mercoledì 16 dicembre 2015

L’aeroplano del Papa (Pio X)

«Sua Santità si interessò molto del meraviglioso successo dell’aviatore francese Beaumont, vincitore del volo aereo Parigi-Roma. “Fatemi sapere quando starà per arrivare” – disse al suo seguito – “Vorrei vederlo e salutare quel caro figliolo… Voglio dare il saluto della Chiesa cattolica a questo nuovo progresso...”.
Dall’Osservatorio del Vaticano si intravide un puntino nero, che rapidamente andava, poco a poco, ingrandendosi. L’aviatore francese era in arrivo e già sorvolava la Campagna romana.
Il cardinale Merry del Val avvertì Sua Santità. Pio X si avvicinò al balcone e ammirò il bellissimo volteggiare dell’areoplano che ben presto volò attorno a San Pietro. Pio X fece un gesto di benedizione paterna e rivolto al cardinale disse: “Sono felice, perché ho visto adesso una delle più belle realizzazioni di questo secolo”»

(“Espero Katolika”, giugno 1911, cit. in C. Sarandrea, Discernimento dei papi da san Pio X a oggi sul carisma dei Cattolici Esperantisti, 1996)

martedì 15 dicembre 2015

Una gang di spacciatori incastrata da Google Street View

Una gang di spacciatori incastrata da Google Street View
(Daniel Bates, Gang of heroin dealers caught after they were snapped on Google Street View, “Daily Mail”, 12 novembre 2010) 
Una banda di presunti spacciatori di droga è stata catturata dopo che la Google Car l’ha fotografata “in azione”. La gang stava infatti spacciando eroina e marijuana davanti a un negozio di alimentari a Brooklyn, quando il conducente della Google Car li ha ripresi senza accorgersene.
L’angolo di strada dove operavano è stato quindi messo sotto sorveglianza dalla polizia, che ha arrestato i sei membri della gang dopo averli visti all’opera.
Sono stati tutti incriminati per vendita di sostanze illegali, assieme a un settimo componente chiamato ad apparire al tribunale penale di Manhattan.
La polizia ha iniziato le indagini dopo le numerose segnalazioni dei residenti, che lamentavano la trasformazione del quartiere in un mercato della droga a cielo aperto.
La situazione era divenuta talmente intollerabile che il proprietario di un alimentare ha dovuto chiudere il negozio dalle 7 di mattina alle 11 per non faro diventare un punto fisso di spaccio.
«Basta fare un giro nel quartiere per accorgersi che circola un sacco di droga», ha dichiarato Jose Inez. «Non è giusto che i bambini passeggino in un quartiere pieno di droga».
La Google Car ha inquadrato i membri della band da diverse angolature grazie alla telecamera a 360° con cui è attrezzata. Solo dopo aver visto le immagini, la polizia ha iniziato a sorvegliare la zona.
In un video fatto da agenti in borghese si vedono gli spacciatori mettere l’eroina in una scatola di latta nascosta di fronte al negozio di alimentari (senza che il proprietario ne sapesse nulla).
[…] Se è la prima volta che negli Stati Uniti Google Street View contribuisce a risolvere un crimine, in Inghilterra il servizio era già stato utilizzato in più di una inchiesta.
Un ladro di auto è stato fotografato dalla Google Car nei pressi di Derbyshire un attimo prima che il caravan fosse rubato. L’uomo, calvo e tarchiato, era stato ripreso sul vialetto della casa dei derubati con un 4×4 verde che la polizia crede sia stato usato per trainare via il caravan del valore di 12000 sterline. Per ritrovarlo la polizia ha divulgato proprio la foto scattata da Google.
Nonostante il suo ultimo successo, Google Street View continua a essere criticato perché darebbe agli scassinatori di appartamenti la possibilità di scegliere i propri obiettivi comodamente da casa loro.
Anche Google Earth, un servizio differente che mostra fotografie satellitari delle città, è stato accusato di aver permesso ai ladri di scoprire in quali edifici storici ci fosse piombo da rubare. 

Quando Mao commosse Iddio

“Come Yu Kung rimosse le montagne” è uno dei più noti discorsi di Mao Tse-tung, pronunciato l’11 giugno 1945 al VII Congresso nazionale del Partito comunista cinese e pubblicato poi nel Libretto Rosso. Il testo di per sé sarebbe una prova della natura “ircocervica” del maoismo, collocato a metà strada tra l’ideologia occidentale (per i cinesi l’occidente era la Russia), la tradizione mitologica e sapienziale dell’Oriente e le religioni antiche del Celeste Impero. Per spiegare la sua rivoluzione al popolo, Mao riprende un tema del folklore cinese, la favola del “Vecchio pazzo che smuove le montagne”. In realtà tutte le traduzioni italiane interpretano “Yu Kung” (愚公) come nome proprio del protagonista, quando invece questi caratteri significano semplicemente “vecchio folle o illuso”. La storia è molto semplice: un vecchio vuole sbarazzarsi di due montagne che gli intralciano il cammino e perciò si mette a scavare con i suoi figli. Tutti lo prendono per pazzo, ma lui crede che un giorno finalmente le generazioni successive riusciranno a colpi di zappa a livellare le cime. Dio si commuove e invia due angeli sulla terra che si caricano le montagne sulle spalle e le portano in cielo.
È interessante osservare come i traduttori italiani giocano sull’ambiguità del termine “Shang Di” (上帝) e lo traducono a seconda dei gusti come Dio, Cielo, Signore Celeste. Di seguito riprendiamo il passaggio originale in lingua cinese e due traduzioni, una della Casa editrice in lingue estere per le Opere scelte (1969-1975) e un’altra da una antologia scolastica del 1968.

中国古代有个寓言,叫做“愚公移山”。说的是古代有一位老人,住在华北,名叫北山愚公。他的家门南面有两座大山挡住他家的出路,一座叫做太行山,一座叫做王屋山。愚公下决心率领他的儿子们要用锄头挖去这两座大山。有个老头子名叫智叟的看了发笑,说是你们这样干未免太愚蠢了,你们父子数人要挖掉这样两座大山是完全不可能的。愚公回答说:我死了以后有我的儿子,儿子死了,又有孙子,子子孙孙是没有穷尽的。这两座山虽然很高,却是不会再增高了,挖一点就会少一点。为什么挖不平呢?愚公批驳了智叟的错误思想,毫不动摇,每天挖山不止。这件事感动了上帝,他就派了两个神仙下凡,把两座山背走了。现在也有两座压在中国人民头上的大山,一座叫做帝国主义,一座叫做封建主义。中国共产党早就下了决心,要挖掉这两座山。我们一定要坚持下去,一定要不断地工作,我们也会感动上帝的。这个上帝不是别人,就是全中国的人民大众。全国人民大众一齐起来和我们一道挖这两座山,有什么挖不平呢?
«Una antica favola cinese, intitolata “Come Yu Kung rimosse le montagne”, racconta di un vecchio che viveva tanto, tanto tempo fa nella Cina settentrionale ed era conosciuto come il “vecchio sciocco delle montagne del nord”. La sua casa guardava a sud e davanti alla porta due grandi montagne, Taihang e Wangwu, gli sbarravano la strada. Yu Kung decise di spianare con l’aiuto dei figli, le due montagne a colpi di zappa. Un altro vecchio, conosciuto come il “vecchio savio”, quando li vide all’opera scoppiò in una risata e disse: “Che sciocchezza state facendo! Non potrete mai, da soli, spianare due montagne così grandi”. Yu Kung rispose: “Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli, ma resteranno i nipoti, e così le generazioni si susseguiranno all’infinito. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte; ad ogni colpo di zappa, esse diverranno più basse. Perché non potremmo spianarle?” Dopo aver così ribattuto l’opinione sbagliata del vecchio savio, Yu Kung continuò il suo lavoro un giorno dopo l’altro, irremovibile nella sua convinzione. Ciò impietosì il Cielo, il quale inviò sulla terra due esseri immortali che portarono via le montagne sulle spalle. Oggi due grandi montagne opprimono con tutto il loro peso il popolo cinese: una è l’imperialismo, l’altra il feudalesimo. Il Partito comunista cinese ha deciso già da tempo di spianare queste due montagne. Dobbiamo essere perseveranti e lavorare senza tregua, e noi pure commuoveremo il Cielo, e questo Cielo non è altro che il popolo di tutta la Cina. Se esso si solleverà per spianare con noi le montagne, perché non potremmo riuscirci?» 
«Una antica favola cinese, intitolata “Come Yu Kung rmosse le montagne”, racconta di un vecchio che viveva tanto, tanto tempo fa nella Cina settentrionale ed era conosciuto come “il vecchio sciocco delle montagne del Nord”. La sua casa guardava a sud e davanti alla porta, due grandi montagne, Thaihang e Wangwe, gli sbarravano la strada. Yu Kung decise di spianare, insieme ai figli, le due montagne a colpi di zappa. Un altro vecchio, conosciuto come il “vecchio savio”, quando li vide all’opera scoppiò in una risata e disse: “Che sciocchezza state facendo! Non potrete mai, da soli, spianare due montagne così grandi”. Yu Kung rispose: “Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli, ma resteranno i nipoti, e così la generazioni si susseguiranno all’infinito. Le montagne sono alte, ma non possono diventare ancora più alte; ad ogni colpo di zappa, esse diverranno più basse. Perché non potremmo spianarle?”. Dopo aver così ribattuto l’opinione sbagliata del vecchio savio, Yu Kung continuò il suo lavoro un giorno dopo l’altro, irremovibile nella sua convinzione. Ciò impietosì Iddio, il quale inviò sulla terra due angeli che portarono via le montagne sulle spalle. Oggi due grandi montagne opprimono con tutto il loro peso il popolo cinese: una è l’imperialismo, l’altra il feudalesimo. Il partito comunista cinese ha deciso già da lungo tempo di spanare queste due montagne. Dobbiamo essere perseveranti e lavorate senza tregua, e noi pure commoveremo Iddio, e questo dio non è altro che il popolo di tutta la Cina. Se esso si solleverà per spianare con noi le montagne, perché non potremmo riuscirci?»

Il complottismo come neognosticismo

Il complottismo può essere definito come una forma di neognosticismo? Sarebbe difficile dare qui una definizione completa di “gnosticismo”; forse basterebbe soltanto identificare alcuni “punti fermi” che accomunano gli gnostici antichi a quelli moderni (quasi sempre inconsapevoli di esserlo). 

In primo luogo, per lo gnostico il mondo non è stato creato da Dio, ma da eoni che, nel loro complesso formano il Pleroma. Gli eoni rappresentano le varie emanazioni del Dio primo. L’ultimo degli eoni, Sophia (la “Saggezza”) si compromette con la Lussuria e genera il Demiurgo, creatore del mondo materiale. Sempre secondo questa linea di pensiero, esiste una differenza abissale fra Dio e la realtà materiale: lo “spirito” è sostanzialmente estraneo all’universo e il rapporto con il mondo materiale non può contribuire in nessun modo all’elevazione della creatura umana. Anzi, nella sua condizione terrena l’uomo si trova in uno stato di oblio, che lo porta ad assoggettarsi alle influenze cosmiche e alle leggi demiurgiche della natura. Nonostante ciò (e qui veniamo al punto), Sophia, all’insaputa del figlio (il malvagio Demiurgo), ha infuso in alcuni individui la scintilla spirituale divina, che permetterà a questi pochi eletti di elevarsi alla gnosi.

Il genere umano risulta dunque suddiviso in tre categorie: Ilici (o “terreni”, nei quali predomina la hyle, cioè la materia, e che perciò sono destinati alla dissoluzione); Psichici (quelli che credono nel Demiurgo, ma ignorano l’esistenza di un mondo spirituale a lui superiore, e solamente con l’aiuto dei “perfetti” possono accedere alla “gnosi”); Pneumatici (o “spirituali”, coloro che, grazie alla scintilla divina, sono in grado di impossessarsi la “gnosi” e ottenere da sé la redenzione).

Questo tipo di credenze aberranti corrisponde in gran parte alla desolante visione del mondo del complottista medio. Così come lo gnostico crede che tutto l’esistente sia un “complotto” del Demiurgo contro “Dio” (Il “Primo”, “Unico”, ecc…), allo stesso modo il complottista si abitua a ritrovarsi in una forma mentis molto simile.

Non possiamo semplicemente parlare di “settarismo”, perché non esiste un corpo di dottrine comune ai vari complottismi. Inoltre, nella maggior parte dei casi, non c’è neppure la volontà di approfondire le proprie credenze: si specula su di esse, fino a portarle all’estremo.

È vero ciò che molti obiettano a David Icke, il famoso “cacciatore di rettiliani”, ovvero che «chi crede in un complotto, non è obbligato a credere a tutti i complotti»; ma a lungo andare è evidente che il complottista tende ad abituarsi a una visione “gnostica” della realtà.

Da questo abito mentale discende anche quel “dualismo sociologico” di cui parla E. Samek Lodovici (Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano, 1991², p. 10) tra “illuminati” (quelli che “sanno” e si salveranno), e “non-illuminati” (che, negando il complotto, ne diventano oggettivamente complici).

Anche se nel complottismo non esiste una distinzione sostanziale tra ilici, psichici e pneumatici, esiste però una sopravvalutazione della “conoscenza” (o gnosi…), la quale dovrebbe portare il cittadino comune ad “aprire gli occhi” sulla realtà “come essa è realmente”, e provarne orrore.

Come sostiene Giovanni Filoramo, «viviamo […] in una “società riflessiva”, come amano esprimersi i sociologi, in cui i valori cognitivi sono assurti a valori sociali e l’attore sociale è, o dovrebbe essere, un soggetto sempre più consapevole del suo agire. […] Occorre non soltanto possedere un maggior numero di conoscenze che nel passato, ma soprattutto “sapere di sapere”: la tentazione gnostica, di un sapere assoluto e totale, liberante dalle angosce legati ai saperi parziali e conflittuali, è dunque inscritta in certo senso nella logica stessa del nostro sistema culturale» (Il risveglio della gnosi, Laterza, Roma-Bari, 1990, p. 15).

La realtà in cui ci troviamo è una “realtà d’esilio”, solo la “conoscenza” dà la salvezza, anche se la speranza è genericamente negata: chi scopre il complotto è in realtà impossibilitato a svelarlo agli “psichici”, che rifiutano di “perfezionarsi”.

Persino questo determinismo fa parte dell’armamentario gnostico: il mondo è dominato da forze ostili alla verità, il potere assoluto del “governo del mondo” è in grado di controllare l’intera realtà sociale e il destino di ognuno dei suoi cittadini.

Quindi è più che opportuno parlare di mentalità (o immaginazione) gnostica del complottismo, e regolarsi di conseguenza.

Putin ha incontrato Reagan come spia del KGB?

Putin ha incontrato Reagan come spia del KGB?
(Adrian Blomfield, Did Vladimir Putin meet Ronald Reagan as an undercover KGB man?, “Telegraph”, 19 marzo 2009)

Vladimir Putin si trova al centro di una bizzarra polemica dopo la pubblicazione di una fotografia che mostra l’ex spia del KGB mentre finge di far parte di una comitiva turistica incaricata di provocare Ronald Reagan sul rispetto dei diritti umani negli Stati Uniti. 
Secondo Pete Souza, il fotografo ufficiale del presidente Barack Obama, l’immagine che egli stesso scattò nella Piazza Rossa vent’anni fa dimostra che Putin faceva parte di un piano del KGB per mettere in imbarazzo Reagan durante la sua prima visita a Mosca.
Nonostante il Cremlino si diletti spesso nella divulgazione di fotografie di Putin che va a caccia o a pesca a dorso nudo, i funzionari di Mosca hanno reagito furiosamente alla pubblicazione dell’immagine.
Fonti politiche hanno detto che il Cremlino è convinto che l’amministrazione Obama abbia approvato la diffusione della fotografia nel tentativo di infangare Putin. Il portavoce ufficiale del Primo Ministro non ha rilasciato dichiarazioni, ma alcuni esperti russi hanno affermato che il giovane uomo in maglietta con una macchina fotografica al collo non può essere Putin.
Tuttavia Souza non ha dubbi riguardo l’autenticità della fotografia: egli ha infatti dichiarato alla radio che l’incontro avvenne nell’estate del 1988, mentre Gorbaciov stava accompagnando Reagan nella sua visita alla Piazza Rossa.
Pete Souza faceva parte della delegazione in qualità di fotografo ufficiale di Reagan. Il presidente americano fu condotto verso un gruppo di turisti russi che erano stati evidentemente chiamati nella Piazza Rossa proprio allo scopo di incalzare Reagan con una serie di domande mirate sulla situazione dei diritti umani negli USA.
Souza sostiene che un ufficiale dei servizi segreti gli avrebbe rivelato la reale identità dei turisti: «Erano membri del KGB con i loro familiari».
«Tra le mie fotografie ce n’è una di un turista con una macchina fotografica al collo» continua Souza. «Mi è stato fatto notare che quell’uomo era Putin, come poi abbiamo verificato. Non appena vedrete la fotografia anche voi esclamerete: “Oddio, è proprio lui!”».
Gli esperti di Mosca tuttavia sono poco persuasi.
Al momento della visita di Reagan, Putin era in servizio come spia di livello medio a Dresda, nella Germania dell’Est, e non sarebbe mai stato richiamato a Mosca per una cosa del genere.
Inoltre l’uomo nella foto sembra avere più capelli di quanto Putin non ne abbia mai avuti. Sembra anche troppo magro: Putin ha sempre detto di aver messo su un sacco di chili a Dresda, perché beveva quasi 4 litri di birra a settimana.

sabato 12 dicembre 2015

La tassa sulla barba

«Nel 1698, Pietro I di Russia istituì una tassa sulla barba per modernizzare la società della Russia seguendo i modelli europei. Quelli che pagavano l’imposta erano obbligati a tenere con sé un “gettone della barba”. Si trattava di una moneta di rame o d’argento con impressa su un lato un’aquila bicipite e sull’altro la parte inferiore di un volto con naso, bocca, baffi e barba. Sul gettone erano incise anche due frasi: “L’imposta sulla barba è stata pagata” e “La barba è un peso superfluo”» (en.wikipedia). 
«Le tariffe, stabilite col Regio Decreto del 10 gennaio 1705 , erano le seguenti:
– nobili, ufficiali e funzionari: 600 rubli all’anno;
– commercianti stranieri: 100 rubli all’anno;
– mercanti e cittadini di ceto elevato: 60 rubli;
– servi, cocchieri, carrettieri e ceti più bassi: 30 rubli.
I contadini non erano tenuto a pagare, ma ogni volta che entravano in città venivano tassati di un copeco. Dal 1715 si impose un’unica tariffa di 50 rubli. Nel 1772 venne abolita ogni tassa» (ru.wikipedia).

The taxonomy of heresy

«Nobody now wants to revive the Divine Rights of Kings which the first Anglicans advanced against the Pope.
Nobody now wants to revive the Calvinism which the first Puritans advanced against the King.
Nobody now is sorry that the Iconoclasts were prevented from smashing all the statues of Italy.
Nobody now is sorry that the Jansenists failed to destroy all the dramas of France.
Nobody who knows anything about the Albigensians regrets that they did not convert the world to pessimism and perversion.
Nobody who really understands the logic of Lollards (a much more sympathetic set of People) really wishes that they had succeeded in taking away all political rights and privileges from everybody who was not in a state of grace» 
(Gilbert Keith Chesterton, Why I am a Catholic, 1929)

venerdì 11 dicembre 2015

Papini stroncato

Dopo aver distribuito stroncature a destra e a manca nei primi due decenni del Novecento, anche Giovanni Papini alla fine se ne è beccata qualcuna. 

Resta negli annali quella di Barberi Squarotti: ad appena qualche anno dalla morte, Papini venne liquidato dal critico in una paginetta scarsa de La narrativa italiana del dopoguerra (Cappelli, Rocca San Casciano, 1965, pp. 11-12):
«Una letteratura ancora più lontana [rispetto a quella di Nicola Lisi, scil.] da ogni sospetto sullo stato delle cose e da una vera “dimensione” religiosa del mondo è quella di Papini, ma Lisi ha a suo vantaggio il carattere innocuo dei suoi esili, vaporanti fantasmi, in confronto con i mostri evocati e diffusi con la perfetta irresponsabilità del letterato che gioca con le idee, da Papini. […] Buon evocatore di ordinate campagna, di ben pettinati luoghi, come richiedono le antologie scolastiche […] sono gli esigui vantaggi di Papini. Contro, sta il totale fallimento della maggiore ambizione papiniana, il Giudizio universale (1957), in cui l’evocatore di tanti “mostri” nazionalisti e fascisti, della religione come strumento di successo e di dominio, l’uomo che aveva scritto di tutti non comprendendo nessuno, il falsificatore di Dante, Carducci, S. Agostino, Michelangelo, Croce, Kafka, Sartre, e tanti altri ancora, si trova tradito dai fantasmi che improvvidamente ha interrogato, ricacciato nella banalità, a un infimo grado di inutilità. Accanto, quanti altri libri infelici […] ondeggianti fra le enormi ambizioni e gli esiti sempre più deboli, lo stile gonfio o genericamente giornalistico, l’accumularsi della cultura di seconda mano mal compresa, la rivelazione dell’incapacità morale, che dalla recente pubblicazione del Diario (1962) ha avuto conferme agghiaccianti, in rapporto con la guerra, con i massacri degli Ebrei, con i campi di concentramento tedeschi (e già la pretesa di essere la voce del papa del futuro – Lettere agli uomini di Papa Celestino VI, 1946 – ben aveva definito la vanità del letterato, prima che il Giudizio universale testimoniasse l’ambizione di essere la voce stessa di Dio). Se ci siamo fermati su Papini così a lungo in rapporto con la portata minima delle sue opere, è stato per testimoniare la letteratura che la guerra ha spazzato via, definitivamente demistificandone la vergogna, l’orrore o la decoratività superficiale».
Per smentire Barberi Squarotti potremmo riportare i giudizi di Jorge Louis Borges, William James e Mircea Eliade (per dirne tre a caso); ma sarebbe solo leziosaggine, anche se col passare degli anni gli attacchi si sono intensificati, fino a giungere apertamente all’insulto; per esempio, nel Dizionario Bompiani delle Opere il critico accusa Papini di essere “noioso”, “retrivo”, “spietato”, “privo di carità”, “antisemita” (calunnia rilanciata da Sergio Luzzatto), “livoroso”, “gretto”, “provinciale” ecc…

Lasciando da parte gli “anni formidabili” in cui la letteratura doveva essere ancella dell’ideologia, risulta invece più “impegnativa” la stroncatura di Romano Amerio contenuta nel celebre Iota unum. Nonostante nelle prime pagine l’esempio di Papini (accanto a Gemelli, Psichari, Claudel, Péguy) venga portato come prova che la Chiesa post-conciliare «non converte più nessuno», alla fine del tomo Amerio stronca lo scrittore in due righe:
«Anche scrittori censiti tra i cattolici hanno rifiutato l’inferno come incompatibile con le leggi della ragione. Sarebbe da citare Il Diavolo di Giovanni Papini se, come scrive l’“Osservatore Romano” in un articolo intitolato Una condanna superflua, la sostanza dottrinale del libro non fosse nulla e il suo autore, che cita il Vangelo credendo di citare Agostino, non fosse da rimandare al catechismo».
L’articolo anonimo dell’OR era in realtà opera di don Giuseppe De Luca (su richiesta di Ottaviani), il quale disapprovava la riproposizione in chiave moderna dell’apokatastasis di Origene, dottrina secondo la quale alla fine dei tempi Dio avrebbe “restaurato tutte le cose”, perdonando il diavolo e i suoi accoliti.

La disputa creatasi attorno a Il Diavolo lascerà i segni anche su un discorso di Pio XII, che ovviamente confermerà l’immutabilità e l’eternità della condanna.
Perciò sarebbe da stolti volersi opporre alla stroncatura di Amerio: Papini non è un idolo, ed è giusto che sia valutato anche come cattolico dal momento che a un certo punto della sua vita si presentò come tale. Tuttavia qualche dubbio sorge considerando gli apprezzamenti dell’Amerio nei confronti di Giordano Bruno e Tommaso Campanella: anche costoro vennero “rimandati al catechismo” (e non solo!), ma in questo caso Amerio non si proibisce di presentarli niente di meno che come apologeti.
Ci si domanda allora perché tale atteggiamento non debba valere anche per Papini. E ci si risponde che quando uno scrittore viene citato da Paolo VI in un’omelia e in un discorso per quinto centenario della nascita di Michelangelo, e se un suo libro, la Storia di Cristo, viene definito da Papa Ratzinger come una delle più entusiasmanti biografie di Gesù, allora non è così semplice rispedirlo con una tirata d’orecchie al catechismo.

Kosovo del Nord

I tatari vogliono la Nato in Crimea, come accade col Kosovo

«Lo storico attivista dei diritti umani Mustafa Dzhemilev [Mustafa Abdülcemil Qırımoğlu], arrestato sei volte per attività anti-sovietica tra il 1966 e il 1986, ha partecipato a una riunione informale del Consiglio di Sicurezza dell’ONU organizzata dalla Lituania a New York. Dopo l’incontro, Dzhemilev ha dichiarato a “Voice of America” di temere per la sorte dei tatari di Crimea sotto il controllo russo e ha auspicato uno schieramento di forze di pace internazionali nella penisola. “Abbiamo seri timori per quello che potrebbe accadere e perciò chiediamo l’intervento dei contingenti ONU. Sappiamo però che nel Consiglio di Sicurezza la Russia ha diritto di veto, e quindi è abbastanza improbabile che accada”.
“Una seconda opzione – ha dichiarato ancora Dzhemilev – potrebbe essere quella di inviare direttamente forze della NATO, come è stato fatto in Kosovo”».

martedì 8 dicembre 2015

La tripletta populista

Mi sono imbattuto per caso in un articolo di “Repubblica” di qualche anno fa, Insieme contro gli immigrati così cresce la galassia dell’odio (4 novembre 2007): lo ripropongo ai lettori perché col senno di poi è piuttosto... perturbante.
«I partiti xenofobi si sono fanno largo, conquistano seggi nei parlamenti nazionali e a Strasburgo, diffondono messaggi d’odio. […] L’Olanda ricorda lo choc dell’ascesa e dell’assassinio di Pim Fortuyn. Nel 2001 il leader populista aveva dichiarato che “l’Olanda è piena”. Un anno dopo è stato assassinato da un immigrato. L’Austria non ha dimenticato l’isolamento imposto dai partner europei ai tempi in cui al governo partecipavano i liberali di Jorg Haider, ultranazionalisti e xenofobi. Haider lascerà poi il partito, ma nel frattempo il paese ha varato nuove norme sull’asilo, considerate le più restrittive d’Europa. In Francia un veterano dell’esercito, Jean-Marie Le Pen, è diventato il simbolo della xenofobia. Usando la sua eloquenza e slogan populisti ha fondato -era il 1972- il Fronte Nazionale e nel 2002 è riuscito persino ad arrivare al ballottaggio nelle elezioni presidenziali, battendo l ex premier Lionel Jospin. Razzista e antisemita, è a favore della pena di morte e si è battuto per leggi molto restrittive sull’immigrazione chiedendo anche l’uscita della Francia dall’Unione Europea. La Polonia ha rispolverato atteggiamenti antisemiti grazie all’arrivo dei gemelli Kaczyński, Jaroslaw e Lech, rispettivamente primo ministro e capo dello stato. La loro xenofobia era basata soprattutto sul richiamo a radici cristiane, intese come parte dell’identità polacca e opposte di conseguenza ad ogni “diverso”».
Ecco, i tre nominati... son tutti morti
Fortuyn in realtà all’epoca già stato ucciso, ma l’articolista si è confuso, forse suggestionato dal pensiero di una sacrosanta vendetta del povero immigrato contro il bieco leader xenofobo: sfortunatamente l’assassino era olandese purissimo, un militante animalista che ha ucciso lo sventurato Pim per motivi che ancora non abbiamo capito.

Le Pen (Jean-Marie) invece è l’eccezione che conferma la regola, un po’ come il fumatore di sigari che campa cent’anni (anche se in realtà sembra abbia avuto un angelo custode piuttosto potente, nella figura di Mitterand).

Uno che invece non avrebbe mai potuto andare avanti era Jörg Haider (1950–2008). Non c’è tuttavia soltanto lui a esser morto a causa del suo populismo: ricordiamo infatti il terzo nominato, Lech Kaczyński (1949–2010), scomparo addirittura con tutto il governo (96 persone tra ministri, deputati, capi dell’esercito, ammiragli, e pure il cappellano militare). Il Kaczyński era un puro rappresentante di quel «male dentro l’Europa, letale e contagioso» che vuole «impantanare l’Europa con tre armi: il nazionalismo, l’appello al cristianesimo, la politica dei valori» (Barbara Spinelli nel 2007). E adesso chi resta? Ah sì, Nigel Farage: Peccato che il giornalista di cui sopra si sia dimenticato di inserirlo nella “galassia dell’odio”, altrimenti a quest’ora ce lo saremmo tolti dai piedi… Ma diamo tempo al tempo!

Uno scoiattolo ubriaco


Qual era il filosofo che sosteneva che gli dèi e gli animali vivono in perfetto equilibrio e perciò non hanno bisogno di ricercare l’ebbrezza? Non ricordo, ma mi sembra che questo concetto emerga spesso nella storia del pensiero occidentale (Epicuro, Hume, Nietzsche: uno di questi tre sicuramente l’ha detto). In parole povere, gli animali non si ubriacano perché non ne hanno alcuna necessità: la tendenza a intossicarsi e alterare la propria coscienza è esclusiva dell’essere umano. Poi salta fuori il video di uno scoiattolo che si ubriaca con frutta o verdura fermentata, e ogni preconcetto crolla all’istante. A questo aggiungiamo anche i cinquemila bovini del Kansas (City?) che vengono soppressi ogni anno perché quando scoprono le erbette inebrianti diventano tossicomani (l’ho letta su Focus), oppure i pettirossi americani che mangiano le bacche del caprifoglio fino a stordirsi, o ancora le formiche sanguinee che “mungono” gli afidi o gorgoglioni per gustare la loro inebriante essudazione, una specie di latte talmente tossico che finisce per distruggere l’intera vita del formicaio (sempre Focus, credo).

Alla maggior parte di noi, le immagini di una scimmia o un elefante che barcollano provocano un attacco di risa irrefrenabile. I motivi sono innumerevoli, e del resto l’uomo ride anche dei propri simili quando inciampano o si tirano una martellata sul dito. Tuttavia, nel caso degli animali, la risata dovrebbe esser mista a un senso di tristezza, nel constatare come la creazione tenda tutta intera verso l’auto-distruzione. Se nemmeno un essere di puro istinto può resistere a questa spinta, allora ci restano pochissime speranze. Aveva forse ragione Cornelio Fabro a commuoversi per le bestie che «senza loro colpa pagano la conseguenza del peccato originale».

A parte le indispensabili informazioni rinvenute su Focus, ho trovato interessanti anche gli studi dello psicofarmacologo Ronald K. Siegel, riassunti nel volume Intoxication: Life in Pursuit of Artificial Paradise (1989). Oltre i babbuini che saccheggiano le piantagioni di tabacco e le renne che vengono radunate grazie alla loro dipendenza dall’amanita muscaria, l’esempio più eclatante è quello degli elefanti: essi si ubriacano con i frutti fermentanti degli alberi di marula e il loro comportamento da ebbri ricorda quello degli esseri umani (andatura irregolare, difficoltà a controllare i movimenti della proboscide e delle orecchie). Per “testare” le sue osservazioni, Siegel ha confinato per un mese un gruppo di elefanti in uno spazio ristretto e li ha fatti bere... Non stupisce che le sue ricerche siano state contestate da alcuni ricercatori di Bristol nel 2006, ma la predilezione degli elefanti per i frutti fermentati è stata osservata, oltre che in Africa, anche nel Bengala e in Indonesia con i durian.
Il dato ci conferma ancora una volta gli oscuri motivi che spingono l’intera creazione all’ottundimento.

Bevi Rothschild!


Un blog senza pubblicità fa tristezza, ecco perché ho deciso di sponsorizzare a titolo gratuito il Cane Spirit Rothschild, il liquore prodotto da una delle famiglie più amate da grandi e piccini. Io non l’ho mai assaggiato, ma sono certo che la qualità non sarà inferiore a quella della Prunella Ballor. Gli intenditori lo descrivono così:
«Un distillato del succo non fermentato della canna da zucchero, simile a una miscela di rhum e gin. La produzione è costantemente tenuta sotto controllo da due esperti enologi provenienti dalle cantine del Château Clarke. Il C.S.R. ha una gradazione di 40° ed è ideale soprattutto come base per long drink e cocktail».
L’idea di investire negli alcolici fu del geniale Edmond Adolphe Maurice Jules Jacques de Rothschild, conosciuti dagli amici come Baron Edmond Adolphe de Rothschild (1926–1997), magnate e filantropo svizzero.
Il suo rampollo, Benjamin de Rothschild, ha ereditato anche il marchio di vini pregiati Château Clarke.
Il prezzo di una bottiglia è di circa 15€; sarà disponibile anche in quei discount che sputano come funghi? Chissà...

domenica 6 dicembre 2015

La spia del progressismo

Dopo la morte del dittatore comunista Wojciech Jaruzelski continuano a emergere particolari sul colossale sistema di spionaggio messo in atto dal suo regime militare, che riempì il Vaticano di suoi emissari nelle vesti di sacerdoti polacchi, tutti arruolati dai servizi segreti.
Quello che è davvero rilevante in questa storia, al di là dello stupore artefatto dei giornali, è che già quarant’anni fa c’erano tutti gli elementi per accorgersi di quanto stava accadendo, come dimostra l’analisi di Thomas Molnar risalente appunto alla metà degli anni ’60 (cfr. Vero e falso dialogo, Borla, Torino, 1968, pp. 156-158):
«Coloro che non osano manifestare il proprio dissenso [per le persecuzioni dei regimi comunisti], sono chiamati a far parte di una Chiesa nazionale “patriottica”, sotto una gerarchia che gode la fiducia del partito comunista. Questa “gerarchia”, reclutata con l’intimidazione o la corruzione, esiste ed esercita i suoi poteri con il consenso dei suoi “padroni”. Così i membri della gerarchia sono non soltanto obbedienti esecutori della politica comunista all’interno della loro Chiesa da burla, ma sono anche spie del governo comunista, obbligati a denunciare chiunque in questa “Chiesa nazionale” volesse seguire una linea di condotta più indipendente. La delegazione dei vescovi ungheresi al concilio era, per esempio, sotto la continua sorveglianza di alcuni preti, che facevano parte anch’essi della delegazione. […] La maggior parte di queste false Chiese oggi esistenti è in Polonia. A rigor di termini, non è una Chiesa, ma un movimento detto Pax, diretto da un noto informatore della polizia segreta, Bolesław Piasecki. Ex nazista, fu reclutato dopo la guerra dal generale sovietica della NKVD, Ivan Serov, che gli promise di sottrarlo alla pena capitale in cambio del suo aiuto per minare la Chiesa polacca, incrollabile ostacolo alla “comunistizzazione” del Paese. Il movimento della Pax ha avuto due funzioni: l’indebolimento della Chiesa polacca per mezzo della tecnica già descritta, e la sovversione dei cattolici francesi ai quali i polacchi sono sempre stati particolarmente legati da vincoli stretti di fiducia. Il piano globale era dimostrare agli intellettuale cattolici francesi, i più vicini al marxismo e i più influenti nella cristianità che il cristianesimo è compatibile con il comunismo e che il futuro della religione dipende, comunque, dal suo modo di comportarsi sotto i regimi comunisti. […] Zenon Kliszko, vicepresidente del parlamento polacco, inviato al concilio personalmente dal segretario del partito, Gomulka, dichiarò a Roma che l’obiettivo supremo del partito è sempre la sistematica repressione del clericalismo e una laicizzazione totale. […] Dopo che gli intellettuali della Chiesa erano stati impressionati a dovere da questo parlar chiaro, Gomulka inviò a Roma Piasecki, il quale dichiarò che la sola alternativa rimasta ai cattolici polacchi era l’arruolamento nel Pax o l’eliminazione totale».

mercoledì 2 dicembre 2015

La Regina in lilla

La Regina incontra Papa Francesco, con un cambiamento esteriore

Ogni volta che la Regina, ovvero il Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra, visita il Vaticano e gentilmente concede un’udienza al Papa di Roma, il protocollo richiede che essa indossi un velo o un cappello e che, come tutti i sovrani non cattolici, vesta di nero, indipendentemente dal fatto che la visita sia ufficiale o privata. In questo modo l’eresia si manifesta attraverso l’abbigliamento.

Nel 2000, la regina vestiva di nero di fronte al bianco radioso di Giovanni Paolo II:


Lo stesso abbigliamento del 1980:


e del 1961, all’incontro con Giovanni XXIII:


e del 1951, con Pio XII:


Così la Regina Madre nel 1959:



E così Diana, Principessa del Galles, nel 1985:


Anche Margaret Thatcher vestì in nero quando incontrò Paolo VI nel 1977:


e quando incontrò Giovanni Paolo II nel 1980:


e quando incontrò Benedetto XVI nel 2009:


Ma il 3 aprile 2014 Papa Francesco non ha preteso tale abbigliamento dal Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra:


Alcuni potrebbero considerare questo fatto del tutto irrilevante e privo di alcun significato. Invece un significato simbolico ce l’ha: il nuovo capo della Chiesa di Roma sembra provare più rispetto per lo statuto storico e teologico della Chiesa d’Inghilterra rispetto al suo predecessore. Infatti, a differenza dell’attuale Papa Emerito, Francesco sembra riconoscere a Sua Maestà il titolo di governatore di una “Chiesa sorella” e non semplicemente di una “comunità ecclesiale” (cioè una non-chiesa), al contrario di quanto il Cardinal Ratzinger affermava nel 2000 (Domini Iesus) e confermava come Benedetto XVI nel 2007:
«…Non si vede, d’altra parte, come a tali Comunità possa essere attribuito il titolo di “Chiesa”, dal momento che non accettano il concetto teologico di Chiesa in senso cattolico e mancano di elementi considerati essenziali dalla Chiesa cattolica.
Occorre, comunque, ricordare che dette Comunità, come tali, per i diversi elementi di santificazione e di verità in esse realmente presenti, hanno indubbiamente un carattere ecclesiale e un conseguente valore salvifico»
La Chiesa d’Inghilterra è sia Cattolica che Riformata. Sotto il pontificato di Francesco, si sta evidentemente aprendo una nuova era di ecumenismo; probabilmente attraverso un riconoscimento della validità degli ordini anglicani e di un vero episcopato nella successione apostolica. Forse, eventualmente, anche di una Eucarestia condivisa.

La Regina vestita di lilla e non di nero per molti non significherà nulla, ma chi è attento riconoscerà il lento ma costante sviluppo dei rapporti. La visita della Regina in Vaticano fa parte di una lunga serie di incontri tra sovrani inglesi e pontefici dopo la Riforma:

29 aprile 1903 – Re Edoardo VII incontra Leone XIII.
1918 – Edoardo, principe del Galles (poi Edoardo VIII e Duca di Windsor) incontra Benedetto XV.
1923 – Re Giorgio V e Mary di Teck incontrano Pio XI.
10 maggio 1949 – La Principessa Margaret incontra Pio XII.
13 aprile 1951 – La Principessa Elisabetta (oggi Regina) e il Duca di Edimburgo incontrano Pio XII.
23 aprile 1959 – La Regina Madre e la Principessa Margaret incontrano Giovanni XXIII.
5 maggio 1961 – La Regina incontra Papa Giovanni XXIII.
17 ottobre 1980 – La Regina incontra Giovanni Paolo II.
29 agosto 1985 – Il principe Carlo e Diana, Principessa del Galles, incontrano Giovanni Paolo II.
9 dicembre 1985 – Il principe e la principessa Michael di Kent incontrano Giovanni Paolo II.
10 aprile 1990 – Il Duca di Edimburgo incontra Giovanni Paolo II.
3 novembre 1994 – La duchessa di Kent incontra Giovanni Paolo II.
17 ottobre 2000 – La Regina e il Duca di Edimburgo incontrano Giovanni Paolo II.
27 aprile 2009 – Il principe Carlo e la Duchessa di Cornovaglia incontrano Papa Benedetto XVI.

Ci sono ancora un paio di ostacoli, apparentemente insormontabili, sul cammino verso l’unità dei cristiani. Ma che cosa sono i secoli per Dio?

lunedì 30 novembre 2015

Commercializzare la retrodatazione

Ricordo i bei tempi in cui con una serie di frasi fatte si materializzava il miraggio di un’era nella quale avremmo lavorato tutti con internet, oppure su internet, per internet o addirittura per l’Internet (quando ancora l’autorità del mezzo era garantita dall’articolo e dalla maiuscola). Probabilmente qualcuno ce l’ha fatta, ma non è detto che se avesse trovato un impiego off-line avrebbe lavorato di più o guadagnato di meno; anche l’aspirazione di contribuire nel proprio piccolo al progresso dell’umanità, si rivela ben presto un’illusione: il “lavorare” con internet corrisponde principalmente al fornire servizi e lasciarsi sponsorizzare, se non semplicemente a commercializzare la semplificazione. È questo il principio sul quale prosperano Facebook, Twitter, Youtube e, in modo diverso, Wikipedia

Lasciando da parte le considerazioni generali, veniamo al sodo: negli ultimi tempi ho sfruttato al massimo la possibilità di “retrodatare” i post per far credere di poter gestire il mio blog in modo disciplinato (anche quanto sto scrivendo è stato retrodatato…). Sono convinto che la maggior parte dei miei connazionali, vuoi per digital divide, per semianalfabetismo o sottosviluppo, sia all’oscuro di tale possibilità – nello stesso modo in cui, forse, era all’oscuro che si potessero mettere foto e video online prima dell’avvento dei social network. Ora, come commercializzare tale opzione in questa nostra Italia, che «siede in terra negletta [sic] e sconsolata»? Io ho avuto un’idea (solo un’idea): si potrebbe creare un blog di previsioni che sfrutti al massimo la retrodatazione, facendo credere agli sprovveduti che a gestirlo sia il più grande indovino del mondo. Non si dovrebbe far altro che prendere i numeri di una qualsiasi estrazione di una qualsiasi lotteria, inserire la falsa previsione retrodatandola e poi gabbare il maggior numero di sprovveduti prima che il trucco venga scoperto. Oppure, per non scadere nel penale, si potrebbe solo riempire il proprio blog di banner pubblicitari fino all’inverosimile. Nel giro di poco tempo nascerebbero altre iniziative simili e l’Italia si trasformerebbe in un paese composto da cartomanti e stregoni (anche se in parte lo è già, se il Codacons certifica che 13 milioni di italiani all’anno «si rivolgono al mondo dell’occulto).

Credo che per avere successo con l’Internet (ma anche in altri campi), sia indispensabile creare uno stile di vita dietro il proprio marchio: non si spiegherebbe altrimenti perché gli italiani siano diventati tutti dipendenti dalla Rete, quando invece fino all’ascesa di Facebook (2007-2008) avere un sito proprio era considerata una cosa da reietti o pervertiti. Una volta chi metteva un autoscatto in una paginetta del proprio spazio web (dedicato magari a bazzecole quali i fumetti o i dialetti regionali) veniva severamente redarguito: «E la privacy? E i maniaci che ti possono guardare? E se il tuo datore di lavoro ti scopre?». Lo stesso processo psicologico potrebbe verosimilmente riprodursi nei confronti della chiaroveggenza: così come oggi le persone passano le giornate a pubblicare autoscatti sui social network, in futuro potrebbero impiegare il proprio tempo a compilare false previsioni su giochi o addirittura eventi storici e politici – o forse prima che si verifichi tale possibilità è necessario creare un social network ad hoc?

domenica 29 novembre 2015

L’anti-italianità come genere letterario


Risalire alle radici dell’italianissimo “odio di se stessi” non è affatto semplice: prima dei politici, ci furono i poeti ad alimentare questa inclinazione che gli psicologi potrebbero oggi classificare come un disturbo narcisistico esteso a un’intera collettività.
Sarà perché il nostro Paese è più giovane rispetto agli altri, dunque non ha potuto avvalersi della mitologia delle origini che ne occultasse la miseria, come è accaduto nelle lande che noi crediamo storicamente e biologicamente superiori?
Oppure perché il “pessimismo teatrale” ha avuto un ruolo essenziale non solo nel costituire la cultura popolare (pensiamo al lamento del servo come motivo costante della commedia d’arte), ma anche a piantare i semi per una fiorente industria editoriale tutta basata sulla denuncia dell’inferiorità congenita degli italioti?
È triste esser passati così rapidamente dal castigat ridendo mores alle odierne liturgie anti-corruzione: l’anti-italianità non è più solo un genere letterario, ma un’ideologia di Stato, da quando ha preso a innestarsi sullo snobismo del ceto medio orientato a sinistra e sull’esterofilia provinciale di certi reazionari da bar sport.

Come ho detto, è complicato ricostruire la genealogia di questo sentimento (del resto sono italiano, figurati se riesco a mettere insieme due neuroni), però nella storia recente si possono rintracciare alcune analogie tra la situazione attuale e l’Italia “rifondata” nel dopoguerra: per esempio, quello spirito che animava la prosa de “Il Mondo”, il rancore azionista verso gli italiani immaturi e arretrati che continuavano a votare la DC e il PCI, si può dire che oggi abbia egemonizzato la grande stampa.
Basta qualche citazione per riconoscere la familiarità con gli editoriali attuali: «[La borghesia italiana è] anarchica e irresponsabile, incapace di autodisciplinarsi» (U. La Malfa, L’alternativa laica, gennaio 1954); «[L’italiani] esercita il suo diritto di voto come se sapesse davvero cosa vuole e perché lo vuole» (P. Pavolini, Un Paese immaturo, 3 giugno 1958); «In Italia il disinteresse per la cosa pubblica e per i dibattiti morali e culturali trova sempre un terreno di rifugio e di fuga. Il nostro Paese legge meno degli altri paesi e i mezzi di informazione sono più che altrove dominati dal conformismo e dall’ossequio. […] Su un elettorato di trenta milioni di individui, ventidue milioni di voti vanno a partiti diciamo così indigeni che, ad esempio, in Inghilterra, in America, in Scandinavia, in pratica neppure esistono» (Mario Pannunzio, Ai lettori, 8 marzo 1966).

In seguito sarà un centro-sinistra frustrato a fare sua questa retorica anti-nazionale (un esempio pregevole è rappresentato dall’ultimo numero della vecchia “Unità” del 31 luglio 2014, nel quale l’Italia soi-disant “migliore” celebrava la sua “aristocraticità” [sic!]); infine, una volta esauritosi l’interesse elettorale, essa passerà direttamente nella letteratura, diventando, come è stato ricordato, il nerbo dell’industria culturale nazionale.

Tra i “capolavori” del genere, spicca un elzeviro di Giorgio Strehler per il “Corriere” (Carissima Italia, io non ti amo più, 13 settembre 1992) in cui il maestro, dopo aver stigmatizzato «l’arroganza degli arricchiti», la «mentalità dello schiavo», la «mancanza di coraggio civile» dei suoi connazionali, invoca per essi la punizione collettiva («È questo il prezzo che si deve pagare»):
«Io non so se questo crepuscolo della ragione, in Italia, non avrà improvvisamente, alcune esplosioni. Ma so che occorrerà il peggio. Occorrerà che davvero il Sistema Italia salti in aria, concretamente. Occorrerà che i prezzi aumentino in modo vertiginoso, che l’inflazione raggiunga vertici mai visti, che le borse precipitino, che la lira venga svalutata, che la disoccupazione acceleri ancora di più la sua corsa e che altre migliaia di disoccupati trovino chiuse le porte di fabbriche e aziende, che la corruzione si mostri ancora più estesa di quel che già appare. Insomma che diventi davvero impossibile sopravvivere con la minima decenza».
Adriano VI sosteneva che «i peccati del popolo hanno la loro origine nei peccati del clero»: è allarmante che gli intellettuali italiani non riescano ad avere la stessa indulgenza di un pontefice del XVI secolo.
Per qualche tempo in verità ci hanno provato, tanto che l’ispirazione socialista ha sempre contemplato qualche giustificazione alle miserie del popolo (almeno fino agli anni ’90): l’imbruttimento dei proletari italiani era causato da chi «gavazza nell’ebbrezza dei festini» (così “L’inno dei lavoratori” di  Filippo Turati) e chi biasimava troppo i “peccati” rischiava addirittura di passare per reazionario.

Da questo punto di vista abbiamo delle testimonianze interessanti, come il racconto di Italo Calvino “Impiccagione di un giudice” (dalla raccolta Ultimo viene il corvo, 1949) in cui il carattere dell’anti-italiano è incarnato dal giudice Onofrio Clerici, che distingue «la razza delle persone ammodo» dalla massa degli italiani, «questa gentetta logora, […] sempre carica di figli e di debiti e d’idee storte». Secondo il giudice, «gli italiani sono una gentucola schifosa e in Italia si starebbe meglio se gli italiani non ci fossero»; alla fine saranno gli stessi italiani a condannarlo a morte: «Onofrio Clerici, giudice, reo d’aver insultato e deriso per lungo tempo noialtri poveri italiani, è condannato a morire impiccato come un cane».
Questo “lieto fine” riecheggia le stragi e le vendette della guerra civile, e di conseguenza l’apologia non può essere separata dal suo contesto storico. Al giorno d’oggi sarebbe gioco facile affermare che gli italiani non meritano più tale comprensione perché è da tanto che non soffrono o non vengono sacrificati. Come diceva Machiavelli, «li uomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni»: per gli italiani il giudizio vale ovviamente solo per i propri connazionali.

venerdì 27 novembre 2015

Erdoğan e Putin non faranno pace a “Pomeriggio Cinque”

Discutendo della crisi russo-turca, sul “Corriere” Berlusconi ricorda i suoi rapporti personali con i leader di entrambi i Paesi (l’amico Vladimir e l’amico Tayyip) e identifica l’apice di questa entente cordiale modellata su se stesso nell’ottobre del 2009 a Valdaj, quando l’allora presidente del consiglio italiano e quello russo in teleconferenza con Erdoğan sancirono l’accordo sul gasdotto South Stream (cfr. Berlusconi condivide la linea “prudente”, “Corriere”, 26 novembre 2015).
L’incontro si svolse secondo i format più efficaci delle reti commerciali: «Ciao Tayyip», «Va bene Tayyip», incalzava B., avanzando tra una battuta sul gas e una sul calcio la proposta di un summit in Italia («e garantisco che il menù vi piacerà!») per poi congedare l’amico turco con un «Ciao Tayyip, un abbraccio fortissimo!». 


Tutto sommato un successo, anche se di brevissima durata: il South Stream è stato annullato per le sanzioni europee, a Berlusconi è stato vietato per tre anni l’ingresso in Ucraina a causa della sua visita in Crimea (con la beffa di un processo per aver bevuto una bottiglia di sherry con Putin) e infine i rapporti tra Russia e Turchia sono degenerati nei modi che tutti sanno. È la solita Dämonie der Macht…
[Detto tra parentesi: stupisce che in un articolo dedicato alla politica estera dell’ex-premier non vengano citati Topolanek e il lettone di Putin. È un ulteriore sintomo del cambiamento di linea (voluto dal nuovo direttore Luciano Fontana?) da un anti-putinismo intransigente a un approccio più “disinvolto” del quotidiano di via Solferino, inaugurato dalla pubblicazione di una lettera dello stesso Berlusconi (9 maggio) contro l’assenza dei leader occidentali alle celebrazioni di Mosca per l’anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, e sancito dalla “storica” intervista in prima pagina al leader russo (6 giugno 2015)].
Il “segreto” della diplomazia berlusconiana, conosciuta anche come “Diplomazia del cucù” o “della patata” (rispolverata in altre modalità da John Kerry), è stato la capacità di modellarsi sulle volontà degli interlocutori, assumendo, a seconda dei casi, l’aspetto di un oligarca russo, un magnate americano, un imprenditore argentino, un investitore cinese, un azionista saudita, un industriale albanese etc., grazie a una serie di caratteristiche meno riconducibili alla storia personale di B. che non alla sua area politica di riferimento, le cui peculiarità sono state analizzate da Marcello Veneziani in Cultura di destra (Laterza, 2002): «Una destra selvatica […] che aderisce in modo istintivo all’apparato tecnologico-mercantile del presente come unico ancoraggio di concretezza: […] la tv e il conto in banca prendono il posto del pulpito e dell’orto e diventano le nuove colonne basilari della casa» (p. 16); una destra che si arrabatta agilmente «[tra le forme e le icone] dell’era della comunicazione visita e televisiva» (p. 112).
I piccoli successi di questo approccio (non del tutto estemporaneo, come dimostra la diversa risoluzione del conflitto georgiano rispetto a quello ucraino) nascono quindi da una miscela del potenziale a-politico (o anti-politico) di Berlusconi (riconosciuto come di per sé stesso ideologico, tanto da spingere intellettuali come Mario Perniola o Valerio Magrelli ad attribuire al personaggio la realizzazione di tutte le aspirazioni sessantottesche, dal programma erotico-politico di Wilhelm Reich alla descolarizzazione della società di Ivan Illich) con una enorme capacità finanziaria, la quale ha permesso al suo detentore di esercitare quella spregiudicatezza del “mercante” che secondo Eibl-Eibesfeldt rappresenta un elemento positivo nelle relazioni tra gruppi: «Lo scambio di doni […] esprime volontà di pace e si è osservato spesso che in origine il commercio era propriamente una relazione di scambio di questo genere a vantaggio del legame; […] ancora oggi [alcune popolazioni] esercitano il commercio senza che esso sia loro necessario» (Etologia della guerra, Bollati, 1998, p. 265).

Ora che la situazione si è fatta più seria, il pericolo è che il berlusconismo “internazionale” si sviluppi in senso opposto rispetto alle aspirazioni neutralistiche e si radicalizzi nel tentativo di darsi un senso finalmente politico. Tale deriva è sintetizzata da alcune dichiarazioni eclatanti degli ultimi tempi, come quella riportata da Alain Friedman nel suo libro-intervista: «Il popolo della Crimea parla russo e ha votato con un referendum per riunirsi alla Madre Russia».
L’irritazione di esser considerato ancora un «marchand de soupes italien» (come lo definì spezzatamente Chirac) unita al desiderio di ottenere una improbabile riabilitazione politica («Gli altri […] dicono quello che dicevo io, senza riconoscermelo», per citare ancora l’articolo del “Corriere”), costringerà Berlusconi a rinunciare al proprio talento proteiforme e perdere la sua migliore qualità, quella appunto di essere un uomo senza qualità? Sarebbe questo un ulteriore sintomo del fallimento del percorso di de-ideologizzazione che l’umanità si era illusa di poter seguire coerentemente. Si potrebbe fare un parallelo (irriverente ma opportuno) con la carrierea politica dell’oligarca ucraino Poroshenko, il “re del cioccolato”, che ha baratto un business fiorentissimo (basato sulle esportazioni verso la Russia) in cambio di un parlamento assediato dagli estremisti, una schiera di alleati rapidamente dileguatisi e una “cura da cavallo” europeista che condannerà il suo Paese a decenni di recessione. Indubbiamente nella borghesia ucraina non ha fatto in tempo a sedimentarsi quel sentimento di ostilità verso la politica («Una cosa inventata dai perdigiorno, cioè dagli avvocati, dai politici, dai “terroni”», come scriveva Saverio Vertone nel 1995) che ha caratterizzato invece gli imprenditori lombardi sin dai tempi di Renzo Tramaglino.

Con queste premesse, sarà difficile persuadere Erdoğan e Putin a riappacificarsi in qualche trasmissione pomeridiana di Mediaset. Al di là delle amicizie personali di Berlusconi, è tuttavia l’attuale crisi russo-turca a presentarsi più intricata del previsto.
Per capirne di più, ritorniamo allo storico incontro del 2009: proprio in quei giorni Erdoğan dava vita con Azerbaigian, Kazakistan e Kirghizistan al Türk Keneşi, il “Consiglio” dei popoli legati ad Ankara da storia, lingua e cultura. Poco tempo dopo (2011), la Russia creava l’Unione Economica Eurasiatica assieme a Bielorussia e Kazakistan, Armenia (2014) e Kirghizistan (2015). Tali alleanze rispecchiano fedelmente la lotta delle due potenze per ritagliarsi la propria area di influenza nella regione, l’una premendo sulle nostalgie ottomane e anche sul sentimento di rivalsa delle popolazioni arabe (Erdoğan ha più volte dichiarato la volontà di far saltare i confini del Sykes-Picot con tutti i mezzi consentiti dal diritto internazionale), l’altra presentandosi come benevolo gigante economico che però all’occorrenza può vantare una capacità militare da superpotenza.
Oggi il rafforzamento della posizione di Ankara all’interno della NATO è un dato di fatto: l’Alleanza ha preso atto che l’esercito turco costituisce ormai il suo nerbo militare e, a differenza di quanto accadde nella prima guerra del Golfo (quando Stati Uniti e Germania si rifiutarono di garantire alla Turchia la stessa protezione riservata agli altri alleati in caso di attacco iracheno), questa volta il Patto ha assicurato piena collaborazione sul confine medio-orientale. In questo gentlemen’s agreement rientra naturalmente la difesa delle popolazioni turcomanne siriane bombardate dai russi: è il caso di domandarsi i motivi per i quali Putin abbia voluto “tirare la corda” fino a questo punto, proprio lui che nell’intervista al “Corriere” ricordata più sopra aveva dichiarato che «solo una persona non sana di mente o in sogno può immaginare che la Russia possa un giorno attaccare la Nato». Irritare i turchi è l’ultima cosa che ci si aspetterebbe da colui che si è presentato come il “Presidente della stabilità”, quello che dopo la disfatta di South Stream andò immediatamente a trattare con Erdoğan per progettare un nuovo gasdotto.
Nasce il sospetto che Putin si stia facendo galvanizzare dall’immagine che sostenitori e detrattori gli hanno affibbiato, e che la guerra contro l’Isis ne stia accentuando la hybris politica, con la complicità dei media internazionali che, ingigantendo le capacità di un esercito che non sa usare le armi che ha rubato, ha preparato le basi per l’ennesima ultima guerra finale dell’umanità di schmittiana memoria: finalmente si sono resi disponibili nuovi “criminali internazionali” su cui testare le armi di ultima generazione.

Proprio su questo punto è necessario spendere qualche parola in più: nelle società occidentali, in conseguenza all’abolizione dell’obbligo di leva, sta risorgendo una sorta di “bellicismo romantico” che consente ai figli di idealizzare ciò che i padri avevano imparato a odiare. Come ha rilevato l’analista americano Andrew Bacevich (È la guerra permanente dell'America, “Repubblica”, 13 settembre 2014) «la distanza fra i militari e il popolo americano va approfondendosi. Contribuisce a sostenere politiche militari sconsiderate, infatti troppe poche persone sono coinvolte nei rischi. Obama […] promette una guerra pulita, a buon mercato, senza complicazioni. Quale sarà poi la realtà, resta da vedere».
Anche in Italia l’abolizione della naja ha fatto sì che il concetto di “guerra” riconquistasse il prestigio perduto e che gli scalmanati che un tempo affollavano le manifestazioni pacifiste (guarda caso scomparse proprio a partire dal 2005) si convertissero a un fantomatico “appellismo” capace di identificare con precisione assoluta i buoni e i cattivi di turno, invitando rispettivamente ad aiutare i primi e bombardare i secondi (magari senza confondersi troppo).
La comparsa all’orizzonte un nuovo unmenschlichen Scheusal (il “mostro disumano” di cui parla sempre Carl Schmitt) trova così terreno fertile nell’opinione pubblica: ecco i nuovi “nazisti” da sacrificare alla Societas Populorum prossima ventura (che purtroppo non sarà mai l’ultima).
Un altro importante fattore di destabilizzazione del sensus communis è stato l’avvento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, che ha costretto tanti americanofili “de’ noantri” a identificare Vladimir Putin come l’erede spirituale della loro idea di “America”, quella, per intenderci, dei supereroi dei fumetti e degli action movie hollywoodiani. Gli pseudo-russofili che oggi idolatrano il “Presidente” ignorano che il consenso di cui Putin gode in patria nasce perlopiù da aspirazioni opposte alle loro: il suo elettorato non chiede il ripristino dei confini dell’impero zarista (o bizantino), ma pace, sicurezza e prosperità. Alla Duma i fanatici del panslavismo o dell’eurasismo sono tutti all’opposizione, e se si trovano ad appoggiare alcune iniziative putiniane è solo per opportunismo (con la speranza malcelata di creare il caos per impadronirsi del potere). Con il voto a Putin la maggior parte dei russi spera di tenere questi individui il più lontano possibile dal potere.
Uscendo dal mondo delle fiabe e dei fumetti, si può quindi comprendere quanto l’appello a una fittizia “coalizione universale” contro l’Isis sia sostanzialmente inutile a risolvere le numerosi crisi mediorientali: piuttosto che lasciarsi trascinare dalla foga di una “crociata senza scopo”, sarebbe meglio chiarire sin da subito i diversi interessi nell’area e provare a equilibrarli senza utilizzare i soliti capri espiatori.
Alla Russia in fondo non conviene stuzzicare ulteriormente uno dei pochi Paesi della NATO che non nutre complessi di inferiorità nei confronti dei suoi alleati. Per Putin la Turchia è l’ultimo ponte disponibile per tentare un nuovo ancoraggio all’Europa, prima della deriva “asiatica” che comporterebbe anche la fine della sua leadership: gli interlocutori occidentali si sono dimostrati volubili (Germania), umorali (Francia) o inaffidabili (Italia). La gazzarra sulle sanzioni (in realtà l’ennesima occasione per i Paesi europei di danneggiarsi a vicenda) ha portato Mosca a intensificare l’interscambio commerciale con Ankara, nonostante i dissidi all’apparenza insormontabili sulla Siria. Sarebbe insensato condannarsi al suicidio economico o politico per ragioni di puntiglio (in guerra esiste anche il fuoco amico); per Putin sarebbe inoltre una buona occasione per dimostrare di esser fatto di un’altra pasta rispetto ai leader occidentali.
La guerra non conviene ovviamente nemmeno alla Turchia, che ha dimostrato di avere i nervi più saldi di quanto i suoi critici pensano, dal momento che di casus belli in questi anni ce ne sono stati tanti, tra i quali il più importante l’assalto della Mavi Marmara da parte delle forze speciali israeliane (potremmo pure citare la necessità di garantire la sicurezza dei tatari di Crimea dopo l’annessione russa, la protezione dei turkmeni siriani dai bombardamenti o il sostegno indiretto di Israele ai curdi). Anche una piccola “guerra fredda”, di tipo diplomatico o economico, sarebbe comunque disdicevole, dato che Ankara ha la necessità di partecipare al tavolo delle trattative sul futuro della Siria, per una marea di motivi, in particolare: evitare che il nascente Kurdistan si trasformi in un nuovo Israele, permettere ai profughi di ritornare al loro Paese e garantire alle minoranze etniche legate al passato ottomano una qualche autonomia politica o regionale.