lunedì 24 aprile 2017

I dossier russi su Macron


Il primo turno delle presidenziali francesi è andato come doveva andare. Per mesi Macron è stato dato sempre in cima ai sondaggi, dunque è probabile che gli elettori si siano soprattutto lasciati influenzare dai media. Tuttavia, a esser sinceri, è ancora poco chiara l’identità dell’agglomerato sociale che ha optato per il “mago della finanza”: lasciando da parte quelli che si sono affidati a lui come “baluardo antifascista” (ma persino gli ebrei, che per certi versi se ne intendono, lo considerano un “falso messia”), dovremmo forse identificare il suo elettore-tipo come appartenente a quel blocco MAZ (classes Moyennes, personnes Âgées, catholiques Zombies) delineato da Todd ai tempi delle sfilate pro-Charlie?

Più sorprendente, invece, il risultato di Jean-Luc Mélenchon, il quale ha sfondato solamente nelle ultime settimane grazie a un marcato appoggio da parte dei media. Un sostegno, in verità, piuttosto enigmatico: questo anonimo ultrasessantenne, la cui unica specialità è fondamentalmente quella di fare i comizi elettorali attraverso un ologramma, è diventato una bandiera per tutti quei socialisti delusi che hanno voluto snobbare il candidato ufficiale (seppur “di rottura”) Benoît Hamon (nonostante avesse pure scelto Piketty come consigliere economico).

Adesso pare che il buon Mélenchon, di fronte agli altri “repubblicani” corsi in soccorso del vincitore, non abbia dato indicazioni di voto: forse sta solo facendo un po’ di difficile, anche se in effetti la sua scelta non è così scontata. Un eco della diatriba è giunto persino in Italia, quando il sindacalista Giorgio Cremaschi è stato attaccato su Twitter dal responsabile economico della Lega Claudio Borghi per aver auspicato l’astensione sia contro il candidato “indipendente” che contro la Le Pen. (Ovviamente io mi schiero Cremaschi perché è un mio follower su Twitter, ma penso che tale scontro interessi poco; il fatto è che mi sarebbe piaciuto diventare un notista politico di razza, purtroppo un attimo dopo che con la scomparsa della DC la professione perdesse tutta la sua autorevolezza).

Ora, la previsione più ovvia è che come al solito si runisca quel “fonte repubblicano” appena evocato a scongiurare la minaccia lepenista. Rispetto alle elezioni passate, c’è però una piccola differenza, forse insignificante: il Front National non è stato utilizzato dagli elettori come “spauracchio” per ottenere qualcosa dai rispettivi schieramenti, ma è stato portato direttamente come unica alternativa credibile al “sistema”.
Senza ipotizzare chissà quale complotto, possiamo pensare che lo “spirito dei tempi”, o qualche altra alchimia hegeliana, abbia costretto i partiti tradizionali a suicidarsi e a lasciare tutto lo spazio politico all’ineffabile Macron. È una dinamica di certo non stupefacente, anche se questa volta, come detto, la situazione è leggermente differente, e il fattore decisivo potrebbe essere rappresentato proprio dall’astensione. Da questo punto di vista, la posizione di Cremaschi (e Mélenchon?) non sembra sbagliata: invece di proporre il mischione “rosso-bruno” che porterebbe più voti a Macron che a Le Pen, meglio fare gli attendisti (o fingere di).

Per concludere, dovremmo dire qualcosa su Macron, ma a parte quello che scrive Wikipedia sul “candidato indipendente”, pare non vi sia molto da aggiungere. È anche vero che i francesi hanno una grande tradizione di “banchieri di governo” (a partire dai Laborde, dai Necker e dai Laffitte): non vorremmo tuttavia che lo scontro diretto e immediato Rothschild–Le Pen riportasse in auge altre cose disdicevoli tipo Dreyfus vs Maurras.

Negli ultimi mesi peraltro si era parlato moltissimo dell’onnipotenza dei servizi segreti russi e della capacità di Putin di far vincere i propri “manciuriani” con una dosata alternanza di attentati e dossier.
L’attentato parigino è arrivato (tutti i giornali hanno detto che ha avvantaggiato il Front National, quindi è opera dei russi); ma le scottanti rivelazioni sulle abitudini sessuali di Macron ancora latitano.

Si dice che la moglie, venticinque anni più “grande” (non si può dire “anziana”!), sia soltanto una copertura alle irrefrenabili propensioni pederastiche del giovane marito. Perfino Assange aveva annunciato “informazioni interessanti” sui numerosi partner di sesso maschile dell’astro nascente della politica transalpina, ma finora ci siamo fermati al di sotto del gossip.

Non voglio partecipare anch’io alla gara di sospetti e di accuse maschiliste, però non posso nascondere i dubbi sulla differenza anagrafica dei coniugi: è possibile che il buon Macron, all’apparenza così posato e lungimirante, non abbia tuttavia calcolato i saggi consigli di una delle opere più profonde che essere umano abbia mai concepito, Les Quinze Joies de mariage [“Le quindici gioie del matrimonio”]?
Si tratta di un testo satirico risalente al XV secolo, attribuito tra gli altri al vescovo di Avignone Gilles de Bellemère (1342-1407), contenente consigli e avvertimenti a coloro in quali sono in procinto di accasarsi. Per dare un’idea, qualche estratto dalle “gioie” più incisive: nella prima, la moglie vuole un bel vestito e il marito finisce in prigione per procurarglielo; nella seconda, la moglie si fa accompagnare a tutti i pellegrinaggi da un finto cugino; nella quarta, il marito si abitua presto alla frusta come un vecchio asino (Il est aussy adure comme asne a laguillon) e la moglie per fargli dispetto picchia il figlio a cui è più affezionato; nella settima, si afferma che tutte le donne credono che il loro marito sia il peggior amante, quando invece ogni uomo è convinto che la propria moglie sia la miglior donna; nell’ottava, che le donne diventano più religiose quando devono compiere un peccato, per provarci più gusto; nella nona, che in qualsiasi matrimonio prima o poi «la moglie si rivela bisbetica e maligna, come tutte le donne» (la femme sera malle et diverse comme beaucop) ecc.
Non mancano anche casi interessanti e apologhi vari, come quello della damigella che resta incinta di un prete e viene spinta dalla madre a corteggiare uno scudiero (XI), oppure quella di un marito che entra in contrasto con un potente appunto a causa della consorte (XIII).
Venendo al punto che ci interessa, nella gioia XIV l’icastico moralista medievale riserva una stoccata ai gerontofili antichi e moderni: «Accompagnarsi a una vecchia nuoce alla salute del giovane e ne abbrevia la vita» (Et sachez que continuacion d’une vielle femme abrege la vie d’un jeunne homme).

Può sembrare un tema di nessuna importanza, invece non andrebbe sottovalutato, se consideriamo soltanto che in queste elezioni ancora il buon Mélenchon si è presentato ai suoi sostenitori per l’appunto nelle vesti di “celibe”, assicurando a chi lo avrebbe votato che nessuna Première dame avrebbe pesato sull’erario nazionale. Gli va riconosciuta almeno la sagesse: che sia proprio lui, in questo, il vero vincitore?

domenica 23 aprile 2017

Сволочи (Russia, 2006)


Сволочи [“Svoloci”], Le canaglie, è un film russo del 2006 di tipica ambientazione sovietica (guerra, prigione e taiga) che racconta le vicende di un gruppo di giovanissimi criminali addestrati per missioni di sabotaggio contro i tedeschi durante la Grande Guerra Patriottica.

Gli impuberi delinquenti, che nel corso della loro breve “carriera” si sono resi colpevoli di ogni tipo di delitto, si riveleranno infine solo dei patsany, dei ragazzi, ancora in grado di commuoversi per una mela spartita a metà o per una canzone imparata in un bordello, e agiranno da eroi per pura esuberanza e incoscienza.

La pellicola ha suscitato accese polemiche in patria, non tanto per la qualità estetica (anche se la recitazione lascia molto a desiderare e gli “effetti speciali” sono al limite dell’accettabile), quanto per i contenuti: presentata come una storia basata su vicende realmente accadute, non ha retto l’assalto dei critici una volta emersa la scarsità di testimonianze in grado di avvalorarne la veridicità.
Il gesto di protesta più clamoroso è stato quello del regista Vladimir Menshov, che agli MTV Awards russi si è rifiutato di premiare un film che a suo dire “disonorava il Paese”, gettando a terra la cartolina e invitando Pamela Anderson a leggerla.

La visione resta comunque consigliata, per il semplice motivo che tutto fa brodo per chi vuole imparare il russo (non eravate qui per questo): si tratta di un’opera di facile comprensione anche per chi è a livello B1 del CEFR, nonostante non manchino idiotismo ed espressioni gergali (ad ogni modo la parola più usata è sempre пацаны).

Una sequenza notevole, a mio parere, è quella in cui le piccole canaglie paracadutate sulla base tedesca vengono crivellate dalla mitragliatrice: gli efebi che scendono dolcemente a terra come fanciulli addormentati ricordano qualcosa a metà tra un quadro di Lobanov e un romanzo di Mishima (quelli in cui anche gli angeli possono morire).


Alla scena ne segue una altrettanto surreale: la commozione dei nazisti per aver uccisi dei bimbi. Probabilmente è quella che ha più fatto infuriare gli storici, dal momento che i tedeschi furono tra i più grandi reclutatori di ragazzini durante la Seconda guerra mondiale.


Se fossi russo, il mio voto probabilmente non raggiungerebbe la sufficienza, ma come italiano invece non posso che dare un parere positivo, proprio per la piattezza della trama e l’elementarità dei dialoghi che lo rendono particolarmente adatto a un pubblico straniero.