sabato 18 novembre 2017

Il Reis è nudo? (Vi piacerebbe....)


Alcuni lettori mi hanno chiesto un parere sull’ultimo libro di Marta Ottaviani, Il Reis (Textus, L’Aquila, 2016), ma francamente avrei preferito evitare, perché è stata una delle letture più irritanti in cui mi sia imbattuto in questo periodo. Non saprei nemmeno da dove cominciare con questa interminabile filippica contro il povero Tayyip, la quale non lascia un solo istante di respiro al lettore: alla fine si è costretti a concludere che costui sia davvero il demonio, şeytan, in persona!

Giusto per farsi un’idea: dopo aver confessato che «nell’ultimo decennio non c’è stato un solo giorno in cui non abbia pensato a Erdoğan» (e ciò spiega quasi tutto…), l’inviata de “La Stampa” esordisce affermando che il golpe del 1960 conferì alla Turchia un «maggior respiro democratico» (p. 37), mentre quello del 1980 riportò «l’ordine nelle strade», perché i militari se la presero «molto onestamente (sic) molto più con i movimenti di sinistra che con la destra ultranazionalista» (p. 45). Apperò! Già qui la voglia di chiudere di colpo il volume era fortissima, ma poi purtroppo ho voluto continuare, sorbendomi oltre trecento pagine di un “processo alle intenzioni” su qualsiasi cosa Erdoğan abbia fatto in vita sua.
Per dire: il delinquente porta finalmente un po’ di libertà religiosa in Turchia? «Tutta questa tolleranza […] è un metodo per sdoganare uno stile di vita sempre più devoto» (p. 149).
Questo vigliacco si oppone a Sua Eccellenza il Generale al-Sisi, un altro che evidentemente deve aver “riportato l’ordine nelle strade” del Cairo? Ah beh, allora «ha perso un’occasione preziosa per fungere da mediatore tra le due anime del Paese» (p. 204).
Questa bestia umana difende i palestinesi dopo che il mondo intero se li è dimenticati? «Erdoğan vuole ergersi ad alfiere della causa palestinese in modo preoccupante […] se si richiamano alla mente le posizioni antisemite del suo padre politico [Necmettin Erbakan]» (p. 209).

Si può giungere a un tale grado di demonizzazione e pretendere di essere considerati seri? Mi sorge il dubbio che a molti giornalisti italiani il leader turco ricordi qualche amico che li ha picchiati da piccoli. Il caso della Ottaviani è peraltro è uno dei più rappresentativi, in quanto la signora è una fedelissima del “generatore automatico di bufale” col quale i corrispondenti italiani ci propinano da anni il solito pezzo turcofobo (e islamofobo).
Non voglio nemmeno riportare quanto l’Autrice scrive sulla “voluta provocazione” della Mavi Marvara («un risultato a cui [Davutoğlu] lavorava da tempo»), perché mi vergognerei solo a ripetere le sue parole; vi risparmio pure le pagine dedicate al golpe dell’anno scorso, dal momento che si può facilmente intuire quali conclusioni sia stata capace di trarne…

Certo, questo “complottismo a fasi alterne” è talmente curioso da obbligarmi a spendere qualche parola al riguardo: se da una parte infatti la Ottaviani non si risparmia alcun tipo di insinuazione nei confronti del “Sultano” (dalla carneficina della Mavi Marmara ai brogli elettorali fino al colpo di stato), dall’altra invece costei, quando l’argomento non è utile a dare addosso alla sua bestia nera, riscopre un candore da educanda: la rivolta di Gezi Parkı, per esempio, la riporta ai giorni gloriosi delle “autogestioni e occupazioni” liceali (p. 236); la nostalgia è così potente da impedirle di provare alcun sospetto nei confronti dell’incredibile tempistica delle proteste, che al contrario la lasciano completamente abbacinata (giunge persino a definirle un “capolavoro di organizzazione”, senza appunto mai domandarsi come dei “liceali” siano riusciti a mettere in piedi una contestazione del genere). 
È proprio un peccato che la Ottaviani, affrontando tale vicenda, esaurisca tutta la sua “carica dietrologica”, perché anche il più “moderato” dei complottisti avrebbe trovato numerosi spunti di riflessione (specialmente col fatidico “senno di poi”): non solo perché Gezi Parkı assomigliava molto a qualcosa a metà strada tra una “rivoluzione colorata” e una “primavera araba”, ma anche perché, poco dopo che Erdoğan l’aveva repressa con metodi discutibili quanto si vuole, ma di certo più “umani” (anche in senso fantozziano) di quelli dei vari Assad e al-Sisi (dopo ci torneremo), ecco che la magistratura ha tentato di farlo fuori con altri mezzi imbastendo una sorta di Tangentopoli alla turca. Voglio dire: gli elementi per ricamarci su una bella “teoria della cospirazione” ci sono tutti (non dimentichiamo, en passant, che proprio nel maggio del 2013 la Turchia si era appena liberata del debito con l’Fmi), eppure…

Sul doppio standard della giornalista potremmo aggiungere ancora molto, perché per esempio la Ottaviani snobba completamente la questione del cosiddetto “Stato profondo”, etichettandola come “caccia alle streghe” e “spauracchio”, quando invece nemmeno il più agguerrito debunker si permetterebbe di liquidare con tale superficialità gli stessi temi se calati nel contesto italiano (oppure la “strategia della tensione” o il “piduismo” sono solo paranoie?).
Ma lasciamo andare, e veniamo al punto: il problema non è tanto la Ottaviani in sé, che comunque tende troppo a ridurre gli eventi internazionali alla propria esperienza personale, talvolta giungendo agli estremi di quel “fallacismo” che ha influenzato in maniera deleteria la prosa femminile contemporanea sull’islam. A dir la verità non capisco nemmeno con chi voglia polemizzare, quando afferma che «sugli italiani che parlano per interesse personale, o che per motivi sentimentali sono diventati più turchi dei turchi, preferisco stendere un velo pietoso» (p. 345). No, parliamone, perché sinceramente non so davvero a chi si riferisca: così su due piedi non mi viene in mente un solo giornalista della grande stampa che abbia mai speso un secondo per smentire le fake news su Erdoğan che finanzia l’Isis, si fa l’autogolpe, promuove la pedofilia e fa censurare Mozart. Per farlo ci sono voluti degli “sbufalatori” amatoriali, indice che non sarebbe stato poi così difficile controllare le fonti prima di sparare a zero: di che stiamo discutendo, quindi?
La verità è che anni e anni di propaganda hanno suscitato nell’opinione pubblica micidiali sentimenti anti-turchi, i quali si sono poi innestati sugli antichi pregiudizi (ricordiamo che nell’idioma gentile “turco” è sinonimo di profano, miscredente, infedele, sacrilego, empio…). Dunque un libro del genere era probabilmente l’ultima cosa di cui c’era bisogno in un mainstream già estremamente surriscaldato da fanatismi e fobie.

Volendo tuttavia, come dicono i turchi, “tendere un ramoscello d’ulivo” (lo dicono sul serio: zeytin dalı uzatmak), potrei riconoscere alla Ottaviani un certo anticonformismo nel confutare le leggende sugli “eroi curdi”, nonché i luoghi comuni sul cosiddetto “neo-ottomanesimo” (etichetta creata ad arte da qualche “agenzia culturale”). Un altro dato positivo è che la Nostra perlomeno conosce il turco: certo, le fonti in lingua originale utilizzate sono solo articoli di giornale, ma è sempre meglio del nulla degli altri “inviati speciali” (che non hanno nemmeno fatto lo sforzo di imparare a pronunciare evet e hayır per l’ultimo referendum).
Oltre questo, però, non resta granché da salvare, perché non è un buon servizio alla verità il presupporre incessantemente la malafede di Erdoğan, in un colossale e snervante post hoc. D’altronde è la stessa Ottaviani ad ammettere che il volume scaturisce anche dai “dispiaceri personali” e dalle “speranze infrante”: tra le righe si percepisce il disagio di dover parlare ancora di un Paese di cui si è disamorata, un sentimento per il quale non posso che avere il massimo rispetto (lo dico senza alcuna ironia, perché come dice il Poeta Sevileni sevmeye zorlayan sevda…), ma che forse andrebbe “sfogato” con altri mezzi.

A questo punto, mi trovo costretto ad allargare la prospettiva all’intero panorama del giornalismo italiano e discutere da ultimo della tendenza sempre più marcata ad attaccare la Turchia con qualsiasi pretesto. Negli ultimi anni un’intera schiera di “esperti in Medio Oriente”, tra i quali, oltre all’Ottaviani, vanno annoverati pezzi da novanta come Alberto Negri e Fulvio Scaglione, si è adoperata per creare una monolitica “narrativa” anti-turca fungendo da “cinghia di trasmissione” tra la grande stampa e la “controinformazione” (dal “Sole 24 Ore” a “Contropiano” e da “Famiglia Cristiana” all’“Antidiplomatico”). In pratica, come osservato sopra, non esiste alcun “controcanto” quando si giunge a parlare di turchi. Per giunta ciò che è deleterio in tale atteggiamento non è tanto la diabolisation, che seppur espressa in modo tendenzioso, sarebbe comunque comprensibile: no, ciò che davvero è inaccettabile è la combinazione dell’avversione totale a Erdoğan con l’amore incondizionato verso Putin, Assad e al-Sisi (o chi per essi). Per parafrasare un detto di Karl Kraus («Ciò che nello sciovinismo non è simpatico non è tanto l’avversione per le altre nazioni quanto l’amore per la propria») quello che appunto nella turcofobia è disdicevole non è tanto l’avversione per il loro tiranno, quanto l’amore per quegli degli altri.


Devo ammettere che non sarei giunto a polemizzare fino a tal punto, se non avessi constatato anche nell’Ottaviani tale insopportabile vezzo. Evocando il famigerato topos della “Turchia che sostiene l’Isis”, l’Autrice di fatto afferma che «i legami con l’Isis sono stati denunciati anche da Vladimir Putin» (p. 276): dovremmo quindi dedurre che la parola di un ex funzionario del KGB è una garanzia assoluta di Verità (Pravda)? E discutendo delle “Primavere arabe”, l’Ottaviani si permette di accusare il Turco di aver reagito “troppo duramente” (p. 204) nei confronti del golpe militare di al-Sisi: forse avrebbe per caso dovuto leccargli gli stivali come ha fatto il nostro ex Presidente del Consiglio?
Venendo ad Assad, l’altro villain da poco beatificato, la giornalista stranamente non riesce proprio a indignarsi nei suoi confronti: «Non si intende difendere un regime liberticida come quello di Damasco, ma…» (p. 205). Si può intuire cosa scaturisca da quel “ma”, quindi lasciamo perdere: ci limitiamo a osservare che in tutto il libro non un “ma” è stato fatto valere nei confronti del “Sultano” (e questo è precisamente il motivo per cui tale impostazione è intollerabile).
Ciliegina sulla torta, l’Ottaviani infine giunge ad affermare che «la Casa Bianca […] ha lasciato l’alleato turco un po’ troppo a briglia sciolta» (p. 206). Per capirci: chiunque, in Medio Oriente, può fare letteralmente quel cazzo che gli pare, ma gli unici a finire sul banco degli accusati sono sempre i turchi. È come se nelle redazioni dei principali quotidiani italiani fossero appese ai muri delle cartine con una Turchia circondata da 195 Svizzere. Quanti imbarazzanti distinguo e inutili giri di parole, però, quando si parla degli avversari regionali di Ankara: lo sterminio degli oppositori diventa “golpe democratico” in Egitto e “difesa della laicità” in Siria.

Indipendentemente da come uno la possa pensare, ci rendiamo conto del livello di doppiopesismo a cui siamo giunti? Allora sì che diventa facilissimo affermare che “la Turchia sostiene l’Isis”, se mettiamo l’etichetta di “terrorista” a chiunque si sia mai opposto ad Assad – tranne nel caso in cui questi “terroristi” siano curdi, perché  se combattono anche il tiranno turco allora diventano “combattenti per la libertà” – ma se poi la Turchia fa passare i peshmerga affinché combattano l’Isis a Kobane, come lo risolviamo il paradosso [*]?

Quest’ultima provocazione vuol dimostrare il livello di contorcimento mentale a cui siamo giunti: non sarebbe il caso allora di accordarsi su una sorta di “amnistia intellettuale” e interrompere la logorante “guerra informativa”, evitando che i miti e le leggende nere da essa generati si consolidino in un’ideologia nefasta sia per l’intelligenza collettiva degli italiani che per i loro interessi internazionali?