamericanismo di tipo squisitamente statistico quello che fosse costretto a dire che non c’è due senza tre, che dunque gli Stati Uniti d’America hanno ragione per definizione, e che perciò chi nega questo principio è affatto da un inguaribile antiamericanismo. Proposta finale: evitare l’anatema “antiamericano”. Dimostrare di avere ragione in questa specifica circostanza e non pretendere di avere ragione solo per essersi schierati con chi ha avuto ragione nel passato (e lunga vita agli Stati Uniti d’America)».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 13 aprile 1999)
«L’etica è un’ottima cosa. La sovreccitazione etica, invece no: è pessima. Con l’enfasi emotiva sulla guerra “umanitaria” si corre infatti un duplice pericolo. Da una parte la paradossale esaltazione della guerra come sola igiene “morale” del mondo, trasfigurazione bellica della nobile figura del vendicatore universale che porta il suo messaggio armato dovunque si verifichi una violazione nella sfera dei “diritti”. […] Mario Vargas Llosa, sostenitore appassionato dell’intervento Nato sul “País” e su “Repubblica” scrive che “i paesi democratici hanno l’obbligo di agire” ovunque e sempre contro chiunque calpesti i diritti: senza timore di violare la sovranità di uno Stato in base al (discutibile) dogma della “ingerenza umanitaria”.
Il secondo pericolo deriva dal fatto che il richiamo magniloquente all’assolutezza dei principi […] richiede una coerenza altrettanto assoluta nei comportamenti. Se si trattasse di una guerra “normale”; sarebbe meno imbarazzante la risposta al quesito che frequentemente ma comprensibilmente risuona da più parti: “Perché in Kosovo e non nel Kurdistan o nel Tibet?”. La guerra “normale” contempla infatti un sistema di priorità dettate dal realismo politico […]. La guerra “etica” no, non può ammettere che i principi così ampollosamente proclamati valgano in un caso e non in un altro […]».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 14 aprile 1999)
«Questa guerra appare ogni giorno di più come un conflitto irriducibile tra il troppo grande e il troppo piccolo. Il troppo grande di una guerra che si carica di un compito “etico” (“le bombe a fin di bene”, come scrive con amaro sarcasmo Ida Dominijanni sul “manifesto”). Il troppo grande di un assetto che […] obbligherà ben presto a cedere quote di decisionalità dello Stato nazione a organismi o istituzioni sovranazionali.
[…] Si deplora la deriva “micronazionalista”, il rinculo “etno-religioso” (Paolo Rumiz su “Repubblica”), […] il localismo psicotico come antidoto al “mondialismo” americano, e così via. Si deplora e si stigmatizza in generale. Ma poi va quasi sempre a finire che, quando si passa dal generale al particolare, il bersaglio delle preoccupazioni “interventiste” diventa la neomitologia serba.
Ma che dire se la stessa “nevrosi identitaria”, la stessa etno-religione a sfondo mitologico, il feticcio della micronazionalità vengono condivisi anche dagli alleati della Nato? Se al richiamo pericoloso della “Grande Serbia”, scrive con giustificata apprensione Guido Caldiron sul “manifesto”, si contrappone “automaticamente l’idea di una Grande Albiania che si costituirebbe a partire dalla resistenza armata kosovoara? A parte le numerose e concordi analisi sulla cospicua presenza, tra i clan rivali in cui è suddiviso l’Uçk di poderose infiltrazioni mafiose, a parte l’influenza esercitata sui guerriglieri dell’Uçk alleati dei “mondialisti” della Nato di una fazione marxista-leninista che si ispira direttamente alla luminosa dottrina democratica dello scomparso leader albanese Enver Hoxha […] La guerra, si sa, impone di avere per amico il nemico del nemico. Basta non spacciarla per amicizia “etica”».

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 15 aprile 1999)
«Interpellato da “Repubblica” sulla missione degli alpini al confine tra l’Albania e la Jugoslavia, il ministro Piero Fassino ha assicurato che i militari italiani, per carità, non vanno a “fare la guerra”. Curiosa rassicurazione, visto che di solito un militare di un Paese in guerra va in una zona di guerra proprio per fare la guerra. Ma nonostante il fervore etico che anima i sostenitori dell'intervento militare, resta fortissima la propensione a cancellare la guerra dall'immaginazione collettiva rimuovendone virtuosamente la spietatezza e la brutalità. Non è solo ipocrisia. È soprattutto difficoltà ad accettare l'idea che stare dalla parte del Giusto e del Bene, come proclamano i fautori della “eticità” dell'intervento Nato contro il “nuovo Hitler”, comporti anche sofferenze, morte, violenza, panico, sangue. Perciò nel discorso pubblico sulla guerra resta soltanto la figura emotivamente schiacciante e terribile di un popolo di inermi in fuga, […] che sembra vittima di qualcosa di indicibile e disumano, di un cataclisma naturale, di un nemico che è l'incarnazione stessa del Male, di un fanatismo etnico abominevole. Di tutto, tranne che di una guerra. C'è un tratto profondamente italiano in tutto questo, […]. È soprattutto il richiamo simbolico a un carattere nazionale naturalmente incline, come ha detto D’Alema, alla “solidarietà”, l'idea che l'italiano dal cuore d’oro primeggi senza rivali nella corsa commovente al soccorso e all'ospitalità, allo spontaneo altruismo che cova invisibile nei precordi di un popolo accusato di essere egoista e insensibile alla cosa pubblica ed esplode in lacrime nell'emergenza “umanitaria”. È la retorica definita dal Foglio come il “bravogentismo degli italiani”, l'idea che gli italiani diano il meglio di sé nelle trasmissioni congiunte di Bruno Vespa e Maurizio Costanzo dove le immagini della guerra sono trasfigurate in una gara di beneficenza. Il problema è che si è scelto di fare la guerra, non solo la solidarietà. Dov’è la guerra “vera”? E l'ipotesi che i “soldati dell’Alleanza” si impegnino “su un terreno impervio e ostile in imboscate, azioni di sabotaggio, uno stillicidio di piccole battaglie con morti, feriti, devastazioni”, come lucidamente viene detto da Stefano Silvestri in un'intervista all’“Unità”? Guerra “degli altri”. A noi spetta la “solidarietà”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 18 aprile 1999)
«Su “Repubblica” David Grossman suggerisce l’ipotesi che ad alimentare l'assurda comparazione tra Milosevic e Hitler, tra le stragi in Kosovo e la Shoah, contribuisca un irrefrenabile “bisogno umano di catalogare, paragonare, mettere in relazione gli eventi”. Tuttavia, più che da smania classificatoria la reiterata propensione comparativa che è esplosa nelle argomentazioni “interventiste” per la guerra “etica” nel Kosovo appare come una risorsa psicologica cruciale per giustificare sia l'eccezionale spiegamento di forze militari nell’ex Jugoslavia, sia l'eccezionale carico di indignazione cresciuto attorno a crimini ignorati o misconosciuti in altre parti del mondo. Perché proprio adesso? E perché proprio qui? L'argomento geo-politico tradizionale non avrebbe difficoltà ad ammettere che proprio “adesso” e “qui” vengono messi in discussione interessi ed equilibri fondamentali secondo una logica ispirata alle leggi del realismo politico. Ma l'argomento “etico” che conferisce un'urgenza ideale e morale in un intervento militar-umanitario vissuto come la manifestazione di un Ordine Giusto non ammette questo genere di argomenti e non può che rispondere che “qui” e “adesso” l’orrore è più orrore di altri orrori, che qualcosa di intollerabile abbia reso indilazionabile un “fare qualcosa”, qui e ora, per mettere fine al massacro. Perché proprio adesso? E perché proprio ora? Ma perché c'è un nuovo Hitler, risponde infatti Mario Pirani su “Repubblica” a Pietro Ingrao che sul “manifesto” aveva avanzato quei quesiti. E se c’è un nuovo Hitler è ovvio che non si può essere troppo schifiltosi e bisogna intervenire al più presto e con la massima determinazione chirurgica. Se c’è il nuovo Hitler ogni altra sofferenza viene ridimensionata o comunque ricondotta a necessario prezzo da pagare per liberare il mondo dalla nuova incarnazione del Male. […] Come sostiene Lucio Caracciolo nell'editoriale che apre il numero speciale di “Limes” dedicato all'Italia in guerra, il paragone Kosovo come Auschwitz svela un aspetto preoccupante: “La perdita di controllo delle categorie semantiche è purtroppo il sintomo della nostra bancarotta strategica”. La sensazione di condurre una guerra santa contro il “nuovo Hitler” è il velo che impedisce di vedere gli effetti di quella catastrofica “bancarotta strategica”»

(Pierluigi Battista, “La Stampa”, 5 maggio 1999)
«Scrive K.S Karol sul “manifesto”: “Oggi la richiesta di Goldhagen di radere al suolo la Serbia è pubblicata dal solo quotidiano di sinistra del Regno Unito”, che poi sarebbe il “Guardian”. Daniel Goldhagen è lo storico che in un saggio molto controverso intitolato I volonterosi carnefici di Hitler ha surrettiziamente reintrodotto nel dibattito culturale la micidiale categoria della “colpa collettiva”, interpretando l’intera vicenda storica tedesca come una sequenza di passi preparatori culminata nello sterminio degli ebrei. Ma con la guerra del Kosovo Goldhagen si è segnalato per aver dapprima su “New Republic” e poi sul “Guardian” trasferito il suo “metodo” storiografico sulla Serbia, non solo ipotizzando l'identità morale tra il popolo serbo e il dittatore Milosevic ma anche esortando i troppo teneri di cuore a non immalinconirsi troppo sui civili serbi bombardati a Belgrado, complici del tiranno. Ora Goldhagen, suscitando il comprensibile sconcerto di Karol, fa un passo ulteriore e stira allo spasimo l’analogia storica per dire che non sarebbe affatto male se anche la Serbia, come è accaduto per la Germania (e il Giappone), venisse sottoposta d’autorità a un congruo periodo di “rieducazione” democratica, suggerendo l’idea che una drastica umiliazione storica inflitta alla sovranità di quello Stato, lungi dall’alimentare velleità revanscista, sarebbe pedagogicamente utile per levare un po’ di grilli dalla testa dei volonterosi carnefici di Milosevic. Lo straordinario fervore bellico di Goldhagen ha il merito di mettere in evidenza il sottinteso ideologico della pretestuosa equazione Hitler = Milosevic abbracciata dai sostenitori dell'intervento “umanitario”. E Karol ha buon gioco a smontare l’equivalenza tra “deportazioni e genocidio” che tra l'altro ha come esito un’ambigua “relativizzazione” del nazismo.
Colpisce piuttosto l’adesione alla “soluzione Goldhagen” del Foglio, il giornale che con più nettezza si è impegnato nell’impervio tentativo di separare le sovreccitate motivazioni etico-ideologiche della guerra da quelle pragmatiche e geopolitiche per “impedire a Milosevic di minacciare la stabilità in Europa dopo dieci anni di provocazioni intollerabili”. Ma la “soluzione Goldhagen”, con la sua smisurata pretesa iper-giacobina di distribuire ex cathedra vizi e virtù sull'intero pianeta e di ridisegnare la carta del mondo secondo una visione manichea del Bene e del Male, rappresenta la prova più eloquente dello sfrenato ideologismo a sfondo eticizzante che sta alla base di un intervento militare dai contorni “geo-politici” sempre più problematici. Far coincidere politica e morale nelle strategie internazionali è straordinariamente pericoloso, ma identificare politica e pedagogia porta soltanto alla febbre giacobina della “rieducazione democratica”»

Un’altra Europa è possibile! (D. Kalajić)

«Per noi, da Belgrado a Mosca,  è chiaro che i nostri fratelli della parte occidentale del continente europeo non sono ancora in grado di risollevarsi e liberarsi da un’altra forma di occupazione per il semplice fatto che, per ora, non esiste una alternativa tangibile all’Occidente.
Tale alternativa potrebbe essere offerta dalla presa del potere in Russia da parte delle forze autenticamente russe e cristiane. In tal caso sono sicuro che quasi in un attimo tutto cambierà in Europa. Perché subito la Germania potrebbe emanciparsi dalla politica antieuropea imposta da Washington e volgersi verso un alleato europeo, autentico e sincero.
A questo asse Berlino-Mosca si aggiungerebbe Roma. Quindi un asse Roma-Berlino-Mosca.
L’Italia in questo contesto ha un ruolo importantissimo in quanto: a) è Paese membro dell’UE; b) ha naturali amicizie con il mondo musulmano e arabo che si affaccia sul Mediterraneo; c) condivide il Mar Adriatico con il mondo slavo.
Inoltre gode di un prestigio enorme presso tutte le élites culturali del mondo slavo, che si sono formate in gran parte su materiale culturale proveniente dall’Italia. Tutti ci sentiamo eredi dell’Impero romano e del Diritto romano. Per noi tutti Dante e Vico sono maestri di vita. Leggiamo Malaparte come un nostro connazionale»
(Dragoš Kalajić, Serbia, trincea d’Europa, Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma, 1999, p. 64)

lunedì 14 marzo 2016

Oni su (sistem, instruktsija, dogma, koruptsija...)

[Questa resta fuori dal canzoniere serbo perché è apolitica, ma anche apocalittica e persino un poco apodittica...]


Ово нимало није политички коректно
[Ovo nimalo nije politički korektno]
Questo non è politicamente corretto

ни лево ни десно већ право у месо
[ni levo ni desno već pravo u meso]
né a destra né a sinistra ma dritto al punto

песнајом у вугла да остану без зуба
[pesnajom u vugla da ostanu bez zuba]
con un colpo in faccia così resteranno senza denti

да фрфљају у скупштини кад расправља се устав
[da frfljaju u skupshtini kad raspravlja se ustav]
quando farfuglieranno di “istituzione” in assemblea

Ово је буна против дахија
[Ovo je buna protiv dakhija]
È una ribellione contro i potenti

ово је кидање букагија
[ovo je kidanje bukagija]
È una catena che si spezza

над овим немате контролу
[nad ovim nemate kontrolu]
Non puoi aver nessun controllo

то је масовна реакција
[to je masovna reaktsija]
è una reazione di massa

Брзо буди премијера
[Brzo budi premijera]
Svegliati, Presidente

чујем звецкају лисице
[čujem zvetskaju lisitse]
sento il tintinnio delle manette

построј ми све министре
[postroj mi sve ministre]
Raduna tutti i ministri

кључеве од ризнице
[kljuceve od riznice]
e le chiavi del tesoro

Ајмо, рапорт за народ да чујем ко је крао
[Ajmo, raport za narod da čujem ko je krao]
Ehi, messaggio alla nazione per sapere chi ha rubato

сјеб’о нам животе а није одговар’о
[sjeb’o nam živote a nije odgovar’o]
ci ha fottuto la vita e non è finito in tribunale

сад сте се ушемили па нема реваншизма
[sad ste se ushemili pa nema revanshizma]
Ora si è ritirato, non bisogna vendicarsi

то је кодекс лопова нико неће да призна
[to je kodeks lopova niko neće da prizna]
è un comportamento da ladri, nessun vuole ammetterlo

А људи слабо памте то је овде главни проблем
[A ljudi slabo pamte to je ovde glavni problem]
La gente dimentica tutto, questo è il problema principale

ко те јеб’о годинама јебаће те опет
[ko te jeb’o godinama jebaće te opet]
chi vi ha fottuto per anni, vi fotte ancora adesso

ал’ запитај се, докле какав си то човек
[al’ zapitaj se, dokle kakav si to čovek]
Ma domanda a te stesso, cosa sei diventato?

понизан и плашљив живис без слободе
[ponizan i plashljiv živis bez slobode]
sottomesso e spaventato, hai paura della libertà

Довољне су мрвице да одрекнеш се борбе
[Dovoljne su mrvice da odreknesh se borbe]
Per rinunciare alla lotta vi siete accontentati delle briciole

јајаре, фуњаре заразна болест
[jajare, funjare zarazna bolest]
Coglioni, siete una malattia infettiva

продали би кеву да у томе виде корист
[prodali bi kevu da u tome vide korist]
per qualche soldo venderebbero le loro madri

плаћамо рацуне на којим је ваш потпис
[plaćamo ratsune na kojim je vas potpis]
paghiamo il conto per quello che loro hanno firmato

Не треба ми БИА да ми казе да сам поштен
[Ne treba mi BIA da mi kaze da sam posten]
Non ho bisogno dei servizi segreti per sapere che sono onesto

нити радикали да ли Србин сам уопште
[niti radikali da li Srbin sam uopste]
né dei radicali per sapere che sono Serbo

не треба демагог да ме с говорнице зове
[ne treba demagog da me s govornitse zove]
non c’è bisogno di demagoghi che predicano dal pulpito

да борим се за боље ми знамо што смо овде
[da borim se za bolje mi znamo shto smo ovde]
Noi combattiamo per migliorare le cose

****
Ref.
Они су систем, инструкција
[Oni su sistem, instruktsija]
Essi sono il sistema, l’istruzione

догма, корупција, терор институција, репресија убија
[dogma, koruptsija, teror institutsija, represija ubija]
il dogma, la corruzione, il terrore istituzionale, la repressione assassina

мафија, мурија, држава, хајдучија
[mafija, murija, država, hajdučija]
la mafia, gli sbirri, lo stato, i briganti

кадија, судија, а ми смо револуција
[kadija, sudija, a mi smo revolutsija]
i giudici, i controlli – e noi siamo la rivoluzione

Они су систем, инструкција
[Oni su sistem, instruktsija]
Essi sono il sistema, l’istruzione

догма, корупција, терор институција, репресија убија
[dogma, korupstija, teror institutsija, represija ubija]
il dogma, la corruzione, il terrore istituzionale, la repressione assassina

мафија, мурија, држава, хајдучија
[mafija, murija, država, hajdučija]
la mafia, gli sbirri, lo stato, i briganti

а ми смо револуција то није наша Србија
[a mi smo revolutsija to nije nasa Srbija]
Noi siamo la rivoluzione – questa non è la Serbia
****

Зајеби дијалог, не преговарам с багром
[Zajebi dijalog, ne pregovaram s bagrom]
Fanculo al dialogo, non tratto con la feccia

ви лажете к’о стока ено штала вам је тамо
[vi lažete k’o stoka eno shtala vam je tamo]
Siete come un gregge, ecco la vostra stalla

страначки војници боље палите у заклон
[stranački vojnici bolje palite u zaklon]
le truppe da partito vadano a nascondersi

закључаћемо град док не очистимо талог
[zaključaćemo grad dok ne ocistimo talog]
blinderemo la città per non pulire la vostra sporcizia

И нек буде јасно сваком
[I nek bude jasno svakom]
E sia chiaro per tutti

с посланичком платом
[s poslaničkom platom]
che gli stipendi dei politici

ко настави по старом
[ko nastavi po starom]
di chi non vuole cambiare

платиће нам главом
[platiće nam glavom]
saranno pagati con la testa

Патриоте пред изборе
[Patriote pred izbore]
Tutti patrioti prima delle elezioni

сто пут су нас издале
[sto put su nas izdale]
ci hanno tradito centinaia di volte

слали нас у ратове
[slali nas u ratove]
ci hanno mandati in guerra

за свој лични интерес
[za svoj lični interes]
per il loro interesse personale

Док иконе су певале мајке су нарицале
[Dok ikone su pevale majke su naritsale]
Mentre le icone cantavano e le madri piangevano

на крвавим парама институције су ницале
[na krvavim parama institutsije su nitsale]
sul sangue e i soldi hanno fondato le istituzioni

реалност све је скупља а гудра све јефтинија
[realnost sve je skuplja a gudra sve jeftinija]
ma la realtà è cara, mentre con le menzogne si risparmia

жуто као стампа којом управља полиција
[žuto kao stampa kojom upravlja politsija]
giallo come il nastro che usa la polizia

Црно-бела Србија неслога је убија
[Tsrno-bela Srbija nesloga je ubija]
Serbia in bianco e nero, la discordia la uccide

на путу ка Европи у говнима завршила
[na putu ka Evropi u govnima zavrshila]
Sulla strada per l’Europa finiremo nella merda

зар бомбом да кажем
[zar bombom da kažem]
Dovremmo dire con una bomba

да та прича нам се смучила?
[da ta priča nam se smucila?]
che questa storia ci ha stancati?

на седнице да упадам и таоце да узимам?
[na sednice da upadam i taotse da uzimam?]
Dovremmo irrompere in parlamento e fare ostaggi?

Зар вас историја наша није баш ниста научила
[Zar vas istorija nasa nije bas nista naučila]
La nostra storia non vi ha insegnato nulla

сами смо себи попут највећих душмана
[sami smo sebi poput najvećikh dushmana]
Siamo noi stessi il nostro più grande nemico

ово је отворена порука свим најгорим њушкама
[ovo je otvorena poruka svim najgorim njuskama]
questo è un messaggio per tutti voi ficcanaso

за сва ваша дела пресудиће вам улица
[za sva vasa dela presudiće vam ulitsa]
tutte le vostre azioni saranno giudicate dalla strada

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Ref.
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У аманет свима да не понови се никад
[U amanet svima da ne ponovi se nikad]
Per volontà di tutti, non accada di nuovo

генерације да пате за добробит режима
[generatsije da pate za dobrobit režima]
che una generazione soffra per amore di una dittatura

запамтите заувек сви заједно к’о један
[zapamtite zauvek svi zajedno k’o jedan]
Ricordiamo tutti come un’unica persona

само здрави у глави против система
[samo zdravi u glavi protiv sistema]
una mente sana contro il sistema

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Ref.
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La guerra che ha cantato

«L’ultima guerra che ha cantato è stata la Civile di Spagna. Ma il reimbarco americano dal Vietnam è muto; le guerre balcaniche di fine secolo sono mute». Così Guido Ceronetti, che prende un granchio clamoroso, non solo per il Vietnam (un migliaio di pezzi, proprio a favore del reimbarco), ma soprattutto per le guerre balcaniche, che hanno “cantato” eccome, tanto da far venire il sospetto che se non ci fossero state tutte quelle canzoni forse non sarebbero nemmeno scoppiate (si fa per dire...).

Ogni gruppo etnico di quelle parti ha infatti forgiato i propri inni bellici attingendo dal peggio della musica tradizionale e contemporanea: esiste un repertorio sconfinato che va dall’hard rock al turbofolk, dal rap ai canti con la gusle, dal nashid al reggae.

Negli ultimi anni su Youtube c’è stata una vera e propria invasione di questi pezzi: per esempio, una canzonetta del 1992 che celebra le gesta di Radovan Karadžić ai tempi della Republika Srpska si è meritata addirittura un posto d’onore su Know Your Meme. Ne è nato anche un dibattito infinito su chi siano il cantante sdentato e il soldato con la fisarmonica: quest’ultimo a quanto pare sarebbe Novislav Đajić, un criminale di guerra (o “eroe del popolo serbo”, a seconda delle preferenze) che sta scontando la sua condanna in Germania. Ora internet lo conosce come Dat Face Soldier e la sua espressione ha ispirato decine di video.

La canzone di guerra balcanica è ormai a tutti gli effetti un genere a se stante e non va sottovalutata neppure da un punto di vista storico-culturale, dato che periodicamente, al di là dei meme, ispira persino pregevoli trattati di antropologia, come ad esempio Prevarena povijest (1998) dello studioso croato Ivo Žanić, anch’egli appassionato di certe musichine (qui sotto un esempio dalla versione inglese):


Con gli ultimi post ho tentato di mettere assieme una breve antologia dei pezzi più rappresentativi della canzone serba negli “anni difficili”, con traslitterazione e traduzione, sperando che per i lettori la documentazione risulti esaustiva (vedi Serbia Strong, Jadna Bosno suverena, Neri bombardieri, Čujte bando islamska... e Lacrime serbe). Di seguito invece pubblico il pezzo più violento di tutti (o magari suona tale solo perché è rap), ovviamente sempre specificando che non condivido per niente il messaggio da esso veicolato (lo scopo è sempre scientifico, o come volete voi):

Lacrime serbe


Деца су чекали
[Detsa su čekali]
(I bambini stavano aspettando)

па зараде
[pa zarade]
(il ritorno)

пролећних птица
[prolećnih ptitsa]
(degli uccelli primaverili)

југу но смиера
[jugu no smiera]
(dal Sud)

А никада нису
[A nikada nisu]
(Ma non sono mai stati)

стил влада схвате
[stil vlada shvate]
(in grado di capire)

зашто доће са севера
[zašto doće sa severa]
(cosa stava arrivando dal Nord)

*

ref:

Бомбе у снове
[Bombe u snove]
(Bombe sui sogni)

нада и деца
[nada i detsa]
(sulle speranze e sui bambini)

и деца су заувек остала деца
[i detsa su zauvek ostala detsa]
(e i bambini restano per sempre bambini)

*

мртав су купатиу u води Сава
[mrtav su kupatiu u vodi Sava]
(I morti facevano il bagno nella Sava)

Дечје игра почео и престале
[Dečje igra počeo i prestale]
(giochi di bambini appena iniziati e già finiti)

А једне су очи
[A jedne su oči]
(Gli occhi di qualcuno)

почео плакале
[počeo plakale]
(iniziano a piangere)

очински над њима се плакале
[očinski nad njima se plakale]
(sono gli occhi di un padre che piangono)

*
[Per altre traduzioni, cfr. La guerra che ha cantato e/o il Canzoniere Serbo]

Čujte bando islamska...


У Босанској Крајини подно Козаре
[U Bosanskoj Krajini podno Kozare]
(Nella Krajina bosniaca, ai piedi del Kozara)

подиго се Cрпски народ брани домове
[podigo se Srpski narod brani domove]
(Il popolo serbo insorge per difendere le proprie case)

*
ref:
Чујте бандо исламска – муџахедини
[Čujte bando islamska – mudžakhedini]
(Ascoltate bande islamiche – “mujahedin”)

стићи ће вас наша рука и у Анкари
[stići će vas naša ruka i u Ankari]
(La nostra mano vi raggiungerà fino ad Ankara)

*

Гинућемо за слободу сви до једног ми
[Ghinućemo za slobodu svi do jednog mi]
(Ognuno di noi vuol morire per la libertà)

никад наши синови неће бити робови
[nikad naši sinovi neće biti robovi]
(I nostri figli non saranno mai schiavi)

*

Из њемачки престонице швабе нама прете
[Iz njemački prestonitse švabe nama prete]
(Dalla capitale tedesca i crucchi ci minacciano)

Крајишници поручују – дођите ако смете
[Krajišnitsi poručuju – doćite ako smete]
(Gli uomini della Krajina rispondono – provate a raggiungerci)

*

Еј господо из Европе и из целог свијета
[Ej gospodo iz Evrope i iz tselog svijeta]
(Ehi signori dell’Europa e del mondo intero)

зашто вама Српски народ зa толико смета?
[zašto vama Srpski narod za toliko smeta?]
(Perché il popolo serbo vi dà così fastidio?)

*

[Per altre traduzioni, cfr. La guerra che ha cantato e/o il Canzoniere Serbo]

Neri bombardieri (Roki Vulović)


Roki Vulović
“Tsrni Bombarder”

Да ли је то истина или се само шалиш
[Da li je to istina ili se samo šališ]
(Sta accadendo sul serio oppure è solo uno scherzo)

Na Балкану хоћеш ватру да запалиш
[Na Balkanu hoćes vatru da zapališ]
(Volete accendere un fuoco nei Balcani)

ref:
Пријатељу стари из прошлога рата
[Prijatelju stari iz prošloga rata]
(Vecchi amici della guerra passata)

Ставићеш и себи омчу око врата
[Stavićes i sebi omču oko vrata]
(Vi state mettendo il cappio al collo)

Са Србима не смије инат да се тера
[Sa Srbima ne smije inat da se tera]
(Non attaccate i coraggiosi serbi)

Изгубићеш јато црни бомбардера
[Izgubićeš jato tsrni bombardera]
(o distruggeremo stormi di bombardieri neri)

*

Храбра је и лијепа моја земља мала
[Hrabra je i lijepa moja zemlja mala]
(Coraggiosa e bella è la mia piccola patria)

Вијековима понос ником није дала
[Vijekovima ponos nikom nije dala]
(per secoli non ha mai perso il suo orgoglio)

*

То што мислиш другоме пожели и себи
[To što misliš drugome poželi i sebi]
(Augurate agli altri quello che augurate a voi stessi:)

Да те клетва судбине никад стигла не би
[Da te kletva sudbine nikad stigla ne bi]
(di non imbattervi mai nel vostro destino già segnato)

*
[Per altre traduzioni, cfr. La guerra che ha cantato e/o il Canzoniere Serbo]

Jadna Bosno suverena


Јао јадна Босно суверена
[Jao jadna Bosno suverena]
(Oh povera Bosnia indipendente)

Због Алије поста разорена
[Zbog Alije posta razorena]
(per colpa di Alija sei distrutta)

Што прогласи Босну суверену
[Što proglasi Bosnu suverenu]
(Dato che hai dichiarato l’indipendenza)

Не имао главу на рамену
[Ne imao glavu na ramenu]
(non avrai più una testa sulle spalle)

ref:
Дошло вријеме да се Срби свете
[Došlo vrijeme da se Srbi svete]
(È tempo per la vendetta serba)

Све џамије у облаке лете
[Sve džamije u oblake lete]
(tutte le moschee salteranno in aria)

Нема Анте Азема и Тите
[Nema Ante Azema i Tite]
(Non ci sono più Ante, Azem o Tito)

Да те опет од Србина штите
[Da te opet od Srbina štite]
(a proteggerti ancora dai serbi)

*

Џаба Босни рамазанског поста
[Džaba Bosni ramazanskog posta]
(È inutile digiunare per il ramadan)

не спасе те ни Алах ни Госпа
[ne spase te ni Alakh ni Gospa]
(non ti salveranno Allah o la Madonna)

Јер Србина нема нигдје равна
[Jer Srbina nema nigdje ravna]
(nessuno è forte come i serbi)

Срби иеће ничијега јарма
[Srbi ieće ničijega jarma]
(I serbi non saranno mai soggiogati)

*

Нећес Аљо проћи као прије
[Nećes Aljo proći kao prije]
(Alija, non ti salverai come al solito)

На штапу ћеш носити димије
[Na štapu ćeš nositi dimije]
(metterai i tuoi dimije [pantaloni turchi] su un bastone)

Твоја пропаст већ је на видику
[Tvoja propast već je na vidiku]
(La tua rovina è prossima)

Кад ти ћерка учи политику
[Kad ti ćerka uči politiku]
(se la tua figlioletta [sic] si metterà a fare politica)

*
[Per altre traduzioni, cfr. La guerra che ha cantato e/o il Canzoniere Serbo]

Serbia Strong



Од Бихаћа до Петровца села
[Od Bihaća do Petrovtsa sela]
(Da Bihac al villaggio di Petrovca)

Cрпска земља нападнута цела
[Srpska zemlja napadnuta tsela]
(Tutta la patria serba è sotto attacco)

ref:
Караџићу води Србе своје
[Karadžiću vodi Srbe svoje]
(Karadžić guida i tuoi serbi)

нек се види, никог се не боје
[nek se vidi, nikog se ne boje]
(fai vedere che non temono nessuno)

Ојта виде Хрватске усташе
[Ojta vide Hrvatske ustaše]
(Ma insorgono gli ustascia croati)

не дирајте ни огњиште наше
[ne dirajte ni ognjište naše]
(non toccate la nostra terra)

*

Из Крајине кренули су Вуци,
[Iz Krajine krenuli su Vutsi,]
(Dalla Krajina stanno arrivando i lupi)

чувајте се Усташе и Турци
[čuvajte se Ustaše i Turtsi]
(attenti a voi ustascia e turchi)

*

У одбрани свога српског рода,
[U odbrani svoga srpskog roda,]
(In difesa del popolo serbo,)

боримо се, драга нам слобода
[borimo se, draga nam sloboda]
(combattiamo per la nostra amata libertà)

*
[Per altre traduzioni, cfr. La guerra che ha cantato e/o il Canzoniere Serbo]

domenica 13 marzo 2016

Annichilirsi meno, annichilire tutti (Tre anni di Papa Francesco)

(La Boca, Argentina)
Ah già, il Papa Francesco: son passati 3 anni, è vero. 13 marzo 2013: 3-3-3 (evitare la tentazione di moltiplicare per due). Molti conoscenti hanno sospeso il giudizio, preferendo affidare l’ardua sentenza ai posteri; alcuni hanno persino espresso apertis verbis il desiderio che Bergoglio si tolga di mezzo il prima possibile – ma solo per permettere una visione più obiettiva del suo magistero (ovviamente). Ma no, dai… In realtà nessuno di loro vorrebbe scoprire se Francesco ci è o ci fa, cioè se sconta un certo entusiasmo senile che a volte fa straparlare oppure se, come dicono gli americani, ha una agenda. Anch’io, rispetto a tale problematica, ho fatto epoché; ciò non m’impedisce però di valutare gli effetti che tale pontificato sta avendo sulla società (evitando, per quanto possibile, di giudicarlo in sé).

Il primo, funestissimo, è che Papa Francesco è riuscito a far diventare anti-progressiste ampie porzioni dell’intellighenzia occidentale che per odio invincibile verso il cattolicesimo non potrebbero mai accettarne la “linea”, neppure se ne rispecchiasse interamente i desiderata. È una situazione pericolosa trovarsi con un pontefice ansioso di mostrarsi “campione di progressismo”, poiché ciò potrebbe favorire l’accelerazione improvvisa di quel processo di sdoganamento della destra (che in questi anni è già stato avvantaggiato, tra le altre cose, dalla crisi economica).
È una conseguenza che possiamo osservare semplicemente sfogliando un quotidiano: se alcuni capi di Stato, magari in odore di massoneria, se ne infischiano allegramente delle “belle parole del Papa” senza essere redarguiti nemmeno dal più infimo rappresentante del quarto potere, è perché di fronte al precetto anti-cattolico non c’è progressismo che tenga (inoltre Bergoglio sfida continuamente la sinistra a prendersi sul serio, una cosa che irrita quelli sinceramente convinti che le opere di misericordia valgano giusto un comizio in piazza o una chiacchierata da salotto).

Il secondo effetto, collegato al primo, è che il pontificato di Francesco è il più politico degli ultimi decenni: così Bergoglio rischia di trovarsi costretto a contare le proprie divisioni (e magari a dar ragione alla battutaccia di Stalin). In realtà non ci sarebbe nulla di male in questo: anche se il Vaticano è la nazione più piccola del mondo, potrebbe comunque far valere il proprio peso come San Marino, il Lussemburgo o il Brunei. Non potrebbe tuttavia godere del credito spirituale attribuitogli da una parte consistente dell’umanità; d’altronde già si notano le conseguenze di questa contaminazione tra religione e politica sia nel fenomeno a cui ho accennato poche righe fa (lo spostamento a “destra” dell’opinione pubblica) sia, per fare un esempio recente, nell’effetto controproducente prodotto dall’ingerenza pontificia nelle elezioni americane che ha avvantaggiato il candidato repubblicano più estremista (il quale ha tutto il diritto di essere “cristiano” nelle modalità che preferisce, in base a presupposti peraltro stabiliti dallo stesso Francesco...).
Potrei sbagliarmi, ma mi sembra che nei confronto del “regno di Cesare” questo Papa mantenga lo stesso atteggiamento di Karl Barth, il quale disprezzava il potere mondano a fasi alterne: da una parte chiamava alla crociata contro i nazisti e dall’altra invocava una moratoria verso il comunismo perché Stalin si trovava a combattere contro “potenze più potenti delle altre” (cioè gli Stati Uniti e il Vaticano).

Infine, l’effetto più minaccioso ma meno evidente (e forse talmente enigmatico da non poter essere ancora compreso) è il supporto teologico che Francesco offre ad alcune istanze mondane, in particolare a quelle che chiedono al  cattolicesimo di togliersi di mezzo. È vero, come abbiamo detto, che la deriva “lussemburghese” è ormai in atto, ma ciò non impedisce che prima della politicizzazione completa il Vaticano non possa sfruttare fino all’esaurimento la sua autorità per “consacrare” qualsiasi cosa (si è visto, per esempio, come leggendari miscredenti si siano avventati sulla Laudato si’ solo per dare una base dogmatica all’ecologismo). Tale atteggiamento diventa pericoloso quando attraverso di esso si giunge a sacralizzare il nichilismo.

In fondo la posizione che il “mondo” mantiene nei confronti di ogni pontefice da tempo immemorabile è piuttosto semplice: finché un Papa contribuisce all’auto-sabotaggio, è giusto appoggiarlo. Così facendo si finge però di ignorare che un Kulturkampf condotto dall’interno, usando le stesse armi del “nemico”, assume su di sé una sorta di investitura divina. Questo, a lungo andare, contribuisce a corrodere la legittimità anche di poteri (come quello mediatico) che si sentono immuni da qualsiasi contestazione. Il giochetto di chiedere a un Papa di distruggere la propria Chiesa (o, più in generale, a un potere di autolimitarsi), non porta a una maggiore libertà o indipendenza, ma alla situazione paradossale in cui chi comanda è colui che è riuscito ad annichilire tutti gli altri senza tuttavia distruggere completamente se stesso.