lunedì 26 dicembre 2016

La musica (non) muore

La scomparsa di George Michael è stata come la mazzata finale su un 2016 che i giornali hanno definito “l’annus horribilis del mondo della musica”. La conta l’avevo fatta anch’io, ma mi ero fermato a luglio per ovvi motivi di scaramanzia. Per gli stessi motivi non voglio riprendere l’elenco ora, anche se è difficile non ricordare Leonard Cohen (7 novembre), Greg Lake (7 dicembre, dopo Emerson il 10 marzo: chissà cosa starà facendo ora Carl Palmer…) e per cumulus i 64 componenti del Coro dell’Armata Rossa deceduti in un incidente aereo ieri a Natale (con loro doveva esserci anche Toto Cutugno).


Noto di sfuggita che, a un livello artistico più generale e non soltanto musicale, assieme all’Italia (Ettore Scola, Dario Fo, Giorgio Albertazzi, Paolo Poli, Riccardo Garrone, Lino Toffolo, Bud Spencer) anche l’Egitto ha subito una “moria” simile. In realtà il “fenomeno” in sé forse nemmeno sussiste, però esistono le sue interpretazioni, anche le più insulse (il “Corriere”: «Più persone nate in una certa fascia di tempo, più persone diventate famose, più persone che oggi sono anziane e quindi hanno più probabilità di morire»), e sono queste che andrebbero approfondite.
Ad ogni modo prima di stilare un bilancio (non da un punto di vista quantitativo, ovviamente) sarebbe meglio attendere la fine del 2016. Nel frattempo il sottofondo adatto alla situazione mi pare essere “La musica muore” di Battiato/Camisasca (preferisco di gran lunga l’interpretazione solista di Camisasca, ma il testo di questa seconda versione è decisamente più pertinente):


Sono anni che non cambia niente
tutto è chiuso in un sacco a pelo
con un dito quante macchine ho fermato
quanti stop alle frontiere ho sopportato

Degli Stones amavo “Satisfaction”
e dei Doors “Come on baby light my fire”
ascoltavo “Penny Lane” per ore ed ore

Mi ritorna l’eco dei concerti
mi ritorna l’acqua dentro il sacco a pelo
tutt’intorno i fuochi ormai si sono spenti
non resta che un pallido colore
...La musica muore

Parco Lambro, Woodstock, l’isola di White.
quanta gente strana ho incontrato per strada
giravo per l’Europa da Londra ad Amsterdam...
on the road again, my generation.

domenica 25 dicembre 2016

Häid jõule


Questa dolce ragazza estone (non sono tutte così, ma quasi) ci ricorda due cose importanti:
1) nonostante l’Estonia sia una delle nazioni “meno religiose al mondo” (Wikipedia) alla maggior parte degli estoni piace andare alla Messa di mezzanotte (il “servizio divino” dei luterani);
2) l’estone è una delle poche lingue europee, assieme a quelle scandinave, a chiamare il Natale con il nome della festività corrispondente nel mondo pre-cristiano, Jõulud (Yule, Jul, Joulu, Jól, tutti dal proto-germanico jehwlą).

Molti amici estoni mi hanno confermato il fatto che le loro chiese la notte della vigilia siano sempre affollate. È un fenomeno che si ripete da quando il Paese ha conquistato l’indipendenza: prima il Natale era considerato un giorno come un altro (si lavorava, le scuole erano aperte) e i russi avevano ridotto tutte le manifestazioni di religiosità alla celebre versione sovietica di Santa Claus, Nonno Gelo.
Non è quindi da escludere un certo grado di “identitarismo” in tali celebrazioni, anche se spiegarle solo in tal senso sarebbe piuttosto meschino. In realtà se in quanto cattolico (o almeno cristiano) mi trovassi in Estonia il giorno di Natale, non mi sentirei per nulla spaesato tra alberelli addobbati, persone che si scambiano doni, e forse persino qualche presepe (o un surrogato con elfi e altri personaggi del folklore locale).

È banale osservare che la religione ha sempre una dimensione materiale (vorrei dire “mondana”, ma non è il caso di entrare in polemica proprio il giorno di Natale). Le due annotazioni della ragazza estone richiamano indirettamente gli etimi principali della parola stessa: relegere (una “riconsiderazione” della festa del solstizio d’estate nell’ottica del nuovo culto) e religare (praticare riti che tengano uniti gli uomini quel minimo che basta per rendere sopportabile la convivenza in una stessa società).
Ora che, sul nostro fronte, gli appelli a una “spiritualizzazione” del Natale contro la “deriva consumistica” stanno stravolgendo la festa (o il tempo della festa), credo sarebbe il caso di tornare infine alla dimensione materiale e, a questo punto, anche identitaria, del cristianesimo.

Qualche anno fa Pietro Citati scrisse per il “Corriere” un grottesco elogio delle chiese vuote, in cui magnificava la fede solitaria («Non c’è nulla di così intimamente cristiano») e vedeva nella diserzione dei fedeli un trionfo del “cristianesimo puro”: «In questi ultimi sessant’anni, il cristianesimo ha perduto i fedeli che veneravano il Cristo perché così volevano il potere e la società: dunque, mai o quasi mai per un impulso religioso. Ora, dopo tante perdite, sono rimasti i cristiani puri: quelli che siedono o pregano nelle chiese vuote, che leggono i Vangeli e le migliaia di libri, che la fede e la tradizione hanno ispirato durante quasi venti secoli».
Così una religione non può funzionare, chiunque è in grado di capirlo: non è dove «non soffia nemmeno un respiro umano» che Cristo può essere propriamente venerato. Il dualismo estremo tra spirito e materia, tra autenticità e ritualità, concepito in tali termini è una faccenda abbastanza recente, che nei confronti del Natale assomiglia quasi a una dissociazione: chi addobba un alberello o scarta i regali sta facendo qualcosa di contrario alla purezza, allo spirito, alla verità

È un bene che, in questo panorama desolante, resista almeno la fede nel consumismo, anch’essa pericolosamente minata dal terrorismo (anche psicologico).
I negozi pieni fino al limite, i mercatini che occupano interi viali, le tavole imbandite e stravolte dalle carte e dai nastrini dei nostri ridicoli e domestici potlatch: la fede resiste solo in questo; chi predica un qualcosa di superiore o ulteriore è fedele solo al nulla, e soltanto a esso vuole consegnarci.

Buon Natale da Erdoğan


Il messaggio di Natale inviato dal Presidente Recep Tayyip Erdoğan ai cristiani di Turchia e del mondo:
«Hristiyanlık inancına mensup vatandaşlarımızı Noel yortuları vesilesiyle en içten duygularımla tebrik ediyorum. Anadolu topraklarında yüzyıllardır hüküm süren barış ve huzur ortamı, farklılıkları zenginlik olarak gören, karşılıklı saygı ve sevgiyi esas alan, din, dil ve ırk ayrımı yapmayan kadim geleneğimizin ürünüdür. Bu köklü geleneğin mensupları olan bizler, bugün de savaş, zulüm ve baskıdan kaçan tüm mazlumlara hiçbir ayrım gözetmeden kucak açmaya devam ediyoruz. Binlerce yıldır süregelen devlet geleneğimiz, maddi ve manevi boyutlarıyla tüm insanlığa örnek olan muhteşem medeniyetimiz, muhtelif inanç ve geleneklerin geçmişte olduğu gibi günümüzde de bu coğrafyada barış ve huzur içinde bir arada yaşamalarına imkan sağlamaktadır. Farklı mezhep, gelenek ve kiliselere mensup Hristiyan vatandaşlarımızın, kendi inançları doğrultusunda kutladıkları Noel yortularının, yardımlaşma ve dayanışma ikliminin gelişmesine vesile olmasını diliyor; başta Hristiyan vatandaşlarımız olmak üzere, tüm Hristiyan aleminin Noel yortusunu tebrik ediyorum.»

“Rivolgo a tutti i connazionali appartenenti alla fede cristiana gli auguri più sinceri per la festività del Natale. La pace e la tranquillità che per secoli hanno regnato nelle nostre terre sono il frutto di una tradizione che riconosce la diversità come una ricchezza, una tradizione basata sul rispetto e sull’amore reciproco, che non discrimina in base alla fede, alla lingua e alla razza. In quanto rappresentanti di questa profonda e radicata tradizione, noi continuiamo ad accogliere tutti gli oppressi che oggi fuggono dalla guerra, dalla tirannia e dalle persecuzioni. La nostra tradizione politica, sopravvissuta nei secoli, e la nostra gloriosa civiltà, che è un esempio per l’umanità dal punto di vista materiale e morale, consentono agli usi e ai costumi più disparati di convivere assieme nella stessa regione, oggi come nei tempi passati. Confidiamo che i nostri connazionali cristiani appartenenti alle diverse denominazioni, tradizioni e chiese, che oggi celebrano la festività del Natale, contribuiscano allo sviluppo di un clima di fratellanza e solidarietà. Auguro perciò un buon Natale ai nostri connazionali cristiani e a tutti i cristiani del mondo.”

venerdì 23 dicembre 2016

La buona battaglia e la buona guerra

Giusto due parole su quanto accaduto tra Berlino e Milano ultimamente.

La cronaca è nota a tutti: il 19 dicembre 2016, un tunisino ruba un camion polacco a Cinisello Balsamo (MI) e falcia decine di persone in un mercatino di Natale a Berlino; poi fugge attraverso la Francia e torna in Italia, a Sesto San Giovanni, giusto qualche chilometro di distanza dal punto di partenza; una pattuglia lo ferma alle tre di notte e nella colluttazione che ne segue il terrorista viene ucciso.
Oltre all’“arma” utilizzata e alla nazionalità degli attentatori, c’è un altro punto di contatto con la strage di Nizza dell’estate scorsa: il passaggio di entrambi dall’Italia. Si può addirittura affermare che questi mostri siano “cresciuti” nel nostro Paese: il “tunisino di Berlino” a Lampedusa e nelle carceri nazionali, dove si è “radicalizzato”; quello di Nizza facendo avanti e indietro dall’Italia con alcuni personaggi noti all’intelligence francese per far parte della “filiera siriana”.

Non vorrei che ora l’Italia fosse costretta a pagare il prezzo di un nuovo “Lodo Moro”, così come di recente è capitato ai belgi: ricordiamo infatti che l’antecedente delle bombe di Bruxelles furono le retate nel quartiere di Molenbeek, che fino a poco prima era considerato un santuario jihadista (da lì erano passati tutti i perpetratori delle recenti stragi francesi).
Anche nel nostro Paese ci sono stati diversi arresti di aspiranti terroristi, però finora non ne era mai stato ucciso uno “in azione”. Le dinamiche dell’evento sembrano chiare, eppure sfugge qualcosa: se non c’è stata una soffiata, si può almeno ipotizzare che la cellula di riferimento abbia abbandonato il terrorista al suo destino (del resto in una missione suicida uno dovrebbe appunto morire)?
Ad ogni modo, il messaggio che adesso si vuol far passare è che non l’abbiamo fatto apposta: tuttavia il pericolo di una ritorsione è reale, soprattutto qualora il governo decidesse di bonificare sul serio le “Molenbeek” italiane.

È questa, d’altro canto, la morale del cosiddetto securitarismo: se è più difficile prevenire un attentato che un terremoto, almeno si dia ai cittadini l’illusione di sicurezza. Ha detto bene il giornalista francese David Thomson in un’intervista al “Corriere” del settembre 2015 (che per fortuna i complottisti si sono persi):
«In Francia l’opinione pubblica, secondo i sondaggi, vuole che si faccia qualcosa contro lo Stato Islamico in Siria e Iraq. Le autorità francesi poi si attendono un attentato di grande portata, giudicato purtroppo inevitabile. Prima o poi accadrà, nonostante tutti gli sforzi per scongiurarlo. E bisognerà poter dire: “La Francia ha fatto il possibile, la Francia è in guerra e sta già bombardando lo Stato islamico”. Questi raid sono preventivi, pensati per il momento in cui il Paese sarà vittima dell’attacco su larga scala che tutti si aspettano».
Alla fine, si tratta di un compromesso accettabile, perché dà almeno un senso a una morte assurda (forse addirittura nobilitandola): ci attaccano perché ci opponiamo al terrorismo, non perché siamo dei codardi.

Perciò qualsiasi azione repressiva è ben accetta, anche se porterà a nuovi attentati: del resto la politica delle “mani alzate” (nel senso di: “ci arrendiamo”) non ha funzionato. Persino la Boldrini l’ha capito, tanto che il suo tweet di congratulazioni per l’uccisione del terrorista (questo è parlar chiaro!) è uno di quelli da incorniciare (o almeno screenshottare), assieme alle reazioni isteriche dei suoi seguaci:
Visto che a me non piace filofesseggiare, concludiamo con alcune indicazione pratiche.

Prima di tutto, andrebbe evitato l’errore di confondere il terrorista con il guerrigliero o il tirannicida, e di conseguenza sarebbe anche opportuno piantarla di deresponsabilizzare tali soggetti trattandoli come “buoni selvaggi” traviati dall’eminenza grigia di turno.
Le persone cattive esistono, non avete fatto anche voi le medie? (Quello è il brodo di coltura, lasciamo stare il Mossad). Lo scopo di un terrorista è terrorizzare, non favorire un cambio di governo o far sentire le persone parte di una comunità. È un fenomeno recente che riguarda la democrazia liberale, visto che è una delle poche forme di governo (forse l’unica) che consente di esercitare pubblicamente l’odio verso di essa trovando proprio in questo la sua giustificazione, e riducendo quindi ogni potenziale rivoluzionario a terrorista. Intendo dire che, al di là dei pretesti, il terrorista in una democrazia rimane sempre e solo un terrorista, anche qualora si decidesse a colpire i “cattivi” (chessò, i banchieri, i politici, gli omofobi) oppure, semplicemente, l’avesse vinta.

In secondo luogo, ognuno di noi dovrebbe impegnarsi a combattere la barbarie almeno dalla propria posizione, senza necessariamente “schierarsi” o “allinearsi”.
I cattolici non lo stanno facendo, o per meglio dire sono impediti a farlo a causa dell’atteggiamento del loro massimo rappresentante, che non contento di aver favorito l’immigrazione di massa verso l’Europa per motivi ancora oscuri, ha indirettamente giustificato il primo attentato della nuova stagione del terrore (quello a Charlie Hebdo), affermando che è legittimo “tirare pugni” quando qualcuno offende la propria fede. Da quella prima esitazione nel condannare un’orrenda strage (ma chissà il Santo Padre quanto si sarebbe stracciato le vesti a parti invertite), il fumo di satana è entrato nelle nostre società (i preti non erano contenti di averlo già fatto penetrare nella Chiesa).
I cattolici non possono scansare le proprie responsabilità sociali, perché se è vero che individualmente essi possono aspirare al martirio, non posso però imporlo a una collettività (a meno che il cristianesimo non si sia così profondamente pervertito da considerare Masada un esempio positivo). Non è necessario, come detto, far fronte comune con chicchessia, ma almeno consentire al prossimo di combattere per il proprio diritto a esistere: se ad alcuni spetta la buona battaglia, a tutti spetta invece la buona guerra, quella che secondo Zarathustra “santifica ogni causa” [Der gute Krieg ist es, der jede Sache heiligt].

giovedì 22 dicembre 2016

La stagione del terrore

Stańczyk
(Jan Matejko)
Lasciando da parte anche solo per un attimo tutte le paranoie e i complottismi del caso, mi piacerebbe capire i motivi per cui negli ultimi due anni gli attentati terroristici in Europa sono decuplicati: non so se sia ancora possibile proporre un’analisi del genere senza tirare in ballo primule rosse e false bandiere, ma vorrei nel mio piccolo provarci.

Una prima considerazione elementare è che tra le bombe di Madrid (11 marzo 2004) e Londra (7 luglio 2005) e l’attentato di Charlie Hebdo (7 gennaio 2015) intercorrono dieci anni. Un lasso di tempo non indifferente, che se non fosse per la comune natura di atti terroristici renderebbe tali episodi estranei gli uni agli altri. È quindi dall’assalto alla sede del giornale satirico che dobbiamo partire con la conta: nel 2015, dopo Charlie, abbiamo avuto in Francia decapitazioni e assalti ai treni, fino all’apoteosi del 13 novembre, mentre nel 2016 ci sono stati gli attentati di Bruxelles (22 marzo), il camion lanciato sulla folla a Nizza (14 luglio), la sparatoria di Monaco (22 luglio), lo sgozzamento di un sacerdote in una parrocchia normanna (26 luglio) e un altro assalto con un camion a Berlino (19 dicembre).

Il parallelo, che a me pare evidente ma che nessuno ha preso in considerazione (se non appunto esclusivamente da una prospettiva “complottistica”), è quello con gli anni di piombo.
Il primo attentato rivendicato dalle Brigate Rosse fu infatti l’assalto a una sede padovana dell’MSI, nel quale vennero uccisi due militanti. Dopodiché il terrorismo rosso dilagò in Italia allo stesso modo in cui a livello europeo sta ora dilagando quello islamico: possiamo chiamare in causa la strategia della tensione, i servizi segreti, l’immigrazione, la violenza dilagante, eccetera; ma tra le cause che dovremmo collocare al primo posto resta sempre la sottovalutazione del fenomeno.
Così come all’epoca un assalto a una sede di partito sembrò un qualcosa di trascurabile (“Si ammazzino pure fra di loro”), se non giustificabile (“In fondo erano fascisti”), allo stesso modo quel primo assalto alla redazione di Charlie Hebdo non venne considerato un segnale di allerta, ma un semplice episodio di cronaca, nei confronti del quale ci si è potuti permettere il lusso dell’equidistanza.

È proprio questo, l’humus da cui è spuntata la nuova stagione del terrore. Il resto non sono che tentativi de se faire une raison: quando gli apologeti della “giustizia islamico-proletaria” hanno capito che i prossimi sarebbero stati loro, era ormai troppo tardi per correre ai ripari. Vi ricordate, vero, quel che venne scritto una volta passato di moda il “Je suis Charlie”? In fondo non è passato molto tempo, si può ancora risalire alle panzane sulle “disdicevoli provocazioni”, il “razzismo verso la banlieue”, gli “opposti estremismi”, la “trappola dell’odio”, eccetera.
Come esempio illustre, basti quello di Régis Debray, del quale in anteprima “La Stampa” pubblicò, il giorno precedente gli attentati parigini del 13 novembre (sono concessi gesti scaramantici), un intervento/sermone per la rivista “Vita e Pensiero” (Elogio della tolleranza, fino a un certo punto). Si tratta di un eccellente compendio dei luoghi comuni del post-Charlie, tra i quali ricordiamo le proposte di stipulare un gentleman’s agreements basato esplicitamente sull’ipocrisia e promuovere una “pedagogia dell’umorismo” basata esplicitamente sulla censura.
Mi pare evidente che il paternalismo mascherato da “rispetto dell’alterità”, così come l’islamicamente corretto, non hanno avuto alcuna efficacia nella prevenzione del terrorismo; questo tipo di approccio impedisce soprattutto di individuare la benché minima indicazione sul da farsi (per esempio, chiudere Charlie Hebdo).

Lo stesso discorso vale anche per le soluzioni più “cattive”, dalla deportazione di tutti gli stranieri di fede islamica a un blando giuseppinismo sul modello della cosiddetta “Legge Jarovaja” approvata recentemente in Russia (anche se non è escluso che provvedimenti più energici ed incisivi dei gessetti colorati e delle candele profumate potrebbero perlomeno avere un effetto dissuasivo).

La verità è che, ora come ora, l’unica cosa da fare è attendere che passi ’a nuttata. Ripensandoci, non è forse questo l’atteggiamento che assunsero i vari governi italiani nei confronti del terrorismo rosso? Anche se, lo ribadiamo, è possibile che la coreografia reazionaria abbia aiutato ad accelerare il decorso (è un argomento complesso da affrontare, perché l’ispirazione da cui nascono gli attentati odierni non è soltanto ideologica, ma principalmente etnico-religiosa, dunque diventa indispensabile agire perlomeno su uno dei due elementi – come, per esempio, la cittadinanza –).

Dobbiamo quindi attendere che il terrorismo torni fuorimoda; nel frattempo sarebbe apprezzabile smetterla di considerarlo “accettabile” quando diretto contro le banche o i politici o i fumettisti o i fascisti.

mercoledì 21 dicembre 2016

Dugin & Jones (il dibattito)

Proprio oggi ho visto passare su una tv russa Alex Jones che dialogava con Aleksander Dugin… Fuck the what?! (o, come direbbero i russi, какого хрена?):


Siamo al melting point del cazzarismo! Questa è una grande epoca in cui vivere, chi può sostenere il contrario O R A? Mi è piaciuto l’intervento di Dugin: l’ho sempre considerato, appunto, un cazzaro (anche se infinitamente più credibile di Jones), ma ora che l’ho sentito parlare russo (credevo che la sua madrelingua fosse l’inglese ciancicato) mi è diventato più simpatico. Apprezzo il suo modo di esprimersi compassato, ben scandito, comprensibile. Ecco il messaggio di pace e fratellanza che ha rivolto all’amico americano dagli schermi di “Tsargrad TV”:
«Очень важно, Алекс, то, что вы говорите: сегодня мы находимся вместе в едином состоянии. Вы говорите о той гражданской войне, Алекс, которая идет в Америке, и она действительно идет. Эта же самая гражданская война идет в Европе. И, в принципе, в этой гражданской войне, которая тайно велась в нашей стране шестнадцать лет назад, тоже одержали победу силы добра в нашей собственной России.
Поэтому на самом деле мы прекрасно понимаем, что сегодня мы все в одинаковой ситуации – и русские, и американцы, и европейцы. Глобалисты не представляют Америку. Они – враги американского народа.
И когда вы говорите в своих программах: "You are resistance" - "Вы - сопротивление", обращаясь к вашим сторонникам, это звучит, как призыв к людям всего мира сбросить доминацию глобалистских элит, и установить в каждой из наших стран наш собственный - американский порядок в Америке, русский порядок - в России, турецкий порядок - в Турции.
И это - война и борьба, которая нас объединяет. До какого-то момента глобальные корпорации, транснациональные корпорации, глобалистские элиты представлялись нам голосом Америки. Благодаря победе Трампа мы знаем сегодня это принципиальное различие. Что есть американский народ - это вы, это те, кто является сопротивлением глобальной диктатуре, и есть эта политическая элита, которая организует против нас "цветные революции", но они же - Сорос, Клинтон, администрация Обамы, то, что называется “deep state”, организует "цветные революции" и против Трампа, не желая признавать демократической победой американского народа. И в этом отношении нам нужно думать о том, чтобы всем вместе, - американцам, русским, европейцам - что нам противопоставить этой элите.
Мы должны, каждый, защищая свою собственную систему ценностей, вступить друг с другом – народ с народом – в диалог, глубокий диалог. Мы отвергаем глобализм. Что мы хотим построить взамен? И на этот раз не вопреки Америке, не вопреки России, не вопреки Турции, и не для того, чтобы нам биться за наши узкие национальные интересы, убивая друг друга: то, что нам навязывают глобалисты – это настоящая гражданская война. Мы должны ее избежать. Мы должны повернуть эту гражданскую войну против тех, кто стремится ее развязать. И поэтому коммуникация, диалог, встречи, контакты, обмен взглядами, обмен идеями сегодня так важны.»

[“È molto  importante, Alex, quello che hai detto: oggi ci troviamo nella stessa situazione. Tu hai parlato della guerra civile che si svolge in America, ed essa esiste sul serio. È la stessa guerra civile dell’Europa. E, alla fine, è la stessa guerra civile che è cominciata in segreto sedici anni fa nella stessa Russia.
Perciò siamo consapevoli che oggi siamo nella stessa situazione, noi russi, americani ed europei. I globalisti non rappresentano l’America. Semmai rappresentano i nemici del popolo americano.
E quando tu dici nelle tua trasmissione “You are resistance”, rivolgendoti ai tuoi sostenitori, questo è un appello a tutti gli sconfitti dal dominio delle élites globali, una chiamata a ristabilire in ogni Paese il governo legittimo: gli americani governino in America, i russi in Russia, i turchi in Turchia.
Questa è la guerra e la lotta che ci unisce. A un certo punto, le società globali, le multinazionali, le élites globaliste, sembravano essere l’unica voce dell’America. Grazie alla vittoria di Trump sappiamo che esiste una differenza fondamentale tra il popolo americano – tu e quelli che hanno resistito contro la dittatura globale – e le élites politiche, quelle che hanno organizzato contro di noi le “rivoluzioni colorate”, che poi sono i Soros, i Clintoni, l’amministrazione Obama, il cosidetto “deep state” che ora organizza la “rivoluzione colorata” contro Trump, rifiutando di accettare la vittoria democratica del popolo americano. Appunto per questo dobbiamo iniziare a pensare assieme, americani, russi ed europei, noi che ci opponiamo a questa élite.
Dobbiamo difendere i nostri sistemi di valori, unirci assieme, i popoli con i popoli, e dialogare, dialogare intensamente. Quale alternativa vogliamo costruire? Questa volta non contro l’America, non contro la Russia, non contro la Turchia, per non combattere più e ammazzarci a vicenda a causa dei nostri piccoli interessi nazionali: questo è quello che vogliono i globalisti, una vera e propria guerra civile. Dobbiamo evitare tutto questo. Dobbiamo ribaltare questa guerra contro chi cerca di scatenarla. E perciò il dialogo, l’incontro, il confronto, le conferenze, i contatti, lo scambio di vedute e idee, sono oggi assolutamente importanti.”]

martedì 20 dicembre 2016

I topoi della turcofobia


Ogni volta che succede qualcosa in Turchia, gli articoli di Alberto Negri de “Il Sole 24 Ore” vengono fuori dalle fottute pareti della mia bacheca Facebook. Anche persone che considero mediamente intelligenti (altrimenti non le terrei tra i contatti) sono così impegnate a pendere dalle sue labbra da non accorgersi che, alla fine, il pezzo propinato da Negri su Erdoğan è lo stesso da anni. Che anch’egli soffra del “complesso del turcimanno” come tanti suoi degni colleghi? Non possiamo saperlo, ma è evidente che nel scrivere i suoi pezzi ormai Negri utilizzi solamente stereotipi e frasi fatte, senza più preoccuparsi di mantenere una minima aderenza alla realtà.

Prendiamo per esempio l’articolo di ieri (19 dicembre) Per Erdogan (sic) un colpo durissimo. I luoghi comuni balzano immediatamente agli occhi, a cominciare proprio dall’attacco: «Erdogan (sic) voleva diventare il nuovo raìs del Medio Oriente abbattendo Assad a Damasco». Il topos è quello del “Sultano”, anche se, per un probabile desiderio di originalità dopo tanto conformismo, Negri ora tira in ballo il “raìs”, un titolo che la pubblicistica contemporanea riserva esclusivamente ai presidenti arabi (il quale sarebbe appunto adatto più al povero Assad, l’umile Raìs vittima dell’arrogante Sultano –vedi come fila meglio il discorso?–).
Per cambiare un po’, sarebbe stato preferibile utilizzare “Pascià”;  notiamo di sfuggita quanto sia però ipocrita la pratica dello sberleffo selettivo: non risulta, infatti, che la Merkel sia mai stata definita Führerin, o che Netanyahu sia mai stato chiamato “Rabbino Capo” (sai le risate!); al contrario, la Cancelliera è rimasta, anche nei momenti peggiori, l’adorabile Mutti, mentre il primo ministro israeliano (che ha avuto solo momenti peggiori) resta sempre e comunque “Bibi”.
Ad ogni modo, la Turchia è un Paese democratico, che potrebbe sbarazzarsi del suo Sultano anche alle prossime elezioni: da quelle parti non esiste un qualcosa come un’Agenda Erdoğan portata avanti con un rimpasto dopo l’altro (ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale).

Il secondo topos è più classico: “La Turchia finanzia l’Isis”.
Scrive infatti Negri: «La Turchia è un Paese che oscilla pericolosamente verso una deriva mediorientale dove è stata trascinata dalle spericolate iniziative di Erdogan (sic) che voleva abbattere Assad aprendo cinque anni fa “l’autostrada della Jihad” e ora deve mettersi d’accordo con Putin e l’Iran per salvaguardare i suoi vulnerabili confini».
Suggerisco a Negri di dare un’occhiata all’infografica proposta dal suo stesso giornale: i primi tre Paesi a “rifornire” l’Isis di combattenti sono, in ordine, Arabia Saudita, Tunisia e Russia. Dunque la maggior parte degli “jihadisti” per giungere in Siria non ha bisogno di passare dalla fantomatica “autostrada della Jihad” (che peraltro è un termine maschile e si scrive minuscolo: il jihād).
Riguardo a tutti i cosiddetti foreign fighters europei, la responsabilità è da attribuire interamente a Francia, Germania e Gran Bretagna, nazioni che si sono rifiutate (per non si sa quali motivi) di sorvegliare chi andava a farsi una villeggiatura in Siria a Iraq, consentendogli addirittura di fare avanti e indietro (con le conseguenze che conosciamo).
In tali surreali circostanze la Turchia ha fatto quel che poteva, respingendo migliaia di aspiranti jihadisti; perciò appaiono infondate le accuse di connivenza e negligenza. Il resto sono panzane propagandistiche messe in giro non tanto dai russi, quanto da quelli “più zaristi dello Zar” che sperano che Putin, leggendo i loro siti, si incazzi perché “la Turchia finanzia l’Isis” e lanci una crociata per riconquistare Costantinopoli.

È buffo osservare anche il modo in cui molti giornalisti hanno ridotto tutti i conflitti mediorientali a “Erdoğan ce l’ha con Assad”, dimenticando che cinque anni fa c’era mezzo mondo a volersi sbarazzare del “tiranno” siriano, e che infine quelli che si sono sfilati lo hanno fatto più per pavidità e immoralità che per Realpolitik.

Negri ha la decenza di ricordare che «i leader occidentali […] [sono] complici dell”attuale deriva della Turchia» chiamando in causa «gli Stati Uniti in primo luogo, che con l’ex segretario di Stato Hillary Clinton hanno dato il via libera a Erdogan (sic) per far fuori Assad» e «la Francia che ha visto in Ankara una pedina per le sue ambizioni di ex potenza coloniale in Siria pagando con gli attentati del terrorismo di ispirazione jihadista». Però a tal punto tanto varrebbe chiamare in causa direttamente l’intero sistema solare...
È vero che nello spazio di un editoriale non si può andar troppo per il sottile (i lettori del “Sole” poi sono di bocca buona), ma questa assomiglia più a un favoletta della buonanotte che a un’analisi geopolitica strategica ecc. Da una parte i diavoli, dall’altra gli angeli, tra i quali vediamo ora nel ruolo di serafini Assad (ma non punterei troppo su questo cavallo, anche se obiettivamente ha dimostrato una resistenza inaspettata), Israele (diventato anch’esso “Santo Subito” grazie ai poteri taumaturgici di Putin) e i sempreverdi curdi (che si sono macchiati di numerosi crimini di guerra, ma di questo se ne parlerà forse quando anche loro avranno un pezzo di terra e la luna di miele con gli anti-qualcosa finirà immediatamente perché “i confini sono fascisti”).

Un’altra carta giocata da Negri per demolire Erdoğan è l’accusa di “non avere la situazione sotto controllo”: questa è un’argomentazione più sottile, seppur anch’essa abusata. In pratica, quando le cose si mettono male, cioè per esempio, quando un golpe degli “amati militari” (cit.) fallisce, allora è colpa di Erdoğan l’onnipotente, che si fa gli auto-attentati per aumentare il proprio potere. Quando la carta dell’auto-attentato non funziona, ecco che spunta Erdoğan l’impotente, che nonostante abbia in mano l’intero Paese non riesce a garantire la sicurezza. No, non è una personalizzazione: è il leader turco a essere intrinsecamente malvagio.

Infine, un ultimo topos che Negri sfrutta spesso è quello del cosiddetto neo-ottomanesimo, che per qualche strano percorso mentale nella sua visione corrisponde a un appoggio indiretto all’Isis. In realtà la definizione viene utilizzata soprattutto dai nemici della Turchia: lo stesso Assad nel 2011 ha accusato i turchi di “sognare il ritorno dell’Impero Ottomano”. Ankara invece intende questo “neo-ottomanesimo” in senso politico, culturale e commerciale. L’unica guerra di cui si può parlare fra Turchia e Russia è dunque quella degli investimenti economici nelle aree eurasiatiche dove al passato ottomano è subentrata una modernità russificante. In tutto questo non c’è alcun revanscismo: la Turchia, nel bene o nel male, possiede ancora una mentalità internazionale, nel senso che si crede rappresentante dell’Oriente e dell’Occidente, punto d’incontro tra Asia, Europa e Africa (e pure America, tramite la NATO), zona franca dei tre monoteismi, erede di una miriade di imperi, ecc.

Credo che questa stereotipizzazione estrema sia dovuta soprattutto al nostro approccio al mondo turco, che tutto sommato è ancora recente: di questo Paese sappiamo poco, ma siamo “costretti” a parlarne per la sua crescente rilevanza dal punto di vista politico ed economico. La nostra concezione della Turchia è appunto costruita su stereotipi, perlopiù negativi: di solito quando ne parlo con i miei amici (di “destra” o di “sinistra”), saltano sempre fuori stragi, stupri e torture, dai Martiri di Otranto (1480) a Pippa Bacca (2008).

È quindi comprensibile, per certi versi, che Alberto Negri proponga ai suoi lettori proprio quello che vogliono sentirsi dire. Come dice un antico proverbio ottomano, Tavuklarını biliyordur [“Conosce i suoi polli”]. Può darsi che un giorno persino tutto ciò possa diventare utile alla causa dell’amicizia italo-turca, magari nelle forme di un succès de scandale.

La fine del mondo ieri, oggi, domani

Le notizie di oggi (intendo “oggi” come un giorno qualsiasi) sono tutte molto interessanti (la categoria dell’interessante, secondo Kierkergaard, ha assunto “oggi” un’importanza cruciale), ma come al solito non bisogna dimenticare che la fin du monde n’est pas pour demain, nonostante una sorta di Franz Ferdinands Komplex spinga a credere che più il gesto è eclatante e maggiori sono le probabilità che esso conduca a una guerra mondiale.

Nella storia purtroppo (anzi, per fortuna) noi esseri umani decidiamo così poco che sono solo i “battilocchi” di bordighiana memoria (qualcuno lo legge ancora, Bordiga?) a pensare di poter influenzare gli eventi con un colpo di pistola o un camion lanciato sulla folla. I terroristi quindi dovrebbero, come dicono gli anglosassoni, mangiare la torta dell’umiltà, e capire che in qualsiasi caso loro non conteranno nulla, né qui né nella Gehenna.

Tuttavia non mi pare il momento di mettersi a ragionare sui massimi sistemi, né di trarre conclusioni affrettate; del resto nemmeno nella fase più acuta della crisi tra Mosca e Ankara si è riusciti a rimanere seri. Le guerre russo-turche sono notoriamente contorte e pittoresche, e il loro requisito minimo è uno spazio imperiale ben delimitato da entrambe le parti (che attualmente manca, e forse anche questa è una fortuna). Pertanto, oggi come “oggi”, di guerre non ve ne saranno, e gli italiani potranno continuare a rappresentarsi la contesa Putin/Erdoğan così:


In fondo, anche se il “Sultano” e lo “Zar” hanno fatto la pace, la maggior parte dei siti di “contro-informazione” sembrano ancora ispirarsi all’illuminante tazebao di cui sopra (che non so a chi attribuire perché la fonte è sparita).

Anzi, la tendenza attuale pare sia proprio quella di dare a credere di essere finanziati dal Cremlino, in modo da crearsi una reputazione da “manciuriani”. Certo sarebbe entusiasmante scoprire che dietro a questa ondata di russofilia ci sia davvero Mosca, ma al momento è difficile crederci. Basta vedere a quali scalzacani si affidano le varie “agenzie” per capire la distanza dalla disinformatsija sovietica: infatti chi fa propaganda (o anche “comunicazione strategica”) deve essere non solo insospettabile e al riparo da qualsiasi sputtanamento, ma anche in grado di fornire informazioni utili ai propri committenti. Mi domando quali “segreti” possano rivelare certi figuri che si stanno riciclando in una specie di “putinismo senile”.

A incoraggiarli contribuisce poi, paradossalmente, l’andazzo dei media mainstream che non si vergognano di pubblicare bufale che avrebbero messo in imbarazzo persino i redattori del “Reader’s Digest” ai tempi della Guerra Fredda (Putin ha fatto vincere Trump, Putin fa stuprare le donne tedesche dagli immigrati…).
La paranoia sulle fake news ha dunque generato una soluzione “omeopatica”, cioè spararle ancora più grosse? In tal modo si finisce per giustificare ogni complottismo; è un gioco pericoloso perché pregiudica a priori qualsiasi tentativo di analisi razionale.
Posso già immaginare come la galassia di siti “contro-informativi” strologherà sull’accoppiata vincente “attentato con un camion in Europa” (Nizza, Berlino) & “qualcosa in Turchia” (golpe, uccisione di un ambasciatore). È un peccato che nessuno si prenderà invece la briga di indagare seriamente (quindi cum grano salis) sui collegamenti tra le “centrali” terroristiche in Europa e in Medio Oriente.

È anche vero che alcune coincidenze sono molto suggestive: proprio ieri, per esempio, leggevo sul “Corriere” la storia “rivisitata” di Herschel Grynszpan, l’assassino del console tedesco a Parigi che fornì il pretesto per la Kristallnacht. Secondo quanto scrive l’articolista (La foto dell’assassino… ), che, come tradizione di via Solferino, si limita a tradurre quello che trova sui quotidiani anglosassoni (in questo caso il “Guardian”), Grynszpan sarebbe stato l’amante dell’ambasciatore e lo avrebbe ucciso solo per motivi passionali, addirittura (si insinua) sollecitato dai nazisti stessi (che poi si sarebbero disinteressati del suo destino). Sono ipotesi di cui si discute da anni, ma il fatto che la sera stessa in cui ne parlano i giornali vi sia un altro assassinio di un diplomatico è in effetti perturbante (unheimlich).

Ricordo però, giusto per tornare coi piedi per terra, che sin dai tempi del buon Gribdojedov i russi non hanno mai avuto molta fortuna con i propri ambasciatori; d’altro canto è positivo che l’abitudine impedisca loro di scatenare una guerra ogni volta che capita il fattaccio.
Perciò, lo ripetiamo, la fine del mondo non è per domani (cioè oggi, o ieri).  È un bene che nemmeno Putin si informi attraverso la cosiddetta “contro-informazione”, come dimostra la sua dichiarazione a caldo sull’assassinio del console russo in Turchia: “È una provocazione per compromettere il processo di pace in Siria” [«Провокация на срыв мирного процесса в Сирии»].
Anche Erdoğan ha convenuto con l’interpretazione di Putin: «Sappiamo che questa è una provocazione per compromettere il processo di normalizzazione delle relazioni fra Turchia e Russia, ma il governo Russo e quello della Repubblica Turca non si faranno influenzare da questa provocazione» [“Biliyoruz ki bu Türkiye-Rusya ilişkilerinin normalleşme sürecini özellikle bozmaya yönelik bir provokasyondur ama bu provokasyona gelmeyecek kadar Rusya yönetimi ve Türkiye Cumhuriyeti yönetimi de irade sahibidir”].

Queste alla fine sono le uniche cose che contano. Il resto sono chiacchiere imbastite da quelli che vorrebbero essere più zaristi dello Zar: a costoro consiglio di limitarsi a commentare su “YouTube” i filmati di Putin con i cagnolini (infinitamente più interessanti delle loro articolesse):

mercoledì 14 dicembre 2016

Mozart non ha venduto più dischi di Beyoncé

Qualche giorno fa è circolata su diversi siti americani la notizia che quest’anno Mozart avrebbe venduto più dischi di Beyoncé, ripresa da alcune testate italiane (“Repubblica”).
Data la recente ossessione per le cosiddette “fake news”, pure io nel mio piccolo vorrei “sbufalarne” una: in realtà il box set dedicato a Mozart per il 225° anniversario della morte ha venduto solo un duecentesimo rispetto a Beyoncé e compagnia cantante.
L’illusione del “milione di copie” è data dal fatto che il cofanetto contiene 200 (!) dischi al prezzo di 500 dollari, quindi i poco più dei seimila esemplari acquistati sono diventati oltre un milione.


D’altro canto non è l’unica notizia falsa che circola sul compositore salisburghese: poco tempo fa su Facebook qualcuno si è inventato che Mozart fosse nero confondendolo con Joseph Boulogne, che in effetti è conosciuto come il “Mozart nero”, anche se il soprannome è stato inventato dai posteri.
Un’altra bufala d’annata su Mozart riguarda il famoso “effetto” che porta il suo nome: infatti non è scientificamente provato che ascoltare la Sonata K 448 faccia aumentare l’intelligenza spazio-temporale o la concentrazione durante lo studio.

Potremmo domandarci perché così entusiasmante la pseudo-notizia che un disco di classica ha venduto più di quello di una «cantante, ballerina, attrice e imprenditrice statunitense» (così “Wikipedia” su Beyoncé).
Sicuramente bisogna considerare la distanza tra il “classico” e il “moderno” che suggestiona ancora l’immaginario collettivo (ne ho già parlato). Credo tuttavia che la celebre battuta di Woody Allen («Io non posso ascoltare troppo Wagner, lo sai... già sento l’impulso a occupare la Polonia») si avvicini molto alla verità. Sono noti i controversi rapporti tra l’opera wagneriana e Israele (chi vuole suonarlo da quelle parti lo fa a suo rischio e pericolo), ma ciò non viene comunque percepito come una forma di censura. Mentre, per fare l’esempio più recente, ha suscitato enorme clamore il fatto che la legge argentina proibisse formalmente ai Kraftwerk di esibirsi a Buenos Aires in base all’associazione tra uso dei sintetizzatori e  spaccio di stupefacenti (la crisi è poi rientrata).
Lasciando da parte il pregiudizio positivo nei confronti degli ebrei, sembra che anche proibire la musica classica sia un modo per riconoscerle una potenza particolare (una nota di Wagner potrebbe provocare un nuova Shoah?). Il che dimostra l’esistenza di un altro pregiudizio positivo, dipendente in parte dalla scarsa conoscenza generale di quella che definiamo “musica colta” (togliendo dai seimila che hanno comprato il cofanetto di Mozart per convenzione –incluse scuole e biblioteche–, quante potrebbero essere le persone che hanno effettivamente ascoltato i duecento dischi, se non qualche decina?), ma anche dall’idea che, se bisogna proprio fare una guerra mondiale, è sempre meglio avere come sottofondo Mozart piuttosto che Beyoncé.

È un concetto ben illustrato dalla Cavalcata delle Valchirie sparate a tutto volume in Apocalypse Now durante l’assalto dei soldati americani a un villaggio vietnamita (una scena verosimile, anche se per la guerra psicologica gli Stati Uniti preferirono utilizzare «eerie sounds and altered voices», facendo credere ai Vietcong di essere perseguitati dagli spiriti dei soldati non seppelliti).
Ancor più evidente tale collegamento in Arancia Meccanica di Kubrick, nel quale le note beethoveniane vengono riportate dall’empireo (dove le ha collocate la cultura) alla terra (in cui invece le pone la storia), come è stato acutamente osservato dal critico Giuseppe Rausa:
«Alex ama la musica colta, soprattutto Beethoven. Questo particolare propone un elemento di riflessione scettico-nichilista, perfettamente allineato alla visione umana disincantata di Kubrick: […] l’arte viene raffigurata come priva di quelle qualità morali tanto celebrate da una certa cultura idealista; al contrario essa appare un luogo ambiguo e polivalente, nel quale ciascuno può cogliere gli aspetti che gli sono più confacenti e simili. Così l’arte beethoveniana, animata da una volontà aggressiva e da una forza dirompente (aspetti peraltro ampiamente riflessi nella biografia stravagante e piena di ossessioni del compositore di Bonn), appaiono ad Alex la giusta colonna sonora delle proprie scorribande criminali; e ciò risulta ancor più ironico poiché il brano continuamente citato è proprio quel quarto movimento della Nona sinfonia sul testo An Die Freude di Schiller, che costituisce un importante e celebrato manifesto dell’ideologia della fratellanza massonica (lo fu fin dall'origine: la nona fu commissionata a Beethoven dalla massonica Philharmonic Society di Londra nel 1817 e completata dal musicista nel 1824).
Dunque l’incitamento all'amore universale di Beethoven/Schiller incentiva il suo opposto; Eros si trasforma in Thanatos o meglio la pura scrittura dei suoni beethoveniani contiene questa possibilità fin dall'inizio. Né appare casuale la presenza ancora di un frammento di tale quarto movimento (il celebre, “estatico” Alla marcia) quale commento al documentario sul nazismo imposto ad Alex all’interno della cura Ludovico: la musica sinfonica tedesca (quella di Beethoven in particolare) contiene quell'istinto aggressivo, quella volontà di potenza che si manifesterà nell’ascesa della nazione prussiana a partire appunto dagli anni beethoveniani (nel medesimo periodo esce il fondamentale trattato Sulla guerra [1831] del prussiano Von Clausewitz, vangelo di una certa concezione militare della realtà, insita nella cultura tedesca), ascesa che si realizza in un’espansione costantemente vittoriosa (gli anni di Bismarck, Sedan 1870, il secondo Reich) fino alla catastrofe del nazismo, […].
Kubrick sembra alludere a questa complessa (e finora insufficientemente indagata) problematica, smascherando la visione edulcorata di un preteso nobile sinfonismo, espressione di ideali di pacificazione universale: la musica tedesca racconta l’animo tedesco, il suo desiderio di supremazia […]. Questo è, coerentemente, ciò che “incanta” Alex allorché egli si immerge nell’universo sonoro beethoveniano. […] Peraltro anche la cura Ludovico porta il nome del compositore tedesco, poiché anch’essa esprime una volontà di potenza, quella dello Stato o, meglio di una compagine politica di destra (simboleggiata dall’autoritario ministro degli interni), decisa a tentare ogni possibile soluzione, per quanto azzardata e lesiva della dignità umana, al fine di vincere la propria battaglia contro la microcriminalità. Inutile ricordare che anche questa battaglia, combattuta in nome dell’ordine e della legalità, serve soprattutto ai suoi artefici intenti a consolidare il proprio potere politico contro le minacce della fazione opposta, esemplificata nello scrittore Alexander. Desiderio di dominio, crudele manipolazione dell’altro, illusione tecnocratica sono le componenti della cura Ludovico: l’ambiguo universo sonoro beethoveniano può dar voce perfino a queste pulsioni».
La morale pare sia proprio questa: la “musica giusta” dà l’illusione che l’estetica si trasformi in etica e che le azioni più orribili acquistino un senso, o addirittura una moralità. Tuttavia è solo la forbice del tempo che sembra giudare i diversi (pre)giudizi in campo musicale e generalmente artistico. Certo, se Mozart vendesse davvero più di Beyoncé allora tutti i discorsi sugli “illuminati” acquisterebbero immediatamente la rispettabilità culturale di cui ancora difettano, ma forse non ne saremmo più tanto entusiasti.

venerdì 25 novembre 2016

Eros e magia nel Mossad


Ultimamente sto rileggendo un “classico” del complottismo, Attraverso l’inganno di Victor Ostrovsky (Interno Giallo, Milano, 1991), dedicato alle malefatte del Mossad. È un libro molto appassionante: non so quanto contenga di vero, ma si sfoglia come un bel romanzo di spionaggio.
Il titolo è ispirato a quello che l’autore afferma essere la traduzione del “motto” dei servizi segreti israeliani: By way of deception thou shalt do war (“Farai la guerra attraverso l’inganno”), un verso dal libro dei Proverbi (generalmente reso in italiano come: “Con le decisioni prudenti si fa la guerra”).

In ogni caso è proprio lo stile della deception ebraica a lasciare stupefatti (e in parte anche ammirati) per la capacità di manipolare le proprie vittime. Quando si viene reclutati dal Mossad solitamente non ci si accorge nemmeno di essere una pedina nelle loro mani; come afferma l’autore: «Ecco che cos’è il reclutamento. Tu prendi qualcuno e lo porti poco per volta a fare cose illegali o immorali» (p.88).

C’è in effetti qualcosa di “magico” in tale guerra psicologica: al di là di essa si scorge però un livello più “profondo”, dove i codici e cifrari segreti di una delle strutture più impermeabili al mondo sembrano usciti direttamente da un trattato di gematria. Cabala, insomma.

Non è soltanto questo, dal punto di vista “esoterico”, a intrigarmi. Ci sono alcuni passaggi in cui l’autore, un ex agente operativo (katsa, nel gergo dei servizi), descrive le orge dei superiori nel “posto più sicuro che esista in Israele”, cioè le piscine del Mossad:
«Finita la lezione [di addestramento] ci recammo all’Accademia, alla stanza di sicurezza 6 al secondo piano, dove si trovavano gli  archivi. Era un bel venerdì sera dell’agosto 1984 e noi alla fine perdemmo la nozione e tempo. Era pressappoco mezzanotte quando ce ne andammo dalla stanza. Avevamo lasciato le auto nel parcheggio vicino alla sala da pranzo e stavamo partendo quando udimmo un gran baccano che veniva dalla piscina.
– Che accidenti è? chiesi a – Michel.
– Andiamo a vedere – rispose.
– Aspetta. Aspetta. – disse Heim. – Andiamoci con calma.
– Ancora meglio – suggerii. – Saliamo al secondo piano e guardiamo dalla finestra che cosa sta succedendo.
Il baccano continuava mentre noi entravamo alla chetichella nell’Accademia, salivamo le scale fino alla finestra dei piccolo bagno dove una volta ero stato rinchiuso durante i miei esami pre-corso.
Non dimenticherò mai quello che vidi. C’erano circa 25 persone dentro e fuori della iscina e nessuno aveva uno straccio di vestito
addosso. C’era anche il comandante in seconda del Mossad, oggi il capo. C’era Hessner, e diverse segretarie. Era incredibile. Molti uomini non erano esattamente una bella vista, ma parecchie ragazze si lasciavano proprio guardare. Devo dire che sembravano molto meglio che in uniforme. Molte erano donne soldato assegnate all’ufficio, e avevano tra i diciotto e i vent’anni.
Alcuni stavano giocando nella piscina, altri ballavano e altri erano sulle stuoie a destra e a sinistra che se la stavano decisamente spassando alla vecchia maniera. Non avevo mai visto niente del genere.
– Facciamo una lista di chi c’è – dissi. Heim disse di andare a prendere una macchina fotografica.
– Qui non ci resto – disse Michel. – Preferisco starmene in ufficio. – Yosy fu d’accordo e Heim ammise che prendere foto non era salutare.
Ci fermammo per altri venti minuti. C’era proprio il vertice dell’ufficio e si stavano scambiando i partner. Questo mi impressionò moltissimo. Non me lo aspettavo. Consideri quella gente come eroi,
li ammiri anche, e poi li vedi che fanno un’orgia in piscina
[…] Più tardi facemmo un controllo e venimmo a sapere che quelle orge andavano avanti da un pezzo. La zona della piscina è il posto più sicuro che ci sia in Israele. Non può entrarci nessuno che non sia del Mossad.
[…] C’era una specie di legame tra gli uomini che scopavano a dritta e a manca. quello che mi dava più fastidio era che io credevo di entrare nell’Olimpo di Israele, invece di trovavo di fatto a Sodoma e Gomorra Tutta la nostra attività ne era segnata. Potenzialmente si era legati l’uno all’altro per via del sesso attraverso un sistema articolato di favori. Io ho bisogno di te, tu di me. tu mi aiuti, io aiuto te. in questo modo i katsa facevano carriera fottendo a più non posso.
La maggior parte delle segretaria erano molto belle. proprio per questo erano state assunte. ma si era arrivati al punto che erano tutte di “seconda mano”; era parte del lavoro» (pp. 87, 99)
Certe rivelazioni mi colpiscono, ma ovviamente non da un punto di vista moralistico: in fondo tutto il mondo è paese, e poi, che diamine, siamo uomini o no (già il fatto che siano escluse la sodomia e altre parafilie lo rende per certi versi un quadro quasi rassicurante). Tuttavia è difficile non farsi tentare dal collegamento con l’immoralismo delle varie correnti messianiche interne all’ebraismo: voglio dire, noi goyim per giustificare certe sconcezze tutt’al più potremmo rifarci a un Nietzsche (in sostanza uno sfigato), perché nessuno oggi abbraccerebbe seriamente un’eresia cristiana (se non per trollare); al contrario il popolo eletto c’ha ancora pezzi grossi come Sabbatai Zevi (Scholem docet).
Il fatto che tali “connubi” si svolgano in uno dei posti più segreti al mondo fa intravvedere ancora un significato ulteriore rispetto al banale flirt con la segretaria o allo scambismo da seconda serata televisiva, facendogli assumere quasi un aspetto “rituale” (che a livello “essoterico” appunto si traduce in quel “sistema articolato di favori” di cui parla Ostrovsky).

Vorrei direi di più su tal punto, ma non sarebbero che speculazioni indebite. Forse ci vorrebbe un’inchiesta più ravvicinata, per comprendere se certe usanze siano ancora in voga (il libro è “ambientato” negli anni ’80), oppure se anche l’irreprensibile Mossad si sia moralizzato o addirittura conformato ai tempi moderni, prevedendo una “quota” di “sesso anomalo” tra le proprie pratiche. No, se è così allora indagare non mi interessa più molto…

sabato 19 novembre 2016

Dalla parte del Papa (senza se e senza ma)

Ho notato che ultimamente l’“assalto mediatico” al Vaticano è aumentato di intensità. Tutti avranno visto, per esempio, l’ultimo film di Nanni Moretti, Habemus Papam, che porta sullo schermo uno delle più assurde fantasie del laicismo contemporaneo: le “dimissioni” di un pontefice.
Da questo primo attacco “cinematografico” è scaturita addirittura una serie televisiva, Pope Francis (firmata da un altro regista italiano, Paolo Sorrentino), della quale proprio ieri si è conclusa la prima stagione.
Ora, già il fatto che lo sceneggiato di Sorrentino parta esattamente dal punto in cui si conclude Habemus Papam, ovvero dalle dimissioni del precedente pontefice (chiamato “Benedetto XVI” probabilmente in onore di uno dei racconti della leggendaria collana Urania, Il dilemma di Benedetto XVI), mi fa pensare che tutto questo faccia parte di un “piano” coordinato.
Quello che però preoccupa sopra ogni cosa è la spudoratezza con cui Sorrentino ha voluto rappresentare il suo Papa immaginario, un gesuita argentino che si fa chiamare “Francesco” (interpretato dall’attore gallese Jonathan Pryce). Il Papa di Sorrentino infatti ne combina di tutti i colori sin dalla prima puntata: tra le altre cose, rifiuta di indossare i paramenti tradizionali, afferma che “non bisogna giudicare i gay”, si fa i selfie ecc…

Devo ammettere che soltanto con grande impegno e infinita pazienza ho potuto seguire la serie fino in fondo, perché obiettivamente si tratta di una delle cose più demenziali che abbia mai visto.
La trama, infatti, è un susseguirsi di contraddizioni e “colpi di scena”: per dirne una, nella quarta puntata “Francesco” per celebrare la sua prima enciclica “ecologista” (già questo la dice lunga sull’ingenuità degli sceneggiatori!) fa proiettare immagini di babbuini, pesci e leoni sulla facciata di San Pietro… Capisco che Sorrentino si senta il nuovo Fellini, ma certe cose potrebbe risparmiarcele: tutto ciò non è un “grottesco cinematografico”, è grottesco punto e  basta.
Nella sesta puntata, “Francesco”, dopo aver predicato misericordia e tolleranza, si rifiuta di incontrare il Dalai Lama per non irritare le autorità cinesi e poi va in Armenia ad accusare i turchi di genocidio. Ma chi è che ha scritto ’sta roba? Sembra uno di quei feuilleton con protagonista Rocambole o Fantômas.

La qualità della sceneggiatura, come ho detto, è scarsissima, non solo per l’insopportabile sensazionalismo, ma anche per le continue incongruenze: a parte la storia del “Papa misericordioso” che non regge nemmeno due puntate (“Francesco” a un certo punto comincia a prendersela, oltre che con i tibetani e i turchi, con i cardinali, i fedeli, i politici…), la serie dipinge il Pontefice come una specie di “santo mediatico”, osannato da tutti i giornali e le televisioni. Uno dei momenti più imbarazzanti di Pope Francis è quando “Francesco” sceglie come suo portavoce non ufficiale un giornalista interpretato dall’attore Giulio Bosetti, che ne Il Divo (il film che Sorrentino ha dedicato ad Andreotti) impersonava Eugenio Scalfari. Dovremmo forse aspettarci che un giorno il fondatore di “Repubblica” possa diventare il decano dei vaticanisti? Ma per piacere...

Infine, nella puntata che conclude la stagione, “Francesco” si reca in Svezia a chiedere scusa per la scomunica di Lutero. Basta, Sorrentino, basta!

È incredibile come oggi si possano offendere bellamente milioni di fedeli senza suscitare una qualche reazione. Questo ci fa capire che il nostro amato Pio XIII è sotto attacco. Del resto c’era da aspettarselo: l’entusiasmo iniziale per un pontefice giovanissimo e –soprattutto– americano, si è subito attenuato (per poi sparire del tutto) quando Papa Belardo ha iniziato a rimettere in sesto la nostra povera Chiesa. Guarda caso, non appena ha preso ad affermare che abbiamo trasformato il peccato in un diritto e a condannare apertamente l’aborto e l’omosessualità, i giornali hanno tentato di buttarla sullo scandalo, pubblicando “scoop” ridicoli come “Il Papa fuma”.

Ma lasciamo andare. Pio XIII resta sempre e comunque un grande pontefice, e anche un grande uomo: dal primo momento in cui ho potuto ammirarlo, mi ha ricordato per il portamento Pio IX e per il tono di voce ovviamente l’amato Giovanni Paolo II, del quale si è già dimostrato degno successore. Non dimentichiamo poi che, proprio grazie a questo Papa, sono stati spazzati via in un solo istante tutti gli errori e le ambiguità scaturite negli ultimi decenni dalle indebite e distorte interpretazioni del Concilio Vaticano II.

Anche i laici dovrebbero volere un po’ più di bene a Pio XIII: prima di tutto, per il modo in cui ha vanificato tutti i tentativi di trasformare la sua persona in un “divo”, poi per la chiarezza con cui espone regolarmente la dottrina cattolica, senza giri di parole né ambiguità; infine, anche per il suo ruolo internazionale, che ha contribuito a allentare un clima fattosi rovente, dopo il repentino spostamento a destra di tutte le democrazie occidentali. Pensiamo solo a quando ha ammonito la presidente francese Marine Le Pen sul dovere di accogliere i migranti, oppure quando ha invitato i più importanti leader europei (il presidente Silvio Berlusconi, il premier Nigel Farage, il cancelliere David Hasselhoff) alla solidarietà e fratellanza tra popoli appartenenti a una stessa comunità.
Un altro motivo, all’apparenza secondario, per cui dovremmo amarlo è che con la sua parlata cristallina Pio XIII ha finalmente obbligato i politici italiani a studiare sul serio l’inglese e smetterla di fingere di saperlo: ditemi se è poco!

Quindi invito tutti a non smettere mai di amare e difendere il nostro Pio XIII, ricordando sempre le parole del Salvatore: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv 15, 19).

venerdì 18 novembre 2016

Geopolitichese

(fonte: “Repubblica”)
Sono contento che la Turchia sia tornata a essere una nazione simpatica. Grazie al riallineamento di Ankara all’Impero del Bene, ora persino “Eurasia” (Geopolitica dell’ortodossia, 22 settembre 2016) può rispolverare il caro vecchio Konstantin Leont’ev e la sua un’unione panbizantina comprendente Mosca, Costantinopoli (nickname “Istanbul”) e le altre terre sante divise tra la Mezzaluna islamica («che dai Balcani giunge al Caucaso attraverso l’Anatolia») e la “Croce ortodossa” («l’asse della quale, radicato in Palestina, attraversa l’isola di Cipro e giunge a Costantinopoli, per dirigersi poi verso la Romania, dove si congiungono i due bracci: quello serbo e quello russo»). 

Tale progetto verrà finalmente agevolato dal «caratteristico rapporto con la terra» del cristianesimo ortodosso, che la rende «particolarmente idonea all’approccio geopolitico»; sempre che a qualcuno non venga in mente di ripetere lo stesso discorso per una qualsiasi delle altre religioni.
Non vorrei sembrare irriverente, ma se l’espressione “geopolitica” ha davvero un senso, ciò dovrebbe allora comportare una necessaria riduzione della componente religiosa a «dato secondario o sovrastrutturale» (per citare ancora “Eurasia”).
È da anni che invece non si fa che parlare di geopolitica, senza poi giungere a qualche indicazione pratica sulle mosse ad adottare a livello internazionale (a parte sperare nell’effetto Pigmalione); lungi quindi dal rappresentare una visione spregiudicata e realistica, la geopolitica si rivela essere la botola da cui tutta una serie di elementi secondari (a volte convergenti nel più ottuso dei bigottismi) possono rientrare nel discorso politico e contribuire nuovamente a distorcere le interpretazioni dei reali rapporti di forza. Così si finisce per prendere fischi per fiaschi, come è accaduto al buon Samuel Huntington quando con la sua delirante teoria sullo “scontro di civiltà”, predisse che la parte “ortodossa” dell’Ucraina sarebbe pacificamente confluita in un blocco filo-russo, extra-europeo e anti-americano, composto dalle repubbliche sovietiche asiatiche, dalla Grecia e da Cipro.

Sappiamo come è andata, ma non contesto a eurasisti e geopoliticanti il fatto di non possedere la sfera di cristallo; semplicemente respingo l’approccio moralistico verso chi si rifiuta di seguire i loro postulati. Per esempio, ho sempre trovato ipocrita (e anche irritante) l’atteggiamento nei confronti dei movimenti nazionalistici e di estrema destra dell’Europa orientale. Mi domando, infatti, a quale santo dovrebbero votarsi polacchi, ucraini o estoni, per resistere sia all’imperialismo russo che a quello europeista.
Quando il famigerato Aleksander Dugin denuncia che «le forze atlantiste [sponsorizzano] da anni i cosiddetti nazionaldemocratici, i “nazdem”, una estrema destra filo-atlantista, filo-americana, razzista, anti-putiniana, anti-ortodossa», dimentica però di spiegare perché questi destrorsi preferiscono affidarsi all’“Impero del Male” piuttosto che piegarsi docilmente a Mosca.
Dal momento che Dugin si considera ancora un analista (e non soltanto un mero propagandista), dovrebbe guardare alla questione in modo più obiettivo: o i polacchi sono così stupidi e malvagi che non vale neppure la pena di spiegare loro i poteri taumaturgici di Vladimir Putin?
Siamo seri: per molti popoli di quell’area l’alleanza con Washington è un’opportunità per poter negoziare meglio con i prepotenti vicini. Il motivo principale per cui tanti Paesi desiderano entrare nella NATO è appunto una questione geopolitica: se Estonia o Georgia fossero isole dei Caraibi, chiaramente terrebbero un atteggiamento differente nei confronti della Russia e degli Stati Uniti. Eppure ciò che è consentito a Cuba (un modello di libertà, democrazia e giustizia sociale da sempre esaltato dagli eurasisti), diventa invece deprecabile se lo mette in atto qualsiasi altra nazione.

Non dico che sono da un passo a metter mano alla pistola quando sento la parola “geopolitica”, però guardo con preoccupazione alla malia che tale formula magica esercita su tutti i commentatori politici, soprattutto quelli con cui condivido molte opinioni.
Il “geopolitichese” è diventato una supercazzola con cui si tenta di far passare l’idea che i rapporti internazionali siano influenzati praticamente da tutto (dalla religione alle preferenze sessuali) tranne che... dalla geografia!
Per il resto, sono assolutamente disposto a riconoscere le ragioni geopolitiche di qualsiasi nazione: per esempio, ho difeso il diritto dei russi ad adottare una legge come la cosiddetta “Jarovaja”, che se da una prospettiva assoluta può essere interpretata come un provvedimento liberticida, in rapporto alla iustissima tellus ha il suo senso, considerando che Mosca non può permettersi una totale e indiscriminata libertà religiosa senza mettere a rischio la propria integrità territoriale.
Al contrario, vedo che negli stessi commentatori di cui sopra non esiste alcuna “coscienza geopolitica” nel momento in cui si esaltano ogni volta che, per dirne una, il nostro attuale Presidente del consiglio propone la sospensione delle sanzioni contro la Russia. Ecco i disastri che produce un’utopia incapace di riconoscersi come tale. Come si può fingere di non vedere che l’Italia di oggi non ha più quella libertà di movimento consentitagli un tempo dal solo vincolo del Patto Atlantico, essendo confluita in una super-nazione incompiuta nota come “Unione Europea”? (Lo stesso discorso vale per la Grecia, come dimostra il timido tentativo di Tsipras –immediatamente naufragato– di “guardare a Est”).

Se davvero avessimo una visione geopolitica della situazione, più che considerare Renzi un’aquila dovremmo trattarlo come un pollo (non mi pare una cosa difficile), dal momento che facendo passare la posizione “filo-russa” come esclusiva dell’Italia (mentre moltissimi altre nazioni europee, Germania e Francia in primis, non vedono l’ora di finirla con le sanzioni), ci trasforma in un comodo capro espiatorio per quei Paesi come Polonia o Estonia che hanno voluto punire Mosca ma ci hanno rimesso enormemente dal punto di vista economico. Quando gli stessi un giorno verranno a presentarci il conto col pretesto delle nostre fantomatiche posizioni filo-russe, dovremmo ringraziare non solo Renzi, ma tutti quelli che assumono un atteggiamento infantile e fazioso verso questioni che invece richiederebbero il massimo della freddezza.
Sarebbe stato forse meglio ascoltare il suggerimento lanciatoci un anno fa dall’ineffabile Stiglitz, quando dichiarò al “Corriere” che «la Germania ha commesso il profondo errore strategico di diventare troppo dipendente dal gas russo. Si è messa nella posizione in cui il suo interesse e quello del mondo libero sono diversi» (L’America resta lontana. L’Europa faccia da sola, 26 novembre 2015). Non nego che Renzi abbia recepito qualcosa, se subito dopo ha cercato di contrastare (come al solito solo a parole e “pugni sbattuti”) l’ampliamento del gasdotto Nord Stream ponendolo in contraddizione con le sanzioni. Tuttavia, anche volendo porre tale obiezione nell’ottica di un’opportunistica politica volta a sfruttare l’“amico americano”, non possiamo ignorare che gli Stati Uniti non sono interessati ad un alleato con le mani (e i piedi) legati, e probabilmente provano imbarazzo per la posizione in cui ha voluto mettersi la stessa Italia che fino a qualche decennio fa li faceva tribolare col suo doppiogiochismo.

D’altronde è noto che uno dei fattori a causa dei quali i rapporti tra Stati Uniti e Russia si sono inaspriti è stata la mancanza di un argine “europeista” all’egemonia tedesca. Non è un caso che gli ultimi appuntamenti internazionali di Obama siano stati una cena col Premier italiano, una visita in Grecia e una in Germania: è il suggello di una linea politica ormai sbaragliata dagli eventi. Riconosciamo almeno gli sforzi degli americani per tenere assieme l’Unione: hanno aumentato le coreografie militari a Est, hanno impedito a Schäuble di far uscire Atene dall’eurozona e, ciliegina sulla torta, hanno fatto scoppiare i casi Volkswagen e Deutsche Bank.
Questo continente immaginario di fatto doveva essere il capolavoro della dirigenza democratica statunitense, che avrebbe voluto disporre di un’unità territoriale capace di bilanciare gli interessi contrapposti di francesi e tedeschi (ma anche di svedesi e bosniaci), una specie di socialdemocrazia a ispirazione islamica con la bandiera arcobaleno come vessillo, che rappresentasse sia una testa di ponte per il Medio Oriente che un disciplinato partner commerciale.
Le cose sono andate storte (ma questo pochi lo raccontano) quando la Germania ha voluto approfittare nuovamente di una crisi umanitaria (come era accaduto negli anni ’90 durante le guerre balcaniche) per proseguire con altri mezzi la politica del beggar-thy-neighbour. In tal modo, invece di gestire le masse di profughi come se fosse un corridoio umanitario, l’Europa a trazione tedesca ha “prosciugato” la resistenza siriana messa in piedi da Stati Uniti e petromonarchie, inserendosi così come terzo incomodo in una “guerra per procura” che doveva invece riguardare i vecchi nemici di sempre.
Insomma, la Germania ha fatto della “cattiva” geopolitica, nel senso che si è illusa di avere la piena podestà in un “cortile” concessogli solamente in affitto. È il solito errore che i tedeschi fanno da quando hanno iniziato a misurare la loro storia in Reich: come Hitler voleva creare in dodici anni un doppione continentale dell’Impero britannico, allo stesso modo le odierne élites tedesche (non diciamo Angela Merkel, che politicamente e forse anche umanamente vale ben poco) hanno tentato di replicare quello che gli Stati Uniti sono riusciti fare in due secoli e mezzo (nei quali ci sono stati anche un genocidio, una guerra civile e altre cose).
Anche l’atteggiamento ambiguo di Berlino nei confronti della Russia ha costretto gli americani a iniziative paradossali, come portare allo scoperto l’alleanza informale con Teheran e al contempo intensificare l’interventismo in Siria per non scontentare l’emiro del Qatar e i sauditi, oppure insistere per la rimozione di Assad nonostante l’aperta sconfessione delle “primavere arabe” con l’appoggio di al-Sisi.

Ora, se questa lettura ha un senso, l’ultima visita di Obama in Germania dovrebbe essere il canto del cigno di una linea politica che si è rivelata fallimentare. Il Nobel per la Pace ha continuato a recitare la parte per la gloria dell’impero, accontendandosi di passare alla storia come un Jimmy Carter più effeminato. Tanto è vero che nel giro di poco tempo plausibilmente accadrà il contrario di quel che ha promesso il presidente uscente: le sanzioni alla Russia saranno abolite, il debito della Grecia non verrà “ristrutturato” per consentirle di rimanere nell’eurozona, l’Unione Europea si dissolverà, la NATO non avrà più carattere vincolante e la Germania dovrà ridimensionare le proprie aspettative micro-imperialistiche. E così dovranno fare pure gli esaltati che ora vedono nella Brexit e nell’elezione di Trump l’opportunità della nascita di una “Nazione Eurasiatica” da Lisbona a Vladivostok e di un esercito europeo unificato: come se agli americani interessasse avere una Germania povera (peraltro a causa della sua stessa miopia politica ed economica) e armata fino ai denti (perché è chiaro che un fantomatico esercito europeo sarebbe gestito dai tedeschi, come da prassi da qualche anno a questa parte).

Chiaramente anch’io potrei prendere una cantonata tremenda, ma è pur sempre una soddisfazione (almeno personale) provare a leggere la situazione con categorie differenti da quelle estetiche o morali. Che sono poi quelle del “geopolitichese”, il gergo che traduce quanto appena detto in “Obama cattivo, Trump buono”, oppure “Erdoğan brutto, al-Sisi buono”.
Penso che un giorno diventerà necessario chiarire gli equivoci che il geopolitichese ha generato, specialmente a destra. Credo ciò sia dovuto in parte all’ambiguità stessa della disciplina, che fu creata da un geografo edoardiano per la gloria dell’impero britannico e venne adottata da un affabulatore (scil. cazzaro) russo per legittimare la slavofilia in un’epoca di secolarizzazione totale. A questo si aggiunge i complicati rapporti che intercorrono tra destra e nichilismo, un’aporia che si vorrebbe risolvere condannandosi al sovrastrutturalismo (o, per dirla meglio, raccontandosi favole).
Una volta andava di moda l’abenteuerliche Simplicissimus, poi l’abenteuerliche Herz di Jünger, oggi la “geopolitica di questo e quello”. Forse sarebbe il caso di tornare alla meno avventurosa geografia, che almeno ci ricorda che la Lituania non fa parte delle Antille.

giovedì 17 novembre 2016

Il pianto greco (“La lingua geniale” di A. Marcolongo)


Uno degli aspetti più piacevoli del ricevere un libro in regalo è che non si deve spendere un centesimo per imbattersi in concetti che, quando non errati, si rivelano superflui: questa è una delle poche cose positive che posso affermare riguardo al pamphlet di Andrea Marcolongo, La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco (Laterza, 2016), facendo finta tuttavia che il tempo sprecato a leggerlo non sia interamente a mio carico.

Ammetto in verità che la “confezione” avrebbe potuto ingannare anche uno come me, sempre alla ricerca di qualche testo che affronti il greco antico come una lingua umana e non aliena. Se mi fossi preso la briga di googlare il nome dell’autrice (Andrea è donna), probabilmente avrei evitato di acquistarlo (o avrei suggerito ad altri di non farlo), dopo aver scoperto non solo che questa Marcolongo è stata una ghost writer (in italiano “insegnante di sostegno”) dell’attuale Premier, ma che per giunta ha smesso di farlo per motivi di ordine economico (in effetti è imbarazzante vendere l’anima senza farsi pagare). Pare addirittura che sia stata proprio lei a suggerire a Renzi l’espressione “ucceacci del mauagurio” (la scrivo come l’ho sentita pronunciare), con il quale il fenomeno che abbiamo al governo ce li frantuma da due anni.
Per rincarare la dose, leggo nel risvolto di copertina che Andrea «nella sua vita ha viaggiato e ha vissuto in dieci città diverse, tra cui Parigi, Dakar, Sarajevo e ora Livorno»: sarei tentato di aggiungere un commento romanesco a tale illuminante dettaglio biografico, ma preferisco come sempre reagire da signore (e sti cazzi).

Allora, cos’è che non va del libro? In primo luogo, l’intento dell’autrice non è né pedagogico né divulgativo, ma tristemente moralistico. E la morale a cui si rifà è questa: chi ha fatto il classico vive, ragiona e digerisce meglio di tutti gli altri. Infatti, «li riconosci spesso quelli che hanno frequentato il liceo classico (non solo dagli occhiali che quasi sempre portano). Li riconosci dal modo di parlare e di scrivere: segno concreto che il greco è entrato dentro di loro, nel modo di vedere e di esprimere il mondo in italiano, e mai più ne è uscito. Oltre alla ricchezza del vocabolario […] e ad una certa propensione all’ipotassi […]» (pp. 119-120). Eccetera eccetera… non voglio star qui a ricopiare tre pagine di chiacchiere sulla superiorità non solo ontologica ma anche retorica di chi ha studiato il greco a scuola, da parte di una persona che usa espressioni tipiche del politichese come “al netto di” e riempie la sua prosa di due punti consecutivi e di lineette – ma ’sti benedetti incisi vanno chiusi, mica semo l’americani –.

Lasciamo pure da parte certe considerazioni infantili sui miserabili che hanno fatto lo scientifico, i quali secondo l’autrice «sentir[anno] sempre la mancanza di qualcosa» (p. 147). Il problema di tale impostazione “ginnasio-centrica” è che finisce per intaccare la qualità generale del testo: il moralismo infatti si estende alla linguistica, portando l’autrice a considerare peccaminoso il cosiddetto “principio di economia”, una delle modalità con cui opera qualsiasi sistema linguistico, la quale non corrisponde affatto a una “banalizzazione” e né è imputabile del fatto che «nel giro di dieci anni perderemo l’uso della parola e ci esprimeremo solo per emoticon» (p. 64).

Come dunque recensire un testo del genere, senza provare la sensazione di sparare sulla Croce Rossa? Non si riesce neppure a comprendere a quale pubblico vorrebbe rivolgersi la Marcolongo.
Evidentemente non a quelli che non hanno fatto il classico, perché loro non possono capire (ma Renzi che l’ha fatto, ha mai capito alcunché nella sua vita? Chiedetelo direttamente ad Andrea, visto che gli scriveva i discorsi…).
Agli studenti del classico nemmeno, perché il volume assomiglia a un’interminabile introduzione a una grammatica che non esiste: gli esempi sono frusti e arcinoti, non c’è uno straccio di consiglio su come studiare meglio e gli approfondimenti sul duale o l’ottativo manderebbero in confusione persino il buon Omero da sveglio.
D’altronde il testo vorrebbe essere solamente un “invito allo studio” e nient’altro: ma se l’unico luogo in cui si può studiare il greco antico è –secondo l’autrice stessa– il liceo classico, che senso avrebbe invitare gli studenti ad attendere un compito al quale sono obbligati? Non mi pare servano motivazioni aggiuntive a quelle già fornite dai professori (“Se tu non studi, io ti boccio”).

Alla fine sembra che il target si riduca a quello degli ex-studenti del classico che si sentono in colpa per non aver studiato abbastanza, ma che vogliono almeno provare l’orgoglio dell’io c’era.
Magrissima consolazione, anche perché sono proprio tali atteggiamenti che offrono il destro ai “grecofobi”, quelli che puntualmente coordinano l’assalto del liceo classico brandendo un iPad in una mano e un’agenda della Coca-Cola nell’altra.
Posso anch’io riconoscere un’eccezionalità linguistica (e culturale) al greco, soprattutto in riferimento alla nostra civiltà, ma al contempo non posso fare a meno di notare che la ricerca spasmodica di argomenti esterni alla materia ne mina paradossalmente l’autorità.
Il blog “GrecoLatinoVivo”, per esempio, ha dimostrato l’infondatezza dell’idea che si debba studiare il greco perché “è difficile” e quindi “forma il carattere” (Contro la scuola impossibile, 29 maggio 2016); si tratta di una favola consolatoria che si raccontano quelli che, avendo dimenticato tutto già un istante dopo la seconda prova, vogliono comunque considerarsi più intelligenti e “temprati” (tanto varrebbe insegnar loro pugilato o, per restare in tema, lotta greco-romana).

Nonostante la Marcolongo non disdegni di magnificare la sua persona ogni volta che gliene si presenti l’opportunità, e di conseguenza la tentazione di scadere nel personale è forte, cercherò ora di formulare critiche più obiettive, in realtà limitandomi solo a qualche osservazione per non farla troppo lunga (tralasciando ciò che scrive sul greco antico, ché sono informazioni reperibili nelle note a margine di una grammatica qualsiasi e sulla cui correttezza è superfluo discutere).

A pagina 12 l’autrice sostiene che l’hawaiano è «una delle poche lingue al mondo dove il valore aspettuale sopravvive». Questo io non creto. Tanto che persino un miserabile qualsiasi di quelli che non hanno fatto il classico può aver scoperto e compreso l’aspetto verbale studiando le lingue slave. In ogni caso, per ulteriori informazioni rimando a Wikipedia (non era difficile).

A p. 77, parlando di tabù linguistici, Marcolongo sostiene che «nelle lingue slave, come in russo, “orso” si dice medved che letteralmente significa “mangiatore di mele”; nella speranza che sia vegano e non azzanni esseri umani».
In realtà медведь in russo significa “mangiatore di miele” e non di mele. Può essere un refuso (anche se è noto che i vegani escludono categoricamente il miele dalle loro diete), ma dato che scrittori e saggisti passano il tempo a rimpallarsi bufale e strafalcioni, non vorrei ritrovarmi per ogni dove la storia dell’orso russo “ghiotto di mele”.

A p. 88 si afferma che l’unica lingua di derivazione indoeuropea ad aver conservato l’ottativo è il greco «insieme alle lingue indiane e persiane». Anche in tal caso, non creto, e rimando ancora a Wikipedia.

Quest’altro appunto potrebbe sembrare pretestuoso, ma tant’è: a p. 132 la Marcolongo, discutendo dell’espressione θάλαττα (“mare”), scrive che «è di origine oscura, forse proveniente da qualche popolo sconosciuto già presente nel Mediterraneo. Un termine senza precursori né successori in alcun’altra lingua il mondo eccetto il greco».
Ora, considerando che l’autrice è una grecista e che nel libro sono stati portati esempi di ogni tipo (persino da una fantomatica “lingua eschimese”), a mio parere sarebbe stato opportuno inserire in nota almeno qualche ipotesi sull’origine del lemma, per esempio citando la suggestiva tehom>tâmtu >thalatth (vedi… Wikipedia).
[Per quanto riguarda i “successori” – ma questa è già fantalinguistica –, se θάλαττα rimanda a tehom inteso come “abisso primordiale”, allora esiste un altro termine che segue la stessa evoluzione, ed è il proto-turco *teŋri/*taŋrɨ [𐱅𐰭𐰼𐰃], inizialmente riferito a Dio, al cielo e al paradiso, il quale ha dato origine ai termini correntemente in uso per indicare il mare nel turco moderno, deniz, e nel magiaro, tenger].

Concludiamo con una nota “politica”.
A pag. 125 la grecista afferma che la lingua è «l’espressione di una coscienza unitaria di popolo. Non di nazione: quella viene poi, con i confini verticali o sghembi tracciati da chissà chi e chissà perché sul mappamondo (o forse proprio a questo servono le guerre e le religioni)».
Beata ingenuità… ci sono migliaia di esempi che dimostrano esattamente il contrario, ma accettiamo pure che sia così. Questo pensierino diventa tuttavia sospetto qualche pagina più avanti, quando a mo’ di conclusione la Marcolongo esprime alcuni giudizi enigmatici sulla lingua e sulla nazione greca:
«In questi anni la Grecia ha affrontato, in nome della sua identità e della sua dignità sociale, sfide economiche e politiche uniche in Europa utilizzando, di fatto, una lingua unica e straordinaria, ma vecchia di secoli, anzi, di millenni. Ma oggi la vera sfida, non solo linguisticamente parlando, sta tutta nella volontà di ricostruire una lingua finalmente moderna che serva a tutti i greci per capire e farsi capire nel 2016, nei propri confini e soprattutto fuori dalla Grecia.
[…] Di fatto, la Grecia parla oggi un greco moderno che prende in prestito gran parte dei suoi elementi dal greco antico per ribadire al mondo l’identità di un popolo che ha il passato culturale più imponente del mondo occidentale. Un popolo che, da quel passato, sembra però non riuscire a liberarsi più, in una costante lotta per un presente che non arriva mai […]» (p. 151)
Scusi, può ripetere? Dopo aver impiegato centocinquanta pagine a esaltare il greco, ora l’autrice se ne esce con la storia che i greci dovrebbero rinunciare alla loro eredità linguistica (del resto già hanno rinunciato a tutto!) per... farsi capire? Viene il sospetto che, per sdebitarsi, Renzi si sia messo a fare il ghost-writer della Marcolongo.
Insomma, siamo seri: che senso ha collegare la situazione odierna della nazione greca col greco antico che si studia sui banchi di scuola? Non avendo fatto il classico, forse non sono in grado di ravvisare il nesso; però noto chiaramente che, con amici simili, il greco (antico e moderno) non ha bisogno di nemici.