martedì 26 settembre 2017

Namibia, Nairobi, quella roba lì…

(Africa Tedesca del Sud-Ovest)
Una breve precisazione (che poi cancellerò) riguardo al mio commento alle elezioni tedesche: a causa di un imbarazzante lapsus calami invece di scrivere “Namibia” ho scritto “Nairobi”. Alcuni di voi mi hanno gentilmente corretto, purtroppo dimostrando di non aver capito la sostanza del discorso, che invece non cambia di una virgola: Erdoğan stava parlando proprio dell’ex colonia guglielmina e ovviamente non del Kenya (altrimenti come avrebbe fatto ad accusare i tedeschi di genocido?).

Devo ammettere che non è la prima volta che mi capita di incappare in questi strafalcioni, specialmente quando si parla di Africa: nonostante mi consideri un grande appassionato di geografia e lingue, non appena si scende sotto la linea gotica per me diventa tutto un confuso e gigantesco HIC SUNT LEONES.

Continuo a ricordarmi la necessità di prestare più attenzione a un continente che i nostri media si ostinano a dipingere come un’enorme non-luogo atto solo a ospitare genocidi, guerre e carestie. D’altronde non solo il solo a considerare le terre emerse altrui come res nullius (vedi la recente gaffe del magnate filippino Thohir).

In ogni caso sono davvero pentito e contrito per il mio imperdonabile errore; l’umiliazione è stata così cocente che ho preferito cancellare i vostri messaggi di fraterna correzione e fingere che non sia accaduto nulla.

lunedì 25 settembre 2017

Ovunque andiamo noi l’è pien de negher


Da quando Donald Trump ha promulgato l’editto France is no longer France («Un mio amico m’ha detto: “Io in Francia non ci andrei, perché la Francia non è più la Francia”»), si stanno moltiplicando su YouTube video di turisti indignati dal modo in cui vengono accolti nel regno di Edom, Eurabia, il “Continente Nero”, la terre gaste dove gli euro-marocchini rapiscono le figlie degli attori.

Per esempio, questo fotografo inglese, che ha avuto la sfortuna di capitare a Parigi proprio durante la strage di Charlie Hebdo, ricorda sconvolto quando esattamente il giorno dopo l’attentato, in una città militarizzata, venne accerchiato da un gruppo di giovani africani che lo costrinsero a pagare 20 euro per un braccialetto (è un vecchio trucco molto praticato nelle maggiori città italiane)

Quest’altro irlandese, che confronta Francia, Danimarca e Polonia, si dice scioccato dalle scene a cui ha dovuto assistere nella Ville Lumière: arabi che pisciano in mezzo alla strada, gendarmi ovunque armati fino ai denti, africani che bivaccano nelle stazioni e continuano a fissarti…

Devo ammettere che tale indignazione, seppur esagerata e artefatta, non è del tutto ingiustificata. Il discorso è lungo e delicato, ma provo a prenderlo alla lontana: i Paesi che campano esclusivamente di turismo (quindi non l’Italia, a scanso di equivoci), oltre a essere in genere etnicamente e culturalmente omogenei, tendono verso politiche di “tolleranza zero” che spesso comportano numerose violazioni dei diritti umani (pensiamo alle Maldive, a Singapore o alla Thailandia).
Con ciò non voglio dire nulla, ma solo sottolineare il fatto che la conversione di un’intera nazione in un “villaggio turistico mondiale” non implica naturaliter che essa diventi più aperta, libera e progressista, né che ispiri tali sentimenti a chi la visita (“il razzismo si cura viaggiando”): anzi, spesso è vero il contrario, come dimostra Michel Houellebecq nel suo crudelissimo romanzo Piattaforma (per l’appunto ambientato  in Thailandia).

Quindi è un bene che molti Paesi europei abbiano ancora un’economia varia e articolata, la quale consente loro il lusso di non doversi ridurre a “villaggi” etnocentrici e dittatoriali. Perché se davvero la nostra povera “Italietta”, così come vorrebbero certi illuminati tecnocrati, si riducesse a fondale da Grand Tour (come ai bei tempi dei ducati, delle contee e dei marchesati), è chiaro che non potremmo mai permetterci la società multitutto di cui andiamo vaneggiando. I turisti, specialmente quelli trascinati nelle feroce dinamiche di massa, vogliono non solo il pittoresco e il folkloristico, ma anche l’ordine, la pulizia e i “treni in orario”. Insomma, niente autoctoni dalle pigmentazioni eccessivamente diversificate (accattoni e ladruncoli compresi).

Saranno pensieri cinici e razzisti, ma devo ammettere che mi sono trovato spesso a formularli negli ultimi tempi, anche nelle vesti di turista italiano in Italia. Per farla breve: dopo aver assistito all’“esplosione” del centro d’accoglienza a pochi isolati da casa mia, diventato ormai zona off-limits dopo le sei di sera per le continue aggressioni dei fratelli migranti verso gli indigeni (purtroppo ne so qualcosa, ma non è che ho cambiato idee dopo la brutta esperienza: fondamentalmente io sono un dogmatico), questa estate ho dovuto gustarmi la ciliegina sulla torta di trovarmi un altro “centro” (ancor più fatiscente) proprio davanti all’albergo prenotato nei pressi di una ridente località della costa romagnola.

È lì che mi è tornato in mente il ritornello della straordinaria “How are you my baby?” di Fabio Concato: Ovunque andiamo noi l’è pien de negher… Un pezzo profetico: questo fior di gioventù centro-africana me lo ritrovo dappertutto, perlopiù impiegata in attività legate al disturbo della quiete pubblica, e a quanto pare assieme al vitto e alloggio negli oltre 10 miliardi spesi in questi anni sono rientrate pure le “signorine” (come ho appresso dai proprietari degli altri alberghi e dalla stessa cronaca locale). So che pochi hanno il coraggio di ammetterlo apertamente, ma una situazione del genere alla lunga diventa insostenibile anche per il settore turistico: la mano allungata, il mazzo di rose, i braccialetti, i libretti, il fumo, l’ubriachezza molesta, la negritudine ridondante e ciondolante...

Mi pare che il dilemma si potrebbe porre in questi termini: o turismo di massa, o immigrazione di massa. Del resto non sono io ad aver imposto tale contrapposizione, ma nientedimeno che l’attuale Presidente della Camera (opinione peraltro condivisa dal Papa e dagli squatter catalani), che trova “contraddittorio” e “insopportabile” offrire “servizi di lusso” a turisti paganti, sottraendo così risorse preziose alle “politiche d’accoglienza” verso “gli ospiti meno fortunati”. A mio parere si tratta di un aut aut: una “politica dell’accoglienza” non può convivere con l’altra, indipendentemente da come la si pensi. Quindi o ci teniamo le nostre industrie residue brutte sporche e cattive (e chi ci deve lavorare), oppure diventiamo un sultanato del low cost, una Città-Stato dei piatti tipici, un Arcipelago Agriturismo.

Scegliete voi, non m’importa. Lasciatemi solo ripetere col grande Concato: speriam che non s’arrabbiano mai i negher


Camminiamo insieme sulla neve io e te
sotto un giubbottino che più piccoli non ce n’è:
how are you my baby?
forti questi States
non fosse per il tempo che mi sta rompendo il…
e poi c’è un freddo boia e il nostro hotel dov’è
hai visto quanti negri e più vai avanti e più ce n’è.

Camminiamo insieme sotto un sole da paura,
le tue ciabattine non le metto: ho un’unghia scura
how are you my baby?
è forte l’Africa
non fosse per il caldo non sarebbe male qua
però si mangia male e poi il Cuscus cus’è
hai visto quanti negri e più vai avanti e più ce n’è:
ovunque andiamo noi l’è pien de negher.

Camminiamo insieme nella nebbia io e te
stavo già cascando nel Tamigi e tu con me
how are you my baby?
London is ok
non fosse per la pioggia sai che forse ci vivrei
però la gente è fredda e il cuore lì dov’è
hai visto quanti negri e più vai avanti più ce n’è:
ovunque andiamo noi l’è pien de negher.

Camminiamo insieme per le vie della città
come si sta bene a casa propria lo si sa
how are you my baby?
Milan l’è un gran Milan
in mezzo a tutta questa gente con il coeur in man
però sono tanti i negri: son qui davanti a noi
ci menano di brutto e siamo neri come voi
ovunque andiamo noi l’è pien de negher:
speriam che non s’arrabbiano mai i negher.