venerdì 30 ottobre 2015

Mezzofanti Appreciation Society

Non ho ancora capito come il buon Michael Erard, giornalista del “New York Times” e autore di Babel no more, sia riuscito non solo a scovare un mio articolo sul cardinale Mezzofanti, ma anche a comprenderlo (pur non parlando italiano) e infine a segnalarlo su Twitter.

È un mistero che non sono riuscito a risolvere nemmeno chiedendo un parere ad amici più saggi di me, i quali hanno preferito attribuirne la responsabilità a un intervento soprannaturale. Mi sembra l’unica spiegazione razionale possibile: che questa sia allora una chiamata a porre le basi di una “Mezzofanti Appreciation Society” che permetta di valorizzare il genio di colui che, al di là dei confini nazionali (dove è ingiustamente trascurato), viene considerato il più grande poliglotta di tutti i tempi.

Nel confronto con Erard è emerso lo stupore di questo studioso americano per l’indifferenza italiana nei confronti del Mezzofanti («Anche la gente di Bologna non ne aveva mai sentito parlare»).
Sui motivi di tale ingiustificabile damnatio memoriae, ho abbozzato lì per lì un paio di ipotesi (che prima o poi sarà costretto ad approfondire): in primis, il declino dell’afflato missionario che ha ridotto le interazioni tra poliglottismo e cattolicesimo (una volta fiorenti, se pensiamo che –per fare un esempio tra mille– ancora oggi il dizionario Italo-Indonesiano di riferimento è quello composto dal saveriano p. Lorenzo Lini); in secondo luogo, l’onnipresente Kulturkampf  anti-cattolico che anima parte dell’accademia e dell’industria culturale italiane; infine –la tesi più azzardata– la migrazione dei potenziali epigoni di Mezzofanti verso l’orientalistica (pensiamo solo a Giuseppe Tucci).

In ogni caso non è così importante capire le cause di questo oblio, quanto rimediare a esso con ogni mezzo necessario. Sembra che Erard sia disposto a far parte della “missione”, considerando che è stato lui il primo a scovare nell’archivio di Mezzofanti non solo le “flashcards” (di cui si è già parlato), ma anche alcuni esperimenti stenografici del Cardinale, che a quanto pare voleva creare un proprio alfabeto fonetico. Anche Erard, come il sottoscritto, è convinto che non sia stato Mezzofanti a inventare le famose carte di cui ancora oggi molti poliglotti si servono, ma ammette di non esser stato in grado di risalire all’origine.
Dal mio punto di vista, uno studio dal quale Mezzofanti avrebbe potuto attingere è quello del domenicano Johannes Romberch, che nel 1553 elaborò un alfabeto visuale (Congestorium artificiosae memoriae) basato sulla mnemotecnica tradizionale.

Secondo Frances Yates,
«in considerazione delle continue citazioni di Tommaso d’Aquino sui simboli corporei e sull’ordine di memoria che troviamo nel libro di Romberch, si affaccia la possibilità che si conservi, in questo tardivo trattato mnemonico domenicano, qualche lontana eco del sistema di memoria dello stesso aquinate» (L’arte della memoria, Einaudi, Milano, 1972, p. 113).
Le vicissitudini dell’ars memoriae in ambito cattolico sono note: da pilastro dell’apologetica a eresia rinascimentale, con in mezzo l’avversione protestante che portò al trionfo del ramismo, una mnemotecnica senza immagini. Da tale prospettiva è quasi un bene che le flashcards non abbiano avuto molto successo tra i frati, perché così come Giovanni Calvino aveva paragonato le immagini della Vergine nei “templi dei papisti” alle prostitute, il predicatore protestante William Perkins nel XVI secolo accusò Pietro da Ravenna (grande mnemonista italiano) di aver proposto ai giovani figure libidinose (riferendosi «alle osservazioni di Pietro su come usava la sua amica, Ginevra di Pistoia, come immagini infallibile per stimolargli la memoria» [Yates, p. 254]).

C’è molto lavoro da fare, insomma; ma non dimentichiamo che we're on a mission from God!

Mark Zuckerberg si rivolge in cinese a una platea di studenti


Mark Zuckerberg si rivolge in cinese a una platea di studenti: forse è così che Jed Martin, il protagonista de La carta e il territorio di Michel Houellebecq, avrebbe esaltato l’evento nella “serie delle composizioni d’impresa”, accanto a opere come Bill Gates e Steve Jobs parlano del futuro dell’informatica o Damien Hirst e Jeff Koons si spartiscono il mercato dell’arte.

La scena è, come si dice, “emblematica”, ma il tentativo di darle un senso potrebbe condurre ai lidi inospitali della fuffologia, la dottrina di riferimento di molti opinionisti contemporanei. Sarebbe facile filosofeggiare con levità sull’ansia di catalogazione che attanaglia i contemporanei (non è forse Facebook una versione antropica del Deposito globale di sementi delle Svalbard?) e attribuirla o alle necessità del capitale (torna alla mente una suggestiva interpretazione ghezziana dei capolavori di Spielberg Jurassic Park e Schindler’s List: «Un dittico di precisione stupefacente sulla fabbrica che è il capitale, in bilico tra campo di sterminio e campo di restaurazione conservazione e esibizione museale») oppure considerarla la fase suprema (l’evoluzione del vissuto a rappresentazione) della società dello spettacolo – una eventualità che non ha impedito agli odierni debordiani di arrendersi ai social network.

L’utopia di Zuckerberg sembra infatti ribaltare l’anatema del Faust, “Tutto ciò che esiste merita di essere distrutto” («Alles, was entsteht, Ist wert, daß es zugrunde geht»), in un nuovo programma: tutto ciò che esiste merita di essere conservato, per affermare la sclerotizzazione del vissuto, «la falsa coscienza del tempo come paralisi della storia e della memoria» che impone la temporalità artificiale dell’eterno presente (così Debord descrive ciò che per lui è spettacolo).

Questa ansia da catalogazione potrebbe forse spiegare le ragioni per cui Zuckerberg ha deciso di compromettere la sua fama di pifferaio magico con una performance che oltraggia una delle cose più care al popolo cinese: la madrelingua.
Chi è completamente digiuno di mandarino difficilmente potrà rendersi conto della modestia della prestazione di Zuckerberg: l’impressione che il giovanotto si esprima in modo fluente è solo una illusione ottica (acustica, anzi), dovuta al contrasto tra l’estrema semplicità della grammatica cinese e l’estrema complessità della pronuncia. È molto semplice imparare a costruire frasi in mandarino, ma se non si conoscono i toni alla perfezione qualsiasi tentativo di comunicazione causerà come minimo decine di equivoci (soprattutto quando si tratta di ordinare il pranzo o acquistare un servizio da tè). È per tale  motivo che l’intervistatore si intromette spesso nella discussione per tradurre quello che l’ospite crede sia Chinese in qualcosa di comprensibile alla platea.

Si parva licet, al sottoscritto è capitato una volta di trasformare la frase “Sono uno studente e vorrei visitare Shanghai” in “Sono un marinaio pronto a salpare pei mari”, a causa della negligenza per l’intonazione che ha portato la mia interlocutrice a confondere xuéshēng [“studente”] (学生) con shuǐshǒu [“marinaio”] (水手) e a interpretare “Shanghai” secondo l’etimo –ovvero, letteralmente, “sul mare”– per dare coerenza alla frase (comunque è stata una discussione piuttosto insignificante).
Pretendere di parlare cinese senza usare i toni appropriati è come credere di padroneggiare il tedesco senza conoscere i casi, oppure di conversare spagnolo semplicemente aggiungendo una “s” alla fine di ogni parola italiana.

In realtà dovremmo ringraziare Zuckerberg per averci offerto una rappresentazione plastica del famoso motto “I soldi non fanno la felicità” (e aver confutato con altrettanta efficacia il detto cinese Yǒu qián néng shǐ guǐ tuī mó [有钱能使鬼推磨], “Se sei ricco puoi far girare la macina al diavolo”). Il patrimonio del fondatore di Facebook, stimato in 41 miliardi di dollari, fa presupporre che egli abbia potuto usufruire dei migliori insegnanti di cinese: se nemmeno questo è servito a portarlo a un livello più alto di quello di uno studente universitario del primo anno, c’è di che disperare sul potere del denaro. Non tutto si può comprare: quello che fino a ieri sembrava un luogo comune, si rivela ora in tutta la sua drammaticità.

È probabile che Zuckerberg abbia voluto applicare alla vita reale la filosofia internettiana del You Can Do Anything: «I tried and therefore no one should criticize me». In questo riconosciamo anche il nostro “ultracrepidarianismo” e proviamo una certa empatia: internet ha generato un tale complesso di inferiorità che ormai andare oltre le scarpe è la cifra dell’intellettuale contemporaneo, che si sente in grado di passare dall’interpretazione allegorica dei canti sciamanici centro-asiatici all’analisi delle sorti delle principali economie sudamericane.

Sarebbe perciò semplice assolvere Zuckerberg dalle accuse di dilettantismo ed eclettismo, ma non è soltanto questo a lasciare interdetti. Quanto sconcerta sopra ogni cosa è il fatto che egli, al di là del tempo e dei soldi sprecati, non sia riuscito a imparare i toni nonostante avesse accanto una moglie cinese (e dei suoceri anch’essi madrelingua).
In pratica colui che ha costruito la sua fortuna sul facilitare la comunicazione tra le persone non è stato nemmeno capace di relazionarsi con i propri familiari. Sarebbe utile capire quanto il carattere del suo creatore abbia influenzato Facebook. In questo caso forse può solo aiutarci l’antica saggezza cinese, che nella figura di LaoTzu proclamava Zhì zhě bù yán, yán zhě bùzhī (知者不言、言者不知), “Chi sa, non parla; chi parla, non sa”.

domenica 25 ottobre 2015

Il santo patrono dei poliglotti

«Amato da studiosi laici e non credenti, venerato con punte di vero e proprio culto della personalità da linguisti e appassionati della materia, e dimenticato, invece, nel suo mondo cattolico. Un curioso destino quello del cardinale Mezzofanti, il più grande poliglotta di sempre».
Così l’incipit di un articolo di Andrea Galli (Il cardinale prodigio che parlava 78 lingue, “Avvenire”, 25 maggio 2008) che a distanza di anni rimane una delle poche testimonianze a favore del Mezzofanti (1774–1849), la cui fama in Italia è per l’appunto inversamente proporzionale a quella riscossa all’estero.

È incredibile infatti che il Cardinale sia divenuto oggetto di vera e propria venerazione in un ambito come quello anglosassone, generalmente ostile a tutto ciò che è italiano (e cattolico): siti come “Languageholic” lo considerano il loro patrono e ne accreditano persino le leggende più bizzarre (come quella secondo cui avrebbe imparato in una notte la lingua di due condannati a morte per confessarli prima dell’esecuzione).

Lo scrittore Michael Erard ne ha tratto ispirazione per un volume (Babel no more, pubblicato nel Regno Unito come Mezzofanti’s Gift, a conferma della notorietà del cardinale da quelle parti), nel quale pur mantenendo un approccio critico non riesce a nascondere l’immensa ammirazione per il Mezzofanti. È stato proprio Erard a scovare nell’archivio del porporato una versione ottocentesca delle odierne flashcards:
«Durante l’ultimo giorno della mia visita all’archivio del Mezzofanti nell’Archiginnasio di Bologna, ho scoperto una cosa di cui nessuno ha mai parlato: le flashcards di Mezzofanti. La foto ritrae una scatola contenente flashcards in 13 lingue (georgiano, ungherese, turco, arabo, algonchino, russo, tagalog, più tre serie non etichettate). […] I bibliotecari non le avevano mai notate e, dato che loro non parlavano inglese e io non capivo l’italiano, gesticolavano freneticamente per farmi capire che non potevo fotografarle impilate sul tavolo.
Il “segreto” di Mezzofanti è ancora avvolto dal mistero, ma il suo metodo è ormai noto. In ogni caso nessuno aveva mai descritto le sue flashcards prima d’ora»
(M. Erard, annotazione a C.W. Russell, The Life of Cardinal Mezzofanti, “Genius”, 2014).

Questa fortunosa scoperta è un’ulteriore prova dell’indifferenza italiana nei confronti del genio felsineo (una noncuranza che a quanto pare ha contagiato persino il mondo accademico). Negli ultimi dieci anni, al di là dell’articolo del Galli, il Cardinale è stato citato da un giornale solamente in un’altra occasione: un trafiletto dedicato all’“iperpoliglotta” brianzolo Emanuele Marini su una rivista allegata al “Corriere”, nel quale peraltro le capacità del prelato venivano ridotte a dato folkloristico (sfortunatamente non è possibile ritrovare il pezzo online). Ben diversa, invece, l’attenzione che il personaggio ha suscitato in corrispondenza della pubblicazione del volume di Erard, come dimostrano le recensioni entusiastiche apparse sul “Guardian” e sull’“Economist”.

L’uso delle flashcards da parte del Mezzofanti lascia supporre che egli non fosse del tutto estraneo ai metodi della mnemotecnica tradizionale, che per secoli fu un pilastro dell’apologetica cattolica (anche per l’apprendimento delle lingue, come nel caso di Matteo Ricci).

L’associazione sinestetica tra immagini, concetti e suoni, praticata da Dante, Tommaso e Alberto Magno (come dimostrano le eccellenti ricostruzioni di Frances A. Yates ne L’arte della memoria), subì un primo attacco da parte del puritanesimo, che estendeva l’iconoclastia al mondo interiore derubricando l’ars memoriae a sofisticheria scolastica, e infine ricevette il colpo di grazia dai maghi rinascimentali, che ne fecero un astruso e inutilizzabile culto ermetico.

Se l’antica arte non fosse caduta in disgrazia, forse il Mezzofanti avrebbe potuto imparare perfettamente anche quelle lingue che rimasero sempre il suo cruccio, come il ruteno, il frisone, il lettone, il cornico, il quechua e il bambara.

sabato 24 ottobre 2015

Ti spunta un fiore in bocca


Ogni tanto riaffiora alla memoria la celeberrima pubblicità di un dentifricio che aveva come slogan “Ti spunta un fiore in bocca”. È possibile che gli ideatori non conoscessero il significato che Pirandello aveva dato all’espressione? Sarebbe utile capire a quale categoria fosse rivolta la reclame: forse a una massa di semi-analfabeti che stava per scoprire le virtù dell’igiene orale e mandava in malora il cerusico del paesello? Difficile crederlo, eppure che nessuno finora abbia notato la coincidenza desta qualche sospetto.

L’altro giorno il motivetto mi è tornato in mente ancora e perciò sono andato a rileggermi il tremendo atto unico del Nobel di Girgenti, L’uomo dal fiore in bocca (1922).
Il primo dato che attira l’attenzione è l’ambientazione del dramma: un Caffè notturno della stazione, uno dei luoghi simbolo dei vari caroselli, sfruttato a dismisura anche da romanzieri e registi, che invano hanno provato a restituirgli l’aura poetica e pastorale che Pirandello toglie di mezzo in poche battute.
Il dialogo iniziale tra L’uomo dal fiore e L’avventore esprime tutta la noia della chiacchiera quotidiana in una Italia che si ritrae inorridita e disorientata dalle virtù borghesi che ha appena iniziato ad assaporare. L’uomo dal fiore cova in sé più di un epitelioma: potremmo dire banalmente che esso è simbolo del mal de vivre, ma il modo in cui Pirandello ritrae il malessere attraverso il carattere italiano ha qualcosa di strabiliante e persino profetico. Che L’uomo dal fiore esista ancora oggi lo comprendiamo dalle sue stesse parole:
«Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d'incartarlo. (Pausa). Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l'involto appeso al dito o in mano o sotto il braccio... Li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… - uh, quante cose immagino! Lei non può farsene un'idea.
[…] Ah, non lasciarla mai posare un momento l'immaginazione: – aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… – ma non della gente che conosco. No, no. A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse, una nausea».
Non credo che un pensionato teledipendente o un appassionato di reality potrebbero descrivere la loro quotidianità in modo migliore. Se avesse la tv, L’uomo dal fiore probabilmente non uscirebbe nemmeno di casa:
«Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma così, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi… anzi… per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla».
Oggi tra le cause di tale angoscia forse metteremmo al primo posto la visione ossessiva dei telegiornali, che sottomettono psicologicamente lo spettatore con una sequela grandguignolesca di omicidi, rapine e stupri. L’uomo dal fiore sembra addirittura precorrere i tempi nell’accennare alla possibilità di un omicidio tanto insensato quanto attraente per i cronisti:
«Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia: – Stupida! – scrollandola. Si piglia tutto. Resta li a guardarmi con certi occhi... con certi occhi che, le giuro, mi fan venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi a distanza».
In un passaggio successivo, L’uomo dal fiore diventa ancora più esplicito e riesce forse a dare un senso delle stragi quotidiane alle quali ormai assistiamo impotenti e increduli:
«Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io, ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché, lei capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro… lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco… cavare la rivoltella e ammazzare uno che come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno…».
Il momento più coinvolgente è quando L’uomo dal fiore rivela la propria malattia all’interlocutore: dai toni accattivanti da commesso viaggiatore usati per confessare il proprio male, si intuisce come Pirandello avrebbe sbeffeggiato l’Italia del dopoguerra se fosse sopravvissuto per vederla:
«Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso… Lei passa per via; un altro passante, all'improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: “Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso”. E con quelle due dita protese, la piglia e butta via… Sarebbe magnifica!».
Lei, egregio signore, ci ha la morte addosso! Ecco un altro slogan perfetto per il carosello di un’agenzia di pompe funebri. Il tono da reclame tocca poi al suo apice nel momento della rivelazione:
«Ora io, (Si alzerà), caro signore, ecco… venga qua… (Lo farà alzare e lo condurrò sotto il lampione acceso), qua sotto questo lampione… venga… le faccio vedere una cosa… Guardi, qua, sotto questo baffo… qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo… più dolce d’una caramella: – <Epitelioma>, si chiama. Pronunzii, sentirà che dolcezza: <epitelioma>… La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca, e m'ha detto: – “Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!”».
L’uomo dal fiore vuol vendere la verità, il dolore, ma da bravo piazzista sa anche destreggiarsi tra un soggetto all’altro, e in un istante passa dal dramma all’idillio:
«Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche... Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà; si premono con due dita, per lungo... come due labbra succhiose... Ah, che delizia! (Riderà. – Pausa). Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura. (Pausa) Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra…».
Non è questo un programma televisivo dei giorni nostri? Il servizio su un malato terminale o su un morto ammazzato ancora “fresco” che si interrompe per lasciare il posto a uno spot con due giovinette vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde a sorseggiare succo d’albicocca – oppure, perché no, mentre provano un nuovo dentifricio proprio al gusto di albicocca, o chissà quale altra diavoleria aromatizzata.

Volendo restare fedeli al testo, potremmo anche chiamare in causa la famigerata “incomunicabilità”. Con Bergman e Antonioni questa espressione è finita irrimediabilmente tra le grinfie dei barzellettieri e non c’è modo di ridarle nobiltà. Purtroppo non ho approfondito abbastanza il rapporto tra Pirandello e il cinema, per ipotizzare che con gli stessi mezzi egli avrebbe forse fatto meglio e non si sarebbe incagliato in stilemi e banalità “esistenzialiste”. Tuttavia posso osservare come per comunicare la sua inquietudine profonda e la sua convinzione che «il mondo è merda» (M. Soldati) Pirandello non abbia mai avuto bisogno di deformare e snaturare eccessivamente il mezzo espressivo, se non in direzione della commedia, quasi per schermirsi e impedire a se stesso di diventare un funzionario della nuova industria culturale. In realtà la sua critica alla società contemporanea incide ancora oggi poiché non è subordinata a nessuna utopia o ideologia redentrice. La sfiducia nei confronti del sistema democratico emerge sottilmente anche in questo dramma:
«[…] Certi richiami d'immagini, tra loro lontane, sono così particolari a ciascuno di noi; e determinati da ragioni ed esperienze così singolari, che l’uno non intenderebbe più l'altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di più illogico, spesso, di queste analogie».
Ne Il fu Mattia Pascal questa concezione della perdita di identità e del conseguente isolamento sociale sono più esplicite – in particolare nella figura del teosofo sui generis Anselmo Paleari e nell’idea, “democraticissima”, di poter cambiare vita in ogni istante, incarnandosi continuamente in nuovi personaggi, senza mai soffermarsi un istante a considerare la propria condizione (ma questo argomento andrebbe approfondito a parte).

Tornando a L’uomo dal fiore, non so se le mie balzane interpretazioni abbiano convinto qualcuno: leggere il dramma come una macabra parodia dell’Italia borghese è ovviamente una forzatura, tuttavia suscita ugualmente una certa impressione immaginare quanti italiani abbiano canticchiato il motivetto del “fiore in bocca” senza neppure percepire l’oscurità che esso portava in sé: un promemoria per l’Italia del benessere che assume i toni dell’anatema.

giovedì 22 ottobre 2015

Papa Francesco e l’Italia dei rebus


Un intramontabile articolo di Alessandro Giorgiutti, I rebus della “Settimana Enigmistica”, risalente a luglio 2009 e custodito da “Il Covile”, esorta il lettore a penetrare nel mistero rappresentato dalle miniature della “Settimana Enigmistica”, al fine di delinearne una specifica poetica (se non, addirittura, una mistica):
«Anche se non rientro nel novero degli abili solutori, sono un fedele lettore della “Settimana  Enigmistica”. Mi piace, in particolare, guardare le vignette dei rebus.
In quelle tavole in bianco e nero è rappresentata un’Italia che non c'è più. Come se, in quelle pagine, la nostra nazione, il nostro popolo si fosse stranamente fermato agli anni ’50. Ci sono donne velate che entrano in chiesa con le mani giunte o sgranando un rosario. Contadini che portano sulle spalle pesanti sacchi, dai quali cade sempre qualcosa. I bambini danno la caccia a un’oca con un bastone, oppure giocano con le fionde, e le nascondono dietro la schiena negando di aver rotto la finestra  dell'edificio  di fronte. Nelle case c’è un tavolino con la foto di uno zio lontano, con i capelli corti e i baffi. Nella sala da pranzo, le sedie e il tavolo sono di legno. Sul tavolo, una cesta di frutta e un libro di scuola dimenticato da un ragazzino (in quell’epoca d’oro si studiavano Carducci e Virgilio, l’Iliade e l’Orlando Furioso, già alle elementari). Le finestre si aprono su paesaggi agresti. Nel cielo sfrecciano le rondini.  Ci sono vecchi che pompano l’acqua da un pozzo. I bimbi hanno i calzoni corti e le ginocchia sbucciate. I signori portano il cappello largo, le signore la gonna lunga. Una coppia di giovanotti incrocia una coppia di ragazze lungo la strada del paese. Ma non è uno scenario idealizzato. Non mancano le liti anche violente e, particolare che mi ha sempre impressionato, ci sono sempre alcune donne ammanettate, dallo sguardo cupo, che severi poliziotti conducono in prigione. Ma questi particolari sgradevoli non fanno che rendere realistica la raffigurazione, acuendo pertanto nel giovane lettore quella strana nostalgia di un tempo che non si è vissuto».
Per una di quelle coincidenze storiche che in tempi di crisi ci lascia sperare in una finalità intrinseca all’umane vicende, l’immagine dell’Italia offerta da questi rebus combacia con quella che oggi impronta il magistero sociale di Papa Francesco, una certaine idée de l’Italie cristallizzata nelle mitologie familiari dei migranti piemontesi in Argentina.

Una comunità fiera della «forza della razza» (come dichiarò Bergoglio nel libro-intervista del 2010 El Jesuita, ristampato in occasione dell’elezione nel 2013), dove le nonne insegnano ai bambini le poesie dialettali di Nino Costa (in diverse occasioni Francesco ha recitato a memoria “Rassa nostran-a”, canto dedicato ai piemontèis ch’a travajo fòra d’Italia), e dove il futuro pontefice cresce come «il più italiano di tutti, perché allevato dai nonni»; un microcosmo nel quale, come una di quelle vignette in bianco e nero, c’è uno zio materno “svergognato” che insegna ai nipoti «delle canzonette sconce in dialetto genovese» e ci sono genitori severi che «non tollerano un figlio o un nipote sfaccendati»; dove, infine, tutti sono costretti a parlare in dialetto piemontese, persino, come ricorda il De Amicis, «i tedeschi, gli inglesi, i francesi che fanno affari con la colonia».

Le poesie di Nino Costa hanno enormemente contribuito a forgiare il patrimonio simbolico di Bergoglio: liriche come “Ai piemonteis dl’Argentin-a” (nella quale il poeta ricorda ai “fratei dl’Argentin-a” il suono delle campane, le acque che sgorgano dai ghiacciai, il respiro delle pecore, le movenze delle belle monferrine, il ginger di Torino…), “Don Bòsch” (un affresco epico de «la prima companìa dij Salesian»), oppure quella “Rassa nostran-a” che, come abbiamo detto, Francesco non perde occasione di declamare («Dritt e sincer, còsa ch’a son, a smìo: | teste quadre, polss ferm e fìdigh san | a parlo pòch ma a san còsa ch’a dìo | bele ch’a marcio adasi, a van lontan»), hanno modellato la leggenda della umile Italia, «eredità dei padri nel presente», benedetta e pastorale, laboriosa e feconda.

Tutto ciò che può offuscare l’immagine della Patria ideale viene da Francesco fortemente osteggiato. Per esempio, il calo della natalità è per lui «una forma di suicidio sociale» (p. 159), tanto che anche nella famosa polemica sul “Non siamo conigli” egli ha comunque proposto un limite di tre figli per coppia. O, ancora, il timore di un’apostasia collettiva in favore del protestantesimo, un fenomeno al quale Bergoglio da cardinale ha dovuto assistere in molte comunità del Sud America, lo costringe a concedere all’Italia che ha in mente più di quello che il radicalismo di massa contemporaneo consentirebbe.

Da tale mitologia derivano molte delle contraddizioni e degli attriti che il magistero di Francesco deve continuamente affrontare. È la sua utopia personale e, se Dio lo vorrà, sarà la realtà a piegarsi a essa e non viceversa. Ma è ancora troppo presto per parlare di questo.

Civiltà e ideologia. Contro Samuel Huntington

La prima volta che mi imbattei nel volume Lo scontro delle civiltà di Samuel P. Huntington (pubblicato in Italia da Garzanti nel 1996) ne rimasi affascinato: la tesi che nel XXI secolo il mondo si sarebbe diviso in blocchi compattati da una “Civiltà” comune era talmente suggestiva da impedirmi di notare gli innumerevoli paradossi con cui l’autore cercava di tenere assieme una teoria che, a distanza di qualche anno, si sarebbe dimostrata a dir poco fallace.
È scorretto giudicare le ipotesi dello studioso col fatidico senno di poi, tuttavia una certa temerarietà nel presentarle («Il mondo sarà ordinato per civiltà, o non lo sarà affatto» [p. 225]), unita all’aura di profeta che sostenitori e detrattori gli hanno attribuito, sono un irresistibile invito a cogliere fior da fiore: Huntington afferma in diversi passaggi che la Corea del Sud e quella del Nord si sarebbero presto unite (essendo culturalmente identiche…) e che «molti sudcoreani [considererebbero] una bomba nordcoreana semplicemente una bomba coreana, un’arma cioè che non sarebbe mai stata usata contro i sudcoreani» (p. 278); sostiene che una guerra russo-ucraina è possibile solo secondo «l’approccio statalista», mentre «il modello fondato sulle civiltà [cioè il suo] la ritiene molto poco probabile e sottolinea invece la possibilità che l’Ucraina si spacchi in due» (p. 39), con la parte orientale del Paese inserita in una sorta di “blocco ortodosso” nel quale gli Stati Uniti hanno concesso alla Grecia e a tutte le ex repubbliche sovietiche di confluire liberamente (p. 233); aggiunge che Malta e Cipro non sarebbero entrate nell’Unione Europea perché una “troppo piccola” e l’altra “ortodossa” (p. 232); prevede una drastica riduzione («se non l’eliminazione totale») dell’immigrazione verso l’Europa entro «la metà degli anni Novanta» (p. 295); insinua che gli europei parteciperanno a tutte le guerre statunitensi contro i Paesi islamici perché «nei confronti tra civiltà, a differenza di quanto avviene con quelli ideologici, si sta sempre dalla parte della propria razza» (p. 319); caldeggia la possibilità di una guerra tra USA e Giappone come prova definitiva della validità del suo modello (p. 326); infine si profonde in una lunga e prolissa descrizione della prossima guerra mondiale, provocata dalla mancata osservanza del suo infallibile modello: «Stati Uniti, Europa, Russia e India si sono dunque ritrovate coinvolte in una guerra planetaria contro Cina, Giappone e gran parte del mondo islamico» (p. 470). Risparmiamo i dettagli per non apparire troppo irriverenti.

La domanda sorge spontanea: com’è possibile che questo Don Ferrante della politologia abbia ottenuto credito illimitato da istituzioni accademiche di mezzo mondo? Le ipotesi sono due, ma sfortunatamente soltanto una di essa dà per scontata la buonafede dell’autore. Partiamo proprio da quest’ultima: la poca lucidità con cui Huntington interpreta gli eventi internazionali attraverso il suo rigido modello può forse derivare dallo sconvolgimento creato dalla situazione balcanica di quegli anni. È stupefacente la frequenza con cui l’autore chiama in causa i conflitti della ex-Jugoslavia come prova che il mondo si starebbe dividendo in blocchi di civiltà: almeno una quarantina di volte Huntington spiega al lettore che la guerra nei Balcani è stata «una guerra di civiltà» (p. 431), perché i russi sono intervenuti a favore dei serbi, alcune nazioni islamiche a fianco della Bosnia e parte dell’Europa si è schierata con la Croazia. Quando tuttavia arriva il momento di spiegare in che modo l’intervento statunitense si inserisca in questa “guerra di civiltà”, Huntington non riesce a dare nessuna motivazione convincente, o almeno compatibile col suo modello, e si limita a ripetere le fandonie della propaganda clintoniana (pp. 432-435).
È sospetto che, nonostante la mancanza di un mea culpa per le previsioni errate, Huntington non abbia mai perduto la stima delle istituzioni politiche e accademiche americane.
Veniamo quindi alla seconda ipotesi: e se Lo scontro delle civiltà non fosse altro che un’opera di pura propaganda? Huntington in tal caso starebbe semplicemente proponendo una ideologia in grado di garantire la pace in un mondo in cui, sancita la «fine dell’epoca del progresso» (p. 130), il welfare state viene drasticamente ridotto e la “cultura” di appartenenza diventa il surrogato dello standard di vita a cui le masse iniziavano ad abituarsi. Gli indizi che Huntington stia suggerendo ai politici una nuova forma di “falsa coscienza” sono molti, anche se lui stesso respinge tale accusa con una certa indignazione (excusatio non petita…). Una ipotesi del genere, pur essendo sleale, riesce tuttavia a dare un senso al gran numero di paradossi presenti nel volume, a cominciare dalla proposta (un cavallo di battaglia di Huntington) rivolta agli Stati Uniti (o alla “civiltà occidentale”) di praticare il relativismo a livello internazionale e il dogmatismo in politica nazionale, ovvero da una parte abbandonando le “pretese universalistiche” e accettando «la propria civiltà come qualcosa di peculiare, ma non di universale» (p. 15) e dall’altra respigendo «sul piano interno i canti di sirena disgregatori dei paladini del pluralismo culturale» (p. 458). Il politologo strumentalizza questo relativismo sui generis per far passare tesi aberranti: «Se in futuro l’India dovesse soppiantare l’Asia orientale come area di più intenso sviluppo economico del mondo, è bene che il mondo si prepari ad affrontare lunghe disquisizioni sulla superiorità della cultura indù [e] sul contributo offerto dal sistema delle caste allo sviluppo economico […]» (p. 154).
Affermazioni come questa fanno nascere il sospetto che Huntington, deplorando «le pretese universalistiche dell’Occidente», si stia in realtà riferendo non tanto all’eurocentrismo o all’umanitarismo, ma all’assistenza sanitaria, all’istruzione pubblica, alla previdenza sociale, insomma a tutte quelle cose che hanno permesso di elevare il livello di vita delle collettività. Emerge sempre più chiaramente quali sono i reali interessi celati dietro al concetto di “civiltà”: sul fronte occidentale esso serve a giustificare le varie controriforme nel campo dei diritti, mentre sugli altri fronti a frenare ogni prospettiva di sviluppo in nome dell’integrità culturale del proprio blocco di appartenenza. Questo spiegherebbe anche perché in alcuni passaggi Huntington denunci la “miopia del secolarismo” («Interi millenni di storia umana dimostrano come la religione non sia affatto una “piccola differenza”» [p. 377]) ma poi “dimentichi” di inserire il cristianesimo tra le civiltà (islamica, ortodossa, buddista, indù…), considerandolo un tutt’uno con la “civiltà occidentale” e addirittura indicando la protestantizzazione del Sud America (“Civiltà latino-americana”) come unica via possibile all’integrazione con la cultura euroamericana. Decisamente stucchevole, aggiungiamo, è il modo in cui Huntington traccia le linee di demarcazione tra una civiltà e l’altra, rendendoci –bontà sua– edotti del fatto che «il Giappone è […] l’unico stato della civiltà giapponese» (p. 195).
Anche a livello scientifico le teorie di Huntington fanno acqua da tutte le parti: se, per fare un esempio, all’inizio egli respinge, sulla scorta di Braudel, la dicotomia classica Kultur/Zivilisation per conferire un carattere “granitico” ai blocchi di civiltà in cui vuole dividere il pianeta, alla fine è costretto a farla rientrare dalla finestra distinguendo la “civiltà” (con l’iniziale minuscola) dalla “Civiltà”, l’età dell’oro di un mondo che finalmente ha trovato l’equilibrio tra le varie identità (p. 478).
In definitiva la proposta di Huntington non è che l’apologia di una controrivoluzione universale mascherata col volto rassicurante della cultura di appartenenza. È un bene che egli abbia escluso totalmente il cattolicesimo dal suo Risiko (tanto che, per dire, non ha problemi a inserire le Filippine nella “Civiltà sinica” e Timor Est in quella islamica, mentre al contrario considera la Guyana e il Suriname come parti della “Civiltà indù” e della “Civiltà sinica”). Se non altro almeno su tale argomento ha evitato di esprimere giudizi avventati e un po’ ingenui che non si è invece risparmiato nei confronti delle altre religioni (compreso il confucianesimo).

Le civiltà secondo Huntington (Wikipedia)
La prova definitiva dell’intento propagandistico dell’opera è il suo precoce anacronismo: rileggerla oggi è come sfogliare un giornale vecchio di qualche settimana, che non ha neppure maturato il fascino del sic transit gloria mundi.
In uno sforzo estremo di empatia, per salvare ancora la sua buonafede, potremmo ipotizzare in Huntington una sorta di “ansia da prestazione” nei confronti di  Spengler e Toynbee, che lo ha portato a ingannarsi anche laddove non era necessaria la sfera di cristallo (come quando afferma che «il Tagikistan, di lingua persiana, ha adottato caratteri arabi», notizia campata in aria che però serve ancora a confermare la radicalizzazione “culturale” del mondo). Tuttavia se egli arriva a proporre come base per la “rigenerazione morale” di Nord America ed Europa «la creazione di un’area transatlantica di libero scambio» (p. 459), approvando l’odierno TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), allora l’intento propagandistico risulta innegabile, e la damnatio memoriae (se non politica, almeno intellettuale) più che necessaria.

martedì 20 ottobre 2015

Affabulazioni orientali e occidentali


È imbarazzante l’attenzione che il mondo della cosiddetta “controinformazione” ha riservato negli ultimi anni ai “filosofi di corte” americani: l’esempio più recente è quello di George Friedman, un ferrovecchio della Guerra Fredda la cui performance retorica potete apprezzare nel video qui sopra.
«Your cynicism is simply a pose»: è con questa battuta dal Ritratto di Dorian Gray che andrebbe liquidato il machiavellismo di certi “analisti”, assimilato da chissà quale manuale di self-help. Le varie agenzie culturali, fondazioni e think thank gravitanti attorno al potere più che predire il futuro si limitano infatti a propagandare l’idea che la posizione degli Stati Uniti al centro del mondo sia inattaccabile.
Le credenziali di questo Friedman sono di tutti rispetto: di origine ebraico-ungherese, vive in Texas (inquietante la somiglianza con George W. Bush) e nel 1991 ha predetto la guerra tra Giappone e Stati Uniti (The Coming War With Japan). Come si può quindi dubitare delle sue premonizioni sull’Europa e la Russia?
Tutto procede secondo la volontà degli Stati Uniti: Germania e Russia sono finalmente divise da un cordon sanitaire (pronunciato all’americana), i conflitti più importanti rispondono al divide et impera dell’unico impero rimasto, e il resto del pianeta è pronto a sventolare la bandiera a stelle e strisce.
È difficile rimanere seri di fronte a tali affermazioni, infatti anche Friedman non riesce a trattenere le risatine: forse è consapevole che i primi ad abboccare ai suoi ballon d’essai saranno proprio i più acerrimi oppositori degli Stati Uniti, che finiranno per pensarla come vogliono lui e i suoi committenti.

venerdì 16 ottobre 2015

Calibanovitch


Non ho ancora trovato il coraggio di guardare fino in fondo la trasposizione cinematografica de La versione di Barney di Mordecai Richler. La prima metà l’ho trovata tremenda: con gli adattamenti la delusione è inevitabile, ma la scusa di “ricostruire la trama” in questo caso è servita a stravolgere completamente i personaggi del romanzo. È una manipolazione deplorevole, poiché nel guazzabuglio della Versione, sono proprio i caratteri a imporsi sul caos delle vicende. Invece nel film le battute di uno vengono fatte dire da un altro, lo sceneggiatore inventa di sana pianta alcuni episodi e inspiegabilmente cambia date, nomi, luoghi.
C’è da disperare sulle capacità del cinema di confrontarsi con la letteratura. A meno che, ovviamente, non si parli di libracci che già assomigliano a sceneggiature, oppure di fumetti, videogiochi, racconti per bambini. Con quelli i registi vanno tranquilli: il tizio che l’ha girato si è dichiarato orgoglioso di aver trasformato Barney Panofsky nel protagonista di una commedia romantica (una versione delicata dei fratelli Coen?).

L’accanimento del regista contro il personaggio principale è impressionante: prima di tutto fa sparire l’antagonista Terry McIver (che nel romanzo compare sin dalla prima pagina) ammorbidendo così gli sfoghi di Barney; poi si inventa la scena del pugno in faccia a Cedric Richardson, il sodale nero del periodo parigino che ha messo incinta la prima moglie di Barney, quando invece i due dovrebbero brindare assieme (questo è il bello di Barney, la sua generosità ingenua, quasi da rintronato); infine (e qui mi sono fermato), nella scena-chiave dell'assassinio di Boogie, oltre a infilare un paio di battute che appesantiscono il dialogo (l’originale di per sé era perfetto), fa inciampare Barney sul molo con la pistola in mano, dando così l’idea che Boogie sia stato ucciso da un colpo partito accidentalmente. Una “trovata” senza senso, che dimostra come il regista e lo sceneggiatore non abbiano capito nulla. A meno che anche loro non abbiano voluto dare l’idea di essere affetti da Alzeheimer, e quindi di aver fatto confusione con le battute e le scene. Purtroppo non è così: i tempi della commedia ingabbiano totalmente la trama, da quella forma non ne esce. L’immensa e variegata collezione di rancori che Barney ha impiegato una vita a raccogliere si spegne sul volto dello shabbes goy Paul Giamatti (tanto valeva cambiare il titolo in Giubba Rossa Panofsky: presente…)

È ammissibile che le battute dell’avvocato di Barney vengano fatte dire da suo padre Izzy; oppure che non compaia neppure di sfuggita la figura di Duddy Kravitz (anche se un regista con il culto di Richler avrebbe dovuto inserirlo), perché le semplificazioni sono inevitabili. Non è tollerabile, invece, il tradimento sistematico dei personaggi e del protagonista stesso.
Prendiamo, per esempio, un argomento politicamente scorretto come l’omofobia: non solo non ve n’è traccia, ma addirittura Barney in una scena viene fatto passare quasi per “omofilo”, precisamente mentre egli sta discutendo con la Seconda Signora Panofsky degli invitati al matrimonio, e il discorso cade (ovviamente) su Miriam: quando la moglie rivela che l’accompagnatore dell’amica era suo cugino gay che fingeva di non esserlo per non mettere in imbarazzo la famiglia, Barney si mostra sollevato e, per non far capire che è felice che Miriam non fosse fidanzata col cugino, dice che è una bella cosa che uno nasconda di essere gay. La Seconda Moglie, soddisfatta della risposta, si volta per continuare a truccarsi; Barney allora sbuffa e la guarda con un’espressione come a dire: «Ho sposato una bigotta!».
È in quell’istante che ho abbandonato ogni proposito di “carità interpretativa”, per poi smettere di guardarlo definitivamente... Certo, è difficile criticare un film senza averlo visto fino alla fine, ma non credo di potergli dare una seconda possibilità. Anzi, per certi versi mi spiace pure che sia stato realizzato un progetto del genere, poiché chiaramente dissuaderà altri registi da ogni tentativo di girarne un’altra versione.

Anche per questo continuo a diffidare degli intrecci tra cinema e letteratura: mi sembra sempre che voglia “fagocitare” ogni cosa, al solo scopo di superare il complesso di inferiorità da ultima arte. O forse è solo il problema di alcuni registi, che non riescono a concepire un mondo in cui le due arti possano convivere. Sarà un caso se finora nessuno ha mai voluto confrontarsi con i romanzi di Chesterton (a parte Padre Brown) o di Elias Canetti, per fare i primi nomi di una lista infinita?

A proposito del romanzo, una nota conclusiva: in Italia è stato accolto con l’entusiasmo e l’ingenuità di chi pensava di aver finalmente trovato un Woody Allen di destra. Tuttavia la Versione contiene un messaggio più profondo, impossibile da ridurre alla polemica tra liberal e conservatori. Questo è infatti il primo libro di Richler che Adelphi ha pubblicato (dopo sono arrivati tutti gli altri). Il motivo per cui è stato deciso di portarlo in Italia non riguarda semplicemente l’ambientazione ebraica eterodossa (una passione di Calasso). Al principio c’è l’interpretazione della Barney's Version come racconto di un sacrificio umano, che non è il semplice assassinio di Boogie, ma un crimine compiuto nell’incoscienza, quindi “innocente”. Il cuore del romanzo non sono le battute (seppur leggendarie) di Panofsky, ma proprio l’atto dell’uccidere, del sacrificare, senza esserne completamente consapevoli. Mi sembra che nel film questa inquietudine non emerga mai.

mercoledì 14 ottobre 2015

Alauiti e aleviti

Sui giornali italiani i sedicenti “esperti di Medio Oriente” confondono puntualmente gli alauiti (o alawiti) siriani con gli aleviti (o alevi) turchi. Un caso imbarazzante è quello del giornalista del “Corriere” che, intervistando Ali Kenanoğlu, un alevita (turco) leader del partito filocurdo HDP, lo ha definito bellamente “alawita come il presidente siriano Assad”. Abbiamo già discusso di tale obbrobrio un paio di giorni fa in coda a questo post.

A chi non ha intenzione di cadere ancora nell'equivoco consigliamo, oltre che a un giro su Wikipedia, anche una scorsa al volume  Islam for dummies (tradotto in italiano come “Islam per negati” nel 2007), che peraltro è, a detta del sociologo Stefano Allievi, la guida “ufficiale” per tutti i ragazzi che partono per l’Isis («Sa quale libro aveva acquistato su Amazon un ragazzo convertitosi all’Islam due mesi prima di partire per la guerra santa? Islam for dummies. Fatto più significativo di quello che immaginiamo»), i quali prima di intraprendere il grande passo vogliono giustamente farsi un’idea di quello che li aspetta  (a parte la sodomia, s'intende).


A questo punto tanto vale citare proprio una pagina di Islam for dummies, nella quale si spiega chi sono gli aleviti (alevi) e perché non c’entrano nulla con gli alauiti (alawiti); anche sulle righe che seguono ci sarebbe qualcosa da ridire, ma prendiamole per buone (del resto in italiano dummies si può tradurre anche con “idioti”, “scemotti” o “tonti”):
«Alcuni possono confondere alevi e alawiti pensando che formino un unico gruppo. Malgrado la somiglianza dei nomi e la vicinanza geografica (e quello che potrebbe capitarvi di leggere), si tratta invece di due gruppi distinti.
Gli alevi sono una comunità etnica e religiosa che si concentra nella Turchia centrale e sudorientale, costituendo un’ampia percentuale della popolazione del Paese (si pensa fino al 30 per cento, quindi diversi milioni di persone).
Le loro organizzazioni sono molto attive tra gli emigrati, in particolare fra i turchi che lavorano in Germania. Inoltre aderisce al gruppo il 25 per cento circa dei curdi che vivono nei territori curdi. La sovrapposizione tra alevi e sufi dell’ordine della Bektashiyya è un fattore che complica un po’ la situazione. L’ordine della Bektashiyya tuttavia non è limitato agli alevi o alla sola Turchia.
Gli alevi ridimensionano i rituali tradizionali dell’islam quali la preghiera, il pellegrinaggio, il sawm durante il Ramadan, le cerimonie nelle moschee. Sostengono che il vero hajj è quello del cuore, piuttosto che quello prescritto dall’osservanza formale. Il loro digiuno rituale è limitato ai primi dodici giorni di Muharram (il primo mese dell’anno), in ricordo dei dodici imam. Come gli alawiti, anche gli alevi sembrano aver risentito del contatto con altre religioni. In agosto celebrano una festa in onore di Hajji Bektash, fondatore dell’ordine sufi della Bektashiyya.
Il Cem è la loro festività religiosa più importante. Fino a poco tempo fa la celebravano di notte e in segreto. Il Cem commemora il viaggio in paradiso di Maometto (mi’raj), contempla le sofferenze di Husayn e dei dodici imam, comprendendo un pasto accompagnato da una bevanda alcolica sacramentale, inni, danze.
Gli alevi hanno avuto un rapporto alterno con lo Stato turco. Avendo subito le persecuzioni ottomane, sono stati grandi sostenitori di Atatürk, il padre dell'odierna Turchia. Lo stato secolare fondato da Atatürk offriva loro una maggiore libertà religiosa e culturale. Spinti dal timore di una possibile influenza sunnita, molti giovani alevi si sono identificati nei partiti di sinistra, poiché vedevano un nesso tra il valore che attribuivano all’uguaglianza delle donne, alla giustizia per i poveri e alla tolleranza e il programma politico ed economico della sinistra. I sunniti in genere hanno guardato gli alevi con un certo distacco; in alcune occasioni, tuttavia, gruppi di sunniti hanno organizzato azioni violente contro le comunità alevi.
Gli sforzi del moderno Stato turco di creare un'identità nazionale si sono scontrati con il desiderio di alevi e curdi di conservare la propria cultura. Negli anni Ottanta del Novecento il governo ha iniziato a favorire i sunniti e gli alevi hanno reagito promuovendo con più decisione la loro identità religiosa e culturale, sostenendo d’essere i veri musulmani, i veri turchi e i veri anatolici, in opposizione al sunnismo, che considerano una distorsione araba e formalistica dell’islam».

lunedì 12 ottobre 2015

Erdogan si scrive Erdoğan. Sulla turcofobia dilagante


A parte i soliti patetici casi di slackativism («iniziative a supporto di una causa che non hanno alcun effetto concreto se non di far sentire realizzato chi le organizza»), gli attacchi alla Turchia stanno raggiungendo un livello tale che non è più possibile giustificare con una (legittimissima) avversione alle politiche di Erdoğan.

In prima linea ci sono i filocurdi improvvisati, quelli che hanno creato l’ingannevole equazione “curdi = PKK” e l’ancora più falsa equazione “curdi = resistenza siriana”. I curdi che loro venerano, quelli ai primi posti nelle liste nere delle organizzazioni terroristiche di decine di Stati, non rappresentano che una percentuale minima dell’insieme delle forze che compongono il variegato (anche dal punto di vista etnico e linguistico) universo curdo, che a sua volta non è che una goccia nel mare della resistenza anti-Isis, sul fronte siriano guidata principalmente dall’esercito regolare, da Hezbollah e dai pasdaran (oltre che da tutte le altre minoranze – non meriterebbero anch’esse uno staterello per premio?).

In verità l’appoggio incondizionato ai curdi in sé non darebbe neppure fastidio, se non fosse condotto nel modo più ipocrita possibile, cioè facendo finta di ignorare che il più grande alleato regionale del glorioso e ipotetico Kurdistan altri non è che… Israele! Sin dagli anni ’60 il Mossad ha infatti fornito supporto tecnico e militare alla minoranza curda dell’Iraq e negli ultimi anni la creazione di uno Stato curdo indipendente è entrato a pieno titolo nell’agenda della destra israeliana (assieme a un sostegno sempre meno indiretto e sempre più attivo -e imbarazzante- alle azioni del PKK).

Il paradosso è che mentre i sedicenti antisionisti con la bava alla bocca si raccontano storie assurde su un Kurdistan eco-femminista, pacifista e libertario, dall’altra parte c’è il “sultano” Erdoğan che ha rotto i rapporti diplomatici con Israele, ha patrocinato il tentativo di forzare il blocco di Gaza (già dimenticato la Mavi Marmara?), è stato l’unico presidente di un Paese NATO ad accusare l’“entità sionista” di genocidio e ha provveduto a finanziare la ricostruzione di nove moschee di Gaza distrutte nell’ultimo conflitto. Ah già, ma questo è islamo-fascismo! Mentre i curdi che pongono le basi per il loro “sionismo” (Tell Abyad è solo l’inizio?) sono gli unici veri democratici del Medio Oriente.

A parte i poveri sinistrati, adesso a giocare alla turcofobia ci si sono messi pure i destrorsi, che evidentemente campano ancora di Penisneid. Ormai qualsiasi occasione è buona per sputare un po’ di veleno: l’Isis, la NATO, gli armeni, gli immigrati… Chi piagnucola troppo dovrebbe ricordare il proverbio: Chi pecora si fa, il lupo (grigio?) se la mangia. Con questi compari non mi importa nemmeno di far la figura del giannizzero; tuttavia a chi vuole evitare di passare per ignorantone, consiglierei di approfondire i rapporti tra Stato e “Chiesa” in Turchia, altrettanto complicati dei nostri: magari scoprirebbe che non è Erdoğan il vero ostacolo al riconoscimento del genocidio armeno, ma chi considera quel genocidio come atto fondativo della nazione (ricordiamo anche che l’esercito irregolare curdo partecipò allo sterminio nelle stesse aree dove oggi combatte contro l’ISIS).
Perché da qualche anno un premier turco (per la prima volta nella storia della Turchia) rivolge ufficialmente le condoglianze alla comunità armena? Invece di continuare a fantasticare sul paradiso kemalista che era la Turchia prima dell’avvento del “sultano”, si provi a rispondere alla domanda (con parole proprie).


La tendenza ad addossare a Erdoğan ogni responsabilità europea e occidentale è ormai diventato un riflesso pavloviano: secondo i nostri autorevoli opinionisti, per esempio, sarebbe stato lui a consentire agli jihadisti con passaporto europeo di andare a combattere in Siria e Iraq. Eppure le autorità turche hanno ripetutamente protestato contro l’Unione Europa per la mancanza di controlli verso i propri cittadini: è ridicolo, quindi, accollare le colpe di Francia, Inghilterra, Belgio, Germania e Italia (una cinquantina di militanti Isis passati dal nostro territorio…) alla Turchia – en passant dovremmo ricordare che tra quelli che chiamiamo “tagliagole” ci sono soggetti che i servizi segreti occidentali conoscono da anni e che evidentemente non sono più in grado di controllare (anche per questo motivo Joe Biden si è dovuto scusare con Erdoğan).

Del resto il premier turco ha espresso pubblicamente le sue perplessità sulla condotta statunitense, sia per quanto riguarda la strategia del “butta la bomba e scappa”, sia per il sostegno incondizionato ai curdi. Se egli fosse davvero un “sultano” come si dice, il suo atteggiamento sarebbe comunque più dignitoso di quello di qualsiasi “sceicco”: è vero che la Turchia ha le sue responsabilità nella destabilizzazione dell’area (come tutte le nazioni circostanti), ma la strategia cosiddetta “neo-ottomana”, in quanto rispettosa delle tradizionali identità etnico-religiose, si rivelerà a lungo andare più efficace di qualsiasi esperimento di ingegneria sociale condotto a suon di bombe (questo detto proprio fuori dai denti, sempre per passare per il giannizzero che non sono).

Veniamo, infine, ai principali fomentatori della turcofobia montante, che sono i giornalisti. Su di loro non dirò nulla, perché si sa che hanno la querela facile. Mi limito a segnalare un episodio verificatosi proprio oggi: nell’introduzione all’intervista al “Corriere” ad Ali Kenanoğlu, leader del partito di sinistra filocurdo HDP, il giornalista lo ha definito «alawita come il presidente siriano Assad».


Confondere gli aleviti con gli alawiti è l’errore più classico di chi crede di sapere tutto sulla Turchia. Il fatto che costui non sia il primo a cascarci non è una scusante, poiché non si tratta solo di una trascurabile gaffe: sarebbe bastata una ricerca di 0,40 secondi con Google per scoprire che il buon Kenanoğlu aveva già rilasciato una intervista (in inglese) nella quale affermava chiaramente che «Assad has no relation to Alevism» e che l’idea di accostare gli aleviti turchi con Assad è talmente assurda da poter venire in mente solo alla giunta Erdoğan, desiderosa di trovare qualsiasi scusa per reprimere una minoranza interna (a dir la verità bastava anche la prima riga della pagina di Wikipedia).

Mi sono permesso di segnalare (solo per correttezza) la cantonata a Kenanoğlu, ma sembra che fortunatamente il nostro non l’abbia presa male. Forse gli dispiacerebbe di più sapere che i giornalisti italiani dopo anni passati a scrivere “Erdogan” (e adesso pure KenanoGlu…) non hanno ancora capito che nella lingua turca la “G” normale (che è sempre dura) e la “G dolce” (Ğ) sono due lettere diverse e che quest’ultima non si pronuncia, ma allunga il suono della vocale precedente.

A parte le battute, è sintomatico che un giornale come il “Corriere”, da sempre schierato contro Erdoğan, finisca involontariamente per avallare uno dei cavalli di battaglia della “propaganda di regime” (peraltro poco sentito dal popolo turco stesso, che sa benissimo che i propri aleviti, seppur turbolenti, non sono né filo-siriani né filo-iraniani).

Per ignoranza, ma anche per mancanza di ignoranza: perché se provassimo a guardare alla Turchia senza pregiudizi scopriremmo un Paese molto simile al nostro, in cui la popolazione è sempre sull’orlo della guerra civile, la questione religiosa non è ancora risolta, la nostalgia per un grande impero mai sopita e il cortocircuito tra il senso di colpa di esser stati emigranti e l’impossibilità di accogliere milioni di profughi è altrettanto lacerante.

A pensarci bene, la turcofobia non è che la fase suprema dell’italofobia, quella che adesso non possiamo più permetterci, visto che decenni di autorazzismo non ci hanno fatto diventare tutti tedeschi: Wir sind die Türken von Morgen.

Пробуди се Црна Горо!

Padiglione del Montenegro all’Expo 2015, piccolo ma accogliente come questo meraviglioso Paese.
In coda, una canzone dedicata a Nicola I del Montenegro (1841–1921) composta nel 1989 per celebrare il ritorno delle spoglie del Re e della regina Milena alla città di Cettigne, antica capitale del Regno:

Cose bielorusse a Expo 2015

Una citazione la merita anche il padiglione bielorusso all'Expo, nonostante l'accoglienza non sia stata delle migliori: mi ero preparato qualche parola, ma l'addetta alle pubbliche relazioni ha risposto al mio "Iak spravi?" con una specie di singulto ("Prashom") e poi... si è voltata! Mi avrà scambiato per un provocatore russo? Io sono un ragazzo semplice, dunque avrei potuto benissimo dedurre da questo atteggiamento che la Bielorussa è una landa fredda e inospitale; invece ho preferito crederci ancora e alla fine il volto sorridente di Lukashenko mi ha rassicurato.

domenica 11 ottobre 2015

Birra e vino. Il padiglione del Libano a Expo 2015

Non un granché il padiglione del Libano a Expo 2015, dava più l'idea di un chioschetto. In vendita anche birra e vino, la mitica Almaza, che in realtà è sciacquatura di piatti, ma per premiare l’impegno ne ho bevute un paio), e poi i pregiatissimi e leggendari Château Ksara (compagnia fondata dai gesuiti) ai quali non mi sono neanche avvicinato per il prezzo esorbitante (prima o poi riparerò). Apprezzabile il piccolo omaggio a Khalil Gibran, che per l'occasione diventa Gebran: «Se il Libano non fosse stato il mio Paese, avrei voluto comunque che lo fosse» (rigorosamente in inglese).

sabato 10 ottobre 2015

"Timor-Leste, nossa Nação". Padiglione di Timor Est a Expo2015

Padiglione di Timor Est a #Expo2015. In una parola: CAPOLAVORO.





“Questi sono i miei gioielli”. Padiglione dello Yemen a Expo2015

I regali dello Yemen al mondo: caffè e miele. Ma anche stoffe, il cui eroico commercio non si ferma neppure ora che il Paese è in guerra. La bassa qualità delle immagini è causata dall'emozione per lo spettacolo di luci, suoni, voci e manichini:

venerdì 9 ottobre 2015

Il sapore celeste del ferro. Il Türkmenistan a Expo 2015

Padiglione del Türkmenistan a Expo 2015. Il "Corriere" lo descrive come «un viaggio nell'Unione Sovietica degli anni '80, senza muvoersi da Rho». A me invece è sembrato una esposizione allegra e variopinta delle glorie nazionali: i tappeti, i cavalli, la marina militare, gli oleodotti e il presidente Gurbanguly Berdimuhamedow (rappresentato dalla gigantografia all'ingresso). Ho apprezzato anche il bilinguismo dei commessi (russo e turco) e il fascino del Türkmençe, l'idioma nazionale che solo di recente ha assunto l'alfabeto latino su ispirazione della Turchia. L'unica pecca è che tra tutti i libri in esposizione, tra cui un manuale di matematica con la foto del Presidente e il Türkmenistanyň Deňiz we derýa ulaglary döwlet gullugy ("Servizio nazionale di trasporto marittimo e fluviale del Türkmenistan"), mancava una copia del Ruhnama, il "libro dell'anima" scritto da Saparmyrat Nyýazow che tutti gli impiegati statali devono dimostrare di conoscere. Si tratta di uno strumento indipensabile alla formazione morale e intellettuale dei giovani turkmeni. Com'è possibile? Spero si tratti di un mio abbaglio....
Per concludere, una nota di colore, la leggendaria jurta dei nomadi delle steppe (che sono riuscito a fotografare solo di sfuggita sia per l'affollamento che per un guasto improvviso della mia macchinetta): purtroppo è stata collocata sul terrazzo, in balia dei commenti pirla dei soliti milanesi ariosi. In questo caso sarebbe stata necessaria una maggior sorveglianza contro la dissacrazione (che per fortuna si è mantenuta solo a livello verbale, dato che comunque qui siamo tutte persone civili).

Le Pavillon. La Francia a Expo 2015

Riconosciamo alla Francia di aver organizzato uno dei migliori padiglioni dell’Expo, non tanto per la qualità o la scenografia, quanto perché in tema con lo scopo della manifestazione, “nutrire il pianeta”. I francesi lo hanno fatto in maniera trionfalistica e quasi folle, tanto che se le condizioni politiche lo avessero consentito, non mi sarei stupito di trovare all'ingresso una gigantografia di Depardieu che falcia il grano con Lukashenko (a proposito, un plauso anche al padiglione della Bielorussia, fedelissimo alla linea):

Il padiglione francese, «una via di mezzo tra una cattedale e un mercato» (così il “Corriere”) sembra proprio un monumento al corps politique de Gérard Depardieu di cui parla Richard Millet. Ad accogliere i visitatori, un orto pantagruelico che fa risorgere allergie dimenticate e un maxischermo “pedagogico” stile vertoviano che ci ricorda i danni dei modelli alimentari imposti dagli yankee. All’interno pentole e stivali e pesci appesi al soffitto, televisori che trasmettono ricette tradizionali ed esposizioni di farine biologiche e acqua Evian.

La Francia vuole nutrire 10 miliardi di persone entro il 2050 con cibo francese piacevole e salutare. Pur di portare a termine questo compito è disposta a cambiare radicalmente il proprio modello di sviluppo: emblematico di tale tendenza è la commistione tra natura ammaestrata e tecnologia sorpassata. Le vecchie industrie si conciliano con l’arcadia in un nuovo tourisme industriel, mentre la televisione si impone come media imperante nei secoli dei secoli: per chi muore di fame poi ci sarà sempre una baguette e una bottiglietta di Evian. Quello francese è in realtà il padiglione meno utopistico di tutta l’esibizione e per certi versi è consolante sapere che a gestire la decrescita europea saranno tipi come Hollande e non come Pol Pot.

lunedì 5 ottobre 2015

Adelphi non si tocca!

Un giovane fan di Calasso nascosto dal sacro simbolo
Rcs libri venduta alla Mondadori. Così il “Corriere” confina a pagina 20 una notizia dalla quale dipende la sua stessa esistenza: comprensibile la scelta di mantenere un profilo basso, anche nei riguardi della “questione Adelphi”, dal momento che Calasso si è comprato la quota di maggioranza (58%).

Evitando così la farsa della diaspora come ai tempi dell’Einaudi («Nel novembre 1994 se ne andarono soltanto in due», ricorda Corrado Stajano) e la risibile speranza in uno sgambetto dall’Antitrust, quelli di Adelphi si sfilano immediatamente e fanno la loro bella figura da catari (in senso etimologico).

Salvata la purezza, ora si pone l’eterno dilemma dei finanziamenti, poiché si sa che Adelphi è sì una “forma”, un opus, ovvero, per i profani, un marchio, un brand (definizione che Calasso stesso sembra avvalorare); ma è anche e soprattutto una “Agenzia Culturale”, dunque il rischio che a fine anno sia necessario appianare qualche perdita è sempre presente. C’è chi parla già di un interessamento da parte della famiglia Agnelli (da sempre socio di minoranza) che, come scrive “Il Fatto Quotidiano”, «tiene in grande considerazione il raffinatissimo catalogo di Calasso»: non è un caso che l’editore abbia appena pubblicato due volumi di Marella, vedova di Gianni, il raffinato libro-intervista Ho coltivato il mio giardino e La Signora Gocà (già al centro di un imbarazzante intrigo editoriale).

Se analizzassimo seriamente la fortuna di Adelphi a livello nazionalpopolare, dovremmo riconoscere che nel corso degli anni essa è riuscita a costruirsi l’immagine di casa editrice “impegnata” (in senso assoluto).

Per esempio, nel film Tre uomini e una gamba il famoso «mattone polacco minimalista di scrittore morto suicida giovanissimo» che Giacomino Poretti sta sfogliando nella speranza di far colpo su una ragazza altro non è che Essenza del nichilismo di Emanuele Severino, come fanno orgogliosamente notare gli “studiosi della sua opera” (e che non si tratti di una scelta casuale si deduce dal fatto che, oggi come nel 1997, sarebbe impossibile trovare un testo del genere sugli scaffali di un autogrill italiano).


Peraltro anche il regista Silvio Soldini, quando vuole appioppare a un personaggio femminile lo stigma della “riflessività”, le mette in mano dei libri Adelphi (si veda Licia Maglietta ne Le acrobate e in Agata e la tempesta).

Edmondo Berselli, nel suo Venerati Maestri (Mondadori, 2006) ricostruisce in tono caustico le tappe attraverso le quali il “raffinatissimo catalogo” si è imposto nelle case degli italiani: in principio era Siddharta, il volume che oggi viene considerato «una cretinata» ma che ai tempi inaugurò la nuova “Cattedrale profana del Riflusso” pronta ad assorbire «tutti i libri, i saggi, le analisi, i progetti politici […] precipitati nell’insignificanza» (p. 34). Poi venne L’insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera, trasformato in un tormentone dalla trasmissione Quelli della notte (assieme all’edonismo reaganiano). Infine, alle soglie del nuovo secolo, La versione di Barney di Mordecai Richler, propagandato da Giuliano Ferrara come manifesto di un neoconservatorismo  possibile (ma il cui messaggio politico è praticamente inesistente). In mezzo a tutto questo, «l’idolatria filistea per Bruce Chatwin come guida o baedeker per le vacanze esotiche alle Seychelles» (p. 42) e –dimentica Berselli– anche la “riscoperta” di Maigret, che dal volto rassicurante di Gino Cervi è passato a essere, dopo il “trattamento” calassiano, messaggero «del mondo com’è realmente, in tutto il suo squallore, le sue lusinghe, la sua casuale crudeltà» (John Banville, Profondo Noir, il cuore oscuro di Simenon, “Corriere”, 26 gennaio 2009).

Berselli non ha un’opinione molto positiva nei confronti del lettore medio Adelphi: «Quelle fanfaluche su Dioniso, “dio che muore”, e Apollo, “luce terribile e devastante”, erano buone tutt’al più per stagionate professoresse di liceo, che dietro l’immagine di un sole giallo e nero evocata dal pensiero apollineo sognavano di farsi ingroppare in modo fin troppo ctonio da aitanti apolli» (p. 36). Né sulla casa editrice stessa: «Le tinte pastello mi sembrano sempre più inattuali, confuse nell’opacità del contingente, private dell’eterno» (p. 42).

Gli strali più plebei li conserva però per la persona di Roberto Calasso, del quale si permette persino di motteggiare la biografia: «Adorno rimase molto impressionato dalla cultura sterminata del giovane interlocutore, tanto da confessare in seguito agli amici: “Kvel Kalasso ha letto tutti i miei libri, compresi kvelli che non ho scritto”» (p. 37).
Non che il “Venerato Maestro” faccia molto per allontanare da sé questa aura da magnate fantozziano che, al di là del modo di porsi, trasuda dalla ripetitività degli aneddoti con cui blandisce l’interlocutore (l’anno Nietzsche, il cinese in fila che legge…) e da alcune dichiarazioni incaute che andrebbero date in pasto al grande pubblico solamente celate dalla prosa fluviale di qualche saggio.

Nel mainstream ormai si è imposta prepotentemente l’idea che un volume Adelphi rappresenti la quintessenza del «solito libro sfigato che non conosce nessuno» (sempre per citare Giovanni Storti), come dimostra il recente caso degli “Adelphi Ignoranti” che danno voce (in maniera ignorantissima, appunto) a un comune sentire represso per troppo tempo. Il rischio è che Adelphi, in solitaria, si fossilizzi nell’immagine che ha di se stessa, nello stile «del monumento che dice di essere monumento» (cit.) e che i suoi stessi propugnatori si riducano a caratteristi di una pochade nel ruolo di Duca Conti e Megadirettori, oppure, nel peggiore dei casi, di travet dell’iniziazione.

domenica 4 ottobre 2015

Jean Raspail in saldo

Nella sua ultima intervista a “Le Point” (Que les migrants se débrouillent, 29 settembre 2015), Jean Raspail confessa di sentirsi a disagio ogni volta che Il campo dei santi viene ristampato in corrispondenza di una crisi immigratoria in Europa. L’autore sembra anche annoiato dalle stesse solite domande: Lei si sente di destra o di estrema destra? È razzista? Si crede un profeta?

Non è venuto ancora il momento per una dislocazione del suo capolavoro dalla politica alla storia della letteratura: l’unico ad averci provato in tempi non sospetti è stato Fabrizio Sandrelli, il curatore della versione italiana per le Edizioni di Ar, quella che paradossalmente lo stesso Raspail sembra disconoscere (a ogni ristampa la dimentica sempre nel “Répertoire chronologique des editions”), forse perché basata sulla prima stesura del romanzo (in seguito emendata da battute anacronistiche sul Ku Klux Klan, l’Unione Sovietica e Kenyatta).

Al di là delle solite risposte un po’ stereotipate (le stesse di un’intervista di tre anni fa per il “Corriere”), è interessante notare come per difendersi dall’accusa di razzismo Raspail rivendichi sempre la sua appartenenza alla Società degli esploratori francesi e la sua carica di Console generale della Patagonia. È una testimonianza della sua adesione (almeno in spirito) al filone di quella estrema dal “cuore avventuroso” (Das abenteuerliche Herz è un’opera di Ernst Jünger) che riunisce gli appassionati delle spedizioni delle SS-Ahnenerbe in Tibet, dell’etologia di Konrad Lorenz, dei canti epici siberiani, dell’eurasismo, del neo-ottomanesimo ecc…
È una corrente poco omogenea e difficilmente inquadrabile, i cui confini possono estendersi dai reportage di Leni Riefenstahl sulle tradizioni africane al diario sardo di Jünger, dalla conversione del maggiore Johann von Leers in Omar Amin (addetto alla propaganda antisionista di Nasser) ai vari documentari “mondo” di Jacopetti, fino a casi più sublimi come quello dello scalatore del sacro Marco Pallis o del delicato Drieu La Rochelle che si suicida con le Upaniṣad accanto.

Ne Il campo dei santi, tuttavia, l’avversione al terzomondismo obbliga Raspail a dipingere l’avanzata del popolo del Gange come quella degli zombie nei classici dell’horror hollywoodiani, allontanandolo impercettibilmente dalla destra europea (che eppure è di bocca buona) e rendendolo più consono alla “sensibilità” di quella amerikana, anch’essa impegnata a riscoprirlo a ondate (immigratorie) alterne.
Dopo l’interessamento, dal punto di vista accademico (o Kulturkampfiano…), di Paul Kennedy e Samuel Huntington e, dal punto di vista politico, di Ronald Reagan, sta tornando tra gli yankee la voglia di farne un testo profetico. Un sito paleoconservatore americano, dopo aver dedicato al libro diversi articoli, ha coniato addirittura un nuovo modo di dire, “Vilsbergismo” (pendant destrorso del “Quislinguismo”) che, considerando la brama di neologismi degli americani, rischia di finire direttamente nel vocabolario dell’ultima campagna elettorale.

Certo è bizzarro che in questi “ripescaggi” nessuno si renda conto che Raspail descrive sostanzialmente una colossale sconfitta per il Primo Mondo, sul fronte europeo e americano (“occidentale” per gli occidentalisti) e, almeno nella prima versione, anche per il versante sovietico del Secondo Mondo (travolto dall’immigrazione “gialla”). Gli eventi vengono raccontati dalla prospettiva della catastrofe già avvenuta: il narratore è “rifugiato” in una Svizzera che sta per varare nuove leggi sull’immigrazione allo scopo di rientrare nel consesso delle nazioni civili, ora dominate da un multiculturalismo totalitario. Perciò l’idea di farne un “manifesto” è per certi versi sorprendente; d’altra parte chi la pensa come Raspail non può che gioire al pensiero che la massa di immigrati travolgerà per primi i suoi più ardenti sostenitori occidentali: il giornalista mulatto progressista che accoglie la frotta a braccia aperte viene strangolato dopo aver assistito inerme allo stupro collettivo della sua compagna; le femministe sono ridotte a schiave sessuali in postriboli creati appositamente per la “iniziazione dalla donna bianca”; i missionari laici sgozzati e buttati giù dai battelli; la borghesia benpensante costretta a cedere l’appartamentino ai più prolifici vicini magrebini. «La volontà del Terzo Mondo non deve nulla a nessuno; essa non accetta di sminuire il significato radicale della propria vittoria condividendola con dei transfughi. Ringraziarli, o semplicemente riconoscerne il ruolo, equivarrebbe a perpetuare una forma di soggezione» (p. 296).
È come se la consolazione (o il Consolamentum, in senso cataro) per questa destra sia quella di vedere comunque trionfare la propria concezione di Realtà contro le illusioni delle anime belle: se il mondialismo s’ha da fare, che almeno sia brutale e tirannico, che almeno porti con sé guerre civili e sacrifici umani.
Del resto sembra che Raspail non creda molto a parole come “destra”, “Europa” e “tradizione”; per lui sono solo flatus vocis, maschere per celare il nichilismo invincibile:
«Chi ama davvero le tradizioni non le prende troppo sul serio e va in guerra divertendosi un mondo; sa infatti che sta per morire per qualcosa di evanescente, generato dai suoi fantasmi, una via di mezzo tra l’umorismo e la farneticazione. Forse si tratta un sentimento più sottile: quel fantasma cela il pudore di un uomo ben nato che per non apparire così ridicolo da battersi per un’idea 1’ammanta di note strazianti, di parole vuote, di orpelli inutili e si concede il piacere supremo di un sacrificio quasi fosse uno scherzo di carnevale. Questo, la Sinistra non l’ha mai capito: perciò riesce a secernere solo un rancoroso sarcasmo. Quando sputa sulla bandiera, piscia sulla fiamma del Milite Ignoto, sogghigna al passaggio di vecchi reduci idioti col basco in testa e grida Woman’s lib! quando due sposi escono da una chiesa, per citare soltanto gli esempi più banali, lo fa in modo tremendamente serio, “da coglione”, direbbe, se sapesse giudicarsi. La vera Destra non è seriosa. Per questo la Sinistra la odia, così come un boia odierebbe un condannato al patibolo che ridesse e scherzasse in faccia alla morte. La Sinistra è un livido incendio che divora e consuma. Nonostante le apparenze, le sue feste sono tetre quanto una sfilata di marionette a Norimberga o a Pechino. La Destra è una fiamma inquieta che guizza allegramente, un fuoco fatuo nella cupa foresta carbonizzata» (p. 239).
(È per queste ed altre considerazioni, il curatore dell’edizione italiana si sente obbligato a biasimarlo: «Lo scrittore rischia di deformare in senso caricaturale il testo e di allentarne il ritmo narrativo» [p. 340]).
Tale atteggiamento rappresenta qualcosa di più del “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, perché in ogni caso comporta sempre la possibilità di un ordine, se non eroico, almeno gerarchico e sanguinario.

Spiace dover chiamare in causa per l’ennesima volta Michel Houellebecq, ma questo è anche il leitmotiv della “futurologia” esposta nei suoi due ultimi romanzi: ne La carta e il territorio (2010) la Francia perde il suo posto tra le potenze mondiali, diventando un Paese deindustrializzato e semi-agricolo meta prediletta di turisti arabi, russi e cinesi, ma in compenso può godere delle stragi di migranti lontane dalle proprie coste («Dirigendosi verso i nuovi paesi industrializzati, i migranti africani si esponevano adesso a un viaggio assai rischioso. Attraversando l’Oceano Indiano e il mar della Cina, le loro imbarcazioni venivano assalite spesso dai pirati, che li spogliavano dei loro ultimi risparmi, quando non li gettavano in mare e basta»), mentre nel dirompente Sottomissione (2015) la nuova repubblica franco-islamica cancella decenni di femminismo, sindacalismo, terzomondismo, cattocomunismo, costringendo persino gli ebrei progressisti (quelli che Houellebecq, fervente sionista più per scorrettezza intellettuale che per intimo convincimento, considera nemici) a fuggire per sempre dal Paese. In questo romanzo trionfa appunto la magnifique obsession di Raspail: una sinistra che si strangola con le sue stesse mani.

Da questa prospettiva, dovremmo considerare l’eventualità che Il campo dei santi non sia un romanzo politico, ma erotico. Questo forse è il segreto del suo successo: rappresentare l’unica forma di pornografia che la destra politica può permettersi.