venerdì 30 dicembre 2016

Miele dallo spazio

Il miele dallo spazio non sarà il райский мёд [“miele paradisiaco”] degli Alliance, il miele sacro venerato in pratica da tutte le religioni, né il cibo (מאכל) uscito dal divoratore (מהאכל) o il dolce (מתוק) uscito dal forte (ומעז) [Gc 14,14], né quello della terra del latte e del miele –che d’altronde era solo nettare di datteri–, ma merita comunque un posto d’onore nell’immaginario collettivo.

Nel 1982 la NASA tentò un primo esperimento mandando in orbita 14 api con la missione STS-3, ma l’impresa non diede i risultati sperati: gli insetti non seppero adattarsi alla microgravità e morirono.
Gli americani riprovarono quindi nel 1984, portando circa tremila esemplari di apis mellifera in due moduli di alluminio a bordo dello Space Shuttle Challenger durante la missione STS-41-C: questa volta l’esperimento ebbe successo, le bestioline si abituarono rapidamente alle nuove condizioni e riuscirono a costruire i favi.

(James van Hoften)

Al momento non risulta che l’esperimento sia stato ripetuto; il sito della “Apicoltura Lombardi” racconta invece di una verifica a contrario avvenuta nell’aprile 2005, durante la missione Soyuz TMA-6, quando «un miele italiano di eucalipto prodotto nel Lazio, ha dato gusto e sapore di casa addolcendo un pasto dell’astronauta Roberto Vittori sulla Stazione Spaziale Internazionale ISS. […] Vittori ha valutato se il vassoio riusciva a mantenere le proprietà organolettiche di questi prodotti e se consistenza e quantità erano adatte a garantire il benessere psicologico dei cosmonauti con il cibo, un elemento di conforto psicologico, soprattutto in condizioni di stress che potrebbe entrare ufficialmente nella dieta dei cosmonauti».

(www.mielelombardi.it)
Non c’è un qualcosa di profondamente gratificante nell’idea che l’umanità affronti una nuova era ripartendo da una delle sue più antiche fonti di sostentamento?

(Cuevas de la Araña: la raccolta dei favi 8000 anni fa)
Fonti:

giovedì 29 dicembre 2016

Un approccio alla lingua malgascia


Mi ha fatto piacere ricevere così tante visite dal Madagascar per due righe (abbastanza insignificanti) che ho scritto l’altro giorno: è un incentivo per continuare a parlarne. Credo inserirò ufficialmente il malgascio nella lista delle lingue da imparare (sarebbe la terza africana, accanto al somalo e all’amarico).
Solitamente quando devo approcciare un idioma a partire da zero, vado alla ricerca dei prestiti linguistici e mi “aggancio” a quelli per poter già comprendere qualcosa nell’immediato. Per quanto riguarda il malgascio, l’esercizio appare facilitato non solo dai numerosi prestiti dal francese e dall’inglese, ma soprattutto dalla sua appartenenza al sottogruppo maleo-polinesiano della famiglia austronesiana, assieme all’indonesiano e al malese (che in parte già conosco); in effetti il malgascio è “africano” solo per ragioni geografiche, non linguistiche.

Per esempio, nella frase Manasa ny tanako amin’ny savony aho [“Mi lavo le mani col sapone”], si può riconoscere “tanako” dal malese tangan [“mano”] e savony dal francese savon. Gli altri elementi sono facilmente identificabili: manasa [“lavare”] è il verbo (la struttura della lingua è verbo-oggetto-soggetto); aho è quindi il soggetto (“io”); tanako [“mani”] è il plurale di tanana; ny è l’articolo determinativo; amin sta per “con”.

Un altro esempio: Manoratra taratasy amin’ny penina ny mpianatra [“Lo studente scrive una lettera con la penna”]. Il soggetto, sempre alla fine, è “lo studente” [ny mpianatra] che scrive [man-oratra, prefisso per formare il verbo + prestito dal malese surat, “lettera”], una lettera [taratasy, stessa radice greca di “carta”[*]] con la penna [amin’ny penina, “con” + prestito dall’inglese pen].

Per proporre un ultimo esempio, prendiamo la pagina della Wikipedia malgascia dedicata all’Italia, che (s)fortunatamente consiste in una sola riga: I Italia dia firenena iray any Eoropa. I Roma, izay tanàna ngeza indrindra ao Italia no renivohiny. “L’Italia è una nazione dell’Europa. Roma, che è la città più grande dell’Italia, è la capitale”. I è l’articolo per i nomi propri (presumo che il soggetto sia a inizio di frase per motivi “enciclopedici”); iray = “una”; any = “in”; izay = “che”; tanana = “città”; ngeza indrindra = “più grande”; renivohiny = “capitale”.

A presto mi procurerò un vocabolario e qualche volume tipo Le malgache de poche, ma al momento ho trovato un ottimo compendio in questo articolo (o paper o, perché no, taratasy) del linguista Matt Pearson, che nonostante definisca il malgascio «a language of the Philippine type» (what?) e nonostante si dedichi esclusivamente al prefisso t-, offre comunque numerosi rudimenti grammaticali. Non mi stupisce scoprire che in tale idioma sia presente un abbozzo di aspetto verbale («T-marking is something like perfective marking on verbs in languages like Russian and Chamorro»), a onta di quella tizia che sosteneva la categoria si fosse estinta col greco antico. Mi pare che l’esempio seguente sia illuminante (si tenga appunto in considerazione il prefisso t-):

Nikapa hazo tamin’ny famaky ah [“Ho tagliato il legno con l’accetta”]
Nikapa hazo amin’ny famaky ah [“Ero solito tagliare il legno con l’accetta”]

Il verbo è in entrambi i casi al passato (lo indica il prefisso n-, mentre al presente sarebbe mikapa), ma l’aggiunta della t- alla preposizione amin [“con”] dà un senso di unicità all’azione, mentre la sua assenza indica, per dirla col linguista, «that the speaker was in the habit of cutting wood with an axe».

Bene, alla prossima con altro malgascio.
Veloma!

martedì 27 dicembre 2016

Il Madagascar ai malgasci

Mentre molte nazioni africane dimostrano un rapporto di assoluta sudditanza nei confronti della Cina (ultima São Tomé e Príncipe, che ha appena rotto i rapporti diplomatici con Taiwan), c’è però ancora qualcuno deciso a resistere alla colonizzazione pechinese. Uno di questi è l’orgoglioso popolo malgascio, sceso in strada a protestare contro la società mineraria Jiuxing (alla quale era stato concesso lo sfruttamento del suolo per quarant’anni), che nei mesi scorsi ha dovuto sospendere più volte i lavori di estrazione nella città di Soamahamanina, e alla fine è stata costretta a ripiegare.

Come riferisce “AsiaNews” (Madagascar, cittadini in rivolta contro le imprese cinesi..., 21 dicembre 2016, che ne parla anche perché la rivolta era appoggiata dalle autorità ecclesiastiche locali):
«La presenza sempre più massiccia di imprese cinesi in Madagascar, fra cui il gigante del settore minerario Jiuxing, ha causato diffuse proteste da parte dei cittadini in un’escalation di tensione e malcontento. Dietro le dimostrazioni, il progetto di estrazione di oro nel sottosuolo da parte dei cinesi per i prossimi 40 anni; secondo la popolazione locale, questa attività comprometterebbe l’agricoltura.
Ogni giovedì a Soamahamanina – un piccolo villaggio sito presso il centro dell’isola – hanno luogo le proteste. I cinesi sono visti sempre più come una presenza ostile. 
“Il Madagascar appartiene ai malgasci – afferma uno studente – non ai cinesi o agli stranieri. Quarant’anni di sfruttamento del sottosuolo vuol dire vendere il Paese”. Gran parte della popolazione ha assunto questa posizione, sebbene alcuni coltivatori che hanno accettato soldi dai cinesi in cambio dei terreni sono stati additati con amarezza.
Già nel 2011 le forze dell’ordine erano intervenute nel quartiere cinese della capitale per evitare una sommossa. In ogni caso, la società cinese contestata dai malgasci ha deciso infine di ritirarsi.
La portavoce della Jiuxing Stella Adriamamonjy ha affermato che: “La società ha il diritto di rimanere ma ha preferito ritirarsi per calmare le acque. Speriamo di tornare su nuove basi e rimediare agli errori passati”. Oggi, la Cina è il maggior partner commerciale del Madagascar. Nel Paese sono presenti più di 800 aziende e circa 60mila cittadini cinesi. Sinora Pechino ha investito in Madagascar più di 740milioni di dollari Usa ma nonostante questo, più del 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà».
Sembra, come in effetti si evince dalle parole della portavoce e da quello che scrivono alcune agenzie malgasce, che si tratti solo di una ritirata strategica. Tuttavia è pur sempre un inizio: quanto vorremmo che il grido di libertà dell’ignoto studente, “Il Madagascar ai malgasci”, risuonasse per l’Africa e per il mondo intero!

La regola che è alla base del cameratismo malgascio (fihavanana), è riassunta dal noto proverbio «Aleo very tsikalakalam-bola toy izay very tsikalakalam-pihavanana», ovvero “Meglio perdere un po’ di denaro che perdere un’amicizia”. Notiamo soltanto l’occlusivizzazione della “f” in “p” (fihavanana [“amicizia”] > pihavanana) e della “v” in “b” (vola [“denaro”] > bola). Per capire il resto servirà uno studio più approfondito e mirato, ma grazie alla sua gloriosa resistenza il malgascio entra ufficialmente nell’elenco delle logomachie.

lunedì 26 dicembre 2016

La musica (non) muore

La scomparsa di George Michael è stata come la mazzata finale su un 2016 che i giornali hanno definito “l’annus horribilis del mondo della musica”. La conta l’avevo fatta anch’io, ma mi ero fermato a luglio per ovvi motivi di scaramanzia. Per gli stessi motivi non voglio riprendere l’elenco ora, anche se è difficile non ricordare Leonard Cohen (7 novembre), Greg Lake (7 dicembre, dopo Emerson il 10 marzo: chissà cosa starà facendo ora Carl Palmer…) e per cumulus i 64 componenti del Coro dell’Armata Rossa deceduti in un incidente aereo ieri a Natale (con loro doveva esserci anche Toto Cutugno).


Noto di sfuggita che, a un livello artistico più generale e non soltanto musicale, assieme all’Italia (Ettore Scola, Dario Fo, Giorgio Albertazzi, Paolo Poli, Riccardo Garrone, Lino Toffolo, Bud Spencer) anche l’Egitto ha subito una “moria” simile. In realtà il “fenomeno” in sé forse nemmeno sussiste, però esistono le sue interpretazioni, anche le più insulse (il “Corriere”: «Più persone nate in una certa fascia di tempo, più persone diventate famose, più persone che oggi sono anziane e quindi hanno più probabilità di morire»), e sono queste che andrebbero approfondite.
Ad ogni modo prima di stilare un bilancio (non da un punto di vista quantitativo, ovviamente) sarebbe meglio attendere la fine del 2016. Nel frattempo il sottofondo adatto alla situazione mi pare essere “La musica muore” di Battiato/Camisasca (preferisco di gran lunga l’interpretazione solista di Camisasca, ma il testo di questa seconda versione è decisamente più pertinente):


Sono anni che non cambia niente
tutto è chiuso in un sacco a pelo
con un dito quante macchine ho fermato
quanti stop alle frontiere ho sopportato

Degli Stones amavo “Satisfaction”
e dei Doors “Come on baby light my fire”
ascoltavo “Penny Lane” per ore ed ore

Mi ritorna l’eco dei concerti
mi ritorna l’acqua dentro il sacco a pelo
tutt’intorno i fuochi ormai si sono spenti
non resta che un pallido colore
...La musica muore

Parco Lambro, Woodstock, l’isola di White.
quanta gente strana ho incontrato per strada
giravo per l’Europa da Londra ad Amsterdam...
on the road again, my generation.

domenica 25 dicembre 2016

Häid jõule


Questa dolce ragazza estone (non sono tutte così, ma quasi) ci ricorda due cose importanti:
1) nonostante l’Estonia sia una delle nazioni “meno religiose al mondo” (Wikipedia) alla maggior parte degli estoni piace andare alla Messa di mezzanotte (il “servizio divino” dei luterani);
2) l’estone è una delle poche lingue europee, assieme a quelle scandinave, a chiamare il Natale con il nome della festività corrispondente nel mondo pre-cristiano, Jõulud (Yule, Jul, Joulu, Jól, tutti dal proto-germanico jehwlą).

Molti amici estoni mi hanno confermato il fatto che le loro chiese la notte della vigilia siano sempre affollate. È un fenomeno che si ripete da quando il Paese ha conquistato l’indipendenza: prima il Natale era considerato un giorno come un altro (si lavorava, le scuole erano aperte) e i russi avevano ridotto tutte le manifestazioni di religiosità alla celebre versione sovietica di Santa Claus, Nonno Gelo.
Non è quindi da escludere un certo grado di “identitarismo” in tali celebrazioni, anche se spiegarle solo in tal senso sarebbe piuttosto meschino. In realtà se in quanto cattolico (o almeno cristiano) mi trovassi in Estonia il giorno di Natale, non mi sentirei per nulla spaesato tra alberelli addobbati, persone che si scambiano doni, e forse persino qualche presepe (o un surrogato con elfi e altri personaggi del folklore locale).

È banale osservare che la religione ha sempre una dimensione materiale (vorrei dire “mondana”, ma non è il caso di entrare in polemica proprio il giorno di Natale). Le due annotazioni della ragazza estone richiamano indirettamente gli etimi principali della parola stessa: relegere (una “riconsiderazione” della festa del solstizio d’estate nell’ottica del nuovo culto) e religare (praticare riti che tengano uniti gli uomini quel minimo che basta per rendere sopportabile la convivenza in una stessa società).
Ora che, sul nostro fronte, gli appelli a una “spiritualizzazione” del Natale contro la “deriva consumistica” stanno stravolgendo la festa (o il tempo della festa), credo sarebbe il caso di tornare infine alla dimensione materiale e, a questo punto, anche identitaria, del cristianesimo.

Qualche anno fa Pietro Citati scrisse per il “Corriere” un grottesco elogio delle chiese vuote, in cui magnificava la fede solitaria («Non c’è nulla di così intimamente cristiano») e vedeva nella diserzione dei fedeli un trionfo del “cristianesimo puro”: «In questi ultimi sessant’anni, il cristianesimo ha perduto i fedeli che veneravano il Cristo perché così volevano il potere e la società: dunque, mai o quasi mai per un impulso religioso. Ora, dopo tante perdite, sono rimasti i cristiani puri: quelli che siedono o pregano nelle chiese vuote, che leggono i Vangeli e le migliaia di libri, che la fede e la tradizione hanno ispirato durante quasi venti secoli».
Così una religione non può funzionare, chiunque è in grado di capirlo: non è dove «non soffia nemmeno un respiro umano» che Cristo può essere propriamente venerato. Il dualismo estremo tra spirito e materia, tra autenticità e ritualità, concepito in tali termini è una faccenda abbastanza recente, che nei confronti del Natale assomiglia quasi a una dissociazione: chi addobba un alberello o scarta i regali sta facendo qualcosa di contrario alla purezza, allo spirito, alla verità

È un bene che, in questo panorama desolante, resista almeno la fede nel consumismo, anch’essa pericolosamente minata dal terrorismo (anche psicologico).
I negozi pieni fino al limite, i mercatini che occupano interi viali, le tavole imbandite e stravolte dalle carte e dai nastrini dei nostri ridicoli e domestici potlatch: la fede resiste solo in questo; chi predica un qualcosa di superiore o ulteriore è fedele solo al nulla, e soltanto a esso vuole consegnarci.

Buon Natale da Erdoğan


Il messaggio di Natale inviato dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan ai cristiani di Turchia e del mondo:
«Hristiyanlık inancına mensup vatandaşlarımızı Noel yortuları vesilesiyle en içten duygularımla tebrik ediyorum. Anadolu topraklarında yüzyıllardır hüküm süren barış ve huzur ortamı, farklılıkları zenginlik olarak gören, karşılıklı saygı ve sevgiyi esas alan, din, dil ve ırk ayrımı yapmayan kadim geleneğimizin ürünüdür. Bu köklü geleneğin mensupları olan bizler, bugün de savaş, zulüm ve baskıdan kaçan tüm mazlumlara hiçbir ayrım gözetmeden kucak açmaya devam ediyoruz. Binlerce yıldır süregelen devlet geleneğimiz, maddi ve manevi boyutlarıyla tüm insanlığa örnek olan muhteşem medeniyetimiz, muhtelif inanç ve geleneklerin geçmişte olduğu gibi günümüzde de bu coğrafyada barış ve huzur içinde bir arada yaşamalarına imkan sağlamaktadır. Farklı mezhep, gelenek ve kiliselere mensup Hristiyan vatandaşlarımızın, kendi inançları doğrultusunda kutladıkları Noel yortularının, yardımlaşma ve dayanışma ikliminin gelişmesine vesile olmasını diliyor; başta Hristiyan vatandaşlarımız olmak üzere, tüm Hristiyan aleminin Noel yortusunu tebrik ediyorum.»

“Rivolgo a tutti i connazionali appartenenti alla fede cristiana gli auguri più sinceri per la festività del Natale. La pace e la tranquillità che per secoli hanno regnato nelle nostre terre sono il frutto di una tradizione che riconosce la diversità come una ricchezza, una tradizione basata sul rispetto e sull’amore reciproco, che non discrimina in base alla fede, alla lingua e alla razza. In quanto rappresentanti di questa profonda e radicata tradizione, noi continuiamo ad accogliere tutti gli oppressi che oggi fuggono dalla guerra, dalla tirannia e dalle persecuzioni. La nostra tradizione politica, sopravvissuta nei secoli, e la nostra gloriosa civiltà, che è un esempio per l’umanità dal punto di vista materiale e morale, consentono agli usi e ai costumi più disparati di convivere assieme nella stessa regione, oggi come nei tempi passati. Confidiamo che i nostri connazionali cristiani appartenenti alle diverse denominazioni, tradizioni e chiese, che oggi celebrano la festività del Natale, contribuiscano allo sviluppo di un clima di fratellanza e solidarietà. Auguro perciò un buon Natale ai nostri connazionali cristiani e a tutti i cristiani del mondo.”

venerdì 23 dicembre 2016

መልካም ገና

Immagini dall’“Asian and African studies blog” della British Library.

Natività dal Nagara Māryām [ነገር ማርያም], storia e miracoli della Vergine Maria (XVIII secolo):


Natività da un manoscritto della seconda metà del XVII secolo:


I Re Magi da una copia su pergamena del Nagara Māryām [ነገር ማርያም] appartenuto al negus Iyāsu II, che regnò dal 1730 al 1755:


Fuga in Egitto, da un manoscritto del 1664-65 appartenuto al negus Yōhānnis I (che regnò dal 1667 al 1682), ispirato alle incisioni di Antonio Tempesta (1555-1630) per i Vangeli arabo-latini:

La buona battaglia e la buona guerra

Giusto due parole su quanto accaduto tra Berlino e Milano ultimamente.

La cronaca è nota a tutti: il 19 dicembre 2016, un tunisino ruba un camion polacco a Cinisello Balsamo (MI) e falcia decine di persone in un mercatino di Natale a Berlino; poi fugge attraverso la Francia e torna in Italia, a Sesto San Giovanni, giusto qualche chilometro di distanza dal punto di partenza; una pattuglia lo ferma alle tre di notte e nella colluttazione che ne segue il terrorista viene ucciso.
Oltre all’“arma” utilizzata e alla nazionalità degli attentatori, c’è un altro punto di contatto con la strage di Nizza dell’estate scorsa: il passaggio di entrambi dall’Italia. Si può addirittura affermare che questi mostri siano “cresciuti” nel nostro Paese: il “tunisino di Berlino” a Lampedusa e nelle carceri nazionali, dove si è “radicalizzato”; quello di Nizza facendo avanti e indietro dall’Italia con alcuni personaggi noti all’intelligence francese per far parte della “filiera siriana”.

Non vorrei che ora l’Italia fosse costretta a pagare il prezzo di un nuovo “Lodo Moro”, così come di recente è capitato ai belgi: ricordiamo infatti che l’antecedente delle bombe di Bruxelles furono le retate nel quartiere di Molenbeek, che fino a poco prima era considerato un santuario jihadista (da lì erano passati tutti i perpetratori delle recenti stragi francesi).
Anche nel nostro Paese ci sono stati diversi arresti di aspiranti terroristi, però finora non ne era mai stato ucciso uno “in azione”. Le dinamiche dell’evento sembrano chiare, eppure sfugge qualcosa: se non c’è stata una soffiata, si può almeno ipotizzare che la cellula di riferimento abbia abbandonato il terrorista al suo destino (del resto in una missione suicida uno dovrebbe appunto morire)?
Ad ogni modo, il messaggio che adesso si vuol far passare è che non l’abbiamo fatto apposta: tuttavia il pericolo di una ritorsione è reale, soprattutto qualora il governo decidesse di bonificare sul serio le “Molenbeek” italiane.

È questa, d’altro canto, la morale del cosiddetto securitarismo: se è più difficile prevenire un attentato che un terremoto, almeno si dia ai cittadini l’illusione di sicurezza. Ha detto bene il giornalista francese David Thomson in un’intervista al “Corriere” del settembre 2015 (che per fortuna i complottisti si sono persi):
«In Francia l’opinione pubblica, secondo i sondaggi, vuole che si faccia qualcosa contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq. Le autorità francesi poi si attendono un attentato di grande portata, giudicato purtroppo inevitabile. Prima o poi accadrà, nonostante tutti gli sforzi per scongiurarlo. E bisognerà poter dire: “La Francia ha fatto il possibile, la Francia è in guerra e sta già bombardando lo Stato islamico”. Questi raid sono preventivi, pensati per il momento in cui il Paese sarà vittima dell’attacco su larga scala che tutti si aspettano».
Alla fine, si tratta di un compromesso accettabile, perché dà almeno un senso a una morte assurda (forse addirittura nobilitandola): ci attaccano perché ci opponiamo al terrorismo, non perché siamo dei codardi.

Perciò qualsiasi azione repressiva è ben accetta, anche se porterà a nuovi attentati: del resto la politica delle “mani alzate” (nel senso di: “ci arrendiamo”) non ha funzionato. Persino la Boldrini l’ha capito, tanto che il suo tweet di congratulazioni per l’uccisione del terrorista (questo è parlar chiaro!) è uno di quelli da incorniciare (o almeno screenshottare), assieme alle reazioni isteriche dei suoi seguaci:
Visto che a me non piace filofesseggiare, concludiamo con alcune indicazione pratiche.

Prima di tutto, andrebbe evitato l’errore di confondere il terrorista con il guerrigliero o il tirannicida, e di conseguenza sarebbe anche opportuno piantarla di deresponsabilizzare tali soggetti trattandoli come “buoni selvaggi” traviati dall’eminenza grigia di turno.
Le persone cattive esistono, non avete fatto anche voi le medie? (Quello è il brodo di coltura, lasciamo stare il Mossad). Lo scopo di un terrorista è terrorizzare, non favorire un cambio di governo o far sentire le persone parte di una comunità. È un fenomeno recente che riguarda la democrazia liberale, visto che è una delle poche forme di governo (forse l’unica) che consente di esercitare pubblicamente l’odio verso di essa trovando proprio in questo la sua giustificazione, e riducendo quindi ogni potenziale rivoluzionario a terrorista. Intendo dire che, al di là dei pretesti, il terrorista in una democrazia rimane sempre e solo un terrorista, anche qualora si decidesse a colpire i “cattivi” (chessò, i banchieri, i politici, gli omofobi) oppure, semplicemente, l’avesse vinta.

In secondo luogo, ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a combattere la barbarie almeno dalla propria posizione, senza necessariamente “schierarsi” o “allinearsi”.
I cattolici non lo stanno facendo, o per meglio dire sono impediti a farlo a causa dell’atteggiamento del loro massimo rappresentante, che non contento di aver favorito l’immigrazione di massa verso l’Europa per motivi ancora oscuri, ha indirettamente giustificato il primo attentato della nuova stagione del terrore (quello a Charlie Hebdo), affermando che è legittimo “tirare pugni” quando qualcuno offende la propria fede. Da quella prima esitazione nel condannare un’orrenda strage (ma chissà il Santo Padre quanto si sarebbe stracciato le vesti a parti invertite), il fumo di satana è entrato nelle nostre società (i preti non erano contenti di averlo già fatto penetrare nella Chiesa).
I cattolici non possono scansare le proprie responsabilità sociali, perché se è vero che individualmente essi possono aspirare al martirio, non posso però imporlo a una collettività (a meno che il cristianesimo non si sia così profondamente pervertito da considerare Masada un esempio positivo). Non è necessario, come detto, far fronte comune con chicchessia, ma almeno consentire al prossimo di combattere per il proprio diritto a esistere: se ad alcuni spetta la buona battaglia, a tutti spetta invece la buona guerra, quella che secondo Zarathustra “santifica ogni causa” [Der gute Krieg ist es, der jede Sache heiligt].

giovedì 22 dicembre 2016

La stagione del terrore

Stańczyk
(Jan Matejko)
Lasciando da parte anche solo per un attimo tutte le paranoie e i complottismi del caso, mi piacerebbe capire i motivi per cui negli ultimi due anni gli attentati terroristici in Europa sono decuplicati: non so se sia ancora possibile proporre un’analisi del genere senza tirare in ballo primule rosse e false bandiere, ma vorrei nel mio piccolo provarci.

Una prima considerazione elementare è che tra le bombe di Madrid (11 marzo 2004) e Londra (7 luglio 2005) e l’attentato di Charlie Hebdo (7 gennaio 2015) intercorrono dieci anni. Un lasso di tempo non indifferente, che se non fosse per la comune natura di atti terroristici renderebbe tali episodi estranei gli uni agli altri. È quindi dall’assalto alla sede del giornale satirico che dobbiamo partire con la conta: nel 2015, dopo Charlie, abbiamo avuto in Francia decapitazioni e assalti ai treni, fino all’apoteosi del 13 novembre, mentre nel 2016 ci sono stati gli attentati di Bruxelles (22 marzo), il camion lanciato sulla folla a Nizza (14 luglio), la sparatoria di Monaco (22 luglio), lo sgozzamento di un sacerdote in una parrocchia normanna (26 luglio) e un altro assalto con un camion a Berlino (19 dicembre).

Il parallelo, che a me pare evidente ma che nessuno ha preso in considerazione (se non appunto esclusivamente da una prospettiva “complottistica”), è quello con gli anni di piombo.
Il primo attentato rivendicato dalle Brigate Rosse fu infatti l’assalto a una sede padovana dell’MSI, nel quale vennero uccisi due militanti. Dopodiché il terrorismo rosso dilagò in Italia allo stesso modo in cui a livello europeo sta ora dilagando quello islamico: possiamo chiamare in causa la strategia della tensione, i servizi segreti, l’immigrazione, la violenza dilagante, eccetera; ma tra le cause che dovremmo collocare al primo posto resta sempre la sottovalutazione del fenomeno.
Così come all’epoca un assalto a una sede di partito sembrò un qualcosa di trascurabile (“Si ammazzino pure fra di loro”), se non giustificabile (“In fondo erano fascisti”), allo stesso modo quel primo assalto alla redazione di Charlie Hebdo non venne considerato un segnale di allerta, ma un semplice episodio di cronaca, nei confronti del quale ci si è potuti permettere il lusso dell’equidistanza.

È proprio questo, l’humus da cui è spuntata la nuova stagione del terrore. Il resto non sono che tentativi de se faire une raison: quando gli apologeti della “giustizia islamico-proletaria” hanno capito che i prossimi sarebbero stati loro, era ormai troppo tardi per correre ai ripari. Vi ricordate, vero, quel che venne scritto una volta passato di moda il “Je suis Charlie”? In fondo non è passato molto tempo, si può ancora risalire alle panzane sulle “disdicevoli provocazioni”, il “razzismo verso la banlieue”, gli “opposti estremismi”, la “trappola dell’odio”, eccetera.
Come esempio illustre, basti quello di Régis Debray, del quale in anteprima “La Stampa” pubblicò, il giorno precedente gli attentati parigini del 13 novembre (sono concessi gesti scaramantici), un intervento/sermone per la rivista “Vita e Pensiero” (Elogio della tolleranza, fino a un certo punto). Si tratta di un eccellente compendio dei luoghi comuni del post-Charlie, tra i quali ricordiamo le proposte di stipulare un gentleman’s agreements basato esplicitamente sull’ipocrisia e promuovere una “pedagogia dell’umorismo” basata esplicitamente sulla censura.
Mi pare evidente che il paternalismo mascherato da “rispetto dell’alterità”, così come l’islamicamente corretto, non hanno avuto alcuna efficacia nella prevenzione del terrorismo; questo tipo di approccio impedisce soprattutto di individuare la benché minima indicazione sul da farsi (per esempio, chiudere Charlie Hebdo).

Lo stesso discorso vale anche per le soluzioni più “cattive”, dalla deportazione di tutti gli stranieri di fede islamica a un blando giuseppinismo sul modello della cosiddetta “Legge Jarovaja” approvata recentemente in Russia (anche se non è escluso che provvedimenti più energici ed incisivi dei gessetti colorati e delle candele profumate potrebbero perlomeno avere un effetto dissuasivo).

La verità è che, ora come ora, l’unica cosa da fare è attendere che passi ’a nuttata. Ripensandoci, non è forse questo l’atteggiamento che assunsero i vari governi italiani nei confronti del terrorismo rosso? Anche se, lo ribadiamo, è possibile che la coreografia reazionaria abbia aiutato ad accelerare il decorso (è un argomento complesso da affrontare, perché l’ispirazione da cui nascono gli attentati odierni non è soltanto ideologica, ma principalmente etnico-religiosa, dunque diventa indispensabile agire perlomeno su uno dei due elementi – come, per esempio, la cittadinanza –).

Dobbiamo quindi attendere che il terrorismo torni fuorimoda; nel frattempo sarebbe apprezzabile smetterla di considerarlo “accettabile” quando diretto contro le banche o i politici o i fumettisti o i fascisti.

mercoledì 21 dicembre 2016

Dugin & Jones (il dibattito)

Proprio oggi ho visto passare su una tv russa Alex Jones che dialogava con Aleksander Dugin… Fuck the what?! (o, come direbbero i russi, какого хрена?):


Siamo al melting point del cazzarismo! Questa è una grande epoca in cui vivere, chi può sostenere il contrario O R A? Mi è piaciuto l’intervento di Dugin: l’ho sempre considerato, appunto, un cazzaro (anche se infinitamente più credibile di Jones), ma ora che l’ho sentito parlare russo (credevo che la sua madrelingua fosse l’inglese ciancicato) mi è diventato più simpatico. Apprezzo il suo modo di esprimersi compassato, ben scandito, comprensibile. Ecco il messaggio di pace e fratellanza che ha rivolto all’amico americano dagli schermi di “Tsargrad TV”:
«Очень важно, Алекс, то, что вы говорите: сегодня мы находимся вместе в едином состоянии. Вы говорите о той гражданской войне, Алекс, которая идет в Америке, и она действительно идет. Эта же самая гражданская война идет в Европе. И, в принципе, в этой гражданской войне, которая тайно велась в нашей стране шестнадцать лет назад, тоже одержали победу силы добра в нашей собственной России.
Поэтому на самом деле мы прекрасно понимаем, что сегодня мы все в одинаковой ситуации – и русские, и американцы, и европейцы. Глобалисты не представляют Америку. Они – враги американского народа.
И когда вы говорите в своих программах: "You are resistance" - "Вы - сопротивление", обращаясь к вашим сторонникам, это звучит, как призыв к людям всего мира сбросить доминацию глобалистских элит, и установить в каждой из наших стран наш собственный - американский порядок в Америке, русский порядок - в России, турецкий порядок - в Турции.
И это - война и борьба, которая нас объединяет. До какого-то момента глобальные корпорации, транснациональные корпорации, глобалистские элиты представлялись нам голосом Америки. Благодаря победе Трампа мы знаем сегодня это принципиальное различие. Что есть американский народ - это вы, это те, кто является сопротивлением глобальной диктатуре, и есть эта политическая элита, которая организует против нас "цветные революции", но они же - Сорос, Клинтон, администрация Обамы, то, что называется “deep state”, организует "цветные революции" и против Трампа, не желая признавать демократической победой американского народа. И в этом отношении нам нужно думать о том, чтобы всем вместе, - американцам, русским, европейцам - что нам противопоставить этой элите.
Мы должны, каждый, защищая свою собственную систему ценностей, вступить друг с другом – народ с народом – в диалог, глубокий диалог. Мы отвергаем глобализм. Что мы хотим построить взамен? И на этот раз не вопреки Америке, не вопреки России, не вопреки Турции, и не для того, чтобы нам биться за наши узкие национальные интересы, убивая друг друга: то, что нам навязывают глобалисты – это настоящая гражданская война. Мы должны ее избежать. Мы должны повернуть эту гражданскую войну против тех, кто стремится ее развязать. И поэтому коммуникация, диалог, встречи, контакты, обмен взглядами, обмен идеями сегодня так важны.»

[“È molto  importante, Alex, quello che hai detto: oggi ci troviamo nella stessa situazione. Tu hai parlato della guerra civile che si svolge in America, ed essa esiste sul serio. È la stessa guerra civile dell’Europa. E, alla fine, è la stessa guerra civile che è cominciata in segreto sedici anni fa nella stessa Russia.
Perciò siamo consapevoli che oggi siamo nella stessa situazione, noi russi, americani ed europei. I globalisti non rappresentano l’America. Semmai rappresentano i nemici del popolo americano.
E quando tu dici nelle tua trasmissione “You are resistance”, rivolgendoti ai tuoi sostenitori, questo è un appello a tutti gli sconfitti dal dominio delle élites globali, una chiamata a ristabilire in ogni Paese il governo legittimo: gli americani governino in America, i russi in Russia, i turchi in Turchia.
Questa è la guerra e la lotta che ci unisce. A un certo punto, le società globali, le multinazionali, le élites globaliste, sembravano essere l’unica voce dell’America. Grazie alla vittoria di Trump sappiamo che esiste una differenza fondamentale tra il popolo americano – tu e quelli che hanno resistito contro la dittatura globale – e le élites politiche, quelle che hanno organizzato contro di noi le “rivoluzioni colorate”, che poi sono i Soros, i Clintoni, l’amministrazione Obama, il cosidetto “deep state” che ora organizza la “rivoluzione colorata” contro Trump, rifiutando di accettare la vittoria democratica del popolo americano. Appunto per questo dobbiamo iniziare a pensare assieme, americani, russi ed europei, noi che ci opponiamo a questa élite.
Dobbiamo difendere i nostri sistemi di valori, unirci assieme, i popoli con i popoli, e dialogare, dialogare intensamente. Quale alternativa vogliamo costruire? Questa volta non contro l’America, non contro la Russia, non contro la Turchia, per non combattere più e ammazzarci a vicenda a causa dei nostri piccoli interessi nazionali: questo è quello che vogliono i globalisti, una vera e propria guerra civile. Dobbiamo evitare tutto questo. Dobbiamo ribaltare questa guerra contro chi cerca di scatenarla. E perciò il dialogo, l’incontro, il confronto, le conferenze, i contatti, lo scambio di vedute e idee, sono oggi assolutamente importanti.”]

martedì 20 dicembre 2016

I topoi della turcofobia


Ogni volta che succede qualcosa in Turchia, gli articoli di Alberto Negri de “Il Sole 24 Ore” vengono fuori dalle fottute pareti della mia bacheca Facebook. Anche persone che considero mediamente intelligenti (altrimenti non le terrei tra i contatti) sono così impegnate a pendere dalle sue labbra da non accorgersi che, alla fine, il pezzo propinato da Negri su Erdoğan è lo stesso da anni. Che anch’egli soffra del “complesso del turcimanno” come tanti suoi degni colleghi? Non possiamo saperlo, ma è evidente che nel scrivere i suoi pezzi ormai Negri utilizzi solamente stereotipi e frasi fatte, senza più preoccuparsi di mantenere una minima aderenza alla realtà.

Prendiamo per esempio l’articolo di ieri (19 dicembre) Per Erdogan (sic) un colpo durissimo. I luoghi comuni balzano immediatamente agli occhi, a cominciare proprio dall’attacco: «Erdogan (sic) voleva diventare il nuovo raìs del Medio Oriente abbattendo Assad a Damasco». Il topos è quello del “Sultano”, anche se, per un probabile desiderio di originalità dopo tanto conformismo, Negri ora tira in ballo il “raìs”, un titolo che la pubblicistica contemporanea riserva esclusivamente ai presidenti arabi (il quale sarebbe appunto adatto più al povero Assad, l’umile Raìs vittima dell’arrogante Sultano –vedi come fila meglio il discorso?–).
Per cambiare un po’, sarebbe stato preferibile utilizzare “Pascià”;  notiamo di sfuggita quanto sia però ipocrita la pratica dello sberleffo selettivo: non risulta, infatti, che la Merkel sia mai stata definita Führerin, o che Netanyahu sia mai stato chiamato “Rabbino Capo” (sai le risate!); al contrario, la Cancelliera è rimasta, anche nei momenti peggiori, l’adorabile Mutti, mentre il primo ministro israeliano (che ha avuto solo momenti peggiori) resta sempre e comunque “Bibi”.
Ad ogni modo, la Turchia è un Paese democratico, che potrebbe sbarazzarsi del suo Sultano anche alle prossime elezioni: da quelle parti non esiste un qualcosa come un’Agenda Erdoğan portata avanti con un rimpasto dopo l’altro (ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale).

Il secondo topos è più classico: “La Turchia finanzia l’Isis”.
Scrive infatti Negri: «La Turchia è un Paese che oscilla pericolosamente verso una deriva mediorientale dove è stata trascinata dalle spericolate iniziative di Erdogan (sic) che voleva abbattere Assad aprendo cinque anni fa “l’autostrada della Jihad” e ora deve mettersi d’accordo con Putin e l’Iran per salvaguardare i suoi vulnerabili confini».
Suggerisco a Negri di dare un’occhiata all’infografica proposta dal suo stesso giornale: i primi tre Paesi a “rifornire” l’Isis di combattenti sono, in ordine, Arabia Saudita, Tunisia e Russia. Dunque la maggior parte degli “jihadisti” per giungere in Siria non ha bisogno di passare dalla fantomatica “autostrada della Jihad” (che peraltro è un termine maschile e si scrive minuscolo: il jihād).
Riguardo a tutti i cosiddetti foreign fighters europei, la responsabilità è da attribuire interamente a Francia, Germania e Gran Bretagna, nazioni che si sono rifiutate (per non si sa quali motivi) di sorvegliare chi andava a farsi una villeggiatura in Siria a Iraq, consentendogli addirittura di fare avanti e indietro (con le conseguenze che conosciamo).
In tali surreali circostanze la Turchia ha fatto quel che poteva, respingendo migliaia di aspiranti jihadisti; perciò appaiono infondate le accuse di connivenza e negligenza. Il resto sono panzane propagandistiche messe in giro non tanto dai russi, quanto da quelli “più zaristi dello Zar” che sperano che Putin, leggendo i loro siti, si incazzi perché “la Turchia finanzia l’Isis” e lanci una crociata per riconquistare Costantinopoli.

È buffo osservare anche il modo in cui molti giornalisti hanno ridotto tutti i conflitti mediorientali a “Erdoğan ce l’ha con Assad”, dimenticando che cinque anni fa c’era mezzo mondo a volersi sbarazzare del “tiranno” siriano, e che infine quelli che si sono sfilati lo hanno fatto più per pavidità e immoralità che per Realpolitik.

Negri ha la decenza di ricordare che «i leader occidentali […] [sono] complici dell”attuale deriva della Turchia» chiamando in causa «gli Stati Uniti in primo luogo, che con l’ex segretario di Stato Hillary Clinton hanno dato il via libera a Erdogan (sic) per far fuori Assad» e «la Francia che ha visto in Ankara una pedina per le sue ambizioni di ex potenza coloniale in Siria pagando con gli attentati del terrorismo di ispirazione jihadista». Però a tal punto tanto varrebbe chiamare in causa direttamente l’intero sistema solare...
È vero che nello spazio di un editoriale non si può andar troppo per il sottile (i lettori del “Sole” poi sono di bocca buona), ma questa assomiglia più a un favoletta della buonanotte che a un’analisi geopolitica strategica ecc. Da una parte i diavoli, dall’altra gli angeli, tra i quali vediamo ora nel ruolo di serafini Assad (ma non punterei troppo su questo cavallo, anche se obiettivamente ha dimostrato una resistenza inaspettata), Israele (diventato anch’esso “Santo Subito” grazie ai poteri taumaturgici di Putin) e i sempreverdi curdi (che si sono macchiati di numerosi crimini di guerra, ma di questo se ne parlerà forse quando anche loro avranno un pezzo di terra e la luna di miele con gli anti-qualcosa finirà immediatamente perché “i confini sono fascisti”).

Un’altra carta giocata da Negri per demolire Erdoğan è l’accusa di “non avere la situazione sotto controllo”: questa è un’argomentazione più sottile, seppur anch’essa abusata. In pratica, quando le cose si mettono male, cioè per esempio, quando un golpe degli “amati militari” (cit.) fallisce, allora è colpa di Erdoğan l’onnipotente, che si fa gli auto-attentati per aumentare il proprio potere. Quando la carta dell’auto-attentato non funziona, ecco che spunta Erdoğan l’impotente, che nonostante abbia in mano l’intero Paese non riesce a garantire la sicurezza. No, non è una personalizzazione: è il leader turco a essere intrinsecamente malvagio.

Infine, un ultimo topos che Negri sfrutta spesso è quello del cosiddetto neo-ottomanesimo, che per qualche strano percorso mentale nella sua visione corrisponde a un appoggio indiretto all’Isis. In realtà la definizione viene utilizzata soprattutto dai nemici della Turchia: lo stesso Assad nel 2011 ha accusato i turchi di “sognare il ritorno dell’Impero Ottomano”. Ankara invece intende questo “neo-ottomanesimo” in senso politico, culturale e commerciale. L’unica guerra di cui si può parlare fra Turchia e Russia è dunque quella degli investimenti economici nelle aree eurasiatiche dove al passato ottomano è subentrata una modernità russificante. In tutto questo non c’è alcun revanscismo: la Turchia, nel bene o nel male, possiede ancora una mentalità internazionale, nel senso che si crede rappresentante dell’Oriente e dell’Occidente, punto d’incontro tra Asia, Europa e Africa (e pure America, tramite la NATO), zona franca dei tre monoteismi, erede di una miriade di imperi, ecc.

Credo che questa stereotipizzazione estrema sia dovuta soprattutto al nostro approccio al mondo turco, che tutto sommato è ancora recente: di questo Paese sappiamo poco, ma siamo “costretti” a parlarne per la sua crescente rilevanza dal punto di vista politico ed economico. La nostra concezione della Turchia è appunto costruita su stereotipi, perlopiù negativi: di solito quando ne parlo con i miei amici (di “destra” o di “sinistra”), saltano sempre fuori stragi, stupri e torture, dai Martiri di Otranto (1480) a Pippa Bacca (2008).

È quindi comprensibile, per certi versi, che Alberto Negri proponga ai suoi lettori proprio quello che vogliono sentirsi dire. Come dice un antico proverbio ottomano, Tavuklarını biliyordur [“Conosce i suoi polli”]. Può darsi che un giorno persino tutto ciò possa diventare utile alla causa dell’amicizia italo-turca, magari nelle forme di un succès de scandale.

La fine del mondo ieri, oggi, domani

Le notizie di oggi (intendo “oggi” come un giorno qualsiasi) sono tutte molto interessanti (la categoria dell’interessante, secondo Kierkergaard, ha assunto “oggi” un’importanza cruciale), ma come al solito non bisogna dimenticare che la fin du monde n’est pas pour demain, nonostante una sorta di Franz Ferdinands Komplex spinga a credere che più il gesto è eclatante e maggiori sono le probabilità che esso conduca a una guerra mondiale.

Nella storia purtroppo (anzi, per fortuna) noi esseri umani decidiamo così poco che sono solo i “battilocchi” di bordighiana memoria (qualcuno lo legge ancora, Bordiga?) a pensare di poter influenzare gli eventi con un colpo di pistola o un camion lanciato sulla folla. I terroristi quindi dovrebbero, come dicono gli anglosassoni, mangiare la torta dell’umiltà, e capire che in qualsiasi caso loro non conteranno nulla, né qui né nella Gehenna.

Tuttavia non mi pare il momento di mettersi a ragionare sui massimi sistemi, né di trarre conclusioni affrettate; del resto nemmeno nella fase più acuta della crisi tra Mosca e Ankara si è riusciti a rimanere seri. Le guerre russo-turche sono notoriamente contorte e pittoresche, e il loro requisito minimo è uno spazio imperiale ben delimitato da entrambe le parti (che attualmente manca, e forse anche questa è una fortuna). Pertanto, oggi come “oggi”, di guerre non ve ne saranno, e gli italiani potranno continuare a rappresentarsi la contesa Putin/Erdoğan così:


In fondo, anche se il “Sultano” e lo “Zar” hanno fatto la pace, la maggior parte dei siti di “contro-informazione” sembrano ancora ispirarsi all’illuminante tazebao di cui sopra (che non so a chi attribuire perché la fonte è sparita).

Anzi, la tendenza attuale pare sia proprio quella di dare a credere di essere finanziati dal Cremlino, in modo da crearsi una reputazione da “manciuriani”. Certo sarebbe entusiasmante scoprire che dietro a questa ondata di russofilia ci sia davvero Mosca, ma al momento è difficile crederci. Basta vedere a quali scalzacani si affidano le varie “agenzie” per capire la distanza dalla disinformatsija sovietica: infatti chi fa propaganda (o anche “comunicazione strategica”) deve essere non solo insospettabile e al riparo da qualsiasi sputtanamento, ma anche in grado di fornire informazioni utili ai propri committenti. Mi domando quali “segreti” possano rivelare certi figuri che si stanno riciclando in una specie di “putinismo senile”.

A incoraggiarli contribuisce poi, paradossalmente, l’andazzo dei media mainstream che non si vergognano di pubblicare bufale che avrebbero messo in imbarazzo persino i redattori del “Reader’s Digest” ai tempi della Guerra Fredda (Putin ha fatto vincere Trump, Putin fa stuprare le donne tedesche dagli immigrati…).
La paranoia sulle fake news ha dunque generato una soluzione “omeopatica”, cioè spararle ancora più grosse? In tal modo si finisce per giustificare ogni complottismo; è un gioco pericoloso perché pregiudica a priori qualsiasi tentativo di analisi razionale.
Posso già immaginare come la galassia di siti “contro-informativi” strologherà sull’accoppiata vincente “attentato con un camion in Europa” (Nizza, Berlino) & “qualcosa in Turchia” (golpe, uccisione di un ambasciatore). È un peccato che nessuno si prenderà invece la briga di indagare seriamente (quindi cum grano salis) sui collegamenti tra le “centrali” terroristiche in Europa e in Medio Oriente.

È anche vero che alcune coincidenze sono molto suggestive: proprio ieri, per esempio, leggevo sul “Corriere” la storia “rivisitata” di Herschel Grynszpan, l’assassino del console tedesco a Parigi che fornì il pretesto per la Kristallnacht. Secondo quanto scrive l’articolista (La foto dell’assassino… ), che, come tradizione di via Solferino, si limita a tradurre quello che trova sui quotidiani anglosassoni (in questo caso il “Guardian”), Grynszpan sarebbe stato l’amante dell’ambasciatore e lo avrebbe ucciso solo per motivi passionali, addirittura (si insinua) sollecitato dai nazisti stessi (che poi si sarebbero disinteressati del suo destino). Sono ipotesi di cui si discute da anni, ma il fatto che la sera stessa in cui ne parlano i giornali vi sia un altro assassinio di un diplomatico è in effetti perturbante (unheimlich).

Ricordo però, giusto per tornare coi piedi per terra, che sin dai tempi del buon Gribdojedov i russi non hanno mai avuto molta fortuna con i propri ambasciatori; d’altro canto è positivo che l’abitudine impedisca loro di scatenare una guerra ogni volta che capita il fattaccio.
Perciò, lo ripetiamo, la fine del mondo non è per domani (cioè oggi, o ieri).  È un bene che nemmeno Putin si informi attraverso la cosiddetta “contro-informazione”, come dimostra la sua dichiarazione a caldo sull’assassinio del console russo in Turchia: “È una provocazione per compromettere il processo di pace in Siria” [«Провокация на срыв мирного процесса в Сирии»].
Anche Erdoğan ha convenuto con l’interpretazione di Putin: «Sappiamo che questa è una provocazione per compromettere il processo di normalizzazione delle relazioni fra Turchia e Russia, ma il governo Russo e quello della Repubblica Turca non si faranno influenzare da questa provocazione» [“Biliyoruz ki bu Türkiye-Rusya ilişkilerinin normalleşme sürecini özellikle bozmaya yönelik bir provokasyondur ama bu provokasyona gelmeyecek kadar Rusya yönetimi ve Türkiye Cumhuriyeti yönetimi de irade sahibidir”].

Queste alla fine sono le uniche cose che contano. Il resto sono chiacchiere imbastite da quelli che vorrebbero essere più zaristi dello Zar: a costoro consiglio di limitarsi a commentare su “YouTube” i filmati di Putin con i cagnolini (infinitamente più interessanti delle loro articolesse):

domenica 18 dicembre 2016

Un romanzo aveva previsto le primavere arabe

Eh sì, cari miei, era tutto scritto in questo romanzo, Il gruppo selvaggio di Matthew Eden, pubblicato nel 1975 ma ambientato nel 1978, dove si narra dell’impresa di un manipolo di agenti segreti che riesce a uccidere il presidente libico Jalloud e portare la pace in Medio Oriente.



Non è quello che poi è esattamente successo? Già, proprio così…
Ma no, sto scherzando, è che il popolo di internet impazzisce per queste cose. In realtà si tratta del classico fogliettone della collana “Segretissimo”. Il titolo originale è Driven by lions, ma credo sia inventato così come l’identità dello stesso scrittore (che sia costui? È impossibile che una persona vissuta negli anni ’70 del secolo scorso non abbia lasciato traccia su Google, c’è pure un mio parente che all’epoca giocava nella Serie D).

Sono entrato in possesso del prezioso volume dopo aver incamerato tutta la collezione di un povero scapolo di provincia, il cui patrimonio librario è stato gettato per strada dai parenti soprattutto a causa del tanfo da esso emanato. Non che avessero tutti i torti: l’odore di cantina è così intenso che pure io sarò costretto a buttarli via, ma per evitare che qualche bibliomoralista si scateni, prometto che prima darò un’occhiata a ogni esemplare (è inutile fare sceneggiate, io le provo sempre tutte per sconfiggere la muffa, ma se non ci riesco quella intacca i libri accanto e poi si estende al mio intero microcosmo).

Veniamo al romanzaccio: oggi va di moda prendere qualsiasi porcheria (a livello letterario, musicale o cinematografico) e farla diventare un veicolo per messaggi segreti lanciati da chissà quale congrega. Tutto può essere, ma per spiegare certi fenomeni basta ricordarsi di quel che diceva Aristotele qualche millennio fa: il poeta svolge un compito più elevato dello storico perché descrive l’universale, quindi finisce sempre per azzeccarci, generalmente in modo “preterintenzionale”.
In tal caso, l’arguto Eden ha capito che gli americani prima o poi si sarebbero sbarazzati di Gheddafi (anche se poi l’hanno fatto così in ritardo e in maniera talmente indiretta da far venire più di un sospetto sui veri mandanti) e quindi si è inventato una storiella ricamando sulla cronaca dell’epoca.
La trama, per sommi capi, è infatti questa: da una parte c’è la Grande Unione Araba (comprendente Egitto e Libia), guidata da Jalloud/Gheddafi e dal presidente egiziano Aridi/Sadat in veste di vicepresidente. A un certo punto Jalloud dichiara guerra a Israele e annuncia l’embargo petrolifero; allora un uomo di Aridi incontra in segreto il presidente degli Stati Uniti attraverso il Segretario di Stato Putnam/Kissinger e gli propone di uccidere il “cane pazzo” Jalloud in cambio del ritorno di Israele ai confini originari stabiliti dalle Nazioni Unite nel 1947. Gli americani accettano e mandano un “gruppo selvaggio” di spie provenienti da Francia, Inghilterra, Giappone, Olanda, Germania Ovest e Belgio. Arrivano al Cairo, blah blah blah, uccidono il Presidente e poi vengono “sacrificati” per placare l’orgoglio arabo (il finale era abbastanza prevedibile, non c’è nulla da spoilerare).

Tra i personaggi più interessanti, il maggiore olandese Vanderhoven, che viene tenuto sotto controllo dal capo della missione (l’agente della CIA Reid Thayer) in quanto pericoloso pederasta che si eccita nel posare la mano sulla spalla (o sul braccio o sul ginocchio o sulla schiena) dell’attraente capitano giapponese Saito. Thayer inizia sin da subito a sospettare dell’olandese osservandone la bocca («Le sue labbra avevano un aspetto troppo morbido, anche la barba e i baffi»); tuttavia è solo quando Vanderhoven appoggia una mano sulla spalla di Saito che emerge la cruda e sconvolgente verità:


Le trovate che l’agente della CIA mette in atto per evitare che Vanderhoven seduca il giapponese sono un notevole esempio di comicità involontaria. È altrettanto spassoso ricordare che il pregiudizio americano nei confronti delle abitudini sessuali dei maschi olandesi, oltre ad affiorare in certe espressioni gergali come Dutch courage, di recente è emerso anche da alcune dichiarazioni del generale John J. Sheehan, che ha collegato il massacro di Srebrenica alla effeminatezza dei Dutch soldiers, i quali si sarebbero arresi ai serbi proprio in quanto pederasti.   

Un’altra figura che vivacizza un po’ l’intreccio è la spia inglese Grainger, che odia gli ebrei perché gli hanno ucciso il padre («Nel quarantasette […] cercava di impedire che ebrei e arabi si scannassero tra loro. E gli ebrei gli hanno sparato alla schiena») e utilizza espressioni decisamente inconsuete per la letteratura contemporanea:


Questo Grainger durante l’assalto alla villa del Presidente libico tenta di sabotare la missione «perché odiava gli ebrei e l’idea che Jalloud cancellasse Israele dalla faccia della terra gli andava più a genio del compromesso di Aridi».
Gli stessi israeliani provano a fermare il “gruppo selvaggio” attraverso l’amante di Thayer, che però viene strangolata dall’agente francese (la sequenza di azioni viene descritta in modo molto meno emozionante di come sto facendo io), e alla fine sono costretti ad accettare il compromesso. Qui lo scrittore coglie finalmente un dettaglio intrigante: «Gli israeliani preferivano che al potere nei Paesi arabi ci fosse un fanatico come Jalloud, sapendo che Washington non avrebbe mai permesso a un uomo simili di cancellarli dalla faccia della terra, piuttosto che accettare il compromesso con Aridi».
Grazie all’intuito del “poeta”, Eden svela un fenomeno che abbiamo poi potuto apprezzare negli ultimi anni, quando Tel Aviv si è messa a fare il tifo per Ahmadinejad in modo che fosse impossibile per gli americani portare alla luce e ufficializzare le trattative con l’Iran: infatti l’avvento del “moderato” Rouhani è stata per gli israeliani una sciagura, dato che ha permesso un spostamento degli equilibri mediorientali in favore di Teheran.

Bene, ora il libro dovrà inevitabilmente finire nel cestino. Mi piange il cuore, ma considerando il numero di copie presenti su e-bay (e in tutta Italia) mi pare anzi di rendere un grande servizio ai bibliofili: se tutti facessero come me, ne rimarrebbe un solo esemplare (che nessuno comprerebbe, ma il prezzo sarebbe comunque altissimo, tipo 15 euro).
Per concludere in modo positivo: quali insegnamenti ho tratto da questa lettura? Prima di tutto, bisogna sempre evitare di confondere “poesia” e “storia” (se proprio non ce la si fa, dedicarsi allora a opere più degne, tipo la Divina Commedia, Gli ambasciatori o Shining). Poi non credo ci sia altro. Ammetto di aver trovato stuzzicante l’idea che una volta la letteratura popolare potesse permettersi di considerare gli ebrei solo in quanto “israeliani”, senza buttarci in mezzo i sopravvissuti di Auschwitz e tutto il resto. Oggi siamo diventati molto sensibili sul tema; perciò eviterei di parlarne proprio adesso che il post è finito.

giovedì 15 dicembre 2016

Benoît XVI (le vrai)


Parfois, on parle de Ratzinger, à mi-voix. C’était lui, qu’il a déconnémais personne ne le saitqui sait ? qui sait ?

Le père Silvano Fausti (1940-2015), jésuite, confesseur du cardinal ultra-progressiste Carlo Maria Martini, a déclaré dans sa dernière interview que en 2012 le Cardinal avait exigé de Benoît XVI qu’il se retirât. Fausti a également évoqué un « geste symbolique » de Ratzinger : la déposition en 2009 sur le mausolée de Célestin V du pallium qu’il portait le jour de son intronisation, exactement au milieu de son pontificat (2005-2009-2013).

La renonciation du Benoît XVI a porté un grand coup à la papauté, surtout parce que a été transformée en une sorte de Concile Vatican III. Et nous savons comment ça s’est fini (ou plutôt comment ça n’est pas encore fini).
C’est comme une expérience dialectique : d’abord le retour de la Tradition et du Moyen Âge, puis la libération, le pape François… oui, le Pape… François. Et ensuite encore un effort, comme l’a dit le Marquis.

Je ne sais plus quoi penser (ou quoi dire) : ça devient difficile de cacher la catastrophe. Au final, le pape François c’est le vrai Benoît XVI ; je parle bien entendu du Pape de Jean Raspail dans son fameux roman Le Camp des saints (1973) :
« L’avion blanc du Vatican se posa seul, nettement détaché, avec plusieurs longueurs d’avance. Toujours et partout, l’avion du Vatican arrivait le premier. A croire qu’on le tenait prêt à partir jour et nuit, chargé de médicaments, de dominicains en jeans et de pieuses missives. Probablement volait-il à la vitesse supersonique des symboles. Pour l’équiper, le pape Benoît XVI se dépouillait de tous ses biens et des dernières apparences du luxe pontifical. Mais comme il survivait encore à travers le monde, surtout dans les paroisses les plus humbles et les plus arriérées, trop de catholiques bornés et superstitieux, incapables d’imaginer un Pape pauvre sans apparat, les dons affluaient aussitôt. Avec une régularité navrante, on le refaisait riche. Il voulait rester pauvre. Heureusement que l’avion blanc était là pour le tirer d’embarras ! Un Pape sympathique aux médias, qui avait épousé son époque. Bonne page de couverture ! On le décrivait se nourrissant d’une boite de sardines, avec une fourchette de fer, dans sa petite cuisine – salle à manger sous les combles du Vatican. Quand on songe qu’il habitait Rome, ville éclatante de santé, pétante d'une richesse bien gagnée au fil des siècles, on se dit qu’il y mettait vraiment du sien, cet unique Romain mal nourri. Il restait aussi quelques Romains  indécrottables pour l’en mépriser vaguement […].
Le Vatican vient de rendre publique une déclaration de Sa Sainteté le pape Benoit XVI : “ En ce Vendredi Saint, jour d’espérance de tous les chrétiens, nous adjurons nos frères en Jésus Christ d’ouvrir leurs âmes, leurs cœurs et leurs biens matériels à tous les malheureux que Dieu envoie frapper à nos portes. Il n’existe pas d’autre voie, pour un chrétien, que celle de la charité. La charité n’est pas un vain mot, elle ne se divise pas , ne se mesure pas, elle est totale ou elle n’est pas. Voici venir l’heure, pour nous tous, de rejeter les compromis où notre foi s’est dévoyée et de répondre enfin à l’universel amour pour lequel Dieu est mort sur la croix et pour lequel il est ressuscité ”. Fin de citation. On apprenait également que sa sainteté le pape Benoit XVI avait donné l’ordre de mettre en vente tous les objets de valeur encore contenus dans les palais et musées du Vatican, au profit exclusif de l’accueil et de l’installation des immigrants. […] On ne pouvait rien attendre d’autre d’un Pape brésilien ! Les cardinaux voulaient un pape novateur, au nom de l’Église universelle, ils l’ont eu ! ».
Ce n'est pas un hasard si le même Raspail a regretté la renonciation de Benoît XVI : « Cette nouvelle m’a attristé. Il m’a semblé devenir orphelin. Benoît XVI a restitué beaucoup de choses à l’Église, surtout à l’Église d’Europe. Il a mis un terme aux dérives de la liturgie, rétabli en grande partie l’existence du sacré, redonné une impulsion essentielle ».
Oui, mais ce n’était qu’un prix de consolation ; et maintenant ils veulent aussi reprendre l’os à ronger. Il s’agissait d’un plan ambitieux et prévoyant, nous devons le reconnaître. Beaucoup d’âmes ne sont désormais plus capables de distinguer le bien du mal. Alors finalement, je peux comprendre ceux qui se détournent de l’Église pour combattre au mieux le bon combat.
L’important est d’éviter de tomber dans un autre paradoxe : on reste comme ça, épicuriens réflexifs (oui, vous pouvez voter pour Le Pen).

mercoledì 14 dicembre 2016

Mozart non ha venduto più dischi di Beyoncé

Qualche giorno fa è circolata su diversi siti americani la notizia che quest’anno Mozart avrebbe venduto più dischi di Beyoncé, ripresa da alcune testate italiane (“Repubblica”).
Data la recente ossessione per le cosiddette “fake news”, pure io nel mio piccolo vorrei “sbufalarne” una: in realtà il box set dedicato a Mozart per il 225° anniversario della morte ha venduto solo un duecentesimo rispetto a Beyoncé e compagnia cantante.
L’illusione del “milione di copie” è data dal fatto che il cofanetto contiene 200 (!) dischi al prezzo di 500 dollari, quindi i poco più dei seimila esemplari acquistati sono diventati oltre un milione.


D’altro canto non è l’unica notizia falsa che circola sul compositore salisburghese: poco tempo fa su Facebook qualcuno si è inventato che Mozart fosse nero confondendolo con Joseph Boulogne, che in effetti è conosciuto come il “Mozart nero”, anche se il soprannome è stato inventato dai posteri.
Un’altra bufala d’annata su Mozart riguarda il famoso “effetto” che porta il suo nome: infatti non è scientificamente provato che ascoltare la Sonata K 448 faccia aumentare l’intelligenza spazio-temporale o la concentrazione durante lo studio.

Potremmo domandarci perché così entusiasmante la pseudo-notizia che un disco di classica ha venduto più di quello di una «cantante, ballerina, attrice e imprenditrice statunitense» (così “Wikipedia” su Beyoncé).
Sicuramente bisogna considerare la distanza tra il “classico” e il “moderno” che suggestiona ancora l’immaginario collettivo (ne ho già parlato). Credo tuttavia che la celebre battuta di Woody Allen («Io non posso ascoltare troppo Wagner, lo sai... già sento l’impulso a occupare la Polonia») si avvicini molto alla verità. Sono noti i controversi rapporti tra l’opera wagneriana e Israele (chi vuole suonarlo da quelle parti lo fa a suo rischio e pericolo), ma ciò non viene comunque percepito come una forma di censura. Mentre, per fare l’esempio più recente, ha suscitato enorme clamore il fatto che la legge argentina proibisse formalmente ai Kraftwerk di esibirsi a Buenos Aires in base all’associazione tra uso dei sintetizzatori e  spaccio di stupefacenti (la crisi è poi rientrata).
Lasciando da parte il pregiudizio positivo nei confronti degli ebrei, sembra che anche proibire la musica classica sia un modo per riconoscerle una potenza particolare (una nota di Wagner potrebbe provocare un nuova Shoah?). Il che dimostra l’esistenza di un altro pregiudizio positivo, dipendente in parte dalla scarsa conoscenza generale di quella che definiamo “musica colta” (togliendo dai seimila che hanno comprato il cofanetto di Mozart per convenzione –incluse scuole e biblioteche–, quante potrebbero essere le persone che hanno effettivamente ascoltato i duecento dischi, se non qualche decina?), ma anche dall’idea che, se bisogna proprio fare una guerra mondiale, è sempre meglio avere come sottofondo Mozart piuttosto che Beyoncé.

È un concetto ben illustrato dalla Cavalcata delle Valchirie sparate a tutto volume in Apocalypse Now durante l’assalto dei soldati americani a un villaggio vietnamita (una scena verosimile, anche se per la guerra psicologica gli Stati Uniti preferirono utilizzare «eerie sounds and altered voices», facendo credere ai Vietcong di essere perseguitati dagli spiriti dei soldati non seppelliti).
Ancor più evidente tale collegamento in Arancia Meccanica di Kubrick, nel quale le note beethoveniane vengono riportate dall’empireo (dove le ha collocate la cultura) alla terra (in cui invece le pone la storia), come è stato acutamente osservato dal critico Giuseppe Rausa:
«Alex ama la musica colta, soprattutto Beethoven. Questo particolare propone un elemento di riflessione scettico-nichilista, perfettamente allineato alla visione umana disincantata di Kubrick: […] l’arte viene raffigurata come priva di quelle qualità morali tanto celebrate da una certa cultura idealista; al contrario essa appare un luogo ambiguo e polivalente, nel quale ciascuno può cogliere gli aspetti che gli sono più confacenti e simili. Così l’arte beethoveniana, animata da una volontà aggressiva e da una forza dirompente (aspetti peraltro ampiamente riflessi nella biografia stravagante e piena di ossessioni del compositore di Bonn), appaiono ad Alex la giusta colonna sonora delle proprie scorribande criminali; e ciò risulta ancor più ironico poiché il brano continuamente citato è proprio quel quarto movimento della Nona sinfonia sul testo An Die Freude di Schiller, che costituisce un importante e celebrato manifesto dell’ideologia della fratellanza massonica (lo fu fin dall'origine: la nona fu commissionata a Beethoven dalla massonica Philharmonic Society di Londra nel 1817 e completata dal musicista nel 1824).
Dunque l’incitamento all'amore universale di Beethoven/Schiller incentiva il suo opposto; Eros si trasforma in Thanatos o meglio la pura scrittura dei suoni beethoveniani contiene questa possibilità fin dall'inizio. Né appare casuale la presenza ancora di un frammento di tale quarto movimento (il celebre, “estatico” Alla marcia) quale commento al documentario sul nazismo imposto ad Alex all’interno della cura Ludovico: la musica sinfonica tedesca (quella di Beethoven in particolare) contiene quell'istinto aggressivo, quella volontà di potenza che si manifesterà nell’ascesa della nazione prussiana a partire appunto dagli anni beethoveniani (nel medesimo periodo esce il fondamentale trattato Sulla guerra [1831] del prussiano Von Clausewitz, vangelo di una certa concezione militare della realtà, insita nella cultura tedesca), ascesa che si realizza in un’espansione costantemente vittoriosa (gli anni di Bismarck, Sedan 1870, il secondo Reich) fino alla catastrofe del nazismo, […].
Kubrick sembra alludere a questa complessa (e finora insufficientemente indagata) problematica, smascherando la visione edulcorata di un preteso nobile sinfonismo, espressione di ideali di pacificazione universale: la musica tedesca racconta l’animo tedesco, il suo desiderio di supremazia […]. Questo è, coerentemente, ciò che “incanta” Alex allorché egli si immerge nell’universo sonoro beethoveniano. […] Peraltro anche la cura Ludovico porta il nome del compositore tedesco, poiché anch’essa esprime una volontà di potenza, quella dello Stato o, meglio di una compagine politica di destra (simboleggiata dall’autoritario ministro degli interni), decisa a tentare ogni possibile soluzione, per quanto azzardata e lesiva della dignità umana, al fine di vincere la propria battaglia contro la microcriminalità. Inutile ricordare che anche questa battaglia, combattuta in nome dell’ordine e della legalità, serve soprattutto ai suoi artefici intenti a consolidare il proprio potere politico contro le minacce della fazione opposta, esemplificata nello scrittore Alexander. Desiderio di dominio, crudele manipolazione dell’altro, illusione tecnocratica sono le componenti della cura Ludovico: l’ambiguo universo sonoro beethoveniano può dar voce perfino a queste pulsioni».
La morale pare sia proprio questa: la “musica giusta” dà l’illusione che l’estetica si trasformi in etica e che le azioni più orribili acquistino un senso, o addirittura una moralità. Tuttavia è solo la forbice del tempo che sembra giudare i diversi (pre)giudizi in campo musicale e generalmente artistico. Certo, se Mozart vendesse davvero più di Beyoncé allora tutti i discorsi sugli “illuminati” acquisterebbero immediatamente la rispettabilità culturale di cui ancora difettano, ma forse non ne saremmo più tanto entusiasti.