sabato 19 dicembre 2015

Un naïf jugoslavo alla parete

Per la serie “Grandi Protagonisti del Novecento” (ispirata all’omonima pagina Facebook, che purtroppo non ho creato io), dopo Congo, il pittore scimpanzé, vogliamo parlare della pittura naïve jugoslava, che tra gli anni ’70 e gli ’80 conquistò i mercati dell’arte occidentali.

A testimonianza imperitura del successo, una scena de Il secondo tragico Fantozzi, nella quale il naïf jugoslavo appeso alla parete dell’ufficio diventava uno dei simboli del potere dell’impiegato di quinta.


Prima dell’espansione, il genere era confinato in una zolla di terra tra la Croazia e l’Ungheria, Hlebine, ancora riconosciuta come città di nascita della “Scuola di Podravina”. Tra i rappresentanti più celebri, Ivan Generalić (1914-1992) e suo figlio Josip (1935-2004), Ivan Lacković-Croata (1932-2004), Mijo Kovačić (n. 1935), Emerik Feješ (1904-1969), Jan Knjazovic (1925-1986), Djordje Dobric (1931-1978) e Dragan Gaži (1930-1983).

Qui di seguito solo una piccola selezione (nel web si possono trovare decine di riproduzioni):

martedì 15 dicembre 2015

Congo, un grande protagonista del Novecento


Quando si parla di arte contemporanea, uno dei nomi che stranamente viene sempre taciuto è quello di Congo (1954–1964), lo scimpanzé che ha firmato alcuni grandi capolavori del Novecento.
Il giovane artista venne scoperto a metà degli anni ’50 dal pittore surrealista Desmond Morris che, riconoscendo nella scimmia capacità superiori alle proprie, decise di fargli da mentore. 


Dopo esser diventato protagonista assoluto dello show televisivo “Zootime” (presentato dallo stesso Desmond Morris dallo zoo di Londra), Congo ebbe la possibilità di organizzare la prima mostra ufficiale nel 1957, grazie al sostegno dell’Institute of Contemporary Arts.
Di fronte alle sue opere, Salvador Dalí affermò che “la mano di questo scimpanzé sembra quasi-umana, mentre quella di Jackson Pollock è totalmente animale”.
In un’asta del 2005, tre dei suoi capolavori sono stati acquistati per 26.000 dollari da un collezionista americano.


Come tutti i protagonisti di quella grande stagione (il già citato J. Pollock, Franz Kline, Rothko, Arshile Gorky) anche la carriera di Congo si interruppe tragicamente: non per incidente, non per alcolismo, non per suicidio, ma per tubercolosi (il che rende la sua morte per certi versi più “artistica” delle altre).

venerdì 11 dicembre 2015

De Amicis in Olanda

Hilverdink (1889)
«Dalla Plantaadije, passando su parecchi ponti, e fiancheggiando diversi canali, si arriva sulla grande piazza del Boter Markt, dove c’è una statua gigantesca del Rembrandt e l’ufficio del consolato italiano. Da questa piazza si va al quartiere degli Ebrei che è una delle meraviglie di Amsterdam.
Per andarci, domandai la strada al nostro gentilissimo console, il quale mi rispose: – Cammini  diritto fin che non si trovi in un quartiere infinitamente più sudicio di tutti quelli ch’ella ha considerati finora come il non plus ultra del sudiciume; quello è il ghetto; non può sbagliare. – Andai innanzi, ognuno può immaginare con che aspettazione; passai accanto a una sinagoga; mi soffermai un momento in un crocicchio; poi presi la strada più stretta, e in capo a pochi minuti, riconobbi il ghetto. La mia aspettazione fu superata.
È un labirinto di strade strette, fangose e cupe, fiancheggiate da case vecchissime, che pare debbano cadere in rovina a dare un calcio nel muro. Dalle corde tese fra finestra e finestra, dai davanzali, dai chiodi piantati nelle porte, spenzolano e svolazzano sui muri umidi camicie sbrandellate, gonnelle rappezzate, vestiti unti, lenzuoli macchiati, calzoni cenciosi. Davanti alle porte e sugli scalini rotti, in mezzo alle cancellate cadenti, sono esposte le vecchie mercanzie. Rottami di mobili, frammenti d’armi, oggetti di divozione, brandelli d’uniformi, avanzi di strumenti, frantumi di giocattoli, ferramenti, cocci, frangie, cenci, tutte le cose che non han più nome in alcuna lingua umana, tutto quello che hanno guasto e disperso la ruggine, il tarlo, il foco, la rovina, il disordine, la dissipazione, le malattie, la miseria, la morte; tutto quello che i servitori spazzano, che i rigattieri ributtano, che i mendicanti calpestano, che gli animali trascurano; tutto ciò che ingombra, che insudicia, che puzza, che stomaca, che contamina; tutto si ritrova là a mucchi e a strati, destinato a un commercio misterioso, ad accoppiamenti impreveduti, a trasformazioni incredibili. In mezzo a quel cimitero di cose, a quella babilonia d’immondizie, brulica un popolo macilento, pezzente, pidocchioso, accanto al quale i gitani dell’Albaicin di Granata son gente pulita e profumata. Come in tutti i paesi, così anche là hanno preso ad imprestito dal popolo presso cui vivono, il colore del pelo e del viso; ma hanno conservato i nasi adunchi, i menti aguzzi, i capelli crespi, tutti i tratti della razza semitica. Il vocabolario non ha parole per dare un’immagine di quella gente. Capigliature in cui non è mai passato un pettine, occhi che fanno raccapriccio, magrezze di cadaveri consunti, bruttezze che destan pietà, vecchi che serbano appena figura umana, ravvolti in ogni sorta di vestiti di cui non si riconosce più né colore né forma né a che sesso appartengano, dai quali escono, e s’allungano tremolando mani scheletrite con giunture acute di locuste e di ragni. Tutto si fa in mezzo alla strada. Le donne friggono i pesci su piccoli fornelli, le ragazze cullano i bambini, gli uomini rimestano i loro vecchiumi, i ragazzi seminudi si avvoltolano sul selciato coperto di legumi fradici e di brutture di pesci; le vecchie decrepite, sedute in terra, combattono colle unghie ferine i prudori del corpo immondo, scoprendo coll’inconsapevolezza del bruto cenci riposti e membra da cui lo sguardo rifugge. Camminando per lunghi tratti sulla punta dei piedi, turandomi qualche volta il naso, badando a scansare cogli occhi le cose di cui non avrei potuto sostenere la vista, percorsi quasi tutte quelle strade, e quando riuscii sulla sponda d’un largo canale, in un luogo aperto e pulito, mi parve di essere capitato nel paradiso terrestre, ed aspirai con voluttà l’aria impregnata di catrame».
(Edmondo De Amicis, Olanda, Barbera Editore, Firenze, 1876³, pp. 304-306)

mercoledì 9 dicembre 2015

Santi Martiri della Libia


Da unintervista ad “Aleteia” (3 novembre 2015) dell’artista serbo Nikola Sarić, che ha dedicato questa icona in memoria dei ventuno martiri copti trucidati dai terroristi in Libia:
«Può dirci qualcuna delle cose che ha pensato e ha provato mentre realizzava questa icona dei 21 martiri?La storia e le immagini mi sono entrate nel cuore – sono di grande impatto. È in qualche modo una storia che conosciamo già dalla storia dei martiri. Stare davanti a Dio e davanti a Cristo ed esserne fieri, rimanendo in quell’amore, è l’esempio più potente. Questo tipo di storie mi colpisce in modo molto personale, e significa molto per me come cristiano. Ho sviluppato un amore nei loro confronti, e da ciò è derivata l’idea, ma è molto difficile analizzare come ci sono arrivato. È un po’ il mio stile, sviluppato in molti anni di studio e che è ancora in fase di sviluppo. Il linguaggio visivo è molto simile alle mie altre opere. Si costruisce da sé.
[...]
Spera che le persone che guardano l’icona e pregano con l’icona possano magari pregare per la conversione degli aguzzini?Penso che sarebbe la cosa giusta, pregare per tutti. Preghiamo per i nostri nemici e per chi fa il male contro di noi. Siamo invitati a pregare per chiunque. Sarei contento se succedesse – se uno degli aguzzini cambiasse punto di vista e si pentisse per ciò che ha fatto.»

sabato 5 dicembre 2015

La Regina in lilla

La Regina incontra Papa Francesco, con un cambiamento esteriore

Ogni volta che la Regina, ovvero il Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra, visita il Vaticano e gentilmente concede un’udienza al Papa di Roma, il protocollo richiede che essa indossi un velo o un cappello e che, come tutti i sovrani non cattolici, vesta di nero, indipendentemente dal fatto che la visita sia ufficiale o privata. In questo modo l’eresia si manifesta attraverso l’abbigliamento.

Nel 2000, la regina vestiva di nero di fronte al bianco radioso di Giovanni Paolo II:


Lo stesso abbigliamento del 1980:


e del 1961, all’incontro con Giovanni XXIII:


e del 1951, con Pio XII:


Così la Regina Madre nel 1959:



E così Diana, Principessa del Galles, nel 1985:


Anche Margaret Thatcher vestì in nero quando incontrò Paolo VI nel 1977:


e quando incontrò Giovanni Paolo II nel 1980:


e quando incontrò Benedetto XVI nel 2009:


Ma il 3 aprile 2014 Papa Francesco non ha preteso tale abbigliamento dal Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra:


Alcuni potrebbero considerare questo fatto del tutto irrilevante e privo di alcun significato. Invece un significato simbolico ce l’ha: il nuovo capo della Chiesa di Roma sembra provare più rispetto per lo statuto storico e teologico della Chiesa d’Inghilterra rispetto al suo predecessore. Infatti, a differenza dell’attuale Papa Emerito, Francesco sembra riconoscere a Sua Maestà il titolo di governatore di una “Chiesa sorella” e non semplicemente di una “comunità ecclesiale” (cioè una non-chiesa), al contrario di quanto il Cardinal Ratzinger affermava nel 2000 (Domini Iesus) e confermava come Benedetto XVI nel 2007:
«…Non si vede, d’altra parte, come a tali Comunità possa essere attribuito il titolo di “Chiesa”, dal momento che non accettano il concetto teologico di Chiesa in senso cattolico e mancano di elementi considerati essenziali dalla Chiesa cattolica.
Occorre, comunque, ricordare che dette Comunità, come tali, per i diversi elementi di santificazione e di verità in esse realmente presenti, hanno indubbiamente un carattere ecclesiale e un conseguente valore salvifico»
La Chiesa d’Inghilterra è sia Cattolica che Riformata. Sotto il pontificato di Francesco, si sta evidentemente aprendo una nuova era di ecumenismo; probabilmente attraverso un riconoscimento della validità degli ordini anglicani e di un vero episcopato nella successione apostolica. Forse, eventualmente, anche di una Eucarestia condivisa.

La Regina vestita di lilla e non di nero per molti non significherà nulla, ma chi è attento riconoscerà il lento ma costante sviluppo dei rapporti. La visita della Regina in Vaticano fa parte di una lunga serie di incontri tra sovrani inglesi e pontefici dopo la Riforma:

29 aprile 1903 – Re Edoardo VII incontra Leone XIII.
1918 – Edoardo, principe del Galles (poi Edoardo VIII e Duca di Windsor) incontra Benedetto XV.
1923 – Re Giorgio V e Mary di Teck incontrano Pio XI.
10 maggio 1949 – La Principessa Margaret incontra Pio XII.
13 aprile 1951 – La Principessa Elisabetta (oggi Regina) e il Duca di Edimburgo incontrano Pio XII.
23 aprile 1959 – La Regina Madre e la Principessa Margaret incontrano Giovanni XXIII.
5 maggio 1961 – La Regina incontra Papa Giovanni XXIII.
17 ottobre 1980 – La Regina incontra Giovanni Paolo II.
29 agosto 1985 – Il principe Carlo e Diana, Principessa del Galles, incontrano Giovanni Paolo II.
9 dicembre 1985 – Il principe e la principessa Michael di Kent incontrano Giovanni Paolo II.
10 aprile 1990 – Il Duca di Edimburgo incontra Giovanni Paolo II.
3 novembre 1994 – La duchessa di Kent incontra Giovanni Paolo II.
17 ottobre 2000 – La Regina e il Duca di Edimburgo incontrano Giovanni Paolo II.
27 aprile 2009 – Il principe Carlo e la Duchessa di Cornovaglia incontrano Papa Benedetto XVI.

Ci sono ancora un paio di ostacoli, apparentemente insormontabili, sul cammino verso l’unità dei cristiani. Ma che cosa sono i secoli per Dio?

giovedì 3 dicembre 2015

“Restiamo laici, per favore...” (La Feltrinelli)

L’amico Alessandro Giorgiutti ha documentato le modalità in cui la Feltrinelli di piazza Duomo gestisce transizione da Ratzinger a Bergoglio. La prima foto è del 2011, la seconda del 2013 e la terza proprio di quest’anno:

“Anticlericalismo. Proposte”
(2011)
“Dentro la Chiesa, discutendo la Chiesa”
(2013)
“Restiamo laici, per favore...”
(2015)

San Bartolomeo a Milano





La straordinaria scultura del San Bartolomeo scorticato, opera dell’oscuro Marco d’Agrate (XVI sec.), offre sempre qualche spunto di meditazione a chi trova un istante per contemplarla.

Quando, per fare un esempio, sul Duomo viene schiaffata la pubblicità di un profumo col palestrato d’ordinanza, Bartolomeo è sempre lì a fare il controcanto, ad ammonire quelli che si sottopongono a supplizi agonistici con la speranza di assurgere all’empireo dei modelli ideali, sul triste destino da carne da cannone reclamistica che li attende.


Quando invece il famigerato Gunther von Hagens  inaugura una nuova mostra di “Body worlds”, con gli stessi toni con cui riviste come “Men’s Health” annuncerebbero l’apertura di una nuova palestra, ecco il San Bartolomeo a riportarci a un’estetica a misura d’uomo, paradossalmente in un periodo storico in cui alla ricerca della forma perfetta nella “vita vera” corrisponde una tendenza obbligatoria alla deformità nelle arti.

Probabilmente la contemplazione di quest’opera non produrrà i benefici promessi dal Von Hagens («Il 9% delle persone passate per Body Worlds ha smesso di fumare ed il 25% ha migliorato il suo stile di vita, iniziando o riprendendo a fare attività fisica», dichiara la curatrice), ma questo non importa, per i motivi che abbiamo accennato (vedi il palestrato di cui sopra).


Infine, a conferma della sua attualità (e di una certa preveggenza del d’Agrate), Bartolomeo irride ai ridicoli desideri di sviluppo legati a tutto ciò che è fatuo e superficiale (i vestiti, il cibo, le piante).

mercoledì 2 dicembre 2015

Ortoressia

L’ortoressia (dal greco orthos -corretto- e orexis -appetito-), definita come «una forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche» (Wikipedia), è la malattia che i self-hating Italians diagnosticano a quei connazionali che vanno all’estero per “mangiare italiano”.

Del resto non è colpa degli “italioti” se oltre i confini nazionali la ristorazione sembra avere a che fare più con la produzione di concimi che non la gastronomia.
La prova più lampante è nel modo in cui gli altri popoli, incapaci di abbinare quella cosa che chiamano cibo con la giusta bevanda, affogano il tutto in litri di alcol. Una tendenza che nei popoli nordici è presente da secoli, a quanto scrive lo Slicher van Bath nella sua classica storia agraria dell’Europa occidentale: «In Svezia il consumo medio di birra nel XVI era quaranta volte superiore a quello attuale, perché il sale e le spezie per rendere il cibo commestibile e conservarlo erano usate in quantità enormi» (The agrarian history of Western Europe, AD 500–1850, Edward Arnold, Londra, 1966).
Più o meno i metodi di conservazione e preparazione delle vivande devono esser rimasti gli stessi, anche se oggi come alibi vale soprattutto il freddo (che in effetti non si può combattere in molti modi, questo è pacifico pure per i maomettani che vivono in Scandinavia).

All’estero, quindi, non sanno mangiare e di conseguenza non sanno bere. Lo conferma la testimonianza del musicista britannico Robert Wyatt (intervista a “Musiche”, primavera 1996): «Una delle cose che ha tentato di insegnarmi [mia moglie] è “come bere”, perché io, d’abitudine, bevevo come i nordeuropei (che lo fanno solo per ubriacarsi) e lei mi ha detto: “Guarda come bevono gli italiani: bevono durante i pasti e poi, per lo più, smettono”. Così, quando siamo venuti in Italia, ha avuto occasione di dimostrarmi come vivere bene restando civili. E dunque: grazie Italia […]».

Quanto è provinciale, al confronto, un Ceronetti che piagnucola perché «eccetto un certo tipo di lambrusco fermo, privo di solfiti, presente in pochi negozi di prodotti biologici, da undici gradi, un vino [italiano] realmente bevibile non lo conosco». (Il più crudele dei mesi, “Corriere”, 4 agosto 2013).
Se costui avesse assistito a certe scenate di compagni est-europei pronti ad accapigliarsi per una bottiglia di Freschello come fosse ambrosia, sarebbe rimasto sconvolto. Per non dire del saporaccio di quei vinelli sudamericani che polacchi o lituani pagano un occhio della testa: dov’è l’Italia con i suoi vini imbevibili? Si perde un mercato per l’eterno complesso di inferiorità. Per altro noi italiani conosciamo il trucco per far diventare buono un vino cattivo: lo si allunga con l’acqua, come ci viene insegnato fin da piccoli. A furia di annacquarlo pure quel barbera frizzante che toglie la voglia di vivere, diventa un cocktail sbarazzino adatto per tutte le occasioni.

È vero che la nozione di “gusto” è una costruzione storica e che ogni criterio obiettivo di classificazione si imbatte sempre nel de gustibus: ma proprio per questo bisogna riconoscere che l’ossessione italiana per la buona cucina dipende anche dalle modalità con cui si è configurato negli ultimi decenni lo sviluppo industriale nel nostro Paese. Senza troppi giri di parole: se le altre potenze commerciali hanno imposto all’Italia di diventare una nazione di cioccolatai e pizzaioli, gli italiani nel fare di necessità virtù hanno ancora acquisito una posizione di predominio a livello mondiale, appunto nell’ambito dell’industria alimentare. Non dovrebbe essere sconvolgente il fatto che alcuni italiani facciano del “mangiare bene” la loro bandiera: è una delle poche cose che ci hanno lasciato (e l’abbiamo trasformato in oro).

Poi, è ovvio, c’è chi preferirà sempre i pierogi ai riavoli, il fish and chips alla cotoletta e qualsiasi bevanda esotica a un Brunello: ma quello è solo il proverbiale Selbsthass italiota che conosciamo, che sfocia regolarmente nell’eteroressia (dai dizionari medici ottocenteschi: «appetito strano, depravato»).

martedì 1 dicembre 2015

Europa Nazione: carne e sangue, tirannia e terrore


Lo sciovinismo inconscio con cui si esaltano i cosiddetti europeisti è rappresentato in maniera quasi “scultorea” da un’intervista dello scrittore spagnolo Javier Cercas (Nella notte di Parigi è rinata l’Europa, “Corriere”, 29 novembre 2015) rilasciata a seguito degli attentati parigini di pochi giorni fa.
Da questo scambio di battute col noto Cazzullo, emerge tutta la pericolosità di questa forma estrema di nazionalismo, la cui caratteristica più sgradevole è quello appunto di non potere o volere riconoscersi come tale.

In primo luogo Cercas, col cinismo di cui forse (forse) non sarebbe capace nemmeno un grigio eurocrate, individua le “conseguenze positive” degli attentati:
«È nato l’embrione dell’Europa. Nessuno di noi ha pensato che fosse un attacco alla Francia; tutti abbiamo capito che era un attacco all’Europa.  […] Ci voleva ora quest’altra guerra [scil. terroristica] per realizzare che l’Europa unita è il nostro solo orizzonte. D’un tratto, quello che appariva freddo e tecnocratico è diventato carne e sangue. Divisi, i nostri vecchi Stati non contano nulla. Insieme, siamo la prima potenza mondiale».
Per fare l’Europa unita, ci vogliono quindi sempre carne y sangre, messe nel frullatore di uno revanscismo ora accettato con compiacenza perché esteso “idealmente” (si fa per dire) a un intero continente. Ricordandosi inoltre di essere uno scrittore, Cercas rincara la dose fornendo anche una base “letteraria” (ideologica, direi) al suo euro-nazionalismo: se il Vecchio Continente è superiore al Nuovo da qualsiasi prospettiva (questo è almeno ciò che egli deduce dal primato europeo in letteratura), un Super-Stato potrà finalmente godere di quella “ricchezza” (culturale?) «che l’America non potrà mai avere».

A dimostrazione che questo tipo di retorica politica serve davvero a far passare qualsiasi cosa, Cercas, dopo aver affermato che il terrorismo è uguale alla guerra (ma fuori dal paradigma europoide tale equazione sarebbe tacciata di allarmismo, razzismo e xenofobia), si lancia in un elogio della (altrui) tirannia:
«Purtroppo avevano ragione i tiranni, quando ci dicevano che l’alternativa alla loro tirannia era il fondamentalismo islamico. Al Qaeda era peggio di Saddam. L’Isis è peggio di Al Qaeda. Quello che verrà dopo potrebbe essere peggio dell’Isis».

Con lo “scudo europeista” (raddoppiato dalla tendencia izquierdista), lo scrittore può attaccare l’islam da ogni prospettiva: suggerire per esempio, di «chiudere le moschee dove si predica la jihad» o affermare che i turchi sostengono l’Isis («[I terroristi] hanno milioni di simpatizzanti, come si è visto allo stadio di Istanbul. Lei pensa che i turchi siano disposti a combattere l’Isis?»).

Ora, ognuno può dire quel che vuole, però se Cercas un attimo prima afferma che dobbiamo “studiare l’islam” per “sconfiggerlo” (fuor di metafora e melassa, perché ovviamente l’argomentazione per sembrare progressista chiama in causa Mandela: «Nei ventisette anni che passò nelle carceri dell’apartheid, Mandela capì che per sconfiggere l’avversario doveva studiarlo»), poi non può uscirsene con queste bufale islamofobe.

Il riferimento allo “stadio di Istanbul” riguarda infatti un episodio verificatosi a una settimana dagli attentati: i tifosi turchi hanno fischiato durante il minuto di silenzio prima dell’amichevole con la Grecia. L’autore spagnolo Cercas, seguendo l’interpretazione propagandata dalle gazzette, dimostra però di non aver studiato molto: se egli avesse fatto un minimo di ricerca (in fondo anche i turchi “vengono da Islam”), avrebbe compreso che i cori di disapprovazione non sono stati un inno all’Isis, ma una protesta contro la Francia (la quale, per una grossa fetta dell’opinione pubblica turca, “sostiene il PKK”). L’episodio è disdicevole, ma non è legittimo biasimarlo in base a una presunta superiorità da europeo civilizzato: se i nostri media possono continuare a dire che Ankara sostiene il terrorismo islamico, allo stesso modo i turchi possono legittimamente pensare che Parigi sostiene il terrorismo curdo. Pari e patta, insomma

L’ossessione principale di Cercas resta comunque l’Europa, che nell’intervista spunta da ogni dove («Questo è il momento di costruire l’Europa: una politica comune di difesa, una politica comune dell’immigrazione», afferma d’emblée mentre discute delle responsabilità occidentali nella diffusione dell’estremismo islamico). Non può mancare poi l’apoteosi dell’ormai patafisico “Più Europa”:
«Dobbiamo dissolvere i vecchi Stati in una federazione europea, non crearne di nuovi. Solo così il potere politico potrà resistere al potere economico, la democrazia potrà fronteggiare le corporation globali».
Ecco le basi della nuova Europa-Nazione, in cui tutto deve confluire: non solo letteratura, storia, geografia e materie varie, ma anche il terrorismo e la tirannia, la disoccupazione e la recessione, la censura e il conformismo. E ovviamente sempre gli ingredienti base (non dimentichiamolo mai): carne e sangue.