sabato 19 dicembre 2015

Un naïf jugoslavo alla parete

Per la serie “Grandi Protagonisti del Novecento” (ispirata all’omonima pagina Facebook, che purtroppo non ho creato io), dopo Congo, il pittore scimpanzé, vogliamo parlare della pittura naïve jugoslava, che tra gli anni ’70 e gli ’80 conquistò i mercati dell’arte occidentali.

A testimonianza imperitura del successo, una scena de Il secondo tragico Fantozzi, nella quale il naïf jugoslavo appeso alla parete dell’ufficio diventava uno dei simboli del potere dell’impiegato di quinta.


Prima dell’espansione, il genere era confinato in una zolla di terra tra la Croazia e l’Ungheria, Hlebine, ancora riconosciuta come città di nascita della “Scuola di Podravina”. Tra i rappresentanti più celebri, Ivan Generalić (1914-1992) e suo figlio Josip (1935-2004), Ivan Lacković-Croata (1932-2004), Mijo Kovačić (n. 1935), Emerik Feješ (1904-1969), Jan Knjazovic (1925-1986), Djordje Dobric (1931-1978) e Dragan Gaži (1930-1983).

Qui di seguito solo una piccola selezione (nel web si possono trovare decine di riproduzioni):

martedì 15 dicembre 2015

Congo, un grande protagonista del Novecento


Quando si parla di arte contemporanea, uno dei nomi che stranamente viene sempre taciuto è quello di Congo (1954–1964), lo scimpanzé che ha firmato alcuni grandi capolavori del Novecento.
Il giovane artista venne scoperto a metà degli anni ’50 dal pittore surrealista Desmond Morris che, riconoscendo nella scimmia capacità superiori alle proprie, decise di fargli da mentore. 


Dopo esser diventato protagonista assoluto dello show televisivo “Zootime” (presentato dallo stesso Desmond Morris dallo zoo di Londra), Congo ebbe la possibilità di organizzare la prima mostra ufficiale nel 1957, grazie al sostegno dell’Institute of Contemporary Arts.
Di fronte alle sue opere, Salvador Dalí affermò che “la mano di questo scimpanzé sembra quasi-umana, mentre quella di Jackson Pollock è totalmente animale”.
In un’asta del 2005, tre dei suoi capolavori sono stati acquistati per 26.000 dollari da un collezionista americano.


Come tutti i protagonisti di quella grande stagione (il già citato J. Pollock, Franz Kline, Rothko, Arshile Gorky) anche la carriera di Congo si interruppe tragicamente: non per incidente, non per alcolismo, non per suicidio, ma per tubercolosi (il che rende la sua morte per certi versi più “artistica” delle altre).

lunedì 14 dicembre 2015

Il gruppo selvaggio (Matthew Eden)



Il gruppo selvaggio di Matthew Eden è un classico fogliettone della collana “Segretissimo”: pubblicato nel 1975 ma ambientato nel 1978, narra l’impresa di un manipolo di agenti segreti assoldati per uccidere il presidente libico Jalloud e portare la pace in Medio Oriente. Il titolo originale del romanzo sarebbe Driven by lions, ma credo sia inventato così come l’identità dello stesso scrittore (che sia costui? È quasi impossibile che una persona vissuta negli anni ’70 del XX secolo non abbia lasciato traccia su Google, c’è pure un mio parente che all’epoca giocava nella Serie D).

Sono entrato in possesso del prezioso volume dopo aver incamerato tutta la collezione di un povero scapolo di provincia, il cui patrimonio librario è stato gettato per strada dai parenti soprattutto a causa del tanfo da esso emanato. Non che avessero tutti i torti: l’odore di cantina è così intenso che pure io sarò costretto a buttarli via, ma per evitare che qualche biblio-moralista si scateni, prometto che prima darò un’occhiata a ogni esemplare.

Veniamo dunque al romanzaccio: oggi va di moda prendere qualsiasi porcheria (a livello letterario, musicale o cinematografico) e farla diventare un veicolo per messaggi segreti lanciati da chissà quale congrega. Tutto può essere, ma per spiegare certi fenomeni basta ricordarsi quel che diceva Aristotele: il poeta svolge un compito più elevato dello storico perché descrive l’universale, quindi finisce sempre per azzeccarci, generalmente in modo “preterintenzionale”.
In tal caso, l’arguto Eden ha capito che gli americani prima o poi si sarebbero sbarazzati di un generale nordafricano troppo intraprendente (anche se poi l’hanno fatto così in ritardo e in maniera talmente indiretta da far venire più di un sospetto sui veri mandanti) e quindi si è inventato una storiella ricamando sulla cronaca dell’epoca. Ai tempi ovviamente Gheddafi non c’era ancora, quindi il protagonista della storia è quello che fu il suo braccio destro di allora, Abdessalam Jallud.
La trama, per sommi capi, è questa: da una parte c’è la Grande Unione Araba (comprendente Egitto e Libia), guidata da Jalloud e dal presidente egiziano (“Aridi”) in veste di vicepresidente. A un certo punto Jalloud dichiara guerra a Israele e annuncia l’embargo petrolifero; allora un uomo di Aridi incontra in segreto il presidente degli Stati Uniti attraverso il Segretario di Stato Putnam (Kissinger) e gli propone di uccidere il “cane pazzo” Jalloud in cambio del ritorno di Israele ai confini originari stabiliti dalle Nazioni Unite nel 1947. Gli americani accettano e mandano un “gruppo selvaggio” di spie provenienti da Francia, Inghilterra, Giappone, Olanda, Germania Ovest e Belgio. Arrivano al Cairo, blah blah blah, uccidono il Presidente e poi vengono “sacrificati” per placare l’orgoglio arabo (il finale era abbastanza prevedibile, nulla da spoilerare).

Tra i personaggi più interessanti, il maggiore olandese Vanderhoven, che viene tenuto sotto controllo dal capo della missione (l’agente della CIA Reid Thayer) in quanto pericoloso pederasta che si eccita nel posare la mano sulla spalla (o sul braccio o sul ginocchio o sulla schiena) dell’attraente capitano giapponese Saito. Thayer inizia sin da subito a sospettare dell’olandese osservandone la bocca («Le sue labbra avevano un aspetto troppo morbido, anche la barba e i baffi»); tuttavia è solo quando Vanderhoven appoggia una mano sulla spalla di Saito che emerge la cruda e sconvolgente verità:


Le trovate che l’agente della CIA mette in atto per evitare che Vanderhoven seduca il giapponese sono un capolavoro di comicità involontaria. È altrettanto spassoso ricordare che il pregiudizio americano nei confronti delle abitudini sessuali dei maschi olandesi, oltre ad affiorare in certe espressioni gergali come Dutch courage, di recente è emerso anche da alcune dichiarazioni del generale John J. Sheehan, che ha collegato il massacro di Srebrenica alla effeminatezza dei Dutch soldiers, i quali si sarebbero arresi ai serbi proprio in quanto pederasti.   

Un’altra figura che vivacizza un po’ l’intreccio è la spia inglese Grainger, che odia gli ebrei perché gli hanno ucciso il padre («Nel quarantasette […] cercava di impedire che ebrei e arabi si scannassero tra loro. E gli ebrei gli hanno sparato alla schiena») e utilizza espressioni decisamente inconsuete per la letteratura contemporanea:


Questo Grainger durante l’assalto alla villa del Presidente libico tenta di sabotare la missione «perché odiava gli ebrei e l’idea che Jalloud cancellasse Israele dalla faccia della terra gli andava più a genio del compromesso di Aridi».
Gli stessi israeliani provano a fermare il “gruppo selvaggio” attraverso l’amante di Thayer, che però viene strangolata dall’agente francese (la sequenza di azioni viene descritta in modo molto meno avvincente di come sto facendo adesso), e alla fine sono costretti ad accettare il compromesso. Qui lo scrittore coglie finalmente un dettaglio intrigante: «Gli israeliani preferivano che al potere nei Paesi arabi ci fosse un fanatico come Jalloud, sapendo che Washington non avrebbe mai permesso a un uomo simili di cancellarli dalla faccia della terra, piuttosto che accettare il compromesso con Aridi».
Grazie all’intuito del “poeta”, Eden svela un fenomeno che abbiamo poi potuto apprezzare negli ultimi anni, quando Tel Aviv si è messa a fare il tifo per Ahmadinejad in modo che fosse impossibile per gli americani portare alla luce e ufficializzare le trattative con l’Iran: infatti l’avvento del “moderato” Rouhani è stata per gli israeliani una sciagura, dato che ha permesso un spostamento degli equilibri mediorientali in favore di Teheran.

Bene, ora il libro dovrà inevitabilmente finire nel cestino. Mi piange il cuore, ma considerando il numero di copie presenti su e-bay mi pare anzi di rendere un grande servizio ai bibliofili: se tutti facessero come me, ne rimarrebbe un solo esemplare (che nessuno comprerebbe, ma il prezzo sarebbe comunque altissimo, tipo 15 euro).
Per concludere in modo positivo: quali insegnamenti ho tratto da questa lettura? Prima di tutto, bisogna sempre evitare di confondere “poesia” e “storia” (se proprio non ce la si fa, dedicarsi allora a opere più degne, tipo la Divina Commedia, Gli ambasciatori o Shining). Poi non credo ci sia altro. Ammetto di aver trovato stuzzicante l’idea che una volta la letteratura popolare potesse permettersi di considerare gli ebrei solo in quanto “israeliani”, senza tirare in ballo Auschwitz e tutto il resto. Oggi siamo diventati molto sensibili sul tema; perciò eviterei di parlarne proprio adesso che il post è finito.

venerdì 11 dicembre 2015

De Amicis in Olanda

Hilverdink (1889)
«Dalla Plantaadije, passando su parecchi ponti, e fiancheggiando diversi canali, si arriva sulla grande piazza del Boter Markt, dove c’è una statua gigantesca del Rembrandt e l’ufficio del consolato italiano. Da questa piazza si va al quartiere degli Ebrei che è una delle meraviglie di Amsterdam.
Per andarci, domandai la strada al nostro gentilissimo console, il quale mi rispose: – Cammini  diritto fin che non si trovi in un quartiere infinitamente più sudicio di tutti quelli ch’ella ha considerati finora come il non plus ultra del sudiciume; quello è il ghetto; non può sbagliare. – Andai innanzi, ognuno può immaginare con che aspettazione; passai accanto a una sinagoga; mi soffermai un momento in un crocicchio; poi presi la strada più stretta, e in capo a pochi minuti, riconobbi il ghetto. La mia aspettazione fu superata.
È un labirinto di strade strette, fangose e cupe, fiancheggiate da case vecchissime, che pare debbano cadere in rovina a dare un calcio nel muro. Dalle corde tese fra finestra e finestra, dai davanzali, dai chiodi piantati nelle porte, spenzolano e svolazzano sui muri umidi camicie sbrandellate, gonnelle rappezzate, vestiti unti, lenzuoli macchiati, calzoni cenciosi. Davanti alle porte e sugli scalini rotti, in mezzo alle cancellate cadenti, sono esposte le vecchie mercanzie. Rottami di mobili, frammenti d’armi, oggetti di divozione, brandelli d’uniformi, avanzi di strumenti, frantumi di giocattoli, ferramenti, cocci, frangie, cenci, tutte le cose che non han più nome in alcuna lingua umana, tutto quello che hanno guasto e disperso la ruggine, il tarlo, il foco, la rovina, il disordine, la dissipazione, le malattie, la miseria, la morte; tutto quello che i servitori spazzano, che i rigattieri ributtano, che i mendicanti calpestano, che gli animali trascurano; tutto ciò che ingombra, che insudicia, che puzza, che stomaca, che contamina; tutto si ritrova là a mucchi e a strati, destinato a un commercio misterioso, ad accoppiamenti impreveduti, a trasformazioni incredibili. In mezzo a quel cimitero di cose, a quella babilonia d’immondizie, brulica un popolo macilento, pezzente, pidocchioso, accanto al quale i gitani dell’Albaicin di Granata son gente pulita e profumata. Come in tutti i paesi, così anche là hanno preso ad imprestito dal popolo presso cui vivono, il colore del pelo e del viso; ma hanno conservato i nasi adunchi, i menti aguzzi, i capelli crespi, tutti i tratti della razza semitica. Il vocabolario non ha parole per dare un’immagine di quella gente. Capigliature in cui non è mai passato un pettine, occhi che fanno raccapriccio, magrezze di cadaveri consunti, bruttezze che destan pietà, vecchi che serbano appena figura umana, ravvolti in ogni sorta di vestiti di cui non si riconosce più né colore né forma né a che sesso appartengano, dai quali escono, e s’allungano tremolando mani scheletrite con giunture acute di locuste e di ragni. Tutto si fa in mezzo alla strada. Le donne friggono i pesci su piccoli fornelli, le ragazze cullano i bambini, gli uomini rimestano i loro vecchiumi, i ragazzi seminudi si avvoltolano sul selciato coperto di legumi fradici e di brutture di pesci; le vecchie decrepite, sedute in terra, combattono colle unghie ferine i prudori del corpo immondo, scoprendo coll’inconsapevolezza del bruto cenci riposti e membra da cui lo sguardo rifugge. Camminando per lunghi tratti sulla punta dei piedi, turandomi qualche volta il naso, badando a scansare cogli occhi le cose di cui non avrei potuto sostenere la vista, percorsi quasi tutte quelle strade, e quando riuscii sulla sponda d’un largo canale, in un luogo aperto e pulito, mi parve di essere capitato nel paradiso terrestre, ed aspirai con voluttà l’aria impregnata di catrame».
(Edmondo De Amicis, Olanda, Barbera Editore, Firenze, 1876³, pp. 304-306)

mercoledì 9 dicembre 2015

Santi Martiri della Libia


Da unintervista ad “Aleteia” (3 novembre 2015) dell’artista serbo Nikola Sarić, che ha dedicato questa icona in memoria dei ventuno martiri copti trucidati dai terroristi in Libia:
«Può dirci qualcuna delle cose che ha pensato e ha provato mentre realizzava questa icona dei 21 martiri?La storia e le immagini mi sono entrate nel cuore – sono di grande impatto. È in qualche modo una storia che conosciamo già dalla storia dei martiri. Stare davanti a Dio e davanti a Cristo ed esserne fieri, rimanendo in quell’amore, è l’esempio più potente. Questo tipo di storie mi colpisce in modo molto personale, e significa molto per me come cristiano. Ho sviluppato un amore nei loro confronti, e da ciò è derivata l’idea, ma è molto difficile analizzare come ci sono arrivato. È un po’ il mio stile, sviluppato in molti anni di studio e che è ancora in fase di sviluppo. Il linguaggio visivo è molto simile alle mie altre opere. Si costruisce da sé.
[...]
Spera che le persone che guardano l’icona e pregano con l’icona possano magari pregare per la conversione degli aguzzini?Penso che sarebbe la cosa giusta, pregare per tutti. Preghiamo per i nostri nemici e per chi fa il male contro di noi. Siamo invitati a pregare per chiunque. Sarei contento se succedesse – se uno degli aguzzini cambiasse punto di vista e si pentisse per ciò che ha fatto.»

sabato 5 dicembre 2015

La Regina in lilla

La Regina incontra Papa Francesco, con un cambiamento esteriore

Ogni volta che la Regina, ovvero il Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra, visita il Vaticano e gentilmente concede un’udienza al Papa di Roma, il protocollo richiede che essa indossi un velo o un cappello e che, come tutti i sovrani non cattolici, vesta di nero, indipendentemente dal fatto che la visita sia ufficiale o privata. In questo modo l’eresia si manifesta attraverso l’abbigliamento.

Nel 2000, la regina vestiva di nero di fronte al bianco radioso di Giovanni Paolo II:


Lo stesso abbigliamento del 1980:


e del 1961, all’incontro con Giovanni XXIII:


e del 1951, con Pio XII:


Così la Regina Madre nel 1959:



E così Diana, Principessa del Galles, nel 1985:


Anche Margaret Thatcher vestì in nero quando incontrò Paolo VI nel 1977:


e quando incontrò Giovanni Paolo II nel 1980:


e quando incontrò Benedetto XVI nel 2009:


Ma il 3 aprile 2014 Papa Francesco non ha preteso tale abbigliamento dal Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra:


Alcuni potrebbero considerare questo fatto del tutto irrilevante e privo di alcun significato. Invece un significato simbolico ce l’ha: il nuovo capo della Chiesa di Roma sembra provare più rispetto per lo statuto storico e teologico della Chiesa d’Inghilterra rispetto al suo predecessore. Infatti, a differenza dell’attuale Papa Emerito, Francesco sembra riconoscere a Sua Maestà il titolo di governatore di una “Chiesa sorella” e non semplicemente di una “comunità ecclesiale” (cioè una non-chiesa), al contrario di quanto il Cardinal Ratzinger affermava nel 2000 (Domini Iesus) e confermava come Benedetto XVI nel 2007:
«…Non si vede, d’altra parte, come a tali Comunità possa essere attribuito il titolo di “Chiesa”, dal momento che non accettano il concetto teologico di Chiesa in senso cattolico e mancano di elementi considerati essenziali dalla Chiesa cattolica.
Occorre, comunque, ricordare che dette Comunità, come tali, per i diversi elementi di santificazione e di verità in esse realmente presenti, hanno indubbiamente un carattere ecclesiale e un conseguente valore salvifico»
La Chiesa d’Inghilterra è sia Cattolica che Riformata. Sotto il pontificato di Francesco, si sta evidentemente aprendo una nuova era di ecumenismo; probabilmente attraverso un riconoscimento della validità degli ordini anglicani e di un vero episcopato nella successione apostolica. Forse, eventualmente, anche di una Eucarestia condivisa.

La Regina vestita di lilla e non di nero per molti non significherà nulla, ma chi è attento riconoscerà il lento ma costante sviluppo dei rapporti. La visita della Regina in Vaticano fa parte di una lunga serie di incontri tra sovrani inglesi e pontefici dopo la Riforma:

29 aprile 1903 – Re Edoardo VII incontra Leone XIII.
1918 – Edoardo, principe del Galles (poi Edoardo VIII e Duca di Windsor) incontra Benedetto XV.
1923 – Re Giorgio V e Mary di Teck incontrano Pio XI.
10 maggio 1949 – La Principessa Margaret incontra Pio XII.
13 aprile 1951 – La Principessa Elisabetta (oggi Regina) e il Duca di Edimburgo incontrano Pio XII.
23 aprile 1959 – La Regina Madre e la Principessa Margaret incontrano Giovanni XXIII.
5 maggio 1961 – La Regina incontra Papa Giovanni XXIII.
17 ottobre 1980 – La Regina incontra Giovanni Paolo II.
29 agosto 1985 – Il principe Carlo e Diana, Principessa del Galles, incontrano Giovanni Paolo II.
9 dicembre 1985 – Il principe e la principessa Michael di Kent incontrano Giovanni Paolo II.
10 aprile 1990 – Il Duca di Edimburgo incontra Giovanni Paolo II.
3 novembre 1994 – La duchessa di Kent incontra Giovanni Paolo II.
17 ottobre 2000 – La Regina e il Duca di Edimburgo incontrano Giovanni Paolo II.
27 aprile 2009 – Il principe Carlo e la Duchessa di Cornovaglia incontrano Papa Benedetto XVI.

Ci sono ancora un paio di ostacoli, apparentemente insormontabili, sul cammino verso l’unità dei cristiani. Ma che cosa sono i secoli per Dio?

giovedì 3 dicembre 2015

“Restiamo laici, per favore...” (La Feltrinelli)

L’amico Alessandro Giorgiutti ha documentato le modalità in cui la Feltrinelli di piazza Duomo gestisce transizione da Ratzinger a Bergoglio. La prima foto è del 2011, la seconda del 2013 e la terza proprio di quest’anno:

“Anticlericalismo. Proposte”
(2011)
“Dentro la Chiesa, discutendo la Chiesa”
(2013)
“Restiamo laici, per favore...”
(2015)

San Bartolomeo a Milano





La straordinaria scultura del San Bartolomeo scorticato, opera dell’oscuro Marco d’Agrate (XVI sec.), offre sempre qualche spunto di meditazione a chi trova un istante per contemplarla.

Quando, per fare un esempio, sul Duomo viene schiaffata la pubblicità di un profumo col palestrato d’ordinanza, Bartolomeo è sempre lì a fare il controcanto, ad ammonire quelli che si sottopongono a supplizi agonistici con la speranza di assurgere all’empireo dei modelli ideali, sul triste destino da carne da cannone reclamistica che li attende.


Quando invece il famigerato Gunther von Hagens  inaugura una nuova mostra di “Body worlds”, con gli stessi toni con cui riviste come “Men’s Health” annuncerebbero l’apertura di una nuova palestra, ecco il San Bartolomeo a riportarci a un’estetica a misura d’uomo, paradossalmente in un periodo storico in cui alla ricerca della forma perfetta nella “vita vera” corrisponde una tendenza obbligatoria alla deformità nelle arti.

Probabilmente la contemplazione di quest’opera non produrrà i benefici promessi dal Von Hagens («Il 9% delle persone passate per Body Worlds ha smesso di fumare ed il 25% ha migliorato il suo stile di vita, iniziando o riprendendo a fare attività fisica», dichiara la curatrice), ma questo non importa, per i motivi che abbiamo accennato (vedi il palestrato di cui sopra).


Infine, a conferma della sua attualità (e di una certa preveggenza del d’Agrate), Bartolomeo irride ai ridicoli desideri di sviluppo legati a tutto ciò che è fatuo e superficiale (i vestiti, il cibo, le piante).

mercoledì 2 dicembre 2015

Ortoressia

L’ortoressia (dal greco orthos -corretto- e orexis -appetito-), definita come «una forma di attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche» (Wikipedia), è la malattia che i self-hating Italians diagnosticano a quei connazionali che vanno all’estero per “mangiare italiano”.

Del resto non è colpa degli “italioti” se oltre i confini nazionali la ristorazione sembra avere a che fare più con la produzione di concimi che non la gastronomia.
La prova più lampante è nel modo in cui gli altri popoli, incapaci di abbinare quella cosa che chiamano cibo con la giusta bevanda, affogano il tutto in litri di alcol. Una tendenza che nei popoli nordici è presente da secoli, a quanto scrive lo Slicher van Bath nella sua classica storia agraria dell’Europa occidentale: «In Svezia il consumo medio di birra nel XVI era quaranta volte superiore a quello attuale, perché il sale e le spezie per rendere il cibo commestibile e conservarlo erano usate in quantità enormi» (The agrarian history of Western Europe, AD 500–1850, Edward Arnold, Londra, 1966).
Più o meno i metodi di conservazione e preparazione delle vivande devono esser rimasti gli stessi, anche se oggi come alibi vale soprattutto il freddo (che in effetti non si può combattere in molti modi, questo è pacifico pure per i maomettani che vivono in Scandinavia).

All’estero, quindi, non sanno mangiare e di conseguenza non sanno bere. Lo conferma la testimonianza del musicista britannico Robert Wyatt (intervista a “Musiche”, primavera 1996): «Una delle cose che ha tentato di insegnarmi [mia moglie] è “come bere”, perché io, d’abitudine, bevevo come i nordeuropei (che lo fanno solo per ubriacarsi) e lei mi ha detto: “Guarda come bevono gli italiani: bevono durante i pasti e poi, per lo più, smettono”. Così, quando siamo venuti in Italia, ha avuto occasione di dimostrarmi come vivere bene restando civili. E dunque: grazie Italia […]».

Quanto è provinciale, al confronto, un Ceronetti che piagnucola perché «eccetto un certo tipo di lambrusco fermo, privo di solfiti, presente in pochi negozi di prodotti biologici, da undici gradi, un vino [italiano] realmente bevibile non lo conosco». (Il più crudele dei mesi, “Corriere”, 4 agosto 2013).
Se costui avesse assistito a certe scenate di compagni est-europei pronti ad accapigliarsi per una bottiglia di Freschello come fosse ambrosia, sarebbe rimasto sconvolto. Per non dire del saporaccio di quei vinelli sudamericani che polacchi o lituani pagano un occhio della testa: dov’è l’Italia con i suoi vini imbevibili? Si perde un mercato per l’eterno complesso di inferiorità. Per altro noi italiani conosciamo il trucco per far diventare buono un vino cattivo: lo si allunga con l’acqua, come ci viene insegnato fin da piccoli. A furia di annacquarlo pure quel barbera frizzante che toglie la voglia di vivere, diventa un cocktail sbarazzino adatto per tutte le occasioni.

È vero che la nozione di “gusto” è una costruzione storica e che ogni criterio obiettivo di classificazione si imbatte sempre nel de gustibus: ma proprio per questo bisogna riconoscere che l’ossessione italiana per la buona cucina dipende anche dalle modalità con cui si è configurato negli ultimi decenni lo sviluppo industriale nel nostro Paese. Senza troppi giri di parole: se le altre potenze commerciali hanno imposto all’Italia di diventare una nazione di cioccolatai e pizzaioli, gli italiani nel fare di necessità virtù hanno ancora acquisito una posizione di predominio a livello mondiale, appunto nell’ambito dell’industria alimentare. Non dovrebbe essere sconvolgente il fatto che alcuni italiani facciano del “mangiare bene” la loro bandiera: è una delle poche cose che ci hanno lasciato (e l’abbiamo trasformato in oro).

Poi, è ovvio, c’è chi preferirà sempre i pierogi ai riavoli, il fish and chips alla cotoletta e qualsiasi bevanda esotica a un Brunello: ma quello è solo il proverbiale Selbsthass italiota che conosciamo, che sfocia regolarmente nell’eteroressia (dai dizionari medici ottocenteschi: «appetito strano, depravato»).

martedì 1 dicembre 2015

Europa Nazione: carne e sangue, tirannia e terrore


Lo sciovinismo inconscio con cui si esaltano i cosiddetti europeisti è rappresentato in maniera quasi “scultorea” da un’intervista dello scrittore spagnolo Javier Cercas (Nella notte di Parigi è rinata l’Europa, “Corriere”, 29 novembre 2015) rilasciata a seguito degli attentati parigini di pochi giorni fa.
Da questo scambio di battute col noto Cazzullo, emerge tutta la pericolosità di questa forma estrema di nazionalismo, la cui caratteristica più sgradevole è quello appunto di non potere o volere riconoscersi come tale.

In primo luogo Cercas, col cinismo di cui forse (forse) non sarebbe capace nemmeno un grigio eurocrate, individua le “conseguenze positive” degli attentati:
«È nato l’embrione dell’Europa. Nessuno di noi ha pensato che fosse un attacco alla Francia; tutti abbiamo capito che era un attacco all’Europa.  […] Ci voleva ora quest’altra guerra [scil. terroristica] per realizzare che l’Europa unita è il nostro solo orizzonte. D’un tratto, quello che appariva freddo e tecnocratico è diventato carne e sangue. Divisi, i nostri vecchi Stati non contano nulla. Insieme, siamo la prima potenza mondiale».
Per fare l’Europa unita, ci vogliono quindi sempre carne y sangre, messe nel frullatore di uno revanscismo ora accettato con compiacenza perché esteso “idealmente” (si fa per dire) a un intero continente. Ricordandosi inoltre di essere uno scrittore, Cercas rincara la dose fornendo anche una base “letteraria” (ideologica, direi) al suo euro-nazionalismo: se il Vecchio Continente è superiore al Nuovo da qualsiasi prospettiva (questo è almeno ciò che egli deduce dal primato europeo in letteratura), un Super-Stato potrà finalmente godere di quella “ricchezza” (culturale?) «che l’America non potrà mai avere».

A dimostrazione che questo tipo di retorica politica serve davvero a far passare qualsiasi cosa, Cercas, dopo aver affermato che il terrorismo è uguale alla guerra (ma fuori dal paradigma europoide tale equazione sarebbe tacciata di allarmismo, razzismo e xenofobia), si lancia in un elogio della (altrui) tirannia:
«Purtroppo avevano ragione i tiranni, quando ci dicevano che l’alternativa alla loro tirannia era il fondamentalismo islamico. Al Qaeda era peggio di Saddam. L’Isis è peggio di Al Qaeda. Quello che verrà dopo potrebbe essere peggio dell’Isis».
Con lo “scudo europeista” (potenziato dalla tendencia izquierdista), lo scrittore può attaccare l’islam da ogni prospettiva: suggerire per esempio, di «chiudere le moschee dove si predica la jihad» o affermare che i turchi sostengono l’Isis («[I terroristi] hanno milioni di simpatizzanti, come si è visto allo stadio di Istanbul. Lei pensa che i turchi siano disposti a combattere l’Isis?»).

Ora, ognuno può dire quel che vuole, però se Cercas un attimo prima afferma che dobbiamo “studiare l’islam” per “sconfiggerlo” (fuor di metafora e melassa, perché ovviamente l’argomentazione per sembrare progressista chiama in causa Mandela: «Nei ventisette anni che passò nelle carceri dell’apartheid, Mandela capì che per sconfiggere l’avversario doveva studiarlo»), poi non può uscirsene con queste bufale islamofobe.

Il riferimento allo “stadio di Istanbul” riguarda infatti un episodio verificatosi a una settimana dagli attentati: i tifosi turchi hanno fischiato durante il minuto di silenzio prima dell’amichevole con la Grecia. L’autore spagnolo Cercas, seguendo l’interpretazione propagandata dalle gazzette, dimostra però di non aver studiato molto: se egli avesse fatto un minimo di ricerca (in fondo anche i turchi “vengono da Islam”), avrebbe compreso che i cori di disapprovazione non sono stati un inno all’Isis, ma una protesta contro la Francia (la quale, per una grossa fetta dell’opinione pubblica turca, “sostiene il PKK”). L’episodio è disdicevole, ma non è legittimo biasimarlo in base a una presunta superiorità da europeo civilizzato: se i nostri media possono continuare a dire che Ankara sostiene il terrorismo islamico, allo stesso modo i turchi possono legittimamente pensare che Parigi sostiene il terrorismo curdo. Pari e patta, insomma

L’ossessione principale di Cercas resta comunque l’Europa, che nell’intervista spunta da ogni dove («Questo è il momento di costruire l’Europa: una politica comune di difesa, una politica comune dell’immigrazione», afferma d’emblée mentre discute delle responsabilità occidentali nella diffusione dell’estremismo islamico). Non può mancare poi l’apoteosi dell’ormai patafisico “Più Europa”:
«Dobbiamo dissolvere i vecchi Stati in una federazione europea, non crearne di nuovi. Solo così il potere politico potrà resistere al potere economico, la democrazia potrà fronteggiare le corporation globali».
Ecco le basi della nuova Europa-Nazione, in cui tutto deve confluire: non solo letteratura, storia, geografia e materie varie, ma anche il terrorismo e la tirannia, la disoccupazione e la recessione, la censura e il conformismo. E ovviamente sempre gli ingredienti base (non dimentichiamolo mai): carne e sangue.

venerdì 27 novembre 2015

Erdoğan e Putin non faranno pace a “Pomeriggio Cinque”

Discutendo della crisi russo-turca, sul “Corriere” Berlusconi ricorda i suoi rapporti personali con i leader di entrambi i Paesi (l’amico Vladimir e l’amico Tayyip) e identifica l’apice di questa entente cordiale modellata su se stesso nell’ottobre del 2009 a Valdaj, quando l’allora presidente del consiglio italiano e quello russo in teleconferenza con Erdoğan sancirono l’accordo sul gasdotto South Stream (cfr. Berlusconi condivide la linea “prudente”, “Corriere”, 26 novembre 2015).
L’incontro si svolse secondo i format più efficaci delle reti commerciali: «Ciao Tayyip», «Va bene Tayyip», incalzava B., avanzando tra una battuta sul gas e una sul calcio la proposta di un summit in Italia («e garantisco che il menù vi piacerà!») per poi congedare l’amico turco con un «Ciao Tayyip, un abbraccio fortissimo!». 


Tutto sommato un successo, anche se di brevissima durata: il South Stream è stato annullato per le sanzioni europee, a Berlusconi è stato vietato per tre anni l’ingresso in Ucraina a causa della sua visita in Crimea (con la beffa di un processo per aver bevuto una bottiglia di sherry con Putin) e infine i rapporti tra Russia e Turchia sono degenerati nei modi che tutti sanno. È la solita Dämonie der Macht…
[Detto tra parentesi: stupisce che in un articolo dedicato alla politica estera dell’ex-premier non vengano citati Topolanek e il lettone di Putin. È un ulteriore sintomo del cambiamento di linea (voluto dal nuovo direttore Luciano Fontana?) da un anti-putinismo intransigente a un approccio più “disinvolto” del quotidiano di via Solferino, inaugurato dalla pubblicazione di una lettera dello stesso Berlusconi (9 maggio) contro l’assenza dei leader occidentali alle celebrazioni di Mosca per l’anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, e sancito dalla “storica” intervista in prima pagina al leader russo (6 giugno 2015)].
Il “segreto” della diplomazia berlusconiana, conosciuta anche come “Diplomazia del cucù” o “della patata” (rispolverata in altre modalità da John Kerry), è stato la capacità di modellarsi sulle volontà degli interlocutori, assumendo, a seconda dei casi, l’aspetto di un oligarca russo, un magnate americano, un imprenditore argentino, un investitore cinese, un azionista saudita, un industriale albanese etc., grazie a una serie di caratteristiche meno riconducibili alla storia personale di B. che non alla sua area politica di riferimento, le cui peculiarità sono state analizzate da Marcello Veneziani in Cultura di destra (Laterza, 2002): «Una destra selvatica […] che aderisce in modo istintivo all’apparato tecnologico-mercantile del presente come unico ancoraggio di concretezza: […] la tv e il conto in banca prendono il posto del pulpito e dell’orto e diventano le nuove colonne basilari della casa» (p. 16); una destra che si arrabatta agilmente «[tra le forme e le icone] dell’era della comunicazione visita e televisiva» (p. 112).
I piccoli successi di questo approccio (non del tutto estemporaneo, come dimostra la diversa risoluzione del conflitto georgiano rispetto a quello ucraino) nascono quindi da una miscela del potenziale a-politico (o anti-politico) di Berlusconi (riconosciuto come di per sé stesso ideologico, tanto da spingere intellettuali come Mario Perniola o Valerio Magrelli ad attribuire al personaggio la realizzazione di tutte le aspirazioni sessantottesche, dal programma erotico-politico di Wilhelm Reich alla descolarizzazione della società di Ivan Illich) con una enorme capacità finanziaria, la quale ha permesso al suo detentore di esercitare quella spregiudicatezza del “mercante” che secondo Eibl-Eibesfeldt rappresenta un elemento positivo nelle relazioni tra gruppi: «Lo scambio di doni […] esprime volontà di pace e si è osservato spesso che in origine il commercio era propriamente una relazione di scambio di questo genere a vantaggio del legame; […] ancora oggi [alcune popolazioni] esercitano il commercio senza che esso sia loro necessario» (Etologia della guerra, Bollati, 1998, p. 265).

Ora che la situazione si è fatta più seria, il pericolo è che il berlusconismo “internazionale” si sviluppi in senso opposto rispetto alle aspirazioni neutralistiche e si radicalizzi nel tentativo di darsi un senso finalmente politico. Tale deriva è sintetizzata da alcune dichiarazioni eclatanti degli ultimi tempi, come quella riportata da Alain Friedman nel suo libro-intervista: «Il popolo della Crimea parla russo e ha votato con un referendum per riunirsi alla Madre Russia».
L’irritazione di esser considerato ancora un «marchand de soupes italien» (come lo definì spezzatamente Chirac) unita al desiderio di ottenere una improbabile riabilitazione politica («Gli altri […] dicono quello che dicevo io, senza riconoscermelo», per citare ancora l’articolo del “Corriere”), costringerà Berlusconi a rinunciare al proprio talento proteiforme e perdere la sua migliore qualità, quella appunto di essere un uomo senza qualità? Sarebbe questo un ulteriore sintomo del fallimento del percorso di de-ideologizzazione che l’umanità si era illusa di poter seguire coerentemente. Si potrebbe fare un parallelo (irriverente ma opportuno) con la carrierea politica dell’oligarca ucraino Poroshenko, il “re del cioccolato”, che ha baratto un business fiorentissimo (basato sulle esportazioni verso la Russia) in cambio di un parlamento assediato dagli estremisti, una schiera di alleati rapidamente dileguatisi e una “cura da cavallo” europeista che condannerà il suo Paese a decenni di recessione. Indubbiamente nella borghesia ucraina non ha fatto in tempo a sedimentarsi quel sentimento di ostilità verso la politica («Una cosa inventata dai perdigiorno, cioè dagli avvocati, dai politici, dai “terroni”», come scriveva Saverio Vertone nel 1995) che ha caratterizzato invece gli imprenditori lombardi sin dai tempi di Renzo Tramaglino.

Con queste premesse, sarà difficile persuadere Erdoğan e Putin a riappacificarsi in qualche trasmissione pomeridiana di Mediaset. Al di là delle amicizie personali di Berlusconi, è tuttavia l’attuale crisi russo-turca a presentarsi più intricata del previsto.
Per capirne di più, ritorniamo allo storico incontro del 2009: proprio in quei giorni Erdoğan dava vita con Azerbaigian, Kazakistan e Kirghizistan al Türk Keneşi, il “Consiglio” dei popoli legati ad Ankara da storia, lingua e cultura. Poco tempo dopo (2011), la Russia creava l’Unione Economica Eurasiatica assieme a Bielorussia e Kazakistan, Armenia (2014) e Kirghizistan (2015). Tali alleanze rispecchiano fedelmente la lotta delle due potenze per ritagliarsi la propria area di influenza nella regione, l’una premendo sulle nostalgie ottomane e anche sul sentimento di rivalsa delle popolazioni arabe (Erdoğan ha più volte dichiarato la volontà di far saltare i confini del Sykes-Picot con tutti i mezzi consentiti dal diritto internazionale), l’altra presentandosi come benevolo gigante economico che però all’occorrenza può vantare una capacità militare da superpotenza.
Oggi il rafforzamento della posizione di Ankara all’interno della NATO è un dato di fatto: l’Alleanza ha preso atto che l’esercito turco costituisce ormai il suo nerbo militare e, a differenza di quanto accadde nella prima guerra del Golfo (quando Stati Uniti e Germania si rifiutarono di garantire alla Turchia la stessa protezione riservata agli altri alleati in caso di attacco iracheno), questa volta il Patto ha assicurato piena collaborazione sul confine medio-orientale. In questo gentlemen’s agreement rientra naturalmente la difesa delle popolazioni turcomanne siriane bombardate dai russi: è il caso di domandarsi i motivi per i quali Putin abbia voluto “tirare la corda” fino a questo punto, proprio lui che nell’intervista al “Corriere” ricordata più sopra aveva dichiarato che «solo una persona non sana di mente o in sogno può immaginare che la Russia possa un giorno attaccare la Nato». Irritare i turchi è l’ultima cosa che ci si aspetterebbe da colui che si è presentato come il “Presidente della stabilità”, quello che dopo la disfatta di South Stream andò immediatamente a trattare con Erdoğan per progettare un nuovo gasdotto.
Nasce il sospetto che Putin si stia facendo galvanizzare dall’immagine che sostenitori e detrattori gli hanno affibbiato, e che la guerra contro l’Isis ne stia accentuando la hybris politica, con la complicità dei media internazionali che, ingigantendo le capacità di un esercito che non sa usare le armi che ha rubato, ha preparato le basi per l’ennesima ultima guerra finale dell’umanità di schmittiana memoria: finalmente si sono resi disponibili nuovi “criminali internazionali” su cui testare le armi di ultima generazione.

Proprio su questo punto è necessario spendere qualche parola in più: nelle società occidentali, in conseguenza all’abolizione dell’obbligo di leva, sta risorgendo una sorta di “bellicismo romantico” che consente ai figli di idealizzare ciò che i padri avevano imparato a odiare. Come ha rilevato l’analista americano Andrew Bacevich (È la guerra permanente dell'America, “Repubblica”, 13 settembre 2014) «la distanza fra i militari e il popolo americano va approfondendosi. Contribuisce a sostenere politiche militari sconsiderate, infatti troppe poche persone sono coinvolte nei rischi. Obama […] promette una guerra pulita, a buon mercato, senza complicazioni. Quale sarà poi la realtà, resta da vedere».
Anche in Italia l’abolizione della naja ha fatto sì che il concetto di “guerra” riconquistasse il prestigio perduto e che gli scalmanati che un tempo affollavano le manifestazioni pacifiste (guarda caso scomparse proprio a partire dal 2005) si convertissero a un fantomatico “appellismo” capace di identificare con precisione assoluta i buoni e i cattivi di turno, invitando rispettivamente ad aiutare i primi e bombardare i secondi (magari senza confondersi troppo).
La comparsa all’orizzonte un nuovo unmenschlichen Scheusal (il “mostro disumano” di cui parla sempre Carl Schmitt) trova così terreno fertile nell’opinione pubblica: ecco i nuovi “nazisti” da sacrificare alla Societas Populorum prossima ventura (che purtroppo non sarà mai l’ultima).
Un altro importante fattore di destabilizzazione del sensus communis è stato l’avvento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, che ha costretto tanti americanofili “de’ noantri” a identificare Vladimir Putin come l’erede spirituale della loro idea di “America”, quella, per intenderci, dei supereroi dei fumetti e degli action movie hollywoodiani. Gli pseudo-russofili che oggi idolatrano il “Presidente” ignorano che il consenso di cui Putin gode in patria nasce perlopiù da aspirazioni opposte alle loro: il suo elettorato non chiede il ripristino dei confini dell’impero zarista (o bizantino), ma pace, sicurezza e prosperità. Alla Duma i fanatici del panslavismo o dell’eurasismo sono tutti all’opposizione, e se si trovano ad appoggiare alcune iniziative putiniane è solo per opportunismo (con la speranza malcelata di creare il caos per impadronirsi del potere). Con il voto a Putin la maggior parte dei russi spera di tenere questi individui il più lontano possibile dal potere.
Uscendo dal mondo delle fiabe e dei fumetti, si può quindi comprendere quanto l’appello a una fittizia “coalizione universale” contro l’Isis sia sostanzialmente inutile a risolvere le numerosi crisi mediorientali: piuttosto che lasciarsi trascinare dalla foga di una “crociata senza scopo”, sarebbe meglio chiarire sin da subito i diversi interessi nell’area e provare a equilibrarli senza utilizzare i soliti capri espiatori.
Alla Russia in fondo non conviene stuzzicare ulteriormente uno dei pochi Paesi della NATO che non nutre complessi di inferiorità nei confronti dei suoi alleati. Per Putin la Turchia è l’ultimo ponte disponibile per tentare un nuovo ancoraggio all’Europa, prima della deriva “asiatica” che comporterebbe anche la fine della sua leadership: gli interlocutori occidentali si sono dimostrati volubili (Germania), umorali (Francia) o inaffidabili (Italia). La gazzarra sulle sanzioni (in realtà l’ennesima occasione per i Paesi europei di danneggiarsi a vicenda) ha portato Mosca a intensificare l’interscambio commerciale con Ankara, nonostante i dissidi all’apparenza insormontabili sulla Siria. Sarebbe insensato condannarsi al suicidio economico o politico per ragioni di puntiglio (in guerra esiste anche il fuoco amico); per Putin sarebbe inoltre una buona occasione per dimostrare di esser fatto di un’altra pasta rispetto ai leader occidentali.
La guerra non conviene ovviamente nemmeno alla Turchia, che ha dimostrato di avere i nervi più saldi di quanto i suoi critici pensano, dal momento che di casus belli in questi anni ce ne sono stati tanti, tra i quali il più importante l’assalto della Mavi Marmara da parte delle forze speciali israeliane (potremmo pure citare la necessità di garantire la sicurezza dei tatari di Crimea dopo l’annessione russa, la protezione dei turkmeni siriani dai bombardamenti o il sostegno indiretto di Israele ai curdi). Anche una piccola “guerra fredda”, di tipo diplomatico o economico, sarebbe comunque disdicevole, dato che Ankara ha la necessità di partecipare al tavolo delle trattative sul futuro della Siria, per una marea di motivi, in particolare: evitare che il nascente Kurdistan si trasformi in un nuovo Israele, permettere ai profughi di ritornare al loro Paese e garantire alle minoranze etniche legate al passato ottomano una qualche autonomia politica o regionale.