mercoledì 27 gennaio 2016

Holocaust Day

E siamo arrivati così alla quindicesima “Giornata della Memoria”. Quella del 2016 è stata forse la più “compromessa” di tutte, poiché è venuta a cadere durante la visita del presidenteiraniano a Roma, in contemporanea con le reazioni furibonde dei rappresentanti dell’ebraismo italiano. Prima di affrontare l’argomento da un punto di vista generale, sia consentito ricordare che nonostante un celebre rabbino italiano abbia definito la visita di Rouhani «intollerabile celebrazione dei negazionisti», in realtà il più grande “negazionista di stato” ultimamente si è dimostrato essere il premier israeliano Netanyahu, che ha sostenuto che fu il Muftì di Gerusalemme a convincere Hitler a sterminare gli ebrei invece di deportarli (una affermazione che in alcuni Paesi europei gli sarebbe costata un processo). È inquietante che una tesi simile venga adombrata persino dal rabbino Giuseppe Laras in un intervento per il “Corriere” (La lotta all’antisemitismo come strategia della civiltà, 25 gennaio 2016): «Può essere […] che alcuni fatti siano stati troppo sottostimati, come, per esempio, il rapporto, tutt’altro che occasionale e trascurabile, tra nazismo e Islam jihadista, quest’ultimo nutrito ed eccitato dalla Germania guglielmina prima e dal nazifascismo poi».
Se le parole hanno ancora un senso, questo è revisionismo (non che sia un crimine... ma purtroppo lo è diventato!). Bisognerebbe domandarsi perché sia in atto un tentativo di addossare la responsabilità della Shoah agli arabi. È probabile che ciò nasca dalla posizione paradossale assunta dagli ebrei d’Europa nei confronti del fenomeno immigratorio: da un lato essi sono costretti a mandar giù il paragone tra profughi e vittime dell’olocausto, pena la scomunica del mondo progressista; dall’altro tuttavia provano una certa inquietudine nell’assistere all’occupazione dei loro quartieri da parte di giovani arabi sempre più agguerriti. Se per assurdo Netanyahu riuscisse a imporre la sua interpretazione se non agli storici almeno alle opinioni pubbliche occidentali, la destra israeliana e quella europea potrebbero saldarsi in un fronte unico anti-islamizzazione (al momento la liaison, nonostante gli sforzi di entrambe le parti, stenta a decollare).

Lasciando da parte gli scenari politici, veniamo alla “Giornata”. Il nome ufficiale della commemorazione stabilito dalle Nazioni Unite è “Holocaust Remembrance Day”, ma ogni Paese ha preferito nominarla e celebrarla a propria completa discrezione. Fa specie, tra le altre cose, che la data scelta dalle Nazioni Unite non coincida con quella di Israele (stabilita decenni prima) e che in molti Paesi la ricorrenza assuma specifiche caratteristiche nazionali: in Olanda è incorporata in una versione laica del 2 novembre, in Bulgaria è il “Giorno della Salvezza” e viene festeggiata in altra data (forse per marcare la differenza tra chi ha salvato i propri ebrei e chi no); negli Stati Uniti ce ne sono addirittura tre (una delle quali è stata creata su proposta di Steven Spielberg).
Non sono questioni secondarie, poiché ancora non è chiaro se in tale liturgia laica gli ebrei debbano svolgere qualche ruolo. È un dato di fatto che negli ultimi anni le critiche più pungenti siano partite da esponenti della cultura ebraica italiana (gli unici peraltro che possono permettersi toni così aggressivi nei confronti dell'evento).
Il dilemma che nasce dalla “Giornata” si può sintetizzare così: se su questa data si vogliono gettare le fondamenta di una nuova religione civile, allora la rimembranza deve estendersi a tutte le piccole e grandi tragedie dell’umanità e fare del proprio oggetto un qualcosa di talmente universale e generico da abbandonare ogni contestualizzazione storica. Una celebrazione del genere perderebbe tuttavia il suo scopo, che è quello di impedire il verificarsi di una nuova Shoah, dal momento che molti “celebranti” non trovano nessuna contraddizione nel credere che i palestinesi di oggi siano gli ebrei di ieri e che Israele sia colpevole di genocidio, così come altri non percepiscono la contraddizione tra le odierne attestazioni di antirazzismo e l’esodo di migliaia di ebrei dalla Francia che lo stesso antirazzismo ha prodotto (ogni ideologia si prenda le sue responsabilità).
Come soluzione di comodo, le opinioni pubbliche dei Paesi europei hanno innalzato agli altari solamente gli “ebrei morti” (l’espressione è di Elena Loewenthal, prendetevela con lei), impegnandosi nel fare di costoro le uniche vittime meritevoli di Memoria: gli eventuali accenni a zingari e omosessuali servono per cacciare ancora più indietro nella macabra graduatoria, fino a un occultamento che sa di censura, i dissidenti politici (ma in tempi meno “bipartisan” la politica era fondamentalmente l’unica chiave di lettura di un genocidio).
L’alternativa che i critici propongono è di santificare gli “ebrei vivi”, il che diventa incredibilmente complicato a meno di non voler trasformare la celebrazione in pura propaganda oppure in una festa religiosa e basta, allineandola quindi allo Yom HaShoah israeliano (che per gli “Ortodossi Moderni” rientra nel calendario sacro).

Restano dunque tutte le aporie del caso. Alla fine però non si tratta nemmeno di una questione politica o geopolitica, o economica eccetera. La confusione nasce dagli attriti tra Memoria e Storia, da tutti gli sforzi messi in atto affinché non trionfi l’oblio: da qui anche quell’aura di religiosità che in un’epoca come la nostra non può che risultare sospetta. La prossima immersione nel Lete si avvicina sempre più ed è impossibile far rientrare la Testimonianza nella Storia senza dar vita a una fede. Sulla breve distanza, è prevedibile che la “Memoria” resterà ancora per anni impigliata tra il culturale e il cultuale.

Primavera Persiana


Durante la sua visita in Italia, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha voluto ricordare l’amicizia antica che lega i nostri Paesi: un legame plurisecolare che risale all’epoca delle ambasciate itineranti secentesche e che in tempi moderni ha trovato il suo alfiere nella figura di Enrico Mattei. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha tenuto a ricordare una frase del grande imprenditore durante il Business Forum di Roma: «Quando abbiamo incominciato, eravamo sognatori», aggiungendo che finalmente il sogno si è trasformato in realtà. A riprova che nemmeno Teheran ha dimenticato il sacrificio di Mattei, una sua foto campeggia ancora negli uffici della National Iranian Oil Company di Teheran.

Sono stati anni difficili dal punto di vista commerciale per le relazioni italo-iraniane: anche se le nostre imprese hanno continuato a operare anche durante il periodo delle sanzioni (e i nostri politici, di qualsiasi appartenenza, hanno provveduto a difendere l’interesse nazionale con la giusta spregiudicatezza), la “gabbia di matti” in cui ci siamo rinchiusi, questa Unione Europea senza identità né storia, ha fatto sì che Roma, da primo partner commerciale di Teheran, durante gli anni della crisi venisse sorpassato (guarda caso) da Berlino.
La Federazione Industriale Tedesca (BDI) ha infatti già pronosticato «un boom del “made in Germany” nel Paese, dai 2,4 miliardi di euro [del 2014] a più di 10 miliardi nel medio termine», contro i 3 miliardi di euro che l’export italiano dovrebbe fruttare nei prossimi quattro anni (G. Stringa, Iran, quei 3 miliardi per il made in Italy, “Corriere”, 15 luglio 2015). Il condizionale è d’obbligo non solo perché che una moneta forte danneggia le esportazioni, ma anche perché è difficile che le altre nazioni lasceranno all'Italia lo spazio che le spetta nel nuovo mercato. Ormai è chiaro che nell’Unione Europea il successo di un Paese si basa soprattutto sulla disfatta di un altro: le possibilità di cooperazione sopravvivono perlopiù nelle menti soggiogate dal “sogno”. Gli eventi degli ultimi anni (dall’intervento in Libia alle sanzioni anti-russe, dai regolamenti europei sfavorevoli contro il “Made in Italy” alla svendita dei “gioielli di famiglia”) raccontano una guerra economica intra-europea che ha visto l’Italia perennemente sconfitta.
È dunque nelle peggiori condizioni che il Paese si affaccia a un mercato di 80 milioni di potenziali consumatori. Vari settori dell’export italiano sono stati danneggiati dalla piccola guerra fredda mossa contro la Russia dall’UE sotto supervisione tedesca e americana: non solo dal punto di vista energetico (sospensione del gasdotto South Stream; per pura coincidenza, il Nord Stream che serviva alla Germania invece è stato portato a termine) e militare (revoca del progetto per la produzione di sottomarini Classe S1000 patrocinato da Fincantieri), ma soprattutto agroalimentare, con una ricaduta anche dal punto di vista “culturale”, se così possiamo dire, poiché Federalimentare segnala che il danno economico è poca cosa in confronto della distruzione della «abitudine al gusto italiano» costruita negli ultimi decenni: adesso la carne può arrivare dal Sud America (Brasile, Argentina), il pesce dal Nord Africa (Marocco, Egitto, Algeria) e tutto il resto dalla Turchia e dalla Svizzera (che ha già soffiato il posto all’Italia nel settore caseario).

È necessario ricordare che alla “torta petrolifera” iraniana mirano concorrenti spietati quali Total (Francia), BP (Inghilterra), OMV (Austria), StatoilHydro (Norvegia) e ConocoPhillips (Stati Uniti). Non è lecito illudersi che questi colossi concederanno all'Eni di muoversi liberamente; fosse per loro,  non lascerebbero al cane a sei zampe nemmeno gli 800 milioni di residuo accumulati nel periodo precedente alle sanzioni. Pessimismo eccessivo? Può darsi, ma l’accordo sul nucleare è anche un accordo sul petrolio. Le ire dell’Arabia Saudita infatti non dipendono esclusivamente da motivi politici o religiosi, ma dal pericolo che all’interno dell’OPEC l’Iran recuperi in breve tempo la sua egemonia: per gli Stati Uniti ciò rappresenterebbe anche una ripicca per gli sgarbi diplomatici ed economici subiti dai sultani negli ultimi anni (se proprio lo shale oil deve andare fuori mercato, che almeno non sia solo la petromonarchia ad avvantaggiarsi del fallimento americano).

Per questo la prima preoccupazione degli imprenditori italiani durante l’attuale “luna di miele” riguarda proprio la necessità di “correre” (per usare l’espressione di Riccardo Monti) prima che altri Paesi approfittino del nostro complesso di inferiorità per superarci. Il fatto che il giro di visite in Europa sia iniziato proprio da Roma è di per sé un buon segno, poiché significa che il Bel Paese è tornato a essere un interlocutore privilegiato e prioritario sia dal punto di vista commerciale che politico. Non solo, infatti, durante la visita degli imprenditori iraniani sono stati siglati accordi preliminari per l’ammontare di 17 miliardi di euro, ma Rouhani si è impegnato personalmente ad appoggiare la candidatura dell’Italia come membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU. A porte chiuse il presidente iraniano avrebbe anche pronunciato dichiarazioni di questo tenore (riportate dal “Corriere”, 26 gennaio 2016): 
«Considerateci come un ponte per l’Asia per il vostro Made in Italy, i nostri porti, la nostra rete ferroviaria, sono a vostra disposizione, possiamo diventare una base commerciale della vostra produzione per molte destinazioni internazionali. E vi assicuro che l’Iran si aprirà anche dal punto di vista finanziario, un’occasione per molte vostre banche e assicurazioni, che speriamo venga accolta con favore».
C’è di che essere fiduciosi soprattutto perché l’Italia non ha commesso l’errore di considerarsi “Frangistan” (il nome tradizionale con cui i persiani indicavano la “Terra dei Franchi”, l’estremo occidente del continente eurasiatico dal quale ogni tanto partiva qualche crociata), cioè rappresentante di un inesistente interesse comune europeo, ma invece ha agito da sola e con il coraggio necessario. Che sia la volta buona? Da questa prospettiva appaiono decisamente ridicole le polemiche scatenate sulla mancanza di vino alla cena ufficiale o sui nudi scultorei nascosti; in particolare le battutine di certe gazzette francesi e britanniche sono di una doppiezza morale ripugnante: i guardiani del politically correct adesso danno lezioni di libertà? O forse l’islamicamente corretto vale solo nei confronti dei sauditi?
Sulle proteste di parte ebraica, stendiamo un velo pietoso: invece di strumentalizzare per l’ennesima volta la Shoah, sarebbe stato più corretto minacciare ritorsioni commerciali, o anche militari. Si tratta di una confusione di identità e ruoli istituzionali che scredita ulteriormente Israele dal punto di vista diplomatico.

La storia insegna che i periodi più prosperi del rapporto tra Persia e Occidente furono quelli in cui l’Europa era un variopinto agglomerato di regni, repubbliche, corti e potentati. Le ambasciate itineranti dello Scià che giungevano in Europa trovavano ad accoglierle il duca di Mantova (mentre il Doge era impegnato a ricevere gli ottomani), e l’atmosfera romana induceva i diplomatici iraniani del XVII secolo a convertirsi al cattolicesimo. Anche ai tempi l’Italia sapeva muoversi abilmente sullo scacchiere internazionale e non aveva bisogno di alcuna balia per gestire i propri interessi. È con lo stesso spirito che, mutatis mutandis, durante la Guerra Fredda siamo riusciti ad assumere una posizione di supremazia nel Mediteranno: oggi questa spregiudicatezza nei confronti delle grandi potenze sopravvive quasi come riflesso condizionato; sfortunatamente essa è soffocata dalla volontà autolesionistica di seguire la linea segnata dai nostri avversari. Ci vorrebbe un po’ di sano machiavellismo (in fondo anche il Fiorentino è uno dei brand più esportati negli ultimi secoli).

Dulcis in fundo, le relazioni culturali; l’iranista Anna Vanzan al “Corriere” ha denunciato il provincialismo degli editori italiani nei confronti della letteratura persiana: «Nella Repubblica islamica i giovani studiano italiano nelle università pubbliche e private, si traduce molta più letteratura italiana a Teheran – e penso a classici come Dante, Calvino, Moravia, Buzzati – di quanto noi non traduciamo letteratura persiana. […] Culturalmente, l’Italia è provinciale, nel senso che i grandi editori offrono al lettore italiano gli autori extraeuropei solo dopo il successo consolidato sui mercati anglofoni e francofoni». Come si dice, tout se tient: le nostre tante sudditanze (culturali, politiche, economiche) si influenzano a vicenda. L’importante è cominciare a liberarsene, anche una alla volta.

Ambasciata persiana in vista a Roma (1615-1616),
Sala dei Corazzieri, Palazzo del Quirinale, Roma

martedì 26 gennaio 2016

Adorno e le tette

Una storia che ha sconvolto gli appassionati di filosofia contemporanea più di Althusser che ammazza la moglie o Heidegger che va a vedere le partite a casa del vicino con la tv (altro che Quaderni neri!) è quella delle tre studentesse dell’Università di Francoforte che nel 1969 si denudarono di fronte a Theodor Adorno. Dopo pochi mesi, il filosofo ne morì (almeno così affermano le ricostruzioni più spinte). Si sa, il Nostro aveva chiamato la polizia per sgomberare la facoltà e gli studenti (da lui considerati dei fascisti tout court) avevano proclamato che Adorno als Institution ist tot (“Adorno come istituzione è morta”).

Sarebbe interessante fare una ricerca sul grado di Schadenfreude con cui la notizia venne accolta dai bollettini più reazionari; sfortunatamente internet non è ancora giunto a un livello ottimale di archiviazione, e l’unica raccolta disponibile in Italia, quella (ammirabile) de “La Stampa” non ne fa parola.

Dal punto di vista filosofo, invece, uno dei pochi ad aver provato a dare un senso alla storia è stato Peter Sloterdijk nel suo classico Critica della ragion cinica (cur. A. Ermano, Cortina, Milano, 2013, pp. 51-52), che tuttavia visto da distanza sembra soltanto un libro di aneddoti spassosi (il che lascia la questione irrisolta – nel senso: ma qualcuno fa ancora finta di leggerlo Adorno? E questa, per Sloterdijk, è una battuta da Kyniker o da Zyniker?).
«Per ironia della sorta proprio Theodor W. Adorno – uno tra i massimi teorico dell’estetica moderna – è stato egli stesso una vittima dell’impulso neokinico. Un giorno, un gruppo di dimostranti si fece incontro al filosofo, entrato in aula per tenere la sua lezione, e gli sbarrò l’accesso al podio degli oratori. Niente di straordinario, dato che correva allora l’anno 1969. Tuttavia, un dettaglio era destinato, nel nostro caso, a richiamare l’attenzione generale. Tra i contestatori si erano, infatti, distinte le studentesse, alcune delle quali, per protesta, si denudarono il petto di fronte al pensatore. Tale disvelamento non va sussunto da un argomentare erotico-sfrontato per cutem femininam, peraltro usuale. Quelle tette simboleggiavano, quasi in senso antico, corpi usati kinicamente ignudi, corpi a mo’ di argomenti, corpi come armi. Averle mostrate – indipendentemente dai motivi privati delle dimostranti – assunse una valenza antiteoretica. In un qualche modo confuso, costoro avevano voluto schierarsi a favore di una “prassi di cambiamento della società” o comunque per qualcosa di più che non lezioni e seminari filosofici. Adorno si ritrovò in una posizione tragica e, nondimeno, comprensibile: quella del Socrate idealista; le donne in quella del selvatico Diogene. Contro la teoria, la più ricca di discernimento, ecco dunque opporsi l’ostinato e (speriamo) intelligente uso dei corpi)».

sabato 23 gennaio 2016

Kubrick e la mistica della crudeltà

(Murat Palta)
Nel 1955 l’intellettuale trotzkista Isaac Deutscher stroncò Nineteen Eighty-Four di Orwell tacciandolo di “mysticism of cruelty”, definizione che diede il titolo a uno dei suoi saggi più noti; in esso il critico non soltanto contestava all’autore inglese di aver tratto eccessiva ispirazione dal romanzo Noi del russo Evgenij Zamjatin, ma anche di aver subordinato la propria arte alle frustrazioni di un liberale deluso: «La sua diffidenza verso le generalizzazioni storiche alla fine lo ha portato ad aggrapparsi alla più vieta e banale, alla più astratta e metafisica, alla più sterile delle generalizzazioni: tutti i complotti, i piani, le purghe, gli accordi diplomatici hanno origine da una sola ed unica fonte, una sadica fame di potere [sadistic power-hunger]. Ciò gli ha permesso di passare dall’ordinario e ragionevole senso comune alla mistica della crudeltà che ispira 1984».
Per Deutscher, l’approccio da “simple-minded anarchist” costringe Orwell a considerare qualsiasi realizzazione di un’idea politica nella storia come un tradimento della raison d’être in favore della raison d’état. Questo stato d’animo gli negò la possibilità, anche in quanto artista, di analizzare e comprendere il potere da un punto di vista razionale, fissando nella sua mente (e nella sua opera) un chiodo fisso: «The object of power is power» (i biografi confermano l’acuto stato di paranoia nel quale lo scrittore si trascinò fino agli ultimi giorni). D’altronde è noto che, nonostante 1984 sia stato fagocitato dalla propaganda anti-sovietica (una cosa sul quale Deutscher trova modo di ironizzare: «Poor Orwell, could he ever imagine that his own book would become so prominent an item in the programme of Hate Week?»), l’intento dell’autore fosse quello di mettere sotto accusa qualsiasi forma di potere e di ammonire gli uomini sui pericoli di totalitarismo insiti nelle democrazie occidentali (il “Ministero della Verità” è anche una caricatura del Ministry of Information creato dagli inglesi durante le due guerre mondiali).
La critica di Deutscher è chiaramente influenzata dalle sue opinioni politiche e, forse, anche da un certo risentimento personale (non del tutto ingiustificato, se pensiamo che nel 1949 Orwell lo inserì nella lista dei “simpatizzanti comunisti” stilata di sua iniziativa per il Foreign Office). Tuttavia resta per certi aspetti valida, anche solo considerando l’imbarazzante seguito che 1984 ha trovato fra i teorici del complotto, forse i più fedeli adepti della “mistica della crudeltà”. Da questo punto di vista trovo che molte perplessità espresse da Deutscher sarebbero utili anche per interpretare l’opera di Stanley Kubrick, che di tale “mistica” rappresenta il pendant anti-americano.

Partiamo dalle analogie più superficiali. In primo luogo entrambi gli artisti, a loro modo, si sentono dei liberali traditi. Se Orwell ha voluto quasi anatomizzare la sua disillusione, Kubrick invece ha mantenuto sempre un comprensibile riserbo sulle proprie opinioni politiche: c’è chi lo ha definito un social darwinist, chi un anarchico, chi come lo sceneggiatore Frederic Raphael gli ha addirittura attribuito simpatie naziste («Kubrick once remarked that “Hitler was right about almost everything” and insisted that any trace of Jewishness be expunged from the Eyes Wide Shut script»).
È indubbio che Orizzonti di gloria esprime una filosofia ben diversa rispetto ad Arancia Meccanica: se non possiamo dire che l’ingenuo russoviano si sia trasformato nel corso degli anni in un feroce seguace di Hobbes, possiamo tuttavia riconoscere una maggiore “ragion cinica” nella fase più matura del regista.

Il secondo punto che accomuna i due autori è il modo in cui le opere si sono ritorte contro i loro intendimenti. È vero che habent sua fata libelli, ma in questi casi la “rivalsa” ha superato le capacità dei lettori: è già stato accennato a come 1984 rischiò di diventare la locandina di una guerra nucleare. Invece una cosa che in pochi sanno è che lo stesso Kubrick pose il divieto di trasmettere Arancia Meccanica per via televisiva fino alla sua morte, preoccupato che il film potesse istigare quella violenza che avrebbe dovuto condannare.

Infine, un’affinità un po’ più sfumata è quella riguardante la denuncia della violenza del potere, che sia per Orwell che per Kubrick è universale e meta-storico, indipendentemente dalla sua manifestazione in forma di Eurasia (1984) o di Overlook Hotel (Shining). È una suggestione sottile che Deutscher lascia cadere quasi immediatamente, mentre invece il critico Giuseppe Rausa nella sua recensione a Full Metal Jacket porta fino in fondo. Il punto di partenza sono i cartelloni pubblicitari della prima sequenza vietnamita dell’opera: essi «alludono al colonialismo economico delle multinazionali americane, vero movente di ogni guerra di conquista intrapresa da questo stato/impresa, coacervo di differenti, nonché disomogenee e nemiche etnie». Il significato che si cela dietro alle scritte “33”, “Export”, “Photocopie” e “Las Vegas” è, secondo Rausa, che
«la repubblica americana, dominata dagli alti gradi della massoneria (i 33) esporta in fotocopia il suo sistema di vita (un ufficiale razzista, certo della propria superiorità, dirà, poco dopo, che tutti i vietnamiti vogliono diventare dei buoni americani), basato su un’etica edonistico-consumista (l’ossessione del denaro e del possesso di beni materiali; la vita come gioco/Las Vegas) e lo strumento per l’esportazione violenta di tale sistema sono i marines, una confraternita forte, efficiente e spietata come le SS (il numero 33 appare infatti due volte, ossia due possibili significazioni, e appare con dei caratteri che assomigliano a quelli runici, tipici del corpo scelto nazista; del resto le SS possedevano tratti simili al corpo dei marines: dal carattere iniziatico, perfino occultista in quel caso, alla crudeltà, alla spersonalizzazione dei partecipanti)».
Tuttavia il critico, esperto di simbologia kubrickiana, riconosce un significato più profondo della pellicola, che non racconta semplicemente un’aggressione imperialistica, ma una lotta tra due differenti forme di violenza politica (quasi a replicare lo scontro mimetico tra le superpotenze orwelliane):
«Nell’episodio conclusivo [della donna-cecchino] […] nel suo “bunker” si nota una bandiera del Vietnam del Nord: in essa il rosso, il blu e una stella ci raccontano la stretta parentela con quella USA. […] Il comunismo, versione estrema dell’ideale ugualitario delle logge, è in definitiva un parente stretto, seppur radicale, e perciò fortemente illiberale, del repubblicanesimo massonico nel quale invece almeno la libertà individuale è conservata (il vero potere politico risulta però altrettanto irraggiungibile in tali regimi di illusoria democrazia, regimi plutocratici, saldamente controllati da quelle oligarchie finanziarie, industriali e politiche cui allude coraggiosamente Kubrick in Shining e Eyes Wide Shut). Così gli Stati Uniti combattono contro regimi comunisti che costituiscono una sorta di degenerazione dei loro ideali, insomma dei “cattivi cugini”».
A questi appunti di Rausa bisogna affiancare la sua interpretazione di una delle più enigmatiche scene di Shining: «L’immagine simbolica del “servile” uomo-orso impegnato in un coito orale con uno dei potenti dell’Overlook [rappresenta] la Russia (la figura dell'orso, noto emblema russo) come segreta colonia degli USA».

Mi permetto di allargare un po’ la prospettiva per far capire meglio ciò che intendo dire: così come 1984 non doveva diventare un libello di propaganda anti-sovietica, ma un ammonimento universale contro le inside e i pericoli del potere, allo stesso modo tutto il cinema di Kubrick non doveva rappresentare solo un affresco del «potere totalizzante assunto dal mondo anglosassone e la stretta cerchia che lo gestisce», ma anch’esso una lettura meta-storica (e anche meta-politica) delle dinamiche di dominio.
Per dirla ancora più esplicitamente: nello stesso modo in cui Nineteen Eighty-Four è diventato per le masse una ricostruzione credibile della vita sotto l’Unione Sovietica, esiste l’eventualità che il cinema di Kubrick, una volta crollato l’establishment che governa gli Stati Uniti (o l’idea stessa di “America” come si è imposta negli ultimi trecento anni), affronti un destino simile. È questo, alla fine, il pericolo della “mistica della crudeltà”: caricare l’arte di troppi significati pur sapendo che essa li mescola e gestisce a suo piacimento (soprattutto il cinema, che è “Musa di se stesso”).

Non vorrei però passare per una prefica dell’imperialismo anglosassone: quello che mi disturba è la facilità con cui l’arte può influenzare la politica (e non viceversa!). Possiamo solamente intravvedere il momento in cui appariranno ovunque Livres noirs contro l’americanismo e la storia di un Paese verrà ricostruita in base a un gigantesco post hoc.
L’intera opera di Kubrick costituirebbe la colonna portante di tale operazione, emergendone come un continuum: il Dr. Strangelove diventerebbe rappresentante dei mille nazisti reclutati dai servizi segreti americani, come è documentato dal recentissimo volume (2014) di Eric Lichtblau, The Nazis Next Door (una politica portata avanti sia da Dulles che da Hoover, incuranti del passato criminale di personaggi come Aleksandras Lileikis, protetto dalla CIA fino all’ultimo); l’Hotel Overlook un monumento perpetuo a «un sistema storico-politico che si è costituito sulla profanazione e sulla distruzione globale di un’altra cultura, precedente e più debole», che ritornerebbe al nazismo come manifestazione di questo stesso Potere, in riferimento all’ispirazione che Hitler trasse dal sistema delle riserve indiane, da egli ammirato come superba dimostrazione delle capacità della macchina di sterminio anglosassone (assieme ai campi di concentramento per boeri del Sud Africa), così come lo aveva conosciuto attraverso le avventure del cowboy Old Shatterhand creato da Karl May; infine questo coacervo di élite sadiche, plotoni di esecuzione, libertini sanguinari e gerarchi nazisti si compendierebbe negli iniziati in maschera di Eyes Wide Shut, i “superiori incogniti” che incitano i Jack Torrance, gli Alex e i Joker allo sterminio dei più deboli.

Chissà che non finiremo per esclamare Dunque era questa l’America!, illudendoci che Kubrick parlasse solamente di essa, e non di qualsiasi Potere, o dell’Impero a venire; e illudendoci anche che la storia non sia «a tale | Told by an idiot, full of sound and fury | Signifying nothing».

venerdì 22 gennaio 2016

La Santa Atomica. Glossario mordiniano

Jean Duvet
Apocalypse
(1555)
Sul pensiero di Attilio Mordini (1923-1966), una delle “teologie politiche” più violente e affascinanti del dopoguerra, si è abbattuta per anni la benevola censura dei suoi seguaci (gli unici peraltro realmente interessati a un recupero della sua opera); ora tuttavia i tempi sembrano maturi per metterne in evidenza gli aspetti più controversi, che rivelano una tragica originalità nei confronti sia del cattolicesimo, sia di tutto quello che generalmente si intende come “tradizionalista”. Ho tentato di adempiere a questo compito raggruppando in un breve glossario le tematiche più ricorrenti nell’opera dello scrittore fiorentino.
[Tra i volumi più citati Il Tempio del Cristianesimo (nel testo abbreviato come TdC – corsivi e maiuscole nell’originale) del 1963, ristampato da Settecolori (1979, l’edizione di riferimento) e da Il Cerchio nel 2006; e la raccolta di articoli Il cattolico ghibellino (Settimo Sigillo, Roma, 1989).]

mercoledì 20 gennaio 2016

Il transumanesimo è un umanesimo


La prima volta che vidi 2001: Odissea nello spazio fui talmente entusiasta di averne compreso immediatamente il senso, che non gli concessi mai una seconda visione (al contrario, ho impiegato davvero troppo tempo –per una persona normale, intendo– a capire perché sul pianeta delle scimmie c’era una Statua della Libertà col volto umano…).

Ancora oggi sono restio a riguardarlo per non sminuire quel misero trionfo: lo stesso Kubrick, d’altronde, tende a darmi ragione, non solo perché consigliò «una visione immediata, viscerale, che non dovrebbe implicare ulteriore approfondimenti», ma anche perché le sue convinzioni politiche e religiose (come recita il titolo di una straordinaria pagina di Wikipedia) confermano implicitamente la mia interpretazione, che in realtà si potrebbe riassumere in poche parole: il transumanesimo è una forma di umanesimo (corrolario: l’oltreuomo resta sempre un uomo).

Pur conoscendo poco o nulla delle convinzioni religiose di Kubrick (che si è sempre nascosto dietro un sobrio ateismo), sappiamo tuttavia che qualsiasi cosa provasse l’esistenza di una vita dopo la morte fosse per lui motivo di ottimismo (per questo affermò di considerare Shining una storia positiva…). La sequenza conclusiva di 2001, con la morte e rinascita di Bowman, è da questo punto di vista anch’esso un “lieto fine”, poiché in esso la tecnologia sopperisce a ciò che Kubrick, se fosse stato cattolico, avrebbero considerato appannaggio di Dio, ovvero la risurrezione della carne.

«Le persone chiamano “dio” ciò che non capiscono nel mio film», afferma ancora Kubrick. A dirla tutta, c’è anche chi, come Giuseppe Rausa, preferisce chiamarlo “diavolo”: «Tra le molte possibili interpretazioni di 2001 c’è anche quella satanica: il nero monolito come segno del potere demoniaco; la storia umana determinata da poteri sconosciuti; l'individuo come marionetta destinata a evolversi nel fango e nel sangue, attraverso la guerra degli uomini contro gli uomini».
Questa interpretazione, per quanto affascinante, non mi convince del tutto, anche perché il fatto che alcuni satanisti americani indicano 2001 come il film che ha meglio raccontato «la storia umana come prodotto dell’intelligenza generata nell'uomo dalla scintilla di Dio-Satana», francamente rappresenta soltanto un loro problema (evidentemente non l’unico).

Tenderei a lasciar da parte belzebù e a vedere quel monolito semplicemente come il simbolo più efficace per rappresentare lo stupore dell’essere umano di fronte ai “prodigi della tecnica”: il colore nero indica il mistero, invece la forma ne indica la misurabilità (cioè che esiste una possibilità di risolvere l’enigma).
Escluderei anche sì la presenza di famigerate “intelligenze aliene”, nonostante vengano chiamate in causa dallo stesso romanzo di Arthur C. Clarke che ha ispirato il film. È sempre Kubrick, in verità, a fornire una lettura “razionalistica” della storia: «2001 mostra che quello che alcune persone chiamano “dio” è solamente un termine adeguato per nascondere la propria ignoranza. Quello che non capiscono, lo chiamano “dio”… Tutto ciò che sappiamo dell’universo rivela che non c’è nessun “dio”. […] Questo film rigetta la nozione dell’esistenza divina, come si fa a non capire?».

Una volta messo da parte “dio”, resta da risolvere il problema “uomo”: è questo intendimento che trasforma 2001 in una rappresentazione plastica del famoso motto di Voltaire: Si Dieu n’existait pas, il faudrait l’inventer.
Trasferire l’onnipotenza divina agli alieni o alla stessa umanità (proiettata nel futuro), per Kubrick conta poco: l’importante è che gli esseri umani sopravvivano a se stessi, anche in forma di «macchine immortali […] emerse dalla crisalide della materia e trasformate in esseri di pura energia e spirito» (intervista a “Playboy”).
I “superiori incogniti”, quelli che possiedono le intelligenze o i mezzi più potenti, sono comunque esseri di questo mondo; anche la supremazia di HAL 9000 non è che apparente: l’uomo può sempre prevalere su ciò che lui stesso ha creato, al di là di tutte le paranoie sulla tecnica.

Qualche rilievo in più meriterebbe forse il “delizio ambientino” in cui Bowman “rinasce”, la cosmic hotel suite di stile neoclassico («lo stile dell’immortalità, lo stile del monumento che dice di essere monumento», cit.).
È questo forse un dettaglio disturbante, poiché sembra comunicarci che una volta superato il cosidetto “transumanesimo” (cioè quando l’uomo si sbarazza della macchina “antropomorfizzata”, rivelatasi un supporto inaffidabile), ecco che egli finisce per rifugiarsi in un umanesimo di maniera.

Per affrontare un’immortalità posticcia, un surrogato dell’eternità, credo sarebbero necessari ambienti meno “letterari” e più accoglienti; magari qualcosa di assomigliante allo studiolo di Francesco I a Palazzo Vecchio o ai dipinti di Franco Magnani analizzati da Oliver Sacks in Un antropologo su Marte, nei quali l’artista proietta Pontito, il suo paesello d’infanzia, «nell’eternità per lo spazio infinito». Solo in tal caso una pseudo-eternità di morti e di rinascite sarebbe accettabile (anche se per chi vive in condominio il bilocale settecentesco va più che bene).



lunedì 18 gennaio 2016

Obama (2008-2016)

«[Obama] è uno di noi. Il leader di un grande movimento politico e civile che è il pensiero democratico»
(Walter Veltroni, Sì, Barack è uno dei nostri, “Repubblica”, 6 novembre 2008) 
«La vittoria di Obama è la sconfitta della cultura del nostro premier [S.B.] che appartiene a un’altra epoca e finirà con la presidenza Bush»
(Massimo D’Alema, “Repubblica”, 6 novembre 2008) 
«La netta vittoria di Obama è una splendida notizia che sigla la fine di un lungo e cupo ciclo politico negli Usa, nel mondo e anche qui in Italia. Ora sono finiti davvero sia il liberismo economico sia il reaganismo»
(Franco Giordano, “Repubblica”, 6 novembre 2008) 
«I miei leader oggi sono tre: il presidente brasiliano Lula, quello boliviano Morales e Barack Obama»
(Piero Sansonetti, “Il Foglio”, 8 novembre 2008) 
«[Obama] si definisce post partisan. Oltre le parti, oltre la destra, oltre la sinistra. Non basato sul passato, proiettato verso il futuro. Ed è giusto così. Non si può entrare nel XXI secolo con le categorie del XX secolo»
(Giulio Tremonti, Un uomo che supera destra e sinistra, “Corriere”, 9 novembre 2008) 
«Con la vittoria di Barack Obama, nei rapporti tra Usa e Italia non cambia nulla. Abbiamo lavorato benissimo con Clinton, benissimo con Bush, lavoreremo benissimo con Obama»
(Silvio Berlusconi, intervista a Giornale Radio Rai, 6 novembre 2008) 
«La vittoria di Obama apre una nuova era per il dialogo nelle relazioni internazionali e darà un nuovo impulso al multilateralismo economico e politico»
(Luis Rodriguez Zapatero, 6 novembre 2008)
«Obama came and said we will not fight Muslims and Islam. He is a sympathetic man, and says the United States will not fight Islam because Islam is a heavenly religion […] Obama wants to solve the issue (of the Palestinian-Israeli conflict) and wants to do something, but we must help him on how to solve it, and the Israelis must help him»
(Hosni Mubarak, 11 giugno 2009)
Obama, sinceramente, non l’ho mai capito. O, per meglio dire, comprendo perfettamente che un presidente americano non possa decidere sulla propria politica senza obbedire ai mandati di un numero abnorme di piccole e grandi oligarchie, ma la scaltrezza sta nel mascherare la volontà altrui come espressione della propria. Al contrario il “Presidente Nero” ha preferito dare al mondo l’idea di trovarsi totalmente in balia degli eventi, sempre indeciso sul da farsi, perennemente in contraddizione sia con i propri ideali che con quelli del popolo americano.

Lo storico Akira Iriye, nell’ennesima Storia del mondo prodotta in ambito anglofono (tradotta da Einaudi a cominciare dall’ultimo volume), ha sostenuto che, allo stato dell’arte, «nessuno incarna meglio di Barack Obama le tendenze nonché le speranze transnazionali dell'umanità». 
A dir la verità anche come anticristo soloveviano Obama ha fatto sempre un po’ pena: gli italiani se ne sono accorti quando quello presentato dai mass media come una sorta di “re filosofo” aggirandosi per il Colosseo ha esclamato come un coatto qualsiasi: «Perbacco, è più grande di uno stadio di baseball!». 
Dal punto di vista culturale, infatti, Obama non esiste: a parte un’infarinatura da educando radical, non è pervenuto altro. A inizio del primo mandato, alcuni giornali italiani tentarono di farne l’ultimo rappresentante del gioachimismo, affibbiandogli giudizi entusiastici sulla teologia dell’Abate da Fiore (vedi l’“Adnkronos”). In realtà si trattava di una bufala (all’epoca il blog americano “Modern Medieval” già irrideva all’entusiasmo degli italiani per la “citazione gioachimita”, pervenuta ai quotidiani attraverso fonti non verificate: «Seems more about Joachim than Obama though…»).
In realtà le cose sono andate in maniera molto più prosaica: come mi confermò nel marzo del 2009 un rappresentante del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti (l’onorevole Franco Laratta), uno dei loro collaboratori aveva fatto pervenire allo staff del presidente un dvd di un documentario dedicato a Gioacchino:
«Non siamo riusciti a sapere esattamente quando e dove Obama ha citato Gioacchino da Fiore. La cosa certa, che hanno riportato alcune agenzie americane e alcuni studiosi, è che Obama ha effettivamente citato l’Abate nel corso di un suo intervento, nel corso del quale parlava di un tempo nuovo, dell’età dello spirito. Idee che appartengono al pensiero gioachimita. Il Presidente americano ha  citato Gioacchino anche perché al suo staff è giunto il dvd di un documentario dedicato all’Abate. A farglielo avere un giovane medico di  San Giovanni in Fiore che lavora e vive a Bologna e che era da sempre  in contatto con alcuni componenti dello staff dell’allora senatore  Obama».
Che Obama ne abbia poi tratto ispirazione per la sua politica, è tutto da dimostrare. O forse siamo davvero entrati nella famigerata “Età dello Spirito” senza accorgercene? Volendo ingigantire l’importanza dell’innocuo messianismo obamiano, dovremmo rispondere (per citare uno dei prodotti più pregevoli dell’industria culturale americana): Short answer, “yes” with an “if”. Long answer, “no” with a “but”.

In primo luogo perché la favola della guerra pulita, a “buon mercato”, da combattere pilotando droni a migliaia di chilometri di distanza, non solo ha innescato nuove stragi in Medio Oriente e in Africa, ma ha anche permesso la riabilitazione (persino in chiave “romantica”) del concetto di guerra giusta (con l’unica ricaduta positiva della sparizione dei pacifisti dalle strade delle capitali europee, soprattutto in Italia, dove i gruppi che campano di anti-americanismo, sono letteralmente scomparsi, e non crediamo per aver trovato un impiego migliore).

In secondo luogo, perché l’ideologia “arcobaleno” con cui il Presidente ha provato a smorzare l’inossidabile machismo yankee si è rivelata un bluff colossale: Obama si è impossessato della “questione omosessuale” in maniera assolutamente strumentale, si potrebbe dire (absit iniuria verbis) da vero paraculo, dato che al primo mandato aveva esordito dicendo che la famiglia è solo quella tra uomo e donna, ma dopo un generoso interessamento dei lobbisti si è reso disponibile a rivedere le proprie posizioni.
In tal modo è riuscito a trasformare un problema di politica interna nell’ideologia fondante di una nuova forma di imperialismo, riportando in auge il vocabolario della Guerra Fredda in versione gay friendly. Ricordiamo tutti con grande imbarazzo le sceneggiate per le Olimpiadi di Sochi, in cui sembrava che l’unico attrito con la Russia riguardasse le abitudini sessuali degli atleti: poi Putin si è preso la Crimea e i mass media sono stati costretti almeno per un istante a parlare di cose serie (una guerra civile ai confini dell’Europa, per dire).

Insomma, questa “Età dello Spirito” gratta gratta è sempre la solita merda. Certo, la “dissoluzione” in salsa obamiana ha avuto ricadute positive, come gli accordi con Cuba e Iran, ma anche il tal caso c’è sempre stato un prologo da “Età del Padre” (anzi del patrigno), come dimostrano i tentativi americani di fomentare rivoluzioni colorate in entrambi i Paesi che è durata, almeno per quanto riguarda Cuba, fino al 2014 (una storia che tutti hanno voluto dimenticare: agenti sudamericani inviati sull’isola nelle vesti di assistenti sanitari che usavano la copertura di seminari sulla prevenzione dell’Aids per elargire lezioni di guerriglia urbana ai giovani cubani; cfr. US sent Latin youth undercover in anti-Cuba ploy, “Salon”, 4 agosto 2014).

Sappiamo quanto sia difficile per un americano resistere alla tentazione di mettere in ginocchio l’avversario per negoziare meglio gli accordi. In ogni caso questa è, nel bene e nel male, una delle poche cose per cui verrà ricordato il Nobel per la Pace (non essendo pervenuti successi in politica interna); tuttavia, anche qualora il mondo si trasformasse in una repubblica universale, i libri di storia difficilmente potranno parlare di Obama come “primo presidente transnazionalista”, poiché gli unici momenti in cui non ha agito come un americano sono stati quelli in cui l’incapacità di comandare ha prevalso sulle responsabilità che egli stesso si era assunto.
Sarebbe facile mascherarne gli insuccessi chiamando in causa la “dimensione umana” del Presidente: ma quale ritratto mediocre dell’umanità ne verrebbe fuori! Sarebbero parimenti da evitare tutti i tentativi già in atto di collegare l’evo obamiano al pontificato attuale: i due non si sono nemmeno incontrati a metà strada, come dimostra l’esito deludente del viaggio di Papa Francesco negli Stati Uniti (Obama ha respinto l’appello ad abolire alla pena di morte, per certi versi chiudendo il suo cursus honorum così come aveva cominciato, ovvero con il plauso all’esecuzione di Saddam Hussein ai tempi in cui era ancora un promettente senatore democratico).
Dunque, stiamo a posto così: grazie Barack per averci fatto capire che l’“Età dello Spirito” in ogni caso non sarà a stelle e strisce.
Un saluto!

venerdì 15 gennaio 2016

Questioni emergenti nell'ambito della catalogazione e della conservazione di tutto l’esistente


La tendenza della nostra epoca è quella di catalogare tutto ciò che esiste per conservarlo in eterno.
Lo Svalbard Global Seed Vault e Jurassic Park di Spielberg, Facebook e La Société du Spectacle di Debord, rispondono tutti alla necessità di ribaltare l’anatema faustiano («Alles, was entsteht, Ist wert, daß es zugrunde geht» [“Tutto ciò che esiste merita di essere distrutto”]) per affermare la sclerotizzazione del vissuto, la temporalità artefatta dell’eterno presente, «la falsa coscienza del tempo come paralisi della storia e della memoria» (così lo “spettacolo” secondo Debord).
Anche la Laudato si’ di Papa Francesco risente di questo clima intellettuale, tanto che l’ansia di catalogazione emerge immediatamente dai primi capitoli:
«Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto» (n. 33);

«Probabilmente ci turba venire a conoscenza dell’estinzione di un mammifero o di un volatile, per la loro maggiore visibilità. Ma per il buon funzionamento degli ecosistemi sono necessari anche i funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi» (n. 34);

«Ogni territorio […] dovrebbe fare un accurato inventario delle specie che ospita, in vista di sviluppare programmi e strategie di protezione, curando con particolare attenzione le specie in via di estinzione» (n. 42).
Da un punto di vista complessivo, è abbastanza scontato osservare che con la formula “casa comune” il Papa intende ribadire in altri termini le meditazioni cattoliche sul concetto di “creato” che negli ultimi decenni hanno permesso di sviluppare una sorta di “ecologismo religioso” capace di conciliarsi con la teologia e l’antropologia tradizionale. Tale corrente è riuscita indirettamente a influenzare non solo il pensiero ma anche lo stesso gergo degli ambientalisti: non è forse vero che gli appelli a “difendere la natura” e a “salvare il pianeta” hanno come messaggio implicito che “nature” e “pianeti” non potrebbero esistere senza un soggetto in grado di contemplarle? La “Madre Terra” in fondo può sopravvivere anche fiaccata dall’inquinamento, e il paradosso della filosofia green sta tutto in questo: se l’uomo fa parte della natura, allora anche i suoi atteggiamenti sono altrettanto naturali; e se non ne fa parte, perché dovrebbe preoccuparsi di salvaguardare un habitat a lui non adatto? Per risolvere l’aporia, gli ideologi hanno deciso di adottare una sorta di antropocentrismo inconscio, proclamando di volta in volta la creatura umana come parte del problema o della soluzione. Quasi per provocazione Francesco rivolge il Silete theologi proprio contro i propugnatori di dottrine anti- o post-umane, ribadendo l’apertura alla trascendenza della concezione cristiana della natura. Tuttavia egli stesso, nel tentare di proporre una sintesi tra le tendenze più disparate, rischia a volte di assumere la stessa mentalità dei suoi bersagli polemici. Non è un caso che dopo aver ribadito l’invito a una conversione ecologica (nn. 5, 217-220) anche in termini decisamente “rustici” («Se una persona […] abitualmente si copre un po’ invece di accendere il riscaldamento, ciò suppone che abbia acquisito convinzioni e modi di sentire favorevoli alla cura dell’ambiente» [n. 211]), il Pontefice concluda rievocando il nostro comune cammino «verso il sabato dell’eternità, verso la nuova Gerusalemme, verso la casa comune del cielo», ricordando ai fedeli come «la vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati» (n. 243).
Se al di sopra di tutti i grandi e piccoli sacrifici quotidiani a cui la Laudato si’ esorta non ci fosse una escatologia, allora si correrebbe il rischio, più volte paventato dallo stesso Pontefice, di trasformare la Chiesa in una ONG: è per questo che alla fine il registro religioso prevale sull’eterogeneità delle argomentazioni e dello stile; ma se ciò riesce ad acquietare (almeno temporaneamente) i cattolici, resta però da vedere quanto gli “uomini di buona volontà” (a cui Francesco si rivolge seguendo le orme della Pacem in terris di Giovanni XXIII) siano in grado di recepire del messaggio.
Dal momento che il Papa si occupa, anche a livello retorico, più dell’aldiquà che dell’aldilà, sia consentito allora sintetizzare le questioni che nella Laudato si’ non trovano risposta in una domanda provocatoria: È più “cattolico” salvare il panda o lasciarlo estinguere?
Non si tratta, in realtà, di una semplice provocazione, poiché dare una risposta la più chiara possibile vorrebbe dire anche esprimere la propria opinione sulla contraddizione che innerva tutta l’enciclica, che è appunto quella tra la concezione dell’aldiquà come sistema aperto alla trascendenza e quella invece che lo considera uno spazio limitato, un hortus conclusus dove l’ingresso alla Provvidenza è impedito. Insomma, il cattolicesimo può permettersi di essere “entropico”? Papa Francesco, per scansare i numerosi paradossi che minacciano l’integrità del suo messaggio, si serve spesso di espedienti “oratori” (a volte superando persino i limiti consentiti dal protocollo di un documento ufficiale, come quando sottolinea che «nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne» [n. 114]) e, seppur evidenziando continuamente i “limiti dell’antropocentrismo”, finisce poi per riproporlo nelle forme della tradizionale antropologia cristiana: «L’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pienamente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti. […] Una singolarità che trascende l’ambito fisico e biologico» (n. 81).
Da qui ne consegue che il cattolico deve prendersi la responsabilità di salvare il panda, ovvero fuor di metafora di provvedere a conservare tutto ciò che Dio gli ha donato. È una strana riformulazione in senso cattolico del Leitmotiv del nostro tempo (“Tutto ciò che esiste merita di essere conservato”) quella che Papa Francesco esprime quando con prosa veemente sottolinea la tragicità sia «[del]la perdita di alcune specie o di gruppi animali o vegetali» (n. 35) che concorrono alla biodiversità (con particolare attenzione per le barriere coralline, che «ospitano approssimativamente un milione di specie, compresi pesci, granchi, molluschi, spugne, alghe», [n. 41]) sia quando stigmatizza ogni minaccia possibile al «patrimonio storico, artistico e culturale» (n. 143) che contribuisce anch’esso a formare il “libro della natura” assieme a «l’ambiente, la vita, la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali, e altri aspetti» (n. 6). La Laudato si’ torna incessantemente sulla necessità di salvare tutte le cose prima di “farle nuove”: «La scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale» (n. 145).
Lo scopo finale di tutto questo sarebbe un “grande balzo avanti” (chiaramente il Papa non utilizza questa formula) «verso la meta comune, che è Dio, in una pienezza trascendente dove Cristo risorto abbraccia e illumina tutto» (n. 83). Se questo è il compito imposto all’uomo, è veramente difficile credere che egli non vorrà portarlo a termine sfruttando fino all’estremo le possibilità offerte dalla tecnica. Francesco affronta il problema da varie prospettive: parlando del consumo energetico, per esempio, egli rileva il bisogno di «adottare un modello circolare di produzione» (n. 22) e «sviluppare tecnologie adeguate di accumulazione» (n. 26), ma è sottinteso che per fare questo è necessario altresì emancipare la tecnica dal «paradigma tecnocratico imperante» (n. 112). Nonostante la vaghezza degli esempi proposti dal Papa (che si entusiasma per le «comunità di piccoli produttori» e il loro «modello di convivialità non consumistico») non è indebito dedurre che egli stia indicando una vera e propria cattolicizzazione della tecnica, che in tal modo non verrebbe più identificata come “tecnica” tout court e perderebbe il carattere di “neutralità” (vera o fittizia) che l’ha resa fino ad ora il “centro di riferimento epocale” (per usare l’espressione di Carl Schmitt). Da questo punto di vista, il “dominio impressionante” della tecnica (n. 104) che, lo ricordiamo, per Francesco non è neutrale, una volta tuttavia ordinato al bene, si auto-annullerebbe facendo emergere «l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo», che è «quella di intenderlo come amministratore responsabile» (n. 116).
Tale amministratore responsabile non dovrà limitarsi a «ricondurre tutte le creature al loro Creatore» (n. 83) tramite «una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale» (n. 47), ma dovrà in un certo senso “trasfigurarsi” nella sua stessa funzione: non stiamo qui parlando di una apocatastasi…?
Se così non fosse, dovremmo allora rassegnarci all’idea che la tecnica segua un artefatto “percorso obbligato” (magari dettato da culti antichi e nuovi che, a differenza del pensiero ebraico-cristiano, non intendono «demitizza[re] la natura» [n. 78]), e accettare che si avverino gli scenari da incubo rappresentati nei film di fantascienza (nei quali, di norma, una élite detiene ciò che Papa Francesco identifica già da oggi come «dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero» [n. 104]).
Prima o poi queste cose si realizzeranno, indipendentemente dalla volontà umana: anche qualora l’insieme di società che definiamo occidentali decidessero di “de-neutralizzare” la tecnica utilizzandola allo scopo di distruggere se stessa, ci saranno altre potenze che invece la sfrutteranno incuranti di qualsiasi “bioetica”. Volendo anche immaginare uno sviluppo positivo degli eventi, non si può dimenticare che il famigerato “principio antropico” (accettato anche dal pensiero cattolico) nella sua forma “finale” (così come è espressa da Barrow e Tipler) attesta che «Intelligent information-processing must come into existence in the universe, and, once it comes into existence, it will never die out» (“Sistemi intelligenti che elaborano informazione devono apparire nell’universo e, una volta che lo abbiano fatto, non moriranno più”). I tempi decisamente non sono ancora maturi per fare della Laudato si’ il manifesto di un transumanesimo cattolico, tuttavia è difficile credere che le generazioni a venire resisteranno alla tentazione, per parafrasare René Girard, di “portare Francesco all’estremo”, almeno affinché il gemito della creazione non rimanga in eterno il sospiro della specie.

giovedì 14 gennaio 2016

Lo scaffale Adelphi



D’ora in avanti dalle mie parti non sarà più consentito di accostare indecorosamente due o più volumi Adelphi sullo stesso scaffale, con le eccezioni dell’Austria-Ungheria (su questo m’hanno fregato, non c’è che dire) e delle opere dello stesso Calasso: in effetti dove collocarle al di fuori di Adelphi? Scaffale “esoterismo”, scaffale “massoneria” oppure “new age”? (Quello di filosofia o, peggio, di filosofia italiana, proprio no, a meno di non creare un sottoinsieme “pitagorico”). Non vorrei si rendesse necessaria dedicare un reparto speciale alla “sfiga”, un loculo appartato ove far confluire, oltre al buon Calasso, Bolaño, Ceronetti, Manganelli, Sgalambro… Anche se così si rischia di far rinascere lo scaffale senza accorgersene (il serpente di libri cambia pelle per sopravvivere).

Il resto invece è agevolmente deportabile: gli ebrei con gli ebrei (da Bloy a Hillesum, da Buber a Scholem ecc…), i russi con i russi, Heidegger-Nietzsche/Colli-Severino etc. tutti a coppie, ma… Adolf Loos, per esempio? Anche lui Austria-Ungheria (già monopolio adelphico) o “Architettura”? E Kundera, smerciato come nativo della Boemia? Situazione kafkiana? Ma, precisamente, questo Kafkian chi è? Sarà uno stravolgimento epocale!

Per le Memorie di una maîtresse americana ho già dovuto “decostruire” lo scaffale Femminismo dando a intendere, in maniera non troppo implicita, la mia opinione su tale corrente culturale. Del resto anche una biblioteca serve per comunicare: io lo scaffale Adelphi ce l’avevo per impressionare le femmine, mica per altro (sono gli unici libri di uguale altezza che puoi tenere vicini senza sembrare un povero, come si diceva nel 2002). Alla fine però l’unica curiosità che stimolava in loro era sempre la stessa: «Ma li hai letti tutti?». Le risposte, anche interessate, non funzionavano mai; per esempio:
a) «No, perché spesso li do in prestito o li regalo, dato che mi piace condividere tutto di me stesso, non soltanto i libri»;
«b) Sì, ma ultimamente ho sviluppato nuovi interessi paralleli alla lettura».

Nonostante tutto il battage pubblicitario per far diventare gli Adelphi “i libri dello spegnimento delle luci” (soprattutto a livello cinematografico), alla fine per esperienza ho capito che non si possono “spegnere le luci” in presenza di uno scaffale calassiano se non si è come minimo in quindici e non si aderisce collettivamente a una setta, una congrega, o almeno a un sistema condiviso di superstizioni e gesti apotropaici. Vogliamo ridurre il sabbatianesimo a una borghesissima “cuccata”? Allora tanto vale recuperare il caro vecchio “Metodo Tarkovskij” (cioè quello utilizzato dal protagonista di Sacrificio per portarsi a letto la strega); non funziona mai, ma è meno claustrofobico.

Dopo lo sfollamento ho provveduto a riempire provvisoriamente lo spazio con una selezione di volumi nazifascisti e/o a tema bellico, così magari l’antifona è più chiara (rappresenta anche una raffinata operazione culturale di trasvalutazione della trasvalutazione e, a livello più pratico, di inversione dell’inversione):

sabato 2 gennaio 2016

Voltaire bacia i piedi del Papa

Il breve carteggio tra Voltaire e Benedetto XIV è oggetto di controversie storiche che in questa sede è preferibile sorvolare: sappiamo che il philosophe utilizzò «con spregiudicato funambolismo» (Treccani) la riposta del pontefice per promuovere la sua tragedia Mahomet (la cui polemica esteriormente diretta contro l’islam era in realtà anti-cattolica) e che Benedetto XIV gli diede corda solo per tenerlo legato fino all’ultimo alla Chiesa («Avendo la Sede apostolica avuti danni considerabili da persone poste in fuga, e che se fossero restate fra noi, non avrebbero poi fatto quel danno che poi fecero»). 
Dal volume di Antonio Gurrado Voltaire cattolico (Lindau 2013) apprendiamo inoltre che per il filosofo scrivere in italiano voleva dire pensare in italiano, cioè assecondare la sua idea di italianità come sinonimo di cattolicità. Per tale motivo nel 1746 compilò un Saggio intorno a’ cambiamenti avvenuti su ’l globo della terra sostenendo una critica all’evoluzionismo che anche all’epoca sarebbe potuta apparire oscurantista; sempre per un malinteso senso di italianità volle chiudere la sua lettera al Papa del 10 ottobre 1745 con la formula: «Le baccio con ogni humilita e riconoscimento i Santissimi piedi».
Proprio su questa espressione vorrei soffermarmi non, come ci si aspetterebbe, per farmi beffe del povero Arouet, quanto per analizzare un particolare che forse potrebbe dire qualcosa in più sul metodo di apprendimento utilizzati dal filosofo.
Sappiamo che nelle varie antologie dei suoi testi la lettera in italiano viene sempre riportata con un’altra chiusa: «In tanto baccio con somma riverenza e gratitudine i suoi sacri piedi». Anche il senso è lo stesso, tuttavia questa frase non è quella che appare nella lettera originale, come ho potuto constatare durante la mostra “Lux in Arcana” organizzata in Vaticano nel 2012:




Voltaire ha in realtà tratto tale formula da qualche volume italiano conservato nella sua biblioteca. Con una breve ricerca ho potuto scoprire che a utilizzare le stesse parole furono il cardinale Guido Bentivoglio (ambasciatore pontificio a Parigi dal 1616 al 1621) in una lettera del 31 gennaio 1621 indirizzata a Paolo V («bacio con ogni humiltà i santissimi piedi») e il compositore Orlando di Lasso nella dedica a Clemente VIII del suo ultimo ciclo di composizioni, le Lagrime di S. Pietro. Anche se Voltaire fu in gioventù grande ammiratore di Roland de Lassus, possiamo dire con certezza che l’ispirazione venne dal volume Relationi del cardinal Bentivoglio (Colonia, 1646) facente parte della sua celeberrima biblioteca – ancora oggi consultabile grazie alla dedizione di Caterina II che nel 1779 la fece trasportare interamente all’Ermitage.
Tale “appropriazione” rappresenta una conferma indiretta di quanto scrive Gurrado: «Voltaire ammetteva di non avere mai studiato l’italiano; l’atteggiamento nei suoi confronti era dunque totalmente mimetico, ovvero tentava di adattarsi a modi e pensieri del destinatario scegliendo empaticamente di parlare la sua lingua».
Questo “metodo” è in effetti un passaggio obbligato per chi vuole imparare un idioma straniero nonostante la totale refrattarietà alle grammatiche: a livello commerciale è da decenni identificato come “il metodo delle diecimila frasi”. Personalmente lo definisco “tecnica dello scavallamento” (o “scavallo”), in ossequio alla pluralità di significati con cui il verbo scavallare viene trasposto – per citare la Wiktionary inglese:
1.     to uncross (one’s legs);
2.     to romp, frolic;
3.     to lead an unruly life;
4.     to unhorse;
5.     to work hard;
6.     to come off its hinges.
Il metodo consiste, per farla breve, nel crearsi un repertorio di frasi fatte che però non appaiano come tali, ma che anzi lascino all’interlocutore la possibilità di apprezzare la propria familiarità con la lingua (c’è molta vanità in tale atteggiamento, impossibile negarlo), appunto scavallando dal testo originale alla traduzione e viceversa. È forse per questa strana forma di mimesi che il Voltaire italiano non la pensa come quello francese: si parva licet, è la stessa cosa che accade al sottoscritto quando scrive in francese, e che mi costringerebbe a chiudere una missiva immaginaria al filosofo con tali parole: C’est avec les sentiments de la plus profond vénération et de la plus vive gratitude que je baise vos pieds sacrés.