venerdì 27 novembre 2015

Erdoğan e Putin non faranno pace a “Pomeriggio Cinque”

Discutendo della crisi russo-turca, sul “Corriere” Berlusconi ricorda i suoi rapporti personali con i leader di entrambi i Paesi (l’amico Vladimir e l’amico Tayyip) e identifica l’apice di questa entente cordiale modellata su se stesso nell’ottobre del 2009 a Valdaj, quando l’allora presidente del consiglio italiano e quello russo in teleconferenza con Erdoğan sancirono l’accordo sul gasdotto South Stream (cfr. Berlusconi condivide la linea “prudente”, “Corriere”, 26 novembre 2015).
L’incontro si svolse secondo i format più efficaci delle reti commerciali: «Ciao Tayyip», «Va bene Tayyip», incalzava B., avanzando tra una battuta sul gas e una sul calcio la proposta di un summit in Italia («e garantisco che il menù vi piacerà!») per poi congedare l’amico turco con un «Ciao Tayyip, un abbraccio fortissimo!». 


Tutto sommato un successo, anche se di brevissima durata: il South Stream è stato annullato per le sanzioni europee, a Berlusconi è stato vietato per tre anni l’ingresso in Ucraina a causa della sua visita in Crimea (con la beffa di un processo per aver bevuto una bottiglia di sherry con Putin) e infine i rapporti tra Russia e Turchia sono degenerati nei modi che tutti sanno. È la solita Dämonie der Macht…
[Detto tra parentesi: stupisce che in un articolo dedicato alla politica estera dell’ex-premier non vengano citati Topolanek e il lettone di Putin. È un ulteriore sintomo del cambiamento di linea (voluto dal nuovo direttore Luciano Fontana?) da un anti-putinismo intransigente a un approccio più “disinvolto” del quotidiano di via Solferino, inaugurato dalla pubblicazione di una lettera dello stesso Berlusconi (9 maggio) contro l’assenza dei leader occidentali alle celebrazioni di Mosca per l’anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, e sancito dalla “storica” intervista in prima pagina al leader russo (6 giugno 2015)].
Il “segreto” della diplomazia berlusconiana, conosciuta anche come “Diplomazia del cucù” o “della patata” (rispolverata in altre modalità da John Kerry), è stato la capacità di modellarsi sulle volontà degli interlocutori, assumendo, a seconda dei casi, l’aspetto di un oligarca russo, un magnate americano, un imprenditore argentino, un investitore cinese, un azionista saudita, un industriale albanese etc., grazie a una serie di caratteristiche meno riconducibili alla storia personale di B. che non alla sua area politica di riferimento, le cui peculiarità sono state analizzate da Marcello Veneziani in Cultura di destra (Laterza, 2002): «Una destra selvatica […] che aderisce in modo istintivo all’apparato tecnologico-mercantile del presente come unico ancoraggio di concretezza: […] la tv e il conto in banca prendono il posto del pulpito e dell’orto e diventano le nuove colonne basilari della casa» (p. 16); una destra che si arrabatta agilmente «[tra le forme e le icone] dell’era della comunicazione visita e televisiva» (p. 112).
I piccoli successi di questo approccio (non del tutto estemporaneo, come dimostra la diversa risoluzione del conflitto georgiano rispetto a quello ucraino) nascono quindi da una miscela del potenziale a-politico (o anti-politico) di Berlusconi (riconosciuto come di per sé stesso ideologico, tanto da spingere intellettuali come Mario Perniola o Valerio Magrelli ad attribuire al personaggio la realizzazione di tutte le aspirazioni sessantottesche, dal programma erotico-politico di Wilhelm Reich alla descolarizzazione della società di Ivan Illich) con una enorme capacità finanziaria, la quale ha permesso al suo detentore di esercitare quella spregiudicatezza del “mercante” che secondo Eibl-Eibesfeldt rappresenta un elemento positivo nelle relazioni tra gruppi: «Lo scambio di doni […] esprime volontà di pace e si è osservato spesso che in origine il commercio era propriamente una relazione di scambio di questo genere a vantaggio del legame; […] ancora oggi [alcune popolazioni] esercitano il commercio senza che esso sia loro necessario» (Etologia della guerra, Bollati, 1998, p. 265).

Ora che la situazione si è fatta più seria, il pericolo è che il berlusconismo “internazionale” si sviluppi in senso opposto rispetto alle aspirazioni neutralistiche e si radicalizzi nel tentativo di darsi un senso finalmente politico. Tale deriva è sintetizzata da alcune dichiarazioni eclatanti degli ultimi tempi, come quella riportata da Alain Friedman nel suo libro-intervista: «Il popolo della Crimea parla russo e ha votato con un referendum per riunirsi alla Madre Russia».
L’irritazione di esser considerato ancora un «marchand de soupes italien» (come lo definì spezzatamente Chirac) unita al desiderio di ottenere una improbabile riabilitazione politica («Gli altri […] dicono quello che dicevo io, senza riconoscermelo», per citare ancora l’articolo del “Corriere”), costringerà Berlusconi a rinunciare al proprio talento proteiforme e perdere la sua migliore qualità, quella appunto di essere un uomo senza qualità? Sarebbe questo un ulteriore sintomo del fallimento del percorso di de-ideologizzazione che l’umanità si era illusa di poter seguire coerentemente. Si potrebbe fare un parallelo (irriverente ma opportuno) con la carrierea politica dell’oligarca ucraino Poroshenko, il “re del cioccolato”, che ha baratto un business fiorentissimo (basato sulle esportazioni verso la Russia) in cambio di un parlamento assediato dagli estremisti, una schiera di alleati rapidamente dileguatisi e una “cura da cavallo” europeista che condannerà il suo Paese a decenni di recessione. Indubbiamente nella borghesia ucraina non ha fatto in tempo a sedimentarsi quel sentimento di ostilità verso la politica («Una cosa inventata dai perdigiorno, cioè dagli avvocati, dai politici, dai “terroni”», come scriveva Saverio Vertone nel 1995) che ha caratterizzato invece gli imprenditori lombardi sin dai tempi di Renzo Tramaglino.

Con queste premesse, sarà difficile persuadere Erdoğan e Putin a riappacificarsi in qualche trasmissione pomeridiana di Mediaset. Al di là delle amicizie personali di Berlusconi, è tuttavia l’attuale crisi russo-turca a presentarsi più intricata del previsto.
Per capirne di più, ritorniamo allo storico incontro del 2009: proprio in quei giorni Erdoğan dava vita con Azerbaigian, Kazakistan e Kirghizistan al Türk Keneşi, il “Consiglio” dei popoli legati ad Ankara da storia, lingua e cultura. Poco tempo dopo (2011), la Russia creava l’Unione Economica Eurasiatica assieme a Bielorussia e Kazakistan, Armenia (2014) e Kirghizistan (2015). Tali alleanze rispecchiano fedelmente la lotta delle due potenze per ritagliarsi la propria area di influenza nella regione, l’una premendo sulle nostalgie ottomane e anche sul sentimento di rivalsa delle popolazioni arabe (Erdoğan ha più volte dichiarato la volontà di far saltare i confini del Sykes-Picot con tutti i mezzi consentiti dal diritto internazionale), l’altra presentandosi come benevolo gigante economico che però all’occorrenza può vantare una capacità militare da superpotenza.
Oggi il rafforzamento della posizione di Ankara all’interno della NATO è un dato di fatto: l’Alleanza ha preso atto che l’esercito turco costituisce ormai il suo nerbo militare e, a differenza di quanto accadde nella prima guerra del Golfo (quando Stati Uniti e Germania si rifiutarono di garantire alla Turchia la stessa protezione riservata agli altri alleati in caso di attacco iracheno), questa volta il Patto ha assicurato piena collaborazione sul confine medio-orientale. In questo gentlemen’s agreement rientra naturalmente la difesa delle popolazioni turcomanne siriane bombardate dai russi: è il caso di domandarsi i motivi per i quali Putin abbia voluto “tirare la corda” fino a questo punto, proprio lui che nell’intervista al “Corriere” ricordata più sopra aveva dichiarato che «solo una persona non sana di mente o in sogno può immaginare che la Russia possa un giorno attaccare la Nato». Irritare i turchi è l’ultima cosa che ci si aspetterebbe da colui che si è presentato come il “Presidente della stabilità”, quello che dopo la disfatta di South Stream andò immediatamente a trattare con Erdoğan per progettare un nuovo gasdotto.
Nasce il sospetto che Putin si stia facendo galvanizzare dall’immagine che sostenitori e detrattori gli hanno affibbiato, e che la guerra contro l’Isis ne stia accentuando la hybris politica, con la complicità dei media internazionali che, ingigantendo le capacità di un esercito che non sa usare le armi che ha rubato, ha preparato le basi per l’ennesima ultima guerra finale dell’umanità di schmittiana memoria: finalmente si sono resi disponibili nuovi “criminali internazionali” su cui testare le armi di ultima generazione.

Proprio su questo punto è necessario spendere qualche parola in più: nelle società occidentali, in conseguenza all’abolizione dell’obbligo di leva, sta risorgendo una sorta di “bellicismo romantico” che consente ai figli di idealizzare ciò che i padri avevano imparato a odiare. Come ha rilevato l’analista americano Andrew Bacevich (È la guerra permanente dell'America, “Repubblica”, 13 settembre 2014) «la distanza fra i militari e il popolo americano va approfondendosi. Contribuisce a sostenere politiche militari sconsiderate, infatti troppe poche persone sono coinvolte nei rischi. Obama […] promette una guerra pulita, a buon mercato, senza complicazioni. Quale sarà poi la realtà, resta da vedere».
Anche in Italia l’abolizione della naja ha fatto sì che il concetto di “guerra” riconquistasse il prestigio perduto e che gli scalmanati che un tempo affollavano le manifestazioni pacifiste (guarda caso scomparse proprio a partire dal 2005) si convertissero a un fantomatico “appellismo” capace di identificare con precisione assoluta i buoni e i cattivi di turno, invitando rispettivamente ad aiutare i primi e bombardare i secondi (magari senza confondersi troppo).
La comparsa all’orizzonte un nuovo unmenschlichen Scheusal (il “mostro disumano” di cui parla sempre Carl Schmitt) trova così terreno fertile nell’opinione pubblica: ecco i nuovi “nazisti” da sacrificare alla Societas Populorum prossima ventura (che purtroppo non sarà mai l’ultima).
Un altro importante fattore di destabilizzazione del sensus communis è stato l’avvento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, che ha costretto tanti americanofili “de’ noantri” a identificare Vladimir Putin come l’erede spirituale della loro idea di “America”, quella, per intenderci, dei supereroi dei fumetti e degli action movie hollywoodiani. Gli pseudo-russofili che oggi idolatrano il “Presidente” ignorano che il consenso di cui Putin gode in patria nasce perlopiù da aspirazioni opposte alle loro: il suo elettorato non chiede il ripristino dei confini dell’impero zarista (o bizantino), ma pace, sicurezza e prosperità. Alla Duma i fanatici del panslavismo o dell’eurasismo sono tutti all’opposizione, e se si trovano ad appoggiare alcune iniziative putiniane è solo per opportunismo (con la speranza malcelata di creare il caos per impadronirsi del potere). Con il voto a Putin la maggior parte dei russi spera di tenere questi individui il più lontano possibile dal potere.
Uscendo dal mondo delle fiabe e dei fumetti, si può quindi comprendere quanto l’appello a una fittizia “coalizione universale” contro l’Isis sia sostanzialmente inutile a risolvere le numerosi crisi mediorientali: piuttosto che lasciarsi trascinare dalla foga di una “crociata senza scopo”, sarebbe meglio chiarire sin da subito i diversi interessi nell’area e provare a equilibrarli senza utilizzare i soliti capri espiatori.
Alla Russia in fondo non conviene stuzzicare ulteriormente uno dei pochi Paesi della NATO che non nutre complessi di inferiorità nei confronti dei suoi alleati. Per Putin la Turchia è l’ultimo ponte disponibile per tentare un nuovo ancoraggio all’Europa, prima della deriva “asiatica” che comporterebbe anche la fine della sua leadership: gli interlocutori occidentali si sono dimostrati volubili (Germania), umorali (Francia) o inaffidabili (Italia). La gazzarra sulle sanzioni (in realtà l’ennesima occasione per i Paesi europei di danneggiarsi a vicenda) ha portato Mosca a intensificare l’interscambio commerciale con Ankara, nonostante i dissidi all’apparenza insormontabili sulla Siria. Sarebbe insensato condannarsi al suicidio economico o politico per ragioni di puntiglio (in guerra esiste anche il fuoco amico); per Putin sarebbe inoltre una buona occasione per dimostrare di esser fatto di un’altra pasta rispetto ai leader occidentali.
La guerra non conviene ovviamente nemmeno alla Turchia, che ha dimostrato di avere i nervi più saldi di quanto i suoi critici pensano, dal momento che di casus belli in questi anni ce ne sono stati tanti, tra i quali il più importante l’assalto della Mavi Marmara da parte delle forze speciali israeliane (potremmo pure citare la necessità di garantire la sicurezza dei tatari di Crimea dopo l’annessione russa, la protezione dei turkmeni siriani dai bombardamenti o il sostegno indiretto di Israele ai curdi). Anche una piccola “guerra fredda”, di tipo diplomatico o economico, sarebbe comunque disdicevole, dato che Ankara ha la necessità di partecipare al tavolo delle trattative sul futuro della Siria, per una marea di motivi, in particolare: evitare che il nascente Kurdistan si trasformi in un nuovo Israele, permettere ai profughi di ritornare al loro Paese e garantire alle minoranze etniche legate al passato ottomano una qualche autonomia politica o regionale.

lunedì 23 novembre 2015

La geopolitica non è una scienza esatta


«La geopolitica è una scienza esatta», afferma Aleksander Dugin probabilmente con lo stesso tono con cui più di un secolo fa Alfred Jarry presentò la patafisica come «scienza delle soluzioni immaginarie». Dugin come sempre esagera: lui, che è riuscito a trasformare Mackinder, «un bizzarro personaggio dell’era edoardiana che mai ebbe una cattedra a Oxford», in una sorta di «Cardinal Richelieu di Whitehall» (cit.) e che ha fatto della “geopolitica” il suo brand personale, dovrebbe riconoscere quanto certe elucubrazioni debbano all’occultismo e all’irrazionalismo otto-novecentesco. Secondo l’orientalista Alessandro Grossato, le stesse teorie di Mackinder, all’apparenza “scientifiche”, riprenderebbero in realtà «descrizioni mitiche e rappresentazioni simboliche delle religioni dell’Asia centro-orientale e meridionale che circolavano ampiamente negli ambienti fabiani di cui l’autore era frequentatore, […] [come] la rappresentazione dell’Eurasia nella cosmologia indù e buddhista, […] un’unica isola-continente ruotante attorno all’asse immobile della montagna cosmica» (cfr. “Geopolitica”, 15 novembre 2014).

La geopolitica, al di là dell’opinione di questo conteur oriental (E. Carrère), è tutto fuorché una “scienza esatta”; può essere tutt’al più considerata come un utile orpello per riscattare da una prosaicità eccessiva le varie interpretazioni del caos internazionale. Da questo punto di vista non meno affascinanti delle sparate di Dugin (quasi mai farina del suo sacco, anche se il soggetto ha un’altissima opinione di sé), le teorie dell’ammiraglio statunitense (e storico di Harvard) Samuel Eliot Morison (1887–1976) che traduce la dicotomia tra talassocrazia e tellurocrazia nella lotta perenne tra libertà e tirannia: da una parte Atene, il Regno Unito e l’America, dall’altra Alessandro Magno, la Prussia e la Cina maoista. Una “storia del mondo” lontana per ispirazione da quella di Carl Schmitt di Land und Meer, ma che si nutre anch’essa di simboli e mitologie: il fatto che la stessa idea sia passata dalla testa di un filosofo nazista a quella di un Boston Brahmin come Eliot, per poi finire nelle sapienti mani del Rasputin di turno, contribuisce ad alimentarne il fascino. Sarà per questo che molti analisti americani oggi si improvvisano seguaci di Mackinder (vedi il grottesco George Friedman) e scrivono manuali di strategia con lo stesso tono della letteratura self-help che oggi va per la maggiore (a quando un Heartland for dummies?).

La verità è che qui si sta semplicemente trasformando un problema del tempo presente (l’incapacità degli Stati Uniti di gestire il proprio spazio imperiale) nella base di una sorta di scienza cosmica degli assoluti, o qualcosa del genere. Da questo deriva l’illusione ottica di vede una strategia (“del caos” o, come la chiama Emmanuel Todd, “del pazzo”) dove non vi è strategia alcuna, ma soltanto il mero tentativo di prorogare il ridimensionamento delle proprie ambizioni. Presentare la politica estera degli Stati Uniti come tipica di una talassocrazia vuol dire non solo offrire (anche inconsapevolmente) una immagine degli americani come eterni vincitori, ma anche giustificare il dispotismo come necessità imposta dalla “terra” (russa, orientale o araba che sia).
La verità è che gli Stati Uniti hanno mancato ogni appuntamento storico per testare le loro capacità imperiali. Se è lecito indagare le cause della catastrofe, non è consentito trasfigurare la circostanza storica in una “falsa coscienza” che giustifichi il ritorno della tirannide come tappa obbligata nel passaggio di consegne da una civiltà all’altra.

Partiamo dunque dai fatti: dopo una certa esaltazione dovuta alla cessione di mezza Europa a Stalin mascherata come vittoria militare, gli Stati Uniti hanno dovuto fare i conti con disastri come la guerra di Corea e quella del Vietnam (combattute talmente male che i due Stati sono gli unici al mondo a dirsi ancora socialisti). A partire dagli anni ’80, una volta preso atto della situazione, l’impero riluttante iniziò ad affidarsi a eserciti mercenari (con l’eccezione della ridicola invasione di Grenada del 1983 e altri episodi minori): se questa è una “strategia”, allora anche i genitori di un alunno che si finge malato per saltare il compito in classe possono considerarlo un grande stratega ed evitare di punirlo (come oggi, effettivamente fanno). Per sfruttare la metafora fino in fondo, potremmo aggiungere che l’atteggiamento è apparso per qualche anno vincente solo perché la maestra è venuta a mancare e il ragazzino si è illuso di poter saltare la verifica per sempre.

L’attuale situazione siriana, in cui gli aiuti economici e militari degli Stati Uniti ai “ribelli” sono finiti nelle casse degli estremisti, sembra una replica di quel che accadde in Cambogia all’inizio degli anni ’80: il sostegno militare (armi “non letali”) e finanziario (10 milioni di dollari) degli anglo-americani al “Governo di coalizione della Kampuchea Democratica” formato dai monarchici (guidati direttamente dal re), dai comunisti polpottiani (freschi di genocidio) e dai nazionalisti anticomunisti, finì agli eredi della “Kampuchea Democratica” che rappresentavano la maggioranza delle forze anti-vietnamite sul campo. (È incerto se in futuro le atrocità dell’Isis verranno attribuite interamente all’islamismo così come quelle dei Khmer rossi sono state accollate al comunismo sconfitto).

Lo stesso discorso vale per l’Ucraina, con qualche aggravante: in primis, l’aver affidato la  “transizione democratica” (chiamiamola così) non a un rassicurante governo fantoccio, ma agli elementi della peggior destra possibile. Il modo goffo in cui gli Stati Uniti hanno agito dimostra come il terrore di dover mandare truppe sul campo abbia impedito loro persino di imparare da errori recenti: quanti milioni di dollari ci sono voluti per capire, tanto per fare un esempio, che la causa tibetana sarebbe stata meglio rappresentata da un Dalai Lama pacioso e conciliante che non da tutti i freedom fighters, eredi del precedente regime feudale e invisi alle popolazioni contadine, paracadutati nel Paese per incitare una insorgenza anticinese?

Scottati dal fallimento dell’ennesima “rivoluzione colorata”, gli americani hanno agito irrazionalmente, come se si trovassero in piena guerra fredda, auspicando che il riciclaggio di personaggi impresentabili venisse accettato dall’opinione pubblica come un male necessario per salvare il mondo libero: al contrario, è proprio per questo che diversi osservatori statunitensi adesso si prodigano nel segnalare la continuità tra i collaborazionisti del Reich che vissero il “sogno americano” (vedi Jaroslav Stetsko) e la galassia neonazista che oggi gravita attorno ai partiti di governo (per un approfondimento sui legami tra neonazisti ucraini e americani, cfr. Is the US backing neo-Nazis in Ukraine?, “Salon”, 25 febbraio 2014).
Il tour dell’imbarazzante John McCain a braccetto di Svoboda e le dichiarazione dell’altrettanto sgradevole Victoria Nuland che manda a farsi fottere l’Unione Europea fotografano bene il tracollo del soft power statunitense (lasciando da parte gli attriti diplomatici con la Polonia, per nulla contenta dei 5 miliardi di dollari investiti «nella costruzione di competenze e istituzioni democratiche in Ucraina» finiti in parte nelle fauci degli odiati eredi dei banderisti – che durante la Seconda guerra mondiale sterminarono centomila polacchi e i cui epigoni del Battaglione Azov sembrano intenzionati a ripeterne le gesta).

Sembra inoltre che gli Stati Uniti abbiano trasmesso agli eserciti alleati l’incapacità di combattere a terra, inquinando il proverbiale “morale delle truppe” con l’impiego massiccio delle solite compagnie militari private, servite soprattutto a rendere più cocente la sconfitta di Debaltsevo (grazie alla quale i filorussi si sono impossessati del sud-est ucraino).
L’Ucraina oggi è una nazione terribilmente precaria, che gli eurocrati con le loro “riforme” hanno condannato a una recessione eterna. Il “mito americano” (che gli stessi americani ormai vedono incarnato da… Vladimir Putin!) non salverà Kiev dalla disoccupazione, dalla corruzione e dalla violenza. Le bande nazionaliste hanno già tentato di assaltare il parlamento e nei prossimi anni diventeranno un fattore di instabilità perpetua, di contro all’inarrestabile ascesa nell’Europa Orientale di potenze regionali quali la Polonia e l’Ungheria.
Escludendo dunque a priori l’ipotesi di intervento (anche “per interposta persona”), cosa potranno fare gli Stati Uniti di fronte al declino della loro influenza ai confini d’Europa? Invieranno pacchi di fotocopie del “manuale Sharp”? Organizzeranno conferenze di Soros? Probabilmente sì, ma questo non farà che abbreviare l'agonia.

Alla luce della situazione attuale si aprono per l’Europa scenari inediti, sui quali la “scienza esatta” della geopolitica ancora non riesce a dir nulla, se non ripetere la solita paternale eurasiatica: rinunciare all’orgoglio nazionale per creare un immenso continente tellurocratico da Lisbona a Vladivostok. In questi giorni concitati la Francia ha dato una lezione di dignità ai sostenitori di questo macro-nazionalismo asfissiante (di stampo leggermente quislinghiano). Col senno di poi, il ritorno della Francia nella NATO (avvenuto alla chetichella nel marzo 2009), che ha inaugurato una nuova stagione dell’imperialismo gallico in Africa e Medio Oriente, si è rivelato una mossa previdente: se la Francia avesse voluto mantenere una neutralità artefatta, a quest’ora gli attentati parigini non avrebbero suscitato una tale reazione a livello internazionale. Il paraocchi ideologico impedisce a certi anti-imperialisti di riconoscere che anche all’interno del Patto Atlantico i rapporti di forza possono essere ribaltati (sempre che esista la volontà di farlo). In poche ore il quadro della situazione internazionale è infatti mutato notevolmente: mentre una nuova alleanza franco-russa si manifestava sull'onda dell'emotività, con gesti grandi (i bombardamenti congiunti sulla Siria, l’assenso dei francesi a una “transizione democratica” guidata da Assad) e piccoli (i soldati russi che scrivono “Per Parigi” sulle bombe, i poliziotti che inviano un cucciolo di pastore belga alla polizia francese per rimpiazzare quello deceduto durante i blitz), la Germania di Angela Merkel (appena incoronata dal “New York Times” come la Kennedy d’Europa) letteralmente spariva dalla scena, un po’ per cattiva coscienza, un po’ per l’invidia suscitata dal Sorgenkind francese, che da vero figliol prodigo ha potuto reintrodurre nel discorso politico europeo parole quali “guerra”, “spietatezza” e “vendetta” (alla faccia anche di Régis Debray, che su “Le Monde Diplomatique” paventava «l’effémination des valeurs et des mœurs» dell’Europa se la Francia non fosse uscita immediatamente dalla NATO). Finalmente qualcuno ricorda ai tedeschi chi ha perso la Seconda guerra mondiale.

L’Eurasia, in fondo, non è che una espressione geografica, o addirittura un flatus vocis, parola magica (accanto, appunto, a “geopolitica”) con la quale si spera di aprire chissà quale scrigno segreto. C’è tuttavia chi non è ancora disposto a sacrificare i propri diritti in nome di una fantomatica integrazione che dovrebbe estendersi fino a chissà quale confine. Non è solo l’insopprimibile volontà egemonica tedesca a impedire qualsiasi tipo di cooperazione a livello continentale (e che per certi versi fa dei rapporti russo-tedeschi attuali il massimo di collaborazione consentita dal temperamento dei contraenti), ma anche i ripetuti fallimenti a cui questa Unione Europea è andata incontro. L’ultimo, in ordine cronologico, riguarda la questione “sicurezza”, che dipende a sua volta dall’incapacità di creare un progetto politico in grado di bilanciare ordine e libertà (Bruxelles militarizzata offre una rappresentazione plastica del dilemma).

Ora come ora l’unica forza su cui può contare l’Europa è proprio quel residuo di patriottismo che alcuni Paesi sono riusciti a salvaguardare. Giusto qualche esempio, per non dilungarsi troppo: l’Ungheria, che ha sconfitto da sola il “Golia” dell’immigrazione e grazie agli accordi commerciali con la Cina ha riaperto la Via della Seta; la Polonia, che ha saputo modernizzarsi senza svendere la propria identità storica, religiosa, etnica e culturale; infine, i poco amati cugini francesi ai quali però va riconosciuta un coraggio antico e nuovo, una ribellione autentica a una contemporaneità fatta di piagnistei, sensibilità e vittimismo. Soltanto da loro potevamo aspettarcelo: probabilmente faranno pagare il conto a qualcun altro, ma sarà sempre meglio che morire di inedia.

domenica 22 novembre 2015

Tamil: la lingua primordiale dell’umanità


Uno dei più illustri e onorabili rappresentanti della cosiddetta “linguistica fantastica” è l’attivista tamil (ed etymologistDevaneya Pavanar, il quale identificò nel tamil la lingua primordiale dell’umanità, discendente diretta dell’idioma parlato nel leggendario continente di Lemuria, culla della civiltà.

Ricollegandomi alla discussione sul greco come lingua elettiva, la proporzione Tamil : Lemuria = Greco : Atlantide in verità non aggiunge alcunché a una discussione di per sé delirante, che anzi rischia di scivolare sul terreno minato della politica (come dimostrano, da una parte, i risvolti del nazionalismo dravidico e del purismo tamil ispirati a Pavanar e, dall’altra, le vicende legate alla questione della katharevusa e della lotta per la democrazia -anche linguistica- in Grecia).

Sfortunatamente non ho esperienza col tamil per poter accertare una qualche somiglianza con la lingua dell’“Adamo” lemuriano (a dirla tutta non conosco nemmeno quella): posso per il momento constatare che lo stesso nome tam-il, ricondotto da un’etimologia a one’s own speech, farebbe la gioia di quell’Alfred Kallir evocato a proposito dell’idioma ellenico, il quale sosteneva che
«la radice on unisce il greco mONos, il francese mON, i termini inglesi alONe, ONly, e ONe» perché «quando una persona è sola, è l’unica e sola che vale, geneticamente, come la prima (soggettivamente in inglese my own, “la mia propria”) persona, prima che altre se ne presentino» (Segno e disegno, p. 121).
Se avesse conosciuto il tamil, Kallir ne avrebbe forse dedotto che la lettera , corrispondente al suono “ta” e presente in அந்த [“anta”], valevole sia come articolo determinativo sia come pronome dimostrativo, rappresenta la testa di bue e il fallo maschile (avrebbe anche utilizzato quell’“an” per corroborare le sue teorie sulla “A”). Che sia questa la pista giusta per risalire al lemuriano?

sabato 21 novembre 2015

Ebraico: la lingua spontanea dell’umanità

«Eliezer Ben-Yehuda tentò di ridar vita a una lingua che non era mai stata dimenticata ma che era evidentemente inadatta a un uso moderno […]. Svolse un grande lavoro di lessicografo, e volle dare personalmente l’esempio: in casa sua si sarebbe parlato solo ebraico. Non è un caso che, per lunghi anni, i coniugi Ben-Yehuda fossero costretti a ridurre notevolmente il loro vocabolario. […] Il malcapitato figlio di un padre così ostinato fece le spese di questa strana afasia familiare: fino all’età di quattro anni ebbe uno sviluppo verbale così limitato che si cominciò a temere un suo ritardo mentale (curiosa smentita alle teorie medievali dell’ebraico come lingua spontanea dell’umanità!). Poi gli si parlò in altre lingue, e la cosa si aggiustò» 
(A. Guetta, “Una scrittura ebraica, un’esistenza europea”, in D. Vogel, Davanti al mare, 1932, E/O, Roma, 1998, p. 130).

Esperanto: la lingua universale dell’umanità

I miei studi di esperanto risalgono ormai alla notte dei tempi: proprio in questi giorni ho ritrovato nel mio archivio un carteggio col professor Giorgio Denti della Federazione Esperantista Italiana (FEI), che qualche anno fa gentilmente si prestò come “consulente” per la traduzione di qualche mia poesia. Mi piace riportare qui sotto il momento clou dello scambio epistolare: una risposta esaustiva e molto generosa (quasi una lectio magistralis) sul modo più appropriato per rendere l’espressione apologia del silenzio, per la quale lo ringrazio ancora (jam temp’ esta’!).
«Buonasera Roberto,
io direi: Apologio de la Silento (pronunciare apologhio con accento sulla “i”).
Ma bisognerebbe capire bene che cosa hai in mente.
“Apologia”, infatti, può significare:
1) discorso di autodifesa (pensiamo all’Apologia di Socrate); in esperanto: apologiomemdefendosindefendosinpravigo;
2) discorso o scritto a difesa (pensiamo agli antichi Apologeti); in esperanto: apologio;
3) perorazione; in esperanto: pledo;
4) esaltazione (ad esempio, apologia di reato, apologia del fascismo); in esperanto: apologiogloradolaudego;
5) giustificazione; in esperanto: pravigo;
6) preghiera pronunciata dal sacerdote all’inizio della messa per chiedere il perdono delle proprie colpe (da questo uso molto particolare viene l’inglese “to apologize”, che non vuol dire “fare l’apologia”, ma “chiedere scusa”, e spesso dà origine a gustosi equivoci di traduzione); in esperanto: pardonpetosenkulpigo.
Esclusi il primo e l’ultimo significato, gli altri 4 potrebbero tutti fare al caso nostro.
Se, però, dico Pledo por Silento, a mio modo di sentire vengo a dire che il mio è un “invito a fare silenzio”, non già una difesa, un’esaltazione del silenzio (che, forse, è quello che intendi), e che a mio avviso corrisponde meglio ad Apologio de la Silento o Laudo de la Silento.
Se scegli una parola diversa da apologio o pledo, attenzione alla preposizione da usare».
È questo forse l’aspetto che più mi appassiona dell’esperanto: il fatto che, pur non essendo diventato un fenomeno di massa (come avrebbe voluto il suo creatore Zamenhof), esso ha comunque mantenuto una dimensione “sociale”, cioè una certa versatilità e adattabilità ai contesti più disparati.
A testimoniare tali caratteristiche, per esempio, la presenza nei dizionari e nelle grammatiche esperantiste di una sezione dedicata... alle parolacce (di seguito qualche pagina da D. Astori, Parlo Esperanto. Manuale di conversazione, A. Vallardi, 1996, pp. 177-178, cliccare per ingrandire).




Certo, tutto ciò potrebbe contrastare con le definizioni classiche della Lingvo Internacia, come quella di “Wikipedia”: «Scopo di questa lingua è quello di far dialogare i diversi popoli cercando di creare tra di essi comprensione e pace con una seconda lingua semplice ma espressiva, appartenente all’umanità e non a un popolo».
A parte la battuta facile (mandarsi a fekulo non è il massimo del dialogo), il problema principale che la dicotomia umanità/popoli non regge, poiché anche da un punto di vista utopico, un’umanità unificata dovrà, per forza di cose, essere un popolo.
Può sembrare un discorso astruso, ma a mio parere è qui che risiede la radice dell’“insuccesso” dell’esperanto nell’imporsi come lingua franca.

Uno dei più grandi limiti che sconta il nostro idioma artificiale è per l’appunto il suo carattere u-topico, cioè di lingua “senza terra”, incapace di radicarsi in un’etnia o una nazione a causa degli obblighi di “universalità ideale“ che si è imposta sin dagli albori. Anche perché, a ben vedere, il bisogno di “territorializzarsi” si è presentato immediatamente, come dimostrano i piani per l’adozione dell’idioma da parte del Moresnet Neutrale (un territorio conteso tra Germania e Belgio), e fino ai nostri giorni ha continuato a rappresentare un’istanza irrinunciabile, se pensiamo alle effimere iniziative dell’Isola delle Rose (una “Repubblica Esperantista” sopravvissuta meno di un anno) e, per citare uno dei casi più stravaganti, la Repubblica di Molossia (una villetta del Nevada dichiarata indipendente dal suo proprietario nel 1999), che tuttavia ha adottato oltre all’esperanto altre 3 lingue ufficiali (e forse anche il griko, a giudicare dall’interesse dimostrato dal Presidente).

Sulla fortuna dell’esperanto hanno influito inoltre le stesse contraddizioni della pseudo-teologia che il Doktoro Zamenhof elaborò per favorirne la diffusione: una religiosità eterodossa e sincretista che si nutre dell’illuminismo ebraico della Haskalah, delle suggestioni para-massoniche dei circoli sionisti tardo-ottocenteschi (lui stesso ne creò uno a Varsavia, il ChibatZion, gli “Amanti di Sion”, nel 1881) e dell’Hillelismo, una corrente ebraica che propugnava l’unificazione dei monoteismi ispirandosi alla parabola dei tre anelli narrata da Lessing. Alla fine egli stesso giunse a unificare tali tendenze nella sua “eresia” personale, l’Homaranismo, che risente del milieu positivista, mondialista e umanitario dell’epoca (per approfondire, consiglio l’ottima ricostruzione di F. Gobbo, La filosofia morale di Zamenhof per il nuovo millennio, “Erewhon”, 2005).

Il miraggio di una “lingua dei tempi ultimi”, presente in tutte le religioni, è particolarmente sentito dall’ebraismo che tuttavia, nelle parole di una sua rappresentante contemporanea, da sempre paventa i tentativi “babelici” di una characteristica universalis:
«La via della riunificazione non può non passare per il linguaggio. Tradurre è redimere […], liberare la lingua pura in esilio, confinata e dispersa fra le tante lingue […]. Ma sarebbe un errore prendere questa “lingua pura” per una lingua universale. Se così fosse, si tratterebbe di un nuovo tentativo di riedificare la torre. […] La riunificazione può procedere solo dentro ogni lingua, non nello spazio vuoto tra le lingue. […] [La lingua messianica] sarà abissalmente profonda e polifonicamente piena. […] Il suo compimento coinciderà con il compimento della storia, con la fine dei tempi. Dopo aver detto, tra-dotto, tutto il dicibile terminerà. […] Se la punizione che Dio ha inflitto ai babelici è quella di non comprendersi più, nei tempi ultimi sarà adempiuta la promessa della comprensione» (D. Di Cesare, Grammatica dei tempi messianici, AlboVersorio, Milano, 2008, pp. 31-35).
Anche nel cattolicesimo la glossolalia è intesa come possibilità di parlare tante (o tutte) le lingue, non una sola (resta tuttavia il mistero se gli apostoli capissero quello che predicavano alla folla o se pure tale predicazione originasse dalle lingue di fuoco). A tal proposito, è importante sottolineare come tra i tanti tentativi di radicamento, uno dei più riusciti forse fu proprio quello col cattolicesimo: la fortuna vaticana degli esperantisti è riassunta in un pregevole scritto di Carlo Sarandrea (Discernimento dei papi da san Pio X a oggi sul carisma dei Cattolici Esperantisti22 agosto 1996), che approfondisce con dovizia di particolari i rapporti tra l’IKUE, l’Unione Esperantista Cattolica Internazionale (nata nel 1903 con la rivista “Espero Katolika”) e i vari pontefici.

Riprendiamo dal testo qualche aneddoto poco conosciuto: Pio X, che venne introdotto all’idioma da Luigi Giambene (professore di ebraico, soprannominato dallo stesso Papa “Monsignor Esperanto”), oltre a inviare annualmente la sua benedizione a “Espero Katolika”, riconobbe nell’esperanto «un valido mezzo per il mantenimento dell'unità fra i cattolici di tutto il mondo»; per questo gli esperantisti cattolici lo proclamarono “universale patrono celeste” (Universala ĉiela patrono de la katolikaj esperantistoj); Papa Pacelli, quando era ancora cardinale, inviò un attestato di sostegno al primo congresso della “Internazionale cattolica” (denominazione temporanea dell’IKUE, che tornò presto alla sigla originale) e nel 1951 ricevette in dono dal sacerdote belga Alfons Beckers una copia in esperanto de La storia di Cristo del Papini; Paolo VI nell’Udienza generale del 12 agosto 1975 si rivolse ai gruppi con queste parole: «Vedete, hanno la bandiera verde che è il segno della speranza. Sono gli esperantisti», e riconobbe l’esperanto come «congruente con lo spirito ecumenico della nostra epoca»; Giovanni Paolo II fu il primo Papa a parlare  in esperanto in una cerimonia pubblica (a Częstochowa nel 1991 durante la Giornata mondiale della gioventù).
Anche Benedikto la 16-a ha continuato a fare gli auguri natalizi in esperanto e ha dichiarato dottore della Chiesa Ildegarda di Bingen (che, pur non essendo considerata una “patrona” dagli esperantisti cattolici, come riportano erroneamente Wikipedia e decine di siti che l’hanno copiata, rimane da sempre una fonte di ispirazione).

Come ho detto, la liaison col cattolicesimo rappresenta il tentativo più interessante di conciliare le ambizioni universalistiche di Zamenhof con la precarietà della condizione umana: si è trattato di un incontro leale, in cui una parte non ha cercato di influenzare l’altra (quanta differenza, per esempio, con la divinizzazione del Doktoro perpetrato dalla setta giapponese Oomoto). Penso tuttavia che anche questa lasta espero sia ormai passata e che gli esperantisti dovranno ancora «fight for a plot | Whereon the numbers cannot try the cause» (Kaj la pec’, pro kiu ili | Batalas, ne sufiĉas eĉ por doni | Al ili ĉiuj lokon por batalo), anche qualora esso sia rappresentato da una una Repubblica Federale Universale o qualcosa del genere...

venerdì 20 novembre 2015

I Death in June al Bagaglino

Nel 1967 da una costola del Bagaglino nacque Il Giardino dei Supplizi, un gruppo cabarettistico romano che debuttò nel fatidico 1968 con lo spettacolo “Occidente Good-Bye” scritto da Luciano Cirri (caporedattore de “Il Borghese”) e Gualtiero Jacopetti (che non ha bisogno di presentazioni). Introduceva l’opera un pezzo interpretato dalla cantante newyorchese (di origine ebraica) Pat Starke:



Correte gente per fallimento
oggi si liquida quest’Occidente
Occidente dei sogni, Occidente dei guai
Occidente Good-Bye

Senza inventario doniamo storie
di giorni euforici, di vecchie glorie
Occidente che fuggi e non sai dove vai
Occidente Good-Bye

Le fedi spente, le guerre vinte
le date storiche, tutto per niente
Occidente che butti tutto quello che hai
Occidente Good-Bye

Leggende e miti un po’ sciupati
di tempi magici li hai regalati
Occidente credevi di non chiudere mai
Occidente Good-Bye

Occidente sbagliato, se ancora ci sei
batti un colpo di stato
Occidente Good-Bye

È impossibile non notare l’affinità tra “Occidente Good-Bye” e un classico dei Death in June come “Death of the West” (1984):


They’re making the last film
they say it’s the best
And we all helped make it
It's called the death of the West

The kids from “Fame” will all be there
Free Coca Cola for you!
And all the monkeys from the zoo
Will they be extras too?

They’re making the last film
they say it’s the best
And we all helped make it
It's called the death of the West

A star is rising in our northern sky
And on it we’re crucified
A chain of gold is wrapped around this world
We’re ruled by those who lie…

Esiste dunque una filiazione indiretta tra i Death in June e il Bagaglino?
È probabile che Douglas Pearce si sia imbattuto nei film di Jacopetti (regista di culto in ambito anglosassone) ancor prima di conoscere Boyd Rice nel 1982. Non è dato sapere tuttavia se Rice, appassionato di musica anni ’60, abbia mai ascoltato il 45 giri della Starke (prodotto dalle “Edizioni Giardino dei Supplizi”). È una eventualità da non escludere a priori, considerando la passione di entrambi per tutto ciò che è italiano e per le sottoculture di destra.

In ogni caso, una prova dell’influenza diretta del Bagaglino sui Death in June non sarebbe meno suggestiva della scoperta di una sorta di “inconscio collettivo” della destra occidentale nel dopoguerra, così come altrettanto entusiasmante sarebbe il conferimento di una paternità del genere neofolk a Gualtiero Jacopetti (il quale, per inciso, compose un pezzo molto più oscuro e inquietante di quello dei Death in June, con tanto di appello golpista nell’ultima strofa, «Occidente sbagliato, se ancora ci sei | batti un colpo di stato», che letto col senno di poi fa tremare le vene e i polsi).

giovedì 12 novembre 2015

In Memoriam René Girard (1923-2015)


Nonostante ci si senta profondamente indegni di ricordare l’immenso René Girard, venuto a mancare una settimana fa, pubblichiamo comunque qualche semplice riflessione in segno di ringraziamento per tutto ciò che con la sua opera ha fatto (e ci ha permesso di fare).
Innanzitutto ringraziamo Girard per aver individuato una chiave interpretativa universale non contraffatta come quelle del marxismo e del freudismo, i pilastri di un’epoca che molti oggi non riescono neppure a immaginare, e che spiega anche certi giudizi prorompenti dell’autore contro «l’ignorance de gosses de riches, de privilégiés étourdis».
In secondo luogo, un plauso per aver offerto non tanto agli atei la possibilità di fingersi credenti, quanto ai cattolici la possibilità di dissimulare la propria fede, consentendo loro di svicolare da tutte le inquisizioni contemporanee. Grazie a questa sorta di “marranesimo girardiano” è oggi possibile lasciarsi alle spalle i complessi di inferiorità dovuti all’appartenenza religiosa. Mi torna alla mente un interlocutore saccente che, messo alle strette, per dimostrare a uno come me di saperla lunga tirò in ballo il nome del filosofo, come a esorcizzare la potenza di un pensiero che liberava di colpo quelli come me dall’obbligo della riverenza verso il guru di turno. A suo modo, nella cultura Girard ha avuto un ruolo un ruolo “cristico”, proclamando l’innocenza delle vittime sacrificali dell’egemonia culturale.
Infine, i libri di Girard sono ancora oggi il più grande antidoto al cosiddetto “adelphismo”, l’ideologia pseudo-gnostica promossa da Calasso & Associati attraverso il «lungo serpente di pagine» della sua casa editrice. Il fatto che a portare in Italia le tesi di Girard sia stata proprio l’Adelphi resta un enigma: Calasso ha tentato spesso di “regolare i conti” con l’autore da lui stesso arruolato, tentando di farne un figlioccio di Marx (per la “incongrua pretesa” di ridurre il sacrificio a «copertura di qualche tensione sociale») e relegandolo nella profanità, utile tutt’al più come orpello polemico ed essoterico per accusare il cristianesimo di non aver saputo risolvere il problema della violenza e “superare” il sacrificio.
Eppure Girard sembra farsi beffe di tutto quello in cui Calasso “crede”, quando per esempio ne La violenza e il sacro scrive che «solo il donchisciottismo masochista di un mondo protetto dalla violenza essenziale, qual è ancora il nostro, ha potuto trovare del dilettevole nel Dioniso delle Baccanti», oppure quando dedica l’ultima parte di Vedo Satana cadere come la folgore (1999) a far piazza pulita delle interpretazioni che vorrebbero trasformare le sue teorie nell’ennesimo atto di accusa contro il cristianesimo. È proprio con uno dei passaggi più espliciti di quest’opera (pp. 234-236) che vorrei chiudere il mio breve e modestissimo ricordo:
«Non è […] il cristianesimo, nel nostro mondo, a trarre profitto dal trionfo della pietà per le vittime, bensì quello che bisogna definire come il nuovo totalitarismo […]: quello che, anziché opporsi apertamente alle aspirazioni giudaico-cristiane, le rivendica come proprie e contesta l’autenticità della preoccupazione cristiana per le vittime (non senza una certa apparenza di ragione a livello delle azioni concrete, dell’incarnazione storica del cristianesimo reale nella storia). Anziché opporsi con franchezza al cristianesimo, il nuovo totalitarismo vuole scavalcarlo a sinistra.
[…] Il movimento anticristiano più forte è quello che fa sua e “radicalizza” la preoccupazione verso le vittime per paganizzarla. Le Potestà e i Principati si danno adesso una veste “rivoluzionaria” e rimproverano al cristianesimo di non difendere le vittime con sufficiente ardore, non scorgendo nel passato cristiano altro che persecuzioni, oppressioni, inquisizioni. Il nuovo totalitarismo si presenta come liberatore dell’umanità. Per usurpare il posto di Cristo, le Potestà lo imitano in maniera rivalitaria, denunciando nella compassione cristiana verso le vittime un’imitazione ipocrita ed evanescente della vera crociata contro l’oppressione e la persecuzione, quella di cui invece loro sarebbero la punta di diamante.
Seguendo il linguaggio simbolico del Nuovo Testamento si può dire che, nello sforzo di recuperare terreno e trionfare di nuovo, Satana prende in prestito il linguaggio delle vittime. Egli imita sempre meglio Cristo e pretende di superarlo. È il processo che il Nuovo Testamento designa nei termini dell’Anticristo. Per comprendere questa espressione è necessario iniziare a sdrammatizzarla, giacché corrisponde a una realtà assai quotidiana e prosaica.
L’Anticristo si vanta di recare agli uomini la pace e la tolleranza che il cristianesimo senza risultati promette loro. In realtà, quello che la radicalizzazione della “vittimologia” contemporanea porta con sé è l’effettivo ritorno a ogni sorta di abitudini pagane: l’aborto, l’eutanasia, l’indifferenziazione sessuale, i giochi da circo di ogni tipo […].
Questo neopaganesimo vuol fare del Decalogo e di tutta la morale giudaico-cristiana l’espressione di una violenza intollerabile, e il suo obiettivo primario è la loro abolizione completa. L’osservanza scrupolosa della legge morale è percepita come una complicità con le forze della persecuzione, che sarebbero essenzialmente quelle religiose.
E poiché le Chiese cristiane hanno preso tardi coscienza della loro mancanza di carità, della loro connivenza con l’ordine stabilito, nel mondi perennemente “sacrificale” di ieri e di oggi, esse rimangono vulnerabili al perenne ricatto cui il neopaganesimo contemporaneo le sottopone.
Questo neopaganesimo identifica la felicità nell’appagamento illimitato dei desideri e, di conseguenza, nella soppressione di tutti i divieti, idea che acquista una parvenza di verosimiglianza nell’ambito circoscritto dei beni di consumo, il cui prodigioso moltiplicarsi, grazie ai progresso della tecnica, attenua certa rivalità mimetiche, conferendo un’apparenza di plausibilità alla tesi che fa di ogni legge morale un semplice strumento di repressione e persecuzione».

Sabbatai prossimo mio


Nel documentario From Toledo to Jerusalem (1989) l’artista israeliano Yehoram Gaon racconta in ladino (la lingua giudeo-spagnola diffusa per l’intero Mediterraneo) l’epopea della comunità sefardita a cui appartiene, alternando memorie familiari, ricostruzioni storiche e ballate tradizionali.

A un certo punto l’artista accenna alle vicissitudini della sua famiglia, ricostruendo l’incontro tra il padre, Moshe David Gaon (1889-1958), che dalla città natale di Sarajevo, dopo aver errato per l’Europa, giunse in Turchia a insegnare ebraico, e la madre, Sarah Hakim, un’ex allieva di Smirne che egli sposò a Gerusalemme (e alla cui memoria il figlio ha appena dedicato una biblioteca nella città di Yahud, in Israele).

È curioso che, tra un aneddoto e l’altro, il buon Gaon si senta in dovere di chiamare in causa il famigerato messia apostata Sabbatai Zevi (1626–1676) e il suo akto mistiko, il “matrimonio con la Torah” [el kazamiento kon la Ley], celebrato dal messia nella sinagoga di Neve Shalom a Istanbul.

Il sorriso con cui egli riporta l’evento farebbe pensare a un parallelo ironico tra il matrimonio dei suoi genitori e quello di Zevi coi sacri rotoli. Stupisce più di tutto la levità con cui Gaon menziona una figura che fu protagonista di «uno degli episodi più strani e paradossali nella storia della religione ebraica» (così Gershom Scholem) e che sconvolse nel profondo la fede dei padri.

È forse azzardato credere che l’artista stia alludendo a una discendenza sabbatiana della madre, le cui origini andrebbero dunque cercate tra i famigerati dönme, quel gruppo di famiglie ebraiche che nel XVII secolo sulla scia di Zevi si convertì in massa all’islam? Il cognome della madre, Hakim, è la versione turca dell’ebraico Hakham e potrebbe far pensare a un “aggiustamento” avvenuto in tempi sospetti.

Del resto Smirne fu una delle “città sante” di quel culto apostatico e orgiastico che secondo lo stesso Scholem sarebbe ancora praticato in segreto: «Nel 1910 dei giovani dönme confidarono ai loro compagni di studio ebrei che quelle cerimonie [i rituali orgiastici] erano ancora praticate […] e un medico stabilitosi a Smirne [nel 1942] ammise che suo nonno aveva partecipato a uno scambio rituale di mogli a Salonicco» (L’idea messianica nell’ebraismo, Adelphi, Milano, 2008, p. 161).

Tale supposizione non è in ogni caso verificabile, perciò è meglio lasciarla cadere, anche per evitare congetture spiacevoli sulla vita di una donna ricordata affettuosamente dal figlio.

Un’ipotesi meno impegnativa e più pacifica è che Sabbatai Zevi, una volta “neutralizzato” nel suo contesto storico rappresenti una sorta di simbolo identitario per la comunità sefardita contemporanea, al pari di qualche innocuo filosofo o poeta. In ogni caso il dettaglio rimane perturbante.

mercoledì 11 novembre 2015

Cartoni animati nordcoreani

Il linguaggio della propaganda è forse una delle vie più semplici per avvicinarsi a un idioma straniero: l’esaltazione pantagruelica dei bisogni elementari riporta l’uomo alle stesse condizioni in cui ha appreso la propria madrelingua, incoraggiando associazioni mentali tra l’immagine, il senso e il suono. Le modalità sono simili a quelle adottate dai pubblicitari, anche se gli addetti alla propaganda non devono creare domanda, ma soddisfarla: da qui la magnificazione di tutto ciò di cui gli occidentali fondamentalmente si vergognano, cioè la superiorità militare, l’industrializzazione, il consumismo, il progresso scientifico, lo sfruttamento delle risorse naturali (che comprendono anche i cosiddetti “beni culturali”) ecc…
Le più innocenti tra esse mi hanno fatto appunto tornare alla mente le “pubblicità progresso” di Renzo Arbore in favore della birra, nelle quali l'artista reclamizzava non una marca in particolare, ma l’idea iperuranica della bevanda, della quale partecipavano la prosperità di una nazione e la felicità dei suoi abitanti.

Per quanto concerne il contenuto di questi messaggi, sembra che gli unici a crederci fermamente siano soprattutto gli americani, in particolare quei registi che negli ultimi anni hanno confezionato una serie di pellicole talmente pacchiane che persino Kim Jong-un si sarebbe (forse) vergognato di propinare ai suoi sudditi. Non mi riferisco solamente all’affaire The Interview (2014), che pur essendo un film di uno squallore insostenibile, è comunque il più raffinato del filone (è un peccato che la battuta meno cretina del copione, “Non gli stringa la mano, è un ebreo”, sia stata censurata nella versione italiana), ma a un fiasco come il remake di Alba Rossa del 2012 (questa volta non è l’Unione Sovietica, ma lo staterello più isolato dell’Asia, a riuscire a invadere gli Stati Uniti, per giunta senza nemmeno l’aiuto dei cubani), oppure all’action thriller Olympus Has Fallen (2013), nel quale un gruppo di estremisti nordcoreani penetra nella Casa Bianca, sequestra il presidente e mette in ginocchio l’intera nazione (finché non arriva l’eroe di turno a massacrare tutti).

I motivi per cui le comparse di un tempo (perlopiù islamisti barbuti) siano state sostituite da terroristi dagli occhi a mandorla sono dettati da esigenze di politica internazionale che chiunque può ormai intendere. Se tuttavia la vecchia corrente dell’islamploitation poteva vantare almeno un pizzico di verosimiglianza (come i film di Charles Bronson rispetto ai problemi della microcriminalità metropolitana), al nuovo genere manca qualsiasi appiglio su cui imbastire una trama minimamente plausibile (in Olympus Has Fallen gli sceneggiatori sono costretti a inventarsi una serie di attentati alle ambasciate da parte del terribile terrorista Kang Yeonsak e addirittura a pretendere che il governo nordcoreano sia all’oscuro di tutto – l’ambiguità serve principalmente a evitare grane diplomatiche).
Se è valida l’ipotesi di Emmanuel Todd, ovvero che le guerre intraprese dagli Stati Uniti dopo la fine dell’Unione Sovietica siano un espediente coreografico per nascondere l’incapacità di confrontarsi anche con una media potenza, allora la Corea del Nord starebbe inconsapevolmente facendo propaganda contro se stessa (anche se almeno l'atomica sembra che ce l'abbiano veramente...).

In ogni caso, godiamoci questi “cartoni animati” nordcoreani. Per motivi “tecnici” non è stato possibile inserire il testo in lingua originale (se non per alcune formule ricorrenti), ma si è cercato comunque di rendere una traduzione degli slogan la più fedele possibile all'originale, con rispetto sincero e devota commozione.

lunedì 9 novembre 2015

Umorismo tedesco

«[È Adolf Hitler redivivo che parla in prima persona]: Afferrai  una copia della “Bild” e cominciai a sfogliarla. Quel giornale divulgava una piacevole mistura di collera popolare e malignità. Le pagine di apertura erano dedicate alle balordaggini politiche: ne veniva fuori l’immagine di una matrona cancelliera ingenuotta ma in fondo mansueta che camminava impacciata tra un’orda di nani che cercavano di ostacolarla. Il quotidiano rivelava, inoltre, l’assurdità di ogni decisione cosiddetta “legittimata”. Quel magnifico rotocalco scandalistico, per esempio, riteneva l’idea di un’unione europea ripugnante. Ma più di ogni altra cosa ne apprezzai i metodi raffinati. Per esempio: nella colonna umoristica, tra le storielle sulle suocere e i mariti cornuti, era piazzata senza dare nell’occhio la seguente barzelletta: “Un portoghese, un greco e uno spagnolo vanno in un bordello. Chi paga? La Germania”. Era di grande effetto. Streicher ci avrebbe naturalmente aggiunto un disegno raffigurante quei tre meridionali sudati e non rasati intenti a palpeggiare con le loro luride dita una ragazzina innocente, mentre l’onesto lavoratore tedesco sgobbava – ma in fondo, in questo caso specifico, una tale vignetta sarebbe stata d’impaccio: avrebbe tolto allo scherzo la sua intelligente discrezione»

«Un portoghese, un greco e uno spagnolo vanno in un bordello*. Ho letto io stesso questa barzelletta così “filoeuropea” sulla “Bild”. Senza dubbio, se il vecchio editore Axel Springer fosse stato ancora vivo, avrebbe suggerito lui stesso di pubblicarla»

(Timur Vermes, Lui è tornato, tr. it. F. Gabelli, Bompiani, Milano, 2013, pp. 180, 423)
* „Gehen ein Portugiese, ein Grieche und ein Spanier in den Puff. Wer zahlt? Deutschland!“.

domenica 8 novembre 2015

Il dissenso dal dissenso

(da L’altra stampa della Russia, “Selezione dal Reader’s Digest”, ottobre 1978)
Nel giugno del 2013 sulle pagine del “Corriere della Sera” Roberto Calasso e Vittorio Strada rinfocolarono una vecchia polemica risalente a più di trent’anni fa, riguardante la celebre “Biennale del Dissenso” organizzata a Venezia nel novembre del 1977. Ad aprire le danze fu il patrono di Adelphi, che nel suo discorso di presentazione della Fondazione Brodskij (pubblicato dal “Corriere” col titolo di Brodskij a Venezia e i versi come acini d’uva, 7 giugno 2013) attaccò apertamente lo slavista, reo di averlo irritato all’epoca con un suo articolo “vile e beffardo” contro la manifestazione:
«[…] Era apparso un articolo di Vittorio Strada che mi aveva sommamente irritato. Vi si parlava della Biennale del dissenso come di una “festa di beneficenza” e la si assimilava a una manifestazione culturale in Uganda. Evidentemente non bastava essere vili, occorreva aggiungere qualche tocco beffardo. Eravamo seduti al caffè Florian e descrissi in dettaglio a Iosif l’articolo e i suoi sottintesi. Lui ascoltava come se stesse già covando qualcosa. Poche ore dopo ero a Milano e trovai sul mio tavolo la risposta di Brodskij a Strada, scritta nella sua migliore vena sferzante. La tradussi e la portai subito al Corriere della Sera, provvista di un cappello di poche righe in cui provavo a presentare Brodskij, allora pressoché ignoto in Italia. Nel frattempo Susan aveva avvertito Bob Silvers a New York del pezzo di Iosif. E, prima ancora che il “Corriere” lo pubblicasse, Bob mi telefonò per avere notizie. Ci eravamo già conosciuti a New York – e ammiravo le sue molte virtù, fra le quali il culto dell'attendibilità. Così provai a raccontargli tutto da capo: i presupposti della Biennale nella guerra in corso fra Pci e Psi, la pavidità italiana verso l'Unione Sovietica, eccetera. Bob ascoltava con attenzione, come se si trattasse dell'evento caldo del momento. Chiese ulteriori precisazioni. Risposi. Poi sentii una pausa, rotta da queste parole: “But who is Vittorio Strada?” […]»
La risposta di Vittorio Strada giunse una settimana dopo con una lettera di protesta pubblicata nella rubrica “Interventi e repliche” (Strada, Brodskij e il dissenso russo, 12 giugno 2013):
«Roberto Calasso, come chiunque altro, ha tutto il diritto di essermi ostile […]. Non vedo però la ragione perché io debba essere polemico con lui, neppure per contrastare affermazioni più insulse e gratuite che malevoli e scorrette, come mi toccò già fare in altri analoghi casi. La mia critica che tanto è spiaciuta a Calasso era ben più mite di quella di Solzenicyn che definì l'iniziativa veneziana un “balagan” (baraccone). Da noi in generale la pubblica atmosfera è già abbastanza incattivita e invelenita per aggravarla con simili piccole e marginali miserie. Se Calasso, che ignora troppe cose sulle mie posizioni, avesse fatto la centesima parte di quello che il sottoscritto a suo tempo ha fatto per il “dissenso” e dentro il “dissenso”, come suo attivo partecipe forse sarebbe più equilibrato e sereno. Quanto al mio atteggiamento verso Brodskij, rimando il lettore alla mia prefazione alla sua raccolta di versi pubblicata lo scorso anno dal “Corriere della Sera”».
Nella  medesima sezione, il “Corriere” diede a Calasso la possibilità di ribattere:
«Non posso che confermare tutto quello che ho scritto. E il migliore sostegno mi viene dall’articolo stesso di Vittorio Strada (“Repubblica”, 8 dicembre 1977) a cui Brodskij rispondeva. Ne riporto qui le righe iniziali: “La festa di beneficenza è quasi finita. Una volta i poveri soddisfacevano i bisogni di carità delle anime buone. Oggi, a Venezia, i dissidenti dell'Est sono sottoposti a questa unica ‘strumentalizzazione’: quella di regolare le funzioni dell'organismo etico-politico di qualche benpensante”. E si potrebbe aggiungere una fondamentale domanda che viene posta nel corpo dell'articolo: “Che Venezia sia la capitale di un’Uganda [sic] culturale?”. Capisco comunque che, a proposito dell'Unione Sovietica e del dissenso russo, Strada pensi oggi cose molto diverse rispetto al 1977. Non è capitato soltanto a lui».
Ancor più irritato dalla risposta, il giorno dopo Strada invia altre righe di protesta (Strada e la Biennale del dissenso, 13 giugno 2013):
«Mi spiace che Calasso per rispondermi (“Corriere” di ieri) ricorra a un trucco grossolano, anzi a una vera e propria falsificazione, quando afferma che avrei cambiato idea sul dissenso rispetto al 1977. Non posso tacere. Egli ignora, ma l’ignoranza non è una giustificazione, che nel 1968 avevo subito un arresto a Mosca dopo che all’aeroporto, perquisendomi, avevano scoperto una lettera di Solzenicyn ed altro materiale dei dissidenti e che poi, per il mio pubblico appoggio al dissenso, per quasi due decenni mi fu negato il visto di ingresso nell’Urss, oltre a venire sottoposto ad attacchi sulla stampa sovietica. Calasso confonde volutamente il dissenso con la Biennale del dissenso: non partecipare a questa e criticarla non significa evidentemente non aderire e non appoggiare il dissenso dei Paesi dell’Est, cosa che ho fatto sempre. È curioso che, mentre esalta una manifestazione a pro del dissenso, Calasso si dimostri intollerante con chi dissente dalle sue opinioni e ricorra a metodi di deformazione delle cose e di diffamazione che mi ricordano quelli sovietici».
Infine, l’ultima parola è concessa a Calasso:
«Sono al corrente delle benemerenze di Vittorio Strada verso il dissenso russo. Tanto più, dunque, avrebbe dovuto rallegrarsi per un'occasione in cui si ritrovarono a parlare, fra gli altri, Iosif Brodskij, Andrej Sinjavskij, Leszek Kolakowski, Josef Škvorecký, György Konrád, Arthur London. Era proprio il caso di tacere e ascoltare, in quella Uganda sulla laguna. Non per nulla era una manifestazione che l’ambasciatore Nikita Ryjov tentò di bloccare fin dal mese di marzo, trattando con la Farnesina per conto del governo sovietico in modo “aggressivo e minaccioso” (cito dal resoconto di Furio Colombo sulla “New York Review of Books” del 14 luglio 1977)».
Per comprendere il senso di tale polemica è utile rifarsi alla ricostruzione di S. Guagnelli, Rane, elefanti e cavalli. Vittorio Strada e la Biennale del 1977 (“eSamizdat”, 2010-2011/VIII, pp. 317-329), da cui abbiamo tratto le citazioni che seguono. Questa è una delle tante ferite rimaste aperte a causa dell’auto-assoluzione collettiva che l’intellighenzia italiana mise in atto una volta crollata l’Unione Sovietica: anche se Vittorio Strada è sicuramente il meno colpevole tra i pensatori di sinistra (noto è il suo impegno nella divulgazione degli autori del dissenso), tuttavia l’atteggiamento tenuto all’epoca nei confronti della manifestazione è assurto a simbolo della viltà e dell’opportunismo di un’intera classe intellettuale.
Ricostruiamo per sommi capi come si svolse la vicenda: all’inizio del 1977 il presidente della Biennale Carlo Ripa di Meana decide che il tema della manifestazione sarà il dissenso sovietico. Gli attacchi alla sua scelta sono immediati, come ricorda lo stesso organizzatore nel volume celebrativo L’ordine di Mosca. Fermate la Biennale del Dissenso (Liberal, 2007, pp. 76-77):
«Di tutti gli attacchi, i più sorprendenti sono quelli del socialista demartiniano Paolo Grassi e dell’ex ministro delle Finanze, il repubblicano Bruno Visentini, presidente della Olivetti e della Fondazione Cini di Venezia. Ma le sorprese non si contano. C’è il semiboicottaggio della Rizzoli che dirà di non avere in magazzino nessuno dei libri richiesti dagli organizzatori della Biennale, e quello della Ricordi che negherà le partiture musicali, nonché l’indifferenza verso la manifestazione della Rai, presieduta appunto da Paolo Grassi, che nega la sede veneziana della Rai, Palazzo Labia. E l’elenco dei nomi, col passar dei giorni, si infittisce: arrivano i no del rettore di Ca’ Foscari, Feliciano Benvenuti e della Montedison Snia Viscosa, rappresentata da Paolo Marinotti. Insomma, pezzi pregiati della cultura, il Gotha dell’impresa, della politica, che nulla o poco hanno a che fare col Pci, s’inchinano davanti alle minacce di Mosca, spaventati probabilmente dalle possibili ritorsioni economiche dell’Urss».
Arrivano anche minacce di ritorsioni da parte dell’ambasciatore sovietico a Roma Nikita Ryžov, che interviene presso l’allora ministro degli esteri Arnaldo Forlani pretendendo la soppressione dell’evento. Il governo, reagendo contro questa ingerenza, si dimostrerà più coraggioso degli intellettuali che, al contrario, inizieranno ad attaccare la Biennale un attimo dopo il suo annuncio.
Per paradosso, inizialmente tra i difensori del “Dissenso” troviamo proprio Vittorio Strada, che nel marzo 1977 risponde da “Repubblica” a un articolo di Giulio Carlo Argan in cui l’allora sindaco di Roma definisce l’iniziativa della Biennale «una specie di originalissima Solgenitzin-parade» animata da «zelo da crocerossina» (È una Biennale o un mercato?, “l’Espresso”, 27 febbraio 1977). Il contributo alla manifestazione del celebre slavista, da anni impegnato, come abbiamo detto, nella divulgazione degli autori del dissenso sovietico, appariva più che scontato: fu quindi per molti una doccia fredda la smentita categoria di una sua partecipazione ai lavori apparsa su “Repubblica” il 17 novembre: «Non ho ritenuto opportuno aggregarmi a iniziative composite, cui pur partecipano anche persone che stimo». Strada tuttavia non si limita a prendere le distanze, ma in un secondo articolo (ancora su “Repubblica” di quel giorno) rincara la dose accusando gli organizzatori di stalinisme élargi, cioè “stalinismo in senso lato” («[I cori a favore della Biennale ricordano] certi articoli che esaltavano, che so, certi remoti congressi per la pace: chi non era per quei congressi (di staliniana memoria) era contro la pace») e infine giunge a definire la manifestazione “La Biennale di Montanelli” (Signori, il dissenso non deve essere un bene di consumo, “Repubblica”, 17 novembre 1977).
La rottura diventa insanabile proprio con l’articolo citato da Calasso (Certe assenze alla Biennale, “Repubblica”, 8 dicembre 1977), in realtà una risposta polemica alle dichiarazioni entusiastiche di Alberto Moravia («uno dei pochi intellettuali di sinistra ad aver aderito alla manifestazione», ricorda Guagnelli) sulla Biennale: «[Essa rappresenta] la conferma solenne e commovente del fatto che la letteratura dei paesi dell’Est e dell’Unione Sovietica fanno parte dell’area culturale occidentale». È per commentare sarcasticamente l’ingenuità di tale affermazione che Strada tira in ballo il famigerato “Uganda culturale”:
«Mi dicono che tempo fa in Uganda fu organizzata dalle autorità locali una Biennale sulla cultura italiana e che un letterato indigeno, a conclusione, abbia esaltato l’utilità di quel convegno, il quale avrebbe accertato che Roma è la capitale d’Italia e che gli italiani sono grandi consumatori di maccheroni e spaghetti. Che Venezia sia la capitale di un Uganda culturale?»
Infine Strada pone una pietra tombale sul lascito culturale dell’iniziativa: «Chiuso l’intervallo un poco rumoroso della Biennale, viene l’ora di tornare ad occuparsi con serietà analitica, e con solidarietà critica, del “dissenso”».

In seguito ci sarà la risposta di Brodskij (anch’essa ricordata da Calasso), la contro-risposta di Strada e il progressivo affievolirsi della diatriba – che col senno di poi non è comunque servito a ricucire lo strappo, tanto è vero che lo scontro tra l’adelphiano e lo slavista ha riportato alla luce esattamente gli stessi argomenti. Inutile proseguire oltre nella ricostruzione: i motivi per cui Strada ha deciso di disertare non saranno mai chiariti; colpisce tuttavia che, a distanza di tre decenni e passa, lo studioso abbia non solo messo in scena lo stesso rito auto-assolutorio (il che è sintomatico), ma addirittura abbia rivolto a Calasso l’accusa di stalinisme élargi, dopo aver riservato la stessa etichetta, come abbiamo visto, sia ai “coristi” della Biennale, sia allo stesso Iosif Brodskij, in due passaggi particolarmente disturbanti della sua replica al poeta:
«Che anche Brodskij si comporti così conferma l’idea che il regime sovietico lasci il suo marchio di fabbrica sui cervelli non solo dei suoi funzionari, ma anche, troppo spesso, dei suoi “dissidenti”» (Vittorio Strada risponde a Brodskij sul dissenso, “Corriere della Sera”, 13 dicembre 1977).
«Non vorremmo che, mentre respingiamo con fermezza una egemonia sovietica, i “dissidenti”, aiutati da forze politiche nostrane a noi troppo note, pretendessero a una loro egemonia e, irritati per l’insuccesso, si impancassero a profeti e inquisitori (Dissidenti e inquisitori, “Repubblica”, 13 dicembre 1977).
Considerando il trattamento riservato a Brodskij dai sovietici, sono accuse difficili da dimenticare.  Forse Calasso è stato fin troppo indulgente a definire quell’epoca come un âge à jamais révolu