martedì 8 settembre 2015

Il sesso di Leopardi

Un film dedicato a Giacomo Leopardi (che prima o poi dovrò guardare) ha recentemente suscitato un flebile ritorno d'interesse nei confronti del Poeta, indirizzato tuttavia più a certe piccolezze biografie che alla sua opera, e probabilmente ispirato anche alla volontà di ridurre il genio a qualcosa di familiare e comprensibile (un atteggiamento che il dottor Johnson considerava positivo perché permetteva di trarre ispirazione dai grandi senza complessi di inferiorità, ma che assomiglia a un pretesto per esercitare quella scorrettezza intellettuale che tutti avremmo dovuto abbandonare nelle aule liceali).

I risvolti personali che più incuriosiscono la platea sono infatti quelli riguardanti la sfera sessuale: Leopardi è morto vergine? Il suo onanismo era compulsivo? L’infinito è un inno alla masturbazione? In parte anche il sottoscritto si è reso responsabile di aver riacceso questa curiosità morbosa, avendo riportato su un vecchio blog una citazione che poi ha fatto, come si dice, “il giro del web”, e sembra aver anche ispirato ridicole proposte di rinnovamento dei programmi scolastici e improponibili ristampe di parte dell’epistolario:
«Lasciando da parte, lo spirito e la letteratura, di cui vi parlerò altra volta (avendo già conosciuto non pochi letterati di Roma), mi ristringerò solamente alle donne, e alla fortuna che voi forse credete che sia facile di far con esse nelle città grandi. V’assicuro che è propriamente tutto il contrario. Al passeggio, in Chiesa, andando per le strade, non trovate una befana che vi guardi. Io ho fatto e fo molti giri per Roma in compagnia di giovani molto belli e ben vestiti. Sono passato spesse volte, con loro, vicinissimo a donne giovani; le quali non hanno mai alzato gli occhi; e si vedeva manifestamente che ciò non era per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e noncuranza: e tutte le donne che qui s’incontrano sono così. Trattando, è così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi molto di più, a cagione dell’eccessiva frivolezza e dissipatezza di queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse al mondo, sono piene d’ipocrisia, non amano altro che il girare e divertirsi non si sa come, non la danno (credetemi) se non con quelle infinite difficoltà che si provano negli altri paesi».

Il passaggio è tratto da una lettera del Leopardi al fratello Carlo del 6 dicembre 1822; l’espressione “non la danno”, che compare nell’Epistolario dei “Meridiani”, è stato censurata in quasi tutte le edizioni precedenti. Più che trarne considerazioni fuori luogo sulla differenza tra donne di provincia e donne di città, sarebbe stata una buona occasione per approfondire il contesto in cui il poeta annotava le sue osservazioni antropologiche (poi universalizzate in alcune pagine dello Zibaldone dello stesso periodo), che peraltro è stato efficacemente analizzato in un recente saggio (J.L. Bertolio, Moderne e antiche bestie femminine, “Studi di filologia italiana”, LXXXI, 2013). Il fatto che questi giudizi misogini siano stati espressi in contemporanea al volgarizzamento della satira di Simonide sopra le donne, fa credere che Leopardi volesse forse testare in vivo la corrispondenza tra natura e cultura, e che quindi il giudicare tanto severamente il genere femminile, fino a ridurlo alla bestialità, non gli desse più piacere dello scoprire che tanti sapienti antichi lo avevano già fatto.

Questo solo per dire che anche una sega (mentale) del Leopardi, nel bene o nel male, ha un valore infinitamente superiore delle nostre; non si può negare però che l’ossessione per le attività intime del poeta abbia precedenti illustri. Per esempio, Cesare Lombroso, in una recensione a un saggio “psicoantropologico” del Patrizi (Nuove osservazioni sulla vita di Leopardi. “L’Illustrazione Italiana”, vol. 22, 1895), affrontava questioni scottanti quali la gibbosità del Leopardi in rapporto agli «abusi della masturbazione fino dalla più tenera età», e si interrogava (lombrosianamente, è ovvio) sui caratteri degenerativi del genio: «prognatismo alveolare, asimmetria del viso, aspetto senile, fisionomia muliebre, orecchio sessile, onanismo, debolezza sessuale, iperestesia, ideologismo amoroso, religiosità morbosa della fanciullezza».

Il pettegolezzo che Leopardi fosse ghiotto di gelati è purtroppo confermato da diverse testimonianze sulla sua voracità, che si estenda al caffè, allo sciroppo di limone, al cioccolatte e, il giorno prima di morire, a «un chilogrammo di confetti, e a desinare, insieme alla zuppa, un’abbondante granita». 
Non si comprende tuttavia perché noi, i moderni, che potremmo pure permetterci di ridurre il genio e l’ispirazione a un calo progressivo del testosterone (l’1% ogni anno dopo i trenta), non si riesca a perdonare e giustificare le bassezze del poeta. Il povero Leopardi infatti cadde alle soglie di quel “partito dei quarantenni” che secondo Charles Péguy avrebbe dovuto abolire a livello legislativo le famigerate “mattine trionfanti” liricizzate da Hugo («Je fonde le parti des hommes de quarante ans. Le premier point de notre programme, et qui restera certainement le meilleur, sera que nous n’aurons plus jamais des matins triomphants»). Per il Nostro dovettero essere ancora più intollerabili, in quanto, a differenza di Sartre, le donne non gliela davano mai. Questo è perciò anche un confiteor: basta colpi sotto la cintura a Leopardi.

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